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Il realismo visionario di Mo Yan

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

di Simona Maggiorelli

Il premio Nobel Mo Yan

Chi è Mo Yan, il primo scrittore cinese ad essere insignito del Premio Nobel? Innanzitutto un autore che ha sviluppato un proprio stile potente e originale, da alcuni definito “ realismo magico” ( richiamando l’immagine dello scrittore sudamericano Gabriel Garcia Màrquez), ma che forse meglio si potrebbe definire “realismo visionario” per le molte metamorfosi e caustiche mutazioni da uomo- animale (vedi per esempio il padrone che diventa animale ne Le sei reincarnazioni di Ximen Nao) che popolano i suoi poderosi romanzi.

Un realismo visionario che si lega  a un  iperbolico e grottesco materialismo, quasi rabelaisiano. Un tratto satirico profondamente radicato in quella tradizione popolare cinese che da sempre mescola narrazione e crudo  realismo. Ritmata da scene di luculliani banchetti ma anche di feroci massacri, la prosa di Mo Yan si riallaccia agli eccessi dell’epos della tradizione epica cinese.

Sorprendendo e catturando il lettori con spiazzanti storie di animali antropomorfi dotati di parola. Mo Yan ne ha fatto gli elementi di base del proprio vacobalario letterario, riescendo così indirettamente (e senza rischiare troppo con la censura) a parlare della Cina contemporanea. Fra luci e ombre. Ma questo è un livello di interpretazione della prosa di Mo Yan che chiede più attenta esegesi…

A livello più macroscopico realismo e dedizione alla propria terra e al patrimonio culturale orientale fanno di Mo Yan, a 57 anni, uno degli autori più letti in Cina e non solo. Fin dal suo dirompente Sorgo Rosso (Einaudi) poi diventato anche capolavoro cinematografico diretto dal regista Zhang Yimou.

Gong Li in Sorgo Rosso

E se in Cina le reazioni al Nobel sono state di plauso, specie dall’establishment del Partito comunista che a novembre si avvia a uno storico e controversocongresso, Mo Yan è contestato dai suoi coetanei, e da autori cinesi dissidenti e esiliati che lo accusano di essere un uomo di regime. Ricordando, tra molto altro, come in veste di vice presidente dell’associazione nazionale scrittori Mo Yan abbia espunto dalle liste degli autori cinesi invitati alla Buchmesse di Francoforte quelli meno graditi al governo di Pechino.

“Al di là di tutto e Mo Yan resta un grande scrittore che ha scritto il grande romanzo della Cina. Ma certo è innegabile che sia è molto attento a ciò che può o non può essere scritto”,commenta  il sinologo Eric Abrahamsen. Il nome stesso che Mo Yan si è scelto, del resto, rivela questa acuta consapevolezza: alla lettera in cinese classico Mo Yan significa “non parlare”. Una raccomandazione che il Premio Nobel per la letteratura 2012 ha raccontato gli facevano spesso i suoi genitori durante la Rivoluzione culturale. Il suo vero nome di Mo Yan, come è noto, è Guan Moye, Mo Yan è nato nel 1955 in una famiglia di contadini che hanno fatto la fame durante il Grande balzo in avanti (1958-1961). Nella sua città natale nello Shandong, lo scrittore ha trascorso una infanzia segnata da privazioni e si è trovato a dover interrompere la scuola nel bel mezzo della Rivoluzione culturale. E, paradossalmente, fu l’adesione all’indottrinamento a permettergli di perseguire il suo sogno di diventare scrittore. La sua è la storia di molte famiglie di contadini analfabeti cinesi che furono più o meno salvati dall’esercito, dal fatto di essere iscritti al Partito che poi permise a Mo Yan la carriera per diventare uno scrittore.

