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Nuove lettere persiane. Kader Abdolah a Bookcity

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 22, 2013

Afzal Al-Husayni, Lady with the dog (1640)

Afzal Al-Husayni, Lady with the dog (1640)

In fuga dall’Iran degli ayatollah, Kader Abdolah trovò approdo nei Paesi Bassi diventando il più grande scrittore in lingua olandese. Oggi rievoca la sua esperienza nel romanzo Il corvo ( Iperborea)  che sarà presentato a Bookcity

Invitato a parlare di letteratura come resistenza all’Università di Berkeley (ma anche in altre occasioni pubbliche), Kader Abdolah ha ripercorso la propria esperienza di rifugiato che nel 1988 trovò approdo e una nuova lingua “da abitare” in Olanda: da secoli il paese delle pubblicazioni eretiche e clandestine e dove ancora oggi, dice a left lo scrittore iraniano, «nonostante molte cose siano cambiate e si sia insinuata la paura, gli immigrati possono ancora trovare vera accoglienza».

La sua storia è quella di tanti giovani di sinistra che furono protagonisti della rivoluzione contro lo scià e che poi furono torturati e imprigionati anche dal regime di Khomeyni. Alla violenza, quel giovane rivoluzionario decise di non rispondere con la violenza ma con l’arma della scrittura.

Kader Abdolah

Kader Abdolah

«Scrivere in clandestinità è scrivere sul crinale fra la vita e la morte. Scrivi per far vedere che non hai paura del dittatore, che usa la violenza contro di te, che tortura i tuoi amici e distrugge la tue parole. Combatti usando la penna invece che le armi». Scrivere allora è una sfida, una lotta, ma anche una passione e una ragione di vita.

Nel suo romanzo autobiografico, Il corvo (Iperborea) Kader Adollah lo racconta in pagine quasi cinematografiche, folgoranti e poetiche, che evocano sequenze di un film come Il pane e le rose di Makhmalbaf; pagine da cui emerge lo splendore della cultura persiana antica, ma anche il sapore aspro della lotta contro la dittatura.

Sotto le mentite spoglie di un sensale di caffè e scrittore di notte, Kader Abdolah in questo suo nuovo libro ricrea memorie di quando era studente universitario in fisica e collaborava con giornali clandestini di sinistra, rievocando poi  quando si recò in Kurdistan per raccontare la lotta di liberazione curda traendone un libro che nessuno volle pubblicare, perché era troppo pericoloso.

Reza Abbasi, Gli amanti (1625)

Reza Abbasi, Gli amanti (1625)

Ma dopo l’ennesimo no «il portiere di una importante casa editrice mi rincorse per strada e mi disse: “Pubblicheremo il tuo libro ma non riceverai un compenso e non lo potrai firmare. Ce l’hai uno pseudonimo? E io risposi: Scrivi che l’autore si chiama Kader Abdolah”». Nasceva così dalla combinazione dei nomi di due amici torturati e uccisi dal regime il nome de plume di uno dei più importanti scrittori olandesi di oggi, autore di capolavori come La scrittura cuneiforme (2003), come Il viaggio delle bottiglie vuote (2001) ma anche come Il messaggero (2010) in cui, da scrittore dichiaratemente ateo, invita a leggere il Corano, non come testo sacro ma come opera poetica.«In Iran sognavo di diventare uno scrittore», ricorda Kader Abdolah. «Non conoscevo i Paesi Bassi e non avevo mai sentito il suono della lingua olandese. Non avrei mai immaginato di scrivere in questa lingua. Ma è accaduto». E poi aggiunge sorridendo: «È la magia della vita».
«Forse dipende tutto dal fatto che sono fuggito dalla madrepatria. Chi non può più tornare a casa finisce per vivere in uno stato di immaginazione», lei fa dire a Refid Foaq ne Il corvo. È una sua dimensione?
Come straniero e rifugiato vivi per lo più nell’immaginazione. Pensare al Paese da cui sono partito è per me è vivere nel passato. Stare in Olanda o in Italia (lo scrittore sarà a Milano per Bookcity il 23 novembre, ndr) è vivere nel presente e allo stesso tempo nel futuro. Come immigrato e scrittore vivo allo stesso tempo in tre tempi diverse. Un immigrato vive due volte o tre volte allo stesso tempo. È l’aspetto più bello.
La Persia ha una grande tradizione artistica e poetica. Quanto è per lei, ancora oggi,  fonte d’ispirazione?
C’è molto di persiano nei miei romanzi. Nel mio passato c’è tutta la mia cultura persiana, il modo di vivere persiano e io, scrivendo, volevo farlo conoscere. Ma anche far vedere che gli immigrati hanno un passato.

Kader Abdolah, Il corvo, Iperborea

Kader Abdolah, Il corvo, Iperborea

Ne Il corvo Refid scrive il suo primo romanzo come una lunga lettera d’amore che poi consegna alla ragazza. In tutto il romanzo le donne hanno un ruolo chiave. C’è qualcosa di autobiografico?
Sto scrivendo un nuovo romanzo e le donne, ancora una volta, hanno un ruolo importante. Se guardiamo alle donne migranti vediamo che sono capaci di cambiamenti radicali, ovunque si trovino, sono più reattive. Gli uomini emigrati cercano di mettere insieme più tradizioni, le donne invece mettono via tutte le tradizioni cercando di trovare un nuovo modo di vivere. Anche per questo io penso che le donne siano più forti e più intelligenti.
«Quando i sacerdoti conquistarono il potere noi militanti di sinistra restammo a mani vuote», lei scrive. Come è potuto accadere che una rivoluzione laica sia sfociata in uno stato teocratico?
Quando eravamo ragazzi pensavamo di poter cambiare il mondo e la storia. Ma è impossibile: non puoi cambiare la storia. Una storia di centinaia di anni è molto più forte di te. Noi avevamo 20, 23, 25 anni, ma la storia del mio Paese ha 8mila anni alle spalle. E quella storia ha cambiato il Paese. Quella storia in Iran ha portato gli ayatollah. Purtroppo è un fatto. E oggi se mi guardo indietro mi viene da sorridere pensando a me stesso che un po’ stupidamente pensavo di poter cambiare la storia.
Pensa che oggi i ragazzi delle rivolte iraniane facciano lo stesso errore?
Penso che siano più saggi, sono più bravi di noi, hanno una comprensione più profonda. E le donne in particolare hanno un ruolo importante  in Iran nel creare le condizioni per un vero cambiamento. Noi pensavamo di cambiare il Paese con una rivoluzione, invece loro non credono in un mezzo di rottura violenta. Hanno ragione. La rivoluzione non fa che peggiorare le cose. È meglio procedere passo dopo passo. La nuova generazione l’ha capito e questa è la grande spinta verso il futuro.

