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Eretici al Salone del libro. Ricordando Giordano Bruno e Lucrezio

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2018

Mentre al Lingotto entra nel vivo un’edizione del Salone del libro quanto mai densa di presenze ecclesiastiche e di incontri a sfondo confessionale e dottrinario visto che il Paese ospite quest’anno è il Vaticano, proviamo qui a tracciare un primo bilancio degli appuntamenti “fuori dal coro” suggerendo anche alcuni percorsi per gli amanti del libero pensiero. A questo riguardo il nostro “viaggio” nell’edizione 2014 della maggiore fiera italiana dell’editoria non può che iniziare dalla presentazione, che si è svolta l’8 maggio a Torino, di un “dizionario enciclopedico” in tre volumi che le Edizioni della Normale dedicano a Giordano Bruno, il filosofo mandato al rogo
dalla Santa Inquisizione il 17 febbraio del 1600. Ideatore e curatore di questo complesso lavoro, che ha richiesto un’immane ricerca sulle fonti di Bruno, è il filosofo Michele Ciliberto che lo ha realizzato con un team di 40 studiosi per lo più provenienti dalla Normale di Pisa e dall’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di Firenze.
«Più che un’opera enciclopedica – precisa il professore – la definirei una sorta di “opus” in cui, di voce in voce, viene esaminato tutto l’universo bruniano, studiando il suo pensiero giuntura per giuntura, nervo per nervo. Perché quando diciamo enciclopedia – approfondisce Ciliberto – pensiamo soprattutto alla sua versione moderna. E sarebbe una forzatura ascrivere Bruno a questo ambito. Fra il Rinascimento e la Modernità c’è una profonda differenza. Nel passaggio dall’uno all’altro, per esempio, il concetto di vita viene sostituito da quello di natura sottoposta all’analisi lucida della ragione. Galileo può essere considerato un moderno perché aveva una concezione quantitativa, meccanicistica, della natura. Un modo di pensare i fenomeni naturali che era del tutto estraneo a Campanella, a Machiavelli e a Bruno, che è difficilmente interpretabile come
filosofo che precorre la modernità». Bruno era un pensatore rivolto al passato allora? «Io non credo», risponde Ciliberto. «Era un pensatore dell’infinito, ha intuito l’infinito proprio come predicato dell’uomo, aveva una concezione dei generi letterari e dell’estetica estremamente moderna. È andato oltre Keplero, con una profondità che inquietava l’astronomo tedesco e che terrorizzava Galileo. Bruno era un filosofo radicale. Pensiamo per esempio alla sua concezione
dell’immagine legata all’idea di infinito: o procedi attraverso le immagini mentali, diceva, o non vedi nulla della verità stando dentro il concetto tradizionalmente inteso».
Concetti, parole, immagini, suggerisce il sottotitolo di questo importante trittico di volumi. La forza del filosofo nolano risiedeva soprattutto in un pensiero per immagini? «Bruno è un critico dell’intelletto, ne evidenzia i limiti», risponde Ciliberto. «Se vuoi davvero vedere le cose, sostiene Bruno, devi spezzare i confini della tua stessa soggettività. Puoi entrare nella dimensione dell’infinito solo attraverso “i mastini della volontà”, la passione, l’amore ecc. La conoscenza della
verità si ottiene attraverso le immagini. La vis immaginativa è l’elemento germinativo
della sua filosofia. Spinoza diceva che è importante liberarsi delle immagini, Bruno si muoveva in direzione opposta». Ma a rendere profondamente originale – quanto scomodo per la Chiesa – il pensiero di Bruno è anche il suo carattere anticristiano, torna a sottolineare Ciliberto: «Si può immaginare un principio di pentimento della Chiesa nei confronti di Galileo, ma lo scienziato pisano è assolutamente diverso da Bruno. Galileo aveva una visione quantitativa, meccanicistica
in senso moderno, il filosofo Bruno invece esorta ad uscire dal ciclo ebraico-cristiano stigmatizzato come ciclo della corruzione, della degenerazione dell’umanità. Apre a una nuova concezione di religione come vincolo (in questo è affine a Machiavelli), alla religione della magia, a quella degli egizi, alla religione dei gesti eroici. Come Machiavelli, Bruno è radicalmente anticristiano».

Nel 1559 la Chiesa istituì l’Index Librorum Prohibitorum elencando i libri il cui possesso e la cui lettura era proibita. (L’Index è stato ufficialmente abolito solo nel 1966. Salvo esistere tutt’ora sotto forma di “guida bibliografica”dell’Opus Dei). In quell’elenco finì anche il De rerum natura di Lucrezio, al quale nel 2013 Piergiorgio Odifreddi ha dedicato il volume Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere (Rizzoli), di cui ora è torna a parlare al Salone del libro di Torino.
Anche in quel caso le gerarchie ecclesiastiche non si limitarono a screditare l’opera, ma attaccarono
l’autore, dicendolo pazzo. Gli scrittori cristiani, ricostruisce il matematico nel libro, operarono una congiura del silenzio sul De rerum natura e poi ne stravolsero il senso, per esempio, leggendo l’inno a Venere come rivolto alla Madonna. «La damnatio memoriae – approfondisce Odifreddi – coinvolse tutti coloro che, dagli epicurei agli stoici, offrivano una filosofia di vita più profonda e meno superstiziosa del Cristianesimo. Lucrezio, però, era un caso speciale, il suo libro era un capolavoro di saggezza razionalista e anticlericale, e sembrava fatto apposta per finire all’Indice: che sarebbe stato creato dopo, ma fu messo in pratica subito, e in particolare con lui». Tra l’altro, aggiunge Odifreddi «all’epoca non c’era bisogno di una censura violenta e inquisitoria: bastava non ricopiare più il testo, e lasciare che le copie esistenti subissero l’usura del tempo. Per fortuna qualcosa si salvò, nei monasteri, e il libro “resuscitò” dopo quasi un millennio
di “discesa agli inferi”». Come Lucrezio, lo scienziato Isaac Newton (che Odifreddi racconta nel suo nuovo libro Sulle spalle di un gigante, Longanesi) recuperò molti temi da Epicuro: l’atomismo,
il vuoto, l’infinità dello spazio, benché l’epicureismo fosse considerata una filosofia atea ed eretica. Assumendosi non pochi rischi. «Newton era già eretico di suo – commenta Odifreddi – dato che considerava il Concilio di Nicea l’inizio della “grande apostasia” e professava l’arianesimo che quel Concilio aveva messo al bando. Ma in Lucrezio trovò molti degli aspetti scientifici che ho cercato di mettere in evidenza nel mio commento. E vi trovò la prisca sapientia degli antichi». Ma per fare ricerca scientifica essere eretici forse non basta. Per riuscirci bisogna avere la mente libera da
dogmi e superstizioni? «Naturalmente per fare ricerca scientifica bisogna avere il coraggio delle proprie idee, anche quando esse vanno contro i pregiudizi comuni», risponde l’autore di tanti libri
di divulgazione e curatore dell’enciclopedia Einaudi sulla matematica. «Ma nessuno pensa in un vuoto pneumatico: Newton stesso, ad esempio, rimase sempre
un seguace dell’alchimia».

da Left- Avvenimenti maggio 2014

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Nel regno della libertà. Le commedie di Shakespeare

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2015

Molto rumore per nulla Branagh

Molto rumore per nulla Branagh

Le commedie di Shakespeare, regno della libertà e della fantasia. Incontro con Ekkehart Krippendorff
di Simona Maggiorelli

Che un politologo di professione, dopo aver lungamente insegnato in università europee, americane e in Giappone, si occupasse dei drammi shakespeariani non sembrò strano quando nel 2005 uscì il suo Shakespeare politico. Ora il tedesco Ekkehart Krippendorff ha fatto un passo ulteriore pubblicando un brillante saggio intitolato Le commedie di Shakespeare, come il precedente, edito in Italia da Fazi. In cui  racconta l’universo caleidoscopico di questi testi shakespeariani centrati sulla capacità di immaginare, come l’dentità più profonda degli esseri umani. In Sogno di una notte di mezza estate, in Molto rumore per nulla, così come ne La Tempesta e negli altri testi più “leggeri” del corpus shakesperiano, la fantasia gioca un ruolo fondamentale. E per dirla con Giordano Bruno (autore che il Bardo ben conosceva) non è un’ombra maligna, ma possibilità di conoscere “per vestigia” e possibilità di aprirsi al nuovo.

