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Peter Cameron: Mi guida l’inconscio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 22, 2012

Nel libro Coral Glynn, Peter Cameron scrive al femminile, scegliendo il punto di vista della protagonista. A Pordenonelegge il 23 settembre il narratore americano racconta come è nato questo nuovo romanzo 

Peter Cameron

Una giovane donna, timida, sensibile, ma terribilmente insicura e, all’apparenza, del tutto incapace di dare una direzione alla propria vita. Su cui gli altri, invece, accampano con forza un diritto di prelazione. Come l’ex generale di guerra che pretende di imbrigliarla in un grottesco e assurdo matrimonio. In una cupa campagna inglese anni Cinquanta è lei, Coral Glynn, la protagonista del nuovo romanzo dello scrittore americano Peter Cameron. Che per la prima volta, in questo libro da poco uscito per Adelphi (e che sarà presentato a Pordenonelegge il 23 settembre) sceglie di scrivere al femminile, facendo suo il punto di vista di questa ragazza poco più che ventenne, che nel corso della narrazione vedremo ribellarsi realizzando una propria libertà e indipendenza. Come il giovane James, l’indimenticabile personaggio di Un giorno questo dolore ti sarà utile (Adelphi), anche Coral Glynn ha una sensibilità acuta e un ricco mondo interiore, ma non riesce a esprimerlo pienamente. In questo assomigliando un po’ anche al suo autore che ha raccontato più volte in passato di essere diventato scrittore proprio per la frustrazione di non riuscire a comunicare con gli altri come avrebbe voluto, nella vita di tutti i giorni.

Parafrasando Flaubert, Peter Cameron, potrebbe dire Coral Glynn sono io? 

Ognuno dei miei personaggi riflette una parte di me. Del resto è inevitabile. Quello che creiamo in arte ci rappresenta sempre in qualche modo. Inoltre quando comincio a pensare a un nuovo libro sono molto preso emotivamente dall’elaborazione dei personaggi, specie dei protagonisti. Ma ho scelto la strada del romanzo perché la scrittura autobiografica non mi interessava. Così, diversamente da Flaubert, io non potrei mai dire che io sono James o Coral Gynn o il protagonista di Quella sera dorata. Spero che i personaggi dei miei libri siano solo se stessi.

Un personaggio nasce da un’immagine?

I miei romanzi e i personaggi nascono inconsciamente. Sono un parto della mia immaginazione. Nascono da un aspetto della mia vita su cui non ho alcun controllo. Anche per questo mi è difficile raccontare questo processo in dettaglio. Quanto a Coral Glynn, sì, è nata come un’immagine di donna fuori da una casa di campagna. Pensando a lei, mi è subito apparso chiaro che eravamo nei primi anni Cinquanta e che quella casa era inglese. A un’immagine iniziale poi, di solito, segue un lungo processo di elaborazione e maturazione del personaggio e della sua vicenda. Questa è per me la fase creativa più intensa, mi capita di continuare a pensare ad una storia anche per anni, la scrittura in senso stretto viene dopo e infine viene la fase di revisione più coscientemente sorvegliata. Per rispondere alla sua domanda ho come la sensazione che i personaggi nascano nella parte più nascosta della mia mente e poi crescano gradualmente, fino a quando diventano del tutto altro da me, sulla pagina. Me ne separo, come fossero figli che hanno gambe proprie e a un certo punto se ne vanno di casa.

Il suo vivere da solo in un piccolo appartamento nel cuore del Greenwich Village a New York è una scelta che aiuta questo processo creativo?

La solitudine, per me, è molto importante. Mi serve per potermi lasciare andare ai sogni e alle immagini che compaiono durante il giorno. Non mi sento solo quando lo sono fisicamente. È proprio quello il momento in cui riesco ad essere più rapporto con il mio mondo interiore: ed è un momento molto importante, che arricchisce la mia vita. Quando non lavoro a un nuovo libro mi capita di diventare depresso e di sentirmi solo parzialmente vivo.

Anche se registi come Ivory e Faenza hanno tratto film dalle sue opere, i suoi non sono romanzi di “azione”, non raccontano fatti, mettono al centro lo scavo emotivo dei personaggi. Ci sono scrittori che sotto questo aspetto sente vicini?

Credo di aver imparato molto leggendo Virginia Woolf e altre scrittrici inglesi capaci di raccontare le dinamiche emotive e non soltanto i comportamenti dei personaggi. I romanzi che mi piace leggere e scrivere sono quelli che parlano di cosa succede nella psiche degli esseri umani, cosa sentono, cosa pensano, come percepiscono il mondo e come reagiscono. Mi piace raccontare come un individuo cambia e i rapporti fra le persone. Il romanzo offre molte possibilità di scavare nel latente, diversamente dal cinema in cui è tutto è esteriore ed esteriorizzato. Credo che la trasformazione interiore degli esseri umani sia l’“azione” più interessante che ci sia al mondo.

Nel suo precedente romanzo ambientato dopo l’11 settembre, James si dichiara ateo e ha il coraggio di dire che le religioni portano solo guerre e violenza. Oggi cosa direbbe James dei fatti di sangue seguiti al film su Maometto? E lei che ne pensa?

Come James sono colpito e sconvolto da come le religioni possano rendere le persone piene di odio e intolleranti. Mi sembra triste e grottesco che proprio loro che pretendono di essere i custodi della parte più alta e migliore degli uomini provochino tanta distruzione. Sono profondamente convinto che la religione serva solo a dividere la specie umana e incoraggi l’intolleranza che spesso, così, diventa violenza vera e propria.

Stando ai sondaggi, l’opinione pubblica americana, diversamente dal passato, sceglie di stare con il democratico Obama rifiutando di risolvere con la guerra la crisi mediorientale che potrebbe aprirsi. Qualcosa sta davvero cambiando?

Voterò Obama, spero che sia rieletto. Questo è tutto quello che penso di poter dire di valido sulla politica americana.

da left-avvenimenti del 22 settembre 2012

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Memorie di un ateo impenitente

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

A un anno dalla sua scomparsa esce anche in Italia il memoir dell’intellettuale e giornalista inglese Christopher Hitchens. Protagonista di appassionate battaglie in nome della libertà di pensiero e contro l’oscurantismo religioso

di Simona Maggiorelli

Christopher Hitchens

Passione per la conoscenza e dialettica continua, con il gusto di stare con gli altri, anche se capita di scontrarsi. Amore smisurato per la letteratura, interesse per la scienza e  rifiuto radicale della religione. E’ il piglio brillante, pieno di humour tagliente (mai cinico) di Christopher Hitchens che si torna ad assaporare nelle pagine di Hitch 22 che Einaudi pubblica a più di un anno dalla  sua scomparsa. Un memoir di un intellettuale che ha  vissuto intensamente, più che un’autobiografia. In cui sono ripercorsi 60 anni di storia personale e collettiva.

Quasi seicento pagine con  poche rivelazioni e nessun pensamento riguardo a quella che è stata per Hitch (così lo chiamavano gli amici Amis, Rushdie e McEwan) la battaglia di una vita, come giornalista e intellettuale, ma anche come uomo: la lotta contro l’oscurantismo e «il veleno» della fede. Tema al centro del suo best-seller come Dio non è grande (Einaudi) in cui raccontava perché, fin da quando portava i calzoni corti, aveva  preferito pensare piuttosto che credere. Ma fra i suoi molti saggi ha fatto scalpore anche un suo corrosivo libro inchiesta, La posizione della missionaria (Minimum Fax), che denunciava il business di Madre Teresa e il suo non dare farmaci ai bambini malati perché potessero guadagnarsi il paradiso soffrendo.

Ma Hitch è stato anche in prima fila nel denunciare lo scandalo della pedofilia nella Chiesa fino a tentare, con lo scienziato Richard Dawkins, di far comparire il Papa davanti alla Corte penale internazionale per violazione di diritti umani. Quando era già gravemente ammalato di tumore, Hich ha voluto fare un’ultima battaglia, questa volta per il diritto di tutti a morire con dignità, sfruttando fino all’ultimo istante per stare con le persone amate. Intanto i cristiani  negli Usa organizzavano catene di preghiera per  salvare l’anima di questo ateo impenitente. Che nell’introduzione a Hitch 22 commenta: «Per qualche inspiegabile ragione, la nostra cultura considera normale, addirittura encomiabile, che i devoti ammoniscano chi, a loro avviso, sia in procinto di morire. Un intero pacchiano edificio di fasulle conversioni sul letto di morte è sorto su questa presunzione altamente discutibile». Ringraziando per l’attenzione dei fedeli, annota poi non senza un pizzico della sua proverbiale ironia: «Invece di partecipare alle colazioni di preghiera in mio onore per quello che sul web andava sotto il nome di Pray for Hitchens day ho preferito  far da cavia  per esperimenti e protocolli clinici, soprattutto basati sul genoma e volti ad allargare il sapere umano».