dal settimanale left-avvenimenti

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Biotestamento, una legge che ferisce

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 11, 2012

Il ddl Calabrò potrebbe diventare norma per un blitz del Pdl, denuncia il senatore Ignazio Marino. Che durante un’iniziativa a Torino con Bersani ha lanciato un’agenda bioetica laica per il prossimo governo

Ignazio Marino alla manifestazione dei medici del 29 ottobre

di Simona Maggiorelli

La riforma sanitaria è stata approvata con due voti di fiducia e ora è legge. «Non era mai accaduto dal 1947 che un testo del governo, che cambia la rete del Sistema sanitario nazionale (Ssn) passasse dai due rami del Parlamento senza modifiche». Il senatore Ignazio Marino è indignato per il modo in cui è passato il decreto Balduzzi ma anche perché, dice, «è un provvedimento annuncio» che parla di ambulatori aperti h 24, come se potessero essere realtà, a costo zero. «Lei provi a pensare cosa accadrebbe – incalza Marino – se come presidente della Commissione di inchiesta sul Ssn questa sera alle 22:30 inviassi i Nas per controllare se gli ambulatori sono aperti… Non è difficile immaginare cosa troverebbero. Non si può prendere in giro la gente». « Basta dire – spiega il senatore Pd – che in Toscana dove funzionano già 40 strutture h 24 il costo è di 16 milioni l’anno». E la riforma sanitaria fatta senza reale dibattito, purtroppo, non è la sola forzatura in questo  ultimo scorcio di legislatura. Il governo tecnico guidato da Monti potrebbe vedere anche la traduzione in legge del famigerato ddl Calabrò sul biotestamento, già passato alla Camera. Parlamentari del Pdl, infatti, hanno raccolto le firme perché vada direttamente in Aula, scavalcando la discussione in commissione Sanità. Se il blitz riuscisse avremmo «una legge che ferisce mortalmente la libertà delle persone», non esita a dire Marino. «Perché all’articolo 3 recita che le persone che vivono in Italia non potranno lasciare indicazioni, non potranno scegliere se sottoporsi o meno a idratazione e nutrizione artificiale in caso di perdita di coscienza. Beninteso – precisa Marino – chi volesse sottoporsi a queste terapie anche quando non vi fosse più ragionevole speranza di un recupero della propria integrità intellettiva, a mio avviso, deve essere tutelato. Ma non può obbligare altri a farsi incidere l’addome e inserire un tubo di plastica nell’intestino». «Una persona non può essere espropriata per legge del proprio pensiero, individualità, cultura, convinzioni. Non può essere un capogruppo del Pdl, della Lega o di qualsiasi altro partito a dire come ci dobbiamo curare». Ma c’è di più: «Ci dovremmo interrogare – rimarca Marino – perché una legge che impedisce la libertà di scelta nasca solo in questo Parlamento e non esista in nessun altro Paese al mondo». Solo in Italia, del resto, capita di dover sentire un senatore Pdl e medico come Calabrò affermare che «le persone in stato vegetativo permanente sanno dare molto agli altri». «Se le famiglie non se la sentono, ci sono gli hospice», ha detto in un pubblico convegno. «Il ragionamento non è posto correttamente», sbotta Marino. «Urge tornare a un’interpretazione laica della Costituzione. Solo in quel perimetro, c’è spazio per la libertà di tutti. Se aboliamo la laicità, creiamo discriminazioni e ghetti. Qui non si tratta tanto di carico sanitario per i familiari e per le strutture. Il punto è che se passa la legge Calabrò, anche chi non ha la sua fede, sarà sottoposto a terapie anche se inutili. Al senatore va ricordato che un giovane Aldo Moro nel ’47 ebbe la lungimiranza di proporre che nell’articolo 32 della Carta fosse scritto non solo che tutti devono avere accesso alle cure, ma anche il diritto di rifiutarle». Laicità, diritti civili, ricerca sulle embrionali, diritto alla diagnosi preimpianto (mentre incombe l’annunciato ricorso di Balduzzi contro la sentenza della Corte europea). E ancora cittadinanza ai figli di immigrati, liberalizzazione delle droghe leggere e adozioni per single e gay, se nel primario interesse del bimbo, sono stati i temi che Marino ha lanciato il 5 novembre a Torino  con Bersani. «Il segretario del Pd ha detto che questi sarebbero i suoi temi prioritari come premier» .Dal settimanale left-Avvenimenti 9-15 novembre

Il pressing di Maurizio Gasparri: ”Abbiamo rappresentato al presidente Schifani l’appello sottoscritto da 160 senatori che chiedono un rapido approdo in Aula del testo sul fine vita. Schifani ha assicurato che prendera’ contatto con il presidente della commissione per rappresentargli questo fatto e affiche’ acceleri la conclusione dell’iter del ddl”. Lo ha detto il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri al termine della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ( Asca 8 novembre 2012)

Il Pdl “cerca la rissa in Aula sul testamento biologico”, dice Belisario dell’Idv

”Il Pdl cerca la rissa in Aula per introdurre nella nostra legislazione un testo retrogrado, oscurantista, che vuole di fatto privare i cittadini di un diritto costituzionale, quello alla salute. Non poter disporre del proprio fine vita e’ una barbarie”. Lo afferma il presidente dei senatori IdV, Felice Belisario, dopo che il capogruppo Pdl, Maurizio Gasparri ha sollecitato in conferenza dei capigruppo il presidente Schifani affinche’ prenda atto dell’appello di 160 senatori che chiedono il rapido approdo in Aula del ddl sul testamento biologico. (Asca 8 novembre)

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Musulmani in carne ed ossa

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 30, 2011

Trappole dell’immaginario che impediscono di conoscere chi approda dal Medioriente in cerca di una nuova vita e possibilità di lavoro. Pregiudizi e ignoranza strutturano il razzismo Europa. Il sociologo Stefano Allievi dell’Università di Padova in un nuovo libro va alla radice di ciò che muove la gurra delle moschee. Lo presenterà nell’ambito del  festival vicino/lontano di Udine dal 12 al 15 maggio a Udine.