La bisbetica domata Burton-Taylor

La bisbetica domata Burton-Taylor

«Sono sempre stato affascinato da opere come Macbeth e da drammi storici come Giulio Cesare per il modo in cui analizzano i giochi di potere e ne denunciano la distruttività. Ma a un certo del mio percorso – dice Krippendorff – ho cominciato a interrogarmi sulle commedie. Anch’esse fanno parte dell’universo shakespeariano e non sapevo bene come collocarle. Finché un giorno, arrampicandomi ancora su questa immensa montagna che è l’opera del drammaturgo inglese, ho scoperto che sono in un certo senso lo specchio o, per meglio dire, l’alternativa ai testi politici in senso stretto». Protagonista delle commedie non è l’uomo di potere, l’eroe solitario ma, come sottolinea lo studioso, «l’uomo innamorato e libero». Uscendo dalla dimensione tragica, Shakespeare s’interroga su come sarebbe l’essere umano se non fosse prigioniero di un potere oppressivo. «Per questa via – dice Krippendorff – ha aperto il suo teatro alla fantasia, alla bellezza e alla complessità del rapporto fra uomo e donna. Ha scoperto la serietà e la multi dimensionalità della passione amorosa. Al centro delle commedie c’è l’amore, l’eros, il perdersi e il ritrovarsi degli amanti. E i personaggi delle commedie appaiono particolarmente ricchi di sfaccettature. Non sono figure artificiali, ma estremamente vive e vitali. Tra loro intrecciano una complessa trama di relazioni, all’apparenza brillanti. Tanto che sarei tentato di dire che le commedie sono più intricate e serie degli stessi drammi politici.

(l to r) TOM CONTI, HELEN MIRREN, DAVID STRATHAIRN, ALAN CUMMING, CHRIS COOPER

La tempesta Helen Mirrer

Dunque professore come possiamo inquadrare questa parte del percorso Shakespeariano?

Ho tentato di farlo nel sottotitolo, scrivendo che l’essere umano è libero nelle commedie. Esse schiudono una possibile via di uscita da una brutta realtà politica di oppressione. Il che non vuol dire che tutto sia risolto e che non sorgano problemi. Anzi. La libertà è una dimensione molto difficile da raggiungere e da vivere, come si evince dal rutilante gioco dei personaggi che cambiano di continuo, ruoli e situazioni. Per questo siamo affezionati alle commedie, perché ci fanno ridere, gioire, ma soprattutto perché accendono la fantasia!

Che risultò contagiosa anche per Giuseppe Verdi, come lei racconta in un capitolo di questo suo nuovo libro…

Per tutta la vita Verdi aveva cercato di scrivere una commedia, senza successo. Avrebbe voluto raggiungere il regno della libertà, ma era rimasto sempre legato alla banalità della vita matrimoniale. Fin quando, a più di 90 anni, ha scritto Falstaff. Questa è stata la sua grande vittoria intellettuale: riuscire a trovare la libertà creativa che si respira in quest’opera. Crudelmente è accaduto che Verdi ci riuscisse solo negli ultimi anni, mentre Shakespeare fece questa realizzazione già all’inizio della sua carriera di drammaturgo.

Prospero's book, Greenaway

Prospero’s book, Greenaway

E Mozart in che modo si lega a Shakespeare?

Mozart ha la leggerezza delle commedie shakespeariane. Questa mattina ascoltavo una nuova registrazione di Così fan tutte, è un’opera che gioca con l’allegria e la sofferenza, con gli imprevisti della dialettica amorosa. Come in Shakespeare, anche in Mozart, la passione è un sentimento che tocca molte corde. E la leggerezza piacevole, a ben vedere, rivela un sottofondo serio.

La passione nelle commedie shakespeariane introduce una carica di potenziale emancipazione e una critica indiretta a istituzioni come la famiglia e la Chiesa?

Sì, senz’altro, c’è questo potenziale rivoluzionario, nel senso di rovesciare i vecchi discorsi, quelli più tradizionali. Sotto questo profilo addirittura Mozart ci sfida. Perciò il contenuto delle sue opere è sempre stato ignorato, perché giudicato frivolo, restando alla superficie, senza leggere la storia in profondità.

I personaggi femminili, in particolare, creano scompiglio sottraendosi alla tradizione e ai riti domestici. Caterina, la Bisbetica domata, addirittura se ne infischia. Anche se il padre la stigmatizza come irascibile, selvaggia, litigiosa. Del resto Shakespeare era un uomo del proprio tempo…

beatrice-emma-thompson-reading-sigh-no-more-ladies-while-eating-grapes-in-tuscanyLa bisbetica è un testo che lascia molto alle scelte drammaturgiche e alla sensibilità del pubblico. Se stiamo alla lettera delle parole di Petruccio, per esempio, il personaggio appare come un pretendente maschilista. Con modi da super macho. Ma se si osserva meglio non è esattamente così. Perché alla fine accetta che sia la donna a prevalere. La questione dunque non così scontata come si potrebbe pensare. Shakespeare avrebbe potuto farla facile con l’atteso trionfo del muscolare Petruccio… sarebbe stato facile.Invece sceglie di far vedere in profondità l’ immagine. Un amico mi ha fatto notare per esempio che alla fine Petruccio non vince ma stabilisce un nuovo rapporto fra uomo e donna. Shakespeare non si accontenta di un happy end da farsa. Forse sarebbe stato ugualmente divertente, ma non è ciò che gli interessa. Lui punta ad aprire nuovi orizzonti. E il machismo è solo la scorza.

Nella trama delle commedie importanti sono anche le relazioni sociali dei personaggi, mai isolati e solipsisti come invece appaiono Amleto o Macbeth.

Un tema importante è anche l’amicizia; è centrale in una commedia che amo molto e che purtroppo viene rappresentata di rado,I due gentiluomini di Verona. L’antica amicizia fra due giovani uomini dovrebbe finire in tragedia, Invece Shakespeare fa vedere che resiste al banale primeggiare di uno di questi due ragazzi., facendoci riflettere. Quasi sempre le commedie fanno pensare..

Un filo rosso che attraversa le commedie è anche la “realtà dell’invisibile”, a cui lei dedica uno dei capitoli più appassionati del libro

Ne Il sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare dice che ciò che vediamo non è la verità. Come a dire che ciò che veramente conta è la nostra realtà interiore. Dipana questo tema a vari livelli. Anche sul piano politico. Il luogo dove si svolge il dramma è Atene, la città dove è nata la democrazia. Ma a questo si sovrappongono altre realtà. Oppure, per fare un altro esempio, nel sogno si incontra la principessa che fa l’amore con l’asino. E ciò non è assurdo. Non lo è perché non è un sogno realistico ma reale. Come a dire che la verità non è quella che vediamo , ma quella che sentiamo e che fa parte della nostra realtà più profonda. Spietata autenticità @simonamaggiorel

Dal settimanale Left

 

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Happy birthday #Shakespeare. Poeta dall’animo libero

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2014

quote-tell-me-where-is-fancy-bred-or-in-the-heart-or-in-the-head-william-shakespeare-310270Shakespeare straordinario indagatore della psicologia umana e attento alle nuove idee di Giordano Bruno .

Così lo racconta il filosofo della scienza  Giulio Giorello su left, a 450 anni dalla nascita del Bardo.

E in occasione dell’uscita del libro Noi che abbiamo l’animo libero, scritto con il genetista Edoardo Boncinelli e pubblicato da Longanesi

 

 di Simona Maggiorelli

Shakespeare “scienziato” della mente, capace di raccontare le passioni con lingua nuova, viva e poetica. Ma anche gli scacchi dell’animo umano, il delirio, la pazzia. Indagandola senza infingimenti, senza censure. Da un lato la fantasia, l’immaginazione, il sogno. Dall’altra il buio di chi ha perso ogni dimensione di rapporto con l’altro essere umano e con la realtà. Il delirio vorticoso di Macbeth, la schizoidia lucida e omicida di Lady Macbeth. Shakespeare non giudica i suoi personaggi. Non li sovrasta. Resta sullo sfondo, quasi sparisce per lasciar loro libertà d’azione.

Macbeth, Orson Welles

Macbeth, Orson Welles

«Shakespeare è tutti e nessuno», scriveva Borges. E il fatto che le sue “creature” non siano più manovrate da una volontà divina, da un telos, dall’ineluttabilità di un tragico destino, li rende liberi. Come Cleopatra che, nota il filosofo Giulio Giorello nel libro Noi che abbiamo l’animo libero (Longanesi), incarna l’aspirazione ad andare oltre i limiti, verso l’infinito con il suo «eroico/erotico furore» nel dramma Antonio e Cleopatra.

