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Un immaginario viaggio nell’Henan

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 21, 2015

acrobatiE’ un affascinante viaggio immaginario nell’Henan la mostra Tesori della Cina Imperiale, L’età della rinascita fra gli Han e i Tang (206 a.C. – 907 d.C.), aperta fino al 28 febbraio 2015 nelle sale quattrocentesche di Palazzo Venezia a Roma.
Curata da Tian Kai, direttore del Museo provinciale dello Henan, invita a conoscere la regione del Regno di mezzo che fu la culla dell’arte cinese all’epoca della dinastia Han, arrivando poi a toccare il suo massimo splendore durante la dinastia Tang. Nell’Henan, lungo la via della seta, si trovano spettacolari pitture rupestri di tradizione buddista che si dipanano in una sequenza di 1350 grotte e poi in un’infinita serie di nicchie e pagode.

Queste affascinanti e gigantesche pitture policrome sono raccontate (necessariamente) solo attraverso fotografie nel percorso espositivo romano. Mentre lo sviluppo all’epoca della dinastia Han di un’estetica, per la prima volta autonoma da principi morali, celebrativi e didattici, viene esemplata attraverso la selezione di un centinaio di ceramiche, sculture e di reperti funerari: riproduzioni in miniatura delle dimore dei defunti, che venivano deposte nelle loro tomba e impressionanti vesti funerarie composte da oltre duemila tessere di giada cucite con filo d’oro. Quella in mostra a Roma apparteneva a un nobile della dinastia Han, che regnò tra il 206 a.C. e il 25 d.C. in questa vasta pianura centrale della Cina.
r1x3hxFzQnOpO_4hb_oAmb9MR5j0XBq-pcDJtaFvAAoSe sotto la dinastia Han, come scrive Nicoletta Celli, nel saggio “Arte e archeologia”, pubblicato nel secondo volume de La Cina (Einaudi) si svilupparono pittura e calligrafia come forme autonome d’arte, insieme ad una nuova sensibilità verso il paesaggio come immagine del microcosmo individuale, sotto la dinasta Tang fiorì una raffinata statuaria, in ceramica e in altri materiali, che vedeva per la prima volta le donne diventare protagoniste, rappresentate mentre fanno musica e si prendono cura di sé, in abiti eleganti e con elaborate acconciature.

Come si può notare dal vivo, confrontando sculture di epoche diverse, nel passaggio dall’epoca Han a quella Tang, a poco a poco la figura umana – quella femminile in modo particolare – perde rigidità e piattezza. Le delicate sculture Tang presentano immagini femminili morbide e in movimento. Dame a cavallo, prese da attività artistiche e letterarie o in conversazione. Sempre con movimenti eleganti ma mai affettati, mentre gli sguardi sono rivolti allo spazio circostante, regalandoci la sensazione che lo scorrere del tempo sia poeticamente sospeso. (Simona Maggiorelli, Left)

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“Il colore soprattutto…” #Matisse arabesque.

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 20, 2015

Matisse Arabesque

“” Matisse Arabesque

“Il colore, soprattutto, più del disegno, è una liberazione”, Henri Matisse

Dalle Donne di Algeri di Delacroix, alle odalische nude di Ingres, per arrivare alla sensuale regina di Saba di Gustave Moreau. L’Oriente, anche se in versione vagamente esotica, affascinò profondamente scrittori e pittori dell’Ottocento francese. Ma se lo sguardo occidentale è sempre stato velato di orientalismo, come ha scritto Edward Said, quello di un pittore come Henri Matisse non fu mai influenzato dalle logiche colonialistiche della madre patria. Anzi.

Fra gli artisti delle avanguardie storiche fu tra i più liberi da ideologie di conquista, ma anche da ogni supponenza eurocentrica. Come dal 4 marzo al 21 giugno racconta la mostra Henri Matisse-Arabesque curata da Ester Coen, alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Una monografica non solo ricca di capolavori provenienti da musei parigini come l’Orangerie e il Pompidou, ma anche da musei di Oltreoceano come il MET, il MoMa, i musei di Philadelphia e di Washington e soprattutto da musei russi come il Puškin e l’Ermitage, dove sono conservate le tele di Matisse più direttamente ispirate alla cultura visiva dell’Est Europa e del continente asiatico.

A colpire la sua fantasia furono in primis i motivi decorativi delle preziose stoffe e porcellane che arrivavano in Europa attraverso la via della Seta. Durante un viaggio in Marocco ebbe poi modo di conoscere il vocabolario di segni sconosciuti che fiorivano sui tappeti lavorati soprattutto dalle donne secondo codici antichissimi, eppure di volta in volta rielaborati in modo del tutto personale.

Henri-Matisse-Pesci-ross

Henri-Matisse-Pesci-ross

Analogamente, durante il suo soggiorno in Russia, Matisse rimase particolarmente colpito dalle elaborate trame e dall’intreccio di colori che formavano le decorazioni di damaschi e di altre preziose stoffe, di cui i suoi due principali committenti russi – Scukin e Morozov – erano produttori e mercanti, fra i più in vista, nella Russia imperiale.

E se opere qui esposte come Ragazza con copricapo persiano , (1915) e Gigli, iris e mimose (1913) ci parlano del brillante cromatismo e del trionfo di azzurro e verdi mutuati dalla scoperta dell’arte ottomana, opere più tarde come Ramo di Pruno, fondo verde (1948) mostrano invece come Matisse sapesse giocare con forme arabescate e astratte facendone quasi un motivo musicale che scandisce ritmicamente la tela.

Grazie alla progressiva semplificazione della forma, «rafforzata dal confronto con la sintesi cromatico-lineare», scrive Ester Coen nel catalogo Skira che accompagna la mostra, Matisse seppe raggiungere «leggerezza ed essenzialità nipponiche», al tempo stesso regalando alle sue figure misteriose «il potere emotivo della pittura dei Primitivi del Louvre».

L’intervista perduta di Matisse

Matisse arabesque

Matisse arabesque

Nonostante il fascismo e una delicatissima operazione chirurgica, per Henri Matisse il 1941 fu un anno di rinascita: l’anno in cui a 72 anni riscopriva la gioia di vivere attraverso gli affetti e un nuovo filone di ricerca pittorica. Forse anche per questo lui, di solito diffidente verso i giornalisti, accettò di fare una lunga intervista con il critico Pierre Courthion. Con l’idea di farne un libro, raccogliendo così l’invito dell’editore Albert Skira. Ma poi non se ne fece più niente. Matisse pensò che il risultato non fosse soddisfacente; che da quel dialogo emergesse più la sua vita quotidiana da convalescente che le sue opere. E attraverso di esse lui aveva scelto di “parlare”. Fin da quando, studente di legge, lavorava nello studio di suo padre e frequentava corsi serali di pittura.

Più tardi per fortuna il giudizio di Matisse si ammorbidì e quelle carte cominciarono a circolare. Skira ora pubblica quel testo in edizione italiana, affidandolo alla cura di Serge Guilbaut. Ed è una bella sorpresa, in modo particolare per chi ha avuto modo di apprezzare la mostra di Roma, Matisse Arabesque (alle Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno), dedicata al rapporto fra l’artista francese e l’Oriente. Proprio perché questo libro invita a proseguire lungo quella strada di ricerca. Al centro del volume Henri Matisse: L’intervista perduta (Skira) c’è per esempio la vicenda che portò l’artista a lavorare in teatro creando i costumi per gli spettacoli di Igor Stravinskij e di Sergej Diaghilev direttore dei Ballets Russes.

