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Gaza. L’arte della resistenza

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2014

graffiti palestinesi

graffiti palestinesi

Usano le note e le immagini come armi. E lavorano per recuperare l’antico patrimonio culturale della Cisgiordania. Sono gli intellettuali e gli artisti che Fiamma Arditi racconta in Buongiorno Palestina

di Simona Maggiorelli

Said Murad usa la musica per raccontare al mondo cosa sta accadendo in Palestina. Le note sono le sue armi. Nel 2004, quando alcuni israeliani protestarono contro le politiche di destra del governo di Tel Aviv, con due telecamere e proiettori Said organizzò la performance Art without walls trasformando un muro in un maxi schermo per superare le divisioni. «La consapevolezza della difficoltà di questo processo non gli impedisce di continuare a piantare quei semi di cui parlava il poeta Mahmoud Darwish » scrive Fiamma Arditi nel libro Buongiorno Palestina (Fazi editore), che traccia una sorprendente mappa della “resistenza creativa” messa in atto da artisti, musicisti, architetti, registi, drammaturghi e romanzieri palestinesi, fondendo ricerca artistica e lotta per i diritti umani e per la liberazione della Palestina, aggredita militarmente da Israele. Fra loro ci sono anche intellettuali come Nadera Shalhoub Kevorkian, unica docente palestinese alla Hebrew University di Gerusalemme e impegnata ad aiutare la propria gente a superare i problemi fisici e psicologici connessi alla distruzione delle loro case . «Devo essere pazza – dice Nadera alla giornalista e scrittrice italiana che è andata a incontrarla nella vecchia Gerusalemme -, insegno a questi ragazzi e loro ci sparano, demoliscono le nostre case». Ma a spingerla non è lo spirito di sacrificio. «Ciò che faccio – aggiunge –  non toglie gli effetti dell’occupazione. Cerco di neutralizzarla, di combatterla. Continuando a vivere, ballare, amare».

«Noi palestinesi non vogliamo essere dei martiri, vogliamo vivere », diceva con altre parole la scrittrice e architetto Suad Amiry alla presentazione del suo nuovo libro Golda ha dormito qui (Feltrinelli) a Bologna il 9 luglio. n romanzo in cui l’autrice dell’ironico e spiazzante Sharon e mia suocera (2003) e di libri inchiesta come Murad Murad racconta la dolorosa esperienza della confisca della casa, che anche i suoi genitori dovettero subire. Nella Gerusalemme ovest diventata israeliana nel 1948, ricostruisce Amiry, le abitazioni più belle venivano assegnate agli alti funzionari dello Stato, fra i quali anche Golda Meir che fu primo ministro.

SuadScrittrice di successo internazionale, ma anche fondatrice di Riwaq, organizzazione non governativa per la tutela del patrimonio artistico e architettonico della Palestina, Suad Amiry nel frattempo è rientrata a Ramallah. «Qui è davvero terribile» ha scritto pochi giorni fa in una mail indirizzata all’amica Fiamma Arditi, raccontandole di una manifestazione di diecimila Palestinesi al check point Qalandia fra Gerusalemme e Ramallah e della violenta reazione dei militari israeliani, che hanno ucciso dieci persone e ne hanno ferite almeno duecento. I Palestinesi «protestano con le loro voci, con le loro bandiere, ma vengono attaccati con le armi» sottolinea Arditi. E i morti sono già più di mille, senza contare i tantissimi feriti. «Il direttore del Conservatorio Edward Said di Gaza, Ibrahim Al Najjar – prosegue la giornalista – mi ha scritto “vogliamo stare tutti insieme in questo momento, figli, nipoti, amici”. Cerca di dare valore agli affetti. Non perde tempo a lamentarsi.

