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Posts Tagged ‘Fiera del libro’

Un crociera di carta, tra Nilo, faraoni e piramidi

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Dal 14 al 18 maggio va in scena a Torino la XXII edizione della Fiera internazionale del libro. L’Egitto Paese ospite al Lingotto, in ricordo di un maestro come il Nobel Mahfuz. Sono tantissimi anche gli appuntamenti per l’editoria di casa nostra. Dopo il successo di Palazzo Yocoubian e Chicago, ‘Ala al-Aswani si riconferma voce coraggiosa e anti regime con un nuovo romanzo: Se non fossi egiziano. Mentre nuovi giovani talenti crescono

di Simona Maggiorelli

00155Scontro di civiltà fra Occidente e Oriente? Se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni. A mio avviso, senza senso». Parola di ‘Ala al-Aswani, l’autore di Palazzo Yocoubian e di Chicago (entrambi editi da Feltrinelli), lo scrittore egiziano più letto in Medio Oriente, ma anche il più tradotto in Occidente.
«Ho sempre pensato che la civiltà sia uno dei risultati più alti della creatività umana» accenna lo scrittore al telefono, poco prima della sua partenza per Torino. «Lo scontro, quando avviene – precisa al-Aswani – semmai è causato dal fondamentalismo religioso. Nella storia le religioni sono sempre state usate per sostenere guerre e per uccidere. E in questo le confessioni religiose sono tutte uguali, a qualsiasi libro sacro appartengano. Io sono musulmano perché sono nato in un Paese che professa questa fede, ma se fossi nato in un Paese cattolico, probabilmente sarei stato cattolico…». Sottile e tenace critico della situazione sociale e politico dell’Egitto di oggi, coraggioso nella sfida ai maggiori tabù della tradizione, ‘Ala al-Aswani è uno degli ospiti più attesi della Fiera del libro 2009, in programma al Lingotto dal 14 al 18 maggio. al-Aswani incontrerà il pubblico il 16, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Se non fossi egiziano (Feltrinelli, in libreria dall’9 maggio), in cui lo scrittore egiziano, sullo sfondo delle vie del Cairo, tratteggia una galleria di personaggi di oggi mandando in frantumi ogni oleografia. Così, fra un ricercatore in medicina che non trova come finanziare i suoi progetti, le meschinità di un bottegaio e il moralismo di una studentessa osservante quanto ipocrita, s’incontrano personaggi che nulla hanno di prevedibile e scontato. E proprio questa schiettezza, la sottile ironia, ma anche la calda umanità che “trasuda” dalla scrittura di al-Aswani, ne fanno una voce originalissima nel panorama della letteratura egiziana. Ma anche una delle più criticate dalla fronda più moralistica e religiosa dei lettori. E delle più bersagliate dalla censura.

Realtà e immaginazione
Se non fossi egiziano_643371262«Al Cairo – racconta al-Aswani – il primo ad aprire un cinema fu un italiano. Si chiamava Delio Astrologo. Trovandosi sempre di fronte un pubblico che si spaventava a morte quando sullo schermo appariva un treno che sembrava correre verso di lui, adottò questa tecnica: ogni sera, accompagnati gli spettatori in sala, prima che si sedessero, spiegava loro, con tanto di prove a misura di polpastrelli, che quello che avevano davanti non era che un pezzo di stoffa».
Un secolo dopo lo scrittore egiziano confessa di trovarsi in una situazione curiosamente simile. «Tra i lettori di narrativa – chiosa al-Aswani – purtroppo, c’è ancora chi fa la stessa identica confusione tra realtà e immaginazione. Dopo l’uscita del romanzo Chicago ho ricevuto dosi settimanali di insulti da lettori fanatici secondo i quali, rappresentando un personaggio di una ragazza velata che rinuncia ai suoi principi, offendevo tutte le musulmane velate e dunque l’islam stesso». Ma questo, certamente, non è bastato a fermare la fantasia dello scrittore e il gusto di uno scrivere senza censure.
«Terminati gli studi di medicina negli Stati Uniti, alla fine degli anni Ottanta sono tornato a vivere in Egitto – scrive ‘Ala Al -Aswani nel libro – e avrei voluto dedicarmi solo alla scrittura. Ma dovevo fare il dentista per guadagnarmi da vivere. Così ho scisso la mia vita in due: una vita regolare, seria, da persona rispettabile, come medico, e un’altra da scrittore, libera, esente da ogni restrizione sociale e pregiudizio. Tutti i giorni, dopo il lavoro, mi precipitavo alla scoperta della vita nelle sue forme più originali ed eccitanti. Andavo a zonzo nei luoghi più bizzarri, incontravo persone poco convenzionali, spinto da una curiosità impellente e una reale necessità di comprendere la gente e di imparare quel che aveva da insegnarmi».
Una passione per l’umano, in tutti i suoi aspetti, che rende viva e irresistibile la prosa di questo scrittore che qualche critico definisce “il Nagib Mahfuz contemporaneo”. Di fatto il Nobel scomparso nel 2006 è “il nume tutelare” e la personalità forte che aleggia su tutti gli appuntamenti di questa Fiera del libro 2009, che ha scelto l’Egitto come Paese ospite. Ma il 16 maggio la casa editrice Newton Compton gli dedicherà un appuntamento speciale, un reading di pagine scelte dai suoi capolavori, da Rhadopis a Il romanzo dell’Antico Egitto, da La cortigiana del faraone a Il giorno in cui fu ucciso il leader, fino a Karnak cafè. Con una sorpresa per il pubblico italiano: l’uscita, sempre per i tipi di Newton Compton, di Autunno egiziano, un affascinante racconto-affresco del Cairo, a oggi ancora inedito in Italia.

Zigzagando tra gli appuntamenti
Ma zigzagando fra i moltissimi appuntamenti della sezione dedicata all’Egitto – fra i quali segnaliamo in particolare “L’Egitto al femminile” con Radwa Ashur, Salwa Bakr, Ahdaf Soueif e Mira Al Tahawi e la lectio magistralis dell’archeologo Zahi Hawass, autore dell’affascinate Le montagne dei faraoni (Einaudi) – da non perdere di vista, l’incontro con lo scrittore emergente Ahmad al-Aidy, caso letterario in Egitto e in Inghilterra del 2008 proprio per la penetrazione psicologica con cui questo giovane autore egiziano (classe 1974) racconta una generazione «che non ha nulla da perdere». Linguaggio ironico, scheggiato, scrittura sincopata che procede per flash, diversamente dalla prosa più distesa e classica di al-Aswani, quella di al-Aidy nel romanzo Essere Abbas al-Abd (il Saggiatore, dal 7 maggio in libreria) procede per improvvisi scatti, impreviste accelerazioni nel raccontare una porzione di gioventù intrappolata in un mondo di rapporti malati, senza un filo e al tempo stesso scapicollati fra sms, mondi virtuali e McDonald’s. Con un registro completamente diverso, anche qui troviamo il coraggio di uno sguardo “crudele” che va fino in fondo. La voglia di guardare in faccia la realtà senza infingimenti. Con un linguaggio letterario nuovo, creativo, che non si ferma alla cronaca.
«Il successo internazionale di uno scrittore artisticamente maturo come al-Aswani, ma anche l’emergere di voci dichiaratamente controcorrente come al-Aidy sono la riprova di quanto la scena culturale sia cambiata in Egitto, di quanto sia diventata finalmente più libera» commenta Fabio El Ariny, lo scrittore italo egiziano che ha fatto molto parlare di sé con il romanzo d’esordio, Il legame (Besa) nel quale si immagina un nesso fra l’incidente aereo che accadde a Malpensa e l’attentato alle Torri gemelle. Al centro del racconto c’è un giovane immigrato ingiustamente accusato di terrorismo. El Ariny, che come al-Aswani ha una “doppia vita” fra lavoro e scrittura, sarà a Torino il 15 maggio per parlare di letteratura egiziana. In queste settimane è anche al lavoro su un nuovo romanzo «che – ci anticipa – sarà completamente diverso dal precedente, che era stato definito un thriller».