Matisse , Skira

Matisse , Skira

Scopriamo così che fu lo stesso Stravinskij a “convincere” Matisse facendogli ascoltare in anteprima alcuni brani del Rossignol. Il pittore, che a sua volta era un buon violinista, non seppe resistere all’idea di poter realizzare un sogno: un’opera totale che accendesse inedite sinestesie fra musica e arti visive.
Nascono così costumi con dragoni ritagliati per evocare l’antica Cina dove era ambientata l’opera di Stravinskij, abiti in stoffe preziose e colori brillanti, rosso, giallo, blu, con straordinarie orchestrazioni dei toni. I costumi sono colori in movimento per Matisse. E la sperimentazione in teatro con le stoffe e le scenografie poi diventa con gli ultimi Cut-outs rivoluzione architettonica, realizzazione di nuovi spazi e profondità create paradossalmente da un raffinato gioco di colori piatti mutuati dalle stampe giapponesi. Matisse, che aveva aperto la stagione fauve, con un uso selvaggio ed espressionista del colore, in età matura seppe rinnovarsi completamente anticipando ricerche del secondo Novecento e oltre.

(Simona Maggiorelli, Left)

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Le meraviglie di Suzhou

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 14, 2013

La città dipinta

La città dipinta

Per lunghi anni la rivoluzione di Mao ha liquidato lo studio della Cina imperiale come ciarpame conservatore e spazzatura reazionaria.

La rivoluzione culturale, con una vistosa contraddizione in termini, guardava con diffidenza verso gli intellettuali e tra il 1966 e il 1976 lo studio del passato fu addirittura proibito. Come scrivono Alessandra Lavagnino e Silvia Pozzi nel libro Cultura cinese (Carocci), ricordando poi le prime aperture del periodo delle Riforme per arrivare alla recente straordinaria fioritura di studi sulla Cina antica, che si è sviluppata anche da noi in Italia.

In questo alveo s’inscrive la pubblicazione da parte di Electa de La città dipinta, il rotolo di Suzhou, uno straordinario classico dell’arte cinese del XVIII secolo che costò ben 24 anni di lavoro al pittore di corte Xu Yang (della dinastia Qing). L’opera nasceva con l’intento di celebrare la prosperità e la ricchezza di una città antichissima come Suzhou, che sotto il regno dell’imperatore Qianlong viveva uno dei suoi momenti di maggior splendore.

CITTADIPINTA  Rotolo di Suzhou

CITTADIPINTA Rotolo di Suzhou

Descritta da Marco Polo come la città dei seimila ponti (in realtà sono “solo” tremila), lungo la riva del fiume Azzurro, Suzhou era famosa fin dall’antichità per le sue pagode, i giardini e i corsi di acqua che l’attraversano. E Xu Yang, maestro di una pittura di genere molto amata in Cina tra Seicento e Settecento  (Fengsu-Hua) ne fece uno spettacolare ritratto che, “cinematograficamente”, si sviluppa in orizzontale per oltre 12 metri , animato da 4.600 figure fra i quali mercanti, letterati, pescatori, dame e ricchi borghesi. La visione aerea, aperta a una molteplicità di punti di vista, non offre un panorama gerarchizzato, ma permette allo sguardo di vagare liberamente dalla Montagna delle rocce incantata di leggendaria bellezza al Poggio della tigre, dal cuore della metropoli composto qui da 1.140 edifici e 40 ponti al porto con le sue 300 barche, fino al lago dove sono ormeggiati ricchi battelli- ristorante dove gli uomini più abbienti erano soliti cenare in compagnia di colte dame che li intrattenevano con poesie e musica. Ogni frammento del rotolo è ricco di dettagli precisi, tanto che questo capolavoro della pittura antica è considerato una importante fonte di informazioni sulla vita quotidiana al tempo dell’imperatore Quialong.

Un occhio attento, per esempio, può scorgere che adiacenti ai giardini c’erano molte biblioteche: funzionari e intellettuali andavano a studiare in questi angoli di città improntati all’ideale fusione fra uomo e cosmo tipica della cultura taoista .Ma dalla minuziosa mappa dipinta da Xu yang si ricavano anche informazioni sul sincretismo religioso, sui culti popolari e le filosofie che si praticavano a Suzhou, punteggiata da templi buddisti, confuciani e daoisti. Ma non solo. Le numerose case da tè e le osterie che il pittore ha disseminato nella trama della città ci parlano anche del piacere che gli abitanti di Suzhou avevano nel ritrovarsi in luoghi pubblici a bere e parlare. Mentre teatri e spettacoli di piazza ci dicono di una diffusa passione per l’opera popolare. E molto altro si potrebbe dire ancora seguendo la lettura del rotolo offerta dai sinologi curatori di questa edizione Electa, che fa seguito alla corposa Pittura cinese dal V al XIX secolo pubblicata due anni fa. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Le avanguardie russe sulle vie d’Oriente

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 27, 2013

Goncharova, il vuoto, 1913

Goncharova, il vuoto, 1913

 

Una grande mostra in Palazzo Strozzi, a Firenze,  indaga le radici euroasiatiche dell’arte di Kandinsky, Malevich, Larionov e di altri protagonisti del cubo-futurismo , del raggismo e del suprematismo. Come  riscoperta di tradizioni siberiane. E scoperta di quelle cinesi, thai e indiane. Cercando una strada diversa   dal razionalismo occidentale.

di Simona Maggiorelli

Sulla via dell’Est, lungo la traccia segnata dalla ferrovia transiberiana e oltre. Seguendo una mappa di viaggio che, al di là dalle smanie di conquista dello zar Nikolaj, esercitò una forte fascino sugli artisti dell’avanguardia russa fra fine Ottocento e la rivoluzione di ottobre. Aprendo la loro ricerca alle culture autoctone della Siberia e della Mongolia, ma anche a tradizioni più lontane provenienti dal Tibet, dalla Cina, dal Giappone, dal Siam, dall’India e dalla Persia.

Malevich , testa

Malevich , testa

Il percorso che ci propone la mostra L’avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente, allestita in Palazzo Strozzi (fino al 19 gennaio 2014 catalogo Skira) è largamente inedito per il pubblico italiano, abituato dai manuali di scuola a connettere le maggiori novità dell’arte astratta, del suprematismo, del raggismo e del cubo-futurismo russo con quanto accadeva nei primi decenni del Novecento a Parigi e addirittura con il più provinciale futurismo italiano.

Ma se il cubismo era una realtà lontana per artisti come il pittore e poeta Filonov o come Lev Bruni profondamente legati alla propria terra, il futurismo italiano nemmeno esisteva nell’orizzonte mentale di personalità forti come Malevich e come lo stesso Kandinsky che arrivò alla pittura in un’età già matura transitando da studi di legge.

