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Il potere delle immagini. Cinque saggi di Carlo Ginzburg

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2015

David, la morte di Marat

David, la morte di Marat

«Perché secondo lei metto una data su tutto quello che faccio? Chiese un giorno Picasso al fotografo ungherese Brassaï che era andato a trovarlo allo studio. «Perché conoscere le opere di un artista non basta- rispose lui stesso -. Bisogna sapere anche quando le ha fatte, perché, come, in quali circostanze. Un giorno ci sarà senza dubbio una scienza dell’uomo che cercherà di capire qualcosa di più sull’uomo in generale attraverso l’atto creativo».

Lo storico Carlo Ginzburg riporta questa citazione nel saggio dedicato a Guernica di Picasso, l’ultimo dei cinque che compongono il suo nuovo libro Paura, reverenza, terrore edito da Adelphi. Ma questa citazione picassiana funzionerebbe bene anche come esergo dell’intero volume. Perché in questo suo  nuovo lavoro il docente della Normale di Pisa interroga la storia attraverso le immagini, cercando di leggerne i significati latenti e profondi, che ci permettono di conoscere la realtà umana degli uomini e delle donne del passato più dei datari e delle aride cronache dei fatti.

«Anche le immagini sono un documento, consentono di guardare alla storia di sbieco, da una prospettiva nuova», sottolinea Ginzburg che il 9 settembre 2015 ha presentato questa sua nuova opera al Festivaletteratura di Mantova dialogando con l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

Antonello da Messina Salvator mundi

Antonello da Messina

Dopo Indagini su Piero (Einaudi, 2001) e Tre figure (Feltrinelli), scritto nel 2013 con Settis, Catoni e Giuliani, l’attenzione dello studioso torna a posarsi sull’arte: da un vaso in argento scolpito nel 1530 ad Anversa al Marat di David per arrivare a Guernica di Picasso. Cercando di indagare il senso politico di queste immagini, il messaggio che trasmettono anche attraverso le forme espressive che l’artista ha scelto. Nella prefazione Ginzburg fa riferimento  ad Aby Warburg, che parlava di pathosformeln,ovvero formule del pathos fissate dal canone occidentale, modalità iconografiche precise utilizzate da artisti di epoche diverse per esprimere determinati sentimenti e che ritornano fra costanti o variati (a seconda del talento individuale) lungo secoli di storia dell’arte.

Ma più che l’ossessione tassonomica dello storico dell’arte tedesco – che tentò di curarsi, senza successo, andando a Kreuzlingen dallo psichiatra Ludwig Binswanger – in questo affascinante lavoro di Ginzburg ritroviamo piuttosto la lezione di un conoscitore come Giovanni Morelli che invitava a osservare bene i dettagli più nascosti e l’insegnamento di Roberto Longhi, attento a leggere i rapporti profondi fra l’opera e il contesto storico, culturale e politico.
Così le tensione fra morfologia e storia che Carlo Ginzburg individua ne La morte di Marat di David ci fa scoprire quanto fosse ambigua e solo di superficie la secolarizzazione operata dalla rivoluzione francese.

Picasso, Guernica

Picasso, Guernica

«In questo quadro David riprese il gesto tipico dell’iconografia pagana, fatto proprio da quella cristiana». Dopo lo scoppio della rivoluzione il pittore si ritrovò al centro della scena artistica e politica. «Divenne una specie di coreografo politico, preparò feste politiche e funerali, disegnò sigilli e monete», ricostruisce lo storico. L’assassinio del giacobino Marat il 14 luglio 1793 colpì molto l’opinione pubblica. E David che ne aveva curato il funerale, con questo quadro che citava un gesto dell’iconografia cristiana ne fece un martire, un’icona santificata, creando un’immagine «che parlava il linguaggio classico con accento cristiano». Così il pittore francese siglò la nascita di un vero e proprio culto del giacobino Marat. «Non siamo dunque di fronte a un quadro politico ma ad un atto politico» conclude Ginzburg, citando Thomas Crow che parlava di «un compromesso implicito fra il rifiuto della Chiesa da parte della Rivoluzione e l’ostilità di Robespierre nei confronti dell’ateismo».
coverMa interessantissima in Paura, reverenza, terrore è anche l’indagine che porta Ginzburg a connettere il gesto del Cristo benedicente, che Antonello da Messina aveva mutuato da più antiche immagini del Salvator Mundi, al “dito puntato” nel manifesto di guerra con cui Lord Kitchener chiamava i giovani alle armi, ricorrendo a un gesto precisamente codificato nell’iconografia cattolica e implicitamente dicendo “Dio ti chiama”.
E ancora: studiando un quadro celeberrimo come Guernica (datato 11 maggio 1937), Carlo Ginzburg individua nell’addensata composizione un dettaglio interessante quanto eloquente: «la violenta giustapposizione di antico e contemporaneo operata da Picasso accostando una spada spezzata e una lampadina». E, in effetti, ossimorica appare a tutta prima la sua scelta di un linguaggio classicheggiante, con citazioni implicite di Pegaso e altri miti antichi, in mezzo a un tumulto di figure fatte a pezzi. Ma proprio l’antica spada spezzata potrebbe rivelare il messaggio nascosto di questo murale dipinto su commissione dall’artista spagnolo filo repubblicano e schierato contro l’oppressione di regime.  La presenza di un braccio con la spada evoca antiche statue d’accademia, una vetusta idea di patria e la figura del padre. Segnali non casuali secondo Ginzburg. «La spada rotta, il cui anacronismo è sottolineato dalla presenza della lampadina, suggerisce che di fronte all’aggressione fascista le armi della tradizione sono pateticamente inefficaci».

(Simona Maggiorelli, Left)

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#Majakovskij il poeta suicidato dal regime.

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 23, 2015

Majakovskij futurista

Majakovskij futurista

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare... Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami…Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici». Così Vladimir Majakovskij lasciava scritto prima di suicidarsi il 14 aprile 1930. Ma molti aspetti di quel gesto restano ancora oscuri. Perché quel biglietto d’addio potrebbe essere un collage di versi precedenti. Perché la pistola non era la sua Mauser. Perché c’è chi dice aver visto una scala esterna, poi sparita, che arrivava allo «studio-barchetta» dove fu trovato il cadavere. Perché agli incontri della Lef fondata nel 1923 dal poeta e alle sue serate prendevano parte anche sinistri uomini dei servizi di Stalin. Come Agranov che frequentava – e sorvegliava segretamente – l’intelligencija moscovita. E ancora, perché la versione di Veronika che era con lui quella mattina mostra molte incongruenze. Perché gli amici Šklovskij, Rodcenko, Pasternak, Tatlin, non se l’aspettavano. «Negli ultimi giorni non mostrava alcun segno di disagio psichico, e nulla faceva presagire la tragedia» ricostruisce Serena Vitale nel libro Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi). E molto altro ancora si scopre leggendo questo volume, pieno di indizi che invitano a interrogarsi su quel suicidio. La slavista si è finta “detective”facendo una ricerca a tappeto negli archivi e tuffandosi nei giornali dell’epoca. Ma non si è limitata a scrivere un avvincente libro-inchiesta. La sua prosa incalzante e febbrile invita a riscoprire questo «immenso poeta» che era diventato assai scomodo per il regime stalinista. In testi come La cimice (1928) e Il bagno (1929) Majakovskij stigmatizzava il filisteismo di ex rivoluzionari diventati burocrati e denunciava il ritorno all’ordine che aveva ucciso la bella utopia del socialismo e la ricerca.