Nella sua vicenda biografica si è inverata la storia del contadino-soldato-scrittore, in uniforme, che tuttavia è onnivoro lettore di autori occidentali, della letteratura russa, giapponese, sud americana. Sfornando storie e romanzi all’apparenza picaresti Mo Yan, a ben vedere, mette alla berlina la brama di ricchezza che sembra essersi impossessata della Cina, al motto di Deng “arricchirsi è glorioso”; stigmatizza i conflitti sino-giapponesi , allude alla tortura cinese, parlando di macellazione dei suini e lancia strali indiretti alla corruzione dei quadri comunisti ( vedi Grande seno fianchi larghi edito da Einaudi). “Uno scrittore deve esprimere critiche e indignazione per il lato oscuro della società”, ha detto una volta Mo Yan. E coerente con questo assunto, consapevole della autorevolezza e” intoccabilità” che gli conferisce il Nobel, all”indomani dell’annuncio della sua designazione , ha espresso l’auspicio che il Nobel per la pace, l’intellettuale e scrittore Liu Xiaobo, venga presto liberato. Arte del cerchiobottismo, ha commentato più di uno, ma intanto il messaggio nella bottiglia è stato lanciato.

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Le rane il nuovo romanzo del Nobel Mo Yan

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Dagli aborti forzosi alle feroci sperequazioni sociali. Ecco in anteprima i temi del nuovo libro firmato dal Premio Nobel per la Letteratura, che uscirà in Italia nel 2013

di Federico Tulli

Si intitola Le rane il nuovo romanzo di Mo Yan, e uscirà nel 2013 per Einaudi che pubblica in Italia tutte le opere del neo premio Nobel cinese, (eccezion fatta per l’autobiografia Cambiamenti in libreria nel 2011 per Nutrimenti). Protagonista del nuovo lavoro dello scrittore cinese è una vecchia zia che, giunta all’età di 77 anni, si trova a tracciare tra sé a sé un bilancio della propria vita, contando di aver fatto nascere 9983 bambini e di aver praticato migliaia di aborti, in ossequio alla politica comunista di controllo delle nascite.

Pubblicato in Cina nel 2009, questo romanzo ha aperto un acceso dibattito in un momento in cui la politica demografica imposta dal Partito comunista cinese comincia a essere messa in discussione in alcuni distretti, a cominciare da Shanghai. Come in molti altri romanzi di Mo Yan, anche in questa sua ultima uscita è una donna a giocare un ruolo di primo piano. Ne Le rane la voce narrante è una donna senza figli. Suo padre Wan era un medico dell’ottava Armata durante la guerra contro il Giappone, e lei dopo la laurea, diventa una specie di eroina locale, lavorando come infermiera e ostetrica. Ma i suoi rapporti con gli uomini non sono dei più felici: un bel pilota, suo fidanzato per un po’, mette in giro la voce che lei è «troppo rivoluzionaria, troppo seria … non abbastanza sexy».

E una donna senza un uomo accanto è guardata con sospetto nella Cina rurale. Così a poco a poco il partito diventa sempre più la famiglia di questa donna, ora determinata a bastare a se stessa. Dal 1965 la politica di controllo delle nascite le riserva un ruolo di primo piano. E quasi senza rendersene conto diventa una signora della guerra, che gestisce duemila aborti, fa innumerevoli vasectomie e chiusure delle tube e ha al suo servizio un giro di spie per scoprire gravidanze non autorizzate. Intanto i trattori sono all’erta per distruggere le case come rappresaglia, e per rendere inservibili le barche per impedire la fuga. E non si contano le donne che muoiono durante l’aborto.