Prova ne è anche l’assoluto flop del tour che Marinetti fece in Russia nel 1914 . Di cui giustamente non c’è traccia in questa mostra nata dalla collaborazione con importanti musei e biblioteche di Mosca e San Pietroburgo e che invita a scoprire l’importanza delle fonti orientali ed eurasiatiche nel modernismo russo.

 A catturare lo sguardo dello spettatore fin dalle prime sale è la corrente continua di rimandi fra avanguardia e tradizione folclorica degli estremi lembi orientali della Russia. Suggestioni orientali innervano chiaramente Ovale bianco (1919) e una delle più singolari opere astratte di Kandinsky: Uccelli esotici (1915) in cui il viaggio verso l’Estremo Oriente si traduce in una vitale composizione di colori e di forme astratte.

mascheraFuori da ogni esotismo, l’Asia diventa fonte di libera ispirazione creativa per il futuro insegnante del Bauhaus e per altri artisti che guardavano fuori dai confini europei per allontanarsi dal freddo razionalismo occidentale.

Questa seducente mostra fiorentina, curata da un team internazionale di studiosi, lo racconta attraverso un percorso di 130 opere firmate da Kandinsky, Malevich, Filonov, Goncharova e da altri protagonisti delle avanguardie russe meno noti in Italia, intercalandole con sculture e reperti etnografici provenienti dalle steppe, statue indiane e stampe cinesi, thai e giapponesi.

Ogni sezione permette di cogliere nessi sotterranei o talora più espliciti fra capolavori delle avanguardie storiche e tradizioni popolari della Russia più profonda o asiatiche. Esempio eclatante è la famosa testa (1928) di Malevich che rimanda direttamente alla ieratica e essenziale foggia delle maschere rituali della taiga. La tradizione sciamanica, invece, affiora negli schizzi di Larionov.  Mentre la Cina fu la primaria fonte di ispirazione per Lev Bruni.

Kandinsky, macchia nera, 1912

Kandinsky, macchia nera, 1912

La combinazione cinese fra segno calligrafico e immagine, infatti, esercitò un’attrazione fortissima sui cubo-futuristi. Burljuk, Goncharova e Larionov, in particolare, studiarono le stampe popolari di cui l’Istituto di cultura artistica di Pietrogrado conservava una importante collezione.

Nel 1913, a Mosca, Vinogradov organizzò la prima mostra di stampe cinesi tradizionali e Larionov poco dopo cominciò ad accostare modelli di icone russe e asiatiche.

men-shen, Sichuan, Cina

men-shen, Sichuan, Cina

L’impatto che queste stampe ebbero sulla fantasia della Goncharova è testimoniato in mostra da quadri come Natura morta con stampa cinese e da Ritratto di famiglia con stampa cinese in cui le figure sono volutamente alterate nelle proporzioni e lo spazio appare senza profondità. Traduzioni russe dell’iconografia imperiale cinese campeggiano nelle sale di Palazzo Strozzi accanto a splendide xilografie cinesi originali che raffigurano maschere e animali immaginifici.

Più autentico e spontaneo appare, però, il rapporto di Goncharova e di Rerich con i miti e le leggende delle steppe.

Goncharova, in particolare, era attratta dall’antica immagine delle cosiddette “femmine di pietra”, testimonianza pietrificata di antichi culti sincretici, che veneravano dee della fertilità. Una tradizione che ispirò le sue misteriose e un po’ inquietanti Statue di sale dipinte nel 1910 ma anche il suo saggio dal titolo Cubismo dove citava queste statue primitive fra le fonti primarie dei “nuovi barbari” della sua generazione, artisti che a suo avviso si sarebbero dovuti ribellare al cubismo analitico per creare nuove forma plastiche.

 dal settimanale  left -avvenimenti

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Il viaggio di Kounellis

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 14, 2013

Kounellis Trieste

Kounellis Trieste

Nell’antica pescheria di Trieste il maestro  dell’Arte Povera, Janis Kounellis, presenta una nuova installazione. left lo ha incontrato

di Simona Maggiorelli

Antichi banchi di pesce e relitti di vecchie imbarcazioni. Su cui dall’alto piovono pietre, pesanti come le tempeste che colgono i pescatori al largo d’inverno. È anche una metafora del viaggio per mare e dei pericoli che i migranti devono affrontare la nuova, grande, installazione che Janis Kounellis ha realizzato nella sala degli incanti della ex pescheria di Trieste, progettata nel 1913 dall’architetto Giorgio Polli. «Uno spazio bellissimo, illuminato da grandi finestre. Ma soprattutto uno spazio “preciso”. Perché – spiega l’artista – un luogo può essere bello ma se non è preciso per un progetto, resta solo un bello spazio». Qui Kounellis ha trasportato delle vecchie barche che giacevano in depositi, «rottami che a Trieste si trovano facilmente», e le ha disposte al centro della sala con un gesto pittorico e teatrale che al nostro sguardo pare creare una scena epica alta e popolare.

«Epos? Non saprei – si schermisce lui – quello che posso dire è che, finito il lavoro, mi sono accorto che evocava una deposizione». Non una deposizione dell’amato Caravaggio o di Mantegna, autori altre volte indirettamente richiamati nelle opere di questo maestro dell’arte di origini greche. «Non c’è qui un riferimento preciso ad una tela o ad un’altra – precisa -. La storia dell’arte italiana è costellata da centinaia di deposizioni. Qui invece che un corpo viene “deposta” una barca. Sulla nuda pietra del banco del pesce. Ma il significato è lo stesso». E ugualmente tragico. «L’elemento tragico è consustanziale alla tradizione cristiana, segnata dalla brutta morte del figlio di Dio» ha detto Kounellis in una recente intervista ad Alfabeta Due: «Una storia violenta connota il cristianesimo mentre la tradizione asiatica e quella cinese, per esempio, mettono al centro filosofi come Buddha e Confucio».

Janis Kounellis a Trieste

Janis Kounellis a Trieste

Ma durante questo nostro incontro il discorso prende un’altra strada: «Quello che mi interessava qui – spiega – era l’andamento drammaturgico della deposizione. Noi abbiamo una cultura drammaturgica. E se vai a vedere tutta l’iconografia dell’arte italiana è fortemente drammaturgica». La scena teatrale è evocata in questa installazione anche da una serie di sedie vuote, poste a latere. Come raccontano i curatori di Kounellis Trieste, Davide Sarchioni e Marco Lorenzetti, nel catalogo Skira che è uscito il 7 settembre in contemporanea con l’inaugurazione di questa installazione, Kounellis torna a confrontarsi con un tema a lui da sempre caro: l’uscita dal quadro per “conquistare” una visione e una spazialità più ampia, senza tuttavia cancellare la storia della pittura. «Ho cominciato a lavorare sull’uscita dal quadro negli anni Sessanta» ci ricorda questo longevo maestro del contemporaneo che, poco più che ventenne, approdò in Italia alla fine della guerra civile greca. Mentre lavorava a una propria innovativa poetica, di fatto, continuava a studiare la tradizione, cercando il modo per rinnovarla.