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Lui si era gettato con entusiasmo nella lotta di liberazione dallo zarismo, aveva lasciato la Georgia perché non sopportava l’immobilismo della provincia, si era trasferito a Mosca cogliendone i più vivi fermenti politici (finì in carcere a soli 14 anni per attività clandestina) ma anche e soprattutto artistici. A Mosca le novità dell’avanguardia parigina erano più conosciute che nel resto d’Europa, come notava Angelo Maria Ripellino in Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959), e più di recente Remo Faccani nella prefazione a La nuvola in calzoni di Majakovskij (Einaudi, 2012).
La ricerca pittorica iniziata con Van Gogh e Cézanne che con Picasso e Matisse si apriva a un nuovo modo di fare immagini, abbandonando la fredda visione razionale della realtà, era giunta come una onda travolgente anche a Mosca arrivando a lambire l’Istituto d’arte dove studiava Majakovkij (dal quale poi fu espulso). Lui, con un’ardita blusa gialla, nel 1912, si era dato al teatro futurista e cercava forme nuove, fuori dalla rigida accademia. Poi la passione per il cinema, per il foto montaggio, per la grafica e, insieme, l’incontro con l’attrice Lilja Brik che divenne la sua musa e amante, mentre suo marito, il commerciante Osjp Brick, divenne editore pubblicando La nuvola in calzoni. Tre anni dopo, nel 1919, cominciò la loro convivenza, in una kommunalka. «Io ero la moglie di Volodja, lo tradivo come lui tradiva me. E tutte le chiacchiere sul triangolo e sull’amour à trois non hanno niente a che vedere con quello che in realtà c’era fra noi», disse poi Lilja. Majakovskij aveva letto Che fare? di Cernyševskij che metteva in discussione il modello della famiglia borghese e sapeva di Ol’ga Pavlova Lopuchova, antesignana della «donna nuova» che in pieno Ottocento cercava di liberarsi «da secolari catene».

LiljaBrik&Maiakovskij

LiljaBrik&Maiakovskij

«La stessa Aleksandra Kollontaj che lottò per liberare il rapporto uomo donna dal bigottismo si ispirò alla loro vicenda nel presentare un decreto sui danni della gelosia», ricorda Vitale. Ma la sua iniziativa fu ben presto bloccata da Lenin. Nonostante lui stesso, benché sposato, quando era all’estero avesse avuto un’amante. «Il primo provvedimento legislativo che fu preso dopo l’ottobre 1917 riguardava il matrimonio che veniva spogliato di ogni significato religioso ma anche statale, tanto che era facilissimo divorziare. Ben presto però si tornò a celebrare la famiglia tradizionale e negli anni Trenta la Russia diventerà un Paese ultra puritano», nota la scrittrice. Intanto «nel 1919 si era insediata la Ceka, la commissione creata da Lenin e Dzeržinskij “per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”, che operava come una sorta di gladio, di scudo della dittatura proletaria».

Lijia e Vladimir

Lijia e Vladimir

Con l’arrivo di Stalin al potere, la stretta autoritaria diventò una morsa mortale. Non solo per Majakovskij ma anche per molti altri artisti. Al suicidio di Sergej Esenin seguiranno altre sparizioni e casi di morte violenta fra gli scrittori, repressioni, “purghe”. Intanto sul piano dell’arte l’imposizione di un piatto naturalismo come stile di Stato farà sì che gli spazi per Majakovskij si restringano molto. Cominciano gli attacchi, il poeta viene isolato e calunniato. Il perfido Gor’kij (che nel ‘34 figurerà fra i fondatori del realismo socialista) mise in giro la voce che il poeta fosse affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo». È in questo clima che avviene il suicidio.

Ma anche dopo la sua scomparsa il regime non smetterà di accanirsi sulla sua memoria. In risposta ad una lettera a Stalin di Lilja Brik nel 1935, Majakovskij fu imposto nelle scuole come poeta di regime, in versione censurata, adattata, stravolta. Ma già all’indomani della sua morte si erano messi a dissezionarne il cervello. Per studiarlo era stato creato il Gim, diretto dal tedesco Oskar Vogt. Con una cieca ideologia materialista e riduzionista che annullava la realtà psichica e l’identità umana, «la scienza sovietica tentò lungamente di carpire il segreto della grandezza e della genialità. Invano. Né le esangui fettine del parencefalo di Majakovskij fecero la benché minima luce sul mistero della poesia» scrive l’autrice di questo bel libro (e dall’affascinante Il bottone di Puškin, Adelphi).

Mayakovsky-with-Scottie-1924

Mayakovsky-with-Scottie-1924

«Il cervello di Lenin veniva usato come unità di misura. Era l’epoca in cui il positivismo pensava che le sue dimensioni contassero. Oggi sappiamo che non dimostrano nulla. Ma allora in Russia c’era una scuola tedesca che pensava di fabbricare l’uomo nuovo in un modo che ricorda l’eugenetica nazista. Ciò che mi ha sempre colpito – rimarca Serena Vitale – è che dopo quell’intervento gli studi su Majakovskij hanno taciuto. Dopo la riabilitazione postuma, che è stata una sorta di consacrazione, sono rimasti questi cervelli che sono a Mosca, in un museo… degli orrori». Una mummificazione per tentare di ingabbiare Majakovskij, la poesia, l’irrazionale? «Potevano affettare tutto quello che volevano, ma uno la poesia c’è l’ha o non ce l’ha. E Majakovskij era la poesia allo stato puro, incandescente, magma, lava». Perciò prima di scrivere questa inchiesta l’ha tradotto ? «Il Majakovskij che perlopiù si conosce in traduzione è molto sbiadito. Ne trasmettono una versione grigia, ideologizzata. Inaccettabile per me. Poi per cucire questo libro ho usato come filo rosso una passione per Majakovskij che spero di trasmettere. È stato davvero uno dei grandi del Novecento. Era un uomo-poeta, il monumento è ciò che gli si addice di meno».

Capì che una vera rivoluzione ha bisogno di un linguaggio nuovo? «Ebbe questa idea prima della rivoluzione di ottobre, da futurista. Poi cercò di indirizzare questa carica iconoclasta verso qualcosa di costruttivo, mettendola al servizio della rivoluzione. E fu leale. Chi vuole farne una specie di vittima, di dissidente, non dice il vero. Non sopportava che la rivoluzione si stesse impietrendo, in una dimensione di routine, fissa. La «vita dei giorni» per lui doveva essere sempre sulle barricate. La vita tristanzuola, ormai piccolo borghese, non faceva per lui. Ma va anche detto – sottolinea Vitale – che non era facile capire cosa stava accadendo. A parte Pasternak e Mandel’štam, che avevano fiuto politico, in molti non compresero. E Majakovskij non ne aveva. Lui era poesia e rivoluzione, l’ideologia gli era totalmente estranea».