Un Paese democratico?
Nato in Italia, El Ariny è cresciuto e ha studiato in Egitto. «Là vivono i miei genitori e da quando nel 1992 mi sono trasferito in Italia ho continuato a frequentare molto il Paese – racconta – così ho potuto vedere passo dopo passo il cambiamento che l’Egitto ha fatto dalla fine degli anni Ottanta. Allora era impossibile criticare il governo. Non c’erano giornali, se non quelli di regime e in pubblico bisognava stare molto attenti a quel che uno diceva. Oggi, giustamente, c’è chi dice che l’Egitto non sia un Paese democratico ma bisogna ammettere anche che la censura si è un po’ allentata: quando ero piccolo, per esempio, certi libri di Mahfuz si potevano acquistare solo in Libano, che sotto questo riguardo è sempre stato un Paese più libero dell’Egitto. Negli ultimi anni sono nati giornali di opposizione, possono emergere voci libere di scrittori, anche apertamente critiche. Molti di loro saranno ospiti a Torino. E proprio per questo sarebbe assurdo boicottare la Fiera».
«La scena editoriale egiziana è molto cresciuta e si è molto movimentata negli ultimi anni. Accanto alle case editrici più grandi e ufficiali sono nate imprese più piccole e indipendenti, che qualche anno fa sarebbero state impensabili» conferma Barbara Ferri, che per le Edizioni e/o segue il progetto Sharq/Gharb: una costola della casa editrice romana che traduce e pubblica in arabo letteratura italiana contemporanea ma al contempo promuove coedizioni arabe di opere di autori mediorientali. «La Fiera del libro del Cairo è un buon termometro della situazione. E l’ultima edizione è stata quanto mai frequentata e ricca di proposte. Anche dal punto di vista dell’editoria – sottolinea Ferri -. Ovviamente non si può parlare dei Paesi arabi in generale, perché ciascuno ha la sua storia. Ma se, per esempio, in Siria non siamo ancora riusciti a creare rapporti di collaborazione con l’editoria locale, a causa di una forte presenza della censura, in Libano non abbiamo mai avuto problemi. La novità ora riguarda proprio l’Egitto dove per la prima volta sta nascendo un’attenzione viva anche per quel si pubblica nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo».

IL PUNTO Quelle star del boicotaggio
di Tahar Lamri
*

Il direttore della Fiera del libro di Torino, Ernesto Ferrero, ha dichiarato a Libero: «Ci saranno tante star e ne siamo contenti, perché servono a creare movimento e ottengono spazio sui mezzi di informazione». L’evocazione di queste parole (star, movimento e ottenere spazio), in ambito letterario, è già di per sé motivo sufficiente per boicottare una manifestazione. Non per motivi ideologici, ma perché, in un mondo letterario perfetto, il libro è invito alla lentezza e a combattere le forme dello star system e dello sgomitare per avere un posto sui media.
L’appello a boicottare la Fiera, sottoscritto anche da Gianni Vattimo, crea proprio quel movimento che assicura spazio sui mezzi di informazione e fa di Vattimo una star e siccome questo movimento tende a fagocitare il suo nucleo, cioè in questo caso la difesa dei diritti umani, e focalizzare tutta l’attenzione sulla periferia, cioè la polemica-spazzatura che si nutre di vecchie e nuove polemiche, alcuni giornalisti fanno i conti con chi davvero difende i diritti umani e spostano l’asse della discussione su tutto ciò che è marginale: Israele è più democratico dell’Egitto, Tariq Ramadan non dovrebbe essere invitato perché l’anno scorso… ecc.
Sheherazade ci insegna che la letteratura salva la vita, ma è da molto tempo che la letteratura si è dimessa da questa funzione. Dai tempi di Camus, Franz Fanon, Aimée Cesaire, molti scrittori sudamericani torturati, segregati, confinati, proprio per difendere i diritti umani e il diritto alla parola. Poeti Cheyenne che vivono a stenti nelle democrazie consolidate. Boicottare o non boicottare una Fiera del libro è soltanto un esercizio ozioso per creare, appunto, star, movimento e ottenere spazio.

*Scrittore e studioso di intercul  10 maggio 2009

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Vivere oggi a Gaza

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 15, 2011

 

 

banskypalloncininw5Dopo un’edizione 2008 dedicata a Israele e che suscitò non poche polemiche, la Fiera del libro, fino al 18 maggio, apre una finestra sulla Palestina. A Torino, il libro denuncia di Makdisi e gli Arabi danzanti di Kashua. Ma anche una voce scomoda per Israele come l’ebreo Pappe

di Simona Maggiorelli

Tra il Duemila e il 2007, 854 i bambini palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Questi i casi accertati, quelli effettivi potrebbero, purtroppo, essere molti di più. Secondo l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale oltre il 90 per cento dei bambini palestinesi vivono nella paura. Il 48 per cento di questi ragazzini hanno sperimentato direttamente la violenza dell’esercito d’Israele. Il 21 per cento dei più piccoli sono sfollati a causa della politica israeliana. Il 52 per cento dei minori palestinesi sentono che i propri genitori non possono proteggerli. A fronte di tutto questo, il 96 per cento dei ragazzi palestinesi considerano l’istruzione necessaria per la propria crescita personale, ma le aule palestinesi chiuse durante i coprifuoco toccano la quasi totalità, mentre il numero degli attacchi israeliani alle scuole palestinesi, fra il 2003 e 2005, è pari a 180. E ancora, dando uno sguardo alle cifre che riguardano i ragazzi più grandi, si scopre che il 75 per cento dei ventenni di Gaza si vede negato il diritto all’istruzione universitaria. Queste cifre anonime dietro le quali ci sono persone, storie, troppo spesso tragedie, sono di fatto solo una piccola parte di quelle squadernate nella serrata indagine che lo scrittore libanese Saree Makdisi presenta in Palestina borderline, storie da un’occupazione quotidiana, appena uscito in Italia per i tipi della casa editrice milanese Isbn: a nostro avviso, uno dei titoli politicamente più importanti fra la miriade di nuove proposte che la Fiera propone dal 14 al 18 maggio. Un libro che non si limita a una disamina scientifica della realtà, che potrebbe anche risultare fredda, ma presenta storie, racconti, spaccati di vita quotidiana, vicende che talvolta “ potrebbero anche sembrare normali – come scrive Makdisi, se non dovessero fare i conti con check point, guardie armate, perquisizioni indiscriminate”.

