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La memoria dei classici

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 31, 2011

maurizio bettini

Il senso della memoria per gli antichi Greci e per Romani. Il filologo dell’Università di Siena Maurizio Bettini  – che  sabato 29 settembre 2012 presenta il suo nuovo libro Contro le radici (Il Mulino) alla libreria Amore ePsiche di Roma – ne aveva parlato a Left in  in occasione dell’edizione 2011 del Festival della mente di Sarzana.

di Simona Maggiorelli

mnemosyne

Mentre la storia antica, latina e greca, si studia sempre meno nelle scuole italiane, per non parlare poi di quella assiro-babilonese definitivamente espunta da programmi scolastici grazie all’ultima serie di riforme e controriforme, la proposta che viene da una fortunata kermesse come il Festival della mente di Sarzana si segnala decisamente in controtendenza: nel fitto carnet di incontri dell’ottava edizione, in programma dal 2 al 4 settembre, si legge infatti l’intenzione di aprire un’agorà di riflessione critica sulle radici culturali dell’Europa e sui rapporti che, attraverso il Mediterraneo, abbiamo intessuto nei secoli con la Grecia e con le millenarie culture del Medioriente. Una serie di importanti pubblicazioni apparse di recente, del resto, già riaccendono il dibattito a livello internazionale (ne accenneremo in breve). Anticipando a left alcuni temi della lectio magistralis che terrà il 3 settembre al Festival (alle 10,30 nella Fortezza Firmafede) ce ne parla qui uno studioso di cultura antica come Maurizio Bettini, filologo dell’Università di Siena, autore di importanti monografie sulla mitologia greca, ma anche romanziere.

A Sarzana, in particolare, Bettini racconterà le molteplici figurazioni culturali (divine, mitologiche, narrative, metaforiche) della memoria nella Grecia antica confrontandole con il modo di intendere la memoria a Roma, dove la dea Moneta «fa ricordare il proprio dovere a custodi distratti e mette in guardia i cattivi amministratori del pubblico fisco. Rammentando ciò che altrimenti si rischia di dimenticare, alla maniera di un’agenda computerizzata».
Professor Bettini la concezione greca della memoria, al fondo, in cosa differiva da quella romana?
I miti greci parlavano dell’importanza della memoria e nella Teogonia di Esiodo compare la dea Mnemosyne che ha per figlie le Muse. Così i Greci costruivano miticamente il rapporto poesia – memoria, nella loro cultura orale. La scrittura, non va dimenticato, in Grecia comincia ad essere usata non prima del VI a C. Tutta la poesia omerica è produzione orale: c’è un poeta che dice di essere in rapporto con le muse e di ricevere da loro la memoria dei fatti che racconta. A Roma, veri e propri miti di memoria, invece, non ce ne sono. Ma c’è una divinità interessante, che i Romani chiamano Moneta. Come tutte le divinità latine con il suffisso “ta” indica un’attività. Come Tacita è la dea che mi fa tacere, Moneta è quella che mi fa ricordare. Anche che questo pezzo di metallo vale un tot.
Potremmo dire che nell’epos c’era una memoria fantasia, mentre i Romani di distinguevano per un approccio più “razionale”?
Questa è la classica distinzione: i Greci erano quelli della fantasia, dei poemi, mentre i Romani erano quelli pratici che non avevano tempo da perdere perché dovevano conquistare il mondo. Ma la faccenda è più complessa. I Romani non avevano una religione mitologica fatta di racconti. La loro era di carattere rituale. Ciò che contava era eseguire scrupolosamente i riti; si tramandavano le formule. Non esisteva a Roma alcun racconto di cosmogonia, come invece c’era in Grecia e in Mesopotamia. Sembra quasi che i Romani non si fossero mai preoccupati di formulare racconti su come è nato il mondo. La prima cosmogonia che troviamo a Roma è filosofica, comincia con Lucrezio e con Virgilio. Beninteso anche loro avevano i loro miti, per esempio Romolo e Remo, l’arrivo di Enea nel Lazio ecc., ma erano di tipo assai diverso da quelli greci.
Nella Grecia antica qual era il nesso fra immagini e memoria? Nel libro Il ritratto dell’amante (Einaudi) lei racconta che anche il sogno aveva un ruolo prioritario.
Facciamo un esempio: noi diciamo “ho fatto un sogno”. I Greci invece dicevano “ho visto un sogno”. La nostra metafora è piuttosto grossolana, fa pensare che il sogno sia una sorta di funzione corporale. Per i Greci il sogno era una manifestazione che si esplicitava nella visione. Che talora può essere addirittura comune a più persone. Si racconta di sogni multipli in Grecia. Tutta la città può sognare la stessa cosa per una volta. Così il sogno ha conseguenze concrete. Si può trasformare in una realtà a partire dal fatto che c’è un nome per questo. Normalmente il sogno si chiamava “onar”, da cui onirico. Ma c’era un’altra parola per indicare, invece, il sogno che si avvera. Insomma il sogno era un’esperienza molto più reale, più concreta, per i Greci di quanto non lo sia per altri. Detto ciò c’erano anche sogni che in Grecia si dicevano derivati da cattiva digestione, o da eccesso di fatica, per cui uno sogna ciò che ha fatto il giorno prima. Ma è una categoria di sogni diversa da quella che ha una forte componente di realtà tanto da anticipare il futuro, da dare indicazioni di comportamento.