Ma non voleva rinunciare all’idea di un’umanità nuova, basata sull’uguaglianza, al sogno di una società più giusta. «Non voleva rinunciare a quegli ideali. Era come se dicesse superiamo questo momento terribile. Ricorda un po’ Le tre sorelle di Cechov: «Fra cento o duecento anni la vita diventerà più bella». E lui scriveva: «Fra cent’anni io alzerò i miei libretti come il libretto del partito». Il suo requiem è stato il poema A piena voce: era un messaggio al futuro. Se si svegliasse oggi Majakovskij, poveretto! Lui credeva davvero che ci sarebbe stata una società migliore, senza storpi, monchi e mendicanti. Il mio libro nasce per rendergli omaggio, per farlo parlare con i posteri». Oggi si troverebbe davanti Putin che, fra molto altro, ha chiuso il museo Majakovskij. «In questo molta responsabilità ha l’oligarchia di Mosca, perché quel palazzo al centro di Mosca ora vale miliardi. Non oso immaginare cosa potrà accadere a tutte le cose meravigliose che conteneva, libri, documenti, quadri dell’epoca». (Simona Maggiorelli, left)

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William Darlymple vince il premio #Kapuściński con Il ritorno del re

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 11, 2015

Darlymple, il ritorno di un re

Darlymple, il ritorno di un re

Ne Il ritorno di un re, William Darlymple racconta la «prima, disastrosa invasione occidentale in Afghanistan». “Emulata” da Bush. Dopo aver vinto il Premio Hemingway si aggiudica anche il premio #Kapuściński. Lo storico  giornalista e scrittore scozzese è al Festival della letteratura di viaggio a Roma il 12 settembre per ricevere il riconoscimento

Nella primavera del 1839 gli inglesi invasero per la prima volta l’Afghanistan. Guidati da ufficiali in marsina rossa, circa ventimila soldati ingaggiati dalla Compagnia delle Indie orientali si avventurarono in quelle terre impervie e lontane per rimettere sul trono Shah Shuja (1786-1842), pensando che avrebbe aiutato la Gran Bretagna nel contrastare l’avanzata napoleonica verso l’India. Dopo due anni di tatticismi, doppi giochi e mosse sbagliate dettate dalla sottovalutazione dell’altro, quello che era considerato l’esercito più forte al mondo fu sbaragliato dalle tribù afghane, benché mal equipaggiate e in lotta fra loro.
La prima guerra anglo-afghana, conosciuta anche come Auckland’s Folly, fu la maggiore disfatta dell’Impero britannico nel XIX secolo. «Ma non è bastata come monito», rimarca William Darlymple che nel libro Il ritorno di un re (Adelphi) ha ricostruito quella rocambolesca vicenda traendone un volume di oltre seicento pagine che ha il ritmo avvincente di un racconto cinematografico. Per scriverlo, lo storico scozzese ha impiegato cinque anni, in gran parte spesi facendo ricerche su fonti poco o niente considerate dalla storiografia occidentale: manoscritti, lettere, documenti e poemi epici scovati in archivi afghani, russi, indiani e pachistani.
Dalrymple600- shah ShujaDopo libri di viaggio e molti reportage che lo hanno portato a rischiare la vita in territori di crisi, dall’Iran durante la Rivoluzione alla Palestina assediata dagli israeliani, William Darlymple ha composto questo affascinante affresco storico, che ci fa entrare nelle sontuose corti degli ultimi discendenti delle contrapposte dinastie Sadozai e Barakzai. E mentre racconta i teatrali riti di corte con cui il re fantoccio cercava di mascherare la perdita di potere, mentre ci parla di poeti sufi, di grandi calligrafi e miniaturisti, di caravanserragli e di feroci faide fra Sikh e Pashtun, lo scrittore scozzese smaschera il colonialismo inglese, l’intento predatorio della missione basata su un’ideologia utilitaristica che credeva nella natura civilizzatrice del mercato. Al contempo mette in luce il Grande Gioco imbastito dalle potenze europee per il controllo di quella regione che, ancora oggi, non è terminato.
Ladies_cabul1848b«Anche per questo forse Il ritorno di un re ha avuto un successo internazionale maggiore rispetto ai miei precedenti lavori di carattere storico», commenta Darlymple, che a Lignano Sabbiadoro ha ricevuto il Premio Hemingway 2015. «Questa non è una storia di carattere antiquario ma riguarda l’attualità. È cruciale e determinante per il presente. E al tempo stesso ha una trama fantastica, con una qualità epica innata. Sarei stato uno stupido se non fossi riuscito a trarne un buon libro date le premesse. E un irresponsabile viste le conseguenze di quegli eventi, con ripetute invasioni dell’Afghanistan».
Quella volta (era il 1842) in Gran Bretagna tornò un solo sopravvissuto, il resto dei soldati morirono oppure furono catturati. E capita ancora oggi che qualche afghano dica di avere fra i propri antenati un inglese. Darlymple assicura di averne incontrati più di uno durante i suoi avventurosi viaggi in Afghanistan. Perlopiù fuori dalle principali città, nelle gole e nei luoghi selvaggi dove avvennero gli scontri. Con l’unica protezione di un rilevatore satellitare ad alta tecnologia che avrebbe permesso di localizzarlo nel caso fosse stato rapito. Un minuscolo gioiello d’ingegneria che lo scrittore ha poi restituito all’ufficiale inglese che glielo aveva prestato. Felice di non averlo mai usato.

lady-sale-in-the-ilnCosì dopo aver portato i lettori ne La terra dei Moghul bianchi e aver raccontato L’assedio di Delhi, ovvero la storia della rivolta dei soldati indiani dell’esercito dell’India britannica, William Darlymple mostra tutte le complesse sfaccettature di una vicenda e di personaggi che spesso non sono quello che sembrano. A cominciare dallo stesso stesso Shah Shuja che gli inglesi immaginavano come un “troglodita”, conquistabile con qualche spada istoriata e qualche suppellettile, mentre si rivelò essere un uomo colto, che stupiva i rozzi soldati inglesi per i suoi modi eleganti, per la dignità con cui affrontava la mala sorte e l’attenzione che riservava alla moglie Waga Begun, donna niente affatto di secondo piano che si batté poi per la sua liberazione.
Lo stesso Ranjit Singh, il Leone del Punjab che scandalizzava gli inglesi per i suoi disinibiti rapporti con le donne, li sorprendeva con spettacoli di danzatrici, battute di caccia al cervo e visite ai monumenti, ma aveva anche saputo costruire un sistema di intelligence e aveva sburocratizzato il regno.
«Se decidi di scrivere un libro di carattere storico, per prima cosa ti devi mettere alla ricerca di un tema che, pur essendo ambientato nel passato, insegni qualcosa. Che non tratti solo del passato morto e finito, degli uomini che ormai non ci sono più», dice Darlymple. «La storia della prima disastrosa incursione inglese in Afghanistan nel 1839 ci mostra quanto l’avere una mente piena di pregiudizi razzisti apra alla sconfitta. Ma non solo. Ci mostra quanto sia pericolosa l’ideologia occidentale e cristiana» sottolinea lo scrittore. «Ci dice molto delle ferite provocate in Afghanistan da un Occidente cristiano che cerca di imporre le proprie idee di bene e male, i propri costumi, la propria moralità e pregiudizi. E ci fa anche vedere che l’imperialismo alla fine fallisce completamente. Shah Shuja, il sovrano fantoccio imposto dagli inglesi, li fece andare incontro a una totale e storica sconfitta. Tanto che ancora oggi -fa notare Darlymple – i confini dell’Afghanistan sono tracciati là dove i britannici furono battuti. Il moderno Afghanistan, paradossalmente, è figlio di quel disastro. È una lezione che avremmo dovremmo saper leggere».