L’anno scorso il Paese ospite scelto dalla Fiera del libro di Torino , come è noto, fu Israele . E molte autorevoli voci del panorama letterario internazionale declinarono l’invito. Fra questi il poeta siriano Adonis che, su invito del Pen e di Donzelli quest’anno invece terrà una lectio magistralis. Ma a Torino ci sarà anche il giovane scrittore palestinese Seyed Kashua, autore de Gli arabi danzanti (Guanda), un romanzo autobiografico ambientato all”epoca della strage di Sabra e Shatlila, il compo profughi che fu devastato dai carri armati israeliani. Kashua è riconosciuto oggi come uno degli scrittori più promettenti dell’area del Medio Oriente. Nel frattempo la casa editrice Epoché presenta a Torino  il libro del poeta palesinese Mahmud Darwish, Il letto della straniera, ricordando una delle voci più intense di quella terra, prematuramente scomparsa l’estate scorsa. Ma da non perdere di vista è anche l’appuntamento in Fiera con un israeliano che si è battuto contro l’occupazione della striscia di Gaza come lo storico Ilan Pappe. Domenica 17 maggio, l’autore de La pulizia etnica della Palestina discute della situazione palestinese con la studiosa Paola Caridi e Khaled Fouad Allam. Nel libro lo storico israelianoPappe ricostruisce le vicende che nel 1948 portarono alla nascita dello Stato di Israele. In quell’anno ebbe luogo anche la Nakba (la catastrofe), ovvero la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalla loro terra.

dal quotidiano Terra

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Pensare libero

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 12, 2010

In Italia venti milioni di persone dichiarano di non leggere nemmeno i titoli dei giornali, mentre chi legge ( il 45 per cento degli italiani), in media legge un libro all’anno. Lo studioso Giovanni Solimine ci aiuta a capire perché.

di Simona Maggiorelli

In Italia solo il 45 % degli adulti legge almeno un libro all’anno. Perlopiù si tratta di lettrici. E a fronte di uno zoccolo duro, ma assai ristretto di “lettori forti”, 20 milioni di italiani non leggono nemmeno una riga (stando ad una recente indagine Istat neanche i titoli dei giornali). E se questa notizia, purtroppo, non ci stupisce, una bella sorpresa è invece scoprire che a tenere alta la bandiera della lettura siano soprattutto i giovani fra gli 11 e i 14 anni, con punte del 65%. Un dato incoraggiante specie se letto nel quadro di quell’Italia «allergica ai libri» documentato da Giovanni Solimine nel libro-inchiesta L’Italia che legge (Laterza). Nel rintracciare le radici di questo deficit, avverte il docente de La Sapienza, non si può dimenticare che un secolo fa l’Italia pativa ancora un forte analfabetismo (nel 1935 solo il 16,50% delle persone leggeva correntemente), né si possono trascurare i bassi livelli di scolarizzazione. «Da noi- ricorda Solimine – solo la metà delle persone tra i 25 e i 64 anni ha un diploma di scuola superiore, rispetto a una media europea del 70%, con punte dell’80% in Germania, Danimarca, Estonia e Repubblica Ceca». È stato stimato che se la quota degli italiani diplomati fosse in linea con la media europea, la percentuale di lettori sarebbe del 58,2%, ben 12 punti in più rispetto a oggi. «E bisogna notare anche -aggiunge lo studioso- che negli ultimi 15 anni, malgrado il numero di diplomati e laureati sia notevolmente cresciuto, la percentuale di lettori resta stagnante».

Che fare allora per allargare la base sociale dei lettori? Nel libro L’Italia che legge l’autore, attingendo a esperienze concrete di Forum e manifesti per la lettura, prova a suggerire alcune soluzioni, sfatando al contempo alcuni luoghi comuni. Come l’idea che i festival di letteratura servano a raggiungere nuovi lettori. «A volte si ha la sensazione che queste attività di promozione si rivolgano ai lettori già forti solo per vendere più libri. Va benissimo, sia chiaro – precisa Solimine – ma questa strategia non intacca il problema, innalzando il vertice invece che allargare la base della piramide dei lettori. Invece bisognerebbe raggiungere e consolidare i lettori medi e poi puntare sui lettori deboli, portando i libri fuori dai luoghi deputati, offrendo ai cittadini molte più occasioni per incontrare i libri sul loro cammino».

Un’altra radicata convinzione, che il nuovo lavoro di Solimine smentisce, è quella, come accennavamo, che i ragazzi non amino i libri. «Il fatto che i giovani non leggano è uno dei luoghi comuni che più si sente più spesso ripetere: in realtà – ribadisce l’esperto – leggono molto di più degli adulti e molto di più dei giovani delle generazioni precedenti». Anche se dopo i 14 anni, come rileva una recente indagine Istat, si registra solitamente un calo «dovuto al sorgere di altri interessi, ma forse- suggerisce Solimine – anche a errori nostri. La scuola, per esempio, non sempre riesca a proporre ai giovani letture che corrispondano ai loro interessi. Tanti insegnanti volenterosi cercano di far nascere negli alunni il “piacere della lettura”, ma talora cercando di imporlo o senza che i ragazzi siano liberi di scegliere che libro leggere». Diverso forse sarà il futuro di nuove generazioni “native digitali” potranno scoprire il piacere della lettura attraverso gli ebook o altri strumenti elettronici multifunzionali. E’ questo il campo indagato da un altro interessante libro edito da Laterza: La quarta rivoluzione Sei lezioni sul futuro del libro, un testo uscito sei mesi fa ma che l’autore, Gino Roncaglia, continua ad aggiornare giorno per giorno attraverso un blog, anticipando così gli annunciati dynamic books, i libri interattivi di nuova generazione.

Ma se il passaggio dalla lettura a voce alta a quella silenziosa fu una vera rivoluzione nella storia umana, come del resto lo fu l’invenzione della stampa, cosa ci possiamo aspettare davvero dai libri elettronici? «Siamo di fronte davvero a una nuova rivoluzione – assicura Solimine – come quelle che lei ha ricordato. Anche se ne vedremo gli effetti subito. Nel breve e nel medio periodo l’e-book non sostituirà il libro cartaceo. E’ probabile che l’e-book per qualche tempo ancora avrà un suo mercato parallelo e solo in parte concorrente a quello del libro.

