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In ricordo di Saramago, Nobel ribelle

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 22, 2011

 In un intenso libro intervista edito da L’Asino d’oro edizioni un ritratto dello scrittore Josè Saramago visto da vicino. E’ firmato dal giornalista e scrittore Baptista-Bastos, che con il Nobel portoghese ha condiviso la battaglia contro il fascismo di Salazar ma anche passioni letterarie e di vita.

di Simona Maggiorelli

Il Nobel Saramago

«Oltre ad essere un saggio, un erudito che manifestava una solidarietà assoluta nei confronti degli altri, José Saramago è stato uno degli uomini più liberi che ho conosciuto». Con queste parole cariche di emozione e di affetto il giornalista e scrittore portoghese Baptista-Bastos ricorda l’amico di sempre, José Saramago, al quale è stato legato anche da una comune e forte militanza politica. «Ci siamo avvicinati nel corso della lotta contro il fascismo portoghese» ricorda Baptista Bastos che al premio Nobel scomparso l’anno scorso ha appena dedicato il libro José Saramago, un ritratto appassionato ( L’Asino d’oro edizioni). «E in modo del tutto naturale – aggiunge – perché eravamo mossi da una grande complicità politica ma anche da un forte imperativo morale. I tempi, le problematiche, un’enorme affinità culturale ed etica hanno cimentato un’amicizia e un rispetto reciproco, mai sopiti».

«Tutti i miei romanzi sono politici» le dice Saramago nel libro intervista. La letteratura, per lui, era anche un esercizio di responsabilità culturali, etiche, civili?

Tutti i romanzi sono politici. Oppure riflettono malintesi politici. L’arte di Saramago rifletteva non solo le sue preoccupazioni riguardo al momento storico, ma anche l’imperativo etico ed estetico di aiutare gli altri a comprendere il mondo. Grazie a un’immaginazione potente e una creatività non comune, lui forniva gli strumenti per capire la realtà che ci circonda. Il lettore, poi, avrebbe giudicato secondo il proprio intendimento. L’arte di Saramago è un formidabile invito a una libera libertà.

Con lei Saramago torna a dirsi «comunista e scrittore». La trasformazione sociale e la sua idea di uomo nuovo, però, non erano né messianiche né meccanicistiche. Che cosa significava per lui la necessità di «rendere l’uomo più umano»?

Si diceva comunista e scrittore, non scrittore comunista. Saramago, prima di tutto, era uno scrittore; dopo veniva il resto. La preoccupazione per le strade imboccate dall’umanità gli faceva sentire l’urgenza, la necessità di affermare: «Il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’uomo o non sarà». Apparteneva a quella immensa famiglia letteraria che, dall’antichità classica a oggi, considera preziosa l’individualità di ciascuno, senza ingabbiarla rigidamente nelle differenze.

A Torino anni fa, in un elogio di Cassandra, Saramago disse che oggi Cassandre necessarie, capaci di guardare lontano, sono gli scienziati, troppo spesso inascoltati. Ma ricordo anche che in Italia si batté al fianco di Luca Coscioni per la ricerca sulle staminali embrionali.

Ovunque si lottasse per una scienza consapevole, in ogni battaglia per il progresso della conoscenza contro ogni forma di oscurantismo (in particolare l’oscurantismo e la superstizione vaticana), lì era José Saramago. Un uomo e il suo destino, o il destino che Saramago ha voluto per se stesso, ecco la sua definizione.

Nel vostro dialogo Saramago dice che è la mente dell’uomo a creare Dio. Nel Quaderno (Bollati Boringhieri,2008) scriveva: «il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei»: Come si articolava la sua denuncia della violenza esercitata dalle religioni?

Secondo Saramago, l’uomo ha creato gli dei per superare le proprie paure. Ma l’impresa non ha prodotto che nuove paure. Saramago considerava suo compito combattere la paura, costruire forme avanzate di civiltà e solidarietà.

Tornando alla letteratura, lei rileva l’importanza che le immagini femminili hanno nella letteratura di Saramago. In che modo, a suo avviso, sono centrali?

La donna è compagna dell’uomo, non per seguirlo ma per camminare al suo fianco. E le figure femminili nell’opera dello scrittore portoghese assurgono a una dimensione potentissima, sono loro, le donne, a determinare e stimolare le grandi correnti della Storia. Tempo fa mi sono trovato a riflettere sulle somiglianze fra i personaggi femminili in Saramago e in Elio Vittorini, le «garibaldine», nel cui animo risiede tutto il coraggio del mondo.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi)-in cui lei compare fra i dedicatari- Saramago scriveva : «sono ancora uno stato di buon funzionamento, per non dire che mi sembrano del tutto intatti i doni di immaginazione e ingegno con cui sono venuto al mondo. Ora, in modo repentino ma non inaspettato, vedo aprirsi davanti a me prospettive nuove». La sua ricerca di uomo e di artista non si fermò mai?

