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L’oro e il blu del Mediterraneo

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2011

Da Cézanne a van Gogh, tutti i colori del Mare nostrum a Genova

di Simona Maggiorelli

Van Gogh dal Museo di Otterlo

Un colore azzurro, sempre cangiante, che non ci si stanca mai di guardare. Così Vincent van Gogh raccontava il Mar Mediterraneo, dalla Provenza, dove si era rifugiato in cerca di calore e di ispirazione, con il sogno di poter dar vita – con Paul Gauguin e altri pittori- a una sorta di comune in cui il lavoro creativo diventasse condiviso e maggiore fosse la possibilità di resistere agli attacchi di chi, invece, non capiva il senso di quella loro radicale e innovativa ricerca. «Questo mare – scriveva il pittore olandese – non sai mai se sia verde o viola, non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha già assunto una tinta rosa o grigia». E con pennellate via via sempre più materiche e vorticose, sperimentando arditamente con i colori per renderli più espressivi, cercava di tradurre su tela quell’incessante movimento di onde e colori, che avvertiva come qualcosa di profondamente suo, quasi fosse un riflesso del suo mondo interiore.

Prima e dopo van Gogh, il Mediterraneo ha conosciuto molti altri artisti viaggiatori, anche illustri. Ma nessuno aveva mai avuto il suo ardire nel rappresentarlo. Forse anche per questo Marco Goldin ha voluto alcune delle tele che van Gogh dipinse in Provenza a fare da nerbo a questa bella mostra genovese Mediterraneo. Da Courbet a Monet a Matisse organizzata con Linea d’Ombra e aperta fino al primo maggio 2011 in Palazzo Ducale.

Cézanne, Saint Victoire

Un’esposizione evento – come ormai Goldin ci ha abituati – che inanella una straordinaria serie di capolavori, tra i quali una poco conosciuta variante della Sainte Victoire di Cézanne, il Carnevale di Nizza di Matisse e un insolitamente solare Mattino sulla promenade di Munch. Tela questa, come molte altre qui esposte, che con lungo lavoro il curatore veneto è riuscito a rintracciare in collezioni private e a farsi prestare. Accanto, fra le ottanta opere selezionate, ritroviamo dipinti di Braque e altri graditi ritorni dalle precedenti esposizioni che Goldin, negli anni, ha realizzato intorno al tema della luce e del colore del Mediterraneo. Ritroviamo così le esplosioni cromatiche dei Fauves e le variazioni impressioniste di Monet. e a questo punto il discorso della mostra si allarga, andando indietro nel tempo, fino alle visionarie marine dei romantici Turner e di Friedrich. Invitando anche a rileggere il realismo di Courbet.

da left-avvenimenti 10 dicembre 2010

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Vargas Llosa, un Nobel al Sudamerica liberale

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2010

di Simona Maggiorelli

 

Mario Vargas Llosa

 

Nel Sudamerica la letteratura è una presenza concreta nella società, un elemento di stimolo alla riflessione pubblica. Da noi il mito della letteratura è molto importante nella vita pubblica e privata. E mi colpisce che qui da voi, invece, la cultura sia scaduta a livello di intrattenimento. C’è una deriva frivola, preoccupante”: così lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa raccontava della sua idea alta di letteratura a margine del Festival Anteprime, in Versilia, dove pochi mesi fa è stato chiamato per parlare del nuovo libro Il sogno del Celta che uscirà a novembre per Einaudi ( che sta ripubblicando tutta la sua opera, e che racconta la storia del diplomatico britannico David Casement che fu amico di dello scrittore Joseph Conrad.

Scrittore raffinato che ha cercato una propria strada fuori dal solco già tracciato del realismo magico sudamericano, giornalista e polemista, capace di interventi spiazzanti e scomodi, sperimentatore di generi assai diversi – dal noir al teatro, dal romanzo storico al cinema- Mario Vargas Llosa (classe 1936) fin dai suoi primi romanzi ha rivelato una vena di impegno civile nella lotta contro il totalirismo e la violenza, suscitando non di rado reazioni forti. Tanto che La città e i cani, fu bruciato sulla pubblica piazza in Perù. Proseguendo per la propria strada senza lasciarsi intimorire, il liberale Vargas Llosa mise la denuncia dell’autoritarismo al centro di un altro suo capolavoro Conversazione nella cattedrale (1969), ambientato negli otto anni di regime del generale Odría (1948-1956), la dittatura che ha segnato lo scrittore, allora adolescente. E poi ancora coraggiosa satira di denuncia nella Festa del Caprone ,incentrato sugli ultimi giorni di vita di Rafael Leonidas Trujillo Molina, dittatore della Repubblica Dominicana, assassinato nel 1961 da un gruppo di uomini di sua fiducia appoggiati dalla Cia.

Intanto,  nel romanzo Chi ha ucciso Palomino Molero?Vargas Llosa narrava del tenente Silva e della guardia Lituma, un soldatino, ucciso per aver osato corteggiare una giovane bianca e altolocata. La violenza militare, lo strapotere del colonialismo, il machismo sono il filo rosso che lega molti suoi romanzi. Senza dimenticare il tema dell’eros, esplorato non certo nella chiave conformista e prevedibile della letteratura erotica ma in romanzi che descrivono i percorsi mentali tortuosi, se non malati, di una certa alta borghesia peruviana.

L’opera letteraria di Vargas Llosa ha il merito anche di ricuperare voci che raramente troveremo nei manuali di storia, come quella di Flora Tristan, attivista dei diritti delle donne nella Francia del primo Ottocento la cui vicenda scorre in parallelo a quella della fuga del pittore Paul Gaguin verso i mari del Sud nel “Il paradiso è altrove” . La cultura e la storia francese, va detto, hanno sempre giocato un ruolo da protagonista nell’orizzonte di Vargas Llosa che, oggi rivendica di sentirsi ancora vicino a Camus ma non più a Sartre. ” Si potrebbe dire di lui che contribuì con più talento di chiunque altro alla confusione contemporanea. Era troppo cerebrale” ha scritto in Sartre e Camus uscito in Italia nel maggio scorso per Scheiwiller.Aggiungendo poi ” L’invenzione letteraria in Sartre manca di mistero: tutto è sottomesso al governo della ragione”.

Raccogliere le “sfide alla libertà” (come recita il titolo di una sua raccolta di articoli) è sempre stato l’impegno dello scrittore peruviano. Anche se leggendo le motivazioni dell’Accademia di Svezia per l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Vargas Llosa ( “ per aver tracciato una cartografia delle strutture del potere e per le sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo”) viene da ricordare che questa sua strenua difesa della libertà dell’individuo non è stata sempre senza ombre. Difficile dimenticare, per esempio, il suo attacco a Morales a Chàvez dalle colonne del giornale argentino conservatore la Nación, tacciati, in quanto indios, di ordire governi razzisti contro i bianchi.

E se è da apprezzare la sua condanna della violenza israeliana contro i palestinesi (in Israele e Palestina, Pace o guerra santa, Scheiwiller) che dire del Diario di bordo sulla guerra irachena che Vargas Llosa disse di voler scrivere dal punto di vista degli iracheni? Terminava dicendo: “ la distruzione della dittatura di Saddam Hussein, una delle più crudeli, corrotte e furibonde della storia moderna, era una ragione di per sé sufficiente a giustificare l’intervento Usa”.

dal quotidiano Terra 8 ottobre 2010

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