I suoi primi e più forti utilizzatori saranno di due tipi: una quota di lettori forti, che vorranno sperimentare anche questo nuovo modo di lettura, e gli appassionati di elettronica, incuriositi da questo nuovo gadget. L’uso prevalente dell’e-book sarà nell’ambito dello studio e della lettura “funzionale” (manualistica, documentazione tecnico-professionale, ecc.), per un pubblico che apprezza il vantaggio di portare agevolmente con sé materiali utili per il lavoro, più che nella lettura da tempo libero. Sta già avvenendo, poi, che chi ha un lettore di e-book lo usi per leggere quotidiani e riviste, settore nel quale il cambiamento sarà molto più repentino che in altri ambiti editoriali». Questo per quanto riguarda il futuro, sperando che non siano solo i grandi gruppi a gestire il mercato degli e-book. Intanto per contrastare il monopolio berlusconiano e di poche altre major, molte case editrici medie e piccole in Italia- da Fazi a Carocci a Bollati Boringhieri- hanno rinunciato in parte alla propria indipendenza per fare “cartello” con altre. «La piccola e media editoria in Italia è la più coraggiosa nel rischiare su temi di “nicchia” e nell’investire su autori giovani ed emergenti- chiosa Solimine -Ora, però, per gli editori, come per i librai, indipendenti, la situazione è divenuta pesante, per la crisi economica e il calo di vendite, per l’abolizione delle tariffe postali agevolate e a causa della spietata concorrenza dei grossi gruppi editoriali e delle librerie di catena, che fanno sconti mettendo fuori mercato i soggetti più deboli». Come se ne esce? «Servirebbe anche in Italia una regolamentazione, come già esiste in altri paesi, ma- preconizza il professore – temo che la proposta di legge presentata anche in questa legislatura da Riccardo Franco Levi (che lo aveva fatto anche nella precedente) finirà per arenarsi». Ma non bisogna arrendersi. «Un tessuto di librerie anche nei piccoli centri e la difesa della “biblio-diversità” che i piccoli editori garantiscono, sono condizioni essenziali per la diffusione della lettura» rilancia Solimine, al quale prima di congedarci rivolgiamo una domanda che ci riguarda più da vicino: Che cosa indirizza il pubblico nella scelta dei libri? Recensioni, passaparola via internet, i consigli dei librai o cos’altro?
«Questa domanda è stata posta ai lettori – ci dice-. il 69% decide in base all’interesse per il genere e per l’argomento trattato. Solo nel il 41% dei casi conta la fedeltà verso un autore di cui si erano apprezzate le precedenti opere. Seguono altri fattori di scelta, come il passaparola fra amici e conoscenti, con il 36%, che fino al 2007 era al secondo posto fra le motivazioni. Più distanziati, con percentuali inferiori al 20%, gli stimoli provenienti dalla lettura di recensioni sui giornali o in siti web, da programmi radio-tv, dall’aver visto un film». In chiusura dice Solimine «è da sottolineare il ciclo virtuoso libro/film, anche se l’effetto traino è leggermente diverso nei due sensi: il 19% delle persone che hanno acquistato un libro dichiarano di averlo fatto sull’onda di un film; viceversa il 17% va a vedere un film dopo aver letto il libro da cui era tratto».

da left-avvenimenti del 3-9 dicembre 2010

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Onda romena, la nuova letteratura viene da Bucarest

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2010

di Simona Maggiorelli

Annamaria Marinca in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni

Annamaria Marinca in una scena del film "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni"

“Tsunami rumeno a Cannes” titolavano i giornali all’indomani della Palma d’oro al film 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni del regista Cristi Mungiu, film denuncia sugli aborti clandestini sotto la dittatura di Ceausescu, che benché si proclamasse comunista aveva proibito la contraccezione. E per il regista rivelazione Mungiu qualcuno scomodava epiteti del tipo «Il genio dei Carpazi» risemantizzando un’espressione che il dittatore aveva scelto per sé. Ma se Mungiu, con registi come Catalin Mitulescu, nel 2007, fu salutato come punta di diamante di nuova onda artistica romena, i riflettori sulla scena culturale del Paese rimasero accesi ancora per poco. Varcata la soglia del 2008, la Romania di lì a poco rientrò nel buio più pesto. Almeno agli occhi degli italiani. Purtroppo (ancora oggi) bersagliati e tristemente assuefatti a un’informazione che si occupa di Romania solo per parlare di immigrazione e sicurezza e di criminalità. Con un’unica, inaspettata, eccezione. Il libro del giovane scrittore Andrea Bajani, Se consideri le colpe (Einaudi): un romanzo e, al tempo stesso, uno schietto viaggio inchiesta sugli imprenditori italiani che vanno in Romania per fare soldi sfruttando mano d’opera a basso costo.
Così, mentre sui media italiani – con il pretesto di singoli casi di violenza – ha preso piede una vera e propria campagna di criminalizzazione di un intero popolo, poco o nulla è trapelato su quanto, dopo la fine della dittatura e della censura, di nuovo e di vitale si è mosso sulla scena politica e culturale del Paese. «Di fatto dal 1989 a oggi il volto della Romania è cambiato moltissimo» scrive lo studioso Michail Banciu, nel saggio La letteratura romena di oggi. «Il Paese si è avviato a passi rapidi verso la democrazia e l’editoria post ’89 è andata incontro a una vera e propria esplosione».
E se in primis, dopo la fine della censura, sono stati pubblicati autori proibiti dal regime, come l’avanguardista Tristan Tzara il drammaturgo Eugene Ionesco e il poeta Emil Cioran, (ma anche il pensatore di ultra destra Mircea Eliade) negli ultimi anni le case editrici rumene hanno cominciato a rischiare di più scommettendo su nuovi autori.

Eugene Ionescu

Eugene Ionescu

«Oggi la letteratura che la Romania sta “esportando” è soprattutto quella contemporanea, quella degli scrittori attivi intorno agli anni Ottanta, Novanta e Duemila» spiega Ileana M. Pop, esperta di letteratura rumena, che grazie a un’iniziativa di Zonza editore, cura la prima collana italiana di letteratura rumena contemporanea. «In questo momento storico – prosegue la curatrice – la narrativa rumena sta sgomitando per farsi spazio sulla scena occidentale. Ma ha già avuto qualche piccolo successo all’Est, soprattutto in Ungheria e Polonia dove, per quanto gli autori rumeni non siano certo in cima alle classifiche di vendita, almeno per vicinanza geografica e culturale, i loro titoli penetrano con più facilità».
Ma non si può negare altresì che «anche grazie al successo dei più recenti film del cinema romeno – precisa Ileana Pop – si sia aperta una piccola breccia attraverso la quale lo scambio culturale Europa occidentale-Romania si sta intensificando sempre più. Il pubblico – prosegue Pop – dimostra maggiore interesse per questo Paese latino sperduto ai confini orientali dell’Europa, per la sua storia, la cultura, il modo di essere della sua gente…».
Anche per questo, per rispondere a questa “curiosità” finalmente crescente da parte dei lettori italiani più attenti e sensibili, la casa editrice Zonza, per prima cosa ha cercato di colmare le lacune che riguardano il regime comunista che ha dominato la Romania dal 1945 al 1989, al tempo stesso cercando di ricostruire le ragioni che hanno visto il Paese ridotto in povertà e costretto milioni di rumeni a emigrare all’estero.
Un tentativo di coprire una lacuna avvenuto non solo attraverso la pubblicazione della produzione diarististica e di romanzi a sfondo storico, ma anche attraverso libri più elaborati sul piano letterario e che intrecciano differenti registri.
Fra questi il romanzo Un anno all’inferno della giovane scrittrice Liliana Corobca, in cui l’autrice si cala nell’universo di una giovane donna, con il sogno di una laurea e di una vita libera. Una ragazza normale, come tante che, una volta all’estero, vedrà naufragare tragicamente i suoi progetti, fino a essere costretta a prostituirsi. Nel racconto Sonia – questo il nome della giovane protagonista – lotta disperatamente per resistere alla violenza maschile e all’annullamento della sua identità di donna.