«In tutti i Paesi la modernità è fatta di tradizione – dice Kounellis a left -. Altrimenti sarebbe modernismo, non sarebbe modernità. E dunque non si può negare la tradizione, fa parte della logica del nuovo ma anche del mio tentativo di pormi sempre in modo dialettico. La tradizione, per me, entra a piano titolo in questo clima di novità». Novità che per Kounellis non è mai stato nuovismo. Fine a stesso. Negli anni in cui imperava la Pop Art, insieme a Merz, Pistoletto, Fabro, Paolini, Penone e altri artisti riuscì a dare vita a un articolato progetto che Germano Celant definì Arte Povera. Un movimento che attraverso la scelta di materiali “naturali” e la ricerca di una spazialità tridimensionale rimetteva al centro l’umano, la poesia, la ricerca di un senso profondo della vita, in contrapposizione con la stolida celebrazione del mercato e della società consumistica inaugurata da Warhol e dalla sua Factory.

E oggi cosa pensa Kounellis del concettualismo autoreferenziale e delle opere gadget di artisti come Damien Hirst e Jeff Koons, che grazie a collezionisti miliardari, vanno per la maggiore nei più importanti musei del mondo? Questo tipo di globalizzazione dell’arte finisce per determinare un appiattimento  delle proposte? «Un’arte globalizzata di questo tipo evidenzia la perdita del pittore, la fine della sua creatività – risponde Kounellis -. Se la gente potente impone la propria visione, il pittore è ben lontano dall’epoca dlle Demoiselles d’Avignon. Ma io non credo che questo possa succedere davvero. Certo, c’è un’iniziativa che nasce nella globalizzazione, ma quest’ultima deve essere vissuta in senso dialettico. Ognuno ha la propria identità e la deve mettere in gioco, in dialettica con gli altri. Questo è l’obiettivo. Il resto è una riduzione dell’arte a decorazione».

Non a caso Kounellis si è sempre definito internazionalista per sfuggire all’omologazione della globalizzazione? «La mia generazione è stata internazionalista e io continuo ad esserlo – approfondisce – Perché mi piacciono le persone. E’ più forte di me. E l’altro che mi attrae, che vado a trovare, ha il suo metro di cui devo sempre tenere conto». Un confronto con l’altro che di recente ha portato Kounellis anche a confrontarsi con una cultura lontana dalla nostra come quella cinese.«A Pechino sono stato 4 mesi. Sono partito con le mani vuote. Volevo andare a vedere la Cina, le sue enormi possibilità. In un mercato della Capitale – racconta – ho comprato delle ceramiche rotte: frammenti colorati risalenti a varie epoche e in particolare all’epoca del Maoismo, quando i militari entravano nelle case e rompevano tutti i serviti”borghesi” Io ho pensato di usarle per farne una scrittura ermetica fatta di frammenti». E mentre Kounellis già progetta di continuare il suo viaggio verso Oriente andando a Seul, prosegue a Roma fino al 12 settembre, la bella personale curata da Bruno Corà nella Galleria Guidi. E nella Capitale il 25 settembre lo aspetta anche l’apertura una nuova mostra alla Fondazione Volume. «Dopo un po’ che siamo in giro, nasce sempre il desiderio di tornare».

dal settimanale left-avvenimenti

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In Punta, la bellezza

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 19, 2013

La mostra Prima materia in Punta della dogana

La mostra Prima materia in Punta della dogana

 Venezia.  Nello spazio espositivo restaurato dall’architetto giapponese Tadao Ando in Laguna, la mostra Prima materia punta sulla qualità delle opere, fuori dal rumore del postmodermo

di Simona Maggiorelli

La fertile babele dei linguaggi che connota l’arte contemporanea oggi è il tema della mostra, Prima materia, (fino al 31 dicembre 2014, catalogo Electa) negli splendidi spazi di Punta dellla Dogana restaurata dall’architetto giapponese Tadao Ando: una scheggia di pura bellezza – in mattoni, legno, vetro e pietra serena – incastonata nel cuore della laguna.

Su due piani, culminanti in una terrazza arabeggiante con vista sul mare, Punta della Dogana è uno spazio capace di esaltare le opere che vi sono esposte in modo impareggiabile. Talora regalando loro un’emozione che altrove, di per sé, non comunicherebbero. Era il caso del busto di cavallo impagliatoaffiorante dalla parete ideato da quel monello dell’arte contemporanea che è Maurizio Cattelan e di tante altre opere post Pop e post Minimal che troneggiavano in precedenti esposizioni dedicate alla collezione di François Pinault.

Non accade così in questa nuova mostra, curata da Caroline Bourgeois e Michael Govan, che dalla sterminata collezione del noto tycoon francese seleziona alcune presenze davvero importanti; per i motivi più diversi, come vedremo.

A fare da filo rosso a creazioni di nomi affermati del panorama internazionale come Nauman, Dumas, Pistoletto, Opalka e di maestri scomparsi da anni come Piero Manzoni, Alighiero Boetti e Mario Merz, insieme a nuovi autori provenienti da ogni parte del mondo, è l’idea che l’arte abbia in ogni epoca a che fare con la ricerca di quella che i testi alchemici medievali chiamavano “pura materia”: sostrato vitale di mente e corpo secondo alcuni oppure “aurea” del pensiero e dell’immaginazione da cui scaturisce come in un processo alchemico, secondo altri.

Zeng Fanzhi, questa terra così piena di bellezza

Zeng Fanzhi, questa terra così piena di bellezza

Riferimento che i due curatori, al di là di ogni  astratto esoterismo, sembrano leggere come quel quantum di fantasia, originale, ricca di contenuto che rende universale ogni creazione artistica degna di questo nome. Su questa base la selezione non poteva che essere esigente.

E il risultato appare coerente con le promesse quando, per esempio,ci si trova davanti alle due variazioni di Zeng Fanzhi che nelle tue grandi tele intitolate This land so rich in beauty (2010) rilegge, con un colorismo quasi espressionista, l’antica tradizione cinese della pittura di paesaggio usato per esprimere un proprio stato emotivo.

Una ricerca che, con un linguaggio assai diverso, sembra risuonare anche in alcuni quadri di Giulio Penone che, con filo di piombo e zinco, evocano sfumati e balenanti paesaggi interiori reinventando memorie delle Alpi marittime. Su tutt’altro registro si muove l’artista algerino Adel Abdessemed (classe 1971) che in una scultura di forte impatto visivo, ricrea l’altare di Isenheim, capolavoro di Mathias Grünewald: con filo spinato proveniente da Guantanamo, Abdessemed dà forma a quattro Gesù crocefissi. Quattro, per mettere al centro l’umano, evitando la trinità imposta dalla dottrina. Un’opera spettacolare e insieme corrosiva, come è nello stile di questo artista cosmopolita che, in una statua in marmo nero, ha evocato la famosa zuccata data da Zidane a Materazzi nel mondiale del 2006 e che, in occasione di una sua retrospettiva alla Fondazione Sandretto Re Baudengo a Torino ha fatto arrabbiare gli animalisti con opere che rappresentavano animali in modo crudo.

da left- avvenimenti

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La regista cinese Emily Tang sfida la censura.