Conversando con Dawkins per quella che sarebbe stata la sua ultima intervista per The New Statesman era tornato a precisare: «Non sono neutrale rispetto alla religione, le sono ostile. Penso che sia nociva, non solo una falsità. E non mi riferisco solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sé e per sé». E quando lo scienziato gli chiedeva che cosa era  per lui il totalitarismo  il liberale Hitch non esitava a rispondere: « E’ ciò che cerca di controllare ciò che hai in testa non solo il tuo comportamento. Le origini di tutto questo sono teocratiche ovviamente. Tutto comincia con l’idea che ci sia un leader a cui affidarsi, un papa infallibile, un ventriloquo del divino che ti dice cosa devi fare». Il suo impegno, ricorda oggi Dawkins «era far sì che una persona si alzasse da sola, per battersi senza paura per la verità».

da left Avvenimenti

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Il cuore nero di Freud

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 15, 2012

In fuga per Londra, il padre della psicoanalisi evitò di portare con sé le sorelle. Che morirono in un lager. Lo ricostruisce in un libro lo scrittore macedone Goce Smilevski

di Simona Maggiorelli

Le sorelle di Freud

le sorelle di Freud

«Non c’è bisogno che tu ti preoccupi. le ambizioni di Hitler sono irrealizzabili» dice Sigmund Freud alla sorella Adolfine, nel romanzo La sorella di Freud (Guanda) di Goce Smilevski. Intanto, con l’aiuto di Mussolini, lui sta per fuggire a Londra. Quel fratello che da bambina le diceva «Non piangere» standole così vicino eppure essendo così lontano, cancellerà ogni sua possibilità di salvarsi dal lager dove morirà insieme alle sorelle Marie, Rosa e Pauline. Da questo episodio censurato dalle biografie freudiane è partito il giovane scrittore macedone (che ha studiato all’università di Praga e e di Budapest) per anni di ricerche. I risultati sono distillati in questo appassionato romanzo dedicato alla memoria cancellata di Adolfine. Un libro da cui emerge un’immagine di Freud, fin da giovanissimo «affascinato dallo spirito tedesco» e che «come Mosè voleva essere un profeta» e «condurre il genere umano alla liberazione dagli oscuri abissi dell’inconscio».

Il 13 maggio Smilevski ha presentato al Salone del libro di Torino per presentare La sorella di Freud.  In attesa dell’uscita del  suo caustico  Conversation with Spinoza, non ancora pubblicato in italiano gli abbiamo rivolto qualche domanda su come è nato questo suo romanzo che scava a fondo nella vita e nel pensiero del padre della psicoanalisi.

la fuga di Freud

la fuga di Freud

Come ha scoperto la tragica storia delle sorelle di Freud e perché ha deciso di dedicare loro un romanzo?

L’idea di scrivere questo libro mi è venuta quando ho scoperto che due fatti strettamente connessi della vita di Freud sono sempre stati trattati separatamente dai suoi biografi. Il primo è che lui poté stilare una lista di persone autorizzate a lasciare Vienna occupata dai nazisti. Il secondo fatto è che le quattro sorelle di Freud sono morte in un lager. Nessun biografo ha mai fatto il nesso. Nessuno ha scritto: sono morte perché lui non ha messo i loro nomi su quella lista. Hanno sempre ricordato che, prima di scappare a Londra, Freud lasciò loro dei soldi ( poi confiscati dai nazisti). Guardandosi dal sollevare domande sul perché non le portò con sé. Come invece fece, per esempio, con il suo medico personale e quello di famiglia, con i domestici, con la cognata e persino con il cane Jo Fi.

Perché i biografi di Freud hanno taciuto secondo lei?

Penso che la ragione fosse una: temevano di rovinare una certa immagine di Freud che avrebbe dovuto far presa su di noi.

Nel libro lei ci mostra Freud intento alla «pulizia rituale dei suoi oggetti antichi come ogni venerdì», mentre le richieste di aiuto di Adolfine cadono nel vuoto. Un padre della psicoanalisi così “freddo” e che si appoggiava al nazifascismo poteva curare la malattia mentale?

Non sono affatto certo che lui fosse in grado di curare i suoi pazienti. Basta leggere il caso di Dora, solo per citarne uno. Freud aveva intuito che l’inconscio fosse il terreno di ricerca, ma non seppe sviluppare e mettere in pratica quest’idea.

In linea con la Bibbia. Freud ha scritto che l’inconscio è originariamente malvagio, perverso. Diceva che l’Es è inconoscibile. Ma pretendeva di aver scoperto l’inconscio. Una feroce contraddizione?

Freud stesso era contraddittorio, non solo nei suoi scritti, ma anche come persona. Lui che andava a cercare i ricordi d’infanzia, per esempio, non provò mai a comprendere ed elaborare il rapporto con la propria madre. Parlava del complesso di Edipo, ma non ha mai spiegato come funzionava nel suo caso. Impose l’analisi nel training psicoanalitico ma lui è l’unico che non vi si è mai sottoposto. Fece solo quella che chiamò autoanalisi. Il risultato fu L’interpretazione dei sogni. Lì menziona sua madre un paio di volte. E in quel quel libro teorizzava il complesso di Edipo. Così mi è venuta la curiosità di studiare i documenti per cercare qualche dettaglio in più del suo rapporto con la madre e con le sorelle, che poi ho messo nel romanzo.

La moderna psichiatria, ma anche Il libro nero della psicoanalisi e i lavori di Masson hanno denunciato la “truffa sul lettino”. Ma in Paesi come la Francia Freud è ancora una specie di santo intoccabile. Perché?

Posso solo dire che per me Freud è stato un gran misogino sostenendo che l’identità delle donne si baserebbe sull’invidia del pene. Poi cercò di giustificarsi dicendo che le donne erano per lui un continente oscuro e sconosciuto. Ma mi colpisce anche il fatto che avesse sentimenti negativi così forti verso gli psicotici. Il continuo intreccio e scambio che c’è fra la sua opera e la sua vita fa riflettere. Inoltre se si leggono i suoi libri e le sue lettere con attenzione si vede quanto lui avesse paura del suo inconscio.

Nel romanzo, però, lei ha scelto di mettere al centro Adolfine, una donna.

La letteratura può gettare un po’ di luce sulla vita delle persone dimenticate. Isaiah Berlin notava che la storiografia si occupa di conquistatori, i governanti, di uomini di potere, ma si scorda delle persone “ordinarie” che, non di rado, danno molto di più allo sviluppo della storia umana. Freud divenne una di quelle persone che contano per gli storiografi quando era ancora nel pieno della vita. Conquistò (o almeno provò a farlo) l’inconscio umano. Con la sua solita megalomania diceva che aveva scoperto la terza ferita dell’umanità. Copernico aveva scoperto che la terra non è il centro dell’universo, Darwin che non siamo nati da dio ma veniamo dalle “scimmie”, e lui diceva di aver scoperto che noi siamo servi del nostro inconscio. Nel mio piccolo ho deciso di non mettere al centro del mio romanzo questa “importante” figura di Freud, facendone piuttosto un personaggio sullo sfondo. Come accennavo a me interessa questa idea che la nostra identità profonda di esseri umani è quella irrazionale e non quella cosciente. Così ho preferito come protagonista una donna, che ha vissuto nell’ombra. Che cosa sappiamo di lei? Che rimase nubile (era una sciagura per una donna dellOttocento). Che accudì i genitori fino alla loro morte. E che fu disprezzata da sua madre.Cos’altro? Alcune foto, qualche lettera a suo fratello e alcune lettere di Freud alla futura moglie Martha in cui dice di amare Adolfine più delle altre sorelle, perché lei è la più sensibile. E alcune righe del libro di Martin Freud su sua zia che ci lasciano l’impressione che la famiglia Freud non la considerasse molto. Questo è tutto. Per me è diventata un simbolo. E ho voluto darle voce.