di Simona Maggiorelli

Musulmani in Europa

Dopo aver indagato le trappole dell’immaginario che deformano la realtà dell’altro ogniqualvolta parliamo di musulmani in Occidente, il sociologo Stefano Allievi, con un team internazionale di studiosi, pubblica La guerra delle moschee (Reset/Marsilio) un libro che, cifre e dati statistici alla mano, descrive minuziosamente la diffusione dell’Islam in Europa e come viene percepita dall’opinione pubblica. Emergono così in primo piano i gravi danni provocati dalle politiche conservatrici che fanno leva sulla paura e sul fantasma di un mondo islamico granitico e tout court fondamentalista, tratteggiato a prescindere da ogni conoscenza diretta. «Quello che ci viene propinato da certa politica e dai media – sottolinea lo studioso dell’Università di Padova – è un Islam monolitico, che non corrisponde alla reale complessità della galassia musulmana». In altre parole, insomma, l’islam non è uno solo, ma una realtà plurale. «Tutto ce lo conferma -annota Allievi in un suo scritto per Forum editrice -. Ce lo confermano la diversità culturale, geografica, linguistica, di scuole giuridiche, di usi e costumi, perfino, per quanto lo si ammetta malvolentieri, di teologie, di idee di Dio e dell’uomo». Ma le generalizzazioni e le semplificazioni, si sa, “tolgono” la fatica di pensare, mentre usare la contrapposizione «noi-loro ci offre a buon mercato una Weltanschaung di riferimento, buona per tutte le occasioni». Specie per quelle occasioni che permettono a politici di destra di accaparrarsi seggi e assessorati. Così la paura dell’altro, di ciò che è sconosciuto, viene brandita per impedire la costruzione di nuove moschee e per chiuderne di già esistenti. Con tanto di incursioni per «desacralizzare» con sangue di maiale gli spazi di riunione musulmana. E nel dibattito pubblico nel Nord d’Italia dove primeggia la Lega (ma non solo) tornano ad affiorare categorie tristemente note come quelle di “sacro” e di “ autenticità”, di “puro” e di “impuro”. «E contro l’impuro, contro il Male, si chiama alla crociata» avverte Stefano Allievi, ricordando anche come le parole “autentico” e “impuro” riecheggiassero nei discorsi nazisti. Anche per questo gli abbiamo chiesto di aiutarci a capire quali sono le radici di ciò che sta accadendo in Europa riguardo agli immigrati

Professor Allievi quanto è forviante l’opposizione Islam – Occidente cristiano?

Lo è fortemente, basta dire che le tre grandi religioni monoteistiche, ebraismo, cristianesimo e islam hanno una comune discendenza da Abramo., tanto che si dicono religioni abramitiche.

Ma ebraismo e cristianesimo vengono dette anche religioni occidentali…

A rigore nessuna delle tre religioni è occidentale. Sono nate tutte in quell’area che noi chiamiamo Medioriente. e a poca distanza l’una dall’altra.

Ma di due di queste religioni, lei ha scritto, siamo disposti a pensare che si sono occidentalizzate o che l’occidente l’hanno addirittura inventato, della terza no.

Per capire quanto sia una visione storicamente falsa basta pensare, sul piano geo-politico, all’importanza che ha avuto la denominazione arabo-islamica in Andalusia ovvero l’araba al-Andalus, oppure alla Sicilia dove l’incontro con le culture arabe non è stato certo uno dei periodi più cupi. Oppure pensiamo a quanto la scienza occidentale ha preso dall’astronomia, dall’algebra, dalla medicina, dall’arte, dalla chimica arabe. Mentre tanti contenuti della cultura occidentale sono stati assorbiti e rielaborati da quelle mediorientali.

Nonostante tanti contatti e scambi culturali lungo i secoli, ancora oggi, da noi, c’è tanta ignoranza sull’Islam?

L’idea dell’Islam che passa sui media è gravemente alterata. Si stigmatizza l’uso del velo e giustamente certo maschilismo arabo ma non si sa, per esempio, che il divorzio è una pratica riconosciuta da tempo nell’Islam. Ad indossare il hijab spesso sono donne colte , libere, che lavorano. La realtà è assai più complessa e articolata di quanto si creda e si dica.

Su temi come l’aborto l’islam ha posizioni più aperte del cattolicesimo. Per esempio, il feto non è considerato sacro e intoccabile fin dalle prime settimane di vita. E’ così?

Sì, certo, così come nell’Islam non c’è il peccato originale. Ma con questo non voglio dire che l’Islam sia una religione più progressista, dico che va studiata e conosciuta per quello che è nella pratica quotidiana dei musulmani. In Italia il dialogo interculturale manca totalmente e mancano anche le basi della conoscenza. I giornalisti e i politici che alimentano il sospetto intorno alle moschee perlopiù non ci hanno mai messo piede. Ma basterebbe fare una telefonata ai carabinieri o interpellare la Digos per sapere tutto ciò che c’è da sapere. Le moschee in Italia sono tra i luoghi più monitorati . E le leggi vengono applicate più che scrupolosamente. Come è giusto che sia, del resto. Ma va detto anche che nel Veneto dove vivo, per esempio, capita che di fronte a una medesima infrazione, un locale di proprietà di cittadini “autoctoni” venga multato mentre uno di musulmani venga direttamente chiuso.

L’ immigrazione in Italia è davvero a maggioranza musulmana come si legge e paventa sui giornali?

In realtà il grosso dell’immigrazione in Italia arriva da paesi di religione cristiana, molti sono gli ortodossi dalla Romania e da altri Paesi dell’Est, tanti sono i cattolici dalle Filippine, altri sono maroniti oppure animisti africani e via di questo passo. Solo un terzo dello stock dell’intera immigrazione proviene di paesi musulmani. E non è detto che chi viene da un’area regionale dove l’Islam è la religione più diffusa sia un praticante o un credente. Se io emigrassi dovrei essere considerato là un cattolico perché vengo da un Paese a maggioranza cattolica? Qui da noi se una maestra ha in classe un bambino arabo la prima cosa che fa è badare a non dargli per merenda il panino al prosciutto. Oppure con tutta onestà gli chiede di spiegare in classe cosa è il Ramadan, senza considerare che quel bambino, pur provenendo da un paese musulmano, potrebbe essere cresciuto in una famiglia non praticante.

L’etnicizzazione dell’immigrazione è una delle distorsioni più diffuse. In Italia chi viene da Paesi arabi può solo incontrare suoi connazionali in moschea?

Dico spesso che in Italia per quei giovani immigrati c’è ben poco tra il bar e la moschea. Una rete laica di associazioni di cultura araba è praticamente inesistente. E questo in un momento in cui il nostro associazionismo politico è morente e il maggior sindacato è soprattutto formato da pensionati…

Un caso solo italiano?

