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Ai Weiwei denuncia il governo cinese

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2013

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Ai Weiwei SACRED

Ai Weiwei SACRED

Con nude barre d’acciaio recuperate dalle scuole distrutte dal terremoto di Sichuan nel 2008, nel complesso delle Zitelle, alla Giudecca, il cinese Ai Weiwei evoca la memoria degli oltre cinquemila bambini che morirono in quella catastrofe anche perché – accusa l’artista – gli edifici non erano a norma.

A Venezia Ai Weiwei ha ricreato in versione ampliata il suo toccante omaggio, dal titolo Straight, realizzato qualche anno fa in occasione di una sua importante retrospettiva a Washington.

Curata da Maurizio Bortolotti la mostra – aperta fino al 15 settembre e nata dalla collaborazione tra Zuecca Project Space e lagalleria inglese Lisson – ha un dirompente secondo atto nella chiesa di Sant’Antonin dove Ai Weiwei ha allestito S.A.C.R.E.D. (Super, Accusers, Cleansing, Ritual, Entropy, Doubt) squadernando, come fossero stazioni di una laica via crucis, gli 81 giorni di carcere, violenze e torture che l’artista subì nel 2011 in Cina per la sua attività in difesa dei diritti umani.

Dentro scatole nere, attraverso una piccola feritoia, lo spettatore si trova così a spiare scene in cui l’artista viene vessato, interrogato, piantonato a vista, anche in bagno. In chiesa, ribaltando in senso ateo e umanissimo la tradizione della sacra rappresentazione, ripercorre quell’angosciante vicenda kafkiana che, dopo essere stato incappucciato, lo portò dietro le sbarre, senza avvocati, senza chiari capi di imputazione, senza nessun contatto eccetto quello asettico con guardie addestrate a muoversi come marionette prive di emozioni. Come racconta lui stesso allo scrittore Barnaby Martin in Hanging Man (Il Saggiatore), un libro di denuncia, fortissima, ma anche prezioso per comprendere il pesante contesto storico politico in cui, per reazione, alla fine degli anni Settanta nacquero collettivi di rottura come The Stars, di cui faceva parte anche un ventenne Ai Weiwei.

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

«A Pechino il 29 settembre del 1979 The Stars improvvisarono una mostra dei propri lavori appendendoli alle cancellate esterne della China Art Gallery. Fu un atto assolutamente rivoluzionario», scrive Martin. Il rifiuto del realismo di regime, la spinta alla modernizzazione, la sperimentazione a tutto raggio dei linguaggi che caratterizzavano questo eterogeneo gruppo di artisti furono lette dal Partito comunista cinese. come un’azione pericolosa e gli Stars dovettero cercare riparo in esilio. Fu allora che Ai Weiwei andò a New York (dove per caso si trovò a dividere la stanza con  Chen Kaige regista di Addio mia concubina,  e con il violinista Tan Dun!).

Dopo il suo ritorno in Cina nel ‘93 l’artista, anche per sfuggire alla censura, ha sviluppato una poliedrica attività di artista visuale, architetto, blogger, poeta, compositore, mettendo a punto, in particolare, una sua suggestiva poetica di risemantaizzazione degli oggetti quotidiani- sedie, bici, ecc – che, collocati in una nuova prospettiva, gettano nuova luce sull’ordinario, sollevando interrogazioni di senso, riuscendo talora a ribaltare sedimentate e consunte ideologie. «Credo che l’arte sia il veicolo a nostra disposizione per sviluppare ogni idea nuova, per essere creativi, per ampliare l’immaginazione, per cambiare le condizioni attuali», si legge in Weiweismi (Einaudi) la raccolta di aforismi di Ai Weiwei curata da Larry Warsh. «Il mio scopo – dice l’artista cinese –  è sempre quello di ideare una struttura aperta a tutti. Non considero l’arte un codice segreto» . (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco cosa è accaduto a fine luglio 2015

Ai Weiwei

Ai Weiwei

Dopo quattro anni l’artista cinese Ai Weiwei ha riavuto indietro il suo passaporto. Le autorità cinesi glielo avevano tolto quando, dopo essere stato accusato di attività antigovernative, fu aggredito da agenti e recluso in una località segreta per 81 giorni e poi multato per cifre iperboliche. Rilasciato, nel novembre 2013, l’artista cominciò a protestare contro il divieto di andare all’estero a cui era sottoposto. Lo fece mettendo dei fiori nel cestino di una bicicletta posteggiata fuori dal suo studio a Pechino. E annunciando su twitter che avrebbe aggiunto fiori ogni giorno fino a quando non gli fosse stato restituito il diritto di viaggiare liberamente.