Alla politica di regime si somma un’atavica misoginia: non avere un erede maschio per i contadini più poveri cinesi era ed è inaccettabile. «È davvero bizzarro – fa dire Mo Yan alla protagonista – quando una donna dà alla luce una figlia, il marito si presenta con un tale volto… Ma se la mucca partorisce una giovenca, la bocca si apre in un largo sorriso». Qui Mo Yan si ferma, alludendo soltanto ai tanti omicidi di bambine alla nascita, che avvengono nelle campagne cinesi per poter provare ancora ad avere un maschio. Tra le righe Mo Yan sembra voler dire che questa politica demografica era una necessità inevitabile per la Cina, ma solo un regime totalitario è stato in grado di imporre e eccessi così inaccettabili. «Perché la parola “neonati” e la parola “rane” nella nostra lingua sono pronunciate allo stesso modo?» si domanda la protagonista. «Perché il vagito di un neonato appena uscito dal grembo materno può sembrare molto simile al gracidare di una rana. La rana è un simbolo di fertilità , in molte regioni non mangiano le rane, perché sono animali amici del genere umano… chi le mangia rischia di diventare idiota». Questo romanzo parabola di Mo Yan allude, tra le righe anche al fenomeno delle madri surrogate a scopo di lucro: ne Le Rane una società di allevamento di rane è in realtà una copertura per un business di reclutamento e commercializzazione del corpo delle donne. Per soldi e disperazione. Come nel caso di una donna dal volto sfigurato da un incendio scoppiato in una fabbrica e che, ci racconta Mo Yan, è costretta ad affittare il proprio utero per pagare le spese mediche per il padre ferito e senza assicurazione sociale. Uno scenario che ci parla di una Cina economicamente rampante, ma dilaniata da feroci sperequazioni sociali. Mo Yan lo fa con uno stile meno appariscente, meno ricco di immagini, ma ritmato da dialoghi vivaci e, come sempre percorso dal suo spiazzante e imprevisto umorismo. Mo Yan ne Le Rane ci appare più distaccato, mantiene i personaggi a una certa distanza, senza darcene una descrizione fisica. Siamo ben lontani da un romanzo realistico o di surreale inchiesta (come accadeva invece ne Le sei reincarnazioni di Ximen Nao ) ma sa regalarci ancora pagine bellissime. Come quelle dedicate ai sogni dell’anziana protagonista.

Fonte:  Globalist/Babylonpost

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Vargas Llosa, un Nobel al Sudamerica liberale

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2010

di Simona Maggiorelli

 

Mario Vargas Llosa

 

Nel Sudamerica la letteratura è una presenza concreta nella società, un elemento di stimolo alla riflessione pubblica. Da noi il mito della letteratura è molto importante nella vita pubblica e privata. E mi colpisce che qui da voi, invece, la cultura sia scaduta a livello di intrattenimento. C’è una deriva frivola, preoccupante”: così lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa raccontava della sua idea alta di letteratura a margine del Festival Anteprime, in Versilia, dove pochi mesi fa è stato chiamato per parlare del nuovo libro Il sogno del Celta che uscirà a novembre per Einaudi ( che sta ripubblicando tutta la sua opera, e che racconta la storia del diplomatico britannico David Casement che fu amico di dello scrittore Joseph Conrad.

Scrittore raffinato che ha cercato una propria strada fuori dal solco già tracciato del realismo magico sudamericano, giornalista e polemista, capace di interventi spiazzanti e scomodi, sperimentatore di generi assai diversi – dal noir al teatro, dal romanzo storico al cinema- Mario Vargas Llosa (classe 1936) fin dai suoi primi romanzi ha rivelato una vena di impegno civile nella lotta contro il totalirismo e la violenza, suscitando non di rado reazioni forti. Tanto che La città e i cani, fu bruciato sulla pubblica piazza in Perù. Proseguendo per la propria strada senza lasciarsi intimorire, il liberale Vargas Llosa mise la denuncia dell’autoritarismo al centro di un altro suo capolavoro Conversazione nella cattedrale (1969), ambientato negli otto anni di regime del generale Odría (1948-1956), la dittatura che ha segnato lo scrittore, allora adolescente. E poi ancora coraggiosa satira di denuncia nella Festa del Caprone ,incentrato sugli ultimi giorni di vita di Rafael Leonidas Trujillo Molina, dittatore della Repubblica Dominicana, assassinato nel 1961 da un gruppo di uomini di sua fiducia appoggiati dalla Cia.

Intanto,  nel romanzo Chi ha ucciso Palomino Molero?Vargas Llosa narrava del tenente Silva e della guardia Lituma, un soldatino, ucciso per aver osato corteggiare una giovane bianca e altolocata. La violenza militare, lo strapotere del colonialismo, il machismo sono il filo rosso che lega molti suoi romanzi. Senza dimenticare il tema dell’eros, esplorato non certo nella chiave conformista e prevedibile della letteratura erotica ma in romanzi che descrivono i percorsi mentali tortuosi, se non malati, di una certa alta borghesia peruviana.

