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La memoria dei classici

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 31, 2011

maurizio bettini

Il senso della memoria per gli antichi Greci e per Romani. Il filologo dell’Università di Siena Maurizio Bettini  – che  sabato 29 settembre 2012 presenta il suo nuovo libro Contro le radici (Il Mulino) alla libreria Amore ePsiche di Roma – ne aveva parlato a Left in  in occasione dell’edizione 2011 del Festival della mente di Sarzana.

di Simona Maggiorelli

mnemosyne

Mentre la storia antica, latina e greca, si studia sempre meno nelle scuole italiane, per non parlare poi di quella assiro-babilonese definitivamente espunta da programmi scolastici grazie all’ultima serie di riforme e controriforme, la proposta che viene da una fortunata kermesse come il Festival della mente di Sarzana si segnala decisamente in controtendenza: nel fitto carnet di incontri dell’ottava edizione, in programma dal 2 al 4 settembre, si legge infatti l’intenzione di aprire un’agorà di riflessione critica sulle radici culturali dell’Europa e sui rapporti che, attraverso il Mediterraneo, abbiamo intessuto nei secoli con la Grecia e con le millenarie culture del Medioriente. Una serie di importanti pubblicazioni apparse di recente, del resto, già riaccendono il dibattito a livello internazionale (ne accenneremo in breve). Anticipando a left alcuni temi della lectio magistralis che terrà il 3 settembre al Festival (alle 10,30 nella Fortezza Firmafede) ce ne parla qui uno studioso di cultura antica come Maurizio Bettini, filologo dell’Università di Siena, autore di importanti monografie sulla mitologia greca, ma anche romanziere.

A Sarzana, in particolare, Bettini racconterà le molteplici figurazioni culturali (divine, mitologiche, narrative, metaforiche) della memoria nella Grecia antica confrontandole con il modo di intendere la memoria a Roma, dove la dea Moneta «fa ricordare il proprio dovere a custodi distratti e mette in guardia i cattivi amministratori del pubblico fisco. Rammentando ciò che altrimenti si rischia di dimenticare, alla maniera di un’agenda computerizzata».
Professor Bettini la concezione greca della memoria, al fondo, in cosa differiva da quella romana?
I miti greci parlavano dell’importanza della memoria e nella Teogonia di Esiodo compare la dea Mnemosyne che ha per figlie le Muse. Così i Greci costruivano miticamente il rapporto poesia – memoria, nella loro cultura orale. La scrittura, non va dimenticato, in Grecia comincia ad essere usata non prima del VI a C. Tutta la poesia omerica è produzione orale: c’è un poeta che dice di essere in rapporto con le muse e di ricevere da loro la memoria dei fatti che racconta. A Roma, veri e propri miti di memoria, invece, non ce ne sono. Ma c’è una divinità interessante, che i Romani chiamano Moneta. Come tutte le divinità latine con il suffisso “ta” indica un’attività. Come Tacita è la dea che mi fa tacere, Moneta è quella che mi fa ricordare. Anche che questo pezzo di metallo vale un tot.
Potremmo dire che nell’epos c’era una memoria fantasia, mentre i Romani di distinguevano per un approccio più “razionale”?
Questa è la classica distinzione: i Greci erano quelli della fantasia, dei poemi, mentre i Romani erano quelli pratici che non avevano tempo da perdere perché dovevano conquistare il mondo. Ma la faccenda è più complessa. I Romani non avevano una religione mitologica fatta di racconti. La loro era di carattere rituale. Ciò che contava era eseguire scrupolosamente i riti; si tramandavano le formule. Non esisteva a Roma alcun racconto di cosmogonia, come invece c’era in Grecia e in Mesopotamia. Sembra quasi che i Romani non si fossero mai preoccupati di formulare racconti su come è nato il mondo. La prima cosmogonia che troviamo a Roma è filosofica, comincia con Lucrezio e con Virgilio. Beninteso anche loro avevano i loro miti, per esempio Romolo e Remo, l’arrivo di Enea nel Lazio ecc., ma erano di tipo assai diverso da quelli greci.
Nella Grecia antica qual era il nesso fra immagini e memoria? Nel libro Il ritratto dell’amante (Einaudi) lei racconta che anche il sogno aveva un ruolo prioritario.
Facciamo un esempio: noi diciamo “ho fatto un sogno”. I Greci invece dicevano “ho visto un sogno”. La nostra metafora è piuttosto grossolana, fa pensare che il sogno sia una sorta di funzione corporale. Per i Greci il sogno era una manifestazione che si esplicitava nella visione. Che talora può essere addirittura comune a più persone. Si racconta di sogni multipli in Grecia. Tutta la città può sognare la stessa cosa per una volta. Così il sogno ha conseguenze concrete. Si può trasformare in una realtà a partire dal fatto che c’è un nome per questo. Normalmente il sogno si chiamava “onar”, da cui onirico. Ma c’era un’altra parola per indicare, invece, il sogno che si avvera. Insomma il sogno era un’esperienza molto più reale, più concreta, per i Greci di quanto non lo sia per altri. Detto ciò c’erano anche sogni che in Grecia si dicevano derivati da cattiva digestione, o da eccesso di fatica, per cui uno sogna ciò che ha fatto il giorno prima. Ma è una categoria di sogni diversa da quella che ha una forte componente di realtà tanto da anticipare il futuro, da dare indicazioni di comportamento.