odisseo e sirene

Lo stesso Omero distingueva fra sogni falsi e veritieri.
Due sono le porte dei sogni, diceva, una di corno e una di avorio. Esistono sogni veritieri destinati a durare e sogni che sono degli inganni. Facendo somigliare stranamente i sogni anche alla poesia:  e Muse, incontrando Esiodo nella Teogonia, lo avvertono: noi diciamo molte cose vere ma anche molte cose che sono solo simili al vero, cioè false, perché la divinità – e qui torniamo al tema della memoria – può suggerire cose che non sono vere. Al pari di certi sogni.
Studiosi come Christian Meier in Cultura, libertà, democrazia (Garzanti) e in Italia Gaetano Parmeggiani con Lo scudo di Achille (Sellerio), con percorsi diversi, ora tornano a tratteggiare l’immagine di una Grecia antica in cui gli aedi- cantastorie avevano molto più potere dei sacerdoti. Cosa ne pensa?
Non si può negare che rispetto ad altre culture contemporanee, ma anche successive, quella greca aveva aspetti peculiari assai interessanti. Come l’importanza data ai poeti rispetto ai sacerdoti. In Grecia non c’era un vero e proprio clero. L’idea di una Chiesa o di Chiese era loro totalmente estranea. Quando a noi sembra addirittura normale, dacché il mondo cristiano, ma anche quello ebraico e musulmano, vive in forme di clero organizzate. E in Grecia non esisteva un libro che dicesse come è fatta la religione, come pregare Dio. C’erano varianti infinite di miti, che raccontavano, in modi anche molto diversi fra loro, storie sugli dei. I culti locali si tramandavano con forme di memoria, di tradizione orale, ma non c’era un protocollo ufficiale da rispettare, pena l’eresia. In questo senso quello greco era un mondo profondamente più libero. L’ateismo totale veniva condannato solo perché avrebbe potuto mettere in crisi la polis. Ma non c’era un’ortodossia. Tutto il mondo antico pullulava di culti diversi, legati a quella meravigliosa esperienza che era il politeismo. In cui una divinità non escludeva l’altra. L’esclusione è tipica, invece, dell’ebraismo e delle religioni che ne sono discese.
Nel suo dirompente Black Athena, ora riproposto da Il Saggiatore, Martin Bernal indaga le fortissime radici afroasiatiche della Grecia antica. La memoria di questi debiti verso le culture orientali è stata cancellata?
Sì, ma non tanto dai Greci, quanto da noi. Tra Ottocento  eNovecento esplosero l’eurocentrismo e il colonialismo. L’Inghilterra e la Germania, in particolare. si identificano fortemente con i Greci. Non volevano ammettere che i Greci avessero preso molto da culture che loro sostanzialmente disprezzavano. L’antisemitismo, poi, non poteva accettare che i Greci, “così puri e così santi” avessero debiti con i popoli del Vicino Oriente. Fu una grande mistificazione. Incomprensibile ai nostri occhi: il Mediterraneo è un mare piccolo: le idee hanno sempre viaggiato con le merci, con le persone. Ma si era arrivati al paradosso che, per capire i Greci o anche i Romani, bisognasse paragonarli ai Germani o addirittura agli Indiani, in base alla teoria dell’indoeuropeo. E non con i popoli a loro più vicini. Erodoto, per esempio, parlava moltissimo degli egiziani. Ma lo si negava in nome di una pericolosa idea di purezza dei Greci e degli Indoeuropei.