L’opera letteraria di Vargas Llosa ha il merito anche di ricuperare voci che raramente troveremo nei manuali di storia, come quella di Flora Tristan, attivista dei diritti delle donne nella Francia del primo Ottocento la cui vicenda scorre in parallelo a quella della fuga del pittore Paul Gaguin verso i mari del Sud nel “Il paradiso è altrove” . La cultura e la storia francese, va detto, hanno sempre giocato un ruolo da protagonista nell’orizzonte di Vargas Llosa che, oggi rivendica di sentirsi ancora vicino a Camus ma non più a Sartre. ” Si potrebbe dire di lui che contribuì con più talento di chiunque altro alla confusione contemporanea. Era troppo cerebrale” ha scritto in Sartre e Camus uscito in Italia nel maggio scorso per Scheiwiller.Aggiungendo poi ” L’invenzione letteraria in Sartre manca di mistero: tutto è sottomesso al governo della ragione”.

Raccogliere le “sfide alla libertà” (come recita il titolo di una sua raccolta di articoli) è sempre stato l’impegno dello scrittore peruviano. Anche se leggendo le motivazioni dell’Accademia di Svezia per l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Vargas Llosa ( “ per aver tracciato una cartografia delle strutture del potere e per le sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo”) viene da ricordare che questa sua strenua difesa della libertà dell’individuo non è stata sempre senza ombre. Difficile dimenticare, per esempio, il suo attacco a Morales a Chàvez dalle colonne del giornale argentino conservatore la Nación, tacciati, in quanto indios, di ordire governi razzisti contro i bianchi.

E se è da apprezzare la sua condanna della violenza israeliana contro i palestinesi (in Israele e Palestina, Pace o guerra santa, Scheiwiller) che dire del Diario di bordo sulla guerra irachena che Vargas Llosa disse di voler scrivere dal punto di vista degli iracheni? Terminava dicendo: “ la distruzione della dittatura di Saddam Hussein, una delle più crudeli, corrotte e furibonde della storia moderna, era una ragione di per sé sufficiente a giustificare l’intervento Usa”.

dal quotidiano Terra 8 ottobre 2010

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Saramago, indignazione da Nobel

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2009

Lo scrittore portoghese è in Italia per presentare le sue acute riflessioni affidate a un blog. E ora a un libro. Eccone un piccolo assaggio

di José Saramago

Saramago

Saramago

Una buona notizia, diranno i lettori ingenui, supponendo che, dopo tanti disinganni, ve ne siano ancora. La Chiesa anglicana… ha annunciato una importante decisione: chiedere perdono a Charles Darwin, ora che si commemorano i duecento anni  della sua nascita, per il modo in cui lo ha trattato dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie e, soprattutto, dell’Origine dell’uomo... Anche se Darwin fosse vivo e disposto a mostrarsi benevolo, dicendo «sì, perdono», la generosa parola non potrebbe cancellare un solo insulto, una sola calunnia, una sola manifestazione di disprezzo dei molti che gli caddero addosso. L’unica a trarne beneficio sarebbe la Chiesa anglicana, che avrebbe aumentato, senza spese, il suo capitale di buona coscienza. Ringraziamola comunque del suo pentimento, che forse spingerà il papa Benedetto XVI a chiedere perdono… a Giordano Bruno, cristianamente torturato, con molta carità e perfino al rogo su cui fu bruciato. Questa richiesta di perdono non sarà gradita ai creazionisti nordamericani. Fingeranno indifferenza ma è evidente che si tratta di un ostacolo ai loro piani. Un ostacolo per quei repubblicani che, come la loro candidata alla vicepresidenza, inalberano la bandiera di questa aberrazione pseudoscientifica chiamata creazionismo (settembre 2008).