Lo scrittore Dan Lungu

Lo scrittore Dan Lungu

Ma interessante sul piano letterario è anche l’indagine che lo scrittore e sociologo Dan Lungu (autore appena quarantenne fra i più tradotti all’estero) compie nel romanzo Sono una vecchia comunista!: ovvero una ironica e ficcante indagine sui meccanismi psicologici della cosiddetta “ostalgia” , una forma di nostalgia regressiva per il regime di Ceausescu che – racconta Lungu – si vede affiorare oggi in persone anziane, che hanno trascorso la maggior parte della loro vita sotto il comunismo. Giovedì 14 maggio Lungu incontrerà il pubblico per parlare di questo suo nuovo libro al Lingotto, nell’ambito della Fiera del libro di Torino.
Proprio in questa occasione Zonza editori presenta ufficialmente la collana Le vie dell’Est, che, dopo l’uscita dei libri di Corobca e Lungu, presto si arricchirà di un testo della giovanissima Ana Maria Sandu «sulla dura tematica dell’aborto ai tempi del comunismo» ma anche dell’ultimo romanzo del veterano Dumitru Tepeneag, scrittore ormai ottantenne molto conosciuto in Francia, sua patria adottiva, che nel libro La belle Roumaine (uscito in Francia nel 2007) insegue le avventure di una presunta spia romena tra Francia e Germania, in una narrazione avvincente e vagamente noir.

dal quotidiano Terra 6 maggio 2009

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Le sette vite di Shahrazad

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 27, 2009

di Simona Maggiorelli

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Shirin Neshat

Odalische in vesti diafane, uomini con il naso adunco che brandiscono scimitarre, geni e minareti. Un armamentario di figurine degne di Walt Disney. «Quando anni fa giocavo a flipper con uno storico modello della Williams “Tales of the Arabian nights” era proprio questo il panorama di personaggi che mi trovavo davanti» racconta ne La favolosa storia delle mille e una notte l’arabista Robert Irwin. Il suo libro appena uscito per Donzelli – non ingannino le parole dell’autore – è un dottissimo invito a liberarsi delle stereotipie che hanno accompagnato in Occidente la diffusione popolare dei racconti di Shahrazad.  «Oggi- scrive lo studioso inglese – sia da noi che nel mondo islamico, la straordinaria ricchezza delle Mille e una notte è stata ridotta a una manciata di immagini kitsch. Molti occidentali conoscono solo il minaccioso mondo arabo dei titoli giornalistici, che parlano di talebani di fatwa, di kamikaze…». Ma assicura Irwin (che sulla scorta del palestinese Said ha scritto pagine acuminate contro l’Orientalismo), «c’è un altro Medio Oriente ancora da scoprire sugli scaffali di ogni libreria occidentale che si rispetti: un luogo fatto di incanto, passione e mistero». Così in questo suo ultimo libro Irwin ci introduce in questo mondo fantastico, facendo chiarezza sulle traduzioni, sulle manipolazioni e sulle censure che questo grande libro ha subito nei secoli. Una vicenda che, nel nostro Paese, l’editore Donzelli ha contribuito a sbrogliare, pubblicando qualche anno fa la prima traduzione italiana delle Mille e una notte fatta direttamente dall’arabo, sulla base dell’edizione critica stabilita nel 1984 da Muhsin Mahdi. Ma ora tornando a tuffarci in quel mondo di principi tolleranti, donne intelligenti e combattive e maghi misteriosi che ci avevano affascinato da piccoli, impariamo qualcosa di più della cultura araba medievale che è alla base di questa raccolta di storie che i cantori tramandavano oralmente: scopriamo, con Irwin, una cultura araba sorprendentemente «ottimista, tollerante e pluralista». E che proprio per questo – anche in anni non lontani- è stata bersaglio della censura religiosa. Basti dire che nel 1985 un capo della commissione “moralità” del ministero dell’interno egiziano promosse una crociata contro un’edizione libanese del libro, accusata di attentare all’integrità della gioventù egiziana.  E fu proprio il Nobel Nagib Mahfuz – a cui idealmente è dedicata la Fiera del libro 2009  – uno degli scrittori che si batté di più contro l’assurda censura delle Mille e una notte.

is50164lMa che cosa contengono di tanto scandaloso questi antichi racconti della tradizione araba, noti con alcune varianti dal Mali al Marocco, dal Nord Africa, all’India, alla Cina? La studiosa che più si è dedicata a questa ricerca, come è noto, è la  marocchina Fatema Mernissi. In libri che sono già dei classici, come L’harem e l’Occidente (Giunti) ma anche nel recente Le 51 parole dell’amore (Giunti) Mernissi fa piazza pulita dei pregiudizi  che campeggiano nella pittura occidentale da Ingres a Matisse,che ci hanno sempre fatto vedere l’harem come un luogo pacificato di odalische passive e perennemente disponibili. Ma l’obiettivo più appassionato della studiosa di Fes è sempre stato quello di riscattare il personaggio della narratrice Shahrazad da quella etichetta di donna astuta e ingannatrice che le è stata cucita addosso dall’Occidente.  Minacciata di morte dal saltano impazzito di gelosia, il suo parlare gentile nella notte ( in arabo “samar”) suggerisce Mernissi, era un modo per cercare un rapporto più profondo con l’altro, per dialogare su un piano diverso da quello diurno, cercando di capire e di fermare la pazzia. Altro che mera astuzia! Shahrazad usa la sua cultura, la sua sensibilità e la sua intelligenza per leggere la mente dell’altro provando a “curarlo”.  Contrariamente a ciò che lasciano intendere le fantasie occidentali sull’harem «in Oriente- scrive Mernissi – il solo uso del corpo, ovvero del sesso privo della mente, non aiuta minimamente la donna a cambiare la sua situazione. Shaharazad insegna alle donne che la sola arma è coltivare l’intelletto e la sensibilità, acquisire conoscenza, per dialogare con gli uomini invitandoli a confrontarsi con il diverso da sé». Di fatto grazie all’originale lavoro di comparazione fra cultura occidentale e mediorientale, che Mernissi svolge da trent’anni, alcune delle nostre più ferree convinzioni, per esempio, riguardo al modo di vedere la donna e di intendere il desiderio nelle due diverse tradizioni, finiscono a carte quarantotto.