Tanto il mondo vede quello che sta succedendo». Ed è questa fiducia nell’umano, nonostante tutto, questo tentativo di affermare la propria identità rifiutando la violenza, il filo rosso che unisce le storie di artisti e intellettuali che Arditi ha scelto di raccontare in Buongiorno Palestina. «Questo non è un libro politico» avverte però l’autrice che vive e lavora a New York. «È dedicato a quegli artisti che, con fantasia, cercano di reagire e di trasformare l’oppressione che subiscono quotidianamente in una lingua che possa parlare al resto del mondo».

Suad Amiry

Suad Amiry

Buongiorno Palestina «è un libro importante perché è un libro sulla vita e non sulla morte », ha detto Suad Amiry presentandolo a Roma. «Perché rompe gli stereotipi che dipingono i Palestinesi come terroristi». «Non è stata una scelta razionale, fatta a tavolino – spiega la giornalista italiana – è nata dagli incontri, dal desiderio di raccontare la resistenza psicologica e la voglia di reagire delle persone». Come lo scrittore Raja Shehadeh, attivista dei diritti umani che denuncia l’illegalità dell’occupazione e la criminalità dei bombardamenti che colpiscono i civili. Come Khaldun Bshara, condirettore di Riqwa che ha aperto la Onlus ai giovani facendone una fucina di nuovi talenti. Come i tanti writers palestinesi che hanno fatto fiorire impreviste immagini di libertà sul muro di Gerusalemme.

«Con grande dignità queste persone lavorano e portano avanti i loro progetti nonostante l’accerchiamento che dura da 75 anni e che non ha eguali al mondo », rimarca Arditi. Affrontando ogni giorno difficoltà di ogni tipo, dalla scarsità di mezzi, alla censura, alla repressione violenta.

Tristemente esemplare in questo senso è la vicenda della curatrice Vera Tamari che nel 2002 realizzò l’installazione Let’s go for a ride riciclando carcasse di auto che erano state schiacciate dai carri armati israeliani. «Ne ripulì una quindicina e le dispose in fila indiana sopra una gettata di cemento che – ricorda Fiamma Arditi – simulava una strada senza inizio né fine, dove non si poteva procedere né tornare indietro». Dalle auto uscivano note rock, hip hop, musiche e canti tradizionali, trasmesse in contemporanea dalle autoradio mentre voci si levavano da più parti, gridando e formando una cacofonia di suoni. Un’installazione artistica e di protesta «che non faceva male a nessuno», chiosa Arditi.

EmilyPer tutta risposta il 23 giugno del 2002, giorno dell’inaugurazione, i soldati israeliani entrarono nel campo con i carri armati e schiacciarono le auto una seconda volta. La censura israeliana è arrivata anche all’assurdo di impedire ai pittori palestinesi l’uso del bianco, del rosso, del verde e del nero insieme in un quadro, perché sono i colori della bandiera palestinese. Alla fine degli anni Settanta l’artista palestinese Sliman Mansour con altri aveva dato vita alla Galleria 79 a Ramallah.

«Ma i soldati israeliani entravano e uscivano. E se a loro non piaceva qualche quadro perché aveva contenuti politici lo confiscavano», racconta ancora Arditi. E per quanto oggi a Gaza non abbiano nemmeno la luce, alcuni artisti cercano di organizzare laboratori e allestire mostre.

Emily Jacir per Venezia

Emily Jacir per Venezia

Uscire dai Territori per esporre altrove, del resto, significa dover fare i salti mortali per ottenere dei permessi speciali. Ma capita anche che impedimenti al lavoro degli artisti palestinesi sorgano per «ragioni di sicurezza». Come è accaduto a Emily Jacir, che vive tra Roma e Ramallah e che, per la Biennale di Venezia, aveva concepito un’opera che affiancava al nome italiano delle stazioni dei vaporetti la traduzione in arabo.