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

In realtà ne Il ritorno di un re questo significato più profondo della vicenda resta latente. Quello di Darlymple non è un libro a tesi, appesantito da intenti didattici. Tutt’altro. La narrazione, seducente, procede al galoppo come i suoi protagonisti. «Il punto è che mi sono imbattuto in una storia straordinaria dal punto di vista umano, perché i personaggi che la popolano sono estremamente vivi», spiega l’autore. «Le persone che vi presero parte furono donne e uomini eccezionali. Incontriamo personaggi come Jan Vitkevic, un avventuriero polacco che a 14 anni era stato scoperto a scrivere slogan anti russi e fu mandato al confino nelle steppa per poi diventare, ironia della sorte, una grande spia russa nel Grande Gioco; un uomo che rimase affascinato dalla cultura turca e imparò molte lingue fra cui l’arabo, il persiano, le lingue dell’Uzbekistan, del Tagikistan e oltre». Ma interessante è anche la sua controparte: Alexander Burns (cugino del poeta Robert Burns), «una sorta di James Bond ante litteram, ossessionato dal mito di Alessandro Magno». Poi c’è Lord Hockland, «il vice governatore inglese che era più crudele di George Bush e che, come lui, decise di intraprendere una guerra in Afghanistan senza sapere nulla del Paese. Sono personaggi – dice Darlymple – con cui ho convissuto per tre anni. Quando scrivi un libro diventano i compagni con i qual parli, con i quali vivi quotidianamente. Non mangiavo con loro ma certamente ce li avevo in testa di notte, nei miei sogni».
Ma fra i tanti protagonisti di questo libro, indimenticabile è anche il disertore James Lewis che, sfuggito al servizio militare della Compagnia delle Indie, si era stabilito a Kabul con il falso nome di Charles Masson, diventando il primo esploratore dei siti archeologici afgani. Salvo poi essere scoperto da Burns e costretto a fare l’informatore segreto per gli inglesi insieme a un buon numero di veterani napoleonici francesi e italiani. Il nome di Masson oggi resta legato alla sezione dei reperti afgani del British Museum.

William Darlymple

William Darlymple

Mettendosi sulle sue tracce William Darlymple è andato nei siti archeologi sopravvissuti miracolosamente alle guerre, visitando tesori come il Mausoleo di Tamerlano ed entrando nella cittadella di Herat, restaurata da Jolyon Leslie. «L’Afghanistan ha una straordinaria storia dal punto di vista dell’arte, nata dall’incontro di culture diverse» dice lo scrittore. Nel XV secolo, in particolare, ha vissuto un’epoca di grande Rinascimento, paragonabile per importanza a quella fiorita qui in Italia. Herat era comparabile a Firenze, c’era un’Università che era stata fondata dalla regina dove si trovavano i maggiori studiosi, c’erano pittori e miniaturisti di genio, ma molte delle loro opere sono andate perdute. L’Afghanistan è stato per secoli il pomo della discordia, preda di tantissime guerre, prima fu conquistato dai Moghul, poi dagli inglesi, dai russi, dagli americani, e dai talebani. Oggi è un Paese davvero molto povero e ferito». Ancora negli anni 50 e 60, Kabul aveva università e fiorenti centri di studi, «quella di oggi» denuncia Darlymple «non è che l’ombra della città che era una volta: il misticismo sufi, per esempio, è stato contrastato dai wahabiti che ne hanno impedito l’esistenza e lo sviluppo». Gli americani alla fine non hanno fatto altro che ripetere gli errori commessi in passato? «Volendo fare un paragone, bisogna considerare vari aspetti. L’esercito che invase l’Afghanistan nel 1839 non era un esercito nazionale, ma di una corporazione internazionale, era l’esercito delle Indie orientali, veniva gestito da un piccolo ufficio a Londra, non era un colosso come Google o i gestori della telefonia mobile, ma aveva iniziato l’attacco all’impero dei Moghul, aveva avviato la guerra dell’oppio con la Cina e indirettamente alla guerra di Indipendenza americana. Il motivo per cui si mosse era il profitto» ribadisce Darlymple «e solo quello. Nel 2001 apparentemente c’erano delle credenziali umanitarie, almeno una parvenza».

Ma occorre notare anche delle analogie fra la prima invasione inglese e quella americana. «Nel 1839 gli inglesi imposero un sovrano fantoccio, era il capo dei populzai, e nel 2001 è stato imposto Harmid Karzai, che era il capo della stessa tribù di Sha Shuja. Oggi come allora gli stranieri sono stati messi in scacco da tribù difficili da controllare. E si è determinata la stessa suddivisione: le città in mano all’esercito americano e le zone fuori in mano alle tribù, ma anche preda della violenza talebana». ( Simona Maggiorelli, left)

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Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

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Ladakhi-women

Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

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Evan Gorga e il sogno di un collezionista bohémien

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2014

frammento di marmo, collezione Gorga

frammento di marmo, collezione Gorga

Tre anni fa l’ex direttore della National Gallery di Londra Neil MacGregor ha scritto una sorprendente Storia del mondo in cento oggetti (in Italia edita da Adelphi). Riuscendo a tratteggiare affascinanti ritratti di epoche e culture lontane attraverso la “descrizione” di un centinaio di pezzi d’arte, scelti nelle vaste collezioni di arte antica del British Museum.

Dal pilastro indiano di Asshoka del 238 a.C. a una tazza cinese della dinastia Hann, dalla calligrafia turca di Solimano il Magnifico della metà del Cinquecento ad una quattrocentesca coppa di giada con drago proveniente dall’Asia centrale e oltre…

Per quanto MacGregor parli di opere diversissime, giunti alla fine delle sue settecento pagine, l’immagine che resta nella mente è quella di un saggio con un preciso metodo e stile, ma anche compatto e unitario. Come se quegli oggetti così differenti fra loro per tradizione, cultura, significato, estetica, alla fine, fossero perle cangianti di un’unica collana, tasselli che vanno a comporre un’opera nuova, da cui emerge nitida la personalità e l’identità dell’autore.

Gavalli in terracotta, collezione Gorga

Gavalli in terracotta, collezione Gorga

Il libro di MacGregor è, in certo modo, il prodotto alto e aggiornato di una lunga tradizione di collezionismo colto e curioso che dalla Wunderkammer, zeppa di oggetti esotici e rari, arriva fino al collezionismo di artisti di oggi , come Rauschenberg o Arienti, capaci di fare creazioni nuove a partire dall’assemblaggio di frammenti o di opere altrui e “citazioni”.

A metà strada fra l’assoluta bizzarria dello studiolo fiorentino di Francesco I e il museo immaginario di Malraux si situa la sterminata collezione del tenore Evan Gorga (1865-1957) entrato nella storia dello spettacolo come il Rodolfo della Bohème di Puccini diretta da Toscanini nel 1896. Ma anche come collezionista d’arte e di strumenti antichi.

Nell’epoca della grande esposizione universale e mentre i lavori per Roma capitale portavano alla luce infiniti tesori dal sottosuolo, Gorga divenne anche uno dei maggiori collezionisti di reperti archeologici. Non tanto di marmi e opere preziose quanto di raffinati oggetti antichi. Come racconta la mostra Evan Gorga, il collezionista, allestita nelle sale di Palazzo Altemps a Roma fino al 4 maggio 2014 (catalogo Electa), Gorga era attratto soprattutto da resti di manufatti, vetri, oggetti decorati, ma di uso quotidiano.

Evan Gorga

Evan Gorga

Nelle addensate teche allestite in Palazzo Altemps si scoprono così frammenti di decorazioni, stoviglie e lacerti di affreschi.