Così, mentre con la raccolta e lo studio di storie orali dalle più remote zone montane dell’Atlante e del deserto del  Sahara, Mernissi porta in luce un patrimonio culturale pre islamico che diversamente dalla legge coranica, non stabilisce affatto il diritto degli uomini di dominare le donne, dalla comparazione fra la tradizione letteraria e iconografica di Oriente e di Occidente la studiosa deduce che, se gli arabi hanno costruito gli harem perché temevano «la forza incontrollabile che c’è nelle donne», l’occidente razionale, nonostante libertà e diritti, l’identità e la diversità delle donne la nega interamente.

Ancora una volta Le mille e una notte e il modo in cui Shahrazad è stata letta in Occidente può aiutarci a capire qualcosa di più.  Il suo “primo viaggio” in Occidente fu grazie a Jean Antoine de Galland, primo traduttore del grande libro di racconti arabo. L’interesse del pubblico colto occidentale fu immediato quando i 12 volumi furono pubblicati tra il 1704 e il 1717. Ma per oltre un secolo, ricostruisce Irwin, furono solo le avventure di Sinbad, di Aladino e Alì Baba a catalizzate l’attezione. Lei avrebbe dovuto aspettare fino a quel 1845 quando Edgar Aallan Poe pubblicò The Thousand and second tale of Shahrazad ma cambiando il finale, e facendola morire. E se l’erotismo fu un elemento di attrazione per un pubblico occidentale «stretto – scrive Mernissi – fra i divieti dei preti e una rigida razionalità», l’immagine che passa, per esempio, attraverso Nijinsky nella Shéhérazade dei Balletti russi fu un misto di «esotismo, androginia, schiavitù e violenza», quando «al contrario- sottolinea Mernissi – l’antico e risoluto messaggio di Shahrazad implicava proprio l’insistenza sulla differenza tra i sessi».

Poi sarebbero venuti gli anatemi talebani e la censura a cui accennavamo, ma la sopravvivenza delle Mille e una notte, per fortuna, segue percorsi carsici e riemerge- ad esempio – anche nelle pagine di scrittrici di oggi, nei racconti delle autrici iraniane che Anna Vanzan ora ha raccolto nel volume Figlie di Shahrazad (Bruno Mondadori). Ma quel che più colpisce, a dire il vero è la sopravvivenza e la penetrazione che ha avuto in Occidente una tradizione meno nota al grande pubblico, ovvero la letteratura medievale sull’amore scritta da maestri sufi (vedi Il Sufismo di William C. Chittick, appena uscito per Einaudi) e la poesia erotica della tradizione araba antica, quella che la scrittrice siriana Salwa Al-Neimi ci ha fatto conoscere attraverso le pagine del suo romanzo La prova del miele (Feltrinelli). Caso letterario esploso in Francia l’anno scorso, il libro sarà presentato alla Fiera del libro il 16 maggio con una conferenza della scrittrice dedicata all’eros  nel mondo arabo. Curiosamente lo stesso titolo della conferenza tenuta dalla protagonista del romanzo . E se la realtà, qui a Torino, invera la fantasia, il gioco di rimandi fra l’autrice e il suo alter ego narrante si fa ancora più serrato, rafforzando la sensazione che La prova del miele sia in parte autobiografico. Al centro del libro un incontro con un uomo che fino alla fine manterrà per il lettore una immagine indefinita, misteriosa Del resto la protagonista stessa non lo chiama mai per nome, ma si riferisce a lui come il Pensatore, facendone una presenza fisica e sensuale, ma senza descrizioni. Il lettore sa quello che basta,ovvero che quello è l’uomo che ha fatto ritrovare il desiderio alla protagonista, colta bibliotecaria di un dipartimento di arabistica (esattamente come Salwa Al-Neimi), ma anche che le ha fatto ritrovare la memoria dell’infanzia a Damasco e il gusto per l’antica letteratura erotica della tradizione araba, letta fin da ragazzina clandestinamente. Un interesse per la filosofia islamica sull’amore che la scrittrice trasmette a sua volta al lettore,che si trova così sedotto ad andare a leggere direttamente Abu Hashin ( autore sufi fra i più antichi che morì nel 772  d.C)  e al -Daylami che teorizzò l’amore come luce sfolgorante, «colui che ama- scriveva – è rischiarato dal suo genio e illuminato nella sua natura», ma anche e soprattutto il pensatore andaluso Ibn Hazm che otto secoli fa scrisse un  trattato che ha influenzato profondamente il pensiero occidentale. E se Mernissi con altri studiosi ipotizza una precisa influenza dei mistici sufi sulla nascita della poesia trobadorica e sul Dolce stil novo, Al-Neimi ci fa conoscere le riflessioni di mistici come Ibn al-Azraq che affermava: «Ogni desiderio che l’uomo asseconda gli indurisce il cuore, eccetto l’atto sessuale» . «Le mie letture segrete mi fanno pensare che gli arabi siano l’unico popolo al mondo per i quali il sesso è una grazia di cui essere riconoscenti a Dio- scrive Salwa Al-Neimi nel romanzo-. L’insigne e prode shykh Sidì Muhammad al- Nifzawì, sia pace all’anima sua, comincia così la sua opera il Giardino profumato: sia gloria a Dio che ha voluto che il più grande piacere dell’uomo fosse la vulva delle donne e che per esse fosse il pene degli uomini.  Che la vulva trovi pace, che si plachi, che trovi soddisfazione solo dopo aver conosciuto il pene e viceversa…».
Ancora nel XIV secolo, il sapiente di Damasco Idn Qayyim al Jawziyya nel trattatto Il giardino degli amanti, scriveva che la lingua araba ha 60  parole per esprimere l’amore e la passione,compresa quella fisica. In barba a Platonee ai suoi discendenti.

da Left-Avvenimenti 15 maggio 2009

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Nuove mappe letterarie

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 10, 2005

Il canone occidentale scricchiola. Sulla scena internazionale una carica di nuove autrici: le voci più interessanti vengono dall’Asia, dal Medioriente, dall’Africa e dai Caraibi. Molte di loro sono state ospiti di Lingua Madre alla Fiera del Libro di Torino: Simona Maggiorelli ne ha raccolto il messaggio