Alla fine il progetto fu stoppato, proprio per supposte ragioni di sicurezza. «Che diventano così una forma di discriminazione – commenta Arditi-. Tutti i Paesi hanno un loro spazio in Biennale con installazioni di ogni tipo, questa era un’opera silenziosa ed è stata negata. Ma mentre le bloccano un progetto Emily passa al progetto successivo, studia come uscire dalle maglie di questa censura universale, non solo israeliana, per continuare a raccontare e raccontarsi».

dal settimanale Left

 

Manifestazione per Gaza

Manifestazione per Gaza

Appello alle Nazioni Unite per Gaza. Il commento di Abdalhadi Alijla

di Simona Maggiorelli

«Israele ha ancora una volta scatenato tutta la forza del suo esercito contro la popolazione palestinese imprigionata, in particolare nella Striscia di Gaza assediata, in un disumano e illegale atto di aggressione militare». Così recita l’incipit dell’appello indirizzato alle Nazioni Unite da intellettuali e premi Nobel. Fra i firmatari figurano anche registi come Ken Loach e Aki Kaurismäki, musicisti come Brian Eno, Roger Waters e molti altri. «Ogni uomo libero, ogni donna libera sulla terra conosce la verità e comprende bene la necessità che finisca l’occupazione militare», commenta lo scrittore Abdalhadi Alijla, ricercatore all’Università di Milano e direttore dell’Institute for Middle East Studies, Canada «Questo manifesto rappresenta un impegno importante. Ma i Palestinesi hanno bisogno di azioni concrete. L’inerzia dell’Onu e degli Stati Uniti è vergognosa. Occorre un embargo contro Israele»..

Abdalhadi Alijla,

Abdalhadi Alijla,

Come giudica ciò che sta accadendo a Gaza?

L’attacco alla Striscia di Gaza è un’aggressione e una chiara indicazione che Israele non vuole la pace. Hanno attribuito ad Hamas il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani ma la televisione tedesca ha dimostrato che il governo di Tel Aviv ha mentito, avendo le prove che la responsabilità era di un altro gruppo. Inoltre Israele ha fatto finta di nulla fino a quando non sono stati ritrovati morti per alzare la tensione e minare la tenuta dell’Autorità palestinese. Una strategia tesa a distruggere la possibilità per i Palestinesi di avere uno Stato indipendente. L’invasione di Gaza e l’uccisione di bambini, donne e anziani erano pianificati da tempo.  Il rapimento è stato solo un pretesto di Netanyahu e del suo governo reazionario per costringere i Palestinesi ad accettare le condizioni di Israele per non essere sterminati. Sono azioni di pulizia etnica. E’ in atto un genocidio.

 Nonostante le violenze in atto, molti artisti palestinesi e scrittori cercano di utilizzare l’arte come arma. È possibile in questo contesto?

 L’arte è una forma di lotta e di resistenza. È importante lottare per i nostri diritti. Sono in atto tentativi da parte di Israele di distruggere la nostra cultura. Ogni artista palestinese deve essere in prima linea per impedirlo, usando la propria creatività.

 Cosa pensa dei report giornalistici italiani che riguardano Gaza?

Oggi per fortuna non ci sono più solo i canali di informazione tradizionali. Ci sono i social media e alcuni giornalisti a Gaza – in particolare quello del quotidiano Il Manifesto- stanno facendo buona informazione anche tramite facebook, twitter e youtube.

E del concerto di Noa annullato a Milano?

È il classico modo sionista per mettere a tacere chiunque critichi Israele. Non mi sorprende affatto.

 

Mister Abdalhadi Alijla. which is your opinion on the Manifesto for Gaza signed by Nobel Prizes, intellectuals and artists like Brian Eno, Ken Loach and many others?

Every free man and woman on earth knows the truth. They understand that there is a need for the end of occupation. We thanks them and their efforts but it is not enough. The Palestinians need actions and not only words and appeals. We have seen the stand of the UN and the USA, it is shameful. Their efforts must be extended to raise awareness and call for boycotting Israel in general.

What do you think of  Israel’s attack on the Gaza strip? 