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La rivolta spagnola

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 8, 2012

Una nuova generazione di scrittori spagnoli scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe ala precariato, all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menendez Salmon

di Simona Maggiorelli

Un serial killer, lucidissimo e freddo, è al centro del nuovo romanzo Derrumbe  (Marcos y Marcos) che lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón presenterà il 13 maggio al Salone del libro. Nel folgorante L’offesa che nel 2008 ha rivelato lo scrittore e filosofo spagnolo al pubblico italiano il protagonista è invece un sarto, il solerte Kurt Crüwell, che, arruolato da Hitler si getta nella guerra con slancio. Fino a perdere ogni sentire. E «una gelida mattina Kurt non vede più in faccia l’orrore»: La perdita delle emozioni come perdita di ciò che è più umano è un tema che percorre carsicamente molta parte dell’opera di Salmón. Insieme al tornare a interrogarsi sull’orrore nazista e su come sia potuto accadere.
«Il nazismo è stato una tragedia troppo grande e complessa perché io possa diagnosticarne le cause» dice Salmon. «Gli artisti che l’hanno patito in prima persona come Primo Levi hanno detto che, in realtà, non si riesce a raccontare lo sterminio. Le categorie razionali e la lingua stessa non riescono a dire un tale abisso. Personalmente quello che più mi spaventa del nazismo è la sua ideologia e quel suo ridurre il soggetto ad oggetto, l’essere umano a cosa. I nazisti uccidevano uomini, donne o bambini, come fossero figure, pupazzi, bambole».
Ne Il correttore (2009) lei ripercorre e indaga il pensiero delirante alla base dell’attentato di matrice islamica del 2004 a Madrid. Cosa c’è dietro stragi di questo genere?
Le religioni monoteiste sono, per definizione, intolleranti. Alla base c’è una contraddizione paradossale. Il termine “tolleranza religiosa”, pronunciata da un ebreo, da un cristiano o un musulmano, in pratica è un ossimoro. Nelle differenti Chiese c’è chi cerca di camminare sul filo della dialettica non cadendo nel fondamentalismo. Ma in effetti il discorso degli integralisti religiosi è più coerente con la loro fede. I fondamentalisti islamici che hanno fatto esplodere i treni a Madrid hanno rivendicato un attentato contro gli infedeli; Breivik è un razzista, fondamentalista cristiano che pretendeva di salvare l’Europa dall’invasione islamica. L’essenza ultima della religione si rivela qui come la pazzia di anteporre un’irrazionalità malata all’ intelligenza.
Sempre ne Il correttore lei mette insieme la cronaca dell’attentato dell’11 marzo del 2004 e il vissuto del protagonista, Vladimir, che sta correggendo le bozze de I demoni di Dostoevskij quando l’orrore irrompe dalla tv. Il romanzo permette di andare più in profondità nella lettura dei fatti?
La mia intenzione era mostrare che chi maneggia i discorsi, detiene un potere, ha la possibilità di rimodellare la realtà. E ha a portata di mano l’opportunità di proporre una realtà diversa, o addirittura falsa con effetti sul futuro. Detto questo, mi rendo conto che la letteratura in generale e il romanzo in particolare, hanno un potere enorme. Partendo da un artificio, da una convenzione, da una bugia (la finzione), può far in modo che i fatti raccontino la loro verità.
In quale direzione guarda oggi la nuova letteratura spagnola?
Gli scrittori spagnoli hanno ripensato in profondità la guerra civile e i decenni del dopoguerra, e si deve ancora fare molto. Ma capisco che le giovani generazioni, quelle degli scrittori nati negli anni 70 o 80, stiano cominciando a trovare questi temi un po’ stanchi. Per troppo tempo, l’equazione Spagna=Guerra civile ha condannato la nostra letteratura ad essere una sorta di riserva culturale del dramma che ha avuto inizio nel 1936. Mi pare comprensibile che gli scrittori comincino a guardare anche altrove. Oggi ci sono questioni scottanti sul tavolo dello scrittore, dal fallimento del welfare ai diritti dei lavoratori, sotto il ricatto del precariato e di nuove forme di sfruttamento
La protesta degli indignados ha dato una scossa, perché la sinistra non ha saputo dare una risposta politica?
In piazza c’era gente dai 20 ai 60 anni: lavoratori, universitari, esponenti della classe media, persone provenienti da ambienti culturali molto diversi. Non è stato un movimento apolitico ma apartitico. Questo in parte spiega perché la sinistra non ha preso i voti di questo vasto malcontento. A parte Izquierda Unida, la cosiddetta sinistra in Spagna è un blocco monolitico (il Psoe) più vicino a un liberalismo moderato che a un socialismo vero. L’ottimismo rampante è stato il motore della democrazia sociale spagnola per anni. E ora la sinistra “ufficiale” ha pagato il prezzo del disincanto e dei suoi errori. Il loro esercizio di ipocrisia è stata davvero notevole.

da left avvenimenti

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L’italia laica si dà appuntamento a Reggio Emilia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2012

Contro le ingerenze vaticane e i governi baciapile. Per un’etica libera dalla metafisica. Nella città emiliana tre giorni di discussioni con Telmo Pievani, Giorello, Viano, Rusconi, Lecaldano e molti altri

di Simona Maggiorelli

Finalmente liberi da un governo di centrodestra dalla doppia morale (baciapile in Aula e bunga bunga di notte) si sperava che l’attuale governo “tecnico”, quanto meno, non proseguisse sulla strada dell’agenda bioetica vaticana adottata da Berlusconi. Ma che questa fosse, appunto,
una “pia” illusione ce l’ha fatto intendere da subito il premier Monti che, come primo gesto pubblico e istituzionale, ha scelto di andare a messa.
Nel frattempo questioni urgenti come un dibattito civile sul biotestamento e la cancellazione delle linee guida della legge 40, varate con un colpo
di mano dalla ex sottosegretaria Eugenia Roccella fuori tempo massimo, quando il governo Berlusconi era già caduto, sono finite in un limbo.

E le cose non sembrano andar meglio nelle politiche locali. Con i consultori pubblici sempre più presi d’assedio dalle associazioni religiose e un proliferare di cimiteri per feti, dal Veneto alla Toscana, voluti da amministrazioni locali di centrodestra ma anche di centrosinistra (Firenze docet). In questo quadro, che Reggio Emilia continui, con l’aiutom di un gruppo di studiosi e intellettuali, a tenere alta la propria tradizione atea e partigiana ci pare un fatto non trascurabile. Dal 20 al 22 aprile filosofi, scienziati, bioeticisti, storici e sociologi di fama internazionale torneranno ad affollare la città emiliana in occasione delle Giornate della laicità. Aprendo le porte dell’università di Modena e Reggio al più ampio pubblico per poi proseguire il dialogo nei cinema e nei teatri. Tema centrale dell’edizione 2012 sarà la pesante ingerenza vaticana che vorrebbe il Belpaese dimentico di storiche sentenze come, per esempio, 203 del 1989 in cui la Corte costituzionale scriveva che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei profili della forma di Stato delineata nella carta costituzionale della Repubblica». Della violenza e del dogmatismo di uno Stato etico e confessionale – come è quello italiano, quando impone l’accanimento terapeutico o obbliga, per legge, una donna a farsi trasferire in utero embrioni malati- discuteranno al festival non solo medici e scienziati, ma anche antropologi e filosofi. E mentre lo storico del diritto Sergio Lariccia e il filosofo Giulio Giorello ci ricorderanno l’importanza che ha avuto la separazione fra Stato e Chiesa nello sviluppo di moderne democrazie (Francia e Inghilterra in primis), i curatori del Rapporto sulla secolarizzazione stilato da Critica liberale e Cgil nuovi diritti dimostreranno, dati alla mano, che il Paese reale è molto più laico della sua classe dirigente. Dell’antistorica pretesa della Chiesa di imporre i suoi «valori non negoziabili» alla società multiculturale
di oggi parlerà la sociologa Chiara Saraceno, mentre i filosofi Gian Enrico Rusconi, Eugenio Lecaldano e Carlo A.Viano rilanceranno i temi forti
di un’etica laica. «È frequente sentire sulla bocca dei credenti la tesi che se Dio non ci fosse, tutto sarebbe moralmente lecito», nota Rusconi. «Per il laico invece la determinazione delle regole morali, e quindi la fondazione dei diritti, prescinde da ogni riferimento diretto a Dio. Questa posizione
si esprime nella necessità per il laico di agire etsi deus non daretur, una formula», tiene a precisare Rusconi, autore di Cosa resta dell’Occidente (Laterza 2012) ma anche di Come se dio non ci fosse (Einaudi, 2000), «che non è una dichiarazione circa l’esistenza o l’inesistenza di Dio, ma è un postulatoma è un postulato di ordine etico. È la rivendicazione della piena autonomia e responsabilità morale dell’uomo e della donna».