Pezzi minori, oseremmo dire, ma in sé straordinariamente suggestivi come un vetro levigato dal mare o una porcellana finemente lavorata; oggetti che si rivelano di grande valore oggi per lo studioso di storia materiale e quotidiana di tempi antichi, di cui questi 40mila pezzi sono un segno, una traccia, che aspetta di essere interrogata per rivelare la propria vicenda.  Gorga voleva dare vita a un “museo della storia universale”, ma i debiti fermarono il suo progetto utopistico. Che la mostra di Palazzo Altemps, curata da Alessandra Capodiferro direttrice del museo, invita a conoscere. Anche attraverso una serie di conferenze: il 19 gennaio l’archeologa Beatrice Palma ha ripercorso la storia che va dalla camera delle meraviglie al nascita del museo. Il 26 gennaio, lo scrittore Emanuele Trevi confronta differenti tipi di collezionista da Benjamin, a Chatwin a De Wall.  (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left-avvenimenti

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Dal Magma tante idee

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2013

MagmaFasci di luce colorata disegnano paesaggi fiabeschi sui muri secolari della ex fonderia dell’Ilva a Follonica, nel grossetano. Un luccicare di foglietti di metallo dorati evoca l’immagine del fuoco che nel forno di San Ferdinando è stato alimentato da molte generazioni di operai, tra il 1818 e la seconda metà del secolo scorso. Fra gli anziani della Maremma la memoria del lavoro in questo complesso siderurgico è ancora forte e alcune testimonianze videoregistrate fanno arrivare anche a chi visita oggi questo reperto di archeologia industriale la vita collettiva che animava questi luoghi, da poco diventati spazio espositivo. Nell’antico edificio (risalente al XV secolo) e intorno alla fornace accesa all’epoca del Granduca Ferdinando, e ormai spenta da tempo, è cresciuto il Magma – Museo delle arti in ghisa della Maremma che rilancia l’identità del territorio e dà voce ai tanti che hanno lavorato fra queste mura.
Storia del lavoro, antropologia, cronaca locale, ma non solo. Perché grazie al raffinato progetto di recupero firmato dagli architetti Barbara Catalani, Marco Del Francia e Fabio Ristori (che hanno vinto la gara pubblica nel 2007) il Magma si presenta anche come un luogo d’arte e di installazioni multimediali che ricreano il passato in un racconto per immagini assai suggestivo. Aspirando in futuro a diventare anche laboratorio creativo e centro di produzione culturale. Da fonderia della vena elbana per la ghisa a fucina di idee, insomma. Il Magma fa vedere concretamente che cosa potrebbe diventare quel patrimonio di archeologia industriale sparso per la penisola e che, perlopiù, sta andando in malora.
Com’era quel paesaggio industriale negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il design e l’architettura d’avanguardia incontravano la migliore imprenditoria italiana, lo documenta la mostra La Rinascita, aperta fino al 3 novembre in palazzo Mazzetti ad Asti (catalogo Skira), proponendo, fra l’altro, i progetti di Carlo Scarpa per i villaggi Eni e immagini del canavese riprogettato da Olivetti. Come sono diventati molti complessi industriali nel frattempo dismessi lo racconta, invece, Giancarlo Liviano D’Arcangelo nel suo bel libro reportage Invisibile è la tua vera patria pubblicato da Il Saggiatore.
Dalle ciminiere corrose di Taranto, dalla sbrecciata Zisa di Palermo (un tempo rigogliosa casba) a quel gioiello di vetro e di luce che era la fabbrica olivettiana ad Ivrea. In questo viaggio attraverso la penisola Liviano D’Arcangelo fonde inchiesta, memoir, diario, racconto letterario facendo tornare alla mente del lettore uno scrittore come W.G. Sebald e il suo Gli anelli di Saturno  (Adelphi). E in questo pellegrinaggio in cerca di reperti di archeologia industriale sono spesso incontri di forte impatto, anche emotivo. Come quando il giornalista e scrittore, in Puglia, raggiunge una masseria «un tempo bellissima, che è stata inghiottita dall’Italsider quando era già morente». E più avanti: «L’ area della cava è un paesaggio lunare…Il risultato è un enorme pattumiera piena di scorie in lavorazione».  Dal Sud al profondo nord la narrazione civile di Giancarlo Liviano D’Arcangelo è punteggiata di «rovine ribollenti appena sfornate e prive delle carezze del tempo». (Simona Maggiorelli)

da left avvenimenti

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L’arma segreta del principe Akbar

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2012

 di Simona Maggiorelli

Cosmopolita, aperto al dialogo  “interculturale”, il principe Akbar nell’India del XVI e XVII secolo intuì il valore dell’arte e il potere delle immagini come strumento di comunicazione e per conquistare   una vera egemonia. Una mostra a Roma ricostruisce la straordinaria storia del discendente di Gengis Khan  

Si racconta che non avesse mai imparato a leggere e scrivere. Forse anche per una grave forma di dislessia. Ma che fosse riuscito comunque ad acquisire un sapere vasto e profondo coltivando rapporti vivi e costanti con i maggiori sapienti della sua epoca, da quando divenne terzo imperatore della dinastia Moghul alla metà delCinquecento.

Cosmopolita, grande mecenate d’arte e aperto alle culture di altri Paesi ma anche alle religioni diverse dall’Islam (che professava senza costringere nessuno a convertirsi) il principe imperiale dell’India Jalaluddin Muhammad regnò su un’area che andava da Kabul in Afghanistan a Dacca nell’attuale Bangladesh. Il suo grande merito, la sua “arma segreta”, per tenere insieme un regno così vasto fu quello che oggi chiameremmo “dialogo interculturale”. Avendo intuito l’importanza delle immagini per conquistare l’egemonia in un mondo ancora largamente analfabeta, chiese ai migliori artisti indiani di realizzare pitture e sontuosi codici miniati, sculture e tappeti dalle trame complesse e splendenti di colori. Fu così che, diventando raffinato committente d’arte, questo discendente di Gengis Khan (1162-1227) e di Tamerlano (1336-1405) divenne il principe Akbar: alla lettera “Il più grande”, «assumendo quell’attributo che nel mondo islamico era riservato solo a dio», come racconta l’orientalista Gian Carlo Calza, curatore della mostra Akbar il grande imperatore dell’India (catalogo Skira) aperta fino al 3 febbraio in Palazzo Sciarra, sede della Fondazione Roma Musei.

Un’esposizione che raccoglie in un percorso fortemente scenografico una selezione di più di cento capolavori pittorici realizzati nell’Asia del Sud fra il Cinquecento e il Seicento insieme a oggetti intarsiati in madreperla e pietre preziose. A scandire il ritmo delle sale, versi tratti da poesie Sufi e racconti dal Libro di Akbar (la principale fonte di cui disponiamo), ma anche oasi multimediali nascoste dietro tende rosse, per evocare l’articolazione degli spazi di una raffinata corte viaggiante del XVI secolo. Della tradizione mongola il principe Akbar aveva mantenuto lo spirito libero e nomade, spostandosi di continuo lungo i vasti territori del suo impero che verso sud arrivava a lambire le terre birmane.