Well, the attack on the Gaza strip is an agression and a clear indication that Israel does not want peace. They fabricated the kidnapping of the 3 Israeli kids and claimed that it was Hamas. Last week, the German TV showed an investigation report  that proved that the kids were not kidnapped by Hamas and it was  a criminal act. Israel knew the kids were kileld from the beginning too. So, they did this play to undermine the Palestinian Authority ability and to destroy the Palestinians ability to have an independent state. The attack was planned long ago before the the kidnapping of the three kids. It was a scape goat for NETANYAH and his radical government from peace process and to make pressure on the Palestinian Authority and the Palestinians in general to accept what Israel want.  The attacks are mostly against civilians, women and children. All of this indicate that Israel committing a genocide. They murdered dozens families totally(the parents, sons and daughters and uncles). At the end, this aggression is a continuous ethnic cleansing of the Palestinian since 1948. It is not knew.

Despite the violence, many palestinian artists an writers try to use art as a weapon. Is it possible?

Art is one way for struggle. It is similar to writing and fighting in the battle field. It is important to fight for our culture rights and to spread the word through artistic work. There is also Israeli attempts to steal our culture and we need those artist to be in the front lines in our culture battle. Writings and activism is also another way, cooking also a fight for the rights of the Palestinians.
 What do uou think of  Italian media reports on Gaza?
You know, the international media is always try to be neutral, even on the expenses of the victims and the true words. Nowadays, the media is one way, there is social media(Facebook, twitter and youtube). Some reporters in Gaza are doing well. Georgio of Manifesto is doing great job. Also international activists..
And about actions like the cancellation of Noa’s concert in Milan?

Cancellation of Noa’s concern is one way of the zionist everywhere to shut up everyone who able to criticize Israel. I am not surprised at all.

dal settimanale left

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Amiry e il sogno di una Palestina libera

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 18, 2012

In questo momento in cui il cuore batte forte per ciò che sta accadendo nei territori palestinesi, mi manca,  fra molte altre ma in modo particolare, una voce importante, quella della scrittrice e architetto Suad Amiry che tanto ha fatto per recuperare i tesori d’arte  e dell’architettura della Palestina coinvolgendo centinaia di giovani nel suo progetto di decolonizzazione dell’architettura. Per questo mi permetto di riproporre qui il report dell’ultimo nostro incontro  in Italia, a Milano il mese scorso.

  Separare lo Stato dalla religione. Combattere il ritorno di vecchi stereotipi sulle donne. E tornare a dirsi arabi piuttosto che musulmani. La ricetta dell’ex attivista dell’Olp e scrittrice Suad Amiry per la Palestina di domani

di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Con spiazzante umorismo in Sharon e mia suocera (Feltrinelli, 2003) Suad Amiry ha raccontato la paralisi delle città palestinesi sotto il coprifuoco imposto dal leader israeliano Sharon; un coprifuoco che non era solo proibizione di uscire di casa e interruzione di ogni attività lavorativa, ma anche un tentativo di spezzare i rapporti sociali, di «isolare» e di «bloccare le menti».

In Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) il punto di vista scelto dalla scrittrice Suad Amiry, architetto ed ex attivista dell’Olp, era invece, specificamente, quello delle donne palestinesi. Che con la vittoria di Hamas e il ritorno della religione sulla scena politica (anche nella laica Palestina) si sono viste scippare libertà e diritti conquistati in lunghi anni di lotte. E ancora nel recente e toccante Murad Murad (Feltrinelli) Amiry ha indossato panni maschili per poter seguire da vicino l’odissea dei lavoratori palestinesi a giornata, che si fingono israeliani per poter andare a guadagnare un pezzo di pane, varcando clandestinamente il muro di Gerusalemme.