Più radicale nel rifiuto della religione è Telmo Pievani che a Reggio Emilia parlerà di “Scienza libera/scienza virtuosa”: «Finché ci sarà scienza sperimentale, ci saranno novità e sorprese», dice da filosofo della scienza. «Sta in questo la carica rivoluzionaria e di libertà della scienza».

da left-avvenimenti

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L’inganno del pensiero debole

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2011

Maurizio Ferraris

 Con un convegno a Bonn e una lectio magistralis al Festivalfilosofia, il docente dell’Università di Torino lancia un manifesto per il New Realism. E apre la discussione pubblica

di Simona Maggiorelli

Mentre si annuncia un convegno internazionale che riunirà il Gotha della filosofia a Bonn per discutere della necessità di un New Realism (dopo anni di ammorbante Pensiero debole) anche in Italia si accende il dibattito sulla proposta lanciata dal filosofo dell’Università di Torino Maurizio Ferraris. Che sabato 17 settembre  ne parlerà in una lectio magistralis, in piazza a Carpi nell’ambito del Festivalfilosofia di Modena. Ad ottobre, poi, uscirà per i tipi di Guanda il suo nuovo libro L’anima e l’iPad .
Professor Ferraris, Pensiero debole e Postmoderno hanno imperversato per anni.
Con quanto danno?
I danni sono venuti soprattutto attraverso il populismo, che ha ricevuto un potente anche se in buona parte involontario fiancheggiamento ideologico da parte del Postmoderno. E queste ricadute non hanno riguardato solo le élites più o meno vaste interessate alla filosofia o all’arte postmoderna ma anzitutto una massa di persone che forse di Postmoderno non hanno mai sentito parlare, o quasi, e che subiscono gli effetti del populismo mediatico, compreso il primo e il più grande: la convinzione che si tratti di un sistema senza alternative.

Duchamp Gioconda con i baffi

Il filosofo Richard Rorty diceva che non esiste una realtà, «out there», là fuori. Mentre Gianni  Vattimo in Addio alla verità sostiene che la verità è sempre dispotica. Ora, lui si dice di sinistra, addirittura comunista. Ma come si può trasformare se stessi e la società a partire da un così assoluto nihilismo?
Bertrand Russell raccontava che a una cena una signora gli disse: “Trovo che il solipsismo sia una bellissima teoria, e vorrei fondare una associazione di solipsisti”. Il nichilista che pensa di trasformare il mondo non è meno paradossale di quella signora. Se non c’è verità e realtà come si può capire se si sta trasformando se stessi e il mondo o se invece si pensa solo di farlo? A parte questo autoinganno, c’è un problema più grosso: se c’è una dottrina che sostiene che non ci sono fatti, solo interpretazioni le vittime di soprusi non potranno neppure lamentarsi, chiedere giustizia, organizzare una reazione, appunto perché l’ideologia dominante è che non ci sono fatti e che la verità la si costruisce come la costruiscono certi telegiornali. Così le vittime subiranno senza avere la speranza che, un giorno, giustizia sarà fatta, il che significa che subiranno ingiustizia due volte.
Una rinuncia così totale alla ricerca della verità non rischia di dissolvere ogni ricostruzione storica, obbligandoci a restare muti e inerti di fronte a ogni forma di negazionismo?
Questo è il problema maggiore. Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto ciò che viene assunto come ovvio e viene dichiarato pubblicamente, nasce come esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici: chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Una specie di condono tombale cala su tutte le tragedie dell’umanità.  Certo, Cartesio diceva che una volta nella vita, se si vuol essere filosofi, si deve mettere in dubbio tutto. Ma, appunto, diceva che è una specie di esercizio da farsi una volta sola e in veste di filosofi. Nella vita di tutti i giorni, invece, il dubbio sistematico è una posizione insostenibile (anche gli scettici si scansano se vedono che gli sta venendo addosso un tram), e va a finire che uno dubita solo di ciò che gli fa comodo dubitare.

Barthes e Foucault

A partire dal ‘68 si è registrato uno strano fenomeno: ogni proposta di un pensiero forte sulla realtà umana (anche se radicato nella realtà, anche se sottoposto a verifica) è per la sinistra – specie quella di matrice foucaultiana  – sempre fascista. Perché?
Perché il ‘68 è stato l’estensione al mondo sociale della pratica iper-ironica delle avanguardie. Si trattava sempre di mettere i baffi alla Gioconda, di usare le parole tra virgolette, soprattutto se queste parole erano “verità” e “realtà”. Il colmo l’ha toccato Roland Barthes quando (scherzando ma non troppo) ha detto che «la lingua è fascista», perché ha norme e regole.  A questo punto il vero parlante antifascista sarebbe lo sgrammaticato e l’analfabeta, il vero medico antifascista sarebbe quello che non sa curare!
Derubricare l’adesione al nazismo di Heidegger a scelta privata è lecito? O bisogna aprire gli occhi su quello che molti maestri del ‘68 e teorici del pensiero debole non hanno voluto vedere: ovvero che il pensiero stesso di Heidegger è nazista? E perché i filosofi irresponsabilmente non hanno voluto vedere questa pericolosa consustanzialità?

Heidegger, 1933

Non è assolutamente lecito considerare il nazismo di Heidegger una “questione privata”. Anche perché, come lei dice, il pensiero di Heidegger è consustanziale al nazismo. Molti filosofi di sinistra – ma non tutti, per esempio non Habermas – non hanno voluto vedere tutto questo.  In parte anche perché vederlo non era facilissimo, nel senso che l’adesione al nazismo era presentata come un incidente di percorso superato già nel ‘34 (era l’autodifesa di Heidegger), e i testi di Heidegger che circolavano a sinistra non erano certo il Discorso di rettorato (tradotto molto tardi: in italiano, addirittura nel 1988), ma testi apparentemente più innocui, in cui si diceva che il linguaggio è la casa dell’essere e che l’uomo abita poeticamente. Tranne che poi anche in quei testi emergevano sprazzi inquietanti, per esempio, in un corso su Nietzsche del 1940, un elogio del Blitzkrieg in corso, oppure, nella intervista allo Spiegel del 1966 e pubblicata alla sua morte (Ora in Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda ndr), la tesi secondo cui paragonava la Shoah all’agricoltura meccanizzata. Ma, a prescindere da questi sprazzi, quello che non si è visto in generale, è che il pensiero heideggeriano nel suo insieme è iper-gerarchico, e che l’appello al nichilismo e alla volontà di potenza, l’insistenza sulla Decisione, l’abbandono della nozione tradizionale di “verità”, sono una adesione profonda e non opportunistica al Führerprinzip. Non è privo di ironia il fatto che questo pensiero sia diventato un punto di riferimento essenziale per filosofi che militavano a sinistra e che si volevano anti-autoritari. Anche se tra questi filosofi c’è stato chi come Habermas ha denunciato subito l’equivoco e chi ha lavorato su Heidegger, ma senza rimuoverne i caratteri inquietanti, come ha fatto Derrida (ma è proprio lui che mi ha aperto gli occhi su Heidegger). Vista nell’insieme comunque la ricezione è stata  indulgente talora sino alla cecità.
Il Pensiero debole – dice Rovatti – è nato come critica al potere della metafisica. Ma poi è diventato esso stesso discorso fumoso e astratto. La stessa pratica della decostruzione proposta da Derrida non ha finito per fiaccare ogni ricerca in una continua e sempre rimandata diffrazione del senso bloccandola in una paralizzante indecidibilità?
Il Pensiero debole, la Decostruzione, il Postmoderno, sono cose molto diverse, come sottolineava giustamente Aldo Rovatti, anche se tra loro c’è una “somiglianza di famiglia” e dei temi comuni… Diciamolo con semplicità: è molto più facile decostruire che non costruire, anche se, ne sono pienamente convinto, ogni costruzione degna di questo nome richiede una decostruzione, un momento critico della tradizione, come in effetti è sempre avvenuto tra grandi filosofi: Aristotele ha decostruito Platone, ma se si fosse limitato a questo non sono sicuro che ce ne ricorderemmo ancora. Inversamente, se sono convinto che ci ricorderemo ancora per secoli di questo grande e controverso filosofo che è Jacques Derrida, è perché non è stato semplicemente un decostruttore; è stato anche un grande costruttore, ha lavorato in modo originale e propositivo sulle nozioni di sovranità, amicizia, giustizia. Cosa che ovviamente non si può dire di altri decostruttori.
Intervenendo nel dibattito fra New Realism e Postmoderno, Emanuele Severino sul Corriere della Sera abbozza uno sferzante paragone: «Maurizio Ferraris parla di verità… Anche Benedetto XVI a Madrid ha invitato i giovani a cercare La Verità». Perché la verità dovrebbe essere appannaggio della religione e non degli esseri umani?
Nell’esortare i giovani alla ricerca della verità (si intende, ed è una limitazione che non va trascurata, nel quadro di una “verità superiore”, quella della fede) il papa fa il suo mestiere, così come lo fa quando ricorre all’epistemologia anarchica di Feyerabend per sostenere che Bellarmino non aveva poi tutti i torti nel condannare Galileo. Quelli che secondo me non fanno il loro mestiere sono i filosofi che invitano a dire addio alla verità, o gli epistemologi che sostengono che le teorie scientifiche sono delle specie di “visioni del mondo” senza una particolare pretesa di verità. A questo punto, ovviamente, lasciando il monopolio della verità ad altri. La strategia da seguire, ovviamente, è tutta un’altra: riconoscere quanta importanza abbia, nella vita umana, la verità, e impegnarsi nella sua ricerca e possibilmente nella sua pratica, perché spesso la verità è sotto gli occhi di tutti, solo è difficile da attuare.