Nell’inquietudine di Amleto, invece, intinge la penna Edoardo Boncinelli eleggendolo a personaggio simbolo dell’universo shakespeariano in questo libro scritto a quattro mani, che esce in occasione dei 450 anni dalla nascita di Shakespeare. Volume in cui il genetista e il filosofo della scienza, con due saggi e un lungo dialogo, rendono omaggio al teatro del Bardo «come il vero, grande, teatro della modernità». «Shakespeare annuncia e mette in scena le crisi che segnano il trapasso dal medioevo all’età moderna», spiega Giorello.

«A cominciare dall’abbandono di una politica “cristiana” per un agire sul piano statuale machiavelliano. È la fine del mondo chiuso a cui ci aveva abituato la tradizione aristotelica e si intravede l’universo infinito. Dietro ad Amleto e dietro a Cleopatra – rileva il filosofo – scorgo le ombre lunghe di Niccolò Machiavelli e di Giordano Bruno. È una mia lettura. Ma non sono l’unico a vederla così. In un bel libro Nuovo cielo e nuova terra (Il Mulino 1990), Gilberto Sacerdoti scrive che la dismisura della passione in Antonio e Cleopatra trova il suo corrispettivo in un cosmo infinito in tutte le direzioni». Al centro c’è il rapporto fra i due amanti .«La passione diventa un valore, che trionfa sul tempo al di là e nonostante la morte», notava già l’anglista Derek Traversi in un’edizione Einaudi del dramma uscito negli anni Sessanta.

Gustave Moreau - Cleopatra

Gustave Moreau – Cleopatra

L’epoca di Shakespeare, insomma, non è più imperniata su due autorità assolute, il re e il papato. Con la Riforma, la Chiesa di Roma non è più unica, e con le grandi scoperte scientifiche di Copernico, Brahe, Keplero, Galileo la terra non è più al centro dell’universo. Intanto nuove avventure e conquiste si giocano sulle rotte atlantiche alla scoperta di nuovi mondi.

 «La società non era più incardinata su una realtà mondana e una spirituale», ribadisce Giorello. «Non che il papa e l’imperatore venissero meno, ma cominciarono i primi esperimenti di Stati nazionali, anche se a volte presero la forma di un assolutismo di nuovo tipo. Costruito nel sangue delle guerra civili e in particolare nel conflitto fra Riforma e Controriforma. Sotto questo profilo l’esperienza politica di Shakespeare è peculiarmente inglese. L’aristocrazia si suicida nella Guerra delle due Rose ed emerge una nuova realtà politica, come raccontano Enrico IV, Enrico V e la parabola sanguinaria di Riccardo III. Mentre nell’Enrico VIII, ormai ammesso nel canone shakespeariano, affiora il processo della rivoluzione inglese: l’Inghilterra diventa molto forte sui mari, ma è anche un laboratorio politico in cui, dopo l’età di Shakespeare, si sperimenterà il primo tentativo repubblicano della storia inglese».

Centrale in questa congiuntura, sottolinea il filosofo, «è la decisione di Enrico VIII di divorziare dalla Chiesa romana per fare un esperimento nazionale: la Chiesa anglicana». Con fantasia il grande Bardo affresca una nuova politica nell’ambito di una nuova cosmologia. «È questo – dice Giorello – che lo rende affascinante. Nei suoi drammi non c’è più la politica cristiana. Non c’è il diritto divino dei re. Ma vi troviamo la consapevolezza che la politica è opera umana e come tale è fallibile».

Per questo anche se l’ambizioso piano di Antonio e Cleopatra naufraga nella battaglia di Azio nel 31 a.C, il dramma omonimo non è una tragedia che celebra il fallimento come punizione. Anzi. In Lezioni su Shakespeare (Adelphi) il poeta W.H.Auden scriveva che è un testo che esprime un profondo rifiuto del dolore: «Lo splendore della poesia rispecchia lo splendore del mondo». I versi celebrano «la passione amorosa, l’ambizione, ma anche la fedeltà e il tradimento, la prudenza, l’audacia… Non c’è tratto umano che non sia reso nella moltitudine di personaggi» annotava il poeta. Arrivando a dire: «Se dovessimo dare alle fiamme tutte le opere di Shakespeare, tutte tranne una, io sceglierei Antonio e Cleopatra». «Sono assolutamente d’accordo», gli fa eco Giorello. «È una delle opere più complesse, più sofisticate di Shakespeare: ci offre l’immagine di una donna bellissima e molto coraggiosa, un’immagine femminile che è un continuo banco di prova per le virtù maschili che spesso si rilevano inadeguate rispetto all’identità che aveva la regina d’Egitto. Questo è un aspetto anticonformista di Shakespeare. Se c’è un poeta che ha davvero “l’animo libero”, è proprio lui». Anche nell’uso delle fonti. Come Giorello ricordava già in precedenti lavori, Tradimenti (Longanesi, 2012) e in Lussuria (Il Mulino, 2010).

Giorello e Boncinelli

Giorello e Boncinelli

 Mentre Euripide e Platone e poi il Cristianesimo si erano accaniti nel deturpare l’immagine e l’dentità della donna  e Dante condanna «Cleopatras lussuriosa», il drammaturgo inglese si rifà direttamente a  Plutarco. «Lo riprende in modo fedelmente infedele, gettando una nuova luce sul racconto», approfondisce Giorello.  Che aggiunge:«Quello di Shakespeare è il grande teatro della coscienza, nel senso in cui usava questa locuzione Giordano Bruno: la nostra coscienza talora mette in scena la guerra civile con se stessa. Questo è il punto di fondo sia delle commedie che delle tragedie».

Proprio il fascino che il pensiero bruniano esercitò sulla parte più anticonformista dell’intellettualità inglese, da Marlowe a Shakespeare, è uno dei fili rossi che percorre carsicamente Noi che abbiamo l’animo libero. «Io e Boncinelli, in realtà, non ci siamo addentrati nella diffusione del pensiero bruniano in Inghilterra (dove soggiornò fra il 1583 e il 1585 ndr). Su cui hanno scritto Hilary Gatti e Gilberto Sacerdoti, esperti bruniani e interpreti della più intelligente critica shakespeariana. Ma possiamo dire che, anche se Shakespeare non sposa la visione del Nolano come convinzione soggettiva, la conosceva bene e la fa diventare grande materia poetica».

E mentre c’è chi ipotizza che in Pene di amor perdute il personaggio di Berowne rimandi proprio al Nolano, risulta immediatamente evidente l’assonanza fra il drammaturgo e il filosofo quando si parla, per esempio, di immaginazione, che per l’anticristiano Bruno, non è più «maligna fantasia»

. A unirli poi, come nota Nadia Fusini nel libro Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni in Shakespeare (Mondadori, 2010), è anche e soprattutto un profondo interesse verso l’umano.

Tanto che, riflettendo sulla capacità shakespeariana di cogliere e scandagliare le profondità della psiche, il critico Harold Bloom è arrivato a dire che Shakespeare ha inventato la natura umana. «Io non so se abbia inventato la natura umana – commenta Giorello – perché grandi opere e cantori della natura umana ci sono stati anche prima di lui, dal poema di Gilgamesh della tradizione sumera e accadica, a Omero, a Virgilio a Dante ecc. Ma con Steven Dedalus di Joyce mi sento di dire che ciò che Shakespeare racconta non è la natura umana, ma la nostra natura umana».

Dal settimanale left

 

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Mondolfo, Gramsci e la crisi della sinistra oggi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2013

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona  Maggiorelli. Ernesto Longobardi

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona Maggiorelli. Ernesto Longobardi

di Simona Maggiorelli

Il libro della filosofa Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni) ha il merito di riproporci una figura di intellettuale piuttosto rara in Italia e ingiustamente trascurata dagli studi. Una figura di raffinato studioso della filosofia antica che nei suoi 99 anni di vita (Mondolfo era nato a Senigallia nel 1877 e morì nel 1976 a Buenos Aires) non separò mai studi accademici dall’impegno civile, portando avanti la propria ricerca come forma di resistenza antifascista perché tutta volta- basta vedere i suoi scritti sulla pedagogia – a risvegliare il senso critico, a dare strumenti di lettura della storia e del presente ai suoi studenti. Fra i quali a Torino forse ci fu anche Gramsci.