Nell’Europa del Centro-nord gli immigrati dal Medioriente trovavano fino a qualche anno fa un’associazionismo attivo e maturo, declinato in maniera laica, anche grazie alla rete che si era sviluppata su input del panarabismo socialista. Ma oggi la situazione è peggiorata. In Italia poi tocca i punti più bassi. Il bar notoriamente non è un luogo associativo organizzato. In moschea si va per pregare anche per trovare una macelleria halal e altri prodotti , ma soprattutto per avere una rete di rapporti di sostegno. Detto questo non è che ad oggi ci sia una particolare concentrazione di moschee sul territorio italiano e nemmeno nel resto dell’Europa. In barba a tutti gli allarmismi. Senza contare che per tradizione la moschea è un luogo di incontro, aperto; spesso al suo interno ha un mercato. Insomma parliamo di una realtà molto diversa dalle nostre chiese.

Allargando lo sguardo all’Europa, il processo di integrazione ha subito contraccolpi negli ultimi anni?

E’ un processo che va avanti, ma anche contraddittorio che conosce battute di arresto. C’è stata una universalizzazione dei diritti, ma non funziona ovunque.

Nella civilissima Svizzera, come è noto, è passato un referendum per la messa al bando delle moschee. Un caso emblematico?

Ecco il punto. Quel referendum dà molto da pensare ma al tempo stesso sarebbe difficile dire che in Svizzera l’integrazione degli immigrati non sia un processo avviato e da tempo. Siamo di fronte a una situazione per molti versi contraddittoria. Per cui i maggiori sì alla messa al bando dei minareti si sono registrati nei cantoni di montagna più isolati e non nelle città svizzere dove l’immigrazione musulmana è più massiccia. Qui torniamo all’inizio della nostra conversazione: quello che manca è la conoscenza dei musulmani in carne ed ossa, mentre si fa molta propaganda riguardo a musulmani immaginari pensati così come li descrivono i media, alterando la realtà.

Da left-avvenimenti

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C’è del marcio in Danimarca

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 24, 2011

Il Paese delle grandi conquiste democratiche è diventato il più chiuso d’Europa. Con una durissima legge sulla immigrazione. La denuncia dello scrittore Olav Hergel

di Simona Maggiorelli

Nyhavn, Copenhagen

La Danimarca delle grandi conquiste democratiche, dei diritti, del benessere, da qualche anno mostra un volto assai diverso e duro. Un volto fatto di intolleranza e ostracismo. Verso gli immigrati che guardano al ricco Nord con la speranza di potersi ricostruire una vita migliore. Ma anche verso i rifugiati. Che nella civilissima Danimarca, al 95 per cento, si vedono respingere la richiesta d’asilo. In media, dopo aver passato dai 2 ai 4 anni nel vuoto pnueumatico di centri di accoglienza che sono delle vere e proprie carceri: “non luoghi”, asettici e impersonali dove circa il 50 per cento dei richiedenti asilo, anche i minori, viene messo sotto psicofarmaci. Mentre crescono i tentativi di suicidio. A denunciarlo è un noto giornalista, Olav Hergel, oggi collaboratore del Politiken e vincitore del Premio Cavling.

«In meno di quindici anni la Danimarca è diventata una delle nazioni più chiuse d’Europa. Con una delle leggi sull’immigrazione più severe nella Unione Europea; una norma – ci ricorda – nata da un accordo fra il governo di centrodestra e il Partito del Popolo che gli ha dato sostegno esterno». Così, prosegue Hergel, «un popolo gentile e tollerante ha assorbito ciò che c’è di peggio in Occidente quanto a xenofobia, diventando capofila della negazione dei diritti umani».

Olav Hergel

Dopo essersi scontrato con la riluttanza dei maggiori media danesi, restii a dare spazio alla questione dei rifugiati, Hergel ha deciso di fare del suo lavoro di ricerca sul campo il nerbo di un romanzo d’inchiesta, Il fuggitivo, uscito nel 2006 in Danimarca e nel 2008 diventato film per la regia di Kathrine Windfeld (ma perdendo di mordente politico). Ora, finalmente, questo avvincente esperimento di reality-fiction esce anche in Italia nella collana Ombre di Iperborea.

Ambientato durante la prima guerra Usa in Iraq, racconta la storia di una giornalista che accetta di andare in Medioriente da embedded, al seguito dell’esercito danese. Ma il “mestiere” in Rikke Lyngdal (solare alter ego femminile dell’autore è più forte dell’obbedienza al direttore-manager della testata per cui lavora: i suoi reportage dal fronte portano in primo piano la crisi e la sfiducia dei soldati danesi verso una guerra fondata sul pregiudizio, in cui i civili iracheni muoiono come mosche. Così il direttore del Morgenavisen regolarmente li cestina. Finché un giorno Rikke viene rapita da un gruppo di ribelli iracheni e lui, d’un tratto, vede in tutta questa storia un mezzo per fare soldi.

bimbo rom in Danimarca

Intorno a questa trama scarna e fin troppo realistica, Hergel costruisce un potente affresco di storia danese recente, dai primi anni Novanta a oggi; anni in cui l’uso politico della paura da parte delle destre ha fatto breccia in una ricca Danimarca che teme di perdere i propri privilegi. Ma anche in quella parte più povera e religiosa del Paese che torna a vagheggiare il mito di Cristiania. Fondendo cronaca e narrazione, senza scadere mai nell’aridità letteraria di molti noir, Hergel ci mostra come i discorsi di pochi fanatici siano diventati legge in Danimarca. Agitando lo spauracchio di una immigrazione-invasione che non c’è mai stata nel Paese. «I centri di accoglienza danesi ospitano appena 2600 richiedenti asilo. Quelli olandesi 25mila. Benvenuti in una nazione che non ha problemi di immigrazione ma non se ne rende conto» scrive Hergel calandosi nei panni della protagonista femminile de Il fuggitivo. Poi l’amaro affondo: «Dopo l’assassinio di Theo van Gogh i media danesi hanno fatto di Ayaan Hirsi Ali un’icona. E sembra quasi che sperino nell’arrivo del terrorismo e dei crimini religiosi».

E ancora: difendendosi da accuse di filoterrorismo per aver nascosto il giovane rapitore iracheno che l’aveva liberata, Rikke annota: «Quando una nazione perde il rispetto per l’individuo e non si lascia turbare dal suo dolore…, nel suo orizzonte si profila il totalitarismo. E il fatto che qui si tratti di un totalitarismo fondato su un ampio sostegno popolare e democratico, non lo rende meno raccapricciante». Ma che cosa ha davvero innescato la miccia della xenofobia in Danimarca? «Siamo solo cinque milioni di abitanti e il passaggio alla multiculturalità è stato uno choc per molte persone – spiega Hergel – Siamo sempre stati una nazione “bianca”, solo negli ultimi trent’ anni siamo passati a una diversa composizione etnica. Molti danesi si sono spaventati e hanno reagito voltando le spalle ai principi democratici. Anche in Olanda, in Francia e in Italia – sottolinea lo scrittore – sta accadendo qualcosa di analogo stiamo assistendo a un vero cambiamento sociale, il vostro paese riceve ogni giorno via mare, sulle sue coste, un gran numero di immigrati. La xenofobia è la risposta che nasce dalla paura: ci si spaventa e si inizia a smettere di considerare gli individui in quanto tali». Ma non solo.