Jacques Derrida

Nel suo Ricostruire la decostruzione (Bompiani) si legge: « Il programma del pensiero postmoderno prevedeva la liberazione sessuale, a partire dal progetto di rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari. Ma “l’attivismo sessuale” non ha prodotto liberazione sociale…». Perché secondo lei?
In parte perché è scattato un meccanismo peraltro già studiato da Horkheimer e Adorno. Il sovrano concede al popolo libertà sessuale, e in cambio tiene per sé non solo la libertà sessuale ma anche tutte altre libertà che non sono concesse agli altri. Da questo punto di vista, non c’è niente di più conveniente, anche dal punto di vista economico, della concessione della libertà sessuale. I sudditi se la vedono tra loro, non sono necessarie strutture costose, per esempio buone università (come sarebbe nel caso che il sovrano concedesse al popolo la libertà di studio), e non ci sono ricadute rischiose (per esempio il fatto che i sudditi si stufino del sovrano, come sarebbe nel caso che il popolo si istruisse e prendesse coscienza). In questo senso, l’attivismo sessuale è stato molto più efficace, per paralizzare eventuali prese di coscienza, del panem et circenses, appunto perché non richiede neppure la concessione di pane o di giochi. Basta un discorso pubblico in cui si dice che “le persone a casa loro fanno quello che vogliono”, il cui vero significato è spesso: “le persone a casa loro fanno quello che voglio”.
La filosofia di Derrida è un curioso pastiche di vecchio e nuovo, lei ha detto in un convegno in sua memoria. Aggiungendo che il suo rifarsi alla psicoanalisi «è stato un enorme arcaismo». In Filosofia per dame (Guanda) poi lei scrive: «La psicoanalisi si è industriata a ridurre tutte le colpe a sensi di colpa non facendo un buon servigio all’umanità»…
L’ombra maggiore della psicoanalisi,  a mio avviso, è proprio quella contenuta nel brano che lei riporta: la confusione tra sensi di colpa e colpe vere e proprie, che fa sì ,per uno psicoanalista, Hitler sia essenzialmente uno che ha avuto una infanzia difficile!

da left-avvenimenti del 9 settembre 2011

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Non sparate sul poeta

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 3, 2011

di Simona Maggiorelli

bjorn larsson

La poesia non può essere per finta. Perché cerca la verità. Una verità diversa da quella della logica. E più profonda. «Per riuscire ad esprimere un frammento di bellezza, una scheggia di verità, il poeta deve sapersi separare da tutto, rinunciare ad ogni compresso». Così nel suo nuovo romanzo I poeti morti non scrivono gialli (in uscita il 5 settembre per Iperborea), dopo avvincenti avventure come La vera storia del pirata Long John Silver e intense opere autobiografiche come La saggezza del mare, lo scrittore e viaggiatore svedese Björn Larsson tesse un inno alla poesia, un’arte apparentemente desueta in questo nostro scapicollato e distratto vivere quotidiano. Per di più, spiazzando, lo fa in una forma antitetica alla poesia: quella del romanzo giallo. Che nelle mani di Larsson diventa noir esistenziale, sovvertimento della narrazione di genere e un modo per attrarre il numeroso pubblico della letteratura di consumo e coinvolgerlo in riflessioni ben più interessanti.
«Lo spunto, in realtà, mi è venuto da discussioni di anni con un mio amico poeta – ci racconta Larsson al telefono dalla Svezia, in perfetto italiano-. Lui dice sempre che la poesia è verità. Non una verità specifica, ma la verità a lungo termine di cose che ci toccano intimamente. E fa questa differenza: il romanziere inventa una realtà, mentre il poeta non inventa, esprime una realtà profonda in parole condensate, vibranti». E a quale conclusione siete giunti? «Direi che la questione è ancora aperta», dice Larsson ridendo.

Lei una volta ha detto che la letteratura non dovrebbe mai essere di genere, «perché deve saper interrogare e infrangere degli stereotipi», perché allora scrivere un giallo, per quanto in maniera assai originale? «La moda imperversante del thriller nordico, devo dire, mi ha un po’ annoiato – confessa lo scrittore -, ma mi ha anche spinto a mettere un punto di domanda sul modo di presentare la realtà che questa narrativa ci offre. Il giallo svedese, di fatto, ha preso il posto di quello che un tempo era il romanzo realistico. Ed è anche diventato, all’estero, il veicolo di un’immagine della Svezia assai distorta».
Nei mesi scorsi, dopo la strage di Oslo, i media europei hanno creduto di poter individuare proprio nei gialli scandinavi segnali di quel malessere profondo che starebbe cambiando il volto delle laiche e moderne socialdemocrazie del Nord Europa. Del resto sono molti i fatti che parlano di una emergente xenofobia.

Anche dal nuovo romanzo di Larsson emerge la figura di un ex attivista di sinistra che, in tempi di crisi, cade in retrivi movimenti di stampo “leghista” con tangenze addirittura neonaziste. «Non nego che abbiamo seri problemi. Sono comparsi gruppi di destra e anche neonazisti. Questa è una realtà. Ma va detto anche – aggiunge lo scrittore – che coinvolgono un migliaio di persone. Non di più. Leggendo i gialli nordici sembra che la società svedese sia tutta ammalata e in mano alla criminalità politica. E questo non è vero. Anche guardando al numero degli omicidi – prosegue Larsson-, si vede che statisticamente sono piuttosto rari. Nell’ottanta per cento dei casi chi commette questi crimini è affetto da gravi patologie mentali». Un fatto che, al di là dei numeri, sembra aver colpito profondamente la fantasia di Björn Larsson: nel romanzo I poeti morti non scrivono gialli (che l’autore, filologo e docente dell’Università di Lund presenterà il 7 settembre al Festivaletteratura di Mantova), per esempio, compare la figura del padre del protagonista Jan Y.Nilsson, un cristiano che, ligio a una ferrea ideologia protestante del lavoro, ha chiuso tutti i rapporti con il figlio quando questi ha cominciato a dedicarsi alla poesia; un predicatore che al poliziotto, che lo sospetta di aver ucciso il poeta, confessa di aver amato sua madre come tramite verso Dio.

Così, dopo aver “preconizzato” un tragico attentato da parte di un gruppo di estremisti musulmani nel romanzo L’occhio del male uscito poco prima dell’attacco alle Torri Gemelle, in questo suo ultimo lavoro Larsson accende la riflessione su quel fondamentalismo cristiano che molti media italiani hanno cercato di non vedere nella matrice della strage di Oslo. «Il punto è che le religioni, tutte le religioni, hanno un nucleo di fondamentalismo – chiosa Larsson -c’è sempre qualcosa di terribilmente violento quando uno pensa e dice di parlare in nome di Dio».