Un lavoro di insegnamento che Rodolfo Mondolfo svolse con grande coerenza, senza soluzione di continuità, prima nelle scuole superiori e poi all’Università di Torino, di Padova (1907) e di Bologna (1913-38), fin quando – dopo aver promosso e firmato il Manifesto degli intellettuali contro il fascismo – nel 1938 fu costretto dalle leggi razziali a cercare riparo a Buenos Aires.

Rodolfo Mondolfo intellettuale dal profilo non comune nel panorama italiano, dicevamo. Anche perché profondamente laico. Un aspetto indigesto all’establishment politico in Italia. Ancora oggi. Basta vedere il desolante mancato sostegno alla candidatura di Rodotà da parte del Pd  Alle giornate della Repubblica delle idee che, proprio qui a Bari, mentre parliano pretendono di mettere insieme scienza e fede.Oppure al neoconfessionalismo dei marxisti ratzingeriani, ovvero Pietro Barcellona e Mario Tronti, intellettuali organici del Pci e che oggi, dopo il crollo delle ideologie, sono diventati organici al Vaticano.

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Rodolfo Mondolfo no. Da socialista e illuminista si oppose sempre a ogni forma di oscurantismo. Andando a spigolare validi anticorpi nel pensieri di filosofi come Giordano Bruno, Feuerbach, e Marx. Del quale – scrive Elisabetta Amalfitano- Mondolfo seppe dare una lettura originale, coniugandolo con Rousseau nel tentativo di superare la scissione cartesiana (fra corpo e mente, fra teoria e prassi). Il tentativo era quello di mettere al centro della propria riflession l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità di bisogni ed esigenze, che riguardano l’alimentazione, il lavoro, la salute, ma anche la formazione, la conoscenza, la qualità dei rapporti dei rapporti umani, la creatività. In questa chiave , ricostruisce Elisabetta , Mondolfo, lavorò all’ipotesi di una via riformista al socialismo, prendendo le distanze da ogni forma di materialismo metafisico e deterministico. E prendendo esplicitamente le distanze per esempio dalla proposta di Antonio Labriola: “Il suo materialismo dimentica che nella storia la realtà vera ed essenziale sono gli uomini”.

La libertà per Mondolfo era importante quanto l’uguaglianza e cercò per tutta la vita di elaborare una filosofia della prassi che riuscisse a coniugare questi elementi. Tacciato di moderatismo dai giovani Gramsci e Gobetti presi dal fuoco della rivoluzione bolscevica, il pensiero di Mondolfo apparve del tutto inattuale ai giovani del ’68 e ai fautori di una lettura strutturalista del marxismo quando, proprio nel ’68, pubblicò Umanesimo di Marx. Ma come ho avuto il piacere di dire anche in un’altra occasione a me pare che – superata quella fase storica – oggi il pensiero di Mondolfo offra invece molti spunti interessanti di riflessione a questa sinistra che ha urgente bisogno di ripensare e rilanciare la propria identità. Elisabetta Amalfitano, in questo suo appassionato libro, ne squaderna molti.

A cominciare dall’idea che la trasformazione sociale che per Mondolfo parte dalla trasformazione interiore degli individui. E dal rifiuto della violenza, in nome invece di una forza della praxis che significa anche resistenza, capacità di reagire, di proporre un pensiero. E ancora.

Lontanissimo dall’essere per la morte heideggeriano, Mondolfo – potremmo dire parafrasando quello che il professor Luciano Canfora ha scritto a proposito di di Arthur Rosenberg ne l’inquietante mestiere dello storico (Ll’uso politico dei paradigmi storici, Laterza) invita alla lotta, con i mezzi della ricerca storica e filologica, contro l’ideologia a base razzistica andata al potere nelle università tedesche nel 1933 e veleno che dilagava anche in Italia.

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Per misurare tutta la distanza di Mondolfo dal pensiero conservatore basta leggere le pagine che Elisabetta dedica alla sua concezione delle masse che nel XXI secolo si sono affacciate da protagoniste sul palcoscenico della storia. Una concezione lontanissima da quella di Lombroso, ma anche da quella di Freud, che sulla scorta di Le Bon, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921 libro molto amato da Mussolini) parlava delle masse come reviviscenza dell’orda primordiale e distruttiva, come lacrima di Batavia che basta che sia colpita in un punto perché finisca in mille schegge, una massa lavoratrice che secondo Freud ha sempre bisogno di un capo carismatico che le dia coesione. E di leggi che permettano la convivenza civile impedendo il fratricidio. Rodolfo Mondolfo, scrive Elisabetta Amalfitano, non aveva questa concezione pessimistica della massa. E per questo rifiutava anche l’idea della necessità di un partito novello principe che imponga dall’alto il cambiamento. Ma qui mi fermo, perché con noi c’è Il professor Luciano Canfora che molto di più può dirci sul rapporto fra Gramsci e Mondolfo.

Intervento introduttivo alla presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni), alla libreria Laterza di Bari, il 20 aprile 2013, con Luciano Canfora, Ernesto Longobardi, Maria Laterza e l’autrice

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Un Ulisse tutto da ridere

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 16, 2012

Scaduti i diritti, in Italia  Newton Compton  ha pubblicato una nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce  che ne recupera il lato comico e lo humour. Da appassionato cultore della storia e della letteratura irlandese il filosofo Giulio Giorello la presenta in occasione del Bloomsday

di Simona Maggiorelli

James Joyce

Tradurre è sempre un po’ tradire. Ma può essere anche “trans ducere”, portando in luce un senso più profondo. E’ questo il caso della  traduzione dell’Ulissedi James Joyce firmata da Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi uscita per Newton Compton. A sostenerlo è Giulio Giorello che proprio al tradimento dedica il suo nuovo libro edito da Longanesi: una gustosa scorribanda, e antimoralistica, passando da Shakespeare a Mozart a Joyce. L’opera dello scrittore irlandese, il 16 giugno, è festeggiata nel Bloomsday, in Irlanda e in molti altri Paesi. E il filosofo della scienza dell’Università di Milano  racconta: «Sono particolarmente felice che si torni a parlare dell’Ulisse fuori dall’accademia. Troppo spesso la discussione fra eruditi dimentica che i versi di Dante erano cantati dal popolo a Firenze. Che chi andava a vedere Shakespeare, fra un palco e l’altro, arrostiva un montone o improvvisava un duello. E che in Joyce vibra la voce roca, ma affascinante, del coraggioso proletariato irlandese che nel 1916 nella cosiddetta Pasqua di sangue fece vedere i sorci verdi agli occupanti britannici».

In una lettera giovanile lo stesso Joyce, merita qui ricordarlo, si definiva «scrittore socialista» e, nonostante l’Ulisse sia poi diventato un libro di culto e per molti versi poco accessibile, nasceva dall’idea di scrivere una moderna Odissea che restituisse dignità alla vita quotidiana delle persone “qualunque”, come lo è il suo protagonista, Leopold Bloom.

«Questa nuova traduzione ha il merito di far emergere il carattere democratico di questo meraviglioso romanzo che, per me», sottolinea il filosofo, «è il più grande testo del Novecento. Qui ritrovo l’humour e un senso plebeo dell’esistenza molto Irish, che rende l’Ulisse così affascinante». E che fece storcere il naso a Virginia Woolf che lo giudicava “un testo scomposto” e “disgustoso”, scritto da “un proletario autodidatta”. «Sarà certo vero quello che diceva la signora Woolf, ma per me» stigmatizza il professore «fra l’ Ulisse e gli esangui, tristi, romanzi della Woolf c’è la stessa differenza che corre fra un buon whisky e un’aranciata». Poi entrando più nel merito di questa nuova traduzione Newton Compton che esce a più di cinquant’anni da quella classica di De Angelis, Giulio Giorello approfondisce: «Mi colpisce soprattutto la vitalità di questa nuova versione. Che, per esempio, usa il tu in dialoghi chiave come quello fra Bloom (Ulisse) e Dedalus (Telemaco) che, in una taverna, imboccano una discussione alta su scienza e religione». E poi, per fare un altro esempio, nella traduzione di Terrinoni e Bigazzi «si coglie tutta l’ironia di Joyce verso Darwin. Un caso per tutti: a proposito della tragica storia irlandese, Joyce parla di Destruction of the Fittest, qui correttamente reso come la distruzione del più adatto. E non come la distruzione dei migliori. Che sarebbe sbagliato». Joyce ben conosceva il dibattito sulle idee di Darwin fortemente osteggiato dai gesuiti e, sottolinea il filosofo della scienza, «si divertiva a prendere in giro gli slogan dei darwinisti sostenendo che è la storia umana non riflette l’evoluzione ma quasi drammaticamente la contrasta».