Spesso Saramago si interrogava sull’avanzare dell’età. Lo faceva prendendo le mosse da quell’aristocrazia dello spirito molto vicina a Montaigne. L’idea di domare l’ignoto, l’oscuro, non lo abbandonava mai. Ma bisogna dire che il coraggio di Saramago era di natura morale, oltre che fisica. Credo sia stata l’unione di queste due caratteristiche a rendere lo scrittore portoghese l’uomo speciale che è stato e a permettergli di lasciarci un’opera monumentale per l’ampiezza delle sue proposte.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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La Habana di notte. La nuova onda di scrittori cubani

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 18, 2009

habana-noche-413x450di Simona Maggiorelli

Di notte l’Avana è più bella che mai. Le luci gialle dei lampioni attenuano le rughe e le ferite del centro antico e dei palazzi della Bella epoque. Nel caldo umido dei vicoli, sul Malecòn corroso dal salmastro dove arrivano alti i cavalloni, i bambini, scalzi, giocano e ridono a tutte le ore. Mentre le ragazze, poco più in là, si vendono. E’ la Cuba delle molte contraddizioni e «di una bellezza che non lascia scampo» quella raccontata per immagini dal fotografo Sandro Miller in Imagine Cuba 1999-1997 (Charta). Nel suoi scatti l’organismo fragile dell’Habana veja, l’umido sgretolarsi dei palazzi coloniani ma anche l’azzurro abbagliante del mare, la musica che non smette mai, l’allegria delle spiagge dove le famiglie arrivano cariche di frutta e stereo a spalla. Più che i luoghi sono i primi piani a parlare; primi piani di bambini che ridono a gola aperta e ragazzini che guardano l’obiettivo malinconici tenendosi la faccia fra i guantoni. Vecchi che giocano a carte in strada e ragazzine che si fanno fotografare vestite come Rossella O’Hara per la festa dei 15 anni. E ancora ragazzini stipati sui mezzi pubblici (che per risparmiare, in discesa, vanno “in folle”) e che sfrecciano in motorini scassati davanti ai cartelloni con la faccia di Bush con su la scritta “El asasino”. Primi piani di gente povera, ma nello sguardo, non sconfitta.

Da Colombo alle jieneteras

«A metà millennio Colombo sbarcava sulla terra più bella del mondo ancora ignoto, avviando la rapida scomparsa dei suoi indigeni» scrive Danilo Manera nella nuova edizione di Vedi Cuba e poi muori (Feltrinelli). «Con nuove genti venute dall’Europa e dall’Africa, l’isola ha conservato la sua dolcezza d’acque, cieli e fiori e continuato a fumare tabacco, ma ha conosciuto l’urlo della schiavitù e gli scoppi delle rivolte, il rapimento della danza e l’oblio del rum, il sussulto del sesso, i tuoni della storia e il gocciolio della povertà». Un passato, che insieme alla memoria della rivoluzione castrista e alle contraddizioni del presente, distilla umori nuovi nella nuova narrativa cubana. Che ha soprattutto il suo epicentro a ll’Avana, nel quartiere del Vedado dove si trova l’Uneac, l’associazione degli scrittori e artisti cubani che ha già visto crescere più generazioni di autor. Anche negli anni Ottanta quando salì alla ribalta una generazione di narratori caustici, spregiudicati, pronti a denunciare ogni faglia politica e sociale. Erano gli anni delle fughe disperate da Cuba verso Miami, del Periòdo especial. quando per tentare di far fronte all’embargo Usa il governo di Castro imponeva pesanti razionamenti. Anni in cui esplode la Trilogia sporca dell’Havana di Pedro J. Gutiérrez (edizioni e/o), ma anche il successo di Padura Fuentes e il talento di quello che è forse il più grande scrittore di quella generazione, Miguel Mejiedes. Poi, come ci ha scritto Manera nel libro A Labbra nude (Feltrinelli) sarebbe venuta la che-guevaragenerazione degli scrittori nati alla metà degli anni Sessanta, come Yoss (alias José M. Sanchez Gomez), una laurea in biologia e physique du rôle da divo rock; Yoss racconta l’Habana di notte, gli incontri imprevisti, le vite parallele di una gioventù colta, che si divide fra militanti dell’Unione della gioventù comunista e le jineteras cavallerizze) e i jineteros che amano la moda e il carpe diem negli alberghi frequentati da ricchi turisti, «con ironia e non senza un pizzico di nihilismo». Ma oggi rivela Manera con la raccolta La fiamma in bocca. Giovani narratori cubani (Voland) siamo già oltre e spuntano voci nuove nate negli anni Settanta  e Ottanta . Scrittori che passano con disinvoltura dal realismo magico, al racconto storico, a derivati da cyberpunk e a impreviste contaminazioni di generi. Cresciuti artisticamente (perlopiù) al laboratorio di tecniche creative dell’Uneac, sostenuto dal Ministero della cultura cubano pubblicano in riviste e i racconti scelti da Manera per Voland sono tutti inediti.

L’ombra del Che

La storia del Che è anche la storia della costruzione letteraria di un mito come ha racconto Alberto Filippi in Guevariana (Einaudi) raccogliendo racconti, saggi, e pensieri che al medico e comandante Che Guevara hanno dedicato scrittori in ogni parte del mondo (da Saramago a Taibo, a Vazquez Montalbàn). Ora, ad arricchire la serie pressoché sterminata di biografie arrivano due nuovi volumi: la monumentale monografia del giornalista del New Yorker Jon Lee Anderson Che Guevara (Fandango), ricca di inediti grazie alla collaborazione di Aleida March e il prezioso, agile, volumetto di Roberto Borroni, Pombo, (Negretto editore) che racconta il Che attraverso la testimonianza di Harry Villegas detto Pombo: quando decise di unirsi alle truppe del Che aveva appena 17 anni.

dal quotidiano Terra 18 luglio 2009

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