Un luogo quasi magico, fatato. Carico di frutti. Uccelli multicolori sugli alberi. E fontane da cui sgorgano gocce di diamante. Montagne svettanti, cariche di neve e nel mezzo dell’altopiano assolato, la città di Kabul, cosparsa di ville e minareti. Così raccontava il paese in cui la famiglia aveva vissuto da oltre 900 anni il padre della scrittrice e giornalista Saira Shah. “Da bambina mi faceva narrazioni straordinarie di quella terra, per me, lontanissima”, ricorda la giovane autrice e giornalista, nata in Inghilterra e solo di recente, dopo la guerra, tornata a ritroso sulle strade dell’emigrazione della sua famiglia. Il suo L’albero delle storie (Rizzoli, pag. 309, 16,50 euro), presentato alla Fiera del libro di Torino il 7 maggio, è uno straordinario racconto di viaggio, evocativo, pieno di poesia e, insieme, di forte denuncia. “Questa volta non mi interessava fare la cronaca dei fatti, non volevo fare un intervento giornalistico – dice Saira, autrice nel 2000 del documentario scandalo Sotto il velo – , ma trasmettere al lettore un po’ di quel fascino che emana da quella terra antichissima, dalla sua millenaria cultura, dalla visione del mondo e dai valori di quell’Islam moderato in cui sono stata allevata”. Valori, dice, come la tolleranza, lo spirito di indipendenza, il coraggio, la dignità. “L’islam che mio padre mi ha trasmesso è quello di un maestro afgano come Baghawi di Herat – dice ad Avvenimenti. Sosteneva che un’ora di riflessione vale più di una notte di preghiera e che le donne sono la metà gemella degli uomini, con le stesse opportunità”. Un contrasto durissimo con ciò che accade oggi, con storie come quella, feroce, toccata qualche giorno fa a una giovane afgana, lapidata, come vuole la religione dei talebani, perché adultera. (Mentre il suo amante se la cavava con qualche frustata sulla pubblica piazza). Che dire allora dei talebani? E come sono riusciti a prendere il potere? “Certamente ancora oggi i talebani controllano larga parte del paese, ma non tutto – spiega Saira – . Non sono gruppi omogenei fra loro, ma hanno avuto mezzi economici per imporre la legge della violenza. E dal punto di vista religioso sono d’accordo con quei musulmani che denunciano l’analfabetismo dei talebani. Non conoscono veramente l’Islam. Solo alcuni sono persone colte, ma la gran parte di loro è di un’ignoranza abissale”. Ne L’albero delle storie racconta di loro, dei loro scempi, registrati viaggiando attraverso il paese devastato dalla guerra, percorso a bordo di un camion, con indosso il burka e con il cuore in gola per la paura; aiutata dalle attiviste della “Revolutionary association of the women” che, al suo fianco, rischiavano la vita come lei e più di lei: “prima la tortura e poi una pallottola in testa o più semplicemente la scomparsa nel nulla di Pul i Charki”. Saira non risparmia accuse, ai talebani, ma anche agli invasori stranieri. “Se gli Stati Uniti avessero davvero voluto – accenna – avrebbero potuto sgominare una volta per tutte i talebani. Ma non l’hanno fatto”. E, con amarezza, aggiunge: “Nella sua storia l’Afghanistan ha dovuto registrare due devastazioni. Due superpotenze, l’Urss prima e poi gli Usa, l’hanno invaso, devastato e poi se ne sono andate, lasciando il paese, come è oggi, in ginocchio, senza che l’opinione internazionale più se ne curi”.

La lingua dei sensi

Il suo primo libro, Caffè Babilonia (Pomegranate soup) è già stato tradotto in 8 lingue, ai capi opposti del mondo. «Una risposta davvero inaspettata», esclama Marsha, occhi luminosi e grandi, su un volto ancora da ragazzina che dimostra meno dei suoi 28 anni. «Tutto è successo così all’improvviso – dice la scrittrice iraniana presente alla Fiera del per presentare il libro edito da Neri Pozza -, una vera sorpresa, del tutto inaspettata».
A conquistare è stata la freschezza con cui Marsha Merhan racconta di tre sorelle che, con prelibatezze persiane, creano scompiglio in un paese irlandese. «L’unico vero scopo che mi ero data – racconta – era dare un po’ di gioia ai lettori». E puro piacere sensuale, che mobilita tutti e cinque i sensi, si sprigiona dalle pagine di questo romanzo, in parte autobiografico: di vero c’è la fuga con la famiglia dalla rivoluzione kohmeinista, l’infanzia in Argentina dove i genitori di Marsha avevano aperto un caffè persiano, e poi l’Irlanda dove ora la scrittrice vive. «Una storia un po’ complicata la mia – accenna-, con molti approdi fra diverse culture. Quando lasciai l’Iran – racconta – avevo due anni. E la maggior parte dei mie ricordi si legano agli odori, ai sapori. Il profumo delle spezie e dell’acqua di rose, l’odore dei gelsomini, i cancelli scolpiti di casa dei miei nonni, piccole cose, delicate. A Teheran non ho dovuto subire persecuzioni o violenze, come è accaduto a molti della mia famiglia». Nei primi anni 80 era cominciata la rigida imposizione del velo, e le vessazioni della polizia su chi dissentiva dai principi del neo stato teocratico. Ma in Iran oggi molte cose potrebbero cominciare a cambiare, sostiene Mehran: « Basta dire che il 70 per cento della popolazione ha meno di 30 anni. In Iran oggi moltissimi sono i ragazzi educati, colti, esigenti, inquieti, alla ricerca». Notizie che filtrano anche attraverso la rete, frequentatissima dai giovani iraniani. «Un paio di anni fa comunicavo via internet con una ragazza iraniana. Con immagini d’arte fotografava l’underground di Teheran e i locali di ritrovo, dove i giovani vanno per un caffè, per fumare e parlare. Discutono di filosofia, di politica, di arte, con lo stesso fervore con cui il loro coetanei occidentali parlano delle ultime tendenze di moda e di attori. Non servono a nulla, mi disse un giorno, scoraggiata: “le mie foto non cambiano nulla”. Il pensiero che il talento di giovani come lei possa andare sprecato mi pare tristissimo. Ma penso che un cambiamento pacifico possa avvenire, spero che accada nel tempo di una generazione» Tornare là però, per Marsha Mehran è più impossibile. Una solida e stratificata tessitura di differenti culture è il segno della sua scrittura. Esuberante, seducente, con ricette persiane a fare da stuzzicante incipit ad ogni capitolo. «Anche l’arte culinaria è un linguaggio – assicura la scrittrice-. Non c’è niente che curi e che unisca di più di un pasto preparato con cura». E poi parlando di “lingua madre”, uno dei fili rossi di questa fiera del libro, racconta: «scrivo in inglese, sogno in inglese ma la mia “anima” è persiana. E questo dualismo mi ha accompagnata da quando sono nata. A Buenos Aires – racconta -frequentavo la Scottish Accademy. Così fin da piccolissima ho imparato ad esprimermi in tre ritmi diversi: spagnolo nella strada, inglese a scuola e lingua farsi a casa. Ogni sera i miei genitori pretendevano che prima di andare a dormire dicessi: “Shab-e kher! Buenas Noches! Goodnight!” Non c’è possibilità per me di separare questi tre elementi, l’est, l’ovest, il persiano, l’inglese. La considero una gran fortuna».
Una ricchezza multietnica e moderna contro cui cozzano gli opposti fondamentalismi: del terrorismo islamico e del governo Bush. «Sono tempi precari, quelli che viviamo – suggerisce Meheran -, ma anche stimolanti. Negli Usa ho abitato per anni in città multiculturali come Miami e New York. Non ho mai visto un tale miscuglio di colori, tanta bellezza nelle differenze, come a NY. Certo ci sono anche tensioni, problemi. Ma la città attrae proprio perché è aperta, inclusiva. C’è di che riflettere. Si può sviluppare un forte senso di identità e di tradizione, anche accogliendo una molteplicità di altre tradizioni forti. Ci vuole tempo, pazienza e rispetto. Ma, forse, anche coraggio».