Con Luigi Spina, per Einaudi, lei ha ripercorso il mito delle sirene. In questo caso come avviene la mitopoiesi?
Il mito era un racconto immaginario ma con significati culturali profondi che toccavano la realtà. Le sirene afferiscono a un mondo di cui fanno parte anche ad altri mostri dell’Odissea come il Ciclope, una sfera in cui rientrano anche gli inquietanti incontri con le ombre dei morti oppure con i lotofagi che si sono drogati di loto e ora non ricordano più. Sono costruzioni simboliche, fantastiche, che poi vogliono semplicemente dire c’è un mondo altro che noi non conosciamo, o che non conosciamo più, ma che Ulisse ha visto.
Nella mitologia e nella cultura greca, più in generale, c’era una forte misoginia. Secondo fonti diverse da Euripide, Medea non era un’infanticida, come ha scritto Christa Wolf. La stessa Circe, come lei ha ricostruito in un libro scritto con la Franco, forse non era così terribile come Omero la dipingeva. L’uomo greco simboleggiato da Ulisse aveva paura del femminile, dell’irrazionale, di tutto ciò che era altro da sé?
La società greca era dominata dai maschi, come quella romana. E questo pregiudizio sociale forte verso la donna entra anche nel racconto mitologico. L’esempio più lampante è Pandora: una specie di automa, di fantoccio animato che raffigura l’ingresso del femminile nel mondo degli uomini come origine di tutti i mali. Di lei si dice anche che è seduttiva e ingannatrice. Non è  molto diversa da  Eva. Sono racconti che nascono per tenere sotto controllo le donne. Gli antichi cercavano di giustificare con innumerevoli motivi la sudditanza delle donne e credo che la principale spinta fosse la paura maschile che la donna gli scappasse di mano rendendo incerta la sua discendenza. A Roma, come in Grecia gli uomini ne avevano un terrore fortissimo. Perciò i padri e i mariti cercavano di tenerle rinchiuse. Perché se le donne sono troppo libere che succede? I figli di chi sono? La mia onorabilità dove va a finire? Credo che questa ”gelosia” come motivo di esclusione della donna dalla sfera pubblica, continui a funzionare in tante società del mondo arabo: la donna è troppo importante perché la si lasci libera. Si venera la figura femminile e ad un tempo la si schiavizza. Sono i due aspetti contraddittori dello stesso problema.
Immagini di donna idealizzate, secondo un’estetica classica, compaiono nel suo romanzo, Per vedere se appena edito dal Melangolo…
Una certa idealizzazione forse deriva dal fatto che vedo una profondità e un’intelligenza nelle donne che negli uomini, perlopiù, non trovo. Magari non sarò così ingenuo da credere che la “salvezza” venga da voi, ma davvero credo che molto spesso voi abbiate un modo diverso di riflettere di vedere il mondo. E i miei personaggi femminili forse risentono di questo pensiero.