Impegnati a costruire case per gli occupanti israeliani, con la speranza di un futuro diverso. Costretti, quando va bene, a elemosinare un permesso di lavoro, anche dopo aver faticato vent’anni in Israele. «È una resistenza pacifica e attiva quella che mettono in pratica ogni giorno questi lavoratori», racconta Suad Amiry, che abbiamo incontrato alla Feltrinelli di Milano in occasione del festival di cultura palestinese Philastiniat. «Ragazzi come Murad, il protagonista del mio libro – dice Amiry – non demordono, si ripropongono ogni giorno, se serve, ricominciando da zero. Sono in una situazione disperata, ma non hanno perso la speranza. È un tratto che accomuna i palestinesi. Non amiamo fare le vittime». E non piace farlo soprattutto alle palestinesi che, in un mondo arabo sempre più frammentato e percorso da rigurgiti religiosi, «non accettano di rinchiudersi in casa o nascondersi sotto il velo. In particolare non lo accettano quelle della mia generazione, donne che hanno fatto politica, laiche, che come me insegnano nelle università o si sono guadagnate un posto nel mondo delle libere professioni», precisa la scrittrice e attivista, che in passato ha ricoperto importanti incarichi pubblici per l’Olp e che oggi ammette di sentirsi un’estranea nella Palestina di Hamas che impone i valori dell’Islam anche nella sfera pubblica. «Quando Hamas salì per la prima volta al potere, per reazione scrissi Niente sesso in città – racconta Amiry -; ero stupefatta che tornassero a circolare stereotipi sulle donne che avevamo combattuto e sconfitto. Quel libro oggi è attuale più che mai». La Primavera araba che purtroppo sembra volgere all’autunno, la repressione in Siria e i fatti drammatici che continuano ad accadere in Iraq, sostiene Suad Amiry, hanno creato una congiuntura negativa di cui risente anche la Palestina. «Da noi, come in altri Paesi arabi, oggi manca una chiara separazione fra Stato e Chiesa, bisogna tornare a dirci arabi piuttosto che musulmani. Anche perché la coesione nazionale che avevamo acquisito con le lotte di indipendenza dal colonialismo si va perdendo, insieme a quell’internazionalismo che aveva connotato la vicenda palestinese come un fatto assolutamente nuovo e straordinario». Ma non tutto è perduto, assicura Amiry: «La parte laica della società palestinese è ancora molto estesa, anche se riesce poco a far sentire la propria voce. Ha sulle spalle la delusione verso l’Olp che aveva promesso una soluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso la creazione di due Stati, ma – conclude Amiry – spero ancora che possa tornare egemone, trovando nuova rappresentanza».

da left avvenimenti

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L’intifada creativa di Suad Amiry

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 2, 2012

Recuperare la storia del popolo palestinese restaurando antichi villaggi. E trasformare costruzioni armate israeliane in spazi pubblici per tutti. Suad Amiry racconta il suo ventennale lavoro per decolonizzare la sua terra

 di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Decolonizzare la Palestina, a partire dall’architettura. E’ il progetto a cui lavora con passione, da più di vent’anni, l’architetto e scrittrice Suad Amiry. Con un obiettivo: non aggiungere distruzione a distruzione. E nemmeno altro cemento alla già soffocata Ramallah, che boccheggia senza un alito di verde. Il punto cruciale per Amiry- conosciuta in Italia soprattutto per i suoi  romanzi e la forza dei dei suoi libri inchiesta – è dare nuova vita all’architettura palestinese, agli anonimi palazzi cittadini costruiti negli anni Novanta, ma anche alle abitazioni fortificate israeliane, immaginando parchi giochi al posto di basi militari e centri di aggregazione sui tetti delle colonie in disuso.

Così, quelli che erano avamposti coloniali e torri di controllo militare sulla striscia di Gaza, nell’idea di Amiry e di un gruppo di giovani architetti che si va sempre più allargando, potrebbero diventare spazi pubblici, collettivi, aperti a palestinesi e israeliani in un orizzonte di pace, di convivenza di due popoli e due Stati.