odisseo e sirene

Lo stesso Omero distingueva fra sogni falsi e veritieri.
Due sono le porte dei sogni, diceva, una di corno e una di avorio. Esistono sogni veritieri destinati a durare e sogni che sono degli inganni. Facendo somigliare stranamente i sogni anche alla poesia:  e Muse, incontrando Esiodo nella Teogonia, lo avvertono: noi diciamo molte cose vere ma anche molte cose che sono solo simili al vero, cioè false, perché la divinità – e qui torniamo al tema della memoria – può suggerire cose che non sono vere. Al pari di certi sogni.
Studiosi come Christian Meier in Cultura, libertà, democrazia (Garzanti) e in Italia Gaetano Parmeggiani con Lo scudo di Achille (Sellerio), con percorsi diversi, ora tornano a tratteggiare l’immagine di una Grecia antica in cui gli aedi- cantastorie avevano molto più potere dei sacerdoti. Cosa ne pensa?
Non si può negare che rispetto ad altre culture contemporanee, ma anche successive, quella greca aveva aspetti peculiari assai interessanti. Come l’importanza data ai poeti rispetto ai sacerdoti. In Grecia non c’era un vero e proprio clero. L’idea di una Chiesa o di Chiese era loro totalmente estranea. Quando a noi sembra addirittura normale, dacché il mondo cristiano, ma anche quello ebraico e musulmano, vive in forme di clero organizzate. E in Grecia non esisteva un libro che dicesse come è fatta la religione, come pregare Dio. C’erano varianti infinite di miti, che raccontavano, in modi anche molto diversi fra loro, storie sugli dei. I culti locali si tramandavano con forme di memoria, di tradizione orale, ma non c’era un protocollo ufficiale da rispettare, pena l’eresia. In questo senso quello greco era un mondo profondamente più libero. L’ateismo totale veniva condannato solo perché avrebbe potuto mettere in crisi la polis. Ma non c’era un’ortodossia. Tutto il mondo antico pullulava di culti diversi, legati a quella meravigliosa esperienza che era il politeismo. In cui una divinità non escludeva l’altra. L’esclusione è tipica, invece, dell’ebraismo e delle religioni che ne sono discese.
Nel suo dirompente Black Athena, ora riproposto da Il Saggiatore, Martin Bernal indaga le fortissime radici afroasiatiche della Grecia antica. La memoria di questi debiti verso le culture orientali è stata cancellata?
Sì, ma non tanto dai Greci, quanto da noi. Tra Ottocento  eNovecento esplosero l’eurocentrismo e il colonialismo. L’Inghilterra e la Germania, in particolare. si identificano fortemente con i Greci. Non volevano ammettere che i Greci avessero preso molto da culture che loro sostanzialmente disprezzavano. L’antisemitismo, poi, non poteva accettare che i Greci, “così puri e così santi” avessero debiti con i popoli del Vicino Oriente. Fu una grande mistificazione. Incomprensibile ai nostri occhi: il Mediterraneo è un mare piccolo: le idee hanno sempre viaggiato con le merci, con le persone. Ma si era arrivati al paradosso che, per capire i Greci o anche i Romani, bisognasse paragonarli ai Germani o addirittura agli Indiani, in base alla teoria dell’indoeuropeo. E non con i popoli a loro più vicini. Erodoto, per esempio, parlava moltissimo degli egiziani. Ma lo si negava in nome di una pericolosa idea di purezza dei Greci e degli Indoeuropei.
Con Luigi Spina, per Einaudi, lei ha ripercorso il mito delle sirene. In questo caso come avviene la mitopoiesi?
Il mito era un racconto immaginario ma con significati culturali profondi che toccavano la realtà. Le sirene afferiscono a un mondo di cui fanno parte anche ad altri mostri dell’Odissea come il Ciclope, una sfera in cui rientrano anche gli inquietanti incontri con le ombre dei morti oppure con i lotofagi che si sono drogati di loto e ora non ricordano più. Sono costruzioni simboliche, fantastiche, che poi vogliono semplicemente dire c’è un mondo altro che noi non conosciamo, o che non conosciamo più, ma che Ulisse ha visto.
Nella mitologia e nella cultura greca, più in generale, c’era una forte misoginia. Secondo fonti diverse da Euripide, Medea non era un’infanticida, come ha scritto Christa Wolf. La stessa Circe, come lei ha ricostruito in un libro scritto con la Franco, forse non era così terribile come Omero la dipingeva. L’uomo greco simboleggiato da Ulisse aveva paura del femminile, dell’irrazionale, di tutto ciò che era altro da sé?
La società greca era dominata dai maschi, come quella romana. E questo pregiudizio sociale forte verso la donna entra anche nel racconto mitologico. L’esempio più lampante è Pandora: una specie di automa, di fantoccio animato che raffigura l’ingresso del femminile nel mondo degli uomini come origine di tutti i mali. Di lei si dice anche che è seduttiva e ingannatrice. Non è  molto diversa da  Eva. Sono racconti che nascono per tenere sotto controllo le donne. Gli antichi cercavano di giustificare con innumerevoli motivi la sudditanza delle donne e credo che la principale spinta fosse la paura maschile che la donna gli scappasse di mano rendendo incerta la sua discendenza. A Roma, come in Grecia gli uomini ne avevano un terrore fortissimo. Perciò i padri e i mariti cercavano di tenerle rinchiuse. Perché se le donne sono troppo libere che succede? I figli di chi sono? La mia onorabilità dove va a finire? Credo che questa ”gelosia” come motivo di esclusione della donna dalla sfera pubblica, continui a funzionare in tante società del mondo arabo: la donna è troppo importante perché la si lasci libera. Si venera la figura femminile e ad un tempo la si schiavizza. Sono i due aspetti contraddittori dello stesso problema.
Immagini di donna idealizzate, secondo un’estetica classica, compaiono nel suo romanzo, Per vedere se appena edito dal Melangolo…
Una certa idealizzazione forse deriva dal fatto che vedo una profondità e un’intelligenza nelle donne che negli uomini, perlopiù, non trovo. Magari non sarò così ingenuo da credere che la “salvezza” venga da voi, ma davvero credo che molto spesso voi abbiate un modo diverso di riflettere di vedere il mondo. E i miei personaggi femminili forse risentono di questo pensiero.