Nuovi Studi

Affascinante quanto schiva figura di medico e studioso dell’ellenismo, Gaetano Parmeggiani, ne Lo scudo di Achille ci parla di un mondo greco antico dalla lunga e raffinata civiltà artistica, articolato come una società antropocentrica, «affrancata dal trascendente». Al punto che «la stessa religione non trova un equivalente nel greco arcaico». Questo suo pamphlet, riproposto da Sellerio, si legge dunque come un appassionato invito a tornare a leggere l’Odissea e soprattutto l’Iliade, di cui La lepre edizioni ha appena pubblicato una nuova e fresca traduzione di Dora Marinari (con la prefazione di Eva Cantarella). Per Carocci, invece, esce Donne e società nella Grecia antica di Nadine Bernard, che ricostruisce, fra l’altro, la pratica greca dell’infanticidio, specie delle femmine. In Grecia, scrive la storica francese «gli anni dell’infanzia erano concepiti come la parte selvaggia della vita, quella in cui l’anima è ancora primitivamente folle, per usare le parole di Platone. E per questo non erano tenuti in alcuna considerazione».

da left-avvenimenti 31 agosto 2011

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Tina Modotti, artista pasionaria. Una storia ancora da scrivere

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Simona Maggiorelli

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

La vera storia di Tina Modotti deve ancora essere scritta. Nonostante le molte autorevoli biografie (in primis quella di  Pino Cacucci Tina, Feltrinelli) e i film che le sono stati dedicati.

Nata nel 1896 in una famiglia numerosa e povera di Udine, Tina fu, forse, giovanissima prostituta, poi operaia, teatrante dalla forte carica espressiva e, una volta sbarcata Oltreoceano in cerca di fortuna, attrice del cinema muto. Ma a Hollywood le parti da odalisca e femme fatale ,che le assegnavano per la sua straordinaria bellezza e lo sguardo malinconico, la stufarono presto. Si sentiva chiusa in una scatola. E come tante volte poi farà nella vita, si rimise in cerca. «Aveva una grande sete di conoscere, di sapere, di imparare», diceva di lei il fotografo Edward Weston che diventò il suo amante e la introdusse ai segreti della Graflex.

Ma entrando in contatto con i muralisti messicani e, a Città del Messico, frequentando Diego Rivera e i poeti del movimento estridentista, Tina maturò una forte passione politica. Impegno civile, militanza nelle file del partito comunista messicano, lavoro nella redazione di El Machete e al contempo l’esigenza profonda di trovare una propria cifra espressiva, originale. In questo esplosivo mix Tina Modotti, nell’arco di poco tempo divenne una delle più sensibili fotografe del primo Novecento, regalando alle sue opere un’intensità drammatica e poetica che ha pochi eguali.

Fra i campesinos e i rivoluzionari, i suoi scatti hanno il respiro di un epos potente, calmo, antiretorico. Semplici primi piani di mani di lavoratori, bambini al seno della madre, campi assolati in cui sabbia arida e sassi si trasformano in elementi di un paesaggio vivente e umano, un mare di sombreri nelle riunioni politiche in una piazza dalla forte carica pittorica. Dalle pareti della galleria Photology a Milano, dove fino al 13 novembre è aperta la mostra Sotto il cielo del Messico, e dal catalogo Photology (con testi di Cacucci) le stampe di Tina Modotti oggi ci vengono incontro, con penetrante immediatezza e autenticità. Con un calore che sembra mancare ai raffinatissimi scatti di Weston. Rifiutando l’euforia meccanicistica che la fotografia più progressista conobbe in Europa negli anni Venti e negli Stati Uniti un decennio dopo, Weston e Tina non avevano fatto della nitidezza delle immagini e dell’esattezza il proprio credo. In quegli anni i dettami della nuova oggettività europea imponevano che la registrazione dei fatti fosse esattissima. Mentre i costruttivisti che sposarono la rivoluzione rifiutavano l’opera d’arte individuale, «capitalista» per un’arte collettiva e popolare.