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 14, 2013

Perfect life

Perfect life

Nel pluripremiato film Perfect life – che nel 2008 a Venezia l’ha fatta conoscere anche al pubblico italiano – la regista cinese Emily Tang raccontava due personaggi femminili agli antipodi: una contadina delle campagne più povere della Cina che lotta per sopravvivere e una giovane che si vende come modella e accompagnatrice a Hong Kong, in cambio di una vita agiata. In questo piccolo capolavoro cinematografico  le discrasie della Cina post maoista sono riassunte in una sintesi potente e suggestiva. E la censura cinese non glielo ha mai perdonato. Ma da Hong Kong Emily Tang è riuscita a continuare il suo lavoro, che mette a fuoco le contraddizioni più brucianti della Cina di oggi.

«Nei decenni passati la rapida crescita economica ha portato moltissimi cambiamenti», racconta Emily, fra gli ospiti dell’Asian Film Festival che si è svolto dal 6 all’11 aprile a Reggio Emilia. «I cinesi erano abituati a vivere in un sistema sociale stagnante, conservatore, autocentrato. Affrontare questi repentini cambiamenti, correre per recuperare il ritardo, cercare di adattarsi alla nuova situazione, per molti è difficile. Ci si scopre passivi, non si ha chiaro lo scopo di questi sconvolgimenti».

Quali sono gli anelli più deboli della società in questa corsa?
Le donne soffrono molto questa accelerazione. Tradizionalmente erano loro a occuparsi della casa, dei figli, della cucina. Poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, milioni di donne hanno lasciato le terre d’origine per cercare lavoro altrove. Proprio come le due protagoniste di Perfect life. Dalla misera campagna alle città ricche, pagandone il prezzo e le difficoltà. Con il rischio di idealizzare il passato come “ vita perfetta” . Un posto come Shenzhen, vicino ad Hong Kong, per molti è stato il miraggio da inseguire. Perciò ho girato lì la sparatoria finale del mio film. Oggi Shenzen ha una popolazione di 12 milioni di persone. Più di 10 sono immigrati da aree poverissime e il 70 per cento di loro sono donne. Senza questa immensa forza lavoro Shenzen non sarebbe mai passata, in pochi decenni, da villaggio di pescatori a megalopoli. Tutto il merito è andato alla politica di apertura di Deng Xiaoping e nessuno parla di queste lavoratrici. Lasciano i loro figli al Paese, soffrono la solitudine e lottano per sopravvivere in una città caotica. Con la telecamera ho cercato di cogliere il loro mondo interiore, ignorato da tutti. Sono orgogliosa che siano diventate le “eroine” del mio film».

All Apologies

All Apologies

Nel suo nuovo film All Apologies racconta il dramma di Yunzhen, maltrattata dal marito per aver perso un figlio. Un nuovo capitolo della ricerca sull’identità femminile?
Per trent’anni la Cina ha sostenuto la politica del figlio unico, per controllare la crescita della popolazione. Ma  i problemi più seri sono sorti per il modo spesso disumano con cui la polizia ha costretto le donne ad abortire e a farsi sterilizzare. Yunzhen rappresenta queste vittime: vive da sola con un figlio, senza il marito al fianco per lunghi periodi. Mentre lui è via, subisce un intervento di sterilizzazione. Ma la tragedia scoppia quando muore il figlio, che era tutto per lei. Il marito, tornato a casa, scopre che lei non può più partorire e reagisce con violenza. Più dell’intervento subito, sono i valori tradizionali e  una cultura retrograda a mandarla in pezzi.

Però alla fine del film Yunzhen trova il coraggio di chiedere il divorzio…
Mentre giravo questa parte del film ero emozionatissima, mi sentivo partecipe, sapevo quanto fosse difficile per Yunzhen prendere quella decisione, ma speravo che il mio personaggio avrebbe trovato il coraggio di dire addio alla tristezza e allo sfruttamento.

In una società atea come quella cinese lontana dalla condanna cristiana del desiderio femminile, il rapporto fra uomo e donna è più libero e paritetico?
La cultura cinese è priva di un fondo religioso, ma ha subìto per più di due millenni un sistema feudale e patriarcale. Se una donna restava vedova non poteva risposarsi. Anche se questa usanza è scomparsa il sessismo è ancora dilagante. Ora è tempo che le donne prendano in mano il proprio destino. Questo è il messaggio che ho voluto dare nei miei film.

La regista Emily Tang

La regista Emily Tang

Il suo stile è fantasioso, evocativo. E conserva un forte rapporto con la realtà. Come ha trovato questa un cifra così originale?
Fare film è sempre stato il mio sogno. Sul set seguo il mio istinto, senza esitazioni. Diversamente dalla maggior parte dei miei colleghi non esco da una scuola di cinema. Mi sento libera da fardelli teorici. E ammiro maestri come Edward Yang, Antonioni e Angelopoulos.

Perché la censura cinese teme i suoi film?

Non mi curo molto della censura. Se hai un’idea, se hai qualcosa da dire, alla fine nessuno ti può fermare. Dieci anni fa girai Conjugation sentendo l’urgenza di farlo, ed è questa esigenza di esprimermi che conta, anche se in Cina quel film è ancora all’indice. Con All Apologies la faccenda è più complicata. Non possiedo i diritti. Per farlo uscire ho dovuto modificare un paio di frasi nei dialoghi.
Il Premio Nobel Mo Yan ha detto che la censura, alla fine, è stata l’occasione per sviluppare il proprio talento…
Ciascuno ha il suo modo di trattare con la censura. Ma non mi piace la condotta di Mo Yan. È inevitabile fare i conti con le limitazioni imposte dal potere. Ma non non si può certo dire che sia la condizione ideale.
Un artista come Ai Weiwei, intanto. continua a denunciare la violazione dei diritti umani in Cina. Che ne pensa?
Lo apprezzo moltissimo.

E’ già alle prese con una nuova opera?
Ho appena finito di girare un docudrama che parla dell’unica concessione commerciale italiana in Estremo Oriente, quella di Tianjin, che è rimasta in vigore tra il 1900 e il 1947. Per lunghi anni è stato una sorta di tabù parlare di come vivevano in queste aree i ricchi occidentali mentre noi eravamo poveri. L’unica parola che usavamo per descrivere  quella situazione era imperialismo. Ora, dopo aver vissuto uno sviluppo “ad alta velocità”, la Cina non è più umile come una volta. Ed è pronta a rivedere la propria storia in una prospettiva più ampia.

da left-avvenimenti

Chinese filmaker Emily Tang against censorship

Perfect life

Perfect life

In Perfect life you “compared” the stories of two very different women, who have many problems of identity and autonomy unresolved. In recent years something has changed for women in China? And in Hong Kong?