Le cinque sezioni della mostra ci raccontano la ricchezza culturale della vita a corte, la concezione pacifica e tollerante del governo e della politica che aveva Akbar, i miti e le religioni diffusi in questo regno guidato da un re musulmano ma che sposò varie principesse induiste e che, accanto alla maggioranza indù, lasciò che crescessero comunità zoroastriane, gianiste e perfino cattoliche, con gesuiti che a più riprese cercarono di convertirlo senza ottenere alcun successo. E se una nutrita serie di pitture ci mostrano il principe Akbar a colloquio con saggi e santoni, alcune rare tele rappresentano, in uno stile depurato da ogni tenebrismo cristiano, episodi dell’Antico e Nuovo Testamento.

Omaggi che il sovrano Moghul offriva ai culti altrui, con quella curiosità verso altri popoli e tradizioni che connotava da sempre la storia mongola . La stessa che spinse Tamerlano ad ospitare a corte mercanti-viaggiatori occidentali come il veneziano Marco Polo. E che, prima ancora, aveva spinto Gengis Khan a interessarsi talora alla cultura dei popoli su cui trionfava con le armi.

Niente affatto rozzo e brutale come lo vorrebbe la storia occidentale, seppur fosse un fiero guerriero che sdegnava ogni “etichetta”, Gengis Khan si avvicinò perfino a raffinate filosofie come quella taoista, grazie all’incontro con il filosofo cinese Changchun, di cui stimava lo spirito di indipendenza e la continua ricerca, come ha ricostruito uno dei massimi orientalisti del secolo scorso, il francese René Grousset nel suo suggestivo Il conquistatore del mondo riproposto nel 2011 da Adelphi. A ben vedere incontri con “mondi lontani” punteggiano tutta la storia dei Mongoli, popolo nomade per antonomasia, che incurante del valore della proprietà privata, è passato alla Storia come responsabile di feroci razzie, ma che di fatto fin dal XIII secolo fu l’artefice della fine dell’isolamento asiatico instaurando fruttuosi rapporti con la Cina e con l’Europa. L’ascesa dei Mongoli e poi il regno Moghul che ne raccolse l’eredità, come ci aiuta a comprendere il denso volume I Mongoli (Einaudi) di Michele Bernardini e Donatella Guida, di fatto, cambiarono il corso della storia in Asia segnando una radicale rottura dal passato. Prova ne è anche l’intelligenza con cui Akbar riuscì a far convivere pacificamente, non tanto e non solo popoli che professavano religioni monoteiste legate all’Antico Testamento come Islam, cristianesimo e giudaismo, ma anche a far convivere l’Islam con quello che era sempre stato avvertito come il suo opposto e nemico: l’Induismo. Una scena intima dipinta in un acquerello opaco e oro su carta in mostra a Roma rappresenta, per esempio, il re Akbar che delicatamente pone un talismano sul petto della moglie che dorme: le vesti raffinate e trasparenti come i monili indossati dalla donna la individuano immediatamente come paganamente indiana. Altrove la coppia è rappresentata mentre fa l’amore. Più in là, invece, una scena pubblica, ambientata in un lussureggiante paesaggio (elemento caratterizzante di tutta l’arte Moghul), mostra Akbar a colloquio con una “santona” indù. Come a voler dire e tramandare, non solo che Akbar era sensibile alla bellezza femminile, ma anche alle parole delle donne. Senza trascurare che il quadro ha anche ben precise ragioni politiche. «Nell’India del Cinquecento e del Seicento, il dialogo fra potere e fede non era meno complesso ed esplosivo di quanto non sia oggi» nota il direttore del British Museum Neil MacGregor, commentando una miniatura appartenuta all’imperatore Akbar in un passaggio del suo nuovo libro La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi). Qui il re è a colloquio con un sacerdote indù. «La miniatura era una forma di arte assai popolare nelle corti, da Londra a Parigi a Isfahan a Lahore. E le miniature Moghul ci mostrano che i pittori indiani ne erano ben consapevoli», sottolinea MacGregor. «Incontrare regolarmente le autorità religiose era una strategia politica dello Stato, pubblicizzata dai media dell’epoca: dipinti e miniature».

dal settimanale  left-avvenimenti

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Peter Cameron: Mi guida l’inconscio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 22, 2012

Nel libro Coral Glynn, Peter Cameron scrive al femminile, scegliendo il punto di vista della protagonista. A Pordenonelegge il 23 settembre il narratore americano racconta come è nato questo nuovo romanzo 

Peter Cameron

Una giovane donna, timida, sensibile, ma terribilmente insicura e, all’apparenza, del tutto incapace di dare una direzione alla propria vita. Su cui gli altri, invece, accampano con forza un diritto di prelazione. Come l’ex generale di guerra che pretende di imbrigliarla in un grottesco e assurdo matrimonio. In una cupa campagna inglese anni Cinquanta è lei, Coral Glynn, la protagonista del nuovo romanzo dello scrittore americano Peter Cameron. Che per la prima volta, in questo libro da poco uscito per Adelphi (e che sarà presentato a Pordenonelegge il 23 settembre) sceglie di scrivere al femminile, facendo suo il punto di vista di questa ragazza poco più che ventenne, che nel corso della narrazione vedremo ribellarsi realizzando una propria libertà e indipendenza. Come il giovane James, l’indimenticabile personaggio di Un giorno questo dolore ti sarà utile (Adelphi), anche Coral Glynn ha una sensibilità acuta e un ricco mondo interiore, ma non riesce a esprimerlo pienamente. In questo assomigliando un po’ anche al suo autore che ha raccontato più volte in passato di essere diventato scrittore proprio per la frustrazione di non riuscire a comunicare con gli altri come avrebbe voluto, nella vita di tutti i giorni.

Parafrasando Flaubert, Peter Cameron, potrebbe dire Coral Glynn sono io? 

Ognuno dei miei personaggi riflette una parte di me. Del resto è inevitabile. Quello che creiamo in arte ci rappresenta sempre in qualche modo. Inoltre quando comincio a pensare a un nuovo libro sono molto preso emotivamente dall’elaborazione dei personaggi, specie dei protagonisti. Ma ho scelto la strada del romanzo perché la scrittura autobiografica non mi interessava. Così, diversamente da Flaubert, io non potrei mai dire che io sono James o Coral Gynn o il protagonista di Quella sera dorata. Spero che i personaggi dei miei libri siano solo se stessi.

Un personaggio nasce da un’immagine?

I miei romanzi e i personaggi nascono inconsciamente. Sono un parto della mia immaginazione. Nascono da un aspetto della mia vita su cui non ho alcun controllo. Anche per questo mi è difficile raccontare questo processo in dettaglio. Quanto a Coral Glynn, sì, è nata come un’immagine di donna fuori da una casa di campagna. Pensando a lei, mi è subito apparso chiaro che eravamo nei primi anni Cinquanta e che quella casa era inglese. A un’immagine iniziale poi, di solito, segue un lungo processo di elaborazione e maturazione del personaggio e della sua vicenda. Questa è per me la fase creativa più intensa, mi capita di continuare a pensare ad una storia anche per anni, la scrittura in senso stretto viene dopo e infine viene la fase di revisione più coscientemente sorvegliata. Per rispondere alla sua domanda ho come la sensazione che i personaggi nascano nella parte più nascosta della mia mente e poi crescano gradualmente, fino a quando diventano del tutto altro da me, sulla pagina. Me ne separo, come fossero figli che hanno gambe proprie e a un certo punto se ne vanno di casa.

Il suo vivere da solo in un piccolo appartamento nel cuore del Greenwich Village a New York è una scelta che aiuta questo processo creativo?