« Senza contare che le nostre classe dirigenti si “dimenticano” di considerare il ruolo sociale, indispensabile, che ormai i lavoratori stranieri hanno da noi». Una miscela esplosiva di ignoranza e paura che, peraltro, i maggiori media non aiutano a smascherare. Abdicando così al proprio ruolo. «Tv e giornali- stigmatizza Hergel- non raccontano quasi mai la ricchezza culturale che i migranti portano con sé dai paesi di origine. Per compiacere i pregiudizi e i gusti dei lettori i media descrivono più facilmente gli immigrati come un problema senza approfondire le loro storie, senza restituircene la complessità e le sfumature. Ho incontrato centinaia di Romeo e Giulietta come Fatima e Nazir (la giovane afgana e il ragazzo iracheno che nel romanzo s’incontrano in un centro danese per poi fuggire nella più democratica Svezia ndr), ragazzi, che sono in Europa, con fantastiche storie d’amore. Ma i media le trovano noiose e lasciano che un caso di cronaca nera caratterizzi tutta la comunità». Ne Il fuggitivo molti particolari, così come molti discorsi di politici, vengono dalla realtà e da 15 anni di articoli che Hergel ha scritto per vari giornali. Da lì viene anche la storia bruciante del ponte di Istanbul dal quale alcuni ragazzi si gettano per saltare in groppa a camion con targhe europee. «Anni fa ero negli slum di Casablanca cercando di capire perché alcuni gruppi di terroristi islamici vengono da lì. Mi sono ritrovato in una situazione di estrema povertà. Dei bambini mi hanno portato su un ponte poco lontano- ricorda Hergel – era pieno di scritte “mamma, ciao, vado a farmi una nuova vita a Berlino, a Londra, a Parigi, a Roma”. Da lì tanti ragazzini si buttano ogni mese sui camion in transito sulla sottostante autostrada: c’è un avvallamento e i guidatori sono costretti a rallentare, i bambini si tuffano giù dal ponte, con un coltello aprono il telo e si nascondono fino a Tangeri, e da lì sperano di riuscire a nascondersi per tutti il tragitto fino in Europa. Questi sono fatti, la storia de Il fuggitivo che si butta è fiction». (Ha collaborato Cristina Gerosa).

dal settimanale left-avvenimenti

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Gabriela, la voce libera della Romania

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2010

di Simona Maggiorelli

Gabriela Adamesteanu

Voce tra le più autorevoli della cultura romena contemporanea, la scrittrice, Gabriela Adamesteanu è in questi giorni in Italia per presentare uno dei suoi lavori più importanti, L’incontro, scritto nel 2007 e ora finalmente pubblicato in Italia dall’editore Nottetempo nella traduzione di Roberto Merlo. Al centro del romanzo la vicenda del biologo esule Traian Manu che, diventato cittadino italiano, viene invitato dal regime di Ceausescu a tornare in Romania per tenere delle conferenze. Atterrato all’aeroporto di Bucarest, Manu si troverà davanti un mondo kafkiano, di burocrazia invischiante e di ufficiali spie. Pagina dopo pagina ne L’incontro emerge così il bruciante affresco di un paese ferito a morte dalla dittatura. Una distruzione che anche sul piano culturale Gabriela Adamesteanu ha cercato di contrstare lavorando  con il gruppo dissidente Ngo (Gruppo per il dialogo sociale), nato dopo la rivoluzione del 1989 che ha posto termine alla dittatura di Nicolae Ceausescu. ma anche attraverso il suo impegno di scrittrice e di  caporedattrice del supplemento letterario del quotidiano Bucurestiul Cultural. Abbiamo colto l’occasione della presentazione de L’incontro al Pisa Book festival per conoscerla più da vicino.

Gabriela, in questo libro, il protagonista Manu, fuggito dalla Romania, trova una nuova vita in Italia. C’è un ricordo, per quanto trasfigurato, della storia di suo zio Dinu, celebre archeologo?
Mi sono resa conto negli ultimi tempi che L’incontro spesso dà ai lettori l’impressione di essere molto più autobiografico di quanto in realtà non sia. La storia del romanzo, tuttavia, così come il profilo dei personaggi (Traian Manu, sua moglie la tedesca Christa, il giovane nipote Daniel, gli ufficiali della Securitate che lo sorvegliano e così via), è completamente inventata. D’altra parte, il tema dell’esilio e dell’emigrazione mi è stato suggerito certamente dall’esperienza di mio zio Dinu, archeologo italiano di origine romena, ma anche da quella di grandi scrittori e pensatori romeni dell’esilio, come Ionesco, Eliade e Cioran, nonché  dall’esperienza concreta di amici e conoscenti. Ho letto i documenti originali del tempo per ricreare il linguaggio particolare della Securitate, ma li ho rielaborati e riscritti per incorporarli nella costruzione letteraria. Allo stesso modo sono partita da alcuni dati reali per raccontare una condizione generale umana, quella dell’Ausländer, del meteco, dell’esule, dell’immigrato, attraverso cui sono passati e continuano a passare innumerevoli persone. E poi ho anche voluto raccontare le illusioni di questa condizione, tanto di coloro che partono quanto di coloro che restano. Nonché, certamente, qualcosa della Romania dell’ultimo periodo del totalitarismo e del clima di sospetto e di sfiducia che in quegli anni bui pesava su tutto e tutti.

Nuove voci come quella di Dan Lungu (vedi box, ndr) oppure come quella dell’ esordiente Filip Florian testimoniano un quadro molto vivace della letteratura romena oggi. Quali sono i filoni più interessanti, secondo lei?
In un quadro più generale agli autori da lei citati vorrei ancora aggiungere alcuni nomi importanti, quali Norman Manea, Mircea Cartarescu, Ana Blandiana, Paul Goma, Petru Cimpoesu e Florina Ilis, tutti tradotti anche in italiano e la cui lettura può fornire una buona prospettiva sul complesso quadro della letteratura romena contemporanea. Sono autori che appartengono a generazioni differenti; alcuni vivono in Romania mentre altri appartengono alla generazione dell’esilio. Come lei osserva, la letteratura romena è oggi particolarmente ricca e vivace: le due direzioni più fertili della prosa mi paiono essere quelle illustrate dai romanzi che riflettono la visione del presente delle generazioni più giovani oppure quelli che analizzano criticamente il passato, in particolare l’ esperienza del totalitarismo. Tra i molti nomi di autori interessanti che potrei citare vorrei ricordare ancora quelli di Dumitru Tepeneag, Stefan Agopian, Radu Aldulescu e Razvan Radulescu.