Un sogno che ha assunto i contorni di un’utopia per chi ancora aspetta che vengano rispettati gli accordi di Oslo del 1993 «quando, dopo aver elaborato la dolorosa perdita della propria terra, i Palestinesi accettarono formalmente lo stato Israele: cosa che – sottolinea Amiry –  gli israeliani non hanno mai fatto». Fu così che, preso atto del dislivello di forze («loro hanno uno degli eserciti più forti al mondo, noi solo i sassi») Suad cominciò a cercare un modo per reagire a una colonizzazione israeliana che, di fatto, non ha mai smesso di avanzare. L’idea fu non costruire nulla. Un’idea alquanto insolita per un architetto. Specie per lei, con in tasca un Ph.D dell’nversità del Michigan e un dottorato a Edimburgo: «L’architetto urbanista, mi avevano insegnato, come Deus ex machina, doveva decidere ospedali, scuole, case , fabbriche…tutto molto ordinato e razionale».

Ma puntare sul recupero non è stata soltanto una scelta dettata dalla realtà effettuale. «Ristrutturare, riorientare restaurare ha a che fare con la memoria, con l’esigenza di riappropriarci della nostra storia che l’occupazione israeliana cerca di cancellare», ribadisce la scrittrice che proprio di rapporto fra paesaggio e memoria ha parlato il 5 agosto al neonato Cortona Mix Festival. «Non a caso – nota – uno dei primi gesti che fecero i coloni israeliani fu distruggere 250 nostri villaggi».

Rileggere la storia è importante per capire il presente, non cessa di ripetere Amiry .Nata a Damasco perché la costituzione dello Stato di Israele aveva costretto la sua famiglia a lasciare Jaffa («Tra il  1947 e  il 1948, 850mila palestinesi furono cacciati dalle loro case, fra cui anche la mia famiglia» ) da intellettuale militante dell’Olp di Arafat ha fatto parte della delegazione palestinese ae Nazioni Unite.

Tuttavia la sua visione politica, laica e lungimirante, si è espressa soprattutto in vent’anni di direzione del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, un lavoro svolto in parallelo all’insegnamento all’Università di Birzeit . Ma a questo punto si apre un altro avvincente capitolo della avventura intellettuale di Suad Amiry, quello della scrittura.

«Durante estenuanti giornate di coprifuoco nel 2003 – ricorda – mi ritrovai non solo senza poter lavorare, uscire, né fare alcunché, ma anche costretta a ospitare mia suocera che altrimenti sarebbe rimasta isolata. Il risultato fu in pratica una doppia occupazione, esterna e interna. Di notte cercavo scampo scrivendo mail disperate agli amici. Luisa Morgantini, a mia insaputa, fece leggere le mail che le avevo inviato a Feltrinelli.

Fu così che d’un tratto, a 55 anni, mi ritrovai scrittrice. E- aggiunge Suad divertita- invitata in tanti paesi stranieri, non per raccontare dei miei bei progetti di architettura, ma di Sharon e mia suocera, che compaiono anel titolo del mio primo libro». Nei libri Suad ha potuto così mettere a valore lo humour che da sempre la contraddistingue nella vita.

«Per chi, come noi palestinese, vive un’occupazione militare da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano. Diventa uno strumento di sopravvivenza indispensabile. Quando la realtà è troppo opprimente, solo così puoi comunicare ciò che sarebbe altrimenti insopportabile». Sul filo dell’ironia si muove anche Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) che Amiry scrisse dopo la vittoria di Hamas raccontando le vicende tragiche e esilarante di un gruppo di signore negli “anta” per stigmatizzare i dogmi di un “partito islamizzato che ha segnato la sconfitta delle donne palestinesi”.

Su un versante più di inchiesta si muovono invece libri come Se questa è vita (2005), che racconta la vita sotto l’occupazione e il potente Murad Murad (2009), in cui l’autrice ripercorre una giornata passata con quei palestinesi ostracizzati da Gerusalemme che si fingono israeliani per poter continuare a lavorare, alzandosi alle tre del mattino e senza la certezza di tornare a casa sani e salvi.

«E’ stata un’esperienza scioccante – confessa Suad – vedere la violenza che c’è nel negare ogni possibilità a chi ti implora di farlo lavorare.