La solitudine, per me, è molto importante. Mi serve per potermi lasciare andare ai sogni e alle immagini che compaiono durante il giorno. Non mi sento solo quando lo sono fisicamente. È proprio quello il momento in cui riesco ad essere più rapporto con il mio mondo interiore: ed è un momento molto importante, che arricchisce la mia vita. Quando non lavoro a un nuovo libro mi capita di diventare depresso e di sentirmi solo parzialmente vivo.

Anche se registi come Ivory e Faenza hanno tratto film dalle sue opere, i suoi non sono romanzi di “azione”, non raccontano fatti, mettono al centro lo scavo emotivo dei personaggi. Ci sono scrittori che sotto questo aspetto sente vicini?

Credo di aver imparato molto leggendo Virginia Woolf e altre scrittrici inglesi capaci di raccontare le dinamiche emotive e non soltanto i comportamenti dei personaggi. I romanzi che mi piace leggere e scrivere sono quelli che parlano di cosa succede nella psiche degli esseri umani, cosa sentono, cosa pensano, come percepiscono il mondo e come reagiscono. Mi piace raccontare come un individuo cambia e i rapporti fra le persone. Il romanzo offre molte possibilità di scavare nel latente, diversamente dal cinema in cui è tutto è esteriore ed esteriorizzato. Credo che la trasformazione interiore degli esseri umani sia l’“azione” più interessante che ci sia al mondo.

Nel suo precedente romanzo ambientato dopo l’11 settembre, James si dichiara ateo e ha il coraggio di dire che le religioni portano solo guerre e violenza. Oggi cosa direbbe James dei fatti di sangue seguiti al film su Maometto? E lei che ne pensa?

Come James sono colpito e sconvolto da come le religioni possano rendere le persone piene di odio e intolleranti. Mi sembra triste e grottesco che proprio loro che pretendono di essere i custodi della parte più alta e migliore degli uomini provochino tanta distruzione. Sono profondamente convinto che la religione serva solo a dividere la specie umana e incoraggi l’intolleranza che spesso, così, diventa violenza vera e propria.

Stando ai sondaggi, l’opinione pubblica americana, diversamente dal passato, sceglie di stare con il democratico Obama rifiutando di risolvere con la guerra la crisi mediorientale che potrebbe aprirsi. Qualcosa sta davvero cambiando?

Voterò Obama, spero che sia rieletto. Questo è tutto quello che penso di poter dire di valido sulla politica americana.

da left-avvenimenti del 22 settembre 2012

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Il ritorno di Confucio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 13, 2012

L’antico filosofo stigmatizzato da Mao come zavorra conservatrice è al centro di un sorprendente revival. La sinologa Anne Cheng denuncia le ragioni strumentali di questa riscoperta da parte del think thank del Partito

di Simona Maggiorelli

Festa per il compleanno di Confucio in Cina

Una statua di Confucio, un paio di anni fa spuntò improvvisamente in un luogo istituzionale e denso di scure memorie come piazza Tian’ammen, nel 1989 teatro della rivolta studentesca che il governo cinese represse nel sangue. Nel frattempo, anche nelle università cinesi si è ripreso a studiare Confucio e sono usciti nuovi lavori accademici per cercare di ricostruire filologicamente l’ancora incerto corpus delle opere di questo pensatore vissuto 2500 anni fa. Sul quale abbiamo poche informazioni sicure visto che la sua biografia fu scritta quattro secoli dopo la sua morte.

Ma oltre a dotte iniziative editoriali in Cina si segnalano anche film da blockbuster, sceneggiati e siti web dedicati a questa leggendaria figura e instant book che dispensano “pillole di saggezza” confuciana. Così nel Paese di Mao che aveva stigmatizzato Confucio come zavorra conservatrice, mettendolo al bando, si assiste più che a una riabilitazione a un vero e proprio revival. Non solo fra i ricchi imprenditori cinesi che troverebbero nelle pagine dell’antico studioso un rimedio allo stress di una vita frenetica all’insegna del motto «arricchirsi è glorioso» coniato da Deng. Ma anche fra un più ampio e indifferenziato pubblico questo maestro della misura, della ricerca di armonia e della morale tradizionale ha ripreso ad esercitare un forte appeal come dimostrano i milioni di copie vendute di alcuni libri come La vita felice secondo Confucio (pubblicato in Italia da Longanesi) della quarantenne consulente televisiva Yu Dan.

Un fenomeno così macroscopico e in controtendenza, dopo anni di svalutazione e ostracismo di Confucio (da Max Weber a Mao) che non può certo essere sfuggito all’occhiuto governo della Repubblica popolare cinese. La specialista di Confucio Anne Cheng, autrice di una Storia del pensiero cinese (Einaudi) tradotta in molte lingue venerdì 14 settembre sarà al Festivalfilosofia di Modena proprio per parlare di questo tema.

la sinologa Anne Cheng

Riguardo alla «febbre confuciana» che si registra oggi nell’Impero di mezzo, Cheng ha un’idea piuttosto interessante, ovvero che il governo cinese sia il vero deus ex machina di questa riscoperta. Dopo il fallimento della rivoluzione culturale (1966-1976) e di fronte alle pretese egemoniche dell’occidente industrializzato, il Partito comunista cinese (Pcc) ha promosso nell’ultimo trentennio un assiduo lavoro di ricerca degli “antecedenti”, delle radici cinesi che affondano nella storia antica, attraverso il restauro di edifici storici e il recupero di modelli filosofici autorevoli da contrapporre a quelli di un Occidente che, ancora a fine Novecento, pareva vincente su scala globale.

È in questo contesto che la vulgata confuciana passata indenne da una dinastia all’altra nel lungo medioevo cinese, improntando per secoli la vita politica e culturale del Paese ma anche il suo competitivo sistema scolastico, d’un tratto è tornata nuovamente “comoda” al potere. Tanto più nella congiuntura degli ultimi trent’anni, fra rapida crescita economica e “capitalismo di Stato”.

Così proprio mentre in Europa e negli Usa il capitalismo cominciava a mostrare un risvolto di disgregazione sociale, di edonismo e individualismo, spiega Anne Cheng, alcuni valori della tradizione confuciana come il senso del dovere, il rispetto della famiglia e dell’autorità, il lavoro assiduo, lo studio, la disciplina, insieme alla ricerca di armonia con l’ambiente, si sono rivelati strumenti utili per cercare di compattare un’identità nazionale sottoposta alle spinte centripete di un vertiginoso avanzamento economico e schiacciata da un mancato sviluppo democratico.

Una stampa che rappresenta Confucio

E ancora oggi capita che l’espressione «creare una società armoniosa» sia fra le più usate e abusate dall’apparato di partito ossessionato dall’ordine e dalla stabilità si Stato. Nelle sue lezioni al Collège de France (che si possono riascoltare sul sito http://www.college-de-france.fr) Anne Cheng fa un’approfondita disamina di questo “saccheggio” del vocabolario confuciano «in chiave visibilmente autoritaria, piegando il concetto di “società armoniosa” verso un’idea paternalistica delle relazioni fra governanti e governati». E non si tratta della prima volta per questo pensatore cinese del V secolo a.C.