Bloomsday e protesta contro le banche, Dublino

E da notare è anche «che questa intuizione di Joyce, che era un cultore di Nietzsche, trova un preciso parallelismo in Umano troppo umano dove il filosofo tedesco mostra tutta l’ambiguità di un darwinismo ideologico e ingenuo». Quanto all’incipit invece? «In questo caso», ammette Giorello, «sono affezionato alla vecchia traduzione di De Angelis: “Solenne, paffuto, Buck Mulligan spuntò in cima alle scale” recitava. Qui invece si legge, “statuario e pingue”. Pensando forse al Falstaff shakespeariano che era molto presente nell’opera dello scrittore irlandese».
Shakespeare era indubbiamente un modello forte per Joyce, come scrittore a tutto tondo, interessato all’umano, inteso come corpo e mente. «E’ uno dei suoi grandi riferimenti insieme ad Omero e a Dante. Poi nel suo orizzonte ci sono due grandi filosofi napoletani: Giordano Bruno  è  più volte riecheggiato nel libro e Vico, che sarà uno dei grandi riferimenti di Finnegans Wake, compare già qui.  E’ la grande sfida di Ulisse essere un grande poema in prosa irlandese e nello stesso tempo il grande poema dell’umanità nell’incertezza».

Gli strali verso  i più ideologici epigoni di Darwin,  intuizioni sull’idea di spazio tempo in linea con la  teoria della relatività, ma anche Freud compare indirettamente nel romanzo. Come bersaglio critico. Joyce non amava Freud, è ben noto, e rispose da scrittore all’apertura all’irrazionale avviata dall’arte di inizi Novecento. Lo fece dilatando l’Ulisse a misura del tempo interiore del protagonista Leopold Bloom. E affidando il racconto a una lingua icastica, vitale, polifonica. «Insieme a Faulkner, Joyce è a mio avviso lo scrittore del secolo scorso che più di ogni altro ha colto il tempo del profondo» commenta Giorello. Quanto alla lingua  era «innervata da uno spirito autenticamente democratico. La lingua che usa Joyce», ci ricorda Giorello, «è quella dei vetturini, degli agenti cambio, degli uomini della strada e dei pub. Era lontano anni luce da atmosfere intellettuali esangui. Nell’Ulisse ci sono la carne e il sangue di un popolo che era riemerso da una storia tragica, con una concezione». Peraltro, aggiunge il professore, l’Irlanda ne è uscita «con un’idea molto bella di tolleranza delle diverse scelte di vita. Con l’idea che la democrazia non è fare quello che vuole la maggioranza, ma significa seguire la vocazione delle minoranze, senza dimenticare il diritto di coloro che sono oppressi a ribellarsi».

Giulio Giorello

Lo stesso  Bloom  in Ulisse esprime un’umanità ben diversa dall’eroe omerico maestro d’inganno e astuzia. «Qui l’eroe è anti omerico», precisa Giorello. «In questo senso Bloom è anche anti shakespeariano e, per esempio, scopertosi cornuto, conclude la faccenda con la signorile decisione di lasciar perdere. Un po’ come i personaggi dell’opera di Mozart che Joyce ama di più: ovvero le ragazze di Così fan tutte, non certo il Don Giovanni».

E qui il pensiero corre all’ultimo libro di Giorello, il Tradimento, in cui Bloom è eletto a  modello antimoralistico. «Beh invece della vendetta di Otello o del macello che fa Ulisse quando torna in patria, trovo che questa nonchalance di Bloom mostri tutta la dimensione amabile del personaggio: uomo non banale, sensibile, attento alle conquiste della scienza. E che forse a sua volta avrebbe qualcosa da farsi perdonare quanto a fedeltà. Una parola che è appunto motto dell’arma dei carabinieri, ma non so quanto utile nel rapporto fra uomo e donna».

da left-Avvenimenti

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Il museo della maraviglia

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2012

di Simona Maggiorelli

Philippe Daverio

«Vorrei far rivivere nella mente tutte le grandi figure dell’arte nostra, vorrei intenderle al punto di immedesimare l’animo mio con loro», scriveva Giovanni Morelli (1816-1891), grande conoscitore d’arte.

Grazie al suo metodo “indiziario” basato su una attenta osservazione dei dettagli scoprì la mano di Giorgione nella Venere di Desdra ed ebbe un ruolo chiave in molte altre attribuzioni. Il diavolo si nasconde nei dettagli, direbbe Philippe Daverio, che, come Morelli, ha lo sguardo fine del conoscitore capace di scoprire l’autografia di un quadro senza ricorrere a fonti esterne. Da ex mercante, il critico di origine alsaziane è anche maestro di “gnosi sensoriale”, forte di anni di vicinanza tattile e carnale con i quadri nella sua bottega milanese. Una conoscenza diretta, vissuta, mai paludata, per quanto erudita. Che Daverio trasforma in piacere del racconto in programmi tv (Passpartout e Il Capitale) e ancor più in libri e in riviste come la sua Artedossier, lasciandosi andare in rapsodiche trattazioni dei quadri più amati, con la libertà di nessi inediti, inaspettati, irrazionali. Dalle pitture rupestri di Altamira per arrivare al Novecento. Fermandosi sulla soglia di quel Postmoderno che, allo sguardo del poliglotta e fieramanete inauttale Daverio, è poco più che paccottiglia. Inutile e assai costosa. Infischiandone bellamente degli squali in formalina di Damien Hirst, il Nostro preferisce scorrazzare lungo millenni di storia dell’arte creandosi ad hoc un suo museo ideale di capolavori assoluti, belli e imperituri. Come fa ne Il museo immaginato (Rizzoli),l ibro coltissimo, scritto con piglio agile e scanzonato. Un lavoro che, come accennavamo, deve molto alla lezione di Morelli anche se l’autore si dice solo debitore di André Malraux e del suo Musée Imaginarie. Andando ancora più indietro nel tempo questo museo immaginario di Daverio con capolavori di epoche diversissime squadernati in anticamera, Grand Salon, cucina, pensatoio, biblioteca e camere da letto (dove si dorme assai poco) ci riportano al modello dello studiolo del principe rinascimentale: Wunderkammer in cui campeggiano uova di struzzo (dipinte da Piero della Francesca) e lussureggianti nature morte (fiamminghe), bizzarrie arcimboldesche e acquerelli di Turner («anticipatore dell’action painting»!). Ad ogni stanza una manciata  di opere. Disposte come nell’arte della memoria di Giordano Bruno. Indimenticabile, sul camino, la Tempesta (1503) di Giorgione, finalmente liberata da qui ogni «accanimento ermeneutico interpretativo». E dove meno te l’aspetti sensuali quadri mitologici di Correggio e splendidi ritratti femminili (da Piero di Cosimo a Leonardo da Vinci) commissionati da banchieri e signori. Quadri che, nota Daverio, dicono «che il maschio occidentale fu guerriero, pensatore e rivoluzionario e assai repressore delle femmine. Che a seconda del rango hanno avuto diritto al potere del fascino, alla libertà della loro autonomia raramente, al potere sottile sempre».

 

da left-avvenimenti

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La critica è vera critica solo se è militante

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2011

Tutte le metamorfosi dell’intellettuale come oppositore. Da Alfieri a oggi. Parla il critico e studioso Alfonso Berardinelli, autore del pamphlet Che intellettuale sei?

di Simona Maggiorelli

Alfonso Berardinelli

Professor Alfonso Berardinelli, in tempi di contaminazione fra culture diverse e lontane, che senso ha un’ identità italiana, come quella ideale per Francesco De Sanctis, in cui cultura e nazione coincidono?

Di recente alcuni italianisti hanno attaccato la sua idea di letteratura e il suo patriottismo. A me pare un po’ tardi. Dopo un secolo e mezzo siamo troppo lontani per un normale confronto. De Sanctis è un grande classico e l’epoca in cui visse non è comparabile in alcun modo a quella attuale. Anche l’idea di primato con cui conclude la sua Storia della letteratura non può essere letta schiacciandola sul colonialismo dell’Ottocento o, peggio, sugli anni Trenta del Novecento. Di fatto lui credeva di vedere in Italia una rivoluzione nazionale, un grande dinamismo sociale, liberatorio, analogo a quello americano. E poi, non va trascurato, è stato il critico più linguisticamente democratico che abbiamo avuto. Non parla ad una elite ma a tutti, non c’è prosa critica più potenzialmente accessibile della sua. Come per Darwin, Marx, o Tocqueville è ridicolo prenderli alla lettera. Sono autori da cui imparare il più possibile, ma senza riportarli piattamente all’oggi.