Leggendo nuovi autori già tradotti in italiano può sembrare che uno stile quasi espressionista, una torsione visionaria del racconto che combina crudo realismo e letteratura fantastica sia un main stream nella letteratura romena oggi. E’ davvero così?
La sua caratterizzazione corrisponde a una parte di realtà. La letteratura romena presenta anche, ad esempio, una vena comico-ironica, che nasce soprattutto dalla capacità di osservare con occhi critici una situazione politica perennemente disastrosa. Sulla scia di un maestro ancora di grandissima attualità, il commediografo e narratore Ion Luca Caragiale. Inoltre, ho l’impressione che la letteratura propriamente fantastica sia oggi da noi meno presente, oscurata forse dalla volontà di essere presenti qui e oggi, nella concretezza del presente: il maestro indiscusso di questo genere, comunque, resta senza dubbio Mircea Eliade, studioso e scrittore ben noto anche al pubblico del vostro paese.

L'incontro

Quanto al suo lavoro di giornalista impegnata nella società civile può raccontarci qualcosa dell’ esperienza di Rivista 22, l’unica rivista indipendente della Romania post-decembrista?
Per me, nel periodo in cui ho diretto la Rivista 22 , dal settembre del 1991 al maggio del 2005, a dire il vero il problema principale è stato quello di trovare i mezzi economici necessari a garantire l’ indipendenza della rivista, che ha sempre tenuto un atteggiamento estremamente critico nei confronti delle forze di governo. È esistito un certo supporto dall’opposizione, che però negli anni ’90 da noi cominciava appena a delinearsi. Altrettanto difficile è stato cercare di evitare la “manipolazione”, ovvero riuscire a distinguere chiaramente tra l’interesse della rivista e gli interessi personali dei suoi collaboratori. Alla fine, questi sono stati anche i motivi che mi hanno portato a concludere l’esperienza della direzione di Rivista 22, il che è stato tuttavia anche un bene poiché sono tornata alla letteratura, con i romanzi L’incontro e Provizorat (Provvisorietà, ed. 2010) e con la traduzione dei miei libri precedenti in altre lingue, a partire da Matinée perdue (ed. Gallimard, 2005).

Come è vista l’Italia dalla Romania oggi? E cosa pensa del reato di clandestinità creato in Italia dal governo di centrodestra e delle dure politiche di respingimento degli immigrati che sono in atto?
I Romeni oggi sono fortemente attratti dall’Italia, come dimostrano non solo il grande numero di immigrati che hanno trovato un posto di lavoro in questo paese ma anche il fatto che l’Italia, dopo l’Austria, è la meta turistica più amata dai romeni della middle e upper class. Mi pare evidente che la creazione di un reato di clandestinità rappresenti piuttosto una manovra politica a fini elettorali che non una soluzione reale dei problemi sollevati dal fenomeno migratorio. Certamente quel settore della politica dimentica che anche l’Italia è stato – e si avvia nuovamente ad essere, per quanto ho potuto capire, soprattutto nel caso della fuga dei cervelli – un Paese di emigranti verso paesi dalle condizioni economiche più promettenti, che ha a sua volta dovuto confrontarsi, sul banco degli accusati, con i pericoli della semplificazione e della manipolazione dell’immaginario. Certo, alcuni individui già in rotta con la legge possono aver commesso atti imperdonabili, ma il giudizio chiaramente e giustamente negativo espresso nei loro confronti non deve essere indebitamente esteso a ogni loro connazionale. Di questo è colpevole una politica populista e demagogica nonché certa parte dei media, affamati di sensazionalismo, i quali vanno contro gli interessi stessi dell’Italia dimenticando i vantaggi che molte imprese del vostro Paese hanno tratto dai massicci investimenti in Romania.

LETTERATURA ROMENA. I FAVOLOSI ANNI NOVANTA

Romania primi anni Novanta. Il muro di Berlino è caduto da poco e il regime di Ceausescu è stato abbattuto . In una tranquilla cittadina di montagna, all’interno di un sito archeologico, viene scoperta una fossa comune. A chi appartengono quelle ossa che riemergono dal terreno? E perché le falangi delle loro dita mignole sono sparite? Poliziotti, giornalisti, ex detenuti e politici, cittadini si riuniscono intorno alla fossa sfidandosi a colpi di ipotesi bizzarre e surreali, finché dall’Argentina una squadra di antropologi criminali esperti in desaparecidos è chiamata a esprimere il verdetto finale. Fra indagine storica (di denuncia della violenza di regime) e invenzione, questa storia surreale e crudele è al centro di Dita mignole (Fazi editore) è il romanzo d’esordio del giornalista e scrittore romeno Filip Florian. Nella Romania post-cortina è ambientato invece il nuovo romanzo di Dan Lungu, tradotto in italiano e pubblicato da Manni. Con il titolo Il paradiso delle galline, racconta che sotto le macerie del regime  di Ceausescu è rimasto un paradiso di nome Transizione.. E’ il paradiso dell’irrealtà, sobborgo della storia, dove nulla più accade e tutto si ricorda. Dove gli abitanti di un comune di periferia, in un Paese ex comunista sono come galline che escono al mattino a beccare il mangime e alla sera rientrano nel pollaio. Lungu racconta così come gli eroi del regime di Ceausescu ora vengono considerati zavorra. Operai, pensionati, casalinghe evocono vicende più o meno immaginarie del passato, preparano progetti fantasmagorici per il futuro e intanto bevono vodka e acquavite, ciarlando e baccandosi, stravaccati ai tavoli del trattore stazzonato.

dal quotidiano Terra del 27 ottobre 2010

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La Cina ancora da conoscere

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2010

Letteratura e cinema, negli ultimi anni ci hanno avvicinato al Paese di mezzo. Ma della sua cultura millenaria in Italia si sa ancora mediamente pochissimo. Nonostante la forte immigrazione dal Paese di Mao

