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Happy birthday #Shakespeare. Poeta dall’animo libero

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2014

quote-tell-me-where-is-fancy-bred-or-in-the-heart-or-in-the-head-william-shakespeare-310270Shakespeare straordinario indagatore della psicologia umana e attento alle nuove idee di Giordano Bruno .

Così lo racconta il filosofo della scienza  Giulio Giorello su left, a 450 anni dalla nascita del Bardo.

E in occasione dell’uscita del libro Noi che abbiamo l’animo libero, scritto con il genetista Edoardo Boncinelli e pubblicato da Longanesi

 

 di Simona Maggiorelli

Shakespeare “scienziato” della mente, capace di raccontare le passioni con lingua nuova, viva e poetica. Ma anche gli scacchi dell’animo umano, il delirio, la pazzia. Indagandola senza infingimenti, senza censure. Da un lato la fantasia, l’immaginazione, il sogno. Dall’altra il buio di chi ha perso ogni dimensione di rapporto con l’altro essere umano e con la realtà. Il delirio vorticoso di Macbeth, la schizoidia lucida e omicida di Lady Macbeth. Shakespeare non giudica i suoi personaggi. Non li sovrasta. Resta sullo sfondo, quasi sparisce per lasciar loro libertà d’azione.

Macbeth, Orson Welles

Macbeth, Orson Welles

«Shakespeare è tutti e nessuno», scriveva Borges. E il fatto che le sue “creature” non siano più manovrate da una volontà divina, da un telos, dall’ineluttabilità di un tragico destino, li rende liberi. Come Cleopatra che, nota il filosofo Giulio Giorello nel libro Noi che abbiamo l’animo libero (Longanesi), incarna l’aspirazione ad andare oltre i limiti, verso l’infinito con il suo «eroico/erotico furore» nel dramma Antonio e Cleopatra.

Nell’inquietudine di Amleto, invece, intinge la penna Edoardo Boncinelli eleggendolo a personaggio simbolo dell’universo shakespeariano in questo libro scritto a quattro mani, che esce in occasione dei 450 anni dalla nascita di Shakespeare. Volume in cui il genetista e il filosofo della scienza, con due saggi e un lungo dialogo, rendono omaggio al teatro del Bardo «come il vero, grande, teatro della modernità». «Shakespeare annuncia e mette in scena le crisi che segnano il trapasso dal medioevo all’età moderna», spiega Giorello.

«A cominciare dall’abbandono di una politica “cristiana” per un agire sul piano statuale machiavelliano. È la fine del mondo chiuso a cui ci aveva abituato la tradizione aristotelica e si intravede l’universo infinito. Dietro ad Amleto e dietro a Cleopatra – rileva il filosofo – scorgo le ombre lunghe di Niccolò Machiavelli e di Giordano Bruno. È una mia lettura. Ma non sono l’unico a vederla così. In un bel libro Nuovo cielo e nuova terra (Il Mulino 1990), Gilberto Sacerdoti scrive che la dismisura della passione in Antonio e Cleopatra trova il suo corrispettivo in un cosmo infinito in tutte le direzioni». Al centro c’è il rapporto fra i due amanti .«La passione diventa un valore, che trionfa sul tempo al di là e nonostante la morte», notava già l’anglista Derek Traversi in un’edizione Einaudi del dramma uscito negli anni Sessanta.

Gustave Moreau - Cleopatra

Gustave Moreau – Cleopatra

L’epoca di Shakespeare, insomma, non è più imperniata su due autorità assolute, il re e il papato. Con la Riforma, la Chiesa di Roma non è più unica, e con le grandi scoperte scientifiche di Copernico, Brahe, Keplero, Galileo la terra non è più al centro dell’universo. Intanto nuove avventure e conquiste si giocano sulle rotte atlantiche alla scoperta di nuovi mondi.

 «La società non era più incardinata su una realtà mondana e una spirituale», ribadisce Giorello. «Non che il papa e l’imperatore venissero meno, ma cominciarono i primi esperimenti di Stati nazionali, anche se a volte presero la forma di un assolutismo di nuovo tipo. Costruito nel sangue delle guerra civili e in particolare nel conflitto fra Riforma e Controriforma. Sotto questo profilo l’esperienza politica di Shakespeare è peculiarmente inglese. L’aristocrazia si suicida nella Guerra delle due Rose ed emerge una nuova realtà politica, come raccontano Enrico IV, Enrico V e la parabola sanguinaria di Riccardo III. Mentre nell’Enrico VIII, ormai ammesso nel canone shakespeariano, affiora il processo della rivoluzione inglese: l’Inghilterra diventa molto forte sui mari, ma è anche un laboratorio politico in cui, dopo l’età di Shakespeare, si sperimenterà il primo tentativo repubblicano della storia inglese».

Centrale in questa congiuntura, sottolinea il filosofo, «è la decisione di Enrico VIII di divorziare dalla Chiesa romana per fare un esperimento nazionale: la Chiesa anglicana». Con fantasia il grande Bardo affresca una nuova politica nell’ambito di una nuova cosmologia. «È questo – dice Giorello – che lo rende affascinante. Nei suoi drammi non c’è più la politica cristiana. Non c’è il diritto divino dei re. Ma vi troviamo la consapevolezza che la politica è opera umana e come tale è fallibile».

Per questo anche se l’ambizioso piano di Antonio e Cleopatra naufraga nella battaglia di Azio nel 31 a.C, il dramma omonimo non è una tragedia che celebra il fallimento come punizione. Anzi. In Lezioni su Shakespeare (Adelphi) il poeta W.H.Auden scriveva che è un testo che esprime un profondo rifiuto del dolore: «Lo splendore della poesia rispecchia lo splendore del mondo». I versi celebrano «la passione amorosa, l’ambizione, ma anche la fedeltà e il tradimento, la prudenza, l’audacia… Non c’è tratto umano che non sia reso nella moltitudine di personaggi» annotava il poeta. Arrivando a dire: «Se dovessimo dare alle fiamme tutte le opere di Shakespeare, tutte tranne una, io sceglierei Antonio e Cleopatra». «Sono assolutamente d’accordo», gli fa eco Giorello. «È una delle opere più complesse, più sofisticate di Shakespeare: ci offre l’immagine di una donna bellissima e molto coraggiosa, un’immagine femminile che è un continuo banco di prova per le virtù maschili che spesso si rilevano inadeguate rispetto all’identità che aveva la regina d’Egitto. Questo è un aspetto anticonformista di Shakespeare. Se c’è un poeta che ha davvero “l’animo libero”, è proprio lui». Anche nell’uso delle fonti. Come Giorello ricordava già in precedenti lavori, Tradimenti (Longanesi, 2012) e in Lussuria (Il Mulino, 2010).

Giorello e Boncinelli

Giorello e Boncinelli

 Mentre Euripide e Platone e poi il Cristianesimo si erano accaniti nel deturpare l’immagine e l’dentità della donna  e Dante condanna «Cleopatras lussuriosa», il drammaturgo inglese si rifà direttamente a  Plutarco. «Lo riprende in modo fedelmente infedele, gettando una nuova luce sul racconto», approfondisce Giorello.  Che aggiunge:«Quello di Shakespeare è il grande teatro della coscienza, nel senso in cui usava questa locuzione Giordano Bruno: la nostra coscienza talora mette in scena la guerra civile con se stessa. Questo è il punto di fondo sia delle commedie che delle tragedie».

Proprio il fascino che il pensiero bruniano esercitò sulla parte più anticonformista dell’intellettualità inglese, da Marlowe a Shakespeare, è uno dei fili rossi che percorre carsicamente Noi che abbiamo l’animo libero. «Io e Boncinelli, in realtà, non ci siamo addentrati nella diffusione del pensiero bruniano in Inghilterra (dove soggiornò fra il 1583 e il 1585 ndr). Su cui hanno scritto Hilary Gatti e Gilberto Sacerdoti, esperti bruniani e interpreti della più intelligente critica shakespeariana. Ma possiamo dire che, anche se Shakespeare non sposa la visione del Nolano come convinzione soggettiva, la conosceva bene e la fa diventare grande materia poetica».

E mentre c’è chi ipotizza che in Pene di amor perdute il personaggio di Berowne rimandi proprio al Nolano, risulta immediatamente evidente l’assonanza fra il drammaturgo e il filosofo quando si parla, per esempio, di immaginazione, che per l’anticristiano Bruno, non è più «maligna fantasia»

. A unirli poi, come nota Nadia Fusini nel libro Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni in Shakespeare (Mondadori, 2010), è anche e soprattutto un profondo interesse verso l’umano.

Tanto che, riflettendo sulla capacità shakespeariana di cogliere e scandagliare le profondità della psiche, il critico Harold Bloom è arrivato a dire che Shakespeare ha inventato la natura umana. «Io non so se abbia inventato la natura umana – commenta Giorello – perché grandi opere e cantori della natura umana ci sono stati anche prima di lui, dal poema di Gilgamesh della tradizione sumera e accadica, a Omero, a Virgilio a Dante ecc. Ma con Steven Dedalus di Joyce mi sento di dire che ciò che Shakespeare racconta non è la natura umana, ma la nostra natura umana».

Dal settimanale left

 

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Arte e pazzia.Un lungo equivoco

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 8, 2013

Antonio Ligabue, Tigre con ragno (1953)

Antonio Ligabue, Tigre con ragno (1953)

Istinto, genialità, follia è il sottotitolo della retrospettiva che il LuCCA dedica, fino al 9 giugno, alla pittura di Antonio Ligabue (1899 – 1965). Unendo tre parole che insieme, con tutta evidenza, non possono stare. Qui (a Lucca) come al Mar Di Ravenna dove prosegue fino al 16 giugno la mostra Borderline, artisti fra normalità e follia, da Bosch a Basquiat, vediamo all’opera uno dei luoghi comuni antiscientifici più duri a morire nel mondo dell’arte. Quello che la malattia mentale possa essere fonte di creatività.

Un“equivoco” di matrice esistenzialista e foucaultiana che nel mondo della cultura italiana, in particolare, è stato diffuso da Basaglia e dal basaglismo che ancora celebra Marco cavallo. E che ha sempre negato l’esistenza della malattia mentale, considerandola un modo di essere “diverso”, originale, ribelle, ignorando il “dolore psichico” dei pazienti e rinunciando ad ogni proposito di cura. Ma forse si può dire di più. Dietro alle fantasmagorie surrealiste e alla fatua euforia di Breton, dietro all’esaltazione della dell’Art brut, come delle ossessive incisioni che un pazzo fece sulle mura del manicomio di Volterra fa capolino un medesimo pensiero che ha origine negli assunti ottocenteschi e razzisti di Cesare Lombroso, autore di Genio e follia. Senza dimenticare che un ruolo primario nella costruzione di questo falso binomio lo ebbe Karl Jaspers che in Psicologia delle visioni del mondo nel 1919 descriveva la pazzia come una forma di esistenza particolare, non come patologia.