Ma c’è anche un altro personaggio in questo romanzo che si rivelerà assai inquietante. Intorno all’assassinio del poeta Jan Y. ruota anche la figura di un’irreprensibile infermiera, Tina, dalla bellezza algida, che dopo un casuale incontro in una libreria decide di dedicare tutta se stessa all’opera di questo solitario poeta che vive su una barca ormeggiata al porto, entrando nella sua vita come compagna, segretaria e fedele custode del suo lavoro. Una donna apparentemente normale, amante della letteratura ma che dietro a questo suo assoluto amore per la «purezza» della poesia nasconde una totale mancanza di affetti. Tina ha perso ogni rapporto con l’umano? «Sì al fondo c’è questa idea di perdita di umanità. Ricordo – dice Larsson – di aver letto alcuni articoli che parlavano di fenomeni che riguardano le star del mondo del cinema e della musica. Si parlava di un’ammirazione senza limite, che diventa del tutto irreale. Nessuno, neanche un poeta, ha diritto di essere ammirato così».

da left-avvenimenti

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La memoria dei classici

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 31, 2011

maurizio bettini

Il senso della memoria per gli antichi Greci e per Romani. Il filologo dell’Università di Siena Maurizio Bettini  – che  sabato 29 settembre 2012 presenta il suo nuovo libro Contro le radici (Il Mulino) alla libreria Amore ePsiche di Roma – ne aveva parlato a Left in  in occasione dell’edizione 2011 del Festival della mente di Sarzana.

di Simona Maggiorelli

mnemosyne

Mentre la storia antica, latina e greca, si studia sempre meno nelle scuole italiane, per non parlare poi di quella assiro-babilonese definitivamente espunta da programmi scolastici grazie all’ultima serie di riforme e controriforme, la proposta che viene da una fortunata kermesse come il Festival della mente di Sarzana si segnala decisamente in controtendenza: nel fitto carnet di incontri dell’ottava edizione, in programma dal 2 al 4 settembre, si legge infatti l’intenzione di aprire un’agorà di riflessione critica sulle radici culturali dell’Europa e sui rapporti che, attraverso il Mediterraneo, abbiamo intessuto nei secoli con la Grecia e con le millenarie culture del Medioriente. Una serie di importanti pubblicazioni apparse di recente, del resto, già riaccendono il dibattito a livello internazionale (ne accenneremo in breve). Anticipando a left alcuni temi della lectio magistralis che terrà il 3 settembre al Festival (alle 10,30 nella Fortezza Firmafede) ce ne parla qui uno studioso di cultura antica come Maurizio Bettini, filologo dell’Università di Siena, autore di importanti monografie sulla mitologia greca, ma anche romanziere.

A Sarzana, in particolare, Bettini racconterà le molteplici figurazioni culturali (divine, mitologiche, narrative, metaforiche) della memoria nella Grecia antica confrontandole con il modo di intendere la memoria a Roma, dove la dea Moneta «fa ricordare il proprio dovere a custodi distratti e mette in guardia i cattivi amministratori del pubblico fisco. Rammentando ciò che altrimenti si rischia di dimenticare, alla maniera di un’agenda computerizzata».
Professor Bettini la concezione greca della memoria, al fondo, in cosa differiva da quella romana?
I miti greci parlavano dell’importanza della memoria e nella Teogonia di Esiodo compare la dea Mnemosyne che ha per figlie le Muse. Così i Greci costruivano miticamente il rapporto poesia – memoria, nella loro cultura orale. La scrittura, non va dimenticato, in Grecia comincia ad essere usata non prima del VI a C. Tutta la poesia omerica è produzione orale: c’è un poeta che dice di essere in rapporto con le muse e di ricevere da loro la memoria dei fatti che racconta. A Roma, veri e propri miti di memoria, invece, non ce ne sono. Ma c’è una divinità interessante, che i Romani chiamano Moneta. Come tutte le divinità latine con il suffisso “ta” indica un’attività. Come Tacita è la dea che mi fa tacere, Moneta è quella che mi fa ricordare. Anche che questo pezzo di metallo vale un tot.
Potremmo dire che nell’epos c’era una memoria fantasia, mentre i Romani di distinguevano per un approccio più “razionale”?
Questa è la classica distinzione: i Greci erano quelli della fantasia, dei poemi, mentre i Romani erano quelli pratici che non avevano tempo da perdere perché dovevano conquistare il mondo. Ma la faccenda è più complessa. I Romani non avevano una religione mitologica fatta di racconti. La loro era di carattere rituale. Ciò che contava era eseguire scrupolosamente i riti; si tramandavano le formule. Non esisteva a Roma alcun racconto di cosmogonia, come invece c’era in Grecia e in Mesopotamia. Sembra quasi che i Romani non si fossero mai preoccupati di formulare racconti su come è nato il mondo. La prima cosmogonia che troviamo a Roma è filosofica, comincia con Lucrezio e con Virgilio. Beninteso anche loro avevano i loro miti, per esempio Romolo e Remo, l’arrivo di Enea nel Lazio ecc., ma erano di tipo assai diverso da quelli greci.
Nella Grecia antica qual era il nesso fra immagini e memoria? Nel libro Il ritratto dell’amante (Einaudi) lei racconta che anche il sogno aveva un ruolo prioritario.
Facciamo un esempio: noi diciamo “ho fatto un sogno”. I Greci invece dicevano “ho visto un sogno”. La nostra metafora è piuttosto grossolana, fa pensare che il sogno sia una sorta di funzione corporale. Per i Greci il sogno era una manifestazione che si esplicitava nella visione. Che talora può essere addirittura comune a più persone. Si racconta di sogni multipli in Grecia. Tutta la città può sognare la stessa cosa per una volta. Così il sogno ha conseguenze concrete. Si può trasformare in una realtà a partire dal fatto che c’è un nome per questo. Normalmente il sogno si chiamava “onar”, da cui onirico. Ma c’era un’altra parola per indicare, invece, il sogno che si avvera. Insomma il sogno era un’esperienza molto più reale, più concreta, per i Greci di quanto non lo sia per altri. Detto ciò c’erano anche sogni che in Grecia si dicevano derivati da cattiva digestione, o da eccesso di fatica, per cui uno sogna ciò che ha fatto il giorno prima. Ma è una categoria di sogni diversa da quella che ha una forte componente di realtà tanto da anticipare il futuro, da dare indicazioni di comportamento.