Tina Modotti

Tina Modotti

E perfino il filosofo Walter Benjamin arrivò a dire che «la creatività della fotografia è la sua abdicazione alla moda dell’espressività». E’ una strada di ricerca completamente diversa, invece, quella che sceglie l’irrequieta Tina Modotti, che passa da un amore all’altro, fedele solo al desiderio, e intanto si butta a capofitto nell’impegno politico e nell’arte. E mentre Edward Weston, dopo la separazione da lei, si darà a raffreddati esercizi formali, ritraendo nudi femminili come forme naturali, fiori e conchiglie, Tina cerca ancora di far risuonare il suo cuore nei ritratti. Stagliato contro il cielo, il profilo del rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella è uno dei più intensi di questi anni. Ma dopo la pallottola stalinista che lo freddò mentre le camminava accanto, Tina cominciò a vacillare. E’ la fine di un grande amore e insieme il crollo di un grande ideale. Nel 1942, dopo vari anni spesi a lavorare oltre la cortina di ferro, Tina Modotti fu trovata morta in un tax a Città del Messico. I veleni della Russia stalinista, da cui aveva sperato di poter scappare, erano riusciti  a raggiungerla e a spezzarla.

da Left-Avvenimenti

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In principio non fu il logos

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 22, 2009

Dal pensiero  per immagini dell’epos  di Omero all’astrazione filosofica. Alle origini di un complesso passaggio della storia occidentale. Quando, scrive la filosofa Maria Michela Sassi ” Allo studio della natura  fisica si intrecciò l’interesse per ciò che diciamo anima e che i Greci chiamavano psyché»

di Simona Maggiorelli

Quattro elementi, stampa XV secolo

Quattro elementi, stampa XV secolo

Pitagora “sciamano” di Bukert e l’Empedocle magico di Kingsley. Ma forse, anche qualche suggestione dal nietzschiano Giorgio Colli accanto alla crescente importanza di studi sui contesti storici in cui i presocratici concepirono le loro opere (di cui ci restano solo dei frammenti), hanno spinto una attenta studiosa di filosofia antica come Maria Michela Sassi dell’università di Pisa a un’impresa intellettuale affascinante: provare a ripercorrere le origini della filosofia occidentale fra il VI e il V secolo a.C., uscendo dall’immagine ipostatizzata di una cultura greca tutta razionale e iscritta in un aureo equilibro, secondo i dettami del classicismo. Nel suo nuovo libro Gli inizi della filosofia: in Grecia (Bollati Boringhieri) – testo dottissimo ma dalla chiarezza appassionante – emerge così un mondo presocratico “contaminato” dal mito, aperto alle culture della Mesopotamia, in cui il passaggio dal mythos al logos appare molto più graduale, articolato e complesso di quanto  si sia scritto fino a oggi.

Professoressa Sassi, se per filosofia si intende un’attività teoretica sistematica, i presocratici sfuggono? In che modo logos e mythos connotano il loro pensiero?
In realtà il progetto di una filosofia come sistema, con delimitazioni di ambiti (logica, fisica, etica etc.) e scrittura “saggistica” non nasce prima di Aristotele. Lo stesso Platone affida alla mobilità dei dialoghi un pensiero in cui i piani si intersecano in un gioco spiazzante che fa pensare, per così dire, alle prospettive di Escher. Nella Repubblica, per dire, l’intreccio di ontologia e politica è inestricabile. è nell’età di Platone, d’altronde, che si definisce l’idea che l’“amore di sapere” (questo il senso del conio philosophia) sia un’attività specifica praticabile da una categoria di persone a essa dedicate. I primi pensatori greci non fanno “filosofia” consapevolmente e il nome filosofia non esiste ancora. La sophia arcaica era nozione fluida che si applicava ai poeti ma anche agli studiosi di matematica. Si trattava certo di una sapienza con nuovi oggetti (il mondo della natura, ad esempio) e un piglio critico peculiare ma non aveva una forma di scrittura standard: la prosa giuridica di Anassimandro, gli aforismi di Eraclito, gli esametri di Parmenide e di Empedocle sono altrettanti tentativi di trovare il più adatto registro espressivo per contenuti sentiti, questo sì, come inauditi.