Un pensiero che nel 1921 portò lo psichiatra Morgenthaler a scambiare per opere d’arte le allucinazioni di uno schizofrenico e pedofilo come Wölfli. Esattamente un anno dopo, Jaspers, pensatore esistenzialista e a lungo sodale di Heidegger, in un celebre saggio su Van Gogh scrisse che la schizofrenia nell’artista olandese aveva scatenato in lui forze prima inibite determinando «un plus di creatività». Negando così totalmente la fantasia di questo straordinario artista che ha saputo realizzare capolavori universali nonostante la distruttività delle sue crisi.

Con alcuni distinguo, anche il curatore Maurizio Vanni, con il neuropsichiatra Giuseppe Amadei, ripropone queste vecchie idee (sconfessate dalla moderna psichiatria) proponendo al LuCCA ottanta opere di Ligabue in un percorso «che vuole indagare l’uomo-artista insieme al rapporto tra arte e pazzia». In primo piano – si legge nei testi che accompagnano la mostra – «l’aspetto espressionistico del segno e del colore di Ligabue, quello onirico e quello primitivo nella conformazione delle strutture, l’emozione legata all’uso incondizionato del suo emisfero destro, inerente all’istinto, all’eros e all’irrazionalità». Un guazzabuglio di parole, in cui le neuroscienze si sposano alla fantasticheria di un irrazionale animale. A quanto pare nel mondo dell’arte c’è ancora molto da discutere e approfondire su questi temi. Benvengano dunque iniziative come quella del Festival Per Appiam 13 che l’8 giugno, a Roma, invita psichiatri e artisti a confrontarsi su arte e creatività. In modo nuovo. (Simona Maggiorelli)

 

NEWS_141345L’APPUNTAMENTO. Arte e psichiatria . Gli artisti sono vittime di una serie di luoghi comuni che associano le persone dotate di un talento particolare alla follia. Genio e sregolatezza. Creatività e distruttività. E se è vero che l’arte per essere tale e veramente innovativa si deve differenziare da una normalità, questo scostamento dalla norma è sempre stato pensato in senso negativo. Ovvero fare qualcosa di diverso dal comune significherebbe impazzire. Ma è proprio vero che gli artisti sono tutti pazzi e che la malattia mentale sia fonte di creatività? Da dove viene questa idea? Su quali basi storiche e filosofiche si basa? Quando il genere umano ha iniziato a fare arte? E perché?

Per rispondere a queste e altre domande tre psichiatri-psicoterapeuti e tre esperti a vario titolo delle manifestazioni artistiche del pensiero sono i protagonisti nella Sala Conferenze della Ex Cartiera Latina (sabato 8 giugno, ore 17) del primo Convegno sul rapporto tra arte e psichiatria dal titolo “Psiche e Arte”. Luca Giorgini (psichiatra), Fulvio Iannaco (docente di filosofia e blogger), Ugo Tonietti (architetto), Daniela Polese (psichiatra), Simona Maggiorelli (caporedattore cultura e scienza Left) ed Eva Gebhardt (psichiatra) si interrogano e interrogano l’opera e la vita degli artisti cercando delle risposte in quello che più che un convegno si vuole costituire come un occasione di ricerca. Perché si potrebbe scoprire che l’arte può servire alla psichiatria e non viceversa e che l’opera di artisti geniali possa costituire il mezzo per scoprire la fisiologia della mente e non la malattia.

«Si potrebbe scoprire – dicono Giorgini e Gebhardt, curatori dell’evento – che in passato la medicina della mente ha dimostrato una sostanziale impotenza quando non una aperta aggressione nei confronti degli artisti. Si potrebbe raccontare una storia diversa». A partendo dalla comune associazione tra arte e pazzia, spiega Giorgini «ci si interroga sulla funzione dell’artista nella società e sulle motivazioni per le quali è quasi sempre la società a porre ai suoi margini gli artisti. Si indagano, poi, le possibili risposte emotive esperite di fronte all’opera d’arte con particolare attenzione alle reazioni patologiche». «L’arte non si cura» osserva a sua volta Gebhardt e aggiunge: «Partendo dal fatto evidente che fare arte è un espressione irrazionale dell’essere umano, l’autrice cerca di evidenziare che l’artista essendo irrazionale non è pazzo per definizione, ma che anche lui, come qualsiasi altro, può ammalarsi. Da qui la denuncia di una psichiatria che non è mai riuscita a dare risposte al malessere degli artisti quando è accaduto che questi chiedessero aiuto, ma che al contrario ha rafforzato il pregiudizio millenario di una indissolubile associazione del binomio arte-pazzia contribuendo in questo modo alla violenza perpetrata sugli artisti».
Il convegno Pische e Arte si svolge nell’ambito dl festival Per Appiam ’13 – organizzato dall’associazione Ipazia Immaginepensiero con il patrocinio dell’Ente Parco Regionale dell’Appia Antica – che ruota intorno alla mostra d’arte “Tu sei il mio volto” curata dalla pittrice-filosofa Roberta Pugno (fino al 16 giugno 2013).

Eleonor Purring

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Il caso Ellen West. Fu istigazione al suicidio?

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2011

Ludwig Binswanger, il padre dell’analisi esistenziale, dimise la giovane donna sapendo che si sarebbe uccisa. Un drammatico fallimento terapeutico. Che viene fatto passare per il suo contrario. Sulla scorta della filosofia di Heidegger che molte responsabilità ha avuto nel dare fondazione teorica al nazismo. La denuncia della psichiatra Annelore Homberg

di Simona Maggiorelli

la psichiatra Annelore Homberg

“La recensione firmata da Pietro Citati de Il caso Ellen West di Ludwig Binswanger apparsa su Repubblica il 17 marzo, fa indignare molto noi psichiatri perché scorretta come metodo e delinquenziale nel pensiero che esprime». Non usa circonlocuzioni la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg (Università di Chieti Pescara e di Foggia) nel commentare il modo in cui il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha presentato la nuova edizione Einaudi del famoso saggio dello psichiatra svizzero padre della Daseinsanalyse, “analisi esistenziale”.

Dottoressa Homberg perché parla di scorrettezza?

Perché Citati tratta il testo di Binswanger come se fosse un’opera letteraria che ha una protagonista, Ellen West, e nella recensione riassume gli stati d’animo come se fosse una eroina. Ora, la figura di un romanzo può essere affascinante quanto si vuole ma sappiamo tutti che è inventata e che lo scrittore esprime una sua visione soggettiva delle cose: ogni lettore deciderà poi da sé se condividerla o no. Lo scrittore Pietro Citati, invece, dopo aver trattato quello che sarebbe un testo scientifico come se fosse un romanzo, repentinamente torna alla scienza. All’improvviso nel suo pezzo Binswanger torna ad essere «un grande psichiatra» che pronuncia ciò che sarebbe una verità scientifica: ovvero quanto può essere bello e libertario suicidarsi. E non parla del gesto di una persona affetta da una malattia del corpo allo stadio terminale, parla del suicidio di una paziente psichiatrica. Messaggio cinico, fatuo e falso perché non c’è storia più dolorosa e fallimentare di una persona che si toglie la vita per motivi psichici. Citati e con lui La Repubblica si sono mai chiesti che cosa provano i familiari di un suicida, spesso segnati a vita?

Con Cecilia Iannaco lei ha tradotto e pubblicato in Italia un lavoro dello psichiatra tedesco Albrecht Hirschmüller che, a proposito degli psichiatri che si occuparono della giovane donna, parla esplicitamente de Il fallimento di tre terapie. Cosa avvenne?

Nel 2002 il noto storico della psichiatria Albrecht Hirschmüller pubblicò una ricostruzione del caso Ellen West (pubblicata in Italia nel 2005 sulla rivista Il sogno della farfalla) che evidenzia in maniera inequivocabile quanto Binswanger abbia mentito sui fatti e quanto le posizioni da lui espresse siano ideologiche e “controtransferenziali”. In base a documenti inediti tra cui il diario di Ellen, Hirschmüller dovette criticare non solo la diagnosi di schizofrenia fatta da Binswanger ma anche tutta l’impostazione di fondo. Ellen West fu tutt’altro che una donna «destinata a realizzarsi nel suicidio». Era una paziente difficilissima ma il suo intento di guarire che c’era, fu brutalmente demolito dai suoi medici e dal marito.

Kirchner, Dr. Ludwig Binswanger

Nella prefazione de Il caso Ellen West ora edito da Einaudi si legge che lei «considerava esasperante l’analisi, ma anche l’unico mezzo che possa tirarla fuori dal baratro nel quale è precipitata»…

Come è noto nel 1920 la West iniziò con molte speranze un trattamento analitico con Victor von Gebsattel (che più tardi avrebbe aderito alla filosofia di Heidegger). Purtroppo, dopo pochi mesi costui andò incontro ad una crisi mistica: interruppe l’analisi e portò la sua paziente con sé ai sermoni del suo predicatore. La West, mostrando in questo segni di notevole equilibrio mentale, non gradì ed iniziò una seconda analisi, con un analista che le spiegava tutto con «l’erotismo anale». Quando la West ha una crisi durante le vacanze del suo medico, il marito la convince a farsi ricoverare nella Clinica di Binswanger. Arriviamo così al gennaio del 1921: Binswanger evita ogni rapporto profondo con Ellen ma suona spesso il violino insieme al marito di lei, Karl. Anche se qualche miglioramento c’è il marito continua a dire che lei dovrebbe “porre fine alle proprie sofferenze”. Mossa finale: Binswanger invita per un consulto decisivo il professor Hoche che l’anno prima aveva pubblicato un bestseller sulla necessità di eliminare «vite indegne di essere vissute». Solo dopo Ellen crolla e Binswanger e marito decretano l’incurabilità della paziente. Quando viene dimessa nel marzo 1921, Binswanger “sa” che si suiciderà. In effetti, Ellen prende i barbiturici – avuti da chi? – e lo fa in presenza del marito. Per proteggerlo giuridicamente, lascia per iscritto che lui non ne sapeva niente.

Raccontato cosi, sembra un’istigazione al suicidio…

Ciò che colpisce è che da parte di questi medici non c’è stata essuna autocritica, solo un freddo dire: era incurabile. Nei suoi diari, Binswanger non nomina Ellen, nemmeno una volta.

Nella lettera che Binswanger scrisse a Karl West dopo il suicidio di Ellen, lo psichiatra arriva a dirsi sollevato. Poi , molti anni dopo , nel 1944, scrive il famoso saggio, in cui sostiene che suicidandosi Ellen West avrebbe realizzato il suo Dasein. Quale influenza ha avuto su di lui il pensiero di Heidegger?

Il contatto con la filosofia di Heidegger gli permise di rileggere ciò che era stata un’allucinante negazione della sua impotenza umana e professionale, come necessità esistenziale e autorealizzazione del malato. Ellen era «nata per la morte». Hirschmüller sospetta che fosse il tentativo binswangheriano di discolparsi di un altro suicidio, quello del figlio maggiore nel 1928. Ciò che colpisce sono però i tempi. Binswanger concepisce questo saggio su una sua paziente ebrea a partire dal 1941-42 quando la Germania nazista che sembra ancora vittoriosa, ha già iniziato lo sterminio degli ebrei. E’ solo cattivo gusto o sotto c’è una micidiale connivenza con il nazismo, mediata dal pensiero di Heidegger? E qui torniamo all’articolo di Repubblica firmato da Citati: mi preoccupa che tramite la glorificazione del suicidio e di Binswanger si voglia proporre di nuovo il pensiero di Heidegger le cui responsabilità di pensatore nel nazismo sono ormai ben note.

IL LIBRO . Il medico e il filosofo

Dopo l’edizione SE uscita nel 2002, ora Einaudi propone una nuova edizione de Il caso Ellen West dello psichiatra Ludwig Binswanger (Kreuzlingen 1881-1966). Al centro, la storia di una giovane donna ebrea che nel 1921 si tolse la vita dopo aver tentato di curarsi con vari tentativi di analisi. L’ultimo fu appunto con il fondatore della Dasainsanalyse, Binswanger che poi considerò quel caso paradigmatico del suo fare psichiatria. Ma chi era la donna che lo psichiatra svizzero chiamò Ellen West sulla scorta di Rebekka West di Rosmersholm di Ibsen?

Studentessa modello, brillante, Ellen ebbe un primo crollo nel 1907, “probabilmente durante un viaggio in Italia, ma le sue cause ci sono ignote” scrive Albrecht Hirshmuller. Ma già da tempo nei diari “dava segni di una personalità premorbosa”. Poi anni di disturbi alimentari e autodistruzione. Con idee esplicitamente suicide. Nonostante tutto questo e altri segni di grave patologia mentale, Binswanger scrisse che con il suicidio Ellen realizzava se stessa. Il consenso alla dimissione della paziente che voleva morire, da parte sua, fu “un segno di ammirazione e di rispetto” chiosa il curatore de Il caso Ellen West Stefano Mistura, senza rilevare la violenza insita in quella “ammirazione”. E aggiunge: “Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Heidegger, Binwanger considerva il suicidio un atto di libertà estrema”. Anche quello di una malata di mente. E’ stato scritto da eminenti psichiatri che Heidegger stesso, filosofo di riferimento della Daseinsanalyse era affetto da una particolare forma di schizofrenia. Come è possibile, viene da chiedersi, che Binswanger abbia fatto riferimento all’autore di Essere e tempo, al teorico dell'”essere per la morte”, cioè per l’annullamento e l’eliminazione dell’altro, per comprendere la schizofrenia, ritenendo così di dare una fondazione rigorosa alla psichiatria? Ciò che ci appare evidente è che per questa via Binswanger finì per pensare che la malattia fosse la vita stessa e che la cura della malattia fosse la morte. s.m.

da left-avvenimenti 2011

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Per una storia laica d’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 19, 2010

di Simona Maggiorelli

Gian Mario Cazzaniga

Gian Mario Cazzaniga

Professor  Cazzaniga, di recente  Huntington ha rinfocolato l’idea di uno scontro fra Oriente e Occidente. Da Annali 25 esoterismo Einaudi   emerge invece l’immagine di una comunicazione carsica con filoni culturali che, nei secoli, hanno attraversato Oriente e Occidente. In correnti esoteriche si trovano elementi di multiculturalismo?
Direi di più. Riscopriamo che la nostra storia europea ha radici nel Mediterraneo. Che non vuol dire semplicemente la Grecia, ma un’area più ampia che va dall’Egitto alla Persia. L’intreccio di cultura, religione, usanze dell’esoterismo ha origine nel mondo ellenistico ma la sua presenza sotterranea risorge in diversi periodi della storia europea. Insomma l’idea di una Grecia che nasce da se stessa, come per una sorta di miracolo  – tesi che permette di svalutare le sue origini orientali – non è fondata e oggi è largamente messa in discussione.
Il cristianesimo ha combattuto l’esoterismo. Fra i motivi di quella che lei chiama un’«incompatibilità totale» c’è l’idea cristiana di peccato originale?
Schematizzando, un nucleo duro dell’esoterismo consiste nell’idea di miglioramento di se stessi. Un processo di crescita interiore che spetta al singolo individuo. Una trasmissione di culture che vive di auto perfezionamento tende a mettere in discussione la presunta corruzione del genere umano derivante da un peccato originale e mette in crisi la funzione della Chiesa di trasmissione della verità rivelata.
E i cristiani risposero con violenza. Basta pensare a come i parabolani, nell’Alessandria d’Egitto del IV secolo, dilaniarono Ipazia, filosofa  neoplatonica.

La durezza delle confessioni cristiane è evidente fin dall’inizio. Va detto anche che i cristiani delle origini che interiorizzarono elementi e pratiche esoteriche non mostrarono maggiore tolleranza. Giacobiti e  nestoriani ebbero un atteggiamento più blando ma solo perché, non avendo potere politico, cercavano di essere tollerati. La Chiesa ortodossa, per quanto divisa al suo interno, ha espresso molte forme di intolleranza. Dunque una cosa è comprendere elementi di esoterismo, un’altra è essere tolleranti. I monoteisti in genere sono intolleranti.
Perché la Chiesa ha usato tanta ferocia con Giordano Bruno arso vivo nel 1600?
Nell’Accademia Platonica ispirata da Gemisto Pletone che trasmetteva la tradizione esoterica neoplatonica, e con pensatori come Cusano,  Ficino e  Pico della Mirandola, c’era stato un incontro fra culture. Dopo la Controriforma questo non fu più possibile. Prima, forse, Bruno avrebbe potuto essere, non dico condiviso, ma tollerato. Con Riforma e Controriforma tutto si chiude. Qui dovremmo parlare dei contenuti di Bruno. Per brevità mi limito a dire che per la Chiesa del Seicento chi va oltre certi limiti culturali e intellettuali è morto.

Indagando perché un pensiero laico in Italia non è mai stato egemone,  ricorda che Gentile, Croce e Gramsci avversarono ogni forma di pensiero magico ed esoterico, cosa unì intellettuali così diversi?
Con Jean-Pierre Vernant direi che l’idea di uno Stato moderno come una forma di immanentizzazione del cristianesimo è comune a tutti i filoni che si rifanno a Hegel e al neohegelismo. Io ho sempre visto nel marxismo italiano la sinistra dei neohegeliani. Detto questo è evidente che dal punto di vista etico-politico i tre erano ben diversi. Basta dire che mentre Gentile comandava Gramsci finì in galera. Ma se parliamo di storia delle idee le cose si complicano. L’uguaglianza come tema fondamentale, intesa anche come uguaglianza di fronte alla legge nello Stato moderno, trova anche nell’esoterismo uno dei suoi filoni culturali alti. Ma Gramsci, per esempio, non c’entra  con questa storia. Vi troviamo piuttosto Raffaele Pettazzoni ed Ernesto De Martino impegnati nel partito socialista e comunista. Dunque personaggi di sinistra, ma che in quell’ambito non furono mai ben visti.
Perché il Pci considerò residuale la ricerca di Ernesto De Martino?
De Martino risultava ostico al Pci proponendo un mondo culturale diverso da quello in cui la cultura marxista si riconosceva. Inoltre era stato attivo in società di parapsicologia che tendevano a leggere tutta una serie di fenomeni con i criteri con cui i biologi e medici studiano lo specifico umano. E poi va ricordato che faccende che oggi attribuiamo alla superstizione, come elemento marginale e popolare, hanno avuto un approccio scientista e positivista. Ad esempio lo spiritismo: per noi chi comunica con i morti facendo ballare i tavolini è uno strano o un matto. Andando a vedere le basi filosofiche scopriamo che gli spiritisti erano convinti di  combattere la superstizione delle chiese cristiane con metodi di rilevazione scientifica. Non a caso incontriamo spiritisti in correnti di carattere repubblicano-socialista. La mia è una constatazione. Toccherà agli scienziati valutare quelle correnti, io rilevo che non rientrano nella categoria irrazionalista come comunemente la si intende. Semmai furono rami secchi della medicina.

Con tematiche come la  “crisi della presenza”, Ernesto  De Martino indagava le dinamiche di incontro-scontro fra culture, non astrattamente ma anche dal punto di vista del rapporto psichico più profondo fra persone. Il positivismo della tradizione marxista rese cieco il Pci?
Indubbiamente nella storia del comunismo marxista c’è stata una scarsa sensibilità verso questi temi. Il Pci ha avuto sempre un atteggiamento di diffidenza tenendosi a distanza. O meglio, detto un po’ rozzamente, sulle questioni scientifiche ha sempre preferito stare con la verità scientifica del momento. Riteneva di avere già  abbastanza guai  su altre questioni per occuparsene.

Dall’altra parte c’è chi ha parlato di radici esoteriche del nazismo. Che ne pensa?
Conosco la letteratura, ma non sono uno specialista. A me pare sia stata gonfiata la presenza di elementi esoterici nel fascismo e nel nazismo. Certo, esistevano filoni culturali di questo tipo, ma non hanno mai caratterizzato la linea che ha vinto. Non c’è dubbio che il fascista Evola volesse una resurrezione di una cultura romana, neopagana, contro una cultura monoteista ebraico-cattolica. Ma era isolato, non contava nulla. Semmai un richiamo a tematiche esoteriche lo troviamo in filoni neofascisti del secondo dopo guerra.

E Jung che teorizzò l’inconscio ariano?

è certo che Jung ebbe simpatia per il nazismo. E l’essere convinto che nel profondo dello psichico umano ci siano una serie di archetipi, simboli, che giocano poi diversamente a seconda delle tradizioni culturali richiama alcuni filoni esoteristi. Più che di razzismo biologico qui parliamo di razzismo culturale, per cui la razza, pur partendo dalla biologia, sarebbe una sedimentazione di esperienze culturali e di approcci simbolici trasmessi di generazione in generazione.

Un razzismo anche più vischioso…
Senza dubbio. Perché la versione biologica del razzismo o l’accetti o la respingi, quella culturale è molto più borderline e ha molteplici aspetti non sempre così  facili da afferrare e da distinguere.

Parlando di esoterismo al giorno d’oggi lei accenna anche alla moda delle consulenza filosofica. Siamo alla new age?
No, si tratta piuttosto di un filone che nasce in Germania con radici neoaristoteliche (facendo proprio il concetto di vita buona in senso aristotelico). Ora la consulenza filosofica si è messa sul mercato. In fabbrica i i consulenti filosofici cominciano ad essere assunti dalle divisioni che si occupano di personale.

Un suo giudizio da filosofo?
Non appartengo a nessuna istituzione religiosa. Come diffido della cura delle anime dei preti, diffido anche delle cura delle anime dei filosofi.

da left-avvenimenti

da left avvenimenti del 23 luglio 2010

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I pronipoti di Cartesio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

I neuroscienziati s’interrogano su mente- corpo e sul libero arbitrio. Ma se per loro il cervello  è una macchina, dov’è  l’autonomia di scelta?

di Simona Maggiorelli

Il libro Che cosa sono io.(Garzanti) il neurologo dell’università di Zurigo Arnaldo Benini traccia un quadro articolato e, per molti versi anche critico, degli assunti delle neuroscienze. Per esempio, con il Nobel Eric Kandel, registra i rischi di «riduzionismo». E con il filosofo Daniel Dennett, considera il fatto che se i neuroscienziati «non avvertono i limiti del loro lavoro corrono il rischio non solo di porsi le domande sbagliate ma anche di interpretare in modo scorretto i risultati degli esperimenti». Ma non solo. «Le neuroscienze – scrive Benini – descrivono per esempio come uno stimolo luminoso raggiunge la corteccia cerebrale visiva ma non spiegano, neppure in maniera approssimativa, come lo stimolo diventi cosciente. Identificano quali aree del cervello sono attive quando si è indignati o bendisposti ma la realtà di quegli stati d’animo e le cause rimangono oscure». Di fatto, mentre una parte delle neuroscienze oggi propone un approccio euristico all’attività mentale, vista in modo globale e non solo in termini meccanicistici, l’ala che sembra andare per la maggiore sui media è, invece, quella di radice positivista e ottocentesca che cerca le cosiddette locazioni, ovvero le aree del cervello presunte sedi delle nostre emozioni .
Prof. Benini, a partire da Cartesio le neuroscienze, in modo riduzionistico, tentano una spiegazione del rapporto mente-corpo e di quello connesso del libero arbitrio. Con quali risultati?
La risposta delle neuroscienze cognitive è semplice nella formulazione e tremendamente complicata nella realtà. Per esse la res extensa, cioè i corpi, compreso quello umano e il cervello, e la res cogitans, cioè la mente, sono organizzazioni diverse della stessa materia. Se il dualismo cartesiano spiegava la differenza fra attività mentale e mondo fisico come regioni ontologiche diverse, lasciava insoluto il problema di come le due regioni entrassero in contatto. Cartesio rispose alla domanda nel modo speculativo prenaturalistico: la regione dell’incontro nel cervello deve essere senza duplicato, perché una e una sola è la res cogitans, che per lui era l’anima. Credette di aver trovato la soluzione nella piccola ghiandola pineale, unica e posta nel mezzo del cervello. Lì anima e corpo si incontrano, lì il corpo trasmette all’anima le sensazioni degli organi di senso. Dio era il creatore e il garante del funzionamento dell’ingegnoso meccanismo.
Ma per Cartesio l’anima, propria degli uomini e degli angeli, non era soggetta alle leggi di natura…
E non era il prodotto del meccanismo deterministico del grande orologio che era il corpo (che, come Gurdulù nel Cavaliere inesistente di Calvino, non sapeva di esserci). Essa era la matrice del pensiero, libera da ogni condizionamento e immortale (sapeva di esserci, come il cavaliere del racconto, ma dov’era mai?). La libertà della mente comporta la responsabilità di ciò che si fa. L’etica ancora oggi si basa sul principio che l’uomo, essendo libero di scegliere, è responsabile. Ciò è possibile solo nel contesto del dualismo che considera la mente libera da ogni condizionamento. Le neuroscienze, avendo ridotto l’anima alla materia del cervello, hanno risolto il problema del rapporto fra mente e corpo ma pongono un dilemma: com’è possibile che il cervello, macchina che lavora elettrochimicamente, produca l’immaterialità della “vita spirituale”? Se la mente è il prodotto di una macchina l’uomo è responsabile? O non è piuttosto il cervello che decide in base a suoi algoritmi? Il libero arbitrio sarebbe illusione. Non facciamo quel che vogliamo ma vogliamo quel che facciamo.
Tanto che un neurobiologo tedesco ha detto che il libero arbitrio e la responsabilità sono illusioni tenaci, assurde e spesso crudeli.
A commettere delitti sarebbero persone col cervello malato, e più efferato è il delitto, più ammalato e più bisognoso di cure – e non di prigione – è il cervello. Pur non avendo alcun dubbio sull’origine materiale della vita mentale, andrei cauto a prendere posizioni così radicali. In realtà oggi, pur avendo a disposizione una mole immensa di dati, non abbiamo alcuna idea di cosa la coscienza (o meglio, l’autocoscienza) sia e come essa venga prodotta dalla materia gelatinosa del cervello. Riusciremo mai a capirlo? Il dubbio è lecito, se è vero che le neuroscienze sono il prodotto del lavoro dei meccanismi cognitivi del cervello che, oltre a studiare il mondo, cercano di capire se stessi. Non è certo che una tale circolarità di cervello, che indaga ed è indagato, possa riuscire. Oggi c’è chi pensa che la memoria sia dovuta alle sinapsi che collegano i neuroni. L’ipotesi è avvalorata da molti dati. Ma come spiegare che alcune sinapsi conservano il ricordo di mia madre che faceva una spettacolosa marmellata e altre l’elenco dei verbi irregolari inglesi? È probabile che l’autocoscienza e anche il problema di quanto l’arbitrio sia libero, siano destinati a rimanere senza risposta.
Lei dice che la poesia non obbedisce a uno scopo evoluzionistico come attività umana priva di fine utilitaristico e di sopravvivenza. Non crede che la dimensione estetica sia un modo con cui si manifesta la nostra dimensione irrazionale e non cosciente, che anche le neuroscienze dicono essere preponderante nelle nostre scelte?
Perché poesia, musica e pittura dovrebbero essere l’espressione della dimensione irrazionale e non cosciente dell’uomo? La musica esprime ciò che dell’animo umano è inesprimibile a parole, ma siamo ben consapevoli di quel che proviamo ascoltandola. Quello stato d’animo può diventare una parte essenziale della vita. Quel che sembra preponderante nelle scelte è il momento affettivo ed emotivo, prodotto del protocervello, del sistema libico. La ragione, cioè le aree prefrontali, interverrebbero per razionalizzare la scelta. L’autocoscienza, che è capacità solo dell’uomo, cioè del suo cervello, di porre sé stesso a oggetto della propria riflessione, ha indagato e poi capito che dentro di sé si muovono momenti inconsci. Qual è il meccanismo di partenza? Recenti studi sembrano dimostrare che il cervello si mette in attività ben 10 secondi prima del momento in cui la nostra autocoscienza crede di avere fatto essa, autonomamente, una scelta. Anche qui occorre arrendersi all’impossibilità di capire i meccanismi fondamentali dell’autocoscienza. Già uno dei fondatori della neuroscienze proclamava, nell’Ottocento, che circa il problema mente-cervello noi ignorabimus.

La mente in festival

Dopo le presentazioni del libro Che cosa sono io  (Garzanti) al Salone del libro di Torino e al Caffè letterario di Ravenna, altri appuntamenti attendono Arnaldo Benini in autunno. Nel frattempo, a luglio, il filo del dibattito pubblico sulle neuroscienze, con Edoardo Boncinelli, passa per il Ravello festival 2010, dedicato alla follia. E per il Festival della mente di Sarzana dal 3 al 5 settembre. Ma di neuroscienze si parlerà anche a margine del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, che per il suo decennale ha scelto la dea bendata come immagine guida. è la “fortuna”, infatti, la parola chiave della prossima edizione in programma dal 17 al 19 settembre. Il festival, che lo scorso anno ha registrato oltre 150mila presenze, vedrà  tra i protagonisti Roberto Esposito, Massimo Cacciari,  Carlo Galli, Salvatore Natoli, Michela Marzano, Piero Coda, Marcello Veneziani, Sergio Givone, Enzo Bianchi, Elena Esposito e Remo Bodei, supervisore scientifico del festival. Molti anche i filosofi stranieri, da ogni parte del mondo: tra loro, i francesi Jean-Luc Nancy, Jean Pierre Dupuy, Francois Jullien e Marc Augé, i tedeschi Peter Sloterdijk, Jürgen Moltmann e Gerd Gigerenzer, l’americano Niles Eldredge e due sociologi che hanno trovato asilo in Gran Bretagna: il polacco Zygmunt Bauman e l’ungherese Frank Furedi.

Simona Maggiorelli

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Frontiera transgender

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 3, 2009

di Simona Maggiorelli

Perché la transessualità è diventata un fenomeno così attraente e con un mercato così florido oggi in Italia?». Si chiede il vicedirettore de La Repubblica Massimo Giannini sulla web tv del quotidiano fondato da Scalfari. Domanda che non nasce solo dai fatti di cronaca che hanno portato alla luce relazioni pericolose fra personaggi della politica, prostituzione e droga. Ma anche dalla constatazione delle centinaia e centinaia di annunci che ogni giorno campeggiano su internet e che riguardano il mercato della prostituzione trans. Ma accanto all’attenzione che i media più democratici giustamente dedicano al tema dei diritti civili dei trans e a quella legittimazione del personaggio Vladimir Luxuria che – per dirla con Filippo Ceccarelli – «è stata inverata in quel laboratorio di consenso che sono i reality» assistiamo anche a un fenomeno culturale, che in Italia (diversamente da Paesi come la Francia o gli Stati Uniti) è ancora di nicchia e riguarda l’incontro fra le “nuove frontiere” del femminismo e la galassia transgender; un intreccio di cui si è fatto bandiera in passato il quotidiano Liberazione e oggi il quotidiano diretto da Piero Sansonetti, proponendo l’universo queer come avanguardia di un nuovo pensiero di sinistra. Un fenomeno che riguarda piccole testate, si dirà, ma che ha alle spalle la forza di iniziative che raccolgono un largo pubblico come la rassegna Gender Bender, nata per iniziativa di una delle realtà gay più forti e radicate, il Cassero di Bologna.

Un colpo di grazia sferrato da un’energica “karateka” dal piede laccato di rosa è l’immagine guida della settima edizione di questa kermesse internazionale che – recita il programma – «presenta i prodotti della cultura contemporanea, legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale». Così, dal 3 al 7 novembre, negli spazi del Cassero, cinema danza e teatro, performance, mostre e installazioni di arti visive, ma anche una ridda di incontri e convegni per aprire una finestra su quella che il gay lesbian center emiliano definisce l’umanità prossima ventura, quella più aperta, più emancipata. «Realizzando percorsi di senso inediti tra fenomeni culturali e comunicativi apparentemente lontani e contraddittori – spiegano gli organizzatori – ci proponiamo di andare oltre le norme e gli stereotipi del maschile e del femminile, per raccontare le trasformazioni divenute parte integrante del nostro immaginario». Le immagini scelte per illustrare il programma propongono patinati scatti di incontri lesbo e omosex, messinscene en travesti e variopinte performance trans, ma anche immagini choc come quella che era stata scelta a simbolo dell’edizione 2008: una donna travestita da uomo che assomiglia sinistramente a Hitler.

Per rispondere a questa congiuntura politica che ha portato escort e trans alla ribalta, la scelta tematica dell’edizione di quest’anno riguarderà, invece, «le molteplici letture che ruotano attorno all’identità femminile contemporanea». Nel mirino di Gender Bender 2009, insomma, c’è in primis l’immagine della donna proposta dai media e che in Italia appare quanto mai «schiacciata su due dimensioni altrettanto riduttive: da una parte corpo rappresentato come una merce di seduzione e di scambio economico, dall’altra vittima senza parola». Quella che parte dal Cassero, dunque, vuole essere una dichiarazione di guerra per la definitiva rottamazione di tutte le stereotipie e delle figure ipostatizzate in cui si è cercato di rinchiudere la donna. Quanto mai auspicata e auspicabile dopo secoli e secoli di condanna del desiderio della donna, di cancellazione del corpo e di negazione dell’identità femminile contro la quale logos occidentale e Chiesa, in alleanza, sono andati con armi al napalm.

Ma il mezzo scelto per compiere questa storica rivoluzione lascia più di qualche dubbio. Almeno in chi scrive. Può il “gioioso” naufragare in identità multiple, in transito fra maschile femminile, essere davvero pensiero nuovo, progressista e rivoluzionario? Rilanciando ad altri, più esperti, il compito di andare a fondo nel descrivere lo specifico della sessualità umana, noi qui ci limitiamo a notare macroscopicamente che dietro la “cultura” del transgender torna, estremizzata, certa annosa confusione sessantottina, un pensiero contraddittorio, antiscientifico e antidentitario che ha già fatto abbastanza danno alla Sinistra, senza contare che, negli ultimi quarant’anni, è stato messo radicalmente in discussione da nuove scoperte nell’ambito della psichiatria e sul funzionamento della mente umana.

Così nell’elogio dell’indifferenziato proposto dai teorici del transgender, echi del modello Cohn-Bendit si mescolano ai discorsi sul corpo di Foucault allievo di Heidegger (per l’autore di Essere e tempo, val la pena di ricordare, non esiste un universale dell’uomo, esiste solo una frantumazione delle pratiche). Quella proposta dal transgender ci appare, al fondo, come l’ultima frontiera del pensiero debole e postmoderno. Pensatrici femministe come Judith Butler stigmatizzano qualsiasi affermazione che riguardi l’identità sessuata degli esseri umani come «residuo di essenzialismo identitario», mentre giovani filosofe in ascesa come Michela Marzano (che Nouvel Observateur include fra i cinquanta pensatori più influenti di Francia e attesissima per una lectio magistralis a Gender Bender) affida a libri come Straniero nel corpo. Le passioni e gli intrighi della ragione (Giuffré) e al monumentale Dictionnaire du corps, pubblicato nel 2006 per i tipi delle Presses Universitaires de France, le sue riflessioni,  a sostegno dellle tesi foucultiane e a latere del transgender.

Su un punto tutti gli ospiti del Cassero sembrano essere d’accordo: il rapporto di desiderio, irrazionale, dialettico, fra due identità diverse di uomo e di donna è un fardello da cui liberarsi. E torna a occhieggiare l’idea lacaniana che l’oggetto del desiderio e la sua soddisfazione non possano esistere. Mentre con Freud si celebrano le forme “inevitabilmente” polimorfe della sessualità. Dagli epigoni di Foucault, poi, un invito a fare buio sull’identità sessuata di ciascuno di noi. E la domanda torna insistente: può un pensiero di questo tipo dirsi una ricerca progressista e d’avanguardia sulla realtà più profonda dell’essere umano?

da left-avvenimenti Italia borderline del 30 ottobre 2009

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Ignazio Marino, la partita è ancora aperta

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Luca Bonaccorsi e Simona Maggiorelli

Ignazio Marino

Ignazio Marino

Da medico ha permesso di fare chiarezza sul caso Englaro. Poi politicamente era inciampato sulla “questione morale” dello stupratore romano. Ma il chirurgo “americano”, il cattolico laicissimo, non si è scoraggiato e ha continuato a battersi. E non dà segni di voler cedere il passo.
Bersani oggi sembra avere la vittoria in tasca. La struttura del vecchio Pci sembra reggere e l’Opa sulla Margherita, l’operazione Pd, riuscire. Che segretario crede sarà?
Fossi in lui non sarei così sicuro. Il 25 ottobre, col voto alle primarie, il risultato potrebbe sorprendere. Bersani è vincente su 300mila votanti nei circoli. Non ci vuole uno scienziato per dire che i 4 milioni di persone, che mi auguro voteranno alle primarie, potrebbero esprimere un voto diverso. Comunque, se dovesse vincere speriamo faccia un partito inclusivo e non solo di una parte. Spero che pensi a un Pd laico, democratico e di sinistra. Che attragga le forze laiche che vogliono un Paese moderno.

I sondaggi la danno terzo. In tempi di “voto utile”, perché dovrebbero scegliere lei?
Perché sono l’unico che può dire dei sì e dei no. Chiari. Ed è importante perché il Pd deve avere un’identità. Pensate alla recente questione dei respingimenti in mare: il Pd rispose con tre posizioni diverse. Ma come fa un elettore a capire “cosa” vota, così? Noi siamo chiari e netti: no al nucleare, sì alle rinnovabili, no ai respingimenti, sì alle unioni civili, eccetera.
Se vince Bersani usciranno dal Pd i cattolici integralisti alla Binetti/Rutelli per formare un nuovo centro?
Non credo. Sono io quello incompatibile con personaggi come la Binetti, che ha già annunciato la sua uscita nel caso vincessi. Non ha mai detto che lascierebbe il Pd con Bersani. Comunione e liberazione ha appoggiato spesso Bersani, mai il sottoscritto. Bersani ha dalla sua gente come Letta che sul biotestamento vota con Berlusconi.
Cosa pensa del “grande centro cattolico” di Casini?
Non disturberebbe il Pd di Bersani che ha una visione anni 80, quella in cui le segreterie dei partiti fanno accordi e alleanze sulla testa degli elettori. Io immagino un Pd grande e aperto. In queste settimane ho incontrato un numero incredibile di persone che mi hanno detto: «Ero dell’Idv o socialista o repubblicano, mi sono iscritto al Pd per sostenerla». Lo fanno per la mia visione laica dello Stato. Il partito che immagino porta dentro di sé tutte queste energie e risorse. Io vorrei dentro i Socialisti, i Radicali.

Nella corsa per la segreteria c’è chi ha detto che la laicità “non basta” per dirigere un partito. La sua risposta è stata che la laicità è qualcosa di più ampio.
Conosco il sarcasmo su di me. Ma in questa campagna elettorale sono l’unico che ha sollevato con costanza temi come il diritto di cittadinanza per un bambino che nasce sul suolo italiano, il contratto unico di lavoro a tempo indeterminato con salario minimo garantito, il reddito di disoccupazione, il no al nucleare, la tutela dell’ambiente, la questione delle energie rinnovabili. Tante questioni puntuali su problemi che le persone oggi avvertono come importanti, a partire dal lavoro e dalla crisi economica. La questione della laicità non è il solo tema della nostra mozione. E poi la laicità non è solo un obiettivo, ma un metodo

In che cosa consiste un“metodo laico”?
Metodo laico significa che, quando si affronta un problema, ci si siede tutti intorno a un tavolo con l’idea che non si è portatori della verità. Vuol dire praticare il dubbio, cambiare idea. Dopo la discussione, “laico” significa impegno a sostenere con lealtà la linea che si è decisa insieme. Questo, fino a oggi, nel Pd è mancato.
Nel suo libro appena uscito per Einaudi Nelle tue mani scrive che il progresso della scienza oggi apre una sfida epocale. Ma norme come la legge 40 o il ddl Calabrò sul testamento biologico, in via di approvazione, legano le mani al medico, impedendogli di ricorrere alle terapie che ritiene più opportune.
Un medico oggi si trova ad affrontare sfide che prima non esistevano. Non solo la politica, ma tutta la società deve prepararsi a nuovi interrogativi. Ed è un bene, perché sono legati al fatto che la scienza e la tecnica stanno progredendo in modo straordinario. Rispetto al passato oggi disponiamo di tecniche che ci permettono di curare malattie che, solo quarant’anni fa, ci avrebbero fatto allargare le braccia rassegnati. C’era un solo modo per venire al mondo, si poteva fare poco per una coppia che aveva problemi di infertilità. Pochissimo si poteva fare se una persona smetteva di respirare o smetteva di nutrirsi. Oggi, per fortuna, esistono delle tecnologie che ci permettono di salvare tante vite. L’aspettativa di vita di una donna nata nel 1900 era di 45 anni, quella di una bambina del 2009 è quasi di 85 anni, una differenza straordinaria. Dovremo essere preparati a rispondere agli interrogativi di natura etica che il progresso della tecnica e della scienza ci pongono. Già oggi ci sono quelli che riguardano la ricerca sulle staminali, la possibilità di far nascere un bambino sano da una coppia che abbia delle malattie trasmissibili geneticamente. Sono le sfide intellettuali e culturali della nostra modernità.
Ma un Parlamento può dare delle risposte su questi temi a prescindere da ciò che dicono i medici?
Un Paese può decidere di non darsi una legge su una materia, ma quello che non può fare è darsi una legge che riguarda la scienza e la sanità senza tener conto dell’opinione scientifica e dell’opinione dei medici. Un’ovvietà? Non nel nostro Paese.
«Il dovere del medico – scrive nel nuovo libro – è non accanirsi. Deve sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca sconforto». Ma lei racconta anche di una ragazza anoressica che rifiutava l’alimentazione artificiale. Un caso ovviamente del tutto diverso da quello di Welby e ancor più da quello di Eluana. Che cosa potremmo dire riguardo alla sospensione di terapie in questi tre casi?
Tre casi assolutamente differenti. Piergiorgio Welby, dopo molti anni di assistenza con un respiratore automatico, essendo arrivato a un punto in cui non poteva più nemmeno controllare la tastiera di un computer, dopo aver riflettuto e discusso tanto, dopo aver scritto una lettera al presidente della Repubblica piena di riflessioni profonde, decise di non avvalersi più di una tecnologia che riteneva “sproporzionata”. Anche senel Pd in molti, come Rosy Bindi e Paola Binetti, hanno detto che era eutanasia io penso invece che fosse un caso di libertà di scelta rispetto a una terapia. Una persona deve avere il diritto di scegliere se vuole utilizzare una terapia oppure no, l’esistenza di una tecnologia non deve costituire l’obbligo a usarla, come vorrebbe questo governo di destra con la legge sul biotestamento; una legge che rende obbligatorie idratazione e alimentazione artificiale a tutte le persone che entrano in uno stato di incoscienza. Welby era in una situazione in cui poteva e aveva il diritto di accettare o rifiutare le terapie. Una giovane donna anoressica che rischia di morire perché non si nutre è in una situazione diversa, perché ha un problema di natura psichica che dovrebbe essere affrontato con tutte le risorse possibili, aiutandola a superare la malattia. Qui bisogna usare tutto ciò che la medicina mette a disposizione per convincere la persona a curarsi. Comunque, non credo che una persona debba essere obbligata a una terapia. Per esempio non penso che una persona anoressica o un testimone di Geova che rifiuta una donazione di sangue per motivi religiosi debbano essere curati forzatamente.
Ma per certi casi è previsto il trattamento sanitario obbligatorio. E se Welby non poteva essere curato, e la morte sarebbe comunque sopravvenuta di lì a poco, diverso è il caso della ragazza anoressica che poteva essere curata con una terapia psichiatrica.
Io non sono uno specialista di malattie psichiche e nel libro scrivevo appunto della mia frustrazione di chirurgo, nel non saper aiutare qualcuno che volevo aiutare con tutto me stesso.
La Cei, il papa ed esponenti della Chiesa intervengono quotidianamente nel dibattito pubblico italiano su questioni bioetiche e sulle leggi. Ruini ha più volte ripetuto che la visione dell’uomo espressa dalla religione cattolica è un’antropologia e descrive la verità dell’uomo. Lei da medico cosa ne pensa?
Dal tempo di Galileo abbiamo appreso che tante verità sono relative.Da credente mi sento di dire che c’è una differenza fra la dottrina rivelata, le parole che può aver pronunciato Gesù e l’interpretazione che il mondo scientifico dà della natura; interpretazione che evidentemente evolve sulla base della nostra conoscenza. In altre parole io non credo che costituisca un problema il fatto di ambire a una conoscenza che si sviluppi continuamente. Un passo della prima lettera di San Paolo agli apostoli dice: «Conoscete come sarete conosciuti». Anche nella tradizione cristiana la conoscenza viene indicata per l’umanità come un bene supremo e quindi penso che conoscere di più ciò che ci circonda non debba mai costituire un problema. Semmai il problema può nascere dal modo in cui decidiamo di disporre di quella conoscenza.
Allora prendiamo l’esempio concreto del papa che in Africa scoraggia l’uso del preservativo. In un contesto in cui potrebbe salvare milioni di vite. Come commenta quelle prese di posizione che fanno inorridire i laici?
Non è mio costume commentare le affermazioni del papa. Per me non c’è contraddizione tra scienza e fede. Da medico, per me la risposta a certi quesiti è chiara. Ma capisco anche che nella Chiesa su molte questioni c’è un dibattito aperto.
Eppure gli esempi di contrasto tra scienza e religione abbondano. Prendiamo la disputa sulla natura dell’embrione, se questo sia o no persona. I medici, anche alla luce delle più recenti scoperte psichiatriche e di neonatologia, sanno ormai che solo intorno alla 24esima settimana il feto sviluppa una “possibilità” di vita autonoma, ma che solo alla nascita si attiva il cervello, nasce il pensiero, e si può parlare finalmente di persona. Lei, da medico, cosa ne pensa?
Voi tirate in ballo questioni complesse che riguardano la scienza, la filosofia, la religione e i rapporti tra queste. Direi solo che all’interno della comunità scientifica ci sono ancora posizioni diverse sul tema. Personalmente io non mi sento di immaginare una nuova vita se non c’è nuovo Dna. Per me le cose cambiano dal momento in cui avviene la fusione dei patrimoni genetici.
Ma questo accade prestissimo. Vuol dire di fatto che l’aborto è un omicidio.
Io credo che l’aborto sia sempre un dramma per una donna. E che si debba fare il possibile per evitarlo. Ciò detto, è fuori di dubbio che uno Stato laico deve avere una legge sull’aborto. Io mi sono laureato negli anni 70, prima che fosse legale. Ricordo bene le donne che arrivavano in ospedale distrutte dalle mammane. Non possiamo certo tornare a quelle aberrazioni, la salute delle donne è più importante.

da Left-Avvenimenti 25 settembre 2009

Il nostro diritto di scegliere

Qando aveva 36 anni Ignazio Marino era un chirurgo del centro trapianti di Pittsburgh e aveva 50 medici, infermieri e tecnici da coordinare per rispondere alla disponibilità improvvisa di un organo. «Nei trapianti – spiega Marino – non basta la perizia del chirurgo. Deve funzionare al meglio anche la macchina organizzativa». Ma quella notte del 1991, quando arrivò la telefonata, Marino aveva già molte ore di lavoro sulle spalle e non c’era chi potesse sostituirlo in sala operatoria. «Che fare? – si domandò – Avrei dovuto rinunciare a un organo e alla possibilità di salvare la vita di un paziente?» Così alle quattro decise di far arrivare in ospedale il paziente che, rispetto agli altri, era in condizioni complessive migliori, non sentendosi la forza e la lucidità per casi più complessi. La mattina dopo, ricorda Marino nel suo nuovo libro Nelle tue mani (Einaudi) lo tormentava il pensiero di aver scelto un malato piuttosto che un altro in base a fatti personali. Fu il direttore del Centro trapianti a dirgli: «Ma ti sei visto in faccia? Se tu avessi deciso di operare un paziente grave, in una situazione così complicata, non gli avresti salvato la vita comunque».
Scienza e rapporto con la realtà. Idee chiare e responsabilità di decidere. Queste cose fanno parte ogni giorno del lavoro medico. Nel libro che il senatore del Pd presenta a Torino spiritualità il 27 settembre (in Palazzo Carignano alle 18) di casi in cui un chirurgo si trova necessariamente solo nel decidere ne racconta molti. Interrogandosi su quale sia il confine che, in una terapia, un medico non può comunque valicare. Alla luce della sua esperienza di  chirurgo e dopo due anni di appassionata battaglia a favore di una legge sul biotestamento, oggi Marino ribadisce che «la volontà della persona circa le terapie a cui sottoporsi o meno deve essere rispettata». Salvaguardando il diritto di autoderminazione. Un diritto minacciato dal ddl Calabrò approvato dal Senato e in discussione alla Camera. Un testo di legge che, come ha più volte denunciato, va contro la letteratura scientifica considerando idratazione e alimentazione artificiale come sostegni vitali e non come terapie mediche. Ma forse, avendo a cuore una legge progressista sul biotestamento, il legislatore dovrebbe prestare orecchio anche agli psichiatri che avvertono: bisogna non sottovalutare la possibilità che il rifiuto delle terapie da parte del paziente sia legato a una patologia mentale.

dal quotidiano Terra 25 settembre 2009

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Tempo della coscienza e tempo dell’inconscio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 24, 2009

Intervista allo psichiatra Massimo Fagioli

di Simona Maggiorelli

massimo fagioli

massimo fagioli

Tempo di vita degli animali e degli esseri umani, una differenza profonda. Tra le due cesure forti della nascita e della morte c’è da notare la differenza fra il tempo misurabile della coscienza e il tempo dell’inconscio che fa la qualità della vita degli esseri umani. Ma occorre dare anche uno sguardo alla storia della cultura per rivedere criticamente l’idea di tempo che ha connotato il cristianesimo, la psicoanalisi, il marxismo e l’esistenzialismo. Sul tema del tempo- il primo della triade su cui si appunta la riflessione di questo numero speciale della rivista Il Grandevetro – abbiamo sentito lo psichiatra Massimo Fagioli, che con la scoperta della pulsione di annullamento e della fantasia di sparizione concettualizzata nel suo prio libro Istinto di morte e conoscenza (1971, Nuove edizioni romane, e ora edizioni l’Asino d’oro) e poi con i seminari di analisi collettiva ha rivoluzionato dal punto di vista della teoria e della prassi, il modo di pensare e di fare psichiatria, mettendo al centro della ricerca scientifica la ricerca sull’inconscio, il tema della cura e della possibilità di trasformazione psichica umana.

professor Fagioli che differenza c’è fra il tempo di vita degli esseri umani, degli animali e dei vegetali?

Se ci limitiamo a intendere la domanda in senso positivistico si può dire che dal punto di vista del tempo di vita vi sono variabili nel senso della misurazione mediante anni. Per cui un cane vive vent’anni, un elefante novanta, una tartaruga, credo, anche trecento. Alcune piante possono vivere anche mille anni prima di seccare. Il tempo di vita viene misurato con strumenti, con un sistema artificiale che noi facciamo regolandoci su quello che sono i cicli e quindi con il calendario più o meno cristiano di Gregorio Magno. Se questa domanda, invece, nasconde qualcosa qualcosa di non esplicito, come se ci fosse un tempo diverso fra vegetali, animali e uomo, allora non è questo di cui stiamo parlando, perché in questi casi che abbamo citato il tempo viene misurato sempre nella stessa maniera. Se ci sia una diffrenza fra animali e vegetali, questo esattamente non lo so, perché fra la cellula vegetale e quella animale mettersi a pensare quali possano essere le differenze è difficile, però possiamo fare un discorso sulla biologia umana e su quella animale. Se facciamo un discorso del genere dobbiamo in effetti scoprire un altro tempo, oltre ed al di là di quello razionale, matematico che calcola, misura secondo parametri per cui un anno è fatto di dodici mesi, seguendo certi criteri di misurazione di matematica razionale. Il termine comune per indicare questo altro tipo di tempo è tempo interno. E qui ci può essere utile un discorso: che l’uomo si distingue dagli animali perché sa di dover morire è la balla più grande che possa esistere. Come realtà di tempo interno non è vero affatto. La coscienza, la ragione non ha nessuna sensazione del tempo, deve misurarlo per capire se una cosa dura un’ora o dieci ore. Il tempo interno è direttamente legato all’immagine interna. Finché l’uomo non scopre l’immagine interiore non può pensare il tempo inetrno. Quindi, se l’uomo sa di dover morire, lo sa per questioni statistiche. Siccome vede che tutti , all’incirca, dopo novant’anni muoiono dice: allora morirò anch’io. Ma non perché abbia più o meno capito una cosa di questo genere.

E volendo andare più a fondo che differenza c’è fra tempo inconscio e tempo della coscienza?

Appunto, questo di cui abbiamo detto è tempo razionale nel senso che io lo calcolo con l’orologio: il tempo che mi ci vuole per scendere le scale, andare in strada, fare un chilometro, ritornare eccetera. Mentre quest’altro tipo di tempo che è inconscio- chiamiamolo tempo interno o tempo inconscio- non dà la sensazione perché si lega al discorso del movimento psichico. La ragione non ha movimento. La ragione sposta, registra con i sensi un oggetto che va da un punto all’altro ma è una registrazione, direi, quasi meccanica. più o meno fotografica. per realizzare il movimento bisogna realizzare l’immagine interna e non la figura esterna. Allora si legano movimento, tempo interno e immagine interiore. Ci vogliono tutte e tre queste cose per cui poi uscire da casa non è soltanto calcolare quanto tempo ci vuole per andare da qui a lì. E’ fare qualche cosa, è un movimento dell’organismo.

La sua teoria della nascita come supera il modo di pensare il tempo che hanno avuto alcuni filoni della cultura occidentale come la psicoanalisi, il marxismo el’esitenzialismo?

Direi che che li acchiappa tutti e tre, perché tutto sta nella grande sfida, nel grande coraggio direi, di concepire un inizio. il difetto di esistenzialismo, cristianesimo e anche del marxismo è di non concepire un inizio. Se lo si concepisce allora si trova anche la fine. Tra l’inizio e la fine c’è il discorso del tempo. Il tempo che è un movimento che non può essere sentito, realizzato e pensato finché non si ha il coraggio di realizzare un’immagine. Quindi la nascita è un inizio di realtà psichica. Sappiamo che la cultura, anche quella marxista, e in modo particolare il cristianesimo, esclude in maniera assoluta che ci sia un inizio. Tutto deve essere sempre, in eterno, sempre stato e sempre sarà. All’inizio appunto il cristianesimo concepisce uno spostamento, diciamo pure, dalle nuvolette all’organismo biologico ma non concepisce affatto una realtà psichica e quindi di immagine interiore. E quindi non concepisce un inizio del tempo.

La letteratura psicoanalitica e in particolare Freud ha parlato di una atemporalità dell’inconscio. In che modo deve essere rivista questa concezione?

Deve essere rivista in tutto.  Perché la banalità, la stupidità di Freud è totale. Nel senso che Freud dice che la realtà psichica comincia con il pensiero verbale e dire questo significa affermare che prima di un anno e mezzo due anni di vita non esista realtà psichica. Non esisterebbe mente, non esisterebbe pensiero. Significherebbe dire che il bambino per un anno e mezzo è peggiore di un animale. Non capisco.  Perché forse l’animale un abbozzo- non so se posso chiamarlo pensiero- ma di sensazione o di elaborazione delle percezioni ce l’ha. Freud dice che il bambino non ce l’ha, quindi è completamente fuori da ogni possibilità di discussione perché afferma delle cose che sono assurde anche a rapporto immediato, a buon senso comune.

Anche il marxismo in qualche modo ha parlato di una tensione verso qualcosa di nuovo, di futuro, ha parlato di trasformazione sociale ma ugualmente ha fallito il tema della trasformazione umana, perché?

Esatto. Della storia del fallimento di Marx ne parlo da trent’anni. Marx tentò in ambito filosofico di occuparsi di realtà umana. E dichiara chiaramente nella famosa lettera al padre del 10 novembre 1837 che ha fallito, che non ce l’ha fatta. Andava a finire nella logica hegeliana dello spirito assoluto e quindi abbandonò tutto per occuparsi di rapporti materiali e di realtà e comportamento materiale e con ciò si è fermato a un’idea di “male”. Ecco forse è riuscito- ma non so se realmente l’abbia fatto – a togliersi un po’ dal pensiero  religioso per cui il male è il sadismo e l’aggressivitò violenta di procurare sofferenza fisica agli altri. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello di pensare a un’altra violenza e aggressività che è la negazione e che non è mai stata pensata da Freud. Invece il problema era proprio quello che per occuparsi di realtà psichica bisogna scoprire una violenza, una distruzione che andava ben oltre il discorso del sadismo fisico, della distruzione delle cose materiali, occorreva un rapporto psichico di conoscenza e di sapere.

Dalla rivista Il Grandevetro agosto-settembre 1999

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Dagli scienziati, una lezione ai politici

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009

Scienziati , medici e psichiatri il 19 settembre all’Università Roma Tre presentano in un confronto pubblico le nuove acquisizioni
e scoperte. Utili a chi voglia fare buone leggi

di Simona Maggiorelli

il sogno della farfalla

il sogno della farfalla

Esistenza puramente biologica, vita delle piante e degli animali, vita umana. Realtà completamente diverse dal punto di vista scientifico. Ma in politica, sui media, perfino nei dibattiti culturali, la confusione è somma, a tutto vantaggio dei soliti cattolicissimi crociati per la vita. «Da ricercatori ci siamo accorti che anche fra le discipline che si occupano di questi ambiti c’è poca chiarezza e la ritroviamo poi nelle applicazioni – racconta la biologa Giulia Carpinelli che insieme al biologo Fabio Virgili e all’associazione Amore e psiche ha organizzato il convegno Dall’esistenza alla vita che si svolge il 19 settembre nell’aula magna di Lettere dell’università Roma Tre.

Fuori dai laboratori, invece, ciò che appare più evidente è la grande disinformazione che impera nei media italiani, per cui capita di leggere, su testate come Repubblica o Il Corriere articoli improbabili che discettano sull’attività onirica dei feti di pecora oppure di topi resi schizofrenici per sperimentare psicofarmaci. «La cosa che più colpisce – commenta Carpinelli – è che su questi argomenti ci possa metter bocca il profano e non lo scienziato. Nessuno oserebbe intromettersi in questioni di fisica. Invece su alcuni aspetti di biologia o medicina tutti sono pronti a dire la propria. Poi quando si parla di uomo diventa tutto ancora più complicato». Da dove origina questa situazione? «La scienza è sempre più frammentata – spiega la biologa – perché più specializzata, mancano collegamenti interdisciplinari. E capita che si parli molto dell’ultimo progetto annunciato come di grande importanza per l’uomo, anche se siamo ancora lontani dalla sua realizzazione. Mentre informazioni che possono dare un buon contributo alla comprensione di processi fisiologici e di patologie invece non ricevono adeguata attenzione». Così anche per cominciare a invertire questo processo scienziati e ricercatori di diverse discipline hanno deciso di uscire dai propri laboratori e si sono dati appuntamento all’università Roma Tre, il 19 settembre per un incontro pubblico in cui cominciare a riallacciare i fili di un dialogo interdisciplinare su ciò che caratterizza l’umano e rende la nostra specie assolutamente diversa dalle altre.

Un discorso di chiarezza scientifica che diventa quanto mai urgente in una temperie politico culturale come quella di oggi, intossicata dalle sempre più violente esternazioni del papa che lancia anatemi contro i farmacisti che vendono anticoncezionali pretendendo che il Parlamento italiano faccia leggi contro l’aborto, in difesa dell’embrione e via di questo passo. Anche per questo il convegno di Roma Tre, con il biofisico Pier Luigi Luisi ripercorrerà l’origine della vita sulla terra, a partire dalla materia inanimata (e non per creazione divina) e poi con l’antropologo molecolare Gianfranco Biondi, l’evoluzione dell’homo sapiens dagli ominidi. La neonatologa Gatti, il bioeticista Mori e lo psichiatra Masini, invece, affronteranno in termini specifici le caratteristiche che fanno l’unicità della specie umana. La novità del discorso proposto fa leva in particolare sulle nuove acquisizioni scientifiche riguardo alla trasformazione radicale che avviene alla nascita, quando – come scrive Maurizio Mori nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) «per ognuno di noi comincia il tempo biografico».

«I dati neurobiologici oggi ci permettono di distinguere nettamente lo stato fetale dallo stato neonatale e di chiarire i vari passaggi del cambiamento che scandisce la transizione dall’uno all’altro. La distinzione fra i due stati – spiega la neonatologa Maria Gabriella Gatti – non è mai stata storicamente delineata. Anzi tutt’oggi si cerca di annullarne il significato fondamentale per comprendere l’ontogenesi della vita umana». Sulle pagine di left-Avvenimenti  la neonatologa dell’università di Siena aveva spiegato in altre occasioni che riguardo allo stato fetale non si può parlare di vita umana ma soltanto di esistenza biologica, «perché nell’utero il feto ha solo un accrescimento di organi e di apparati, mentre la vita umana corrisponde all’inizio della vita psichica che avviene alla nascita. Detto in altre parole – aggiunge oggi la professoressa – il cambiamento biologico del feto sottostà alla trasformazione che avviene alla nascita che è legata alla comparsa della vita psichica». Allora ci aveva spiegato anche che il feto non può, per esempio, percepire della musica perché ha una struttura cerebrale immatura e fino alla nascita il suo sistema neurologico risulta deconnesso. Approfondendo quel discorso oggi aggiunge: «è deconnesso dal punto di vista dei neurotrasmettitori ma anche perché ci sono delle sostanze, dei neuromodulatori, che deprimono l’attività cerebrale. In estrema sintesi- conclude la Gatti – le ricerche mediche più nuove, specie quelle sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali, confermano che l’inizio dell’attività psichica è alla nascita e avvalorano l’idea che la stimolazione luminosa sia il fattore  importante nel modificare le proprietà funzionali, locali e sistemiche della realtà biologica del neonato. Ricerca neurobiologica e ricerca psichiatrica trovano qui un punto di convergenza».

E arriviamo così al nocciolo del discorso sull’umano che è specificamente psichiatrico. Il direttore della rivista di psicoterapia e psichiatria Il sogno della farfalla Andrea Masini nel convegno esplorerà con un metodo di indagine nuovo, il pensiero come caratteristica e funzione esclusivamente umana. «Il punto da cui sono partito è che il pensiero non cosciente è ciò che distingue la specie umana da quella animale, che non ce l’ha. Nella mia relazione cercherò di dire che cosa è il pensiero non cosciente e da che cosa possiamo dedurlo». In parole povere? «Fondamentalmente possiamo dedurlo dal bambino e dagli artisti – spiega lo psichiatra – Anche se ovviamente parliamo di due realtà diverse». Nella storia, anche quella più recente, la fantasia del bambino e la creatività dell’artista stentano a essere pienamente riconosciute. Illuministi e razionalisti vecchi e nuovi faticano a riconoscere la potenza del linguaggio non cosciente delle immagini. «Questo mi verrebbe da dire – commenta Masini – per colpa dei filosofi. Ma ancor più per colpa del pensiero religioso. C’è una antitesi inconciliabile fra questa realtà inconscia delle immagini di cui parliamo e il pensiero religioso. Perché la religione non può accettare che il pensiero abbia un’origine biologica e non abbia nulla di trascendente, di sovrannaturale. è stata la religione a negare la realtà di fantasia di immagini del bambino, dell’uomo, della donna e dell’artista». E questo si è tradotto in un deficit della cultura dominante. «Assolutamente sì, bisogna confrontarsi con il pensiero religioso, forti delle conoscenze scientifiche acquisite che ci dicono che la mente umana in nessun modo può essere materia di pertinenza religiosa. è realtà umana. E come tale va studiata, va capita». Farpassare questo messaggio nel dibattito pubblico implica che chi fa ricerca debba assumersi il compito anche di fare divulgazione, di parlare ai non addetti ai lavori, alla politica, come impegno civile. «Penso sia fondamentale in questo momento – sottolinea Masini -. Sia perché in politica ci sono in ballo questioni grosse che possono cambiare la vita delle persone, come la legge sul testamento biologico. Ma più in generale anche per un discorso culturale. L’incontro del 19 settembre è nato anche per incontrare  i politici. La mia speranza è che vengano e che siano disposti a dialogare perché credo che la scienza, in particolare questa ricerca scientifica, possa aggiungere qualcosa di molto nuovo al dibattito politico, dargli delle chiavi di lettura della realtà umana e per le decisioni che ne possono conseguire». Allora perché secondo lei la politica di sinistra, per definizione quella più progressista, si è dimostrata fin qui timorosa, esitante, nel far proprie le scoperte e le acquisizioni della ricerca scientifica? «Perché è tutta concentrata nell’andar d’accordo con il pensiero cattolico, che è sempre più feroce nelle sue espressioni», risponde Masini. La speranza è che prima o poi i politici di sinistra si sveglino rivendicando maggiore laicità delle istituzioni? «Questo è il grande scontro. La nostra ricerca può dare argomenti, sostenere culturalmente e scientificamente questa esigenza di laicità».

«Da parte degli studiosi e dei ricercatori oggi c’è bisogno di dare un’indicazione pubblica – aggiunge il presidente della Consulta di bioetica Maurizio Mori -. Le idee qualche volta hanno bisogno di legittimazione pubblica perché altrimenti non si radicano. Il nostro problema è assumere una dimensione pubblica. Oggi l’università è declinata come istituzione, la tv e la stampa fanno fatica, dovrebbero esserci dei partiti politici con questa funzione ma la situazione dei partiti di sinistra è ancora complicata. Nella società civile – conclude il bioeticista dell’università di Torino – c’è stata un’espansione delle esigenze di laicità su tutta una serie di tematiche. Non così dal punto di vista dei politici chiamati a fare le leggi. E questa è la condanna italiota».

da left-avvenimenti 18 settembre 2009

COSA CI RENDE ESSERI UMANI

Al Festival di Genova, neuroscienziati a confronto sulla domanda delle domande. In Italia,  psichiatria e neonatologia , su questo tema danno un contributo d’avanguardia di Federico Tulli

Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, s tutto raggio senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie.

Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, lo sviluppo e la “morte” del pensiero, con la morte biologica dell’individuo. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi toccano temi affrontati da una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che il settimanale left segue da sempre con attenzione.

Al fstival di Genova sabato 24 ottobre2009, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, racconta le ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer – secondo Seung- appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira al principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, così “curiosamente” i neuroscienziati si affannano a fare il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano questi scatti  con software ricercati. Il risultato finale? Una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci staremmo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro.

Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura».  Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Anche  la lectio magistralisdi Gazzaniga del 25 ottobre prende il titolo dalla sua ultima fatica. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e lo differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Un punto che merita discutere è la tesi di Gazzaniga sull’abilità a imitare che sarebbe  propria dei neonati umani. Abilità che, secondo lo studioso, sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – sottolinea Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza.

Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bambino  non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – parole come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.

GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro

Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: http://www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009

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Maria Gabriella Gatti: «Il feto, un’esistenza senza sogni»

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 24, 2009

foetus_2Nuovi studi convalidano la tesi che i movimenti oculari del feto non sono segno di attività onirica. Intervista alla neonatologa Maria Gabriella Gatti. «In utero la stimolazione vibro-acustica induce solo movimenti riflessi». «I pattern Rem e Nrem sono specifici della specie. Nell’uomo sono diversi rispetto agli animali» di Simona Maggiorelli

Uno studio pubblicato su Child Development sostiene che i ricordi prenderebbero «forma prima della nascita»: un’ipotesi  che, così come è stata rilanciata nei giorni scorsi da Repubblica, sembra fatta apposta per  dare man forte alle crociate antiabortiste di Buttiglione e  alle smanie di un premier in cerca di maquillage d’immagine oltretevere. Per capirne di più sul piano della scienza abbiamo chiesto un commento alla neonatologa dell’Azienda ospedaliera universitaria di Siena, Maria Gabriella Gatti. «Innazitutto – spiega – è necessario un chiarimento terminologico: da una parte abbiamo il “ricordo” e dall’altro il problema di come il ricordo o, più esattamente, la memoria  prende forma. Bisogna tenere presente che per ricordo si intende la possibilità di rievocazione di fatti coscienti. Ora attribuire al feto una coscienza è impossibile in base non solo alle osservazioni cliniche ma anche alle ultime acquisizioni della neuroscienze. In utero i processi neurologici sono prevalentemente sottocorticali mentre la coscienza implica una vita mentale, l’interazione e il collegamento funzionale fra numerose aree corticali e sottocorticali. Quindi non si può usare la parola “ricordo” per la situazione intrauterina, perché il ricordo rimanda inevitabilmente alla coscienza. Va precisato anche che la memoria umana cosciente o non cosciente è un’attività psichica complessa che non si limita a fenomeni neurobiologici o processi che intervengono a livello di riflessi semplici, come l’abituazione, presenti anche negli organismi più elementari. Questi automatismi avvengono senza la presenza di una qualunque forma di pensiero.
Nell’articolo si legge anche che «già a 7 mesi un cucciolo d’uomo riesce a ricordare quali “suoni” provenienti da fuori sono da temere e quali no». Come è possibile se la pancia della madre lo isola e lo protegge?
La stimolazione vibroacustica del feto evoca movimenti riflessi e accelerazioni del battito cardiaco. Le pareti uterine proteggono dal mondo esterno ma alcuni suoni a bassa frequenza raggiungono ugualmente il feto e vengono trasmessi attraverso le vibrazioni ossee. I suoni inducono una reattività riflessa di tipo biologico che sottostà al fenomeno dell’abituazione, a cui accennavamo, il cui scopo primario nel feto non è la memorizzazione ma la difesa di un sistema nervoso immaturo  dal punto di vista morfologico e funzionale.
I ricercatori olandesi che hanno firmato lo studio di Child development parlano di memoria a breve termine nel feto. Di che si tratta?

Le ricerche degli olandesi riguardano specificamente il fenomeno dell’abituazione: usare però tout court abituazione come sinonimo di memoria potrebbe essere semplicistico. Mi sembra che, tra le righe, il neuroscienziato Pergiorgio Strata, intervistato da Elena Dusi su Repubblica suggerisca proprio questo riferendosi all’estrema complessità del sistema della memoria. L’abituazione è la progressiva diminuzione della risposta a uno stimolo ripetuto fino alla sua scomparsa , dovuta alla perdita dell’efficacia funzionale delle sinapsi. Si tratta di un processo sottocorticale difensivo nei confronti di un eccesso di stimoli, presente nel feto nell’ultimo trimestre di gravidanza e nel neonato nei primissimi mesi di vita. La risposta del feto a uno stimolo è un riflesso sia che si fletta una gamba sia che si evochi un allargamento e una chiusura degli arti  come succede nel riflesso di Moro che è una modalità di risposta arcaica senza alcun contenuto emozionale: nell’abituazione c’è una modificazione della biochimica delle sinapsi, tale da inibire la risposta a breve o a lungo termine. Il feto non ha comunque alcuna capacità di localizzare o distinguere uno stimolo da un altro. Varie specie di stimoli possono indurre risposte olistiche e non specifiche. La memoria come processo dinamico, che si avvale di circuiti e reti neuronali di enorme complessità e continuamente variabili, non può identificarsi, come scrive il premio Nobel Gerard Edelmann, con l’abituazione cioè con la  variazione della forza sinaptica.La memoria è un processo di ricreazione psichica che ha inizio a partire dalla nascita quando si hanno reazioni a stimoli specifici e percezioni.

Continuando nella disamina: «Ai primi stimoli il piccolo risponde sempre contraendosi spaventato», si legge ancora su Repubblica. Poi sorriderebbe addirittura. Prima della nascita dire che il feto ha reazioni emotive o percezione del dolore è fare disinformazione scientifica?

La neonatologa Maria Gabriella Gatti

La neonatologa Maria Gabriella Gatti

L’ambiente intrauterino del feto è del tutto diverso da quello in cui si viene a trovare il neonato. L’insieme delle risposte inibitorie è una chiave strategica per la sopravvivenza  del feto. Infatti, in condizioni di stress, i movimenti fetali cessano, diminuisce il voltaggio dell’elettroencefalogramma (Eeg). La funzione cerebrocorticale del feto fino alla maturità si sviluppa in un ambiente che è fisiologicamente inibitorio. Il feto per tutta la gravidanza non raggiunge mai lo stato di veglia neanche come reazione alla diminuzione  di ossigeno nel sangue, stimolazioni sonore intense o a interventi di microchirurgia. Il feto non può avere la percezione del dolore per la presenza di neurormoni o sostanze che contribuiscono a inibire l’attività cerebrale già limitata dalla bassa concetrazione di ossigeno nel sangue per le caratteristiche dell’emoglobina fetale. L’adenosina, il pregnanolone, la prostaglandina D2 prodotti dal cervello fetale e dalla placenta nell’ultimo trimestre di gravidanza sono dei potenti neuroinibitori. Anche l’ossitocina, un ormone che stimola le contrazioni uterine durante il travaglio, potenzia l’effetto inibitorio dei neurotrasmettitori. Nel canale del parto gli stimoli pressori di notevole intensità non producono modificazioni del tracciato elettroencefalografico. Dopo la nascita, registrazioni elettroencefalografiche indicano un intenso flusso di nuove stimolazioni sensoriali. Viene meno l’effetto degli ormoni placentari che in utero inibiscono l’attività neurale.
Gravidanza05Mesi fa, sempre su Repubblica, c’era un  pezzo dal titolo “Così si sogna nella pancia della mamma”. «Alcuni scienziati dell’università di Jena – riportava – sono riusciti a fare un Eeg a un feto di pecora, così è stata registrata un’attività cerebrale che, benché immatura, comprende cicli di sonno e fasi oniriche». Che ne pensa?
Alla ventottesima settimana di gestazione i sistemi sensoriali periferici si connettono al sistema nervoso centrale. Ciò corrisponde a un tracciato elettrico denominato convenzionalmente Rem, espressione in utero della sinaptogenesi. Dopo poco compare l’altro pattern elettroencefalografico detto Nrem in cui prevalgono processi inibitori. Nel feto non si può parlare né di sonno, né di sogno, né di veglia, né di capacità percettiva. Si rischia di dare un significato psichico a fenomeni come le fasi Rem o non Rem che nel feto umano sono solo processi biologici finalizzati alla maturazione e alla differenziazione morfologica e funzionale. I pattern Rem e Nrem sono specie specifici, nell’uomo sono diversi rispetto agli altri primati e differenti da individuo a individuo: la pecora non ha niente a che vedere con l’essere umano.
In conclusione?
La  gravidanza è una fase di sviluppo e di maturazione biologica: solo alla nascita dalla biologia prende forma la realtà psichica, il pensiero che è specificamente umano. Dalla ventiquattresima settimana c’è una possibilità di sopravvivenza del feto per una maturazione cerebrale e degli organi di senso tale da consentire una reattività specifica agli stimoli esterni.
left 29/2009

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