Dopo seicento giorni di “flower for freedom” , con un crescente sostegno dell’opinione pubblica internazionale, Ai Weiwei ha finalmente riavuto la possibilità di uscire della Cina. Ora potrà andare a Londra per collaborare alla retrospettiva che gli dedica Royal Academy of Art e che sarà inaugurata a settembre.

E se il gesto da parte del governo cinese è soprattutto teso ad evitare contestazioni durante la prossima visita in Gran Bretagna del presidente Xi Jinping, ciò che conta è che Ai WeiWei ora potrà tornare a lavorare all’estero ed anche a collaborare con artisti, sodali e amici come Anish Kapoor, che hanno sostenuto la sua battaglia di libertà perfino ballando in Gangnam Style .

Ma a Londra potrà riprendere anche il dialogo con Hans Urlich Obrist, direttore della Serpentine Gallery, con il quale Ai WeiWei ha pubblicato un interessante libro intervista, Io Ai WeiWei (pubblicato in Italia da Il Saggiatore) in cui racconta il lavoro artistico, di contro informazione, e di resistenza civile portato avanti dal 2006 al 2009 attraverso un blog che arrivò ad avere un traffico di milioni di persone e poi fu chiuso dalle autorità cinesi.

La mostra alla Royal society sarà l’occasione per conoscere più da vicino il lavoro di Ai Weiwei diventato popolare in tutto il mondo con opere come lo stadio di Pechino, pensato come un gigantesco e immaginifico nido, un vorticoso gioco di linee luminose per eventi pubblici e collettivi e realizzato nel 2008 in collaborazione con lo studio Herzog & de Meuron.

Ai Weiwei si è sempre mosso liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E poi, quasi “per caso”, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che per Ai Weiwei è nuova «scultura urbana» e una nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici».

aggiornamento del 30 luglio 2015: il governo britannico ha negato un visto di sei mesi all’artista cinese Ai Weiwei, perché avrebbe omesso di dire nella nella richiesta di visto che ha avuto una condanna. L’artista ha pubblicato su Istagram la motivazione contenuta nella lettera dell’ambasciata britannica a Pechino con cui respinge la richiesta e concede all’artista un visto di soli 20 giorni. Il punto è che Ai Weiwei è stato detenuto nel 2001 per 81 giorni senza essere stato condannato per un reato.

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Idee da mettere in comune

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 19, 2012

Progetti e sogni da abitare. Ultima occasione da non perdere questa settimana per vedere Common ground, la Biennale di architettura diretta da David Chipperfield che celebra la dimensione pubblica e civile del costruire. A Venezia fino al 24 novembre

di Simona Maggiorelli

Norman foster Biennale 2012

“Common ground”, ovvero terreno comune. È questo il titolo della tredicesima edizione della Biennale architettura di Venezia che, ai Giardini e all’Arsenale, aperta fino al 24 novembre. Un’espressione volutamente polisemica in cui si può leggere l’auspicio di un incontro fra politiche differenti del costruire nel nuovo millennio. Ma anche un riferimento allo spazio pubblico e civile: ambito prioritario del lavoro di progettazione oggi secondo l’architetto inglese David Chipperfield, direttore di questa Biennale che segna un punto di svolta rispetto alle spettacolarizzazioni degli anni scorsi. Morto e sepolto il Postmoderno (l’epoca delle bizzarrie alla Robert Venturi e di un neobarocco che stordisce) ma anche quella di un’architettura tutta virtuale alla Aaron Betsky (che diresse la Biennale “Out of there”), con Chipperfield in laguna si torna a parlare concretamente di progetti attenti alla qualità della vita, alla tutela dell’ambiente e soprattutto alla progettazione urbanistica di città a misura d’uomo. Elegante, chiaro, essenziale, lo stile Chipperfield in architettura non punta a stupire con effetti speciali. Nei suoi progetti cerca di centrare la dimensione umana, senza cancellare le tracce di storia e di memoria. Anche quando è dolorosa. Esemplare in questo senso il Neues Museum che Chipperfield ha “ristrutturato” a Berlino: l’architetto inglese è intervenuto in modo da lasciare visibili le ferite e le fratture riportando alla luce, al tempo stesso, la bellezza dell’edificio storico.