La dossografia che va da Platone a Diogene Laerzio agli autori cristiani ci ha fatto da tramite per i presocratici. Ma ne ha alterato la comprensione? In un passo del libro lei scrive che agirono da normalizzatori.
Trascurando i problemi di una storiografia di genere come quella di Diogene Laerzio, estrarre quello che “un filosofo ha veramente detto” dai riferimenti di Platone, Aristotele o Clemente Alessandrino richiede molta acribia. Pensiamo che Eraclito è per noi il filosofo del “tutto scorre” perché Platone, con l’efficacia di cui era capace, ha circoscritto nel pensiero di questo suo predecessore il tema del continuo fluire del sensibile, che tanto gli interessava. Ma in Eraclito è altrettanto importante il motivo della stabilità di fondo che regge il cosmo in un’armonia tesa di opposti. Grazie alla filologia, comunque, siamo sufficientemente attrezzati per distinguere elementi di pensiero originale dalle concrezioni dell’interpretazione filosofica successiva.
Talete, Anassimandro, Anassimene erano avulsi dalle scissioni e compartimentazioni che il sapere filosofico poi avrebbe prodotto. Quando nasce, ad esempio, la dicotomia mente-corpo?
è importante rilevare che la dicotomia mente-corpo è ignota a tutto il pensiero antico, per lo meno nei termini in cui l’ha tematizzata Cartesio per l’età moderna. Per esempio il termine psyché indica l’anima sia come principio vivificatore del corpo sia come principio di conoscenza. Le funzioni mentali sono normalmente poste in continuità con quelle vitali, dunque con il corpo. Anche Platone, cui viene attribuita una concezione dualistica del rapporto anima-corpo, insiste su questa contrapposizione nella discussione sull’immortalità dell’anima contenuta nel Fedone ma altrove si mostra ben consapevole della matrice corporea dei processi cognitivi. La filosofia presocratica, in ogni caso, sviluppa un pensiero sull’anima attento da un lato ai processi fisiologici della conoscenza, dall’altro (nel movimento filosofico-religioso in cui si contano i Pitagorici, gli Orfici e Empedocle) alla natura divina e immortale dell’anima: non senza contraddizioni e tensioni.
Cosa si guadagnò e cosa si perse nel passaggio da un pensare per immagini a un pensare per concetti?
In realtà questo passaggio (che coincide più o meno con il passaggio dal mythos al logos) è tutt’altro che lineare. Il pensiero cosmologico dei presocratici è intriso di immagini. Pensiamo ad Amore e Contesa, le forze divine che muovono gli elementi di Empedocle. (Lui le chiamava «radici» pensando il cosmo organismo vivente come è tipico delle cosmologie arcaiche). Anche qui c’è stata una normalizzazione, da parte dei soliti Platone e Aristotele. Al primo dobbiamo la distinzione netta fra il carattere persuasivo dell’immagine mitica e il carattere dimostrativo del discorso razionale, al secondo l’espunzione della metafora dal discorso scientifico. In proposito consiglio di leggere uno dei libri di Geoffrey Lloyd, il più grande storico contemporaneo della scienza antica, dal titolo significativo Smascherare le mentalità (Laterza). Sono operazioni forti, quelle di Platone e Aristotele, di cui  si deve tenere conto per risalire, a monte, alle modalità concrete dell’operare dei presocratici.
Talete «primo filosofo», dice Warren ne I Presocratici. E con lui molta tradizione. Perché lei aggiunge un punto interrogativo?