Nel volume Viaggio tra i capolavori della letteratura italiana (Skira) lei scrive che Alfieri crea «la figura dell’intellettuale come oppositore». Una genia in estinzione?

Nessun intellettuale, prima di Vittorio Alfieri, si concepiva come oppositore. Nemmeno Giordano Bruno nonostante sia finito sul rogo. Non si consideravano “contro”, ma persone che dicevano la verità e non potevano tradire il proprio pensiero. Alfieri era un aristocratico fra illuminismo e romanticismo, per usare i termini della scuola. E aprì un baratro rispetto alla tradizione del letterato cortigiano succube del clero e del principe in cambio di protezione. Ha creato l’intellettuale come oppositore del potere; una figura che è durata da allora fino all’altro ieri. Anch’io, in qualche modo, sono cresciuto con quella idea. Perciò sono un po’ a disagio oggi. Anche se, in realtà, nessuna genia sparisce completamente: incontro trentenni che sono in sintonia con me. Ma più spesso si trovano giovani scrittori che “dialogano” con gli editori. Noi, invece, abbiamo perso almeno dieci anni di vita fuori dalle istituzioni. C’era l’idea di rivoluzionare un’intera società. Fare la rivoluzione bolscevica a Roma o a Milano…Idea dissennata,francamente non riesco a capire come ci siamo potuti intrattenere con questa idea per anni.

Poi con la rivista Diario (1985- 1993), ora riproposta in un libro da Quodlibet, ci fu una cesura netta.

Con Piergiorgio Bellocchio decidemmo di passare dal noi all’io. Lo dicemmo con la grammatica invece che con l’ideologia. Senza cancellare il disagio di vivere una realtà insoddisfacente, restringemmo la questione a una prospettiva individuale, perché, dai movimenti in poi si era determinato un forte conformismo politico. Per dirla con una battuta: i terroristi erano stati così “coerenti” da prendere alla lettera il rapporto fra teoria e prassi. Al punto da prendere il fucile.

E qui veniamo all’oggi scandagliato nel suo pamphlet Che intellettuale sei? appena uscito per (Nottetempo). Accanto a intellettuali tecnici e critici, fotografa una categoria di moda: i metafisici. Ovvero?

Metafisici puri sono Heidegger e Severino (in Italia). In senso più spurio lo sono anche Massimo Cacciari, Roberto Calasso e altri. E’ in atto una rivendita della grande tradizione occulta. Anche se non lo dichiarano. Ormai è evidente che Calasso vorrebbe essere non solo un indologo ma essere Vishnu o Shiva. Una volta dissi a Josif Brodsky: ho l’impressione che Calasso si senta un essere divino. Non era una battuta. E poic’è chi fa filosofia come fosse teologia…

Come Massimo Cacciari, innamorato del «pensiero di rocca» di  Maria Zambrano…

Come Cacciari che fa un minestrone di tutto. Personalmente stimo di più Giorgio Agamben. Almeno scrive bene. Anche se, a volte, a metà del testo fa una gran capriola: per esempio quella lui chiama profanazione si scopre poi essere la restituzione del profano al sacro. Ma Agamben la chiama profanazione perché così si sente di sinistra.

Martin Heidegger da giovane

A proposito di metafisici lei scrive: è «pericoloso non coniugare il verbo essere come fa Heidegger. Perché il teorico dell’«essere per la morte» ha influenzato tanto gli intellettuali di sinistra, a partire da Foucault?

E’ un fatto di moda, ogni tanto ci sono questi accecamenti. Personalmente non penso che Heidegger sia un grande filosofo. Per me, “l’orco della selva nera” è un grande impostore. Come tutti gli impostori tace come un bramino. Non fa sapere nulla di sé. Non risponde alle domande, tutte percepite come improprie. Si è detto che Heidegger fosse un esistenzialista, ma lui riporta di nuovo la filosofia all’essenza, “all’essere”, non parla dell’esperienza di nessuno. Ma anche questa è una faccenda che fatico a far capire anche a chi non è heideggeriano. La maggior parte dei critici si trincerano dietro a un “non capisco la filosofia”. Io dico: “no, io la capisco” e mi indigno per quello che leggo. Il fondamentale fenomeno negativo, non solo politico ma anche morale, sociale e umano, è il nazismo. Heidegger non ha capito che il nazismo era il nazismo. Ora, se lui capisce i presocratici, se capisce Parmenide, ma non capisce Hitler, be’ allora non è un grande filosofo. Heidegger definì sprezzantemente «quel sociologo» Adorno che l’aveva criticato ne Il gergo dell’autenticità (Bollati Boringhieri) quasi che pensare il rapporto fra cultura e società fosse un fatto spregievole. Ma questa realtà di Heidegger l’ha compresa bene Levi certamente più di Hannah Arendt, sempre un po’ pietosa, sempre un po’ dubbiosa, verso il vecchio.

Quanto a Emanuele Severino?

Ha ripreso da Heidegger un concetto generico di tecnica. Per cui la tecnica sarebbe sia la zappa sia la bomba atomica. Ma se si parla di tecnica in generale e non si guarda agli effetti e al rapporto sociale che, di volta in volta, si fa con la tecnica allora Heidegger diventa un retore della lotta fra tecnica e essere. Ma questo essere con quale organo della conoscenza può essere raggiunto e conosciuto? Capita anche fra amici a cena che su questo si cominci a discutere. E io dico: “Se sei appassionato di essere, posa la forchetta e pensa l’essere se ci riesci. Ti do tre minuti”. Dopo un po’ chiedo: “Che ti è venuto in mente?”. “Nulla”, mi sento dire. L’essere “puro” privo di ogni determinazione è impensabile. Se loro vogliono parlare di essere devono accettare di dire che rimpiangono la mistica medievale che l’Occidente ha abbandonato. Allora vadano sull’Himalaya per quindici anni e se ci riescono, attraverso il vuoto mentale concepiscano il nulla.

In questo nuovo pamphlet scrive anche che i metafisici vanno a braccetto con i tecnici. Oggi filosofi, cognitivisti e organicisti sembrano fare a gara nel propinarci un’idea della mente umana esemplata sul modello del computer.

In un recente articolo mi è capitato di scrivere che il Novecento è passato per il secolo della psiche e che ora siamo passati all’epoca del cervello. Oggi si pensa il cervello separato dalla psiche quando è del tutto falso. Il funzionamento della memoria è determinato dalla psiche in larghissima misura.

Arriviamo così all’ultima categoria: il critico. Come lavora quello “militante”?

Il critico, come notava Fortini, è il contrario dello specialista: non vede il testo isolandolo da ogni altra cosa. Usa una prosa argomentativa, attingendo a vari strumenti, dall’elemento biografico a quello satirico. Il critico militante, insomma, è un critico che si occupa anche del sociale, in un certo senso qui torniamo a De Sanctis, perché la sua intera Storia della letteratura è una grande opera di critica militante, perché rilegge interamente alla luce del presente, E fortunatamente le generazioni più giovani hanno riscoperto la recensione, ma anche l’intensità di rapporto con il presente. Insomma la critica è un genere letterario, lo dico da anni, all’inzio mi si rivoltavano tutti contro. Ora comincia ad essere accettato.

da left-avvenimenti del 18 febbraio 2011

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Le vie tedesche del Rinascimento