Z. Hadid, Biennale 2012

Nulla viene nascosto. La storia ha avuto un peso, la distruzione rimane visibile, ma diventa traccia, segno di ricchezza, sussunta in una forma nuova, unitaria ed armonica. Ed è questa la cifra complessa, insieme estetica e civile, che Chipperfield ha voluto dare a questa sua Biennale, in cui si ritrovano i nomi di molte archistar, ma chiamati qui a dialogare fra loro, a creare ad hoc progetti per questa edizione 2012 che si è data il compito di interessare un pubblico vasto di cittadini uscendo dall’autoreferenzialità più specialistica. Così ritroviamo la regina dell’architettura futuribile Zaha Hadid, l’autrice del  MAXXI con progetti poco gridati e più poetici e lo studio Norman Foster tornato in una dimensione di eleganza molto inglese. E ancora, sempre pescando nel gotha internazionale dell’architetturacontemporanea, il francese Jean Nouvel, la coppia d’oro dell’arte svizzera Fischli Weiss e lo studio  Herzog & De Meuron che, insieme al cinese Ai Weiwei,  ha firmato progetti come la Serpentine Gallery di Londra, fino alla stessa Kazuyo Sejima, la direttrice della passata edizione della Biennale, nella sua veste più originale di architetto di edifici “leggeri” e un po’ naif.

da left avvenimenti del settembre 2012

 Intanto si scaldano i motori  della BIENNALE D’ARTE 2013 -Massimiliano Gioni è stato nominato direttore artistico della Biennale d’arte di Venezia 2013 che si svolgerà a Vnezia dal primo giugno al 24 novenbre dell’anno prossimo. Classe 1973, Gioni è curatore e critico d’arte contemporanea. Nel 2010 ha diretto la ottava Biennale d’Arte di Gwangiu in Sud Corea, essendone il più giovane direttore nonché il primo europeo. Da dicembre 2007 fa parte dello staff dei curatori del New Museum of Contemporary Art di New York, dove è Capo Curatore e Associate Director. Curatore nel 2003 della sezione “La Zona” per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel 2004 è co-curatore della biennale di arte contemporanea itinerante Manifesta 5 e nel 2006 ha curato la 4. Biennale di Berlino con l’artista Maurizio Cattelan e la curatrice Ali Subotnick. Dal 2003 è il direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Molti sono stati nel frattempo i suoi progetti indipendenti:per esempio  ha fondato la rivista Charley e aperto uno spazio espositivo non profit, la mini galleria itinerante Wrong Gallery, inizialmente allestita nel 2002 a New York e spostata nel 2005 alla Tate Modern di Londra.
Caporedattore di Flash Art a New York dal 2000 al 2002, ha collaborato con le riviste Artforum, Domus, Frieze, Parkett, Rolling Stone, Wired e con le case editrici Charta, Mondadori, Phaidon, Les Presses du Reel e Rizzoli.

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Ai Weiwei, il nuovo Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Talento poliedrico fra arte, architettura e scrittura, l’artista cinese impegnato nella lotta per i diritti umani, si racconta in un libro intervista.  Nonostante la censura

di Simona Maggiorelli

stadio di Pechino

Lo aveva immaginato come una costruzione pubblica su cui i cittadini di Pechino potessero arrampicarsi e ballare. Come un edificio dove tutti potessero giocare e scorrazzare a piacimento.

Ma anche come una scultura urbana da godere esteticamente in quel suo elegante e vorticoso gioco di linee che si intrecciano a formare un immaginifico nido del nuovo millennio.

E ferisce che oggi quello stadio di Pechino progettato da Ai Weiwei e realizzato per le Olimpiadi del 2008 con lo studio Herzog & de Meuron sembri il fantasma di se stesso, trascurato e quasi lasciato in stato di abbandono dall’autorità cinese che prima ha celebrato Ai Weiwei come uno dei suoi maggiori talenti e poi lo ha denigrato, calunniato, quasi ucciso di botte per mano i agenti di regime, rinchiuso in una prigione segreta e multato in maniera iperbolica.