Nuovi Studi

Affascinante quanto schiva figura di medico e studioso dell’ellenismo, Gaetano Parmeggiani, ne Lo scudo di Achille ci parla di un mondo greco antico dalla lunga e raffinata civiltà artistica, articolato come una società antropocentrica, «affrancata dal trascendente». Al punto che «la stessa religione non trova un equivalente nel greco arcaico». Questo suo pamphlet, riproposto da Sellerio, si legge dunque come un appassionato invito a tornare a leggere l’Odissea e soprattutto l’Iliade, di cui La lepre edizioni ha appena pubblicato una nuova e fresca traduzione di Dora Marinari (con la prefazione di Eva Cantarella). Per Carocci, invece, esce Donne e società nella Grecia antica di Nadine Bernard, che ricostruisce, fra l’altro, la pratica greca dell’infanticidio, specie delle femmine. In Grecia, scrive la storica francese «gli anni dell’infanzia erano concepiti come la parte selvaggia della vita, quella in cui l’anima è ancora primitivamente folle, per usare le parole di Platone. E per questo non erano tenuti in alcuna considerazione».

da left-avvenimenti 31 agosto 2011

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L’Iran svelato. Dalle artiste

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 11, 2010

Non rifiutano l’Islam ma il fondamentalismo. Scelgono l’esilio ma non tagliano le radici. Indossano il velo ma rappresentano  una nuova immagine di donna. Il vero volto  del Paese raccontato dalla creatività femminile

di Simona Maggiorelli

Mandana Moghaddam

Il  coraggio della rivolta, di dire no a un potere teocratico e oppressivo erede del regime di Khomeini. L’onda verde, irresistibile, di ragazzi e ragazzi che sono scesi in piazza per protestare contro i brogli elettorali praticati dal governo di Amadinejad. Nelle strade di Teheran, rossetti rossi e ciocche di cappelli che sfuggono ribelli al velo; la sfida delle giovani donne iraniane a una società ancora patriarcale e segregante passa anche attraverso la bellezza e la femminilità. E passa soprattutto attraverso l’arte, la letteratura e la poesia come raccontano ancora oggi, con voce toccante, i versi di Forough Farrokhzad (1935 -1967), «che audacemente decise di abbattere le barriere sociali per non rinunciare alla propria identità femminile», annota Silvia Cirelli nel catalogo della Biennale Donna di Ferrara 2010. A lei è idealmente dedicata questa XIV edizione della rassegna emiliana dedicata all’arte contemporanea iraniana attraverso i lavori di sei artiste appartenenti a generazioni differenti e dai percorsi fra loro diversissimi. Ma che in comune con Farrokhzad hanno la capacità di cogliere e rappresentare le tensioni che attraversano la cultura iraniana divisa tra tradizionalismo ed esigenze di modernizzazione.

Una battaglia politica e ideologica che, troppo spesso, usa il “corpo” delle donne come territorio di guerra. Prova ne è il numero altissimo di donne iraniane, rimaste vedove o senza famiglia, che si vedono ricacciate ai margini della società e costrette alla prostituzione. Prova ne sono le barbariche leggi della sharia che vorrebbero cancellare le donne dalla sfera pubblica e costringerle a una vita domestica di mogli e madri, nonostante le università di Teheran registrino numeri altissimi di studentesse.