Ateismo militante
(…) le religioni non solo non avvicinano gli esseri umani, ma vivono, loro stesse, in stato di permanente mutua inimicizia, nonostante tutte le arringhe pseudo-ecumeniche ritenute vantaggiose da una parte e dall’altra per occasionali e passeggeri motivi di ordine tattico. Le cose stanno così da che mondo è mondo e non si vede alcun indizio di un possibile cambiamento. Salvo l’ovvia idea che il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei. (febbraio 2009).

Dogmi
I dogmi più nocivi forse non sono quelli che come tali sono stati espressamente enunciati, quale è il caso dei dogmi religiosi, perché quelli fanno appello alla fede e la fede non sa né può mettere in discussione se stessa. Il guaio è che si sia trasformato in dogma ciò che, per sua natura, non ha mai aspirato ad esserlo. Marx per esempio, non ha dogmatizzato, ma sono subito spuntati pseudo-marxisti pronti a convertire Il capitale in un’altra Bibbia…(novembre 2008).
Berlusconi e Co.
Secondo la rivista nordamericana Forbes il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi diecimila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi, proprietà di Berlusconi, qualche soldo glielo avrò fatto guadagnare. Una infima goccia d’acqua nell’oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il suo unico vizio… Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano – perché è di questo che stiamo parlando e non di un altro (ci arriveremo) – è dimostrato come l’inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto privato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? ( settembre 2008).

Che fare con gli italiani?
… è appena giunta la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Pd è cominciato come una caricatura di partito ed è finito,senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica… Veltroni è responsabile, certo non l’unico, ma nell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all’anima sua. ( febbraio 2009).
Tratto da José Saramago, “Il Quaderno” (Bollati Boringhieri)

l’intervista: ITALIA SVEGLIATI

Un quaderno di riflessioni acuminate. Nate in margine a fatti di cronaca. Ma non solo. Prima affidate con passione da blogger  all’immediatezza della Rete. Poi distillate in libro che, come è noto, ha avuto una travagliata vicenda editoriale. Rifiutato da Einaudi, vede ora la luce grazie a Bollati Boringhieri con il titolo Il Quaderno. E mentre si parla di un trasferimento in blocco di tutta la sua opera nel catalogo Feltrinelli (a partire dal prossimo romanzo Caino), Saramago arriva in Italia per presentare il suo nuovo libro e incontrare il pubblico. Prima tappa il 9 ottobre proprio a Torino, la città di Bollati Boringhieri ma anche dello storico marchio enaudiano acquisito dalla Mondadori di Berlusconi. Alle 21 il Nobel è al circolo dei lettori e il giorno dopo all’università. E poi ancora ad Alba, a Milano ( 12 ottobre) e a Roma (14 ottobre, al Teatro Quirino, con Marramao). In attesa di questi incontri dal vivo, left ha rivolto a Saramago qualche domanda via mail.
Il Partito del premier si chiama Partito della libertà. Che tipo di libertà propone agli italiani?
La libertà di aprire il cammino al fascismo. Molti italiani credono di vivere in paradiso, ma forse si sveglieranno all’inferno. Se, purtroppo, ciò accadesse che non cerchino altri colpevoli.
Freedom House e l’ Economist denunciano che libertà di stampa è venuta meno in Italia. Che ne pensa?
Qualsiasi persona, perfino la meno attenta, lo confermerà. Fredoom House e Economist non ci hanno detto niente di nuovo.
Perché la reazione degli italiani e del Partito democratico alle continue bugie del premier è ancora così debole?
Non chieda a un semplice scrittore portoghese che dica ciò che gli italiani dovrebbero essere i primi a sapere. Sono loro che hanno messo Berlusconi dov’è. Che decidano adesso cosa fare
C’è uno svuotamento della cultura?
La cultura italiana sta resistendo e continuerà a resistere. Si prendano come esempio Saviano, Eco, Fo, Magris, Flores D’Arcais e tanti altri che difendono la fortezza della dignità e della sapienza.
Simona Maggiorelli
(traduzione di Sonia Castillo)

da left-avvenimenti 9 ottobre 2009

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