 

In the past decades, the rapid economic growth of China has brought a lot of changes to people’s way of living. Chinese people used to live in a stagnated, conservative and self-sufficient social system for such a long period of time. While facing such rapid changes, many peoples find it difficult to adapt to new situation. In the middle of the process, we may be consciously trying to catch up with all these changes, but finally we find out that we are actually in a very passive position, we even confused the purpose of all these changes, or is it worth the pursuit on the origin of our departure.I believe Chinese women suffer even more under such social changes. In the past, their natural duties would be farming, give birth, cooking and housework. In the 1980’s, millions of women left their land and went out for jobs, just like the two women characters in my film PERFECT LIFE. You can treat them as one person, working hard to fight for a better life, but eventually they no longer recognize their own meaning. Move from the poor area to an expensive city, they have to pay the cost and endure the pain. They have to keep struggle without turn back to seek for a imagined “perfect life”. A place called Shenzhen conveys such common dream. It is the shooting place of my film’s ending, near Hong Kong, which is referred as the world’s factory. It has a population of twelve million, over 10 million of them are the migrant workers from the poor area over the big country, and among all these workers nearly 70 percent are women. Without this huge work force, Shenzhen is impossible to change from a small fishing village into a megacity in a few decades. All the glory and merit belongs to the success of opening policy implemented by leader Deng Xiaoping, but who really care about the women workers. They leave their children in the poor countryside, endure loneliness and struggle to survive in a messy city. I attempt to use my camera and capture their inner world being ignored. I am very pleased that they become the hero in my film.

 

All apologies

All apologies

Your new film All Apologies tells the drama of Yunzhen. Is It a new chapter in your cinematographic research on the identity of women?

 

China has implemented the one-child policy for three decades in order to control population growth. This is a matter of last resort. But serious problem arise due to the inhuman way in executing the policy, the officers very often against the will of women, forced them to receive abortion or sterilization. Yunzhen is a representative of victims, I am concerned about the kind of women she lived with her child in the hometown without the presence of husband for long period of time. In accordance with the policy, she has a boy and loses the right to give birth another child. Forced ligation surgery will be implemented to her by the village officers. The two men (a husband and a son) in the family become her everything. But her world collapsed after the son died, especially when the husband learnt that she cannot give birth anymore. Although it is a tragedy caused by a traffic accident, but then we see that the traditional values and demand upon her is the actual force to tease her apart. I have deep sympathy for the character Yunzhen, at the end of the movie, Yunzhen sent a text message to her husband and ask for a divorce. While writing this scene, I was very excited. In accordance with the logic of the character, it must be very difficult for her to make this decision, but I hope my character will say goodbye to sadness and exploitation. In fact, the role of Qiaoyu is most crucial in the film to reveal inequality problem. After the traffic accident, when Yonggui broke into her room and rape her to reproduce a new life to him, she made a seemingly only the oriental women can do under such social context: the surrogate. It is also become the solution for her in order to have the money to pay for the surgery she simply cannot afford for her injured husband. This is a game that I imagined most distorted, the most painful, but the most well-intentioned fertility; or simply a woman to borrow her body for the salvation of others. Some might say that this is not necessary, why not ask for help from law enforcement bodies to protect themselves? I have to say, in China, the laws usually protect bigwigs. If you are the one without much education, struggling at the bottom of society, you don’t have much option after you are in trouble or badly ill. After Qiaoyu’s husband learnt that she give birth a son for Yonggui, he make a decision to take away their only daughter as her lifetime punishment. The scenes are act perfectly and with convinced most Chinese audience. I am hoping to express that in a male-dominated society, men’s selfishness and narrow-mindedness will come out without much constraint.

 

 Monotheistic religions for centuries have oppressed women, painting them like the devil. We imagine that Chinese culture, more secular, offers the possibility of a free and equal relationship between man and woman . Is that right? Wich are the problems in China?

Chinese cultural context is in lack of the sense of religion like Christianity. China built up a rigid feudal system for over two thousand years. The ethics of feudal society has always been patriarchal, for instance, in the past after the man die, his wife cannot remarried. Although this kind of practice is no longer retained, but sexist value still exist and commonly practice in every aspect of our society. Women should take over their own fate, this is the underlying theme in all my past films.

 

 Your way of making films is both poetic and attentive to the reality. How did you find your own way? Did you have some directors, some models, that inspired you?

 

I always comply with my heart to make films, seems like a voice telling me I should make this film and should handle the subject matters this way. I make use of my impulse and basic instincts without hesitation. Unlike most of the film directors in China, I am not professionally trained as filmmaker in film school. I did not study any film genre or theory seriously. Start from the very beginning, I am free of burden. I admire Edward Yang, Antonioni and Angelopoulos.

 

 What Chinese censorship feared about your films?

 

I do not take China’s censorship system seriously. If there is a story or an ideas that you really want to make it into film, I don’t think anyone can stop you. The authority never stop us from shooting a film. I made my first film CONJUGATION ten years ago impelled by strong passion, now it is still black-listed by the authority and cannot be public release in China. ALL AP OLOGIES is a bit complicated, unlike the past films I made, I did not own the copyrights. In order to release the film, I made one modifications: two dialogue lines of Yunzhen were redubbed in order to blur her passiveness for receiving forced ligation surgery.

 

Il premio Nobel Mo Yan

Il premio Nobel Mo Yan

Recently, the Nobel Prize Mo Yan said that the censorship forced him to find a more complex, allusive, fantastic styke in writing. What do you think?

 

All Chinese authors and creators have their thought and have their own way to deal with censorship. I do not appreciate the attitude of Mo Yan. Although all of us have to face the same censorship issue, we cannot think the situation now is as it should be.

 

 Ai Weiwei never gets tired of denouncing the situation of human rights in China . Which is your point of view?

 

I respect him a lot.

 

 Is Art an universal language that allows you to communicate strong contents beyond national barriers?

 

Yes, this is one of the reason I was obsessed with Art. An interesting experience is that I travelled a lot to many difference places due to shooting or presenting my films, in turn, it expanded how I watch the world and myself, and then influenced my films.

 

 Are you working to a new film project?

 

I just finish shooting a docudrama and now in postproduction status. It is about the past Italian concession in Tianjin, China. That concession was setup from 1900 until 1947, the only concession in the Far East in Italy’s history. For many years, it is a taboo for the Chinese people to talk about the details of how Westerners lived in the concessions during that humble period. We only imply a term “imperialism” to describe the whole. While experienced such high-speed economic development, China is not humble anymore, I think it is time for us to review the history with a broader scope. (Simona Maggiorelli)

From the italian weekly magazine Left-avvenimenti

 

 

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Ai Weiwei, il nuovo Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Talento poliedrico fra arte, architettura e scrittura, l’artista cinese impegnato nella lotta per i diritti umani, si racconta in un libro intervista.  Nonostante la censura

di Simona Maggiorelli

stadio di Pechino

Lo aveva immaginato come una costruzione pubblica su cui i cittadini di Pechino potessero arrampicarsi e ballare. Come un edificio dove tutti potessero giocare e scorrazzare a piacimento.

Ma anche come una scultura urbana da godere esteticamente in quel suo elegante e vorticoso gioco di linee che si intrecciano a formare un immaginifico nido del nuovo millennio.

E ferisce che oggi quello stadio di Pechino progettato da Ai Weiwei e realizzato per le Olimpiadi del 2008 con lo studio Herzog & de Meuron sembri il fantasma di se stesso, trascurato e quasi lasciato in stato di abbandono dall’autorità cinese che prima ha celebrato Ai Weiwei come uno dei suoi maggiori talenti e poi lo ha denigrato, calunniato, quasi ucciso di botte per mano i agenti di regime, rinchiuso in una prigione segreta e multato in maniera iperbolica.