Tutto per impedirgli di sviluppare quella sua sfaccettata ricerca artistica – fra arte, architettura e scrittura – che di giorno in giorno si andava facendo sempre più politica e incisiva nel denunciare la mancanza di libertà e di diritti civili di cui soffre il Paese di Mao dove il boom economico non è andato di pari passo alle conquiste democratiche. Che ancora latitano gravemente.

Strumento essenziale di «azione culturale» e di lotta  per i diritti umani era stato anche il blog di Ai Weiwei che, nella Cina dove i social network sono controllati e censurati dal governo, nel 2006 registrava un traffico di un milione di persone. E proprio per questo è stato silenziato. Nell’appassionato libro intervista Ai Weiwei parla (Il Saggiatore) il critico e direttore della Serpentine Gallery di Londra Hans Urlich Obrist ricostruisce quella straordinaria avventura in rete  che vide un semplice blog, non solo diventare strumento di contro informazione, ma anche laboratorio di sperimentazione artistica per il modo originale con cui l’artista cinese componeva i suoi post, fra  scrittura e immagini.

Nello studio di Ai Weiwei

In un flusso continuo di messaggi, che dal 2006 al 2009, è stato un sorprendente diario online, in cui Ai Weiwei spaziava a tutto campo appuntando riflessioni che riguardavano la società («Nel blog parlo spesso delle condizioni di vita della popolazione e dei problemi sociali. Credo di essere l’unico a farlo»diceva nel 2006), ma anche la vita quotidiana nella immensa capitale cinese e le più diverse branche del sapere e dell’arte, con la pronfonda convinzione  dell’assoluta necessità di una azione culturale che sia anche un’azione politica nella società contemporanea. «Siamo la realtà, una parte di realtà che spinge a produrre altra realtà. E’ una dichiarazione di poetica che è anche politica », dice Ai Weiwei a Obrist passando da dichiarazioni di intenti, a racconti personali , a memorie più antico come quando da bambino vide suo padre costretto a bruciare tutti i libri di poesia che aveva scritto. Salvo poi essere riabilitato e celebrato come poeta nazionale dopo la fine della rivoluzione culturale.

Il tempo dice Ai Weiwei è il bene maggiore di cui possiamo disporre e che nessun regime oppressivo ci può togliere, se non glielo permettiamo. Un tempo per immaginare, per pensare, per creare, per dialogare.« La mia filosofia – dice – non è tanto quella del carpe diem, del godere l’attimo, quanto quella di creare il momento» Anche sfruttando le possibilità che oggi offrono i social network

Ai Weiwei

«Un blog è un po’ come scendere in strada e incontrare una donna all’angolo» arrivava a dire da appassionato neofita di Internet sei anni fa. «Le parli, ti rivolgi a lei direttamente. E poi magari si comincia a litigare o a fare l’amore». L’occasionalità in questo caso andava di pari passo con la profondità sviluppando una trama complessa di ricerche. Dal blog, come dalle opere di Ai Weiwei, emerge parimenti il suo talento poliedrico e un profilo, oseremmo dire, da “genio rinascimentale” del nuovo millennio. Che si muove liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E che poi, quasi per caso, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che Ai Weiwei considera alla strague di nuova «scultura urbana» e nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici». Ma qual è il ruolo che Ai Weiwei riconosce alla poesia? «Penso che il compito della poesia sia mantenere il nostro intelletto in uno stadio che precede la razionalità. Permette un contatto puro, diretto con con le sensazioni e i sentimenti. Al tempo stesso però la poesia possiede una forma letteraria molto precisa e potente». E proprio a partire da questa doppia natura della poesia Ai Weiwei stabilisce un nesso ardito con l’architettura: «Oggi mi pare che la poesia ricompaia sotto altre forme- dice- compresa quella dell’architettura. Che per me è stata una scelta del tutto inconsapevole. Si usano i volumi, le dimensioni  e  i pesi e si tenta di esprimere la propria visione dell’arte e della condizione umana. E’ per questo che mi viene naturale».