odisseo e sirene

Lo stesso Omero distingueva fra sogni falsi e veritieri.
Due sono le porte dei sogni, diceva, una di corno e una di avorio. Esistono sogni veritieri destinati a durare e sogni che sono degli inganni. Facendo somigliare stranamente i sogni anche alla poesia:  e Muse, incontrando Esiodo nella Teogonia, lo avvertono: noi diciamo molte cose vere ma anche molte cose che sono solo simili al vero, cioè false, perché la divinità – e qui torniamo al tema della memoria – può suggerire cose che non sono vere. Al pari di certi sogni.
Studiosi come Christian Meier in Cultura, libertà, democrazia (Garzanti) e in Italia Gaetano Parmeggiani con Lo scudo di Achille (Sellerio), con percorsi diversi, ora tornano a tratteggiare l’immagine di una Grecia antica in cui gli aedi- cantastorie avevano molto più potere dei sacerdoti. Cosa ne pensa?
Non si può negare che rispetto ad altre culture contemporanee, ma anche successive, quella greca aveva aspetti peculiari assai interessanti. Come l’importanza data ai poeti rispetto ai sacerdoti. In Grecia non c’era un vero e proprio clero. L’idea di una Chiesa o di Chiese era loro totalmente estranea. Quando a noi sembra addirittura normale, dacché il mondo cristiano, ma anche quello ebraico e musulmano, vive in forme di clero organizzate. E in Grecia non esisteva un libro che dicesse come è fatta la religione, come pregare Dio. C’erano varianti infinite di miti, che raccontavano, in modi anche molto diversi fra loro, storie sugli dei. I culti locali si tramandavano con forme di memoria, di tradizione orale, ma non c’era un protocollo ufficiale da rispettare, pena l’eresia. In questo senso quello greco era un mondo profondamente più libero. L’ateismo totale veniva condannato solo perché avrebbe potuto mettere in crisi la polis. Ma non c’era un’ortodossia. Tutto il mondo antico pullulava di culti diversi, legati a quella meravigliosa esperienza che era il politeismo. In cui una divinità non escludeva l’altra. L’esclusione è tipica, invece, dell’ebraismo e delle religioni che ne sono discese.
Nel suo dirompente Black Athena, ora riproposto da Il Saggiatore, Martin Bernal indaga le fortissime radici afroasiatiche della Grecia antica. La memoria di questi debiti verso le culture orientali è stata cancellata?
Sì, ma non tanto dai Greci, quanto da noi. Tra Ottocento  eNovecento esplosero l’eurocentrismo e il colonialismo. L’Inghilterra e la Germania, in particolare. si identificano fortemente con i Greci. Non volevano ammettere che i Greci avessero preso molto da culture che loro sostanzialmente disprezzavano. L’antisemitismo, poi, non poteva accettare che i Greci, “così puri e così santi” avessero debiti con i popoli del Vicino Oriente. Fu una grande mistificazione. Incomprensibile ai nostri occhi: il Mediterraneo è un mare piccolo: le idee hanno sempre viaggiato con le merci, con le persone. Ma si era arrivati al paradosso che, per capire i Greci o anche i Romani, bisognasse paragonarli ai Germani o addirittura agli Indiani, in base alla teoria dell’indoeuropeo. E non con i popoli a loro più vicini. Erodoto, per esempio, parlava moltissimo degli egiziani. Ma lo si negava in nome di una pericolosa idea di purezza dei Greci e degli Indoeuropei.
Con Luigi Spina, per Einaudi, lei ha ripercorso il mito delle sirene. In questo caso come avviene la mitopoiesi?
Il mito era un racconto immaginario ma con significati culturali profondi che toccavano la realtà. Le sirene afferiscono a un mondo di cui fanno parte anche ad altri mostri dell’Odissea come il Ciclope, una sfera in cui rientrano anche gli inquietanti incontri con le ombre dei morti oppure con i lotofagi che si sono drogati di loto e ora non ricordano più. Sono costruzioni simboliche, fantastiche, che poi vogliono semplicemente dire c’è un mondo altro che noi non conosciamo, o che non conosciamo più, ma che Ulisse ha visto.
Nella mitologia e nella cultura greca, più in generale, c’era una forte misoginia. Secondo fonti diverse da Euripide, Medea non era un’infanticida, come ha scritto Christa Wolf. La stessa Circe, come lei ha ricostruito in un libro scritto con la Franco, forse non era così terribile come Omero la dipingeva. L’uomo greco simboleggiato da Ulisse aveva paura del femminile, dell’irrazionale, di tutto ciò che era altro da sé?
La società greca era dominata dai maschi, come quella romana. E questo pregiudizio sociale forte verso la donna entra anche nel racconto mitologico. L’esempio più lampante è Pandora: una specie di automa, di fantoccio animato che raffigura l’ingresso del femminile nel mondo degli uomini come origine di tutti i mali. Di lei si dice anche che è seduttiva e ingannatrice. Non è  molto diversa da  Eva. Sono racconti che nascono per tenere sotto controllo le donne. Gli antichi cercavano di giustificare con innumerevoli motivi la sudditanza delle donne e credo che la principale spinta fosse la paura maschile che la donna gli scappasse di mano rendendo incerta la sua discendenza. A Roma, come in Grecia gli uomini ne avevano un terrore fortissimo. Perciò i padri e i mariti cercavano di tenerle rinchiuse. Perché se le donne sono troppo libere che succede? I figli di chi sono? La mia onorabilità dove va a finire? Credo che questa ”gelosia” come motivo di esclusione della donna dalla sfera pubblica, continui a funzionare in tante società del mondo arabo: la donna è troppo importante perché la si lasci libera. Si venera la figura femminile e ad un tempo la si schiavizza. Sono i due aspetti contraddittori dello stesso problema.
Immagini di donna idealizzate, secondo un’estetica classica, compaiono nel suo romanzo, Per vedere se appena edito dal Melangolo…
Una certa idealizzazione forse deriva dal fatto che vedo una profondità e un’intelligenza nelle donne che negli uomini, perlopiù, non trovo. Magari non sarò così ingenuo da credere che la “salvezza” venga da voi, ma davvero credo che molto spesso voi abbiate un modo diverso di riflettere di vedere il mondo. E i miei personaggi femminili forse risentono di questo pensiero.

Nuovi Studi

Affascinante quanto schiva figura di medico e studioso dell’ellenismo, Gaetano Parmeggiani, ne Lo scudo di Achille ci parla di un mondo greco antico dalla lunga e raffinata civiltà artistica, articolato come una società antropocentrica, «affrancata dal trascendente». Al punto che «la stessa religione non trova un equivalente nel greco arcaico». Questo suo pamphlet, riproposto da Sellerio, si legge dunque come un appassionato invito a tornare a leggere l’Odissea e soprattutto l’Iliade, di cui La lepre edizioni ha appena pubblicato una nuova e fresca traduzione di Dora Marinari (con la prefazione di Eva Cantarella). Per Carocci, invece, esce Donne e società nella Grecia antica di Nadine Bernard, che ricostruisce, fra l’altro, la pratica greca dell’infanticidio, specie delle femmine. In Grecia, scrive la storica francese «gli anni dell’infanzia erano concepiti come la parte selvaggia della vita, quella in cui l’anima è ancora primitivamente folle, per usare le parole di Platone. E per questo non erano tenuti in alcuna considerazione».

da left-avvenimenti 31 agosto 2011

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Chi ha paura dei bambini?

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 21, 2011

Un treno dirottato da una scolaresca. Un rocambolesco viaggio verso Bucarest. E il racconto corale della società romena di oggi. nel romanzo della scrittrice romena Florina Ilis  La crociata dei bambini pubblicato da Isbn edizioni.  L’abbiamo incontrata a Torino in attesa del Salone del libro 2012 che vedrà la Romania paese ospite.

di Simona Maggiorelli

Attenzione al binario tre! E’ in arrivo l’accelerato speciale proveniente da Oradea», avverte la scrittrice  Florina Ilis ad incipit del romanzo La crociata dei bambini (Isbn edizioni) . E’ un treno speciale con un carico di bambini diretti in  colonia, in una località estiva della Romania. Un treno che, per più di 800 pagine, trasporterà il lettore in una realtà parallela,  onirica e potente, fatta  di avventure rocambolesche, di  incanti e prime cotte da cuore in gola.  Ma anche fatta di continui attentati alla fantasia infantile  perpetrati da  premurosi genitori, ligi  insegnanti,  preti pii e  poliziotti corrotti, che se ne sentono direttamente  o indirettamente minacciati. Al punto che il lucido giornalista Pavel, cresciuto a pane e  Sant’Agostino, a pagina 560 del romanzo, si mette a pontificare sulla «rapidità con cui nell’inconscio infantile, il bambino passa dall’innocenza alla violenza e alla perversione». Ma per fortuna, su questo bizzarro Train de vie anche le sue farneticazioni vengono portate via dal fiume di una narrazione che scorre travolgente, quasi senza  punteggiatura, passando da una voce narrante all’altra come in una affascinante polifonia alla Dostoevskij.   Così ecco  Calman, il capo di una banda di ragazzi che vive nei sottosuoli di Bucarest, letteralmente disarmato dalla bellezza incarnata dal sorriso di una ragazzina. Ecco  Denis, l’Harry Potter del gruppo, che finalmente sul treno dei bambini  non ha più bisogno di indossare la maglietta che lo rende invisibile agli occhi del patrigno. Ed ecco Sonia scoprire per la prima volta la ruvida dolcezza di un bacio maschile.  Il treno del racconto di Florina Ilis procede sul binario segreto  delle emozioni, delle scoperte, dei sogni di questi ragazzini. Fra soste improvvise e subitanee accelerazioni. Come quando  il gruppo degli adolescenti decide di dirottare il mezzo, per farne il treno dei diritti dei bambini. Da strappare ai grandi. «Primo!  Vogliamo la regolamentazione delle adozioni internazionali» dicono i bambini scampati alla malavita di Bucarest.  «Secondo! Vogliamo diritti per non andare più a rubare».  «Terzo! Niente più ore di religione», annuncia un ragazzino che frequenta le medie. Il  mondo alla rovescia della tradizione carnevalesca si mescola  qui alla meraviglia delle fiabe, senza che la Ilis, in questo romanzo giudicato dalla critica internazionale uno dei più importanti della letteratura romena contemporanea, perda mai di vista la realtà  della Romania di oggi, fra rapida modernizzazione e persistenze di una cultura contadina , magica e religiosa. Fra sviluppo tecnologico e l’indigenza delle fasce sociali più deboli. Fra nuove agognate libertà guadagnate con l’abbattimento del regime di Ciausescu e il dilagare di abusi su minori a causa del turismo sessuale internazionale. «Fra luci e ombre con questo libro ho voluto fare un affresco della Romania contemporanea – racconta a left  Florina Ilis -, ma  non nella forma di un romanzo di tipo sociologico. Quello che conta per me è la fantasia, è la letteratura».
 L’incanto, la meraviglia, un modo di guardare le cose  dalla parte dei bambini.Dove nasce  questa sua originale poetica ?
In realtà  La crociata dei bambini  nasce come  romanzo multivocale. Per raccontare la Romania di oggi ho cercato di far sì che ogni personaggio e ogni classe sociale avesse una propria voce per dire la propria realtà. Ma è vero che emergono soprattutto due voci: quella dei bambini e  quella degli adulti. Al contempo però non ho voluto che fossero del tutto in contrapposizione. Così a volte i bambini parlano come se fossero la voce dei genitori, altre volte i genitori si comportano in modo infantile, come se fossero essi stessi  i bambini. Ho cercato di rendere questa complessità.