Tutto per impedirgli di sviluppare quella sua sfaccettata ricerca artistica – fra arte, architettura e scrittura – che di giorno in giorno si andava facendo sempre più politica e incisiva nel denunciare la mancanza di libertà e di diritti civili di cui soffre il Paese di Mao dove il boom economico non è andato di pari passo alle conquiste democratiche. Che ancora latitano gravemente.

Strumento essenziale di «azione culturale» e di lotta  per i diritti umani era stato anche il blog di Ai Weiwei che, nella Cina dove i social network sono controllati e censurati dal governo, nel 2006 registrava un traffico di un milione di persone. E proprio per questo è stato silenziato. Nell’appassionato libro intervista Ai Weiwei parla (Il Saggiatore) il critico e direttore della Serpentine Gallery di Londra Hans Urlich Obrist ricostruisce quella straordinaria avventura in rete  che vide un semplice blog, non solo diventare strumento di contro informazione, ma anche laboratorio di sperimentazione artistica per il modo originale con cui l’artista cinese componeva i suoi post, fra  scrittura e immagini.

Nello studio di Ai Weiwei

In un flusso continuo di messaggi, che dal 2006 al 2009, è stato un sorprendente diario online, in cui Ai Weiwei spaziava a tutto campo appuntando riflessioni che riguardavano la società («Nel blog parlo spesso delle condizioni di vita della popolazione e dei problemi sociali. Credo di essere l’unico a farlo»diceva nel 2006), ma anche la vita quotidiana nella immensa capitale cinese e le più diverse branche del sapere e dell’arte, con la pronfonda convinzione  dell’assoluta necessità di una azione culturale che sia anche un’azione politica nella società contemporanea. «Siamo la realtà, una parte di realtà che spinge a produrre altra realtà. E’ una dichiarazione di poetica che è anche politica », dice Ai Weiwei a Obrist passando da dichiarazioni di intenti, a racconti personali , a memorie più antico come quando da bambino vide suo padre costretto a bruciare tutti i libri di poesia che aveva scritto. Salvo poi essere riabilitato e celebrato come poeta nazionale dopo la fine della rivoluzione culturale.

Il tempo dice Ai Weiwei è il bene maggiore di cui possiamo disporre e che nessun regime oppressivo ci può togliere, se non glielo permettiamo. Un tempo per immaginare, per pensare, per creare, per dialogare.« La mia filosofia – dice – non è tanto quella del carpe diem, del godere l’attimo, quanto quella di creare il momento» Anche sfruttando le possibilità che oggi offrono i social network

Ai Weiwei

«Un blog è un po’ come scendere in strada e incontrare una donna all’angolo» arrivava a dire da appassionato neofita di Internet sei anni fa. «Le parli, ti rivolgi a lei direttamente. E poi magari si comincia a litigare o a fare l’amore». L’occasionalità in questo caso andava di pari passo con la profondità sviluppando una trama complessa di ricerche. Dal blog, come dalle opere di Ai Weiwei, emerge parimenti il suo talento poliedrico e un profilo, oseremmo dire, da “genio rinascimentale” del nuovo millennio. Che si muove liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E che poi, quasi per caso, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che Ai Weiwei considera alla strague di nuova «scultura urbana» e nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici». Ma qual è il ruolo che Ai Weiwei riconosce alla poesia? «Penso che il compito della poesia sia mantenere il nostro intelletto in uno stadio che precede la razionalità. Permette un contatto puro, diretto con con le sensazioni e i sentimenti. Al tempo stesso però la poesia possiede una forma letteraria molto precisa e potente». E proprio a partire da questa doppia natura della poesia Ai Weiwei stabilisce un nesso ardito con l’architettura: «Oggi mi pare che la poesia ricompaia sotto altre forme- dice- compresa quella dell’architettura. Che per me è stata una scelta del tutto inconsapevole. Si usano i volumi, le dimensioni  e  i pesi e si tenta di esprimere la propria visione dell’arte e della condizione umana. E’ per questo che mi viene naturale».

da left-Avvenimenti

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La nuova via della seta

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Nasce la prima Biennale d’arte Italia-Cina. Che dal 20 ottobre porta a Monza 60 artisti cinesi in dialogo con 60 artisti italiani intorno al tema della natura. Mettendo a confronto le tendenze più vive della ricerca contempoanea, fra Asia ed Europa

di Simona Maggiorelli

Zhengjie Feng

Sessanta artisti cinesi e altrettanti italiani, in un vivo dialogo sul tema del rapporto con la natura, non solo intesa come ambiente, ma anche come natura umana. È la prima Biennale d’arte Italia-Cina che dal 20 ottobre dilagherà nei 3mila metri quadri della Reggia di Monza per poi coinvolgere anche altri spazi a Milano e Palazzo Tè a Mantova. Organizzata da EBLand e diretta da Paolo Mozzo in collaborazione con Wang Chunchen è la prima tappa di un progetto che vedrà nascere una Biennale d’arte Cina-Italia nel Regno di mezzo: «Sono anni che lavoriamo a questa idea, nata visitando decine e decine di studi di artista in differenti luoghi di questo immenso Paese, entrando in rapporto diretto con gli artisti», racconta Mozzo. Proprio dall’approfondimento che nasce dalla conoscenza personale, e non affidandosi solo a galleristi, è emersa la selezione degli artisti cinesi presenti in questa ampia collettiva. Fra loro talenti emergenti e nomi già noti come Chang Xin, Lu Peng, Li Wei e Feng Zhengjie e altri della vivace scena artistica di Pechino (che si irradia dal colossale “fabbrica” espositiva 798.

Le loro opere insieme a quelle di molti altri artisti cinesi – che spaziano fra pittura, scultura, video, fotografia, installazioni, disegno – saranno esposte a Monza accanto a quelle di Pierluigi Pusole, Piero Gilardi,  Maraniello, di gruppi come Cracking Art e veterani della videoarte italiana come Fabrizio Plessi.

L’apertura della manifestazione, in particolare, sarà affidata alla performance di una giovane artista, Lin Jingijing che insieme a un centinaio di volontari cucirà con un filo rosso duemila rose dai petali rosa. «La rosa è nostra vita, subisce lo splendore del costante intreccio della brutalità della vita. In questa performance si cercherà ciò che ci accomuna come esseri umani, il desiderio, la paura, la serietà, l’equilibrio…», accenna la giovane artista cinese. «La poetica naturale è una filosofia spirituale che ha una lunga tradizione in Europa ma gode anche della stessa antica storia, ereditata fino a oggi, nell’orientale Cina», spiega il curatore Wang Chunchen. Che sottolinea: «L’atteggiamento nei confronti della natura riflette lo stato della civilizzazione umana, specialmente oggi». Da qui opere che ricreano in modo contemporaneo la millenaria tradizione cinese di pittura del paesaggio come rappresentazione del mondo emozionale e del movimento interiore dell’artista. Ma anche opere più politiche di denuncia della distruzione che sta avvenendo nel Regno di mezzo, sotto la spinta di una industrializzazione vertiginosa e incurante dei danni ambientali. Ma non solo.

Su Jiaxin

«Attraverso la Biennale la Cina e l’Italia possono intrattenere un nuovo dialogo visivo intercontinentale e unirsi per esaminare il significato dell’arte ai giorni nostri. La mostra accorcia le distanze geografiche e allo stesso tempo si concentra su riflessioni comuni a tutto il mondo», spiega il curatore.