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 12, 2010

di Simona Maggiorelli

Hans Memling

La conoscevamo soprattutto come studiosa di Giordano Bruno e della sua originale arte della memoria reinventata dalla tradizione medievale. E anche come attenta indagatrice delle tecniche oratorie dei predicatori che, nel Medioevo, facevano ampio ricorso alle immagini per impressionare il pubblico analfabeta. Ma da alcuni anni a questa parte il lavoro di ricerca di Lina Bolzoni si è arricchito di nuovi, intriganti, capitoli sul rapporto fra parole e immagini, fra letteratura e pittura. Con studi sui legami nascosti fra poesia e ritratto nel Rinascimento, raccolti nel 2008 in un libro uscito per Laterza e ora con l’affascinante volume Il cuore di cristallo. Ragionamenti d’amore, poesia e ritratto nel Rinascimento edito da Einaudi. «Ciò che mi sembrava interessante non era riproporre l’antica disputa della gerarchia fra questi due ambiti – racconta l’italianista della Normale di Pisa – ma neanche mi interessava riaprire il contenzioso della superiorità o della precedenza fra Rinascimento italiano e cultura del Nord; quando mi sono messa a scrivere questo libro – spiega la studiosa – davanti a me vedevo aprirsi l’invito a esplorare un territorio in cui esperienze diverse via via si intrecciavano, in cui era possibile analizzare da vicino opere profondamente segnate dalla personalità dell’autore e insieme rintracciarvi i modi in cui questioni, miti, topoi prendevano nuova forma, si riaffacciavano sulla scena in un gioco di continuità e differenza».
Galeotto fu, nel 2005, l’incontro fortuito con un ritratto di Bernardo Bembo, padre di Pietro, l’autore de Gli Asolani; un quadro visto per la prima volta in una mostra antologica di Hans Memling a New York. «Allora – ricostruisce Bolzoni – stavo studiando i rapporti fra i primi dialoghi in volgare sull’amore (gli Asolani, appunto) e la grande tradizione del ritratto, in particolare del ritratto doppio, inseguendo le fila di una rete che da Pietro Bembo andava a ritroso alla Firenze di Leonardo da Vinci e di Ginevra de’ Benci».

Ma fatto è che Ginevra era la giovane donna fiorentina di cui Bernardo Bembo si innamorò al ritorno dalle Fiandre. E quel ritratto di Bembo raffigurato da Memling con in mano un cuore su cui è scolpito un ritratto allargava immediatamente la trama delle ricerche sul doppio ritratto verso Nord. Da qui, come in una sciarada, Bolzoni sarebbe arrivata a scovare molte altre inaspettate occorrenze di penna e di pennello di questo topos, arrivando di rimando in rimando, di assonanza in assonanza, davvero lontanissimo: fino all’America Latina di Frida Khalo e al Novecento.

da left-avvenimenti

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Nadia Fusini: Shakespeare inventò una nuova lingua

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 26, 2010

Nelle sue tragedie e ancor più nelle commedie Shakespeare ribaltò con ironia l’immagine femminile angelicata. «Non più figura inerte ma soggetto attivo del proprio desiderio». A colloquio con Nadia Fusini,  studiosa e traduttrice del grande bardo

di Simona Maggiorelli

Macbeth di Shakespeare, dipinto da Sargent

Professoressa Fusini, il genio  Shakespeare nasce anche da un cambio di orizzonti culturali?
Il momento shakespeariano fu una congiuntura straordinaria e complessa: di crisi politica (la regina Elisabetta moriva senza eredi) ma al contempo di apertura di orizzonti legata ai viaggi transoceanici e a “scoperte” di nuove terre. Alla fine del Cinquecento Londra era una metropoli, con mille razze e mille lingue. Un clima elettrizzante. In quella koiné Shakespeare inventò una lingua estremamente mobile, varia, espressiva. Fu un periodo pieno di vitalità e insieme di ansie, di paure di qualcosa di apocalittico, mentre il nuovo stava emergendo.

La teologia, lei scrive, non era più vista come la scienza dominante nell’Inghilterra protestante di William Shakespeare.
C’è un nuovo sapere che si afferma, un sapere dell’uomo. La domanda che più volte torna in Shakespeare è proprio: che cos’è l’uomo? Si comincia a non cercare più la risposta nella teologia cristiana. C’è un nuovo sguardo. S’intuisce che bisogna scoprire l’umano nel rapporto con la natura e nelle relazioni con gli altri esseri umani. Anche gli studi di medicina contribuirono a riportare la “creatura” a terra.

Shakespeare filosofo? Come scrive Colin McGinn in un libro uscito due anni fa per Fazi?
Shakespeare non è un filosofo. Semmai è un poeta filosofo, comediceva T.S.Eliot, perché è uno che lavora con la lingua, che crea immagini. e attraverso le immagini che inventa passano emozioni, passano pensieri. Shakespeare pensa per immagini.

Conobbe il pensiero di Giordano Bruno che fu Oltremanica dal 1582 al 1585?
Un contatto indiretto ci fu. Shakespeare della sua epoca coglie le idee più vive, fa parte di circoli di persone che discutono nuove ipotesi. Shakespeare non incontrò personalmente Giordano Bruno ma incontrò certi suoi pensieri. E, per quanto fossero diversi anche nella scrittura, lo stesso Bruno per far passare ciò che pensa usa una lingua drammatica.

Come per Bruno, per Shakespeare l’immaginazione è positiva, non una maligna fantasia come invece dicevano invece Hobbes e Spinoza?
Assolutamente sì. Shakespeare sta dal lato bruniano della questione. Al contempo Shakespeare drammatizza la polisemia della parola, che vuol dire anche fiction e finzione. Allora che cos’è la verità? Domande così percorrono e dinamizzano tutti i suoi testi.

La Tempesta di Shakespeare, Miranda

«Dagli occhi delle donne lui impara»,fa dire Shakespeare a un suo personaggio. Le donne sono rappresentate in modo nuovo nelle sue opere?
Shakespeare stigmatizzava con ironia il Dolce Stil Novo. Lasciandosi alle spalle l’idea poetica di una donna “sovrana” da corteggiare ma che il cavaliere non conquisterà mai. Anche in Romeo e Giuletta, per citare la tragedia più romantica, c’è comunque un personaggio come Mercuzio che, a suo modo, prende in giro l’immagine angelicata della donna.

Del resto Shakespeare è anche l’autore de La bisbetica domata, dove Caterina si ribella all’idea della donna obbediente e silenziosa. Come lei stessa ha scritto nel libro I volti dell’amore...
Qui l’idea dell’amore angelicato viene addirittura ribaltata. Io penso che la ricchezza di Shakespeare stia proprio nel mostrare molti punti di vista e, riguardo ai personaggi femminili, molti tipi di donne. Soprattutto nelle commedie sono ragazze molto sveglie e che sanno come conquistare l’amore. In Tutto è bene quel che finisce bene, per esempio, c’è un’ eroina, Elena, che parte per andare a cercare l’uomo che ama e che l’ha rifiutata per banali motivi di classe. E lei riesce a “conquistarlo”. La donna non è più figura inerte, qui è soggetto attivo del proprio desiderio. Ofelia, certo non è così. Ma Shakespeare sa rappresentarla nel momento in cui sboccia; è una bellissima immagine, però, come accennavo, non si iscrive nel Dolce Stil Novo. Anche il fatto che lei impazzisca a causa della freddezza di Amleto rende ancora più drammatica questa figura di fanciulla che si trova vittima di una trama psicologica e politica che la supera. Ma pensi anche a una figura come Cordelia di  Re Lear, è un personaggio femminile che dice quello che pensa, che va alla corte di Francia per difendere il padre. Non possiamo dimenticare un fatto storico, ovvero che fino al 1603 Shakespeare vive in un Paese in cui sul trono c’è una donna. Vive in una cultura misogina ma concretamente c’è comunque Elisabetta, una donna, al comando. Insomma una figura che, per quanto regale, faceva pensare che la donna non fosse necessariamente il sesso debole.

Da ultimo, una domanda a Nadia Fusini traduttrice. Quanto si perde leggendo Shakespeare in italiano?
è il grande sconforto di chi come me prova a tradurre. Io so bene che la lingua in cui trasporto Shakespeare non è assolutamente all’altezza. Non è per fare una boutade ma non è un caso che Shakespeare non sia nato in Italia. L’italiano è una lingua che non credo avrebbe mai potuto partorire un autore come lui. L’italiano è una lingua diversa e non consente quelle arditezze, quelle acrobazie straordinarie. L’inglese di Shakespeare è una lingua molto concreta, onomatopeica, una lingua di suoni aspri, gutturali, è molto difficile tradurla nella nostra lingua, qualcosa necessariamente si perde.

Ma forse nemmeno l’inglese di oggi, molto standardizzato, sarebbe adatto a renderne l’espressività?
L’inglese di oggi è molto più facile da tradurre, perché è molto più povero. L’inglese di Shakespeare ha un vocabolario molto ma molto grande. Attinge da un lato alle radici latine, dall’altra alle radici sassoni, c’è una ricchezza originalissima.

da left-avvenimenti

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Giulio Giorello: non posso che dirmi ateo

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2010

Dal 16 settembre in libreria il nuovo libro dell’eminente filosofo della scienza, Senza Dio,

di Simona Maggiorelli

giulio giorello

Viaggiando nelle sei contee dell’Ulster, la cosiddetta Irlanda del Nord, per raccontare la guerra sulle pagine del Corriere della Sera, una volta mi ritrovai a dover chiedere ospitalità per la notte presso una famiglia di campagna», racconta Giulio Giorello. «Stavo già sistemando il bagaglio – prosegue il filosofo – ed ecco la domanda: “cattolico o protestante”? Preso alla sprovvista, mi venne spontaneo dire: “Sono ateo”.  Un attimo di silenzio perplesso e il mio interlocutore rilancia: “Sì, ma ateo protestante o ateo cattolico?”».
Un episodio di vita che il docente di Filosofia della scienza dell’università Statale di Milano ama ricordare parlando di inveterate abitudini a credere («per non fare la fatica di pensare»), di insopportabili sudditanze alla religione e di vecchi e nuovi roghi. Lo ha richiamato anche sabato scorso dal palco del festival Con-vivere di Carrara (dove left l’ha incontrato) per spiegare “il caso Irlanda”. E usa ancora questo aneddoto rivelatore, a mo’ di grimaldello narrativo, nel nuovo libro Senza Dio, del buon uso dell’ateismo (Longanesi) che il professore ha presentato il 19 settembre nell’ambito del festival Pordenonelegge.
E riavvolgendo il filo della propria biografia, ricorda Giorello nel  saggio fresco di stampa, già sui banchi di scuola cominciava a fare sue posizioni agnostiche: grazie a pensatori come Bertrand Russell e al suo Perché non sono cristiano  pubblicato in Italia da Longanesi nel 1959 e letto quasi di contrabbando perché «allora appariva come un testo tragressivo, peggio di Lolita di Nabokov».
Ma anche “grazie” a don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, che Giorello aveva come  insegnante di religione al liceo Berchet di Milano. Nel frattempo assorbiva enzimi di ateismo studiando l’evoluzionismo di Darwin. Ma anche filosofi ed economisti come John Stuart Mill. E perfino pensatori eccentrici come il francese Pierre Bayle. Nel Seicento sosteneva che nel mondo cosiddetto civile non c’era ancora «una società di atei» solo perché gli atei erano perseguitati dai fanatici religiosi tanto da dover vivere mascherati.   «Anche per constatazioni del genere, dirmi agnostico non mi bastava più», chiosa oggi Giorello.
Professore, cinque anni fa per Raffaello Cortina ha scritto il pamphlet Di nessuna chiesa. Ora intitola Senza Dio il suo nuovo saggio. Non basta criticare l’istituzione, serve una critica del pensiero religioso?
Sì e nella situazione attuale preferisco dichiararmi francamente ateo. Purché ateismo non significhi passare la vita a cercare prove della non esistenza di Dio. In questo mi stacco da vari amici e colleghi come Christopher Hitchens (autore di Dio non è grande, Einaudi, 2007, ndr). Per me ateo è chi reclama per sé il diritto di vivere senza Dio o, se si preferisce, di vivere contro Dio, cioè contro uno dei tanti dèi che i fondamentalisti del libro sacro ci sbattono davanti come punto di riferimento pretendendo  di irreggimentare anche la nostra vita. Perciò mi sento vicino a Bayle quando, contro l’opinione diffusa al suo tempo, sosteneva che fosse possibile una società di atei. E che non ci fosse bisogno di alcuna religione come cemento sociale.
Anche «una religione della libertà» in senso crociano è dannosa?
A mio avviso, non solo non c’è bisogno di una religione civile, tradizionale o meno. (Come il materialismo dialettico nel comunismo sovietico. Che poi fu il peggior servizio reso a Marx). Ma rivendico anche di non aver bisogno di una religione della libertà; voglio la libertà di non avere religione. Sono assai poco crociano. Parlare di religione della libertà è un po’ come dire Popolo della libertà. Sono allocuzioni come circolo quadrato. Da quando in qua si deve ragionare secondo il detto vox popoli vox dei? Ciò non vuol dire che non abbia fiducia nel sistema di consultazione e di rappresentanza popolare. Abbiamo talmente fiducia che vorremmo anche migliorarlo. Del resto Manzoni diceva già che il detto vox popoli vox dei copre ogni forma di demagogia e di tirannide. Insomma non c’è un popolo delle libertà, non c’è un Dio che elargisce la libertà, ce la prendiamo da soli. Non è un dono dall’alto, non dobbiamo ringraziare il cielo ma neanche pensare che la libertà sia una malattia. Non dobbiamo essere vaccinati. Perciò in questo libro un po’ idiosincratico che left presenta scrivo che il mio ateismo è “metodologico”, libertario. è un esercizio della libera scelta. La filosofia non  impone niente .
Ma usa le armi della critica corrosiva e dello sberleffo? Come Giordano Bruno. Oppure come Camus, «l’ateo ribelle».
L’arma del sarcasmo è legittima, quella del fuoco no. Il Corano, la Bibbia, e perfino le encicliche non sono testi da bruciare; sono documenti da leggere. Ma senza servilismo. è faticoso pensare, è molto più facile affidarsi a un pastore. Ecco, questa cosa della “pastorizia” mi innervosisce. Come diceva Mill, gli uomini e le donne non sono pecore. Mutatis mutandis, nel mio saggio non do risposte. Vorrei che la risposta venisse con persone desiderose di sforzarsi per la verità. Che è una ricerca continua, non un possesso. Mi piacerebbe venisse da un dialogo. Sto con Spinoza quando diceva che le religioni stabilite sono sistemi di menzogna, un grande «asilo dell’ignoranza».
Quello spinoziano, lei nota, era però «uno strano ateismo».
Era ambiguo. Se Dio è uguale alla natura, allora teniamoci la natura, disse de Sade ragionando in termini spinoziani. Qualcosa di analogo lo troviamo in Leopardi, che qualcuno tenta di far passare per spirito religioso: disinvolti tentativi cattolici. Potrebbero far santo anche Oliver Cromwell. Questi sono capaci di tutto.
Tanto da tentare, complice certa politica di destra, di far fuori Darwin dai programmi scolastici e, Oltreoceano, di imporre il “Disegno intelligente”. Al creazionismo però risponde la scienza con chiarezza parlando di processi di autoorganizzazione della materia vivente. Un’idea che trova sostenitori in Hawking e in Prigogine. Prendere atto che noi non nasciamo dal nulla e che la biologia nasce da altra biologia è la base dell’ateismo?
Sì. Io non sono d’accordo con quei filosofi che hanno liquidato le posizioni di Stephen Hawking come scientiste. penso, invece, che ponga un problema importante. Lei ha detto bene, la nostra biologia viene da altra biologia, la nostra fisica da altra fisica. «Creazione senza creatore», per dirla con Telmo Pievani. In Senza Dio riprendo una domanda: dove posa il mondo? Una storiella indiana dice che si trova sulla testa di una tartaruga. E questa dove posa? Sulla testa di un’altra tartaruga. E così via. Possiamo prospettare una sequenza infinita. Ma perché non chiuderla subito lì? Se uno vuole ancora parlare di Dio non deve cercarlo fra le particelle elementari o nella nostra biologia come tenta di fare Ratzinger pretendendo che il volto di Dio sia nel Dna o come faceva Pio XII quando parlava del «dito di Dio nel Big bang». Parliamo di uomini di primo piano della Chiesa come Ratzinger. Ma anche di intellettuali apparentemente dissidenti come il teologo Vito Mancuso, che alla fine trova sempre il dito di Dio da qualche parte. E chi legge l’evoluzionismo attribuendogli una forma di finalismo che Darwin non avrebbe mai giustificato. Basta leggere gli scritti di Darwin per rendersi conto che questa lettura provvidenzialistica non gli passava per la mente. Una teologia coraggiosa non dovrebbe cercare queste forme di compromesso, semmai dovrebbe avere il coraggio di “cercare Dio” dentro se stessi, nel proprio cuore, nella propria morale, nella propria vita. Aveva ragione Bruno: è inutile che cerchiamo Dio nei cieli adesso che sappiamo che la fisica dei cieli è la stessa di questa nostra terra, ma ricordiamoci «che egli è dentro di noi, più dentro di noi di quanto siamo noi a noi stessi». Lo scrisse ne La cena delle ceneri. Peccato che poi un libro così profondo sia finito in cenere nel senso tecnico del termine.

dal settimanale  left-avvenimenti 17-23 settembre 2010

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