La lingua della ribellione

«Scrivo in inglese. Ma ho sempre avuto un rapporto molto complesso con questa lingua. Continuo a lottare per farle dire ciò che io vorrei. Perché, come ogni altra lingua contiene i residui della sua storia. Ma, come ogni altra lingua, non può opporre resistenza alla forza dell’esperienza e del pensiero». Così, con dolorosa passione, racconta il suo corpo a corpo quotidiano con la lingua del potere la scrittrice, poetessa e saggista caraibica Dionne Brand a Torino per presentare il suo nuovo romanzo Il libro dei desideri (What we all long for) edito da Giunti. La sua storia, ma anche uno dei suoi romanzi più forti e intensi, Di luna piena e di luna calante (Giunti), hanno radici a Trinidad, dove Brand è nata nel 1953. Una storia quella del romanzo che ce l’ha fatta conoscere, scandita da mattini lussureggianti nel verde e nel rosso dei campi di cacao. Di un rosso che “sa di sangue marcio” come dice la protagonista Marie Ursele, arrivata come schiava dall’Africa. Un giorno, deciderà di giocarsi la vita per far arrivare, ai “sordi” latifondisti, la protesta sua e dei compagni. «La storia di Marie si basa su fatti realmente accaduti a Trinidad – racconta Brand – Una donna che si chiamava Thisbe nel 1802, progettò un suicidio di massa fra gli schiavi di una piantagione. Per questo impiccata, il suo corpo mutilato, fu arso, la testa portata in giro come trofeo.“Questo è un sorso d’acqua rispetto a ciò che ho dovuto sopportare”, disse mentre le mettevano il cappio al collo».Una storia che è anche un grande affresco della storia di Trinidad, raccontata attraverso 150 anni. Terra amatissima da Brand nonostante l’esilio volontario, da 35 anni a Toronto.«La mia eterogeneità, il mio senso di libertà – racconta – lo devo all’essere cresciuta a Trinidad fra culture diversissime». Esperienza poi continuata nella ancora più multicultare Toronto. E dal cuore della città canadese è nata l’ispirazione per questo nuovo Il libro dei desideri, storia di emigrazione e di un’interminabile fuga dagli anni 70 agli anni 90 di una famiglia vietnamita. «Un romanzo – racconta la stessa Brand – che parla delle vite che si incrociano nella metropoli, del caso che le fa ritrovare, di passione giovanile e oblio….». Una storia forte e romantica, ma che non fugge da uno sguardo critico sul presente. «È difficile per me avere speranze positive sugli scenari internazionali» accenna Brand passando ala politica, l’altra sua passione. «Viviamo in tempi segnati dall’imperialismo americano, da corporazioni capitalistiche che controllano la sfera pubblica. Mentre nuovi razzismi richiamano vecchi razzismi. Non so cosa potrà accadere – dice con preoccupazione -. Il gap che va crescendo fra paesi poveri e ricchi non è un fenomeno naturale, né si tratta di un frutto del capitalismo che possa essere corretto e controllato da organismi come l’IMF o la banca mondiale. È un gap è deliberato e atroce”. Ma subito aggiunge: “Detto questo, in questo momento mi trovo a scrivere un libro di poesia. Una contraddizione assoluta. Ma c’è una parte di me che pensa che scrivere sia importante. Una parte di me insopprimibile, malgrado l’evidenza dica esattamente il contrario».

La lingua del viaggio

La lingua madre? «Ognuno ha la sua, originale», racconta Anita Rau Badami, autrice del romanzo rivelazione Il passo dell’eroe (Marsilio). Epos familiare, ironico e avvincente, che curiosamente ha fatto, di lei nata 38 anni fa in India, una delle voci emergenti della letteratura nordamericana. «Il passo dell’eroe – racconta Badami – è un passo classico nella danza indiana, quello dell’eroe nell’ora dell’attacco da parte dei demoni». Ma a guardar bene, suggerisce, «anche un uomo qualunque, un padre di famiglia, ha il suo passo dell’eroe. È lo stile, assolutamente personale, con cui ognuno di noi affronta le prove, le sfide, i drammi che la vita ci mette davanti». Accade così nel corale affresco di una famiglia indiana che Badami racconta in questo suo affascinante romanzo, in cui si alternano sette voci diverse, sette diverse figure di donne e uomini nel raccontare la vita nelle piccole case disagiate, nelle strette viuzze di Madras sovraffollate, in cui l’attaccamento a antichi riti va di pari passo con l’ultimo modello di computer. «Una società contraddittoria, ma che ha un suo fascino potente – racconta Badami -ho dei parenti là, mi sono nutrita dei loro racconti». Nostalgia di una terra lontana come può esserlo l’India dal Canada? «Sono emigrata all’inizio degli anni 90 – racconta – per seguire mio marito che lavorava qua. Ciclicamente, però, penso di tornare nella mia terra, così piena di gente che parlano, che fanno festa, in cui sai tutto di tutti, ma quando sono là poi mi manca il silenzio dei quartieri canadesi, l’aria metropolitana che si respira qua». Una vita sempre a metà fra due o più mondi quella di Badami, sempre all’incrocio di differenti culture. «Almeno tre, di sicuro- esclama Anita -. Ho sempre avuto a riferimento tre diverse lingue madri, l’inglese che parlavano tutti in casa, l’hindi che avevo imparato a scuola e il kannada, la lingua con cui mia madre ci sgridava. Lo parlava anche mio padre, ma con un dialetto diverso. Insomma sarebbe un vero caos per me dire: questa è la mia lingua madre». Una storia cominciata quando era piccolissima e il lavoro del padre, ufficiale delle ferrovie indiane costringeva di tanto in tanto tutta la famiglia a trasferirsi in una nuova zona. «Avevo una valigia verde allora che ogni volta riempivo con i miei giocattoli e vestiti, elettrizzata dalla prospettiva di una casa nuova e di fare nuovi amici. Quando mio padre andò in pensioni e non ci furono più viaggi, per me fu un momento tristissimo. Da grande poi mi sono accorta che quella valigia verde era diventata un baule pieno di storie e di personaggi da raccontare».

da Avvenimenti, n.17

: 10 maggio 2005

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