Nei suoi studi Anne Cheng ha ricostruito la secolare storia degli usi ideologici e delle contraffazioni del pensiero confuciano, del resto – come accennavamo – non facile da restituire alla sua forma originale. Come scrive Maurizio Scarpari in Confucianesimo (Einaudi) la tradizione testuale delle opere del Nostro è assai ingarbugliata e lungo venticinque secoli di storia soggetta a continui rimaneggiamenti. Opere come I dialoghi  di Confucio  e I detti  composti dai suoi discepoli (nel 2006 pubblicati da Adelphi in nuova edizione), si sono strutturate nel tempo come uno stratificato palinsesto, in cui si può riscontrare l’eco di molte voci diverse e riscritture. Ma anche importanti scoperte archeologiche che in Cina negli ultimi decenni hanno portato alla luce una serie di frammenti di testo che sono simili a quelli de I dialoghi, hanno obbligato gli studiosi a rivedere  e ad analizzare più a fondo la natura del testo confuciano fatto di assemblaggi e di unità mobili. Al Festivalfilosofia di Modena la sinologa Anne Cheng traccerà anche un bilancio dei risultati di questi studi e di queste scoperte.

da left-avvenimenti  8-14 settembre

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Kandinsky e la svolta dell’arte astratta

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2012

Al Mar di Aosta una grande mostra indaga il percorso del pittore russo nell’astrattismo. In un modo di dipingere che, dice Gillo Dorfles fu un movimento di liberazione

di Simona Maggiorelli

kandinsky, composizione

In quella svolta fondamentale per l’arte moderna che si realizzò fra Ottocento e Novecento Wassily Kandinsky (1866-1944) ebbe un ruolo di primo piano nell’aprire il canone occidentale alla pittura astratta. Lui che si era formato nella Russia zarista, religiosa e più arcaica e che aveva iniziato a dipingere dopo i trent’anni, fu tra i primi artisti ad avere il coraggio di abbandonare l’esteriorità illustrativa dell’impressionismo; fra i primi a liberarsi dell’ingombrante necessità di riprodurre oggetti riconoscibili, per dedicarsi alla creazione di forme originali, dinamiche, dense di senso, perché nate da un proprio vissuto interiore ( «E’ bello ciò che nasce da una necessità interiore. E’ bello ciò che è interiormente bello» annotava in pagine autobiografiche).

Così, mentre Matisse e Picasso rompevano con il dettato dell’accademia e della pittura da cavalletto per lasciarsi andare a figurazioni deformate e stranamente “scomposte”, Kandinsky – in un inedito confronto fra musica e pittura – prese a sperimentare giochi di forme-colori che nulla avevano a che fare con la mimesi della realtà.

Kandinsky, cupo-chiaro 1928

E’ del 1910 il suo primo acquerello astratto. Ed è del 1912 l’avvio di quella indagine sullo “spirituale dell’arte” che in Russia, dopo una prima vicinanza al suprematismo, lo aveva portato ad allontanarsi da Malevic e dalla sua ricerca della forma assoluta depurata da ogni sentimento, ma anche a prendere le distanze dalla celebrazione della macchina di Tatlin vicino alla Rivoluzione di ottobre e concentrato sulla funzione progettuale ed operativa dell’arte. Un costruttivismo, il suo, che Kandinsky giudicava ottusamente materialistico. Come racconta, dallo scorso 26 maggi e fino al 21 ottobre, la mostra Wassili Kandinsky e l’arte astratta fra Italia e Francia curata da Alberto Fiz nel Museo archeologico di Aosta ciò che interessava al fondatore del Blaue Reiter era poter utilizzare il proprio sentire come strumento di indagine della realtà. La rappresentazione non era lo scopo della sua pittura. Ma la creazione di forme-colore, vibranti, dotate «di un suono interno».

La sfida era, per lui, la ricerca di un effetto sinestetico. Nascono così le sue prime improvvisazioni e più complesse  composizioni. Ma anche tutta quella serie di Kleine Welten (1922) che compongono il vivace portfolio di litografie a colori, di xilografie e puntesecche ora in mostra ad Aosta. Accanto a dipinti a olio come Appuntito tondo (1925), Rosso a forma appuntita (1925), Bastoncini neri (1928) e altri opere coeve provenienti da collezioni private e raramente mostrate in pubblico.

Con lo stilizzato e orientaleggiante Cupo-chiaro sono il cuore di questa esposizione che dedica ampio spazio all’astrattismo geometrico che Kandinsky andò maturando intorno al 1926, anno della pubblicazione di Punto linea e superficie (Adelphi): il testo teorico in cui Kandinsky, dopo essersi occupato a lungo della “psicologia” del colore, comincia a interessarsi alla “psicologia” delle forme, recuperando il valore del disegno e sperimentando un’astrazione fatta di curve, cerchi, triangoli, linee. Forme che si incontrano e talora si compenetrano, sospese, fra contrasti e bilanciamenti, in uno spazio bianco senza profondità.

W.Kandinsky, Balancement,1942

«Usando solo quelle forme che un interno impulso faceva nascere in me, spontaneamente», scriveva il pittore. Se agli inizi l’obiettivo per lui era attingere all’«inaudita forza espressiva del colore», poter esprimere il proprio mondo interiore realizzando «quella promessa inconscia ma piena di sole che vibrava nel cuore», ora poteva creare forme colorate e astratte. Infischiandosene delle convenzioni figurative.

Ma in una direzione del tutto diversa rispetto a Mondrian ossessivamente intento nella ricerca delle strutture logiche e impersonali del reale. L’aver sottolineato con chiarezza questo punto non è l’unico elemento di merito di questa retrospettiva che rilegge l’intera opera di Kandinsky in parallelo con quella di artisti che a lui si ispirarono. In particolare facendo dialogare tele di Dorazio, di Magnelli, del gruppo Forma1 e di Dorfles con l’ultima produzione dell’artista russo, popolata di creature biomorfe che paiono danzare sulla tela. Dal ‘33, avvicinandosi ad Arp e a Mirò, Kandinsky cominciò a dipingere immaginifici organismi e, strani, magnetici geroglifici. E’ questo il  suo periodo meno studiato.  Il più sottovalutato. Fin da quando, fuggito dalla Germania dopo la chiusura del Bauhaus da parte dei nazisti, l’artista russo si trovò del tutto isolato a Parigi, non compreso, giudicato inattuale dai tardo cubisti e dai surrealisti. «Sebbene fosse stimato in tutto il mondo, in Francia era conosciuto da pochi», ricorda la moglie Nina in Kandinsky ed io (Abscondita). «All’epoca il cubismo, dopo un inizio difficile, godeva di una grandissima considerazione. E si cercava in tutti i modi di impedire la concorrenza dell’arte astratta. Oggi so – scriveva Nina nel ‘76 – che Parigi era allora in ritardo di vent’anni rispetto agli sviluppi dell’arte internazionale». Dopo la sua morte Kandinsky sarebbe diventato un punto di riferimento per l’informale in Europa e per l’action painting di Pollock in America, ma il suo ultimo decennio di vita fu di assoluta solitudine, non potendo tornare in Germania dove nel 1935 il nazismo condannava l’avanguardia come arte degenerata. E neanche trovar riparo nella Russia del realismo socialista. «E’ davvero curioso» Kandinsky notava amareggiato «che i nazisti e i comunisti abbiano dimostrato la stessa cecità riguardo all’arte astratta». Una cecità inaccettabile, specie per una cultura che si voleva progressista, sottolinea oggi Gillo Dorfles intervistato nel catalogo della mostra edito da Mazzotta. «La grande novità», ricorda, «fu uscire dalla rappresentazione e dall’oleografia di immagini fotografiche. Finalmente gli spazi della creatività si allargavano a territori fin lì sconosciuti, rompendo con il realismo. L’astrattismo fu un movimento di liberazione».

da left-avvenimenti

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