E’ inaccettabile il ricatto, l’umiliazione. Ma nonostante i divieti di Sharon che nel 2000 decise di espellere i lavoratori palestinesi, ogni giorno , nonostante i “tu sei un nulla” e i “tu non devi esistere”, queste persone tornano a riproporsi. Andare a tirar su le case dei coloni in cui non potrai entrare è durissimo.. E questo ti fa toccare con mano la capacità di resistenza dei palestinesi. Noi non abbiamo per nulla voglia di essere eterne vittime».

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Ferragosto d’autore

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 13, 2011

di Simona Maggiorelli

Pablo Picasso

Curioso Paese l’Italia in cui scarseggiano i lettori ma abbondano gli scrittori. E che sembra aver inverato l’irriverente detto di Luciano Bianciardi “non leggete i libri, fateveli raccontare”, dacché le presentazioni di saggi e romanzi, specie durante i festival, sono frequentatissime, a fronte di librerie alquanto disertate. Ma tant’è.

E allora cogliamo l’attimo delle tante, tantissime presentazioni estive per proporre un nostro piccolo vademecum: fatto di proposte di libri per capire un po’ di più ciò che ci sta succedendo attorno. Da leggere “a mente fresca” sotto l’ombrellone, in montagna ma anche, perché no?, comodamente seduti nella poltrona di casa, se è vero come è vero che un italiano su cinque, sotto questo battente solleone di crisi, non andrà in vacanza.

Venti di rivoluzione

Instancabile conversatore nelle sere d’estate al Cairo, medico e scrittore di grande sensibilità, lo abbiamo conosciuto qualche anno fa quando con i suoi romanzi (da Se non fossi egiziano a Palazzo Yacubian ) dava voce alla dissidenza, a quella larga parte della società egiziana oppressa e umiliata sotto la cappa di un odioso regime travestito da democrazia. I suoi antieroi nel frattempo, con coraggio, sono scesi in piazza e Ali al Aswany ora li racconta nel libro La rivoluzione egiziana (Feltrinelli), felice della ritrovata fierezza degli egiziani, con la speranza che ora si possa costruire davvero un futuro più libero e giusto. Con l’arabista Paola Caridi che ne aveva raccolto la testimonianza nel libro Arabi invisibili Ali al Aswany sarà il 9 settembre al Fesivaletteratura di Mantova e poi alla Feltrinelli di Roma per parlare di letteratura ma anche dell’importante momento storico che l’Egitto sta attraversando.

E’ stato invece poche settimane fa in Italia (qualcuno lo ricorderà alla Milanesiana) lo scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa, ma in un momento in cui l’esercito di Assad sta facendo strage dei civili ad Hama ed altrove è quasi impossibile prescindere dal suo potente e doloroso Elogio dell’odio (Bompiani) che – attraverso lo sguardo di una ragazza – ci restituisce un trentennio di storia siriana e di lotta clandestina per la democrazia. Cercando di leggere la storia del Medioriente per cavarne strumenti di comprensione del presente e per provare a intuire come potranno mutare gli equilibri geopolitici di questa importante area del mondo, Castelvecchi ha lanciato la collana RX in cui già si segnalano titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi che si propone come un lavoro approfondito, non come un semplice instant book. In qualità di studioso di storia del Mediterraneo, Rizzi ricostruisce anche quali sono state le responsabilità delle politiche predatorie e neocolonialiste occidentali nell’affamare i popoli del Medioriente.

Pablo Picasso ragazza che legge

Pablo Picasso, ragazza che legge

Ma responsabilità gravi e precise l’Occidente l’ha avute anche nella mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. In chiave di toccante saga familiare e di resistenza ce lo racconta il romanzo della giovane Susan Abulhawa in Ogni mattina a Jenin (Feltrinelli). La scrittrice palestinese, che vive negli Usa, sarà di nuovo in Italia il 17 settembre per partecipare al festival Babel di Bellinzona. Dopo di lei a Babel , il 18 settembre, ci sarà anche la scrittrice palestinese e architetto Suad Amiry, autrice del durissimo Murad Murad (Feltrinelli) in cui racconta l’avventura di un gruppo di palestinesi alla ricerca di lavoro clandestino in terra di Israele, ma anche del provocatorio Niente sesso in città (Feltrinelli) in cui alcune donne sfidano i proiettili israeliani per ritrovarsi in un ristorante a Ramallah e parlare delle loro storie, del loro futuro e di quello del Paese.