E comune purtroppo, quanto al tipo di estetica praticata da molti giovani artisti nelle megalopoli d’Asia come in Occidente, sembra essere il ricorso a un linguaggio visivo mutuato dalla Pop art con le sue immagini chiassose, fumettistiche, piatte che ci parlano di un mondo globalizzato dove Monna Lisa e Mao Tzetung diventano icone intercambiabili, feticci, figurine svuotate di senso e da riusare a piacimento in opere che, come le tante statuette di Mao, i distintivi e i manifesti di propaganda di partito che affollano i mercati della città vecchia di Shanghai e di Pechino, aboliscono ogni distinzione fra autentico e “taroccato”.

E un gioco sottile fra vero e falso, reale e virtuale, omaggio e insulto, un doppio registro (che del resto aiuta anche a sviare la censura) sembra fare da trait d’union alla complessa e variegata scena dell’arte contemporanea cinese, cresciuta rapidamente negli ultimi venticinque/trent’anni sul vuoto pneumatico determinato dalla rivoluzione culturale di Mao e dagli agenti del Realismo socialista.

Li Wei

«L’opera di disconoscimento e di azzeramento di ogni tipo di libera espressione artistica diversa da quella imposta dalla propaganda comunista è stata sistematica e totale in Cina», commenta il direttore artistico della Biennale Paolo Mozzo.

Poi sul materialismo comunista si è innestato quello del capitalismo di Stato. «Comunismo e capitalismo in Cina hanno trovato questa strana e fortissima alleanza – prosegue Mozzo – che fa sì che senza nessun senso di colpa i cinesi oggi vendano tutti i propri simboli, immagini di Mao e statuette di Budda. Disposti anche a importare e a fabbricare crocifissi se serve per fare business. Un aspetto della cultura cinese rappresenta nella nostra mostra con un’immagine di sintesi folgorante».

Ma accanto al ricorso al kitsch, assicura Mozzo, da qualche anno in Cina si va segnalando anche un filone carsico di ricerca che riscopre l’antica tradizione della calligrafia in opere raffinate e poetiche. Qualche esempio sarà esposto anche a Monza. E con curiosità attendiamo di vederle dal vivo.

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Il realismo visionario di Mo Yan

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

di Simona Maggiorelli

Il premio Nobel Mo Yan

Chi è Mo Yan, il primo scrittore cinese ad essere insignito del Premio Nobel? Innanzitutto un autore che ha sviluppato un proprio stile potente e originale, da alcuni definito “ realismo magico” ( richiamando l’immagine dello scrittore sudamericano Gabriel Garcia Màrquez), ma che forse meglio si potrebbe definire “realismo visionario” per le molte metamorfosi e caustiche mutazioni da uomo- animale (vedi per esempio il padrone che diventa animale ne Le sei reincarnazioni di Ximen Nao) che popolano i suoi poderosi romanzi.

Un realismo visionario che si lega  a un  iperbolico e grottesco materialismo, quasi rabelaisiano. Un tratto satirico profondamente radicato in quella tradizione popolare cinese che da sempre mescola narrazione e crudo  realismo. Ritmata da scene di luculliani banchetti ma anche di feroci massacri, la prosa di Mo Yan si riallaccia agli eccessi dell’epos della tradizione epica cinese.

Sorprendendo e catturando il lettori con spiazzanti storie di animali antropomorfi dotati di parola. Mo Yan ne ha fatto gli elementi di base del proprio vacobalario letterario, riescendo così indirettamente (e senza rischiare troppo con la censura) a parlare della Cina contemporanea. Fra luci e ombre. Ma questo è un livello di interpretazione della prosa di Mo Yan che chiede più attenta esegesi…

A livello più macroscopico realismo e dedizione alla propria terra e al patrimonio culturale orientale fanno di Mo Yan, a 57 anni, uno degli autori più letti in Cina e non solo. Fin dal suo dirompente Sorgo Rosso (Einaudi) poi diventato anche capolavoro cinematografico diretto dal regista Zhang Yimou.

Gong Li in Sorgo Rosso

E se in Cina le reazioni al Nobel sono state di plauso, specie dall’establishment del Partito comunista che a novembre si avvia a uno storico e controversocongresso, Mo Yan è contestato dai suoi coetanei, e da autori cinesi dissidenti e esiliati che lo accusano di essere un uomo di regime. Ricordando, tra molto altro, come in veste di vice presidente dell’associazione nazionale scrittori Mo Yan abbia espunto dalle liste degli autori cinesi invitati alla Buchmesse di Francoforte quelli meno graditi al governo di Pechino.

“Al di là di tutto e Mo Yan resta un grande scrittore che ha scritto il grande romanzo della Cina. Ma certo è innegabile che sia è molto attento a ciò che può o non può essere scritto”,commenta  il sinologo Eric Abrahamsen. Il nome stesso che Mo Yan si è scelto, del resto, rivela questa acuta consapevolezza: alla lettera in cinese classico Mo Yan significa “non parlare”. Una raccomandazione che il Premio Nobel per la letteratura 2012 ha raccontato gli facevano spesso i suoi genitori durante la Rivoluzione culturale. Il suo vero nome di Mo Yan, come è noto, è Guan Moye, Mo Yan è nato nel 1955 in una famiglia di contadini che hanno fatto la fame durante il Grande balzo in avanti (1958-1961). Nella sua città natale nello Shandong, lo scrittore ha trascorso una infanzia segnata da privazioni e si è trovato a dover interrompere la scuola nel bel mezzo della Rivoluzione culturale. E, paradossalmente, fu l’adesione all’indottrinamento a permettergli di perseguire il suo sogno di diventare scrittore. La sua è la storia di molte famiglie di contadini analfabeti cinesi che furono più o meno salvati dall’esercito, dal fatto di essere iscritti al Partito che poi permise a Mo Yan la carriera per diventare uno scrittore.

Nella sua vicenda biografica si è inverata la storia del contadino-soldato-scrittore, in uniforme, che tuttavia è onnivoro lettore di autori occidentali, della letteratura russa, giapponese, sud americana. Sfornando storie e romanzi all’apparenza picaresti Mo Yan, a ben vedere, mette alla berlina la brama di ricchezza che sembra essersi impossessata della Cina, al motto di Deng “arricchirsi è glorioso”; stigmatizza i conflitti sino-giapponesi , allude alla tortura cinese, parlando di macellazione dei suini e lancia strali indiretti alla corruzione dei quadri comunisti ( vedi Grande seno fianchi larghi edito da Einaudi). “Uno scrittore deve esprimere critiche e indignazione per il lato oscuro della società”, ha detto una volta Mo Yan. E coerente con questo assunto, consapevole della autorevolezza e” intoccabilità” che gli conferisce il Nobel, all”indomani dell’annuncio della sua designazione , ha espresso l’auspicio che il Nobel per la pace, l’intellettuale e scrittore Liu Xiaobo, venga presto liberato. Arte del cerchiobottismo, ha commentato più di uno, ma intanto il messaggio nella bottiglia è stato lanciato.

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