Shadi Ghadirian

«Quella che l’Iran sta vivendo è una vera e propria schizofrenia culturale» precisa Silvia Cirelli, ideatrice della Biennale in programma dal 18 aprile al 13 giugno nel Padiglione di arte contemporanea di Ferrara. «La schizofrenia culturale di cui parlo – spiega a left la curatrice della rassegna – ha radici nella quotidianità che molte iraniane sono costrette a vivere, perennemente sospese tra l’obbligo di rispettare le leggi islamiche e il fatto di poter essere se stesse solo nel privato. Le donne iraniane, di fatto, vivono una doppia vita, quella richiesta dall’islam e quella invece scelta da loro. è inevitabile – sostiene Cirelli – che questo continuo “sdoppiamento” a lungo andare provochi degli scompensi esistenziali che portano a fare esperienza diretta dei contrasti dell’Iran odierno. Queste contraddizioni sociali e culturali attuali si leggono molto spesso nell’arte contemporanea iraniana: si critica il proprio Paese ma allo stesso tempo non si rinnega mai la propria appartenenza culturale, si parla di religione, di islam ma allo stesso tempo si evidenziano i limiti che a volte questa religione può avere se viene mal interpretata. Gli artisti sono quindi portavoce della sofisticata realtà iraniana, amata ma allo stesso tempo criticata per le arretratezze sociali». A colpire uno sguardo esterno è anche il complesso e vischioso rapporto che un’ampia fascia di artiste e intellettuali iraniane ha stabilito con la religione. In una vasta gamma di posizioni che trovano espressione nelle opere ma anche nelle scelte e negli stili di vita. Così, per esempio, accanto a donne come l’avvocato e scrittrice Shirin Ebadi che significativamente non indossa il velo, c’è chi al contrario accetta l’hijab perché in Iran come in molti altri Paesi della galassia islamica «il velo non nasconde le donne, ma anzi le rende visibili nella sfera pubblica» come scrive Renata Pepicelli in Femminismo islamico (Carocci). Un libro che racconta un vasto panorama di studi islamisti condotti da studiose con lo scopo di dimostrare che molti precetti misogeni imposti dalla shiarja non trovano fondamento storico nel Corano. «Quasi tutte le artiste di questa Biennale – approfondisce Cirelli – sono credenti e vivono la religione come una parte importante della loro vita. Ciò non toglie che tutte sottolineino che ci si debba allontanare dagli integralismi per abbracciare il vero islam e non quello seguito da fanatici religiosi. Il problema, insomma, sarebbero le tante interpretazioni sbagliate che sono state date dell’islam e che erroneamente considerano la donna inferiore all’uomo». Intanto però il controllo sulla donna e sul modo in cui viene rappresentata l’immagine femminile nella sfera pubblica negli ultimi trent’anni è stato opprimente. «A partire dalla rivoluzione islamica del 1979 c’è stato un controllo rigido sul mantenimento delle leggi islamiche, la salvaguardia della religione è diventata un’ossessione che è penetrata di forza nella quotidianità degli iraniani e soprattutto delle donne. Anche se – racconta Cirelli- non ci sono leggi che vietano la riproduzione del corpo femminile, un organismo di di governo come il Controllo della moralità nei luoghi pubblici sta ostacolando ormai da anni quelle rappresentazioni femminili che a loro avviso offendono l’islam».

Shadi Ghadirian

Un esempio concreto di questa forte censura lo si può vedere nel video documentario che Firouzeh Khosrovani presenta a Ferrara: mostra come i manichini “formosi” siano stati banditi dalle vetrine di Teheran. Le arti visive così come il cinema in Iran, invece, da molti anni si interessano all’identità della donna. E la rappresentano poeticamente. «Ma – ricorda la studiosa -il recente arresto del regista Jafar Panahi, Leone d’oro a Venezia con Il cerchio, dimostra come i vertici del governo stiano continuando a ostacolare la libera espressione cercando di nascondere le facce sconvenienti dell’Iran. Non è un caso che molte opere o mostre di artisti contemporanei iraniani siano censurate perché considerate contro lo Stato…». Per continuare una propria ricerca, senza dover rischiare la libertà e la vita, di fatto molte artiste iraniane hanno scelto la via dell’esilio. «Mandana Moghaddam, Parastou Forouhar e Ghazel vivono ormai da anni all’estero. Ma – sottolinea Cirelli – tutte hanno conservato un fortissimo legame con la propria cultura. L’identità iraniana non viene mai dimenticata o abbandonata. Al contrario viene evocata in gran parte dei loro percorsi artistici».

Ma non solo. Vivissima, dai loro lavori, appare la partecipazione emotiva a ciò che sta succedendo in Iran. «Tutte le artiste della mostra sono estremamente sensibili a quello che sta succedendo in quest’ultimo anno nel loro Paese di origine. Le elezioni e i brogli che si sono riscontrati in seguito sono stati un campanello d’allarme che ha risvegliato chi è da anni stanco della rigida politica del governo. Il movimento che ancora popola le strade di Teheran è partito dai giovani ma si è esteso a più fasce della popolazione, a dimostrazione di come in Iran ci sia ormai un malcontento molto radicato».

da left-avvenimenti del 9 aprile 2010

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Shirin Neshat, passione politica e poesia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 7, 2010

di Simona Maggiorelli

Shirin Neshat, I'm it's secret

Shirin Neshat, I'm it's secret

«C’è qualcosa di molto nuovo che sta accadendo in Iran. Il Paese sta vivendo un momento molto profondo, più importante della rivoluzione islamica» raccontava l’artista iraniana Shirin Neshat a margine della proiezione del suo film Women without men al festival di Venezia, esordio cinematografico che le è valso il Leone d’argento. Per poi aggiungere: «Le immagini scattate con i cellulari che ci sono arrivate attraverso la Rete sono molto forti, esplicite. La gente che un tempo voleva la rivoluzione islamica adesso ha figli che hanno vissuto sempre sotto una dittatura e che dicono basta. Questi ragazzi non sono interessati all’ideologia come i loro genitori. Ma c’è anche un altro fatto importante – sottolinea Neshat – il nuovo protagonismo delle donne iraniane, che non vogliono mettersi a posto degli uomini ma rivendicano spazi pubblici. Sono tenaci, femminili, non nascondono la propria bellezza. è qualcosa di molto diverso dal femminismo degli anni Settanta e Ottanta».

Politica e poesia. Ricerca di identità femminile e rapporto con l’altro. Esplorando la diversità fra uomo e donna, il desiderio ma anche la solitudine. Sono i “temi” forti al centro della ricerca di Shirin Neshat fin da quando alla fine degli anni Settanta lasciò l’Iran per studiare negli Stati Uniti. Dopo la rivoluzione, il regime di Khomeini le vietò di tornare, pena il carcere. Solo dopo la morte dell’ayatollah finalmente lei riuscì a rimettere piede nella sua terra di origine. «Fu uno shock – racconta -.Perché trovai un Paese islamico, di donne velate, non c’erano più echi dell’antica Persia e della sua poesia». Una cultura orientale che Shirin Neshat dice di sentire profondamente propria, offrendo «uno sguardo meno razionale sulle cose». E uno sguardo lirico, pieno di pathos, è la cifra che più colpisce nei suoi lavori. Fin dalla prima serie fotografica, Donne di Allah, realizzata tra 1993 e il 1997 e che ha imposto l’artista iraniana sulla scena internazionale. Immagini in bianco e nero, aperte su orizzonti immensi, punteggiati da silenziose figure di donne velate. Mani maschili, in primo piano, segnate da versi in calligrafia araba squadrata e monumentale. Oppure autoritratti in cui l’artista, con in testa il chador, drammaticamente imbraccia un fucile. Sul volto ha impressi passi del Corano.

Ma nel carnet di Neshat si trovano anche sensuali immagini di donna in cui il body painting non è più una scrittura rigidamente imposta dall’esterno ma fiorisce sulla pelle in una più tondeggiante e morbida grafia. Le labbra appena schiuse, forse parole sussurrate, la gioia di potersi esprimere con una propria voce originale. Sono gli scatti magnetici, esteticamente raffinati e, insieme, di grande efficacia che ritroviamo nella serie di volumi editi da Charta che ripercorrono l’opera della fotografa e filmaker nata a Qazvin nel 1957. Compreso il suo lavoro di videoartista, fatto di sequenze “oniriche” e silenziose e in cui versi e  musica sostituiscono i dialoghi. Video dalle atmosfere malinconiche e struggenti come Turbolent (1998) Soliloquy (1999) o Rapture (1999) in cui appaiono donne misteriose e ribelli che pagano con la solitudine la propria rivolta contro la violenza privata o di regime, oppure donne follemente innamorate, coraggiose, pronte a tutto. Come in certi film di Tarkovsky (che Neshat riconosce come maestro assoluto d’arte cinematografica), sono storie che arrivano allo spettatore emotivamente, attraverso immagini sfumate, evocative. La videoarte di Shirin Neshat, più ancora della sua opera fotografica, suggerisce più che raccontare. è un’arte ellittica, densa di metafore, fortemente concettuale. Anche quando il tema è strettamente storico, le immagini non sono mai descrittive, cronachistiche. Ma se nella brevità di un video, come in poesia, possono bastare alcune immagini potenti a schiudere un intero universo di senso, più difficile è che questa impresa riesca in un film, in cui c’è comunque bisogno di tratteggiare e approfondire dei personaggi.

Shirin Neshat

Shirin Neshat

La giuria di Venezia con il Leone d’argento dice che la poliedrica Neshat è riuscita anche in questo. E in attesa dell’uscita nelle sale italiane del film Women without men prevista per il 4 dicembre, intanto, la galleria Noire contemporary art di Torino, fino al 22 novembre, offre una interessante finestra sui sei anni di gestazione che precedono il film, liberamente tratto da un romanzo della scrittrice Shahrnush Parsipur, censurato in Iran. Anni in cui Neshat, in collaborazione con l’artista iraniano Shoja Azari, ha sviluppato in quattro videoinstallazioni le storie, diversissime, di altrettante donne che finiscono poi, casualmente, per incontrarsi nella rivolta del 1953 contro lo scià e l’imperialismo Usa. In questa serie di video non si raccontano solo gli slanci idealistici della rivolta, il furore rivoluzionario ma anche le storie intime, private, di uomini e donne che si amano o si perdono mentre stanno scrivendo questa importante pagina di storia. «Women without men – dice Neshat – è un romanzo bello e strano. Non avrei potuto scegliere un libro più difficile. è scritto con uno stile di realismo magico che poi ho scoperto è tra i più ardui da tradurre visivamente». Ma il rapporto di Neshat con la scrittura di Parsipur va al di là di questo romanzo «Il mio lavoro nasce all’incrocio di esigenze simili. Ciascuna di noi a suo modo ha cercato di creare opere molto personali e molto politiche».

La mostra – Game of desire

Da anni la vita e l’opera di Shirin Neshat è completamente assorbita dalle vicende che attraversano l’Iran. Cercando di appoggiare come artista le istanze di democrazia che soprattutto le giovani generazioni stanno esprimendo con passione nel Paese. Una rivolta pacifica e crescente che il regime di  Ahmadinejad sta cercando di soffocare  nel sangue. «Per questo – racconta l’artista – solo di rado negli ultimi dieci anni ho potuto e voluto sviluppare progetti che parlassero di altro». Uno di questi rari progetti l’ha portata di recente  in Laos e Vietnam, sulle tracce di antiche forme di rappresentazione, dette lam e conosciute in molte varianti in Asia. Si tratta di poemi che, intrecciandosi in tenzoni, uomini e donne intonano e suonano per notti intere. Neshat è riuscita a filmarle. Ne è nato un video e una mostra fotografica, Games of desire, presentata a Bruxelles e a Parigi e ora raccontata in un volume edito da Charta. Un lavoro sul modo di vivere e rappresentare poeticamente il rapporto uomo donna in alcune aree del Sudest asiatico, rinnovando tradizioni antiche

da Left-Avvenimenti 11 ottobre 2009

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Dal quotidiano La Repubblica del 5 marzo 2010:

L’intervista/Colloquio con Shirin Neshat, videoartista di fama internazionale. Nei cinema italiani sta per uscire il suo film, premiato con il Leone d’argento a Venezia.

L’INTERVISTA / Colloquio con Shirin Neshat, videoartista di fama internazionale

Nei cinema italiani sta per uscire il suo film, premiato col Leone d’argento a Venezia.

Io, dissidente iraniana ed eterna esule vi chiedo: aiutate i registi in carcere”

La regista sulla “rivoluzione verde”: “Che emozione, vedere tanto coraggio al femminile”

E sugli artisti finiti in prigione, come il collega Panahi, dice: “Temo qualsiasi atrocità”di CLAUDIA MORGOGLIONE

Shirin Neshat al festival del cinema di Venezia

ROMA – Esule dal suo Iran, lei, Shirin Neshat, lo è da una vita: “Avevo diciassette anni quando lasciai il Paese – racconta la cinquantatreenne videoartista nonché regista, Leone d’argento a Venezia per il film Donne senza uomini – mio padre mi mandò all’estero a studiare, credevo che sarei tornata. E invece vennero la Rivoluzione islamica di Khomeini, poi la guerra con l’Iraq. E così sono stata ‘abbandonata’ in Occidente: e quella lontananza dalla mia patria è durata per sempre”. Trasformandola in una cittadina del mondo, in dissidente perpetua, che dalla sua casa di New York segue con apprensione le vicende di Teheran, gli arresti dei suoi colleghi cineasti. Come Jafar Panahi: “Stiamo cercando, con Amnesty International, di farlo liberare: ma l’unico modo per ottenerlo è che si mobiliti Hilary Clinton”.La Neshat è a Roma perché la sua pellicola, visuale e sperimentale come la sua autrice, sta per sbarcare nelle sale italiane grazie alla coraggiosa distribuzione della Bim. Donne senza uomini è una storia tutta al femminile, ambientata nell’Iran del 1953 quando, con un colpo di Stato appoggiato dalla Cia, fu deposto il presidente democraticamente eletto e cominciò il regime dello Scià. Su questo sfondo, assistiamo alle vicende di quattro personaggi, i cui destini confluiscono in uno splendido giardino di campagna…

Shirin, cosa rappresenta il giardino al centro della sua pellicola?

“Uno spazio di libertà che per queste donne è come lo spazio dell’esilio: un luogo dove loro avrebbero potuto avere una seconda chance. Come l’ho avuta io, lasciando il mio Paese. Più in generale, col mio film voglio soprattutto mostrare, oltre alla condizione femminile, la convivenza degli opposti: realismo e magia, arte e politica, arte e cinema. E come la bellezza incroci la violenza”.

Cosa pensa del ruolo della donna in Iran? E’ cambiato dal lontano 1953, o è sostanzialmente immutato?

“Io non vedo affatto le donne del mio Paese come vittime. Anche se è vero che sono oppresse. Sono molto forti, non hanno mai fatto compromessi, hanno sempre combattuto per i loro diritti. Per le le donne iraniane sono sempre state fonte d’ispirazione, ma non per il semplice fatto che anch’io sono iraniana”.

Il loro coraggio è stato determinante, nella recente rivoluzione verde…

“Vederle l’estate scorsa, così pronte alla sfida, mi ha fatto commuovere. Davanti a certe immagini, a quei volti bellissimi che protestavano, ho pianto”.

Ma non c’è solo il problema femminile: il suo è un Paese in cui l’opposizione viene ridotta al silenzio, in cui i talenti, tutti non allineati al regime, vengono sbattuti in prigione: come Jafar Panahi, Leone d’oro a Venezia per il suo Il Cerchio.

“La situazione di Panahi è molto grave. Oggi ho saputo che sua moglie, sua figlia e altre 14 persone che erano in casa sua al momento del blitz delle forze dell’ordine sono state rilasciate. Ma per lui sono davvero preoccupata: contro i talenti del Paese questo governo è capace di tutto, delle peggiori atrocità. Siamo terrorizzati per ciò che potrebbe accadere alle persone detenute. Perché questo governo vede la creatività come una minaccia: arrestare Panahi, o altri registi celebri, è un modo di dire a tutti gli altri artisti ‘state buoni, non vi ribellate'”.

Di fronte a questa repressione, cosa puà fare la comunità internazionale?

“Purtroppo quelli non ascoltano la voce dei media occidentali. Ma dei leader come Berlusconi, Sarkozy, Hilary Clinton devono per forza tenere conto. Le opinioni pubbliche occidentali dovrebbero perciò fare una forte pressione sui propri leader: serve una forte voce diplomatica. Se la Clinton decidesse di intervenire per Panahi, sono sicura che lo scarcererebbero”.

A suo giudizio la durezza del regime è strettamente collegata col fondamentalismo islamico?

“Prima della Rivoluzione islamica l’Iran era già musulmano, ma era una religione adattata alla cultura persiana, con contaminazioni di sufismo, misticismo, altre forme spirituali. Poi con la Rivoluzione la religione è diventata ideologia, si è politicizzata: e da qui è venuto tutto il male. Portando una rigidità a cui non eravamo abituati: la nostra è una cultura basata sulla musica, sulla poesia, sulla bella architettura”.

Adesso a cosa sta lavorando?

“Sono in trattative per acquisire i diritti di trasporre sul grande schermo il romanzo Il palazzo dei sogni di Ismail Kadarè: mi piace il modo in cui svela il potere dello Stato sull’individuo, e fa capire l’assurdità del fanatismo religioso”.

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/03/05/news/intervista_shirin_neshat-2517424/

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Donne, islam e democrazia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2009

for Neda, Iran

for Neda, Iran

Con Musulmane rivelate, l’antropologa di origini palestinesi Ruba Salih vince
il premio Pozzale. A left racconta  la sua ricerca

di Simona Maggiorelli

Lo sguardo di Ruba Salih sul mondo musulmano appare particolarmente prezioso a chi, in Occidente, voglia capire i mutamenti che hanno attraversato la galassia del mondo islamico nella storia e ciò che di nuovo si sta muovendo oggi. A cominciare dalla rivolta di tanti giovani di Teheran contro il regime di Ahmadinejad e che vede tante studentesse in prima fila. Di origini palestinesi e docente di Antropologia sociale all’università di Bologna e in quella di Exeter in Gran Bretagna, Ruba Salih partecipa di molte e diverse culture e nei suoi lavori offre inediti spaccati di comparazione. Come nel bel libro Musulmane rivelate (Carocci) che il  12 luglio 2009 riceverà il premio Pozzale. Con atteggiamento laico, convinta che le «le idee e le ideologie di natura religiosa vadano viste e analizzate come prodotti della realtà sociale sulla quale poi esercitano un’influenza» Salih racconta in questo agile volume come nei Paesi islamici stia cambiando il rapporto fra uomo e donna e il ruolo delle donne nella società. Da qui prende il la il nostro incontro.
Professoressa Salih, come legge l’ampia partecipazione di giovani donne alle proteste contro le elezioni truccate in Iran?
È ancora presto per capire in che cosa si trasformerà questa protesta, se chiederà cambiamenti radicali o si fermerà alla rivendicazione di elezioni più trasparenti. Certo è che le donne sono molto presenti nell’iconografia di questa rivolta. E non è un caso. In Iran le donne non sono mai state assenti dalla scena pubblica. C’è un immagine bellissima che circola in Rete: si vede una donna che ferma l’auto del presidente Ahmadinejad. A me pare molto significativa.
Che significato assume oggi il velo?
Il velo, in realtà,, non ha un solo significato. In alcune società islamiche può essere strumento di negoziazione. In situazioni di crisi economica o quando si aprono delle nicchie di lavoro, le donne escono  velate per non distruggere tutto l’equilibrio delle relazioni di genere. Le donne lo usano per ottenere una maggiore libertà fuori casa, comunicando agli uomini che questo non comporterà una rivoluzione dei rapporti familiari E in contesti dove le donne hanno pochi diritti, la protezione della famiglia è una garanzia.
Maometto non impose il velo a tutte le donne. Da dove nasce l’obbligo?
Il velo preesisteva all’islam. Per esempio era un’usanza della società sassanide. Lo indossavano le donne dei ceti più alti. A un certo punto, alcune sure del Corano che parlano dell’abbigliamento femminile vengono interpretate in senso normativo.
Accade durante l’espansione islamica?
Sì, quando l’islam si fonde con gli usi delle regioni conquistate. Infatti ci sono molti tipi di velo. Cambiano da zona a zona. Perché diverso è ogni volta l’intreccio fra islam e culture locali.
Perché questo controllo sul corpo delle donne?
Studiose come Fatima Mernissi hanno documentato come sul corpo femminile si siano accaniti tutti, dai nazionalisti ai religiosi, ai modernisti. Nel mio libro provo a raccontare come ognuno di loro tenti di visualizzare il proprio progetto di società sul corpo delle donne. In Iran nel ’36 fu vietato indossare il velo ma non vedo troppa differenza fra questo divieto e quello attuale che proibisce alla donne di uscire  senza. Sono due facce della stessa medaglia.
Dalla sua ricerca sul linguaggio della letteratura coloniale emerge come l’Oriente fosse «femminilizzato, velato, visto come seduttivo e pericoloso». Al razionalismo lucido del conquistatore si contrapponeva una società vista come pericolosamente irrazionale?
Quando l’Occidente comincia a usare nelle sue rappresentazioni dell’Oriente l’immagine delle donne musulmane inizia un processo che è ancora in atto. Il colonialismo e l’orientalismo nella sua versione letteraria si accaniscono nel costruire l’altro in modo che l’Occidente, per contrapposizione, appaia moderno, aperto, logico. L’ambito della sessualità, avvertito come oscuro, intimo, morboso diventa giocoforza serbatoio di metafore. Ma il fatto è che i modernisti arabi hanno fatto propria questa rappresentazione iniziando a vedere nelle donne proprio l’elemento da modernizzare. E se è vero che hanno stilato nuovi codici di famiglia (anche se concessi dall’alto) riconoscendo diritti alle donne, dall’altro lato hanno rotto la sfera di potere che le donne avevano e si è iniziato a svalutare il sapere femminile. Nella famiglia più estesa, anche se patriarcale, le donne potevano avere un ruolo di cui poi vengono spodestate nella famiglia nucleare moderna. E sappiamo bene che anche in Occidente non è stata un territorio di libertà per le donne.
Nel libro accenna anche alla cesura che avvenne nel passaggio dalla società araba tribale all’islam.
Nel 600 l’islam si presentava come una religione “moderna”. Il Corano fungeva un po’ da codice: riconosceva alle donne il diritto ereditario (quello alla proprietà c’era già prima) e inseriva tutta una serie di meccanismi di protezione in caso di ripudio e di divorzio. Abolì l’infanticidio delle bambine. L’islam fu anche un movimento a cui si accompagnarono tutta una serie di trasformazioni economiche e di urbanizzazione, parliamo di dinamiche storico sociali che incisero profondamente su quello che sarà il destino delle donne. In città le donne furono più recluse nella sfera domestica: era la prova dello status elevato della famiglia. Le società preislamiche, invece, erano nomadi e avevano tratti matrilineari. Le donne stavano fuori casa ed effettivamente pare fossero più libere. La verginità, per esempio, non era così importante e le donne avevano un ruolo nella vita pubblica.
Ancora le mogli del profeta godevano di certe libertà?
Le femministe che si sono messe a studiare il Corano per fare una dialettica con gli uomini sul piano interpretativo, si riferiscono proprio alla vicenda delle donne di Maometto per rivendicare un diverso rapporto fra i generi nell’islam. Tutte le religioni, anche se in modi diversi, opprimono le donne. Ma se il cristianesimo condanna la sessualità e il desiderio femminile, per l’islam non è peccato. è così?

Nell’islam le donne hanno diritto al piacere sessuale. L’impotenza del marito, anche nella Sharjah, è fra le possibili cause di divorzio a vantaggio delle donne. Così come l’assenza prolungata del marito. Ma c’è un fatto  contraddittorio che consiste nel controllo sui corpi delle donne e sulla sessualità femminile perché le società islamiche, non dimentichiamolo, sono società patriarcali. E la cultura patriarcale si impone come un macigno sulla libertà femminile. Ed è un fatto trasversale che accade anche in contesti culturali diversi. I molti delitti che si verificano in Italia, e di cui si ha più notizia in estate, vedono quasi sempre come vittime le donne, uccise da mariti e fidanzati perché hanno agito in modo disonorevole o secondo canoni o scelte diverse. Questo è il patriarcato. Un tipo di cultura che preesiste all’islam e si intreccia con esso. Una mentalità che oggi le femministe arabe vogliono separare dall’islam. Ma decostruire il patriarcato non è facile.

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