Il naufragio del Belpaese

Non si parla di hijab e nemmeno di burka, ma anche in Italia, interiormente, le donne dovrebbero portare il velo. Almeno stando ai cattolici. Cerando di assomigliare quanto più possibile alla arida icona della vergine Maria. Quanto questo modello religioso abbia influito sulle bambine e sulle donne italiane è il tema che indaga Michela Murgia nel libro Ave Mary (Einaudi) di cui la scrittrice sarda torna a discutere in pubblico iin questi giorni a Prali in provincia di Torino. Più in generale, e sotto differenti angolazioni, si parlerà molto del “caso Italia”nelle prossime settimane. Anche nei ritrovi di montagna e al mare. Basta dare uno sguardo al calendario davvero fitto di presentazioni di libri dedicati a questo tema nei luoghi di villeggiatura dalle Alpi alla Sicilia. Alcuni autori come il giurista Michele Ainis o come il giornalista Gian Antonio Stella o il collega Gianluigi Nuzzi- solo per fare qualche esempio – affronteranno dei veri e propri tour con molte tappe lungo la Penisola, confidando nel fatto che la gente non voglia mandare anche il cervello in vacanza. Così Ainis è partito il 12 agosto dalla Fiera internazionale di Messina per far conoscere ai lettori che non amano troppo le librerie la sua lucida e insieme appassionata disamina dell’Assedio (Longanesi) a cui è sottoposta la Costituzione italiana, mentre Stella e Rizzohanno discusso di Vandali assalto alle bellezze d’Italia (Rizzoli) e della mala politica che non tutela il Patrimonio d’arte italiano il 7 agosto nel salotto all’aperto di Capalbio per risalire e ridiscendere poi lo stivale per tutto agosto. Lo stesso dicasi di Nuzzi, a Capalbio il 14 agosto,  e che poi porterà il suo libro inchiesta Metastasi (Chiarelettere) scritto a quattro mani con Claudio Antonelli non solo in quel Sud dove l’ndrangheta la fa da padrona, ma anche in quel nord leghista dalle mani non sempre così pulite come dice a parole.

Della cricca e di chi ha lucra sui terremoti parla invece il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale presentando il 21 agosto in piazza del Plebiscito ad Ancona il suo Terremoti spa (Rizzoli). Alla corruzione e al malaffare, di chi, risparmiando sul cemento, falsificando i progetti, violentando il territorio, si è reso responsabile degli effetti devastanti del terremoto de l’Aquila è dedicato anche il libro di un altro Caporale di Repubblica, Giuseppe, dal titolo Il buco nero (Garzanti). Il giornalista ne discuterà con il pubblico il 30 agosto a San Benedetto del Tronto E ancora: Perfino nella roccaforte di “Cortina incontra” comincia a soffiare un vento nuovo. Il che è tutto dire. Così il 18 agosto il salotto “buono” per antonomasia, quello di Enrico Cisnetto, si apre alla presentazione del romanzesco I 99 giorni che travolsero il Cavaliere (Fazi editore) un libro in cui Philip Godgift mescola finzione e cronaca per affrescare scenari di definitiva uscita di scena del signor B. Le cui “gesta” sono puntualmente documentate e stigmatizzate in Colti sul Fatto (Garzanti) di Marco Travaglio, graffiante raccolta di articoli che il giornalista piemontese presenterà il 28 agosto ai vacanzieri di Rimini. E si potrebbe continuare ancora a tracciare la mappa di un Belpaese che sembra essersi svegliato da un ventennale letargo e che, sotto l’ombrellone quest’anno, sembra deciso a non si portarsi un  libro ma direttamente l’autore.

da left-avvenimenti

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