di Simona Maggiorelli

Gong Li

E’ una coraggiosa galoppata attraverso duemila anni di storia cinese La rosa e la peonia che la sinologa Valentina Pedone ha scritto con l’italianista Wei Yi per l’Asino d’oro Edizioni. Un libro curiosamente a doppio senso di marcia: mentre da un lato invita il pubblico italiano ad avvicinarsi alla millenaria cultura cinese, dall’altro racconta ai lettori cinesi, nella loro lingua madre, capitoli salienti di storia della letteratura italiana. «Questo volume è stato pensato come strumento di lavoro per chi si occupa di mediazione culturale. Ma anche con l’auspicio che possa entrare nelle biblioteche, nelle scuole, nelle case, in quei quartieri dove italiani e cinesi vivono fianco a fianco, facilitando il dialogo e la conoscenza reciproca», racconta a left una delle due autrici, Valentina Pedone, che all’insegnamento di Letteratura cinese all’università di Urbino e di Firenze affianca lo studio del fenomeno dell’immigrazione cinese in Italia. A questo tema ha dedicato di recente una mostra fotografica nella facoltà di Studi orientali della Sapienza, che si trova nel cuore multietnico di Roma. Una mostra in cui la ricercatrice ha presentato ventidue ritratti di cinesi che hanno scelto l’Italia come Paese dove vivere e lavorare. Nonostante il nostro non possa certo dirsi un Paese ospitale. Proprio da qui è partita la conversazione:Valentina, un vecchio luogo comune vorrebbe che le comunità cinesi in Italia siano gruppi chiusi, poco disponibili a farsi conoscere, è davvero così? «Certo è meno facile fotografare la comunità cinese rispetto ad altri gruppi di immigrati. Ma è falsa la rappresentazione dei cinesi come persone introverse, silenziose. Chiunque sia stato in Cina sa che sono molto loquaci, socievoli, curiosi. Volendo ricorrere a un cliché contro un altro, direi che nei modi di fare ricordano i napoletani».

Qualche anno fa, però, il sinologo francese François Jullien presentando al pubblico del Festival di filosofia di Modena il suo libro Elogio dell’insapore (Raffaello Cortina) raccontava l’immigrazione cinese in Francia come silenziosa, flessibile, quasi felpata, leggendovi in controluce elementi di pensiero tradizionale cinese. «In Cina – ricostruiva Jullien – il reale è sentito come un processo in continuo mutamento. Non c’è la scissione fra realtà oggettiva e soggetto tipica dell’Occidente». Seguire il corso degli eventi, farli arrivare a maturazione e coglierne i frutti, ecco il punto. Con questa “filosofia”, assecondando la processualità continua, i cinesi sanno trovare la chance per imporsi, spiega Jullien. Così le loro comunità si sarebbero a poco a poco insediate a Parigi aprendo negozi e attività, in modo capillare. Un modello che ci riporta alla mente i modi pacati, quasi sotto traccia, con cui la prima generazione di immigrati è approdata a Prato, a Campi Bisenzio e nelle altre cittadine toscane dove oggi un abitante su due è di origine cinese, senza però, purtroppo, aver avuto da parte italiana un riconoscimento di cittadinanza.

La rosa e la peonia

«Questo modello silenzioso di immigrazione esiste certamente – commenta Valentina Pedone – ma è tipico soprattutto di coloro che provengono da una parte della Cina, dal Sud-Est del Paese. Ma è vero – aggiunge la sinologa – che tratti di pensiero tradizionale e confuciano, in particolare, si ritrovano anche nei cinesi di seconda generazione. Anche all’università molti di loro conservano una grande attenzione al proprio ruolo di studente, sforzandosi al massimo di essere appropriati a ciò che viene loro richiesto. Alcuni, per educazione, non guardano mai negli occhi l’insegnante. Ma questo dagli italiani non di rado viene recepito come sfida. Ed è molto doloroso per questi ragazzi cinesi, che per lo più hanno fatto un grosso lavoro su se stessi e hanno consapevolezza del loro appartenere a più culture». Ma questo tipo di incontro-scontro culturale per chi, per esempio, è nato in Italia non dovrebbe essere un fatto già superato? «Il problema – spiega Pedone – è che la prima generazione di immigrati per una decina di anni ha pensato soprattutto alla sussistenza e a farsi una posizione economica. I loro figli sono cresciuti più a contatto con gli italiani ma avvertendo attorno a sé forti pregiudizi. Per molti di loro l’interfaccia con l’Italia, di fatto, resta ancora difficile». Nel suo libro La rosa e la peonia lei scrive che il popolo cinese non ha mai subito il fascino del monoteismo, né della metafisica. è ancora vero nella Cina di oggi? «Assolutamente sì. I cinesi sono ancorati alla vita terrena; sono poco inclini al trascendente. Fra i cinesi che vivono a Roma però – approfondisce Pedone – si trova un discreto numero di cristiani. Ma la maggioranza dei cinesi semmai conserva il culto tradizionale degli antenati, oppure prega Buddha come un santo, con una modalità “pagana” e popolare». Una mescolanza sincretistica di pensiero tradizionale cinese, confuciano ma anche taoista, del resto, ha connotato pure molta letteratura cinese del Novecento. Dagli anni Ottanta poi il confucianesimo ha conosciuto una forte rinascita di studi nell’ambito accademico, tanto che, come spiega John Makeham nel saggio “La filosofia cinese del XX secolo” (ne La Cina verso la modernità, Einaudi) «per tutto il decennio successivo si è parlato addirittura di febbre confuciana (per analogia con la febbre culturale che era divampata nel decennio precedente)».

Anche nei settori alti della cultura cinese fu una reazione alla galoppante globalizzazione che, per quanto cercata sul piano economico, sul piano dell’identità culturale era avvertita come minaccia e rischio di occidentalizzazione. Ma se questo tipo di reazione conservatrice in letteratura ha portato al cosiddetto “ritorno alle radici” e a un’ampia fioritura di romanzi che raccontano una Cina rurale e magica, quasi per reazione negli anni Ottanta, annota Pedone nel suo libro, si è avuto pure un massiccio ritorno al realismo. Un esempio di neoralismo diretto, a tratti anche crudo, ci ricorda la studiosa, è per esempio quello di Su Tong. Dal suo Moglie e concubine del 1990 il regista Zhang Yimou trasse il celebre film Lanterne rosse che lanciò Gong Li sulla scena internazionale. Un altro capolavoro del cineasta cinese, Sorgo rosso, invece era tratto da un romanzo di un maestro di realismo magico come Mo Yan, «e il cinema – sottolinea Pedone – ha avuto grande importanza nel far conoscere all’estero la letteratura cinese». Intanto la censura sui fatti di Tian’anmen ha fatto sì che solo alcuni scrittori cinesi della diaspora, per anni, abbiano voluto e potuto farne un tema da letteratura alta e di denuncia. E oggi? «Più che la censura – spiega Valentina Pedone – pesa l’autocensura. O meglio, è come se oggi si raccogliessero i frutti della cultura di Deng. Persa ogni spinta ideale, dopo il maoismo, si è passati a una forte disillusione. Letteratura di consumo, come i romanzi di cappa e spada, vanno per la maggiore. Ma ci sono anche autori più creativi e interessanti. Ciò che accomuna tutti quanti però è la sfacciataggine: dicono di scrivere solo per soldi».