Esaminando le intuizioni di studiosi come Walter Burkert e Francis Cornford nel libro ricordo che l’aprirsi delle scienze dell’antichità alla comparazione antropologica nonché la costante crescita della nostra documentazione sulle culture del Vicino Oriente ha rivelato paralleli incredibili fra le cosmogonie greche più antiche (a partire dalla Teogonia di Esiodo) e le teo-cosmogonie orientali. Ciò ha imposto di rivedere il ruolo di capostipite della scienza della natura che Aristotele ha assegnato a Talete per avere «per primo» individuato il principio delle cose nell’acqua. è molto probabile che un Talete, che le fonti antiche dichiarano di ascendenza fenicia, nato e vissuto in un porto commerciale fervido di scambi intellettuali come Mileto fra il VII e il VI secolo a.C., fosse a conoscenza di quadri cosmogonici dominati da divinità marine, come nelle grandi civiltà fluviali dell’Egitto e della Mesopotamia. Va detto che, nonostante molta attenzione ai precedenti orientali del pensiero greco più antico, io tengo molto a rivendicare il carattere greco della filosofia, intesa come pensiero critico, fin da Talete stesso.
Platone condanna la poesia omerica. I presocratici gli aprirono la strada a cominciare da Senofane che si scagliò contro  l’epos che rappresentava gli dei come figure umane»?
Qui ha un ruolo cruciale Senofane che fa della sua professione di rapsodo un’occasione di critica, a dir poco incendiaria, di quella rappresentazione antropomorfica degli dèi che, sancita dall’epos omerico, è un cardine della religione greca. Nella sua battaglia contro i poeti propagatori di un’immagine non elevata della divinità, il Platone della Repubblica deve molto a Senofane. Bisogna aggiungere che anche le riflessioni di Senofane sulla natura unitaria e suprema del dio, interpretate come espressione di una fede monoteistica, eserciteranno grande influenza nello sviluppo del pensiero teologico.
Parmenide ed Empedocle usano l’esametro quando si richiamano a una rivelazione di segno religioso. Tuttavia, lei scrive, l’appello a una rivelazione non esclude il ricorso a procedure di tipo razionale. In che modo?
A conclusione del mio discorso, nell’ultimo capitolo, insisto sulla necessità di riconoscere che la filosofia nasce in Grecia grazie alla collisione e interazione di molteplici stili di razionalità o, come scrivo, di “razionalità multiple”. La ragione critica che ritengo cifra essenziale della filosofia e che nasce nella Mileto di Talete è una ragione che non si esprime solo (e all’inizio non si esprime affatto) nei modi dell’argomentazione. Può appunto appoggiarsi all’autorità di una rivelazione divina, come in Parmenide, o addirittura alla proclamazione della propria origine divina, come in Empedocle. Entrambi ricorrono non a caso all’esametro, la forma metrica della tradizione epica atta a rappresentare un mondo di dèi ed eroi, ma in esametri erano formulati spesso anche i responsi oracolari. Anche Eraclito modella sapientemente i suoi detti secondo un modulo espressivo enigmatico perché “profetico”. Ma linguaggio e attitudine da veggente ispirato, in tutti questi pensatori, convivono con una riflessione sul mondo e sull’anima, sul modo in cui vengono percepite dagli uomini e sul modo in cui un individuo più attento degli altri può andare oltre, e coglierne i principi non manifesti.
Grazie a Dodds e Cornford sono stati rivalutati elementi di un pensiero “irrazionale” come la vitalità dell’immaginario antico nei presocratici. La tradizione illuminista ci aveva impedito di vedere più a fondo?
A quest’ultimo interrogativo mi sento di rispondere con un netto sì: la tradizione illuminista ha in effetti circoscritto una nozione di ragione lineare e argomentativa, che non corrisponde certo a quella messa in pratica dai più antichi pensatori greci. Vorrei aggiungere che condivido pienamente l’invito di Yehuda Elkana a «ripensare» la tradizione illuministica (In Issues of Our Common Future, a cura di W. Krull, 2000). Secondo Elkana, la complessità del moderno costringe a rivedere quell’identificazione di razionalità e logicità che costituisce la più forte eredità del pensiero illuminista, e a portare l’attenzione sui momenti di tensione dialettica e la compresenza di alternative che la realtà esibisce. Intreccio di argomentazioni logiche e immaginario significa apertura alla complessità: il pensiero filosofico ai suoi inizi non merita forse di attrarci proprio per questo?

