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Siviero lo 007 dell’arte che recuperò le opere trafugate dai nazisti

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 9, 2014

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Guerra e dittature da sempre, sono nemiche giurate dell’arte e dell’immaginazione. Anche se eroicamente pittori, scultori e scrittori, hanno sempre cercato di opporsi alla barbarie e al disumano. Ogni regime improntato alle armi e alla violenza, nei secoli, ha sempre cercato di controllare l’irrazionale, stigmatizzandolo come pericoloso e demonizzandolo.

Per Hitler, artista fallito che da giovane aveva tentato la strada della pittura, l’arte d’avanguardia era «degenerata» e per questo doveva essere messa al bando. Così nel suo delirante tentativo di affermare la superiorità dello spirito ariano e dei suoi simboli, la pittura espressionista, ma anche il jazz e altre forme espressive innovative che erano emerse negli anni Dieci e Venti in Francia e in Germania dovevano essere censurate e cancellate dalla storia.

Nel suo limpido ed essenziale saggio L’arte in guerra appena uscito nella collana sms di Skira, Sergio Romano ricostruisce la strategia nazista, volta ad annientare la fantasia di artisti non allineati e definiti “parassiti”, ma anche (con l’aiuto di Goebbels) a razziare opere «di interesse germanico», da «rimpatriare». Un piano che Hitler non mancò di attuare anche in Italia. Mentre le SS sterminavano, depredavano e distruggevano opere di valore inestimabile come, ad esempio, gli affreschi di Andrea Mantegna nella cappella Ovetari a Padova di cui restano solo pochi lacerti insieme ad alcune foto in bianco e nero scattate prima di quel tragico11 marzo 1944.

Sergio Romano

Sergio Romano

In questo triste scenario spiccano alcune figure straordinarie di storici dell’arte e partigiani come Giulio Carlo Argan, che insieme a Palma Bucarelli a Roma, riuscì a mettere in salvo un nucleo importante di opere antiche portandole, a rischio della propria vita, in angoli nascosti di Castel Sant’Angelo. Durante e dopo la guerra – ricostruisce Romano – lavorò intensamente al recupero di capolavori italiani anche un’insolita figura di agente segreto come Rodolfo Siviero, una sorta di colto 007 dell’arte al quale – val la pena di ricordare qui – Francesca Bottari ha dedicato una bella monografia pubblicata nel 2013 da Castelvecchi a cui si aggiunge ora una monografia Skira firmata da Luca Scarlini.

Siviero svolse un importante  lavoro di recupero che, in maniera scientifica e sistematica, oggi è portato avanti dal Nucleo speciale dei carabinieri, impegnato in una lotta quotidiana e impari con tombaroli e mercanti senza scrupoli che continuano a fare soldi a spese del patrimonio archeologico italiano, purtroppo ancora non adeguatamente censito e non sufficientemente tutelato. Tristemente emblematica, da questo punto di vista, è stata la storia di musei di rango internazionale come l’americano Getty che per lunghi anni ha acquistato, in primis tramite un faccendiere di nome Medici, importanti pezzi trafugati in Italia e “ripuliti” dalle vendite all’asta. Una brutta storia venuta alla luce qualche anno fa e che ha coinvolto, oltre al Getty, musei come il Metropolitan di New York e il Fine arts di Boston. La vicenda è stata ricostruita nel 2006 da Cecilia Todeschini nel libro The Medici Conspiracy. Ma è stata ripercorsa poi da Fabio Isman nel libro I predatori dell’arte perduta, il saccheggio dell’archeologia in Italia, pubblicato da Skira nel 2009, un volume che ora forma un ideale dittico con il saggio dell’ex ambasciatore Sergio Romano. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left- avvenimenti

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Mondolfo, Gramsci e la crisi della sinistra oggi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2013

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona  Maggiorelli. Ernesto Longobardi

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona Maggiorelli. Ernesto Longobardi

di Simona Maggiorelli

Il libro della filosofa Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni) ha il merito di riproporci una figura di intellettuale piuttosto rara in Italia e ingiustamente trascurata dagli studi. Una figura di raffinato studioso della filosofia antica che nei suoi 99 anni di vita (Mondolfo era nato a Senigallia nel 1877 e morì nel 1976 a Buenos Aires) non separò mai studi accademici dall’impegno civile, portando avanti la propria ricerca come forma di resistenza antifascista perché tutta volta- basta vedere i suoi scritti sulla pedagogia – a risvegliare il senso critico, a dare strumenti di lettura della storia e del presente ai suoi studenti. Fra i quali a Torino forse ci fu anche Gramsci.

Un lavoro di insegnamento che Rodolfo Mondolfo svolse con grande coerenza, senza soluzione di continuità, prima nelle scuole superiori e poi all’Università di Torino, di Padova (1907) e di Bologna (1913-38), fin quando – dopo aver promosso e firmato il Manifesto degli intellettuali contro il fascismo – nel 1938 fu costretto dalle leggi razziali a cercare riparo a Buenos Aires.

Rodolfo Mondolfo intellettuale dal profilo non comune nel panorama italiano, dicevamo. Anche perché profondamente laico. Un aspetto indigesto all’establishment politico in Italia. Ancora oggi. Basta vedere il desolante mancato sostegno alla candidatura di Rodotà da parte del Pd  Alle giornate della Repubblica delle idee che, proprio qui a Bari, mentre parliano pretendono di mettere insieme scienza e fede.Oppure al neoconfessionalismo dei marxisti ratzingeriani, ovvero Pietro Barcellona e Mario Tronti, intellettuali organici del Pci e che oggi, dopo il crollo delle ideologie, sono diventati organici al Vaticano.

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Rodolfo Mondolfo no. Da socialista e illuminista si oppose sempre a ogni forma di oscurantismo. Andando a spigolare validi anticorpi nel pensieri di filosofi come Giordano Bruno, Feuerbach, e Marx. Del quale – scrive Elisabetta Amalfitano- Mondolfo seppe dare una lettura originale, coniugandolo con Rousseau nel tentativo di superare la scissione cartesiana (fra corpo e mente, fra teoria e prassi). Il tentativo era quello di mettere al centro della propria riflession l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità di bisogni ed esigenze, che riguardano l’alimentazione, il lavoro, la salute, ma anche la formazione, la conoscenza, la qualità dei rapporti dei rapporti umani, la creatività. In questa chiave , ricostruisce Elisabetta , Mondolfo, lavorò all’ipotesi di una via riformista al socialismo, prendendo le distanze da ogni forma di materialismo metafisico e deterministico. E prendendo esplicitamente le distanze per esempio dalla proposta di Antonio Labriola: “Il suo materialismo dimentica che nella storia la realtà vera ed essenziale sono gli uomini”.

La libertà per Mondolfo era importante quanto l’uguaglianza e cercò per tutta la vita di elaborare una filosofia della prassi che riuscisse a coniugare questi elementi. Tacciato di moderatismo dai giovani Gramsci e Gobetti presi dal fuoco della rivoluzione bolscevica, il pensiero di Mondolfo apparve del tutto inattuale ai giovani del ’68 e ai fautori di una lettura strutturalista del marxismo quando, proprio nel ’68, pubblicò Umanesimo di Marx. Ma come ho avuto il piacere di dire anche in un’altra occasione a me pare che – superata quella fase storica – oggi il pensiero di Mondolfo offra invece molti spunti interessanti di riflessione a questa sinistra che ha urgente bisogno di ripensare e rilanciare la propria identità. Elisabetta Amalfitano, in questo suo appassionato libro, ne squaderna molti.

A cominciare dall’idea che la trasformazione sociale che per Mondolfo parte dalla trasformazione interiore degli individui. E dal rifiuto della violenza, in nome invece di una forza della praxis che significa anche resistenza, capacità di reagire, di proporre un pensiero. E ancora.

Lontanissimo dall’essere per la morte heideggeriano, Mondolfo – potremmo dire parafrasando quello che il professor Luciano Canfora ha scritto a proposito di di Arthur Rosenberg ne l’inquietante mestiere dello storico (Ll’uso politico dei paradigmi storici, Laterza) invita alla lotta, con i mezzi della ricerca storica e filologica, contro l’ideologia a base razzistica andata al potere nelle università tedesche nel 1933 e veleno che dilagava anche in Italia.

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Per misurare tutta la distanza di Mondolfo dal pensiero conservatore basta leggere le pagine che Elisabetta dedica alla sua concezione delle masse che nel XXI secolo si sono affacciate da protagoniste sul palcoscenico della storia. Una concezione lontanissima da quella di Lombroso, ma anche da quella di Freud, che sulla scorta di Le Bon, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921 libro molto amato da Mussolini) parlava delle masse come reviviscenza dell’orda primordiale e distruttiva, come lacrima di Batavia che basta che sia colpita in un punto perché finisca in mille schegge, una massa lavoratrice che secondo Freud ha sempre bisogno di un capo carismatico che le dia coesione. E di leggi che permettano la convivenza civile impedendo il fratricidio. Rodolfo Mondolfo, scrive Elisabetta Amalfitano, non aveva questa concezione pessimistica della massa. E per questo rifiutava anche l’idea della necessità di un partito novello principe che imponga dall’alto il cambiamento. Ma qui mi fermo, perché con noi c’è Il professor Luciano Canfora che molto di più può dirci sul rapporto fra Gramsci e Mondolfo.

Intervento introduttivo alla presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni), alla libreria Laterza di Bari, il 20 aprile 2013, con Luciano Canfora, Ernesto Longobardi, Maria Laterza e l’autrice

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Defanti: l’eugenetica non c’entra nulla con la diagnosi preimpianto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

L’eminente neurologo Carlo Alberto Defanti denuncia l’infondatezza delle tesi di chi, acominciare dal ministro della Salute Renato Balduzzi,  vuole proibire la normale diagnosi preimpianto

di Simona Maggiorelli

Carlo Alberto Defanti

Fra i massimi esperti di bioetica e già primario di Neurologia al Niguarda di Milano, Carlo Alberto Defanti è lo specialista che ha avuto in cura Eluana Englaro. Dopo il libro  Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri) ora pubblica per Codice edizioni, un saggio che ricostruisce la storia dell’eugenetica (Eugenetica, un tabù contemporaneo), indagando l’uso aberrante e strumentale che il nazismo fece delle idee di Francis Galtong, cugino di Darwin e fondatore dell’eugenetica.

Professor Defanti, come nasce l’eugenetica?

Nasce in stretta connessione con la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie anche se non c’è un rapporto diretto di derivazione. Francis Galtong, il fondatore, la definì «la scienza che tratta di tutte le influenze che migliorano le qualità innate di una razza e di quelle che le sviluppano per il massimo vantaggio». Allora si temeva che il venir meno del meccanismo della selezione naturale nelle società umane potesse condurre a un declino della specie. Se ne vedevano esempi nella popolazione delle città industriali e nella diffusione dell’alcolismo e della criminalità. Nei Paesi in cui le idee di Galtong si tramutarono in legge, come gli Stati Uniti, i Paesi scandinavi e soprattutto la Germania hitleriana, esse portarono a provvedimenti inaccettabili di sterilizzazione delle persone con ritardo mentale. E ciò ha fatto crescere un discredito del movimento eugenetico, tanto che oggi chi  si oppone a qualsiasi intervento sul processo procreativo, anche se per prevenire la nascita di bimbi con gravi malattie, lo condanna come “deriva eugenetica”.

Il ministro della Salute Renato Balduzzi, politici cattolici  e quotidiani come l’Avvenire dicono, appunto, che la diagnosi preimpianto apre all’eugenetica, cosa ne pensa?

L’eugenetica galtoniana non c’entra proprio nulla. La diagnosi preimpianto è una pratica che la genetica umana moderna ha messo a punto da non molti anni e che viene regolarmente eseguita in molti Paesi europei. Le malefatte dell’eugenetica storica vengono usate per impedire l’accesso delle coppie consapevoli a procedure mediche collaudate e accettate.

Eugenetica

Volere un figlio sano, perché non debba patire inutilmente e morire presto per malattie genetiche devastanti e incurabili, può essere paragonato all’idea nazista di selezione della razza che, come lei scrive nel suo libro, ha dietro  un’idea di morte, di sterminio?

Sicuramente no. Anche qui entra in gioco quello che nel mio libro ho chiamato il ricorso scorretto al “tabù dell’eugenetica”.

La diagnosi prenatale e la diagnosi preimpianto dovrebbero essere considerate esami per la tutela della salute della madre e del nascituro, come accade per l’amniocentesi?

Non ho dubbi su questo, come non ne hanno le principali società scientifiche di genetica umana, che anzi lo suggeriscono nel quadro del counseling genetico delle coppie a rischio.

Ma se la diagnosi prenatale è eugenetica allora dovrebbe essere condannato come tale anche l’aborto terapeutico? 

In teoria con l’aborto terapeutico si ottiene lo stesso risultato che con la diagnosi preimpianto, ma, è ovvio, si tratta di un modo assai meno accettabile per la donna. Il paradosso italiano è che, mentre l’aborto terapeutico è consentito (dalla legge 194), non lo è la diagnosi preimpianto (dalla Legge 40).

Paventando «l’uomo bionico creato in laboratorio», il vescovo Mogavero ammoniva agli scienziati  che secondo l’alto «non dimenticare mai che esiste un solo creatore».

La posizione dei vescovi si rifà all’idea di “lasciar fare alla natura”; in altre parole, mentre la natura è “buona”, l’artificio è cattivo e pericoloso. Ma se fosse così la medicina moderna dovrebbe essere abbandonata, trattandosi di un enorme processo artificiale che, en passant, ha debellato le gravi malattie del passato ed ha contribuito all’allungamento della vita. Certo bisogna essere prudenti e sapere distinguere: ogni intervento sulla vita umana è passibile di essere usato a fin di bene ma anche per scopi non accettabili. Ma condannare in blocco ogni intervento non ha alcun senso.

da left-avvenimenti nunero 36 dell’8 settembre 2012

da La Stampa 12.9.12
L’eugenetica maledetta dal tabù nazista
La disciplina è figlia del darwinismo, ha influenzato scrittori, antropologi e politiche di welfare. Un saggio ne ripercorre la storia
di Oddone Camerana

Fin dal titolo il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti Eugenetica: un tabù contemporaneo. Storia di un’idea controversa (Codice edizioni), evoca l’emarginazione cui è stata sottoposta l’eugenetica storica sul piano conoscitivo. Purgatorio dovuto al fatto di aver identificato riduttivamente quest’idea con la sua manifestazione più clamorosa, il razzismo nazista della prima metà del Novecento. Identificazione che le è costato il prolungato silenzio critico e storico da cui detta idea ha cominciato a uscire solo di recente.
L’aver rinchiuso l’eugenetica nel baule delle vergogne, dimenticando le manifestazioni più problematiche di quell’idea, ha rischiato di favorire chi ha cercato in seguito di seguirne le tracce sotto le mentite spoglie della genetica. Fenomeno, questo, evidente nei titoli di alcuni testi citati da Defanti: quello del sociologo americano Tony Duster Backdoor to Eugenics («La porta posteriore dell’eugenetica») 1990 e un articolo di Diane Paul Is Human Genetics Disguised Eugenetics («la genetica sugli umani è eugenetica camuffata? »). Ma al di là del pericolo descritto, rischio che riguarda l’attualità, sta di fatto che da un punto di vista più generale la lettura della cultura dell’Ottocento e del primo Novecento da cui l’idea eugenetica è stata rimossa perché indegna è una lettura purtroppo impoverita. Per sbagliata e perversa che sia stata, l’idea eugenetica ha comunque mosso una cospicua parte del pensiero otto-novecentesco uscito dal cappotto di Darwin. Lo sconvolgimento prodotto dal naturalista inglese è stato, per ciò che riguarda la perduta centralità dell’uomo rispetto alla natura, pari allo shock prodotto da Copernico per ciò che ha riguardato a suo tempo la perduta centralità del pianeta terra rispetto all’universo. In soccorso dell’uomo privato del suo ruolo tradizionale, smarrito a seguito del fatto di essere stato gettato nel coacervo dell’evoluzione naturale che lo riguardava insieme al resto del creato animale e vegetale, si sono espressi i più celebri nomi dell’eugenetica storica.
In questa luce i testi di scienziati, antropologi, filosofi come A. B. Morel e O. Spengler per limitarci ai pessimisti, o quelli di F. Galton, H. Spencer e G. Vacher de Lapouge e financo i romanzi di E. Zola e H. G. Wells, acquistano peso per la visione eugenetica in cui sono immersi. Il sospetto suscitato dalla teoria evoluzionistica darwiniana che la fase della selezione naturale si fosse conclusa, unito al timore che i meccanismi di protezione dei più deboli potessero sostituirsi alla selezione stessa, inceppando così il motore evolutivo, furono sufficienti ad attivare il darwinismo sociale, potente motore dell’eugenetica. Tra il ricovero in istituti come La Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo dei disabili e il programma eugenetico delle «vite indegne di essere vissute» da eliminare, occorreva trovare una mediazione che facesse dimenticare il patto faustiano tra scienza medica e regime totalitario, la prima bisognosa di autorità e potere per affermarsi, il secondo pronto a offrirlo in cambio di legittimità scientifica.
Ciò detto per quanto riguarda il ruolo determinante dell’eugenetica storica, resta da far presente come non vadano dimenticati i campi di azione in cui quest’ultima fece sentire la sua influenza sebbene in maniera indiretta o in tono minore di quanto non avvenne per il razzismo. Senza il contributo dell’eugenetica storica, infatti, l’intervento dello Stato nell’igiene pubblica, nella sanità e nel welfare non avrebbero preso la dimensione assunta nel corso del tempo. Lo stesso dicasi per ciò che riguarda l’impulso dato alla biologia, alla scienza e alla tecnica, in genere al progresso di cui l’industria e la proletarizzazione delle masse urbanizzate non tardarono a mostrare i volti della degenerazione e della decadenza, gli incubi rappresentati dagli scrittori naturalisti come Zola e Dickens per fare due nomi tra i più noti. Di qui la nostalgia per la perduta purezza delle razze sentita da Gobineau, il senso del tramonto dell’Occidente descritto da Spengler, l’auspicata riforma della Giustizia per fronteggiare l’emersione degli atavismi criminali delineati da Lombroso, il sorgere del bisogno di separare la sessualità dalla procreazione, la voluttà e il piacere dalla riproduzione, come richiesto da Vacher de Lapouge e l’accanirsi del confronto tra natura e cultura, tra qualità innate (ereditate) e ambiente in senso lato.Se il pericolo di rimuovere l’idea eugenetica vale per il passato nei modi sopra descritti, in diversa misura vale anche per oggi sebbene in presenza di un contesto sociale, scientifico e culturale completamente mutato. Se infatti l’affermarsi dei diritti individuali, umani, soggettivi dei disabili e delle garanzie come quella del consenso medico informato da una parte e la realtà dei passi da giganti compiuti dalla biomedicina, dalla genetica dall’altra, sono insieme una rassicurazione che gli orrori razziali trascorsi prodotti dall’eugenetica sono solo un ricordo, questo non toglie che l’idea eugenetica sia del tutto sconfitta. La pratica del counseling genetico, per fare un esempio, può nascondere forme di imposizione demografiche legate alla concessione di licenze matrimoniali vantaggiose. La possibilità della manipolazione della vita resta pertanto una minaccia che il business procreativo è in grado di coprire dietro promesse di qualità della vita. La massima confuciana secondo la quale la vita non inizia prima della nascita lascia molte strade aperte alla biopolitica.

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Kandinsky e la svolta dell’arte astratta

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2012

Al Mar di Aosta una grande mostra indaga il percorso del pittore russo nell’astrattismo. In un modo di dipingere che, dice Gillo Dorfles fu un movimento di liberazione

di Simona Maggiorelli

kandinsky, composizione

In quella svolta fondamentale per l’arte moderna che si realizzò fra Ottocento e Novecento Wassily Kandinsky (1866-1944) ebbe un ruolo di primo piano nell’aprire il canone occidentale alla pittura astratta. Lui che si era formato nella Russia zarista, religiosa e più arcaica e che aveva iniziato a dipingere dopo i trent’anni, fu tra i primi artisti ad avere il coraggio di abbandonare l’esteriorità illustrativa dell’impressionismo; fra i primi a liberarsi dell’ingombrante necessità di riprodurre oggetti riconoscibili, per dedicarsi alla creazione di forme originali, dinamiche, dense di senso, perché nate da un proprio vissuto interiore ( «E’ bello ciò che nasce da una necessità interiore. E’ bello ciò che è interiormente bello» annotava in pagine autobiografiche).

Così, mentre Matisse e Picasso rompevano con il dettato dell’accademia e della pittura da cavalletto per lasciarsi andare a figurazioni deformate e stranamente “scomposte”, Kandinsky – in un inedito confronto fra musica e pittura – prese a sperimentare giochi di forme-colori che nulla avevano a che fare con la mimesi della realtà.

Kandinsky, cupo-chiaro 1928

E’ del 1910 il suo primo acquerello astratto. Ed è del 1912 l’avvio di quella indagine sullo “spirituale dell’arte” che in Russia, dopo una prima vicinanza al suprematismo, lo aveva portato ad allontanarsi da Malevic e dalla sua ricerca della forma assoluta depurata da ogni sentimento, ma anche a prendere le distanze dalla celebrazione della macchina di Tatlin vicino alla Rivoluzione di ottobre e concentrato sulla funzione progettuale ed operativa dell’arte. Un costruttivismo, il suo, che Kandinsky giudicava ottusamente materialistico. Come racconta, dallo scorso 26 maggi e fino al 21 ottobre, la mostra Wassili Kandinsky e l’arte astratta fra Italia e Francia curata da Alberto Fiz nel Museo archeologico di Aosta ciò che interessava al fondatore del Blaue Reiter era poter utilizzare il proprio sentire come strumento di indagine della realtà. La rappresentazione non era lo scopo della sua pittura. Ma la creazione di forme-colore, vibranti, dotate «di un suono interno».

La sfida era, per lui, la ricerca di un effetto sinestetico. Nascono così le sue prime improvvisazioni e più complesse  composizioni. Ma anche tutta quella serie di Kleine Welten (1922) che compongono il vivace portfolio di litografie a colori, di xilografie e puntesecche ora in mostra ad Aosta. Accanto a dipinti a olio come Appuntito tondo (1925), Rosso a forma appuntita (1925), Bastoncini neri (1928) e altri opere coeve provenienti da collezioni private e raramente mostrate in pubblico.

Con lo stilizzato e orientaleggiante Cupo-chiaro sono il cuore di questa esposizione che dedica ampio spazio all’astrattismo geometrico che Kandinsky andò maturando intorno al 1926, anno della pubblicazione di Punto linea e superficie (Adelphi): il testo teorico in cui Kandinsky, dopo essersi occupato a lungo della “psicologia” del colore, comincia a interessarsi alla “psicologia” delle forme, recuperando il valore del disegno e sperimentando un’astrazione fatta di curve, cerchi, triangoli, linee. Forme che si incontrano e talora si compenetrano, sospese, fra contrasti e bilanciamenti, in uno spazio bianco senza profondità.

W.Kandinsky, Balancement,1942

«Usando solo quelle forme che un interno impulso faceva nascere in me, spontaneamente», scriveva il pittore. Se agli inizi l’obiettivo per lui era attingere all’«inaudita forza espressiva del colore», poter esprimere il proprio mondo interiore realizzando «quella promessa inconscia ma piena di sole che vibrava nel cuore», ora poteva creare forme colorate e astratte. Infischiandosene delle convenzioni figurative.

Ma in una direzione del tutto diversa rispetto a Mondrian ossessivamente intento nella ricerca delle strutture logiche e impersonali del reale. L’aver sottolineato con chiarezza questo punto non è l’unico elemento di merito di questa retrospettiva che rilegge l’intera opera di Kandinsky in parallelo con quella di artisti che a lui si ispirarono. In particolare facendo dialogare tele di Dorazio, di Magnelli, del gruppo Forma1 e di Dorfles con l’ultima produzione dell’artista russo, popolata di creature biomorfe che paiono danzare sulla tela. Dal ‘33, avvicinandosi ad Arp e a Mirò, Kandinsky cominciò a dipingere immaginifici organismi e, strani, magnetici geroglifici. E’ questo il  suo periodo meno studiato.  Il più sottovalutato. Fin da quando, fuggito dalla Germania dopo la chiusura del Bauhaus da parte dei nazisti, l’artista russo si trovò del tutto isolato a Parigi, non compreso, giudicato inattuale dai tardo cubisti e dai surrealisti. «Sebbene fosse stimato in tutto il mondo, in Francia era conosciuto da pochi», ricorda la moglie Nina in Kandinsky ed io (Abscondita). «All’epoca il cubismo, dopo un inizio difficile, godeva di una grandissima considerazione. E si cercava in tutti i modi di impedire la concorrenza dell’arte astratta. Oggi so – scriveva Nina nel ‘76 – che Parigi era allora in ritardo di vent’anni rispetto agli sviluppi dell’arte internazionale». Dopo la sua morte Kandinsky sarebbe diventato un punto di riferimento per l’informale in Europa e per l’action painting di Pollock in America, ma il suo ultimo decennio di vita fu di assoluta solitudine, non potendo tornare in Germania dove nel 1935 il nazismo condannava l’avanguardia come arte degenerata. E neanche trovar riparo nella Russia del realismo socialista. «E’ davvero curioso» Kandinsky notava amareggiato «che i nazisti e i comunisti abbiano dimostrato la stessa cecità riguardo all’arte astratta». Una cecità inaccettabile, specie per una cultura che si voleva progressista, sottolinea oggi Gillo Dorfles intervistato nel catalogo della mostra edito da Mazzotta. «La grande novità», ricorda, «fu uscire dalla rappresentazione e dall’oleografia di immagini fotografiche. Finalmente gli spazi della creatività si allargavano a territori fin lì sconosciuti, rompendo con il realismo. L’astrattismo fu un movimento di liberazione».

da left-avvenimenti

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Il cuore nero di Freud

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 15, 2012

In fuga per Londra, il padre della psicoanalisi evitò di portare con sé le sorelle. Che morirono in un lager. Lo ricostruisce in un libro lo scrittore macedone Goce Smilevski

di Simona Maggiorelli

Le sorelle di Freud

le sorelle di Freud

«Non c’è bisogno che tu ti preoccupi. le ambizioni di Hitler sono irrealizzabili» dice Sigmund Freud alla sorella Adolfine, nel romanzo La sorella di Freud (Guanda) di Goce Smilevski. Intanto, con l’aiuto di Mussolini, lui sta per fuggire a Londra. Quel fratello che da bambina le diceva «Non piangere» standole così vicino eppure essendo così lontano, cancellerà ogni sua possibilità di salvarsi dal lager dove morirà insieme alle sorelle Marie, Rosa e Pauline. Da questo episodio censurato dalle biografie freudiane è partito il giovane scrittore macedone (che ha studiato all’università di Praga e e di Budapest) per anni di ricerche. I risultati sono distillati in questo appassionato romanzo dedicato alla memoria cancellata di Adolfine. Un libro da cui emerge un’immagine di Freud, fin da giovanissimo «affascinato dallo spirito tedesco» e che «come Mosè voleva essere un profeta» e «condurre il genere umano alla liberazione dagli oscuri abissi dell’inconscio».

Il 13 maggio Smilevski ha presentato al Salone del libro di Torino per presentare La sorella di Freud.  In attesa dell’uscita del  suo caustico  Conversation with Spinoza, non ancora pubblicato in italiano gli abbiamo rivolto qualche domanda su come è nato questo suo romanzo che scava a fondo nella vita e nel pensiero del padre della psicoanalisi.

la fuga di Freud

la fuga di Freud

Come ha scoperto la tragica storia delle sorelle di Freud e perché ha deciso di dedicare loro un romanzo?

L’idea di scrivere questo libro mi è venuta quando ho scoperto che due fatti strettamente connessi della vita di Freud sono sempre stati trattati separatamente dai suoi biografi. Il primo è che lui poté stilare una lista di persone autorizzate a lasciare Vienna occupata dai nazisti. Il secondo fatto è che le quattro sorelle di Freud sono morte in un lager. Nessun biografo ha mai fatto il nesso. Nessuno ha scritto: sono morte perché lui non ha messo i loro nomi su quella lista. Hanno sempre ricordato che, prima di scappare a Londra, Freud lasciò loro dei soldi ( poi confiscati dai nazisti). Guardandosi dal sollevare domande sul perché non le portò con sé. Come invece fece, per esempio, con il suo medico personale e quello di famiglia, con i domestici, con la cognata e persino con il cane Jo Fi.

Perché i biografi di Freud hanno taciuto secondo lei?

Penso che la ragione fosse una: temevano di rovinare una certa immagine di Freud che avrebbe dovuto far presa su di noi.

Nel libro lei ci mostra Freud intento alla «pulizia rituale dei suoi oggetti antichi come ogni venerdì», mentre le richieste di aiuto di Adolfine cadono nel vuoto. Un padre della psicoanalisi così “freddo” e che si appoggiava al nazifascismo poteva curare la malattia mentale?

Non sono affatto certo che lui fosse in grado di curare i suoi pazienti. Basta leggere il caso di Dora, solo per citarne uno. Freud aveva intuito che l’inconscio fosse il terreno di ricerca, ma non seppe sviluppare e mettere in pratica quest’idea.

In linea con la Bibbia. Freud ha scritto che l’inconscio è originariamente malvagio, perverso. Diceva che l’Es è inconoscibile. Ma pretendeva di aver scoperto l’inconscio. Una feroce contraddizione?

Freud stesso era contraddittorio, non solo nei suoi scritti, ma anche come persona. Lui che andava a cercare i ricordi d’infanzia, per esempio, non provò mai a comprendere ed elaborare il rapporto con la propria madre. Parlava del complesso di Edipo, ma non ha mai spiegato come funzionava nel suo caso. Impose l’analisi nel training psicoanalitico ma lui è l’unico che non vi si è mai sottoposto. Fece solo quella che chiamò autoanalisi. Il risultato fu L’interpretazione dei sogni. Lì menziona sua madre un paio di volte. E in quel quel libro teorizzava il complesso di Edipo. Così mi è venuta la curiosità di studiare i documenti per cercare qualche dettaglio in più del suo rapporto con la madre e con le sorelle, che poi ho messo nel romanzo.

La moderna psichiatria, ma anche Il libro nero della psicoanalisi e i lavori di Masson hanno denunciato la “truffa sul lettino”. Ma in Paesi come la Francia Freud è ancora una specie di santo intoccabile. Perché?

Posso solo dire che per me Freud è stato un gran misogino sostenendo che l’identità delle donne si baserebbe sull’invidia del pene. Poi cercò di giustificarsi dicendo che le donne erano per lui un continente oscuro e sconosciuto. Ma mi colpisce anche il fatto che avesse sentimenti negativi così forti verso gli psicotici. Il continuo intreccio e scambio che c’è fra la sua opera e la sua vita fa riflettere. Inoltre se si leggono i suoi libri e le sue lettere con attenzione si vede quanto lui avesse paura del suo inconscio.

Nel romanzo, però, lei ha scelto di mettere al centro Adolfine, una donna.

La letteratura può gettare un po’ di luce sulla vita delle persone dimenticate. Isaiah Berlin notava che la storiografia si occupa di conquistatori, i governanti, di uomini di potere, ma si scorda delle persone “ordinarie” che, non di rado, danno molto di più allo sviluppo della storia umana. Freud divenne una di quelle persone che contano per gli storiografi quando era ancora nel pieno della vita. Conquistò (o almeno provò a farlo) l’inconscio umano. Con la sua solita megalomania diceva che aveva scoperto la terza ferita dell’umanità. Copernico aveva scoperto che la terra non è il centro dell’universo, Darwin che non siamo nati da dio ma veniamo dalle “scimmie”, e lui diceva di aver scoperto che noi siamo servi del nostro inconscio. Nel mio piccolo ho deciso di non mettere al centro del mio romanzo questa “importante” figura di Freud, facendone piuttosto un personaggio sullo sfondo. Come accennavo a me interessa questa idea che la nostra identità profonda di esseri umani è quella irrazionale e non quella cosciente. Così ho preferito come protagonista una donna, che ha vissuto nell’ombra. Che cosa sappiamo di lei? Che rimase nubile (era una sciagura per una donna dellOttocento). Che accudì i genitori fino alla loro morte. E che fu disprezzata da sua madre.Cos’altro? Alcune foto, qualche lettera a suo fratello e alcune lettere di Freud alla futura moglie Martha in cui dice di amare Adolfine più delle altre sorelle, perché lei è la più sensibile. E alcune righe del libro di Martin Freud su sua zia che ci lasciano l’impressione che la famiglia Freud non la considerasse molto. Questo è tutto. Per me è diventata un simbolo. E ho voluto darle voce.

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La rivolta spagnola

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2012

Una nuova generazione di scrittori spagnoli scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe ala precariato, all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menendez Salmon

di Simona Maggiorelli

Un serial killer, lucidissimo e freddo, è al centro del nuovo romanzo Derrumbe  (Marcos y Marcos) che lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón presenterà il 13 maggio al Salone del libro. Nel folgorante L’offesa che nel 2008 ha rivelato lo scrittore e filosofo spagnolo al pubblico italiano il protagonista è invece un sarto, il solerte Kurt Crüwell, che, arruolato da Hitler si getta nella guerra con slancio. Fino a perdere ogni sentire. E «una gelida mattina Kurt non vede più in faccia l’orrore»: La perdita delle emozioni come perdita di ciò che è più umano è un tema che percorre carsicamente molta parte dell’opera di Salmón. Insieme al tornare a interrogarsi sull’orrore nazista e su come sia potuto accadere.
«Il nazismo è stato una tragedia troppo grande e complessa perché io possa diagnosticarne le cause» dice Salmon. «Gli artisti che l’hanno patito in prima persona come Primo Levi hanno detto che, in realtà, non si riesce a raccontare lo sterminio. Le categorie razionali e la lingua stessa non riescono a dire un tale abisso. Personalmente quello che più mi spaventa del nazismo è la sua ideologia e quel suo ridurre il soggetto ad oggetto, l’essere umano a cosa. I nazisti uccidevano uomini, donne o bambini, come fossero figure, pupazzi, bambole».
Ne Il correttore (2009) lei ripercorre e indaga il pensiero delirante alla base dell’attentato di matrice islamica del 2004 a Madrid. Cosa c’è dietro stragi di questo genere?
Le religioni monoteiste sono, per definizione, intolleranti. Alla base c’è una contraddizione paradossale. Il termine “tolleranza religiosa”, pronunciata da un ebreo, da un cristiano o un musulmano, in pratica è un ossimoro. Nelle differenti Chiese c’è chi cerca di camminare sul filo della dialettica non cadendo nel fondamentalismo. Ma in effetti il discorso degli integralisti religiosi è più coerente con la loro fede. I fondamentalisti islamici che hanno fatto esplodere i treni a Madrid hanno rivendicato un attentato contro gli infedeli; Breivik è un razzista, fondamentalista cristiano che pretendeva di salvare l’Europa dall’invasione islamica. L’essenza ultima della religione si rivela qui come la pazzia di anteporre un’irrazionalità malata all’ intelligenza.
Sempre ne Il correttore lei mette insieme la cronaca dell’attentato dell’11 marzo del 2004 e il vissuto del protagonista, Vladimir, che sta correggendo le bozze de I demoni di Dostoevskij quando l’orrore irrompe dalla tv. Il romanzo permette di andare più in profondità nella lettura dei fatti?
La mia intenzione era mostrare che chi maneggia i discorsi, detiene un potere, ha la possibilità di rimodellare la realtà. E ha a portata di mano l’opportunità di proporre una realtà diversa, o addirittura falsa con effetti sul futuro. Detto questo, mi rendo conto che la letteratura in generale e il romanzo in particolare, hanno un potere enorme. Partendo da un artificio, da una convenzione, da una bugia (la finzione), può far in modo che i fatti raccontino la loro verità.
In quale direzione guarda oggi la nuova letteratura spagnola?
Gli scrittori spagnoli hanno ripensato in profondità la guerra civile e i decenni del dopoguerra, e si deve ancora fare molto. Ma capisco che le giovani generazioni, quelle degli scrittori nati negli anni 70 o 80, stiano cominciando a trovare questi temi un po’ stanchi. Per troppo tempo, l’equazione Spagna=Guerra civile ha condannato la nostra letteratura ad essere una sorta di riserva culturale del dramma che ha avuto inizio nel 1936. Mi pare comprensibile che gli scrittori comincino a guardare anche altrove. Oggi ci sono questioni scottanti sul tavolo dello scrittore, dal fallimento del welfare ai diritti dei lavoratori, sotto il ricatto del precariato e di nuove forme di sfruttamento
La protesta degli indignados ha dato una scossa, perché la sinistra non ha saputo dare una risposta politica?
In piazza c’era gente dai 20 ai 60 anni: lavoratori, universitari, esponenti della classe media, persone provenienti da ambienti culturali molto diversi. Non è stato un movimento apolitico ma apartitico. Questo in parte spiega perché la sinistra non ha preso i voti di questo vasto malcontento. A parte Izquierda Unida, la cosiddetta sinistra in Spagna è un blocco monolitico (il Psoe) più vicino a un liberalismo moderato che a un socialismo vero. L’ottimismo rampante è stato il motore della democrazia sociale spagnola per anni. E ora la sinistra “ufficiale” ha pagato il prezzo del disincanto e dei suoi errori. Il loro esercizio di ipocrisia è stata davvero notevole.

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L’avventura di Joyce Lussu

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2012

Giovane laica e cosmopolita nella Firenze di primo Novecento. Poi partigiana, poetessa, traduttrice e attivista dei movimenti di liberazione. Torna in libreria Portrait, straordinario autoritratto di scrittrice

di Simona Maggiorelli

Come in un romanzo. Ma ancora più potente, perché nelle pagine di Portrait, in rapide sequenze cinematografiche, scorre l’avventurosa vita della scrittrice e partigiana Joyce Salvadori Paleotti. Più conosciuta come Joyce Lussu, dal cognome del marito Emilio, rivoluzionario sardista, leader di Giustizia e libertà e poi ministro negli anni cruciali della costruzione dell’Italia nel dopo guerra.

Una abitudine, quella di chiamare l’autrice di libri come Fronti e Frontiere e come L’olivastro e l’innesto, stroria di un’isola ritrovata con il cognome da sposata, invalsa anche nei manuali di storia della letteratura, ma che rischia di far torto allo spirito indomito di questa donna indipendente, allergica ai dogmi e agli steccati ideologici. (Che accettò di sposarsi con rito civile solo perché suo figlio non fosse registrato come nato da «madre ignota»).
Fino alla sua scomparsa nel 1998, Joyce non smise mai di lottare contro ogni forma di fascismo e di oppressione, continuando a fare ricerca, nel rapporto vivo con le persone, spesso confrontandosi con culture lontane e diverse. Come quando, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, nel dopo guerra, insofferente della burocrazia di Palazzo e verso i salotti romani, seppe inventarsi una seconda vita di traduttrice di poeti africani, arabi e asiatici, riscoprendo un passione nata nell’infanzia trascorsa in una casa «dove c’erano più libri che mobili»; in quella Firenze socialista dove l’azione degli squadristi fu particolarmente violenta.

Joyce all’epoca aveva appena nove anni e nella cartella  nascondeva un pezzetto di carbone per scrivere sui muri «Abbasso il fascio». La scrittrice lo ricorda in questo agile e franco Portrait che, in nuova edizione, con la prefazione di Giulia Ingrao, ha inaugurato la nuova collana “Omero” de L’Asino d’oro edizioni.

In quegli anni maturò anche il suo ateismo, incoraggiato dai genitori, intellettuali democratici di origine inglese (il padre, Guglielmino Salvadori tradusse Herbert  Spenser ed era vicino alle idee di Russell).  Joyce non era battezzata e le avevano insegnato a guardare con sospetto i testi sacri. «In quei libri ci deve essere qualcosa che non va perché hanno fatto ammazzare un sacco di gente», le diceva la madre, Giacinta Galletti.

«Il dogma e l’assoluto- scrive Joyce in Portrait – ci apparivano come segni di arretratezza mentale e civile». E ancor più inaccettabile le sarebbe sembrata ad Heidelberg l’ambigua neutralità e la sottovalutazione del nascente nazismo da parte dei suoi professori ad Heidelberg, a cominciare dal filosofo Karl Jaspers.

Così quella fanciulla che a tavola si lanciava in focose contese con Benedetto Croce smascherando la sua misoginia (e quella di una lunga stirpe di filosofi da Platone in poi) di fronte alla ferocia nazi-fascista decise che non era più tempo di stare a studiare in biblioteca. Ed ecco le pagine più appassionanti del libro, quelle in cui racconta la Resistenza ma anche l’incontro con il carismatico rivoluzionario socialista Emilio Lussu. Il desiderio, la passione, e quella sensazione di incertezza che per la prima volta le aveva fatto sperimentare quell’uomo che le era apparso così diverso dai compagni comunisti , troppo spesso carichi «di maschilismo autoritario e di  una violenza virile che vedeva nel sacrificio proprio e altrui, non un accidente purtroppo necessario e da superare al più presto, ma quasi un valore immanente, una catarsi con coloriture paramistiche che a me, donna, dava una reazione di rigetto»

Joyce Lussu (1938)

E quell’ istintivo rifiuto della misoginia leninista e stalinista, poi  si sarebbe trasformato in pratica politica.  Fra le fondatrici dell’Udi, l’Unione donne italiane, Joyce era solita scompigliare riunioni politiche e comizi, pretendendo, prima di cominciare a parlare, che  i compagni andassero a  prendere le mogli che avevano lasciato a casa. «Più che un pensiero femminista, quello di Joyce era un pensiero femminile. E in questo senso lungimirante e attualissimo», ricorda oggi l’archeologo e restauratore Tommaso Lussu, nipote di Joyce e che ad Armungia  in Sardegna, con generosità ha aperto la casa di famiglia a studiosi e ai ricercatori. «Come attualissima» aggiunge,  «è ancora  la lezione  di laicità che Joyce ci ha lasciato. Ma anche  il suo impegno ambientalista e quello politico di stampo  libertario, tanto che non si volle legare più ad un partito politico dopo lo scioglimento del Psiup nel 1969», ricorda ancora Tommaso.

Senza dimenticare poi quell’impegno poetico e letterario che, di pari passo con il sostegno a movimenti di liberazione africani, la portò a tradurre i versi del poeta e rivoluzionario angolano Agostinho Neto. Ma  anche i versi del curdo  Nazim Hikmet. Con il quale strinse una profonda amicizia. Tanto da riuscire a tradurre le sue poesie, grazie a  una lunga e profonda  frequentazione, pur non conoscendo direttamente la lingua curda.

da left-avvenimenti

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L’inganno del pensiero debole

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2011

Maurizio Ferraris

 Con un convegno a Bonn e una lectio magistralis al Festivalfilosofia, il docente dell’Università di Torino lancia un manifesto per il New Realism. E apre la discussione pubblica

di Simona Maggiorelli

Mentre si annuncia un convegno internazionale che riunirà il Gotha della filosofia a Bonn per discutere della necessità di un New Realism (dopo anni di ammorbante Pensiero debole) anche in Italia si accende il dibattito sulla proposta lanciata dal filosofo dell’Università di Torino Maurizio Ferraris. Che sabato 17 settembre  ne parlerà in una lectio magistralis, in piazza a Carpi nell’ambito del Festivalfilosofia di Modena. Ad ottobre, poi, uscirà per i tipi di Guanda il suo nuovo libro L’anima e l’iPad .
Professor Ferraris, Pensiero debole e Postmoderno hanno imperversato per anni.
Con quanto danno?
I danni sono venuti soprattutto attraverso il populismo, che ha ricevuto un potente anche se in buona parte involontario fiancheggiamento ideologico da parte del Postmoderno. E queste ricadute non hanno riguardato solo le élites più o meno vaste interessate alla filosofia o all’arte postmoderna ma anzitutto una massa di persone che forse di Postmoderno non hanno mai sentito parlare, o quasi, e che subiscono gli effetti del populismo mediatico, compreso il primo e il più grande: la convinzione che si tratti di un sistema senza alternative.

Duchamp Gioconda con i baffi

Il filosofo Richard Rorty diceva che non esiste una realtà, «out there», là fuori. Mentre Gianni  Vattimo in Addio alla verità sostiene che la verità è sempre dispotica. Ora, lui si dice di sinistra, addirittura comunista. Ma come si può trasformare se stessi e la società a partire da un così assoluto nihilismo?
Bertrand Russell raccontava che a una cena una signora gli disse: “Trovo che il solipsismo sia una bellissima teoria, e vorrei fondare una associazione di solipsisti”. Il nichilista che pensa di trasformare il mondo non è meno paradossale di quella signora. Se non c’è verità e realtà come si può capire se si sta trasformando se stessi e il mondo o se invece si pensa solo di farlo? A parte questo autoinganno, c’è un problema più grosso: se c’è una dottrina che sostiene che non ci sono fatti, solo interpretazioni le vittime di soprusi non potranno neppure lamentarsi, chiedere giustizia, organizzare una reazione, appunto perché l’ideologia dominante è che non ci sono fatti e che la verità la si costruisce come la costruiscono certi telegiornali. Così le vittime subiranno senza avere la speranza che, un giorno, giustizia sarà fatta, il che significa che subiranno ingiustizia due volte.
Una rinuncia così totale alla ricerca della verità non rischia di dissolvere ogni ricostruzione storica, obbligandoci a restare muti e inerti di fronte a ogni forma di negazionismo?
Questo è il problema maggiore. Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto ciò che viene assunto come ovvio e viene dichiarato pubblicamente, nasce come esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici: chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Una specie di condono tombale cala su tutte le tragedie dell’umanità.  Certo, Cartesio diceva che una volta nella vita, se si vuol essere filosofi, si deve mettere in dubbio tutto. Ma, appunto, diceva che è una specie di esercizio da farsi una volta sola e in veste di filosofi. Nella vita di tutti i giorni, invece, il dubbio sistematico è una posizione insostenibile (anche gli scettici si scansano se vedono che gli sta venendo addosso un tram), e va a finire che uno dubita solo di ciò che gli fa comodo dubitare.

Barthes e Foucault

A partire dal ‘68 si è registrato uno strano fenomeno: ogni proposta di un pensiero forte sulla realtà umana (anche se radicato nella realtà, anche se sottoposto a verifica) è per la sinistra – specie quella di matrice foucaultiana  – sempre fascista. Perché?
Perché il ‘68 è stato l’estensione al mondo sociale della pratica iper-ironica delle avanguardie. Si trattava sempre di mettere i baffi alla Gioconda, di usare le parole tra virgolette, soprattutto se queste parole erano “verità” e “realtà”. Il colmo l’ha toccato Roland Barthes quando (scherzando ma non troppo) ha detto che «la lingua è fascista», perché ha norme e regole.  A questo punto il vero parlante antifascista sarebbe lo sgrammaticato e l’analfabeta, il vero medico antifascista sarebbe quello che non sa curare!
Derubricare l’adesione al nazismo di Heidegger a scelta privata è lecito? O bisogna aprire gli occhi su quello che molti maestri del ‘68 e teorici del pensiero debole non hanno voluto vedere: ovvero che il pensiero stesso di Heidegger è nazista? E perché i filosofi irresponsabilmente non hanno voluto vedere questa pericolosa consustanzialità?

Heidegger, 1933

Non è assolutamente lecito considerare il nazismo di Heidegger una “questione privata”. Anche perché, come lei dice, il pensiero di Heidegger è consustanziale al nazismo. Molti filosofi di sinistra – ma non tutti, per esempio non Habermas – non hanno voluto vedere tutto questo.  In parte anche perché vederlo non era facilissimo, nel senso che l’adesione al nazismo era presentata come un incidente di percorso superato già nel ‘34 (era l’autodifesa di Heidegger), e i testi di Heidegger che circolavano a sinistra non erano certo il Discorso di rettorato (tradotto molto tardi: in italiano, addirittura nel 1988), ma testi apparentemente più innocui, in cui si diceva che il linguaggio è la casa dell’essere e che l’uomo abita poeticamente. Tranne che poi anche in quei testi emergevano sprazzi inquietanti, per esempio, in un corso su Nietzsche del 1940, un elogio del Blitzkrieg in corso, oppure, nella intervista allo Spiegel del 1966 e pubblicata alla sua morte (Ora in Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda ndr), la tesi secondo cui paragonava la Shoah all’agricoltura meccanizzata. Ma, a prescindere da questi sprazzi, quello che non si è visto in generale, è che il pensiero heideggeriano nel suo insieme è iper-gerarchico, e che l’appello al nichilismo e alla volontà di potenza, l’insistenza sulla Decisione, l’abbandono della nozione tradizionale di “verità”, sono una adesione profonda e non opportunistica al Führerprinzip. Non è privo di ironia il fatto che questo pensiero sia diventato un punto di riferimento essenziale per filosofi che militavano a sinistra e che si volevano anti-autoritari. Anche se tra questi filosofi c’è stato chi come Habermas ha denunciato subito l’equivoco e chi ha lavorato su Heidegger, ma senza rimuoverne i caratteri inquietanti, come ha fatto Derrida (ma è proprio lui che mi ha aperto gli occhi su Heidegger). Vista nell’insieme comunque la ricezione è stata  indulgente talora sino alla cecità.
Il Pensiero debole – dice Rovatti – è nato come critica al potere della metafisica. Ma poi è diventato esso stesso discorso fumoso e astratto. La stessa pratica della decostruzione proposta da Derrida non ha finito per fiaccare ogni ricerca in una continua e sempre rimandata diffrazione del senso bloccandola in una paralizzante indecidibilità?
Il Pensiero debole, la Decostruzione, il Postmoderno, sono cose molto diverse, come sottolineava giustamente Aldo Rovatti, anche se tra loro c’è una “somiglianza di famiglia” e dei temi comuni… Diciamolo con semplicità: è molto più facile decostruire che non costruire, anche se, ne sono pienamente convinto, ogni costruzione degna di questo nome richiede una decostruzione, un momento critico della tradizione, come in effetti è sempre avvenuto tra grandi filosofi: Aristotele ha decostruito Platone, ma se si fosse limitato a questo non sono sicuro che ce ne ricorderemmo ancora. Inversamente, se sono convinto che ci ricorderemo ancora per secoli di questo grande e controverso filosofo che è Jacques Derrida, è perché non è stato semplicemente un decostruttore; è stato anche un grande costruttore, ha lavorato in modo originale e propositivo sulle nozioni di sovranità, amicizia, giustizia. Cosa che ovviamente non si può dire di altri decostruttori.
Intervenendo nel dibattito fra New Realism e Postmoderno, Emanuele Severino sul Corriere della Sera abbozza uno sferzante paragone: «Maurizio Ferraris parla di verità… Anche Benedetto XVI a Madrid ha invitato i giovani a cercare La Verità». Perché la verità dovrebbe essere appannaggio della religione e non degli esseri umani?
Nell’esortare i giovani alla ricerca della verità (si intende, ed è una limitazione che non va trascurata, nel quadro di una “verità superiore”, quella della fede) il papa fa il suo mestiere, così come lo fa quando ricorre all’epistemologia anarchica di Feyerabend per sostenere che Bellarmino non aveva poi tutti i torti nel condannare Galileo. Quelli che secondo me non fanno il loro mestiere sono i filosofi che invitano a dire addio alla verità, o gli epistemologi che sostengono che le teorie scientifiche sono delle specie di “visioni del mondo” senza una particolare pretesa di verità. A questo punto, ovviamente, lasciando il monopolio della verità ad altri. La strategia da seguire, ovviamente, è tutta un’altra: riconoscere quanta importanza abbia, nella vita umana, la verità, e impegnarsi nella sua ricerca e possibilmente nella sua pratica, perché spesso la verità è sotto gli occhi di tutti, solo è difficile da attuare.

Jacques Derrida

Nel suo Ricostruire la decostruzione (Bompiani) si legge: « Il programma del pensiero postmoderno prevedeva la liberazione sessuale, a partire dal progetto di rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari. Ma “l’attivismo sessuale” non ha prodotto liberazione sociale…». Perché secondo lei?
In parte perché è scattato un meccanismo peraltro già studiato da Horkheimer e Adorno. Il sovrano concede al popolo libertà sessuale, e in cambio tiene per sé non solo la libertà sessuale ma anche tutte altre libertà che non sono concesse agli altri. Da questo punto di vista, non c’è niente di più conveniente, anche dal punto di vista economico, della concessione della libertà sessuale. I sudditi se la vedono tra loro, non sono necessarie strutture costose, per esempio buone università (come sarebbe nel caso che il sovrano concedesse al popolo la libertà di studio), e non ci sono ricadute rischiose (per esempio il fatto che i sudditi si stufino del sovrano, come sarebbe nel caso che il popolo si istruisse e prendesse coscienza). In questo senso, l’attivismo sessuale è stato molto più efficace, per paralizzare eventuali prese di coscienza, del panem et circenses, appunto perché non richiede neppure la concessione di pane o di giochi. Basta un discorso pubblico in cui si dice che “le persone a casa loro fanno quello che vogliono”, il cui vero significato è spesso: “le persone a casa loro fanno quello che voglio”.
La filosofia di Derrida è un curioso pastiche di vecchio e nuovo, lei ha detto in un convegno in sua memoria. Aggiungendo che il suo rifarsi alla psicoanalisi «è stato un enorme arcaismo». In Filosofia per dame (Guanda) poi lei scrive: «La psicoanalisi si è industriata a ridurre tutte le colpe a sensi di colpa non facendo un buon servigio all’umanità»…
L’ombra maggiore della psicoanalisi,  a mio avviso, è proprio quella contenuta nel brano che lei riporta: la confusione tra sensi di colpa e colpe vere e proprie, che fa sì ,per uno psicoanalista, Hitler sia essenzialmente uno che ha avuto una infanzia difficile!

da left-avvenimenti del 9 settembre 2011

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Il veleno esistenzialista

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Franco Basaglia

«Vivere gli era diventato intollerabile» si legge in un articolo di  Simonetta Fiori che, su Repubblica,  ha raccontato della morte di un leader storico della sinistra come Lucio Magri. E poi quella diagnosi uscita dalla penna della giornalista che, per mettendosi al posto di uno psichiatra, sentenzia: Lucio Magri aveva «una depressione vera, incurabile». Un convinzione che pare essere diventata granitica negli amici di sempre, i fondatori del quotidiano Il Manifesto, che hanno sostenuto la scelta di Magri di andare in Svizzera per suicidarsi. Pur non essendo un malato terminale.

Qui, senza voler entrare nella vicenda privata di un uomo e di un politico coraggioso come Lucio Magri, forse però si può partire da come la sua storia è stata raccontata sui giornali e dall’entourage di Magri per  tornare a riflettere su certe radici di pensiero che, dagli anni Cinquanta ad oggi, hanno alimentato una cultura dell’«essere per la morte» anche nella sinistra, togliendo ogni speranza di ricerca sulla realtà psichica umana. Pensiamo in particolare a una cultura heideggeriana ed esistenzialista, analoga a quella che portò lo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger a “spingere”al suicidio una sua  paziente, Ellen West, teorizzando che quello era il suo destino, il suo Dasein, il compimento di una libera scelta.

Questa vicenda, mesi fa, è stata ricordata su Repubblica da Pietro Citati non come un drammatico fallimento terapeutico, ma come un caso esemplare di autodeterminazione. Come se non ci fosse differenza fra una persona affetta da una malattia organica e incurabile e una persona malata di mente che gli psichiatri possono e devono provare a curare. Dietro questa ideologia, dove il pensiero nazista e cristiano di Heidegger s’incontra con il nihilismo di Sartre, c’è  con tutta evidenza la negazione della malattia mentale. Che era propria anche del pensiero di Basaglia come di molti catto-comunisti. Cultore di Binswanger, epigono di Sartre, lo psichiatra triestino, con Foucault  pensava che la pazzia fosse una “diversità” e il frutto di uno stigma sociale. E se è ben vero, come scriveva Massimo Adinolfi su L’Unità del 26 novembre, che il basaglismo (come il freudismo del resto) è in rapida estinzione, quella congerie culturale pre e post sessantottina ha esercitato una fortissima influenza su certa intellettualità di sinistra. Il Manifesto ne è stato una fucina, così come Liberazione diretta da Sansonetti. Con lenzuolate che esaltavano Foucault e la sua filosofia antistituzionale, antiscientifica, antiautoritaria e i suoi attacchi alla medicina come paradigma di potere. In nome di un’idea di libertà assoluta, senza il riconoscimento dell’identità umana più profonda, Foucault arrivava a fare l’apologia dell’omicidio-suicidio, della pedofilia e a scambiare per desiderio la triste tanatofilia del Marchese de Sade (vedi  Repubblica del 27 novembre). Quella stessa sinistra ha esaltato Freud, la sua idea di inconscio perverso, quanto inconoscibile, e si è nutrita della sua concezione tragica dell’umano. Ma si è  anche riempita la bocca delle elucubrazioni astratte e dissociate di Lacan e non ha mai voluto vedere l’abisso di violenza psichica che portò il filosofo Althusser, ad uccidere la moglie. L’irrazionale, per la sinistra basagliana e, al fondo, cristiana coincideva tout court con la pazzia. Oppure stando con Sartre si arrivava a dire che l’inconscio non esiste. Per il filosofo de L’essere e il nulla  tutto è mediato dalla coscienza e se la costruzione di sé viene smentita dai fatti, se  quegli ideali utopici che uno si è dato vengono disconfermati dalla realtà, ci si scontra con un’impotenza assoluta al cambiamento. Allora la morte, il suicidio- secondo Sartre – sarebbe pur sempre una scelta.  Un suicidio che sembra auspicato dai “cattivi maestri” che tentano di bloccare la ricerca sulla realtà umana e la cura.

da left-avvenimenti

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I nuovi demoni russi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 16, 2011

 Una interessante  panoramica degli scrittori russi della dissidenza ha sfilato al Salone del libro di Torino, che ha appena chiuso i battenti. Il comunismo sovietico non c’è più, ma i nuovi governi da Eltsin a Putin non si sono affatto dimostrati democratici. E ancora oggi in Russia si muore si osa dire il vero sulla guerra in Cecenia e sulla mancanza di informazione attendibile.

di Simona Maggiorelli

Chagall il suonatore di violino

Oggi la Russia «è un Paese che ha imparato che cos’è la libertà. E questo è impagabile. Ma c’è troppa corruzione e il profitto è diventato un dio». Parola di Sasha Sokolov che con libri-denuncia come La scuola degli sciocchi (Salani) è diventato un simbolo della nuova letteratura russa di opposizione. In sintonia con letterati affermati e maturi come Sokolov,  cercando strumenti per comprendere l’oggi, autori più giovani come Aleksandr Terechov scavano in vicende censurate  come quella di alcuni figli dell’apparato stalinista  che nel 1943 diventarono “lupacchiotti” filo nazisti. (Il ponte di pietra, Edizioni e/o) oppure più direttamente raccontano  come il vuoto lasciato dal crollo dell’ideologia sovietica sia stato riempito dalla dittatura di poteri forti addestrati dal Kgb.

Il volume  12 che hanno detto no. La battaglia per la libertà nella Russia di Putin (Edizioni e/o) curato dal giornalista Valerij Panjuskin ne è un esempio ficcante, raccogliendo dodici testimonianze di intellettuali che denunciano il feroce regime poliziesco e corrotto che attanaglia la vita quotidiana  in Russia.

Intanto non si ferma l’esplosione sanguinosa dei conflitti e l’inferno della guerra in Cecenia. Lo ha raccontato l’esule Nicolai Lilin in una serie di libri dal fondo autobiografico, usciti di recente per Einaudi e molto discussi. Ma a Torino si è fatta sentire anche la voce di Zachar Prilepin, ex membro dei corpi speciali antiterrorismo dell’ esercito russo e autore dell’incisivo e spiazzante Patologie (Voland) che ambienta la sua storia nelle strade della città di Groznyi devastate come nella seconda mondiale.  E al Lingotto c’è stata  anche la testimonianza della giornalista Yiulia Latynina che con coraggio ha raccolto il testimone di Anna  Politkovskaja assassinata mentre stava rincasando una sera di ottobre del 2006 per mettere a tacere il suo lavoro di inchiesta in Cecenia e che accusava Putin e il suo governo.

Anche per evitare problemi con l’attuale governo e con la censura diretta e indiretta, per raccontare ciò che ha visto in Cecenia, Yulia ha scelto questa volta la chiave di una narrazione fantastica nel bruciante Il richiamo dell’onore (Marco tropea editore), in cui appare “trasfigurato” ciò che la giornalista ha documentato nel Caucaso degli anni Novanti e che non ha potuto raccontare nei suoi articoli.

Realismo aspro e crudele e dall’altra parte narrazione fantastica ma non di evasione, mai del tutto avulsa dalla vita concreta. Sono questi  i due filoni di ricerca che oggi sembrano incontrare maggiore attenzione sulla scena letteraria russa.  Che qui di seguito cerchiamo di raccontare anche attraverso le parole del  regista e scrittore Pavel Sanaev. Di fatto a Torino, alla ventiquattresima edizione del Salone del libro andata in scena al Lingotto dal  12 al 16 maggio, le occasioni di approfondimento non sono davvero mancate.

Per conoscere più da vicino queste e molte altre nuove voci della letteratura russa contemporanea. Ma anche per tornare a studiare Dostoevskij, al quale è  stato dedicato un convegno  il 14 maggio con un intervento, fra gli altri, di Andrey Shishkin oppure la poesia di Osip Mandel’stam, la cui opera è stata al centro di una tavola rotonda sulla quale speriamo di poter dare presto ulteriori notizie.

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