Florina Ilis

Nel libro gli ufficiali che furono spediti dal regime  a sedare la rivoluzione nell’89, vengono schierati per reprimere la crociata dei bambini. Perché tanto odio?
Non so se odio sia la parola giusta. Quando gli adulti perdono il controllo sui più piccoli c’è una reazione contro di loro. Un certo mondo adulto ha paura dei bambini.
Qual è  la situazione dei bambini di strada?
Il romanzo è stato pubblicato nel 2005 in Romania. E il problema dei  bambini di strada allora era enorme. Nel frattempo sono stati avviati programmi di recupero dal punto di vista  sociale. Ora non ci sono più gli orfanotrofi che tutti abbiamo visto in tv. I bimbi che erano abbandonati  sono stati affidati a famiglie e lo Stato le sostiene. Certo, non tutto è risolto. Non tutte le famiglie sono accoglienti. Forse oggi dovrebbero intervenire soprattutto gli psicologi per aiutare questi ragazzi.
I personaggi più  anziani  nel libro  hanno una certa nostalgia per la dittatura di Ceausescu. Accade anche nella realtà?
Sì effettivamente molti anziani oggi in Romania hanno  nostalgia per il passato comunista. La prima cosa che si dimentica di quel periodo è  l’assenza di libertà.  I vecchi rammentano che lo Stato pensava a tutto e nel  vuoto attuale si trovano spersi. La mia generazione ( all’epoca eravamo studenti) ha potuto apprezzare di più il passaggio alla libertà, non ci importava la mancanza di  cose materiali. Le generazioni più giovani oggi si sentono del tutto libere, hanno conquistato veramente qualcosa rispetto al passato.
L’idea della crociata dei bambini  viene dal racconto che Marcel Schwob scrisse nel 1896?
Non avevo letto Schwob; sapevo della crociata dei bambini  del XIII secolo. Da quell’episodio storico ho preso l’idea di base da cui è partito il libro. Nel medioevo quella crociata fu indetta  perché i bambini avrebbero dovuto salvare il cristianesimo. Nel mio romanzo le domande intorno alla crociata dell’innocenza sono altre e più complesse. Mi domando  in che modo un movimento di bambini possa salvare il mondo  e se il mondo abbia bisogno di essere salvato da qualcosa.
Il suo romanzo ci mostra  una “realtà latente”,  un mondo dalla coloritura onirica. Ma gli adulti razionali si ostinano a chiamarla magia o religione?
Viviamo in un mondo concreto ma esiste anche una parte invisibile, che qualcuno appunto chiama spirituale o in altro modo. Alla mia maniera ho cercato di dare espressione a questo latente.  Sono sempre stata tentata di dare un senso a questi significati nascosti della vita. Ma non trovando una  risposta univoca  cerco di darne molte. Senza per questo voler fare della filosofia. E  soprattutto evitando  ogni didatticismo.
(Traduzione di Mauro Barindi)

Il  caso
nuova onda transilvana
Una vera e propria onda romena si è alzata nel panorama europeo della letteratura. Con nomi  di maestri come Norman Manea e Gabriela Adamesteanu. Ma anche con scrittori più giovani come Dan Longu ,Filip Florian e la stessa Florina Ilis, classe 1968, che la critica internazionale considera una delle voci più importanti  della letteratura romena di oggi.  Insieme formano un panorama letterario complesso e variegato che  nuovi studi  ora ci aiutano a comprendere più da vicino. A cominciare dall’importante opera a più mani Geografia e storia della civiltà romena nel contesto europeo (Edizioni Plus, a cura di Bruno Mazzoni) che ci guida inel cuore della narrativa e della poesia romena che , specie durante il regime di Ceausescu,  è stata il vero “polmone” attraverso cui una  società soffocata dalla censura ha potuto  respirare. Ma  ricco di spunti è anche il volume che le Edizioni Plus dedicano alla nuova scena  contemporanea.

da left-avvenimenti

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La truffa sul lettino

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 20, 2011

Dopo una decina di anni di psicoanalisi e nessun miglioramento, una paziente- che di professione fa la giornalista- ha deciso di uscire allo scoperto con un libro denuncia

di Simona Maggiorelli

da Freud a fumetti Raffaello Cortina

In analisi per anni, a costi altissimi, per sentirsi impartire da psicoanalisti che “agiscono da veri conservatori, un mix di cristianesimo e occultismo”, nonché una sfilza di precetti “iperazionali” per controllare e tenere a bada le passioni.

E’ l’esperienza di vita che la giornalista Elisabetta Ambrosi racconta, con linguaggio corrosivo, nel pamphlet Inconscio ladro! Malefatte degli psicoanalisti ( La lepre edizioni). Tratteggiando quella che al lettore appare come una vera e propria truffa ai danni del malato. “La parola truffa – ci risponde Ambrosi- presuppone una realtà sociale condivisa e insieme la possibilità che il truffato possa rivolgersi a vie giudiziarie o di altro tipo per un riconoscimento. Purtroppo invece, poiché l’analisi si svolge nel chiuso di una stanza, alla presenza delle due stesse identiche persone, è difficile che si possa creare una oggettività giudicabile esternamente. In teoria esiste la possibilità per il paziente di denunciare il terapeuta all’Ordine, ma quanti lo fanno?- si domanda l’autrice del libro -. E come dimostrare il danno visto  il monopolio da parte di chi sarebbe denunciato di nozioni e teorie con cui agilmente argomentare il contrario? Pensiamo a quanto è difficile per un giudice ricostruire una causa di lavoro o  un caso di mobbing”.

Quella analitica, sottolinea la giornalista,  “è una situazione massimamente delicata, che richiederebbe un’estrema competenza da parte degli analisti, che talvolta sono invece persone mediocri o comunque incapaci di curare e che possono quindi arrecare danni gravi. Non parliamo poi dei pazienti che si suicidano, le cui storie sono spesso impossibili da ricostruire”.

E allora anche alla luce di tutto questo come è stato possibile che Sigmund Freud sia diventato una figura quasi intoccabile pur non avendo scoperto l’inconscio né avendo una teoria scientifica per la cura della malattia mentale ( come hanno dimostrato tanti autorevoli studiosi da Ellenberger, a Fagioli, a Masson)? ” Confesso di non aver letto tutte le opere di Freud- risponde Ambrosi-. Sono andata in analisi perché stavo male e per un desiderio di conoscenza. Posso però dire che l’uso di categorie freudiane è stato forte e rigido in analisi, con conseguenti interpretazioni e letture in cui era difficile riconoscersi ma in cui spesso mi costringevo a stare, proprio come un tempo facevo in credenze religiose e di altro tipo. Ora è chiaro – approfondisce la giornalista- che se il paziente ha la tendenza a cercare regole o interpretazioni normative rassicuranti, compito dell’analista è scongiurare questo pericolo. Dovrebbe quanto più possibile picconare categorie di ogni tipo!”

E poi rievocando la propria esperienza personale aggiunge:” Mi sconvolge ancora ripensare a quanto dogmatismo invece ho incontrato. Un dogmatismo basato, appunto, sui testi sacri poco storicizzati, poco usati come strumenti e molto come fini in sé. Tanto che sentire parlare di psicoanalisi freudiana, lacaniana, junghiana eccetera mi fa pensare a forme di credo religioso”.

Insomma il punto non sarebbe solo  l’intoccabilità della figura di Freud nel panorama culturale? ” Per me il punto è l’intoccabilità della terapia stessa considerata appunto non come uno strumento ma come una specie di sacro rito senza il quale il paziente è perduto per sempre. Una simile visione non fa che rendere chi va in analisi ancora più dipendente e incapace di essere felice autonomamente. Una cosa terribile”.

In chiusura resta una curiosità: come ha reagito la Società psicoanalitica italiana (Spi) al libro Inconscio ladro!? “Nonostante nasca da un’esperienza privata, considero comunque questo libro come parte del mio lavoro giornalistico- dice Ambrosi-. Il libro sta sul mercato e lo legge chi vuole. Insomma non sono andata sotto le scuole Spi a lanciarlo contro le finestre! Né l’ho mandato ha chi mi ha curato malamente. Perché non mi interessava in alcun modo la vendetta, che di fatto non è altro che l’altra faccia della dipendenza, anche se la rabbia c’è stata e legittima. Io volevo raccontare con ironia una vicenda che rimanda a un problema di rilevanza pubblica, sebbene se ne parli così poco”.

da left-avvenimenti

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