Per proseguire la ricerca:

I presocratici in libreria, fra novità e recuperi

Con un’impostazione tradizionale che procede per medaglioni, passando in rassegna le personalità più forti della filosofia presocratica, da Talete a Senofane, a Eraclito a Parmenide (ma analizzando con grande cura i contesti in cui vissero e operarono) James Warren dell’università di Cambridge costruisce il suo ultimo lavoro, I presocratici : un agile saggio uscito in Inghilterra nel 2007 e che ora Einaudi pubblica in italiano. Interessanti in particolare le pagine che Warren dedica al pensiero di Senofane di Colofone, analizzando l’influenza che la sua teologia iconoclasta ebbe sui filosofi greci che vennero dopo di lui. Ma nel fiorire di pubblicazioni sul pensiero dei presocratici, in cui ricordiamo anche il Meridiano Mondadori che Giovanni Reale ha curato sulla base  della classica edizione di Hermann Diels  (rivista da Walther Kranz), da segnalare  la recente uscita per Adelphi  del libro di Giorgio Colli Filosofi sovrumani. Un volume in cui – nell’ambitodella pubblicazione delle sue opere complete – si ritrovano  quelle riflessioni giovanili su alcuni presocratici, che accanto al Platone politico formavano la sua tesi di laurea discussa nel ‘39. Un pensiero il suo a cui  Sassi (pur evidenziandone le forzature nietzschiane) riconosce il merito di aver contribuito a sollevare una domanda cruciale: la filosofia nacque come esercizio autonomo della ragione critica, venuta a farsi spazio in un panorama dominato dal sapere mitico o questo stesso sapere  ne fu «la fonte più propulsiva e intima»?

da left-avvenimenti del 24 luglio 2009

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Sui sentieri incrociati di arte e vita

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 22, 2009


A Bergamo due occasioni per conoscere più da vicino l’opera di un grande maestro dell’Arte povera

di Simona Maggiorelli

Kounellis

Kounellis

Capotti abbandonati, disseminati sul pavimento. Sullo sfondo un sordo rullare di tamburo. Nell’ex oratorio di San Lupo quasi una scena teatrale che, insieme alle opere radunate da Annamaria Maggi negli spazi della Galleria Fumagalli di Bergamo, rinnova la memoria di storici allestimenti realizzati dall’artista greco Janis Kounellis negli anni Sesanta, all’epoca in cui nasceva l’Arte povera. Quando dominava il pensiero unico della Pop art con i suoi sgargianti oggetti e le sue apologie del consumismo un gruppo di artisti, tra Torino e Milano, scelse con coraggio la strada di una poetica decantata dall’euforia, puntò su un linguaggio intimo e profondo per raccontare indirettamente i drammi del fascismo, della guerra, ma anche per curare poeticamente le ferite aperte di una società come quella italiana che da povera e contadina d’un tratto si trovava al centro del boom economico. Uscito di prigione dopo la Liberazione fu Mario Merz a dare il la al nuovo movimento con i suoi primi disegni.

Ma presto “il gruppo” dell’Arte povera (che poi in senso stretto gruppo non fu mai) cominciò ad allargarsi. E artisti come Pistoletto, Fabro, Anselmo, Zorio, Paolini e molti altri cominciarono a sviluppare ognuno una propria cifra espressiva a partire da un punto comune: l’uso di materiali poveri come legno, stracci, pietre, ferro, fuoco, terra, scegliendo «la naturalità come matrice esistenziale», ma soprattutto, fuori da ogni artificio, cercando di riavvicinare l’arte e la vita. Nascono così quegli “Atti unici e irripetibili” con cui l’esule Kounellis diventò negli anni Sessanta uno dei protagonisti dell’Arte povera, arrivando a portare dei cavalli in un museo per denunciare la perdita di rapporto fra luoghi di cultura e il flusso vitale, quotidiano, di vita. Da qui sarebbero scaturite performarces come tingersi il volto con il carbone, fino a raggiungere l’inquietante fissità di una maschera, ma sarebbero nate anche le sue installazioni fatte di oggetti, indumenti, tracce che evocano chi non c’è più e nella storia ufficiale non ha avuto voce. Proprio come chi indossò quei cappotti laceri che si fanno materia viva nell’opera site specific realizzata a Bergamo da Kounellis.

Da Terra, 23 maggio 2009

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Kounellis, atto unico irripetibile

di Simona Maggiorelli

Kounellis Biennale di Vnezia

Kounellