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Avventure di carta

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 5, 2011

di Simona Maggiorelli

Marilyn

Viaggiare con la fantasia, avendo finalmente un po’ di tempo da dedicare ai libri e all’approfondimento. Con l’avvicinarsi delle vacanze arriva anche l’occasione buona per nutrire la mente con buone letture. E se la crisi picchia dura e siete fra quegli italiani (uno su cinque dicono le statistiche) che quest’estate resterà a casa, tanto più vale godersela in poltrona, con un buon romanzo o un saggio illuminante. Ecco dunque un vademecum di proposte per tuffarsi in un limpido mare di storie, di idee, di racconti.

Sulle rotte delle tigri della Malesia. Attenzione, attenzione, le tigri di Mompracem sono tornate. E in chiave decisamente antimperialista. Dopo aver raccontato le gesta del Che e quelle di Zapata, Paco Ignacio Taibo II con il romanzo Ritornano le tigri della Malesia (Marco Tropea) si è messo sulle tracce di Salgari riscrivendo – in omaggio al grande scrittore di cui ricorre il centenario della morte – una delle saghe più famose di Sandokan. In questa spassosa reinvenzione Taibo II ripercorre le lotte di indipendenza del Sud-Est Asiatico dall’oppressore occidentale, viste dalla parte di quei ribelli che la letteratura europea storicamente ha sempre tratteggiato negandone l’identità e la cultura. E sulle tracce di Salgari, in termini biografici, si è messo anche Ernesto Ferrero che per Einaudi ha ripercorso la vita travagliata dello scrittore che “Fin da ragazzo amava disegnare le navi, vascelli alberati, cutter , brigantini e più c’erano alberi e vele e sartie più godeva”, racconta Ferrero nel suo libro Disegnare il vento fra i cinque finalisti del Premio Campiello 2011. Il titolo è mutuato da un autoritratto dello stesso Salgari . “ Di sé diceva che amava disegnare il vento; per lui – aggiunge Ferrero – era un po’ come disegnare la libertà, la forza, la vita. Rendere visibile l’invisibile”. E se poi sarete tentati di riassaggiare il gusto della prosa salgariana che accendeva i nostri pomeriggi d’infanzia Einaudi ha appena ripubblicato l’intero ciclo del Corsaro nero in edizione economica.

Passaggio ad Oriente

Dalla Malesia salgariana al fascino dell’Indonesia, un Paese che conta 240 milioni di islamici, ma che è di fatto una nazione dell’identità poliedrica, complessa, meticcia. Ne ripercorre le molteplici e affascinanti facce – dai quartieri più frenetici e ricchi di Giacarta ad isole sperdute ricche di mitologia – la giovane scrittrice indonesiana Nukila Amal nel romanzo Il drago cala Ibi, uno degli ultimi titoli pubblicati dalla casa editrice Metropoli d’Asia, nata da una costola di Giunti . Da qualche mese Metropoli d’Asia veleggia indipendente nel mercato dell’editoria continuando a proporre freschissimi romanzi e noir che raccontano dall’interno come sta cambiando il Sud-Est Asiatico. Un’altra preziosa guida in questa area del mondo è la casa editrice O barra O che ha appena pubblicato un importante libro testimonianza di Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e coordinatore della Lega nazionale per la democrazia. Nel volume Una vita da dissidente risuona forte e coraggiosa la sua voce contro la la violenza della giunta militare al potere in Birmania. E ancora si può idealmente viaggiare in Asia con il giornalista Claudio Landi, (voce di Radio Radicale e autore della trasmissione “L’ora di Cindia”) che con La nuova via della Seta (O Barra O) ci aiuta a capire i repentini cambiamenti di geopolitica che riguardano quell’ampia zona che va dalla Cina all’India. E ancora: il viaggio può continuare con titoli freschi di stampa come Storia dell’India e dell’Asia del sud (Einaudi) dello storico americano David Ludden , come Il Giappone moderno, una storia politica e sociale (Einaudi) di Elise K. Tipton e, per quanto riguarda la Cina, si può ricorrere alla splendida enciclopedia Einaudi in tre volumi di cui è appena uscita la monografia a cura del sinologo Maurizio Scarpari sulle origini della civiltà cinese. Ma per leggere la storia orientale con occhi nuovi, fuori dal pregiudizio eurocentrico, da non lasciarsi sfuggire è anche l’affascinante e complesso ritratto di Gengis Khan che ha tracciato l’orientalista René Grousset nel libro Il conquistatore del mondo ( Adelphi) ricostruendo l’antico tessuto culturale a cui l’indomabile condottiero mongolo ricorse per ammantare di mistero il proprio regno.

Dopo la rivolta del Medioriente

Percorrendo quelle vie che dall’estremo Oriente, fin dall’antichità, arrivavano in Turkemenistan e in Turchia, arriviamo così – pagina dopo pagina – in una delle zone politicamente più calde del momento: il Medioriente delle rivoluzioni giovanili che chiedono maggiori diritti e democrazia. Accade non di rado che le intuizioni degli scrittori precedano gli eventi. E’ il caso dello scrittore algerino Amara Lakhous, conosciuto in Italia per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, che ora ha deciso di ripubblicare per le Edizioni e/o Un pirata piccolo piccolo, quel suo primo e sorprendente romanzo che negli anni Novanta non trovò un editore in Algeria disposto a pubblicarlo perché giudicato troppo franco ( e per questo pericoloso) nel raccontare il malessere della gioventù algerina delusa dalle false promesse del Fronte di liberazione nazionale. Scritto con piglio sagace, da commedia nera, il libro di Lakhous preconizza le rivolte a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. E’ un coraggioso affondo, invece, nella mancanza di giustizia sociale che attanaglia la Siria il potente romanzo dello scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa. Un libro dal titolo provocatorio, Elogio dell’odio (Bompiani), e che affresca la dura realtà siriana con gli occhi di una giovane studentessa universitaria cresciuta in una famiglia tradizionale e alla ricerca di una via di fuga dalla violenza dei fondamentalisti. Dalla fiction alla cronaca che talora va crudelmente oltre la fantasia. E’ un messaggio di denuncia fortissimo contro la violenza della teocrazia di Ahmadinejad il libro dell’iraniano Arash Hejazi il giovane medico che il 20 giugno del 2009 cercò inutilmente di rianimare Neda colpita a morte dai cecchini del regime durante la rivolta di piazza contro i brogli elettorali. Con il titolo Negli occhi della gazzella il libro (che è uscito in Italia per Piemme), è stato scritto in Inghilterra dove Hejazi vive da rifugiato, anche grazie all’appoggio dello scrittore Paolo Coelho. Da un medico a un altro medico, autore di un libro-testimonianza toccante e di grande peso politico: Parliamo del ginecologo palestinese Izzeldin Abuelaish che nel suo Non odierò (Piemme) racconta l’attacco dell’esercito israeliano alla popolazione civile palestinese. In un raid, non molto tempo fa, hanno perso la vita anche le sue figlie adolescenti. In queste pagine ripercorre le ragioni che lo spingono a continuare il suo lavoro di medico in quelle zone martoriate cercando di contribuire a un futuro di pace. E ancora due libri pensando all’Iraq devastato dalla guerra americana: il viaggio racconto di un giovane scrittore italiano, Luigi Farrauto, in Senza passare per Baghdad (Voland) e , soprattutto, Addio Babilonia, il romanzo scritto negli anni Settanta dallo scrittore iracheno Naim Kattan e ora pubblicato in Italia da Manni, un libro in cui riaffiora tutto il fascino di una città dalla tradizione antichissima, così come era prima che fosse oppressa dal regime di Saddam e dalle guerre. E , prima di voltare pagina, per chi volesse continuare ad approfondire, il nostro consiglio non riguarda un solo libro, ma una intera collana, la nuova RX di Castelvecchi dove di recente sono usciti titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi (con la prefazione di Lucio Caracciolo) e L’età dell’inganno del Nobel egiziano Mohamed El Baradei, sulle minacce nucleari e l’ipocrisia delle nazioni.

Se la letteratura si scopre green

Da un po’ di tempo non è più solo la saggistica ad aiutarci a capire i danni che questo sistema di produzione e di consumo sta producendo al pianeta. Di fatto le tematiche ambientali colpiscono sempre più la fantasia degli scrittori. Grandi e piccoli. Da Ian Mc Ewan che con Solar (Einaudi) ha affrontato il tema di una scienza applicata che non sa affrancarsi dalle pressioni di mercato fino a esordienti di talento come la francese Elisabeth Filhol che nel suo romanzo La centrale, (Fazi editore) con stile affilato e lucido, affronta la minaccia che viene dalle centrali nucleari. Un tema che ha ispirato anche il nostro Francesco Cataluccio che nel romanzo Chernobyl (Sellerio) torna idealmente nella cittadina russa dove avvenne uno dei più grandi disastri nucleari e dove la vita, da quel 26 aprile del 1986 , non è più tornata normale. E ancora, è un romanzo di formazione, che si compie drammaticamente sullo sfondo di una discarica il romanzo Corpi di scarto di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da Edizione Ambiente. Racconta la storia di un ragazzino cresciuto troppo in fretta fra sacchi di immondizia, acqua sporca e cumuli di ferro rugginoso.

Accanto alla letteratura di denuncia, e quasi in parallelo, per fortuna, fiorisce anche quella che ci invita alla scoperta di angoli ancora miracolosamente intonsi del nostro pianeta, come il libro Luoghi selvaggi (Einaudi) dell’alpinista, docente di Cambridge e collaboratore della BBC Robert MacFarlane che ritrovando il piacere che aveva da bambino nel fantasticare sui luoghi selvaggi della letteratura, ha scritto questo avvincente diario dei suoi viaggi dalle isole Skelligs alle vette di Ben Hope, fra Scozia Inghilterra e Irlanda. E’ un viaggio di esplorazione nella giungla africana, alla scoperta di antichi miti e riti di stregoneria invece Spiriti guerrieri, mappa nell’Africa nera (Corbaccio) del giornalista inglese e inviato di guerra Tim Butcher. Infine, passando dietro lo specchio, con un rocambolesco salto dalla realtà all’immaginazione più visionaria, torna un vecchio sciamano della letteratura sudamericana come Alejandro Jodorowsky tracciando ne Il pappagallo dalle sette lingue (Giunti) un alchemico viaggio nel Cile degli anni Quaranta. E se quel vecchio lupo di mare di Jodorowsky ci invita a guardare a un passato magico e onirico, all’opposto, è un salto nel futuro quello che ci invita a compiere il docente di scienze della terra dell’Università della California , Laurence C. Smith, nel volume 2050 (Einaudi) dove indaga come potrà essere la Terra fra quarant’anni, sotto la spinta demografica, del cambiamento climatico e della globalizzazione.

Intanto, per cominciare a vedere i segni di questi cambiamenti nel nostro presente, Adriano Labbucci in un delizioso pamphlet scritto per Donzelli, invita a fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti i portafogli: camminare. Tenendo svegli i cinque sensi, lasciandosi andare, anche se meta come insegnava, da flâneur, Walter Benjamin, lasciando che sia la realtà ad emozionarvi e sorprendervi.Camminare. Una rivoluzione. Promette Labbucci fin dal titolo.

Alla riscoperta del Belpaese

Cammina, cammina, si possono riscoprire le bellezze paesaggiste e artistiche di questa maltratta Italia. Che in barba a cartolarizzazioni e svendite da finanza creativa tremoniana e non, miracolosamente continuano a resistere. Così se quest’estate decideste di calzare un cappello da turista e di avventurarvi fra monumenti e musei avremmo da suggerirvi come suggestivo Baedeker i volumi ( leggerissimi, da portare in tasca) della ottima collana di storia dell’arte “sms” varata da Skira, ma anche l’insolita serie di romanzi brevi ispirati a grandi artisti del passato che sempre Skira ha varato da qualche tempo e in cui si s’incontrano Vita allegra di un genio sventurato, la biografia romanzata di Benvenuto Cellini, carnale e ribollente di passioni, scritta dall’attore Marco Messeri, ma anche il libro, raffinatissimo che Anna Banti dedicò a Lorenzo Lotto e che da tempo era fuori catalogo. Ma anche l’esordio nella narrativa dell’ex soprintendente Pietro Marani che ne Le calze rosa di Salaì immagina Francesco Melzi, allievo di Leonardo da Vinci alla ricerca di un quadro perduto del grande maestro del Rinascimento. E quanto più si apprezzeranno le superstiti bellezze del Belpaese, tanto più si potrà capire l’importanza politica e civile di pamphlet come A che serve Michelangelo?(Einaudi) in cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari denuncia l’uso politico e truffaldino che questo governo di centrodestra ha fatto del nostro patrimonio e di libri come Paesaggio Costituzione cemento (Einaudi) in cui l’ex direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis traccia il quadro drammatico dello scempio che si sta compiendo in Italia.

Quel pasticciaccio brutto del Paese Italia

Mentre l’informazione libera è sempre più sotto attacco in Italia molti giornalisti di vaglia si sono dati a scrivere la storia politica dell’Italia dei nostri giorni, offrendo strumenti indispensabili per ripensare episodi bui della nostra storia. Come ad esempio l’assassinio di Carlo Giuliani da parte dalle forze dell’ordine, dieci anni fa al G8 di Genova di cui sono tornati ad occuparsi Guadagnucci e Agnoletto con il libro L’eclisse della democrazia Feltrinelli, ma anche scrittori e letterati di diversa estrazione ( da Carlotto a Balestrini, da Ravera a Voce) nel volume a più mani Per sempre ragazzo, racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani edito da Marco Tropea. Per provare a capire qualcosa di più nella sciarada dei poteri forti e deviati che- non da ora – intossicano il Belpaese. Scritto con stile avvincente, quasi da romanzo il libro di Fedetico Varese Mafie in movimento (Einaudi) aiuta a capire come il crimine organizzato in Italia stia conquistando nuovi e inaspettati territori. Ma per capire l’oggi delle lobbies segrete e dei comitati affaristici infiltrati nello Stato una lettura importante, per molti versi sconvolgente, è quella del libro di Anna Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi: un libro che ricostruisce i taccuini tenuti minuziosamente dalla parlamentare democristiana che ebbe l’incarico di guidare la commissione di inchiesta sulla P2. Ne escono pagine che parlano senza infingimenti del conivolgimento di personalità di spicco della politica italiana e la Anselmi ebbe il coraggio e l’onestà di non tacere anche quando si trattava di esponenti del suo partito , la Dc. Fatto curioso ma non troppo, i risultati di quella indagine furono praticamente insabbiati e solo oggi quelle importanti carte vedono la luce grazie al coraggio di Chiarelettere. Per i tipi della casa editrice milanese di recente è uscito un altro bel libro che ci invita a rileggere pagine ancora importanti e valorose della nostra storia, come la Resistenza. In concomitanta con l’uscita del pamphlet Indignatevi dell’ex partigiano francese Stephan Hassel (di cui Salani editore ora pubblica anche il nuovo Impegnatevi!) , Chiarelettere ha mandato alle stampe la toccante memoria, Ribellarsi è giusto di un altro ex partigiano oggi ultranovantenne, l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi. Un libro in cui l’ex militante del partito d’azione, nato da una famiglia di origini ebraiche, ripercorre la vicenda che lo portò ad essere ostracizzato dall’università e costretto a far passare le figlie per pazze per salvarle dal lager, ma anche le battaglie poi da magistrato per la ricostruzione dell’Italia, lanciando un messaggio appassionato ai giovani di oggi perché non rinuncino a lottare per un Paese migliore. E come una lettera aperta ai giovani è scritto lo stringente ed essenziale libro di Stefano Rodotà , Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) editore in cui il giurista ripercorre la vicenda di uno Stato italian nato sotto il segno di un forte dibattito sulla laicità e culminato nella scrittura di una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa e che, dopo straordinarie conquiste come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, oggi si vede preda di una politica genuflessa e – per compiacere i diktat vaticani, disposta a fare leggi come quella sul testamento biologico appena passata alla Camera e che lede profondamente i diritti di autodeterminazione dei cittadini. Curiosamente proprio nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia fioccano provvedimenti iniqui e liberticidi. Fare la differenza con le passioni che mossero i nostri avi nel Risorgimento può allora essere un sano choc. Andatevi a vedere per esempio, la bella e romanzesca biografia L’isola e il sogno (Fazi) in cui Paolo Ruffilli ripercorre la breve vita di Ippolito Nievo, giovane avvocato e scrittore colto e appassionato, ma anche militante garibaldino, scomparso ahinoi troppo presto nell’impresa dei mille del 1861 poco prima che fosse proclamata l’Unità d’Italia, ma appassionante – fuori da ogni accento agiografico – è anche la raccolta di ritratti di personaggi messa a punto da Lorenzo del Boca in Risorgimento disonorato (Utet), in cui affiora un mosaico di personaggi straordinari che lottarono per rendere l’Italia indipendente dalla tirannide austriaca, ma anche per liberare il Paese dai tanti “tirannelli austriacanti”. Fra questi s’incontra anche un un patriota di Forlì noto come strozzapreti!

( ha collaborato Federico Tulli)

dal quotidiano Terra 2011

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Editoria. La tentazione del cartello

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Dopo molti anni di crescita costante (anche se lenta) il mercato editoriale italiano nel 2009 segna una significativa battuta di arresto legata, in parte, alla congiuntura di crisi economica che il Paese sta attraversando. Ma a ben guardare, quel meno 4,2 per cento di libri venduti registrato dall’Associazione italiana editori (Aie) rispetto al 2008 potrebbe non essere poi così negativo.
Non si arrabbino gli editori ma scoprire tra le recenti rilevazioni di Nielsen Bookscan che la diffusione della lettura, anche grazie alle iniziative di biblioteche e di nuovi circoli di lettura, è passata dal 44 per cento del 2008 al 45,1 per cento del 2009 risulta incoraggiante; anche in vista del lungo cammino che l’Italia deve percorrere per avvicinarsi, per esempio, a Paesi europei come Francia e Spagna dove la passione per la lettura di libri contagia, rispettivamente, il 60 e il 72 per cento della popolazione. Come sia potuto accadere che in Italia si legga di più nonostante si comprino meno libri è la prima domanda a cui l’ottava edizione di Più libri più liberi tenterà di rispondere. La fiera romana della piccola e media editoria, in programma dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dedica a questo tema un convegno in cui interverranno, tra gli altri, Miria Savioli di Istat e Renata Gorgani de Il Castoro, con l’obiettivo di indagare anche il processo che ha portato i “lettori forti” in un anno dal 13,2 per cento al 15,2 per cento e quelli occasionali (che leggono da uno a tre libri l’anno) dal 47,7 per cento al 44,9. L’analisi di ciò che sta accadendo in Italia a raffronto con il resto d’Europa, infine, viene affrontato il 5 dicembre, in una tavola rotonda organizzata dall’Aie e dall’Osservatorio permanente europeo sulla lettura diretto da Michele Rak dell’università di Siena.

Ma capire come stia cambiando il pubblico dei lettori pur essendo importante non basta per fotografare il momento che sta attraversando l’editoria italiana, segnata com’è da sempre più forti presenze monopolistiche. Anche perché pare già tramontata la fase in cui da una parte c’era il colosso Mondadori con tutta la sua potenza economica e dall’altra una miriade di piccole e medie case editrici indipendenti, forti delle proprie idee. Nel corso degli ultimi due anni il panorama dell’editoria italiana si è fatto assai più ingarbugliato e difficile da leggere. Quel che emerge a occhio nudo è che, stretti nella morsa delle grandi concentrazioni, alcuni marchi prestigiosi della piccola e media editoria hanno cominciato ad ammainare la bandiera dell’indipendenza decidendo di apparentarsi a holding di grandi dimensioni. E se il fatto che la casa editrice Carocci sia entrata nell’orbita de Il Mulino non ha fatto troppo scalpore, (dal momento che si tratta di due case editrici “omogenee” nella scelta di ambito scientifico e universitario) diverso è il caso di uno storico marchio come Bollati Boringhieri e ancor più quello di una casa editrice che fa tendenza come Fazi, entrambe entrate questo autunno nel gruppo Mauri-Spagnol (GeMS). Parliamo in questo caso di una holding che dal 2005 a oggi ha acquisito una lunga fila di marchi: Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio, Vallardi, Tea, Nord, oltreché Ponte alle Grazie e Salani che già erano per metà controllate dalla famiglia Spagnol. Ma GeMs vanta nella sua “scuderia” anche una casa editrice “corsara” e di controinformazione come Chiarelettere (di cui detiene il 49 per cento).

Così, incontrando l’editore Elido Fazi per fare il punto sullo stato di salute della piccola e media editoria in occasione della fiera romana, la domanda sorge inevitabile: che cosa spinge un editore che non ha il bilancio in rosso a cedere il 34 per cento della proprietà a una holding esterna? «Nel mio caso volevo liberarmi di alcune competenze tecniche per concentrarmi di più sulle strategie editoriali, sulla parte più creativa del mio lavoro » confessa Fazi, editore di saggi coraggiosi come Il libro nero della psicoanalisi e di letteratura alta (dal premio Pulitzer, Straut, a Pahor a Manseau), ma anche eclettico saggista (sta scrivendo un libro sul poeta Keats che uscirà in primavera).
«Ma al di là delle mie esigenze personali  la decisione di entrare in GeMS- spiega Fazi – è dettata dal fatto che volevamo un’alleanza con un gruppo editoriale che ci permettesse di mantenere l’autonomia ma al tempo stesso ci fornisse il know how, le competenze necessarie per fare un ulteriore salto di qualità.  Insomma – chiosa l’editore – GeMS ci è sembrato la scelta migliore, è un gruppo estremamente vitale. Da parte nostra siamo cresciuti anche quest’anno. Siamo sani come un pesce». Tanto più allora: perché vendere? «Quando si è in buona salute una quota si vende meglio. è quando si è in difficoltà che si ottiene poco »abbozza l’editore romano che prima di mettersi a fare questo mestiere a quarant’ anni aveva alle spalle anni di lavoro all’Economist. «L’obiettivo – ribadisce – è mantenere l’autonomia all’interno di un gruppo in cui entriamo come uno dei marchi di punta, acquisendo al contempo competenze che in un medio editore sono un po’ scarse».

In un mondo editoriale in cui giganteggiano “majors” che possono controllare tutta la filiera – dalla produzione alla distribuzione, alla vendita – anche per un medio editore può risultare difficile riuscire a raggiungere il proprio pubblico e far sopravvivere i propri titoli al feroce turn over della vetrina. Anche per questo Feltrinelli un anno fa ha deciso di acquistare Pde (Produzione distribuzione editoria). Avendo già dalla sua il valore aggiunto di molte librerie sparse per la penisola. «Io non so se nel tempo quella di Feltrinelli si rivelerà la scelta giusta. Anche la loro dimensione non è sufficiente oggi per operare in piena autonomia. E tanto meno riesce a farlo un editore medio piccolo. Da solo non può giocarsela alla pari con i grandi editori». La situazione italiana da questo punto di vista è ben nota, Mondadori possiede il 30 per cento del mercato. «E tutti – stigmatizza Elido Fazi – vogliono andare lì per i soldi. Gran parte della sinistra va sulle ali di Berlusconi: tranquilla, perché paga bene. Perfino gli antiberlusconiani più accaniti come Vauro, quando si tratta di pubblicare, lo fanno con il Cavaliere. è una cosa italiana: tengo famiglia, i soldi fanno comodo a tutti».
Simona Maggiorelli

da Left-Avvenimentii del 4 dicembre 2009

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Un’estate da leggere

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 14, 2009

di Simona Maggiorelli
Picasso

Picasso

Estate tempo di riposo. E, finalmente, tempo di letture. Si direbbe con il signor Lapalisse. Quelle agognate durante tutto l’inverno affogato di impegni e di lavoro. Ma a dare retta a un certo vecchio e usurato costume dei giornali nostrani, che sotto il solleone vanno a caccia di gossip e delitti, gli italiani con l’arrivo delle ferie manderebbero anche il cervello in vacanza. Stanchi di questo vecchio adagio, curiosando fra le novità in libreria, ci siamo immaginati un piccolo vademecum per chi sia già con un piede sull’aereo, sul treno, sulla bicicletta… cercando di fare incetta di enzimi per la mente…

Sotto l’ombrellone

«Tempo!», chiedono con le mani gli allenatori di Pallavolo. E di questi tempi vacazieri, quelli del Beach Volley sulle spiagge. E allora diamoci tempo per un tuffo nelle pagine per cercare di capire qualcosa di più di questo strano Paese in cui viviamo. Un Paese in cui i giornali dei grandi gruppi editoriali “non sempre” fanno il proprio lavoro, mentre singolarmente, e con coraggio, giornalisti e scrittori, passandosi il timone, scrivono la vera storia degli ultimi anni. Parliamo, per esempio, di giornalisti come Lirio Abbate, al lavoro quotidiano in Sicilia contro la mafia, ma anche autore di libri come I complici, tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al parlamento (Fazi) scritto due anni fa con Peter Gomez; un libro, pensiamo, che ognuno di noi dovrebbe avere in casa.

Ma pensando a Napoli, alle stragi di camorra e non solo, parliamo anche dei libri di Roberto Saviano che, recentemente per Mondadori ha raccolto i suoi reportage scritti fra il 2004 e il 2009, nel libro La bellezza e l’inferno. Abbate e Saviano, due giornalisti diversissimi, ma che in questo Paese strano vivono entrambi sotto scorta. Una stranezza che la statunitense Freedom house ha passato al vaglio classificando l’Italia all’ultimo posto in Europa per la libertà di stampa.

In campagna

Dedicato a chi va in campagna. In senso letterale. E metaforico, pensando a ciò che si muove o non si muove, ahinoi, a sinistra sulla scena politica italiana. Pensando al teatrino delle candidature alle primarie del Pd a cui già in questi giorni stiamo assistendo e, a chi non rassegnandosi a morire democristiano, berlusconiano o finiano, già si sente in campagna elettorale per le elezioni regionali dell’anno prossimo. Così, fra i molti titoli nuovi che ci si propongono ci viene, in primis, da suggerire come lettura per l’estate il libro, anche se non nuovissimo, di Beppino Englaro Eluana, la libertà e la vita (Rizzoli) accanto a Storia di una morte opportuna, il diario del medico di Welby, Mario Riccio, pubblicato da Sironi.

Poi venendo ai libri freschi di stampa, un titolo importante come Religione e politica (Meltemi) in cui si ricostruisce tutto il percorso che va da Del Noce a Habermas allo statuto del Pd, che in molti ricorderanno, stabiliva che la religione non fosse un fatto al limite privato, ma dovesse rientrare a pieno titolo nel dibattito pubblico; persino, in quello parlamentare. Ma guardando ancora in casa propria pur sforzandoci di pensare Antonio Di Pietro di sinistra, memori delle sue sacrosante battaglie da magistrato, vale la pena approfondire la deriva populista dell’Antonio nazionale, analizzata da Alberico Giostra in Il Tribuno. Vita politica di Antonio Di Pietro (Castelvecchi).

Per chi va in montagna

Pensieri in vetta, dopo lunghe camminate. Un libro, un rifugio. Recita il titolo di una rassegna di incontri con l’autore in Alta Badia, che il 5 agosto, a La Villa-Corvara, invita il direttore del domenicale de Il Sole 24 ore, Riccardo Chiaberge, a presentare il suo ultimo libro La variabile Dio (Longanesi) che indaga le radici dell’insanabile conflitto fra religione e scienza. Ma di scienza e di scoperte mentalmente “ad alta quota” si occupa, fra romanzo e storia, anche il libro del fisico Gino Segré, Faust a Copenaghen (Il Saggiatore) che ricostruisce la vita, le relazioni (nonché la passione per l’alpinismo) e l’impegno assoluto nella ricerca del gruppo di scienziati, sei uomini e una donna, che nel 1932 lavoravano per Istituto di fisica teorica di Copenaghen.
Erano il gruppo di Niels Bohr e di Werner Heisenberg, i “rivoluzionari” della fisica quantistica. Per i più contemplativi, invece, c’è il bel libro curato da Chiara Dall’Olio La Montagna rivelata Fotografie di grandi viaggiatori e alpinisti tra ’800 e ’900 (Skira) e per gli scalatori del limite, invece, il libro testimonianza di uno dei più grandi scalatori al mondo, Alexander Huber La montagna ed io (Corbaccio). E ancora sul versante più “domestico”, riecheggiando il titolo del celebre viaggio in Italia di Dürer, ecco In viaggio sulle Alpi (Einaudi) di Marco Albino Ferrari, che l’autore presenta il 24 luglio a Courmayeur.

Per chi va al lago

Maurizio Pallante, il teorico italiano della decrescita, presenta il 23 luglio nel Parco Laghi Margonara a Gonzaga, in provincia di Mantova il suo ultimo libro La felicità sostenibile (Rizzoli) che parte da alcuni assunti semplici ed essenziali: tra processo di trasformazione e uso finale, una lampadina a incandescenza disperde il 95 per cento dell’energia; per ricavare una bistecca di manzo da un etto, occorrono tremila litri di acqua. Invitando a una battaglia, in teoria elementare ed evidente a tutti, contro gli sprechi. Ma un pesante sasso nel lago stagnante della politica italiana, che sotto Berlusconi (e purtroppo, anche sotto l’ultimo governo di centrosinistra) si è dimostrata quanto mai genuflessa ai diktat vaticani lo getta in primo luogo Gianluigi Nuzzi, con il libro Vaticano Spa (Chiarelettere).
In un Paese cattolico come il nostro da alcune settimane, curiosamente, in cima alle classifiche di vendita dei libri troviamo proprio questo titolo che documenta come lo Ior, la Banca vaticana, abbia negli anni prestato il fianco al riciclaggio di denaro sporco. E non solo. Una storia che si riesce a mettere ancor più a fuoco leggendo il libro di Nuzzi in parallelo con il libro Qualunque cosa succeda del giovane avvocato Umberto Ambrosoli, figlio dell’assassinato Giorgio (appena uscito per Sironi con la prefazione di del presidente Carlo Azeglio Ciampi). E per chi voglia andare ancora più a fondo in questa storia cruciale d’Italia, utilissima è anche la lettura comparata del libro Il Caffé Sindona (Garzanti) che gli autori Gianni Simoni e Giuliano Turone presentano il primo agosto a Courmayeur proprio con Umberto Ambrosoli.

Per chi viaggia

«Per viaggiare basta vivere», scriveva giustamente il portoghese Fernando Pessoa. E proprio per chi sceglie di vivere intensamente attraverso un viaggio ci sentiremmo di suggerire alcuni titoli che ci liberano dalla maschera della felliniana Gelsomina: di chi nulla sa, ma peggio ancora, nulla vuole sapere. Pensiamo a libri come l’autobiografia di Rebya Kader, ex imprenditrice dello Xinjiang, acclamata ai massimi gradi del parlamento cinese perché «arricchirsi è glorioso» e poi subitaneamente cacciata per la sua strenua difesa dei diritti umani nel Turkmenistan orientale. Qualche mese fa Kadeer, leader degli uiguri, esule negli Usa dopo anni di prigione in Cina, è venuta in Italia per presentare il suo libro, La guerriera gentile (Corbaccio), preconizzando un drammatico giro di vite nella sua terra.
Alla luce degli oltre 800 morti denunciati da fonti uigure, uccisi dalla repressione cinese, questo appassionante libro è essenziale per tentare di capire cosa sta succedendo. Dall’Estremo al Medio Oriente, altri focolai di rivolta e repressioni che si consumano sanguinosamente sotto il nostro sguardo distratto. Pensiamo all’Iran e alla rivolta di tanti giovani contro le elezioni truccate dal presidente Ahmadinejad. Anche in Italia sono usciti alcuni titoli che interrogano radicalmente il regime, a cominciare dalla Storia dell’Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori) dell’italo-iraniana Farian Sabahi e dalla Storia dell’Iran dai primi del ’900 a oggi di Ervand Abrahamian (Donzelli).

Ma non solo. Con fantasia, raccontando per metafore, spinte da esigenze espressive ma anche dalla necessità di sviare la censura, giovani scrittrici iraniane raccontano tra le righe il cambiamento sotterraneo che la società di Teheran sta vivendo, anche grazie all’impegno delle donne. La studiosa Anna Vanzan ha raccolto le loro voci nel libro Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi (Bruno Mondadori). E ancora. Dal Medio Oriente all’emergenze dell’Africa, Benito Li Vigni, esperto di geopolitica nel libro I predatori dell’oro nero e della finanza globale (Baldini Castoldi Dalai), indaga a tutto campo sui legami tra «mondo del petrolio» e potere politico-finanziario, inquadrando le verità nascoste che riguardano il futuro dei giacimenti, le guerre, le tensioni geopolitiche e l’uso dell’«arma petrolifera» da parte dei maggiori produttori, primo fra tutti la Russia. «Lungo una sorta di cintura che lega il Sud del mondo, passando dall’Iraq al Sudan e alla Nigeria, per arrivare in Venezuela e Colombia scrive Li Vigni – gli “imperi del profitto” si scontrano e si alleano. La fame di petrolio spinge a mutamenti epocali negli assetti politici internazionali, basti pensare alla silenziosa colonizzazione cinese dell’Africa e a un evento impensabile come l’affacciarsi della flotta militare di Pechino nel Mediterraneo». Uno scenario instabile nel quale si affaccia la «svolta verde» di Barack Obama e la sua politica estera fin qui moderata.

E ancora a chi voglia viaggiare con cognizione in terra d’Africa suggeriamo I signori della sete (Piemme) di Sergio Grea che offre – in chiave di romanzo ma sostanziata da una fitta messe di documenti – un drammatico spaccato delle conseguenze delle guerre per una risorsa primaria come l’acqua. Il libro sarà presentato il 19 luglio a San Marzano Oliveto in provincia di Asti. Last but not least, un libro essenziale per chi quest’estate prendesse le rotte dell’India: parliamo di Quando arrivano le cavallette (Guanda) della scrittrice e coraggiosa reporter Arundhati Roy. Nonostante i passi avanti che ha fatto la più grande democrazia mondiale, sono molte ancora le pagine di ingiustizia. La straordinaria romanziera de Il dio delle piccole cose qui fa cronaca di denuncia documentando azioni di apparati dello Stato deviati e la corruzione di una magistratura prona agli interessi delle multinazionali.

Per chi sta a casa

«L’amore è un viaggio. Ed è meglio viaggiare che arrivare, come diceva qualcuno». Quel qualcuno era il maestro del romanzo d’avventura Stevenson, quello dell’Isola del tesoro. Ma chi siglava questa nota nel 1918 era uno scrittore di lingua anglosassone, forse ancor più grande: D.H. Lawrence, l’autore scandaloso per quegli anni del romanzo L’amante di Lady Chatterly. Di Lawrence in questi giorni Adelphi fa uscire una interessante raccolta di saggi intitolata Classici americani. Di fatto una serie di folgoranti ritratti, di grande penetrazione psicologica di maestri come Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne (l’autore de La lettera scarlatta) e di Herman Melville. Il libro, scritto in prima persona, ha come voce narrante quella di un ragazzino di 11 anni che vede suo padre morire improvvisamente.

Ma volendo continuare a viaggiare con la mente nella grande e contraddittoria terra americana, Adelphi offre anche un altro titolo da non perdere di vista: l’affascinante Zia Mame di Patrick Dennis in cui si racconta la grande mela degli anni Venti ricca di jazz e nuove culture con lo sguardo ancora una volta di un ragazzino rimasto orfano, ma in questo caso affidato a una affascinate zia che non aveva mai voluto sposarsi. E ancora per restare in terra a stelle e strisce, mentre il giovanissimo Todd HasakLowy in Prigionieri (Minimum Fax) traccia un corrosivo ritratto dell’America dei nostri giorni in cui – ipse dixit «tutto è andato completamente a puttane, il governo, le grandi aziende, tutto», esce in rinnovata edizione italiana Uomo invisibile (Einaudi), il romanzo dello scrittore afroamericano Ralph Ellison, che per primo nel 1947 seppe fondere la tradizione orale del Sud con il registro poetico di Dostoevsky per raccontare la storia di un meticcio che ha più di qualche assonanza con quella del presidente Obama, il quale in passato, se non proprio citando Uomo invisibile, ha fatto riferimento ai libri di Ellison.

Un tempo, parlando di superpotenze culturali e non solo politiche, sbirciando da casa il mappamondo e avendo a portata di mano una degna biblioteca, a questo punto, si sarebbe andati a scovare qualche perla di novità letteraria nei territori della ex Urss. Ma letterariamente parlando oggi la temperatura culturale di Mosca sembra essere “non pervenuta”. Come se di dittatura in dittatura, da quella staliniana a quella putiniana, la voce dell’arte fosse stata più che mai tacitata. Mentre le voci critiche dei giornalisti, drammaticamente, vengono azzerate a colpi di pistola. Come la cecena Natalya Estemirova, come Anna Politkovskaya. Alle quali Voland dedica Ragazze della guerra di Susanne Scholl, in uscita nei prossimi mesi.

Nello scacchiere mondiale dell’arte, accanto a nuovi voci emergenti da vaste aree e continenti fin qui ingiustamente considerati periferia del canone occidentale come India, Africa, Caraibi, America Latina, svetta ancora, nonostante la censura, il colosso cinese, che uno scrittore di tradizione alta come Mo Yan ne Le sei rincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi) racconta con accenti epici e sottile ironia nel passaggio lungo mezzo secolo che va dalla riforma agraria, alla rivoluzione culturale di Mao, fino agli esiti più recenti, di un’economia liberista e macchiata di sangue. Più giovane, caustico e disposto a raccontare gli ultimi anni della storia cinese al grado zero, Ma Jan, l’autore di folgoranti storie dal Tibet, raccolte in Tira fuori la lingua (Feltrinelli), nel nuovo romanzo Pechino è in coma (Feltrinelli) traccia un poderoso e agghiacciante ritratto di quel che è accaduto nel Paese di Mao a partire dal quel fatidico 4 giugno 1989 in cui la migliore gioventù cinese morì n piazza Tienanmen.

Dovunque andiate

«Nonostante l’epoca sia così nera, così difficile, piena di teologi, di ladroni, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… ». Così, ricordando queste parole forti che Angelo Maria Ripellino affidò al suo Splendido violino verde (Einaudi), dovunque andiate o non andiate, ci sono dei libri che non deludono mai: sono le raccolte di versi.E fra i tanti classici a cui si può ricorrere per trovare buona linfa, ne segnaliamo anche uno uscito in questi mesi. è Ecco il mio nome (Donzelli) del poeta siriano Adonis. Un libro di versi dedicato al Medio Oriente dove l’autore è nato, ma anche ai sentieri incrociati di New York e di Parigi, dove ha scelto di vivere. A far da filo rosso della raccolta i temi che Adonis esplora poeticamente da cinquant’anni, il desiderio, il rapporto con la donna, il rifiuto della violenza, a cominciare da quella della religione. «Sono nato anti-ideologo e areligioso, perché temo molto tutti coloro che hanno la risposta a ogni domanda», spiega Adonis in una recente intervista.«Il monoteismo è la fonte dei nostri problemi e delle guerre che hanno sempre insanguinato il Mediterraneo; questo posso dirlo certamente come conoscitore dell’islam. Ma lascio a voi la critica del giudaismo e del cristianesimo, gli altri due grandi monoteismi». Nei suoi versi Adonis configura una sua laica antropologia. Con parole risonanti, sfaccettate, dense di significati. Lontane da ogni astrattezza filosofica. «Io vedo l’uomo come essere capace di amore e come creatura anti violenta. Credo davvero che l’uomo possa essere al sommo della creazione, intesa non in senso religioso, ma naturalistico».

dal quotidiano Terra, 18 luglio 2009

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La scelta di Rebiya

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2009


Perseguitata in Cina per la sua lotta non violenta in nome dei diritti umani, la coraggiosa leader dello Xinjiang si racconta.

di Simona Maggiorelli

Kadeer foto2 copyright of the World Uyghur Congress

Rebiya Kadeer

«Sono contro la violenza. In qualunque forma. Da qualunque parte provenga. Quello degli Uiguri è un popolo pacifico. Noi oggi chiediamo con forza il rispetto dei diritti umani. Vogliamo avere libertà di parola. Vogliamo che la nostra lingua e la nostra cultura non siano cancellate nella nostra terra, il Turkestan orientale, la regione che i cinesi chiamano Xinjiang». Con queste parole, pronunciate con voce ferma e gentile, Rebiya Kadeer si presenta al nostro incontro. Nella sala da tè di un noto albergo romano frequentato da intellettuali e scrittori, la rappresentante del popolo uiguro, più volte candidata al Nobel, non si guarda intorno; ha un’urgenza: far sapere dell’oppressione che la sua gente subisce da parte del governo cinese nella vasta regione dello Xinjiang, vasta regione nel cuore dell’Asia . Con sguardo vivo e grande attenzione verso le persone con cui parla, Rebiya continua così il suo racconto: «La situazione di diritti umani da noi è andata peggiorando, specie dall’estate scorsa».La Cina ha approfittato dei giochi olimpici per un nuovo giro di vite. «Il governo cinese – spiega Kadeer – ha lanciato in tutto il mondo immagini televisive di propaganda mostrando alcuni Uiguri fra coloro che portavano la torcia olimpica. Questo per nascondere il reale stato delle cose, ovvero che 15mila persone sono state tacciate di terrorismo e fatte prigioniere per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in favore del nostro popolo. Il terrorismo internazionale purtroppo esiste – prosegue – ma non ha niente a che fare con noi. Il nostro Islam è diverso e non contiene idee di jihad o fondamentaliste». Come la coraggiosa attivista per i diritti umani racconta nel libro La guerriera gentile (edito da Corbaccio, in libreria dal 7 maggio) il popolo uiguro ha sviluppato una propria cultura, fin dalle radici piuttosto laica. Dal decimo secolo in poi, su questa base, gli Uiguri hanno sviluppato «un proprio Islam» sunnita, che sussume e trasforma influenze esterne e substrati autoctoni, in primis la tradizione sciamanica. La via della seta per secoli non è stata solo un’arteria di scambi commerciali ma, per i viaggiatori, anche luogo di incontro di filosofie e culture. Così il popolo uiguro, discendente da un’etnia nomade di origine turca, nei secoli, ha potuto realizzare un’identità indipendente, mantenendo rapporti di osmosi con i popoli vicini, specie sul versante russo.
Negli anni Cinquanta Mao siglò un patto con Stalin, per lo sfruttamento congiunto delle grandi risorse naturali della regione dello Xinjiang, ma «finalmente nel 1955 – ricorda Kadeer che allora aveva solo sette anni – la Cina ci promise di ridarci i nostri diritti. La vostra regione, ci dissero, da ora in poi si chiamerà regione autonoma Uigura». Peccato che il diritto all’autodeterminazione del popolo uiguro riconosciuto sulla carta e scritto nelle leggi cinesi, non sia mai stato rispettato da chi aveva scritto quelle norme. Cominciarono così già negli anni Sessanta massicce deportazioni di Uiguri verso altre aree della Cina, mentre sempre più cinesi salivano ai posti di comando in Xinjiang. Durante la rivoluzione culturale gran parte dei libri della tradizione uigura più antica furono bruciati, mentre ai bambini del Turkestan orientale, fin da allora si nega ogni possibilità di studiare a scuola, insieme al cinese anche la propria lingua, la propria letteratura e musica. «Con la scusa di evitare problemi di separatismo e di terrorismo, di fatto – rivela Rebiya Kadeer – nelle scuole cinesi ai nostri bambini viene fatto una sorta di lavaggio del cervello». Dopo l’attentato alle Torri gemelle, la lotta al terrorismo internazionale è stata la scusa con cui il governo cinese ha ordinato nuovi roghi di libri di storia e di cultura uigura, mentre «i maggiori
intellettuali e scrittori uiguri sono stati imprigionati». E se la diaspora degli uiguri fuggiti all’estero ha permesso comunque la conservazione di parte dei testi della tradizione in Giappone, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, dal 2001 per impedire che gli Uiguri potessero parlare all’estero della propria causa «lo Stato cinese ha tolto loro i passaporti».Ma la situazione più critica per i dirittiumani in Xinjiang è quella che si riscontra nelle carceri, come Amnesty international e altre organizzazioni internazionali hanno più volte denunciato, ma senza avere risposta dalle autorità cinesi. «In prigione ti costringono a parlare con minacce e torture e tutto ciò che dici viene registrato. Spesso ti fanno spogliare completamente per vedere se nascondi qualcosa. Ma soprattutto – denuncia Rebiya Kadeer – applicano torture feroci, strappano le unghie e torturano i genitali, usando la corrente elettrica». Una realtà quella delle carceri cinesi in Xinjiang che Kadeer, purtroppo, conosce per esperienza diretta. Dopo essere stata indicata a modello dai politici cinesi come imprenditrice e dopo essere stata eletta nell’Assemblea del popolo, la donna è stata accusata di aver tradito segreti di Stato. Il pretesto sono stati alcuni ritagli di giornale sulla condizione del popolo uiguro inviati da Rebiya Kadeer al marito Sidik, poeta e intellettuale uiguro esule negli Usa. Dopo sei anni di reclusione, molti dei quali trascorsi in isolamento e in durissimi campi di rieducazione dove si lavora fino a perdere i sensi, Rebiya Kadeer è stata liberata nel 2005, grazie
a una forte campagna internazionale. Ma ancora oggi tre dei suoi figli sono in prigione nel Turkestan orientale e, per ricattare lei e il marito e fermare la loro battaglia, vengono torturati. Quando era già in esilio volontario negli Stati Uniti Rebiya ha subito un grave attentato e oggi è di nuovo “al centro dell’attenzione” dei servizi segreti cinesi, non solo per la sua intensa attività politica a favore del popolo uiguro, ma anche per questo suo nuovo libro, pubblicato già da qualche tempo in Germania e negli Usa, e ora tradotto in italiano. Una autobiografia forte e coraggiosa, scritto con linguaggio a tratti quasi poetico, ma in cui l’autrice lancia nette e pesanti accuse al governo cinese. Accuse a cui l’establishment politico di Pechino ha risposto accusandola di aver scritto solo menzogne. Ma Rebiya che nella vita ha affrontato situazioni durissime, dovendo più volte ricominciare tutto da capo,
non si arrende e non intende recedere di un millimetro. Dopo aver sperimentato la povertà estrema da bambina nei villaggi di montagna del Turkestan e la ricchezza conquistata come imprenditrice di successo, la schiavitù di sposa bambina e la passione per un uomo a lungo cercato e sognato, una vita libera e indipendente e la deprivazione sensoriale della cella di isolamento, a 62 anni Rebiya Kadeer non accetterebbe di rinunciare alla propria battaglia non violenta per la liberazione del suo popolo. «La Cina non riconoscerà l’indipendenza del Turkestan orientale, di questo sono consapevole. Ma qui non si tratta di fare una battaglia separatista, quanto di fermare la violenza che la Cina esercitasugli uiguri. È un fatto basilare che riguarda i diritti umani».
«Le donne, si dice, dovrebbero obbedire» accenna a un certo punto del libro Siddik, il marito di Rebiya scherzosamente. E poi aggiunge: «Lei non l’ha fatto. Per questo è potuta diventare quello che è». E in questa lunga battaglia per la fine dell’oppressione cinese sugli Uiguri  Siddik le è stato il primo alleato. «Un uomo e una donna si possono incontrare e possono creare una relazione d’amore che può portare a realizzare qualcosa di nuovo» ci dice Rebiya sorridendo. Poi prima di salutarci, aggiunge:”  Mi permetta di fare un ringraziamento. Vorrei dire grazie al Partito Radicale. Perché è grazie al lavoro politico dei Radicali se sono potuta andare al Parlamento europeo e denunciare la violazione dei diritti umani in Turkestan”.

da left-Avvenimenti, 8 maggio 2009

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