Sullo scaffale. Percorsi di lettura

Se il libro La rosa e la peonia de l’Asino d’oro Edizioni ha il dono della sintesi nell’offrire un primo documentato e avvincente assaggio, La Cina di Einaudi, invece, affronta la storia della cultura cinese con importanti approfondimenti. Dei tre libri che compongono l’opera curata da Maurizio Scarpari per la casa editrice torinese è uscito nel 2009 il terzo volume, La Cina verso la modernità, con saggi, tra gli altri, di Federico Masini sulla riforma della lingua e di Nicoletta Pesaro sulla letteratura cinese moderna e contemporanea. Mentre Corrado Neri si occupa di cinema, Iwo Amlung di scienza e John Makeham affronta la vexata quaestio se «esista una filosofia cinese» o piuttosto il termine filosofia porti con sé un’accezione troppo occidentale e inadatta a descrivere lo sviluppo del pensiero cinese. A distanza di un anno esce ora il secondo volume La Cina. L’età imperiale dai Tre Regni ai Qing (a cura di Mario Sabattini e Maurizio Scarpari) con interventi di Nicola di Cosmo sugli imperi nomadi nella storia della Cina imperiale, saggi sul buddismo cinese  di John Mcrae e di Francesca Tarocco e sul daoismo a firma di Livia Kohn; senza dimenticare, fra i molti altri lavori, lo splendido intervento su arte e archeologia di Nicoletta Celli. E ancora la rinnovata attenzione verso il colosso Cina da parte di Einaudi si segnala anche attraverso una serie di monografie, saggi di storia e opere letterarie. Fra le uscite più recenti c’è l’agile volume di Maurizio Scarpari sui fondamenti e i testi del confucianesimo ma anche la monografia di Maurice Meisner Mao e la rivoluzione cinese, che rilegge la figura di Mao Zedong indagandone  sia il volto da rivoluzionario che quello di tiranno. In Cina, ventunesimo secolo, invece Guido Samarani analizza le sfide che aspettano il Paese nel nuovo millennio. Tra inarrestabile ascesa economica e negazione dei diritti umani, come denuncia il fatto che la Cina sia in testa alle classifiche mondiali per numero di persone mandate a morte. Su un versante completamente diverso, ovvero quello della poesia, si segnala infine la pubblicazione di Con il braccio piegato a far da cuscino del maestro taoista del XIII secolo Bai Yuchan. Uscendo da casa Einaudi, poi, fra le moltissime pubblicazioni di romanzi ci limitiamo qui a ricordare il toccante Un mattino oltre il tempo (Fazi editore) della cinese Yang Yi che oggi vive a Tokyo. Attraverso la storia di un’amicizia fra adolescenti, si racconta il soffocamento nel sangue della rivolta studentesca in piazza Tian’anmen.

da left-avvenimenti 6 agosto 27 agosto 2010

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I migranti che salvano l’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 19, 2010

Un grosso grazie campeggia sulla copertina del viaggio di Staglianò nel Belpaese immigrati. Mentre una messe di nuovi titoli documentano quanto abbiamo bisogno di loro.

di Simona Maggiorelli

Let's get married

Si intitola Grazie il nuovo libro inchiesta di Riccardo Staglianò sugli immigrati in Italia. Un “grazie” scritto a lettere cubitali sulla copertina del volume, fresco di stampa, pubblicato da Chiarelettere. Perché, come recita il sotto titolo «senza gli immigrati saremmo perduti». Così, dopo il dirompente viaggio nei sogni, nelle aspirazioni e nella vita quotidiana dei cinesi in Italia affidato alle pagine di Miss Little China (Chiarelettere), il giornalista di Repubblica ci guida qui alla scoperta di quell’economia sommersa su cui si fonda il “sistema Italia” che ha un assoluto bisogno di immigrati che lavorino a nero, che si vedano costretti ad accettare stipendi da fame pur di non perdere quel permesso di soggiorno che viene loro «concesso» solo se hanno un contratto. Il rischio è precipitare in una condizione di clandestini senza diritti; una condizione che questo governo di centrodestra ha scandalosamente tramutato in reato. «In Italia – chiosa Staglianò – si respira una brutta aria e non si vedono segni di miglioramento». Difficile intravederne in un Paese in cui le ordinanze di “civilissimi” comuni del Nord arrivano a prevedere 500 euro in più nella busta paga dei poliziotti che scovano un clandestino. E che prevedono sanzioni amministrative per gli immigrati che si azzardino a fare i lavavetri ai semafori. è lo stesso Staglianò a ricordarci utilmente che l’ultimo Ambrogino d’oro (la medaglia milanese al civismo) è stato assegnato al Nucleo di tutela trasporto pubblico dell’Atm di Milano «quelle squadre di super-controllori con licenza di sequestro che hanno rastrellato e rinchiuso in una specie di bus prigione presunti clandestini beccati senza biglietto». è l’Italia degli immigrati indispensabili e maltrattati, delle badanti e colf al lavoro 24 ore su 24, delle prostitute hard discount e via di questo passo lungo la strada discendente di questo nostro “Belpaese”. Un libro da tenere sul comodino, da leggere e da regalare per riflettere seriamente, almeno in occasione delle due giornate del migrante indette per questi 20 e 21 marzo dalla Cgil in concomitanza con la Giornata internazionale contro il razzismo promossa dall’Onu. Ma utilmente si potrà aggiungere anche qualche altro titolo per approfondire altri tratti di questa Italia razzista: per esempio Il paese delle badanti, il saggio di Francesco Vietti uscito di recente per Meltemi e il libro Gli africani salveranno l’Italia (Bur) in cui Antonello Mangano ripercorre la rivolta alle ’ndrine dei lavoratori immigrati di Rosarno, che hanno osato quello che gli italiani “autoctoni” non hanno ancora trovato il coraggio di fare. E ancora, per capire la disperante situazione di solitudine in cui i migranti si trovano a vivere qui da noi, Famiglie in movimento, separazioni, legami, ritrovamenti nelle famiglie migranti di Ambrosini e Abbatecola per il Nuovo Melangolo e sulle contraddizioni della legge sui respingimenti, Contro il reato di immigrazione clandestina di Giancarlo Ferrero che fa vedere come la legge italiana che introduce il reato di clandestinità sia affetta «da gravi imprecisioni tecniche, da numerose violazioni costituzionali e da un elevato costo a carico dello Stato». Affrontando anche il cosiddetto «respingimento collettivo» che, di fatto, fa venire meno il diritto d’asilo. Parliamo di studi usciti tutti nel 2010. Segno che c’è anche chi non vuole più chiudere gli occhi.

da left-avvenimenti  del 19 marzo 2010

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