da left-Avvenimenti

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Il nuovo volto della Cina

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

di Simona Maggiorelli

Phoenix International Media Center Shao Weiping

Linee sinuose, luccicanti d’acciaio e grandi aperture di luce, attraverso intere pareti a vetri. I palazzi progettati dall’ultima generazione di architetti cinesi offrono una suggestiva visione di leggerezza, sfidando lo skyline con costruzioni immaginifiche, che appaiono come delle gigantesche sculture incastonate nel tessuto urbano. Cercando di emulare le creazioni delle archistar occidentali (da Gehry a Foster a Calatrava) ma con una cifra poetica originalissima, che al nostro inesperto sguardo occidentale richiama affascinanti segni della cultura orientale antica. Così nel Paese che ha già investito oltre un trilione di dollari in nuove costruzioni, le nuove generazioni di architetti cinesi cercano una propria strada, tentando di tenere insieme spettacolarizzazione e una nuova, crescente, attenzione allo sviluppo sostenibile . Un tendenza ben documentata dalla mostra di progetti, fotografie, video, installazioni multimediali aperta dallo scorso 28 luglio al MAXXI. Con il titolo Verso Est. Chinese Architectural Landscape, la rassegna curata da Fang Zhenning, che resterà a Roma fino al 23 ottobre, fa vedere come progetti di architetti occidentali e orientali stiano rapidamente cambiando il volto del paesaggio cinese, specie nelle grandi città, sempre più punteggiate da creazioni futuribili ed evocative. In primo piano al MAXXI trentatré artisti-designer con una quarantina di progetti. Fra loro nomi di grido come Zaha Hadid (con il progetto del complesso polifunzionale di Pechino), Rem Koolhaas (con la la sede della tv di Pechino) e Doriana e Massimiliano Fuksas (con il Terminale 3 dell’aeroporto di Shenzhen). Accanto a loro architetti cinesi emergenti come Wang Shu che ricrea le tecniche tradizionali di costruzione in zone umide o come Qi Xin che progetta eleganti edifici nascosti in paesaggi paludosi. Curiosamente nella selezione dei progetti in mostra non figura nulla di Ai Weiwei, osannato per le sue creazioni ai giochi olimpici del 2008 e poi arrestato per le severe critiche rivolte al governo cinese. Il curatore Fang Zhenning si è giustificato dicendo di voler far conoscere altri progetti di artisti cinesi meno noti, ma l’assenza di Ai Weiwei appare un fatto macroscopico in odore di censura o di autocensura. Intanto il miracolo di un Paese come la Cina che in poco più di trent’ anni ha visto crescere il proprio Pil novanta volte e che all’inizio del terzo millennio ha già conosciuto un decennio d’oro continua a colpire l’immaginazione, per le sue punte di eccellenza, ma anche per le sue molte contraddizioni come fa notare Maurizio Scarpari nel primo volume dell’enciclopedia La Cina appena uscito per Einaudi. Così per toccare con mano quanto sia stato grande il salto culturale compiuto dal Paese di Mao che oggi conta un miliardo e 300 milioni di abitanti, a Roma basta spostarsi dal MAXXI a Palazzo Venezia dove, fino al 15 settembre, sono esposte un centinaio di opere di sei maestri dell’arte moderna cinese provenienti dal National art museum of China (Namoc) di Pechino. Accanto ai ritratti di Ren Bonian si troveranno qui opere di taglio quasi fotografico firmate da Pan Tianshou e opere realiste di Jiang Zhaohe, a testimoniare come il tentativo di superare l’antica e alta tradizione di arte calligrafica cinese, nel secolo scorso, si fosse nutrito di un confronto con l’Occidente, arenatosi in percorsi tristemente imitativi. Quanto alle estreme e d effervescenti propaggini dell’arte contemporanea per conoscerle più da vicino, non resta che attendere (Un)Forbidden City, La post-rivoluzione della nuova arte cinese, che Rossi e Lora stanno preparando con Gao Zhen e Gao Qiang. In occasione della Biennale della via della seta che si terrà ad ottobre a Roma la mostra racconterà le nuove tendenze della scena artistica contemporanea. Compito a cui sta lavorando anche Achille Bonito Oliva con l’attesa rassegna La Grande astrazione celeste sulle trasformazioni dell’arte astratta cinese, dal 1973 agli anni 90 quando con la cosiddetta minimal art si è fatto stretto il rapporto con quella tradizione occidentale che, secondo Abo, sarebbe nata con pittori come Leonardo da Vinci quando scriveva l’arte è “cosa mentale”.

dal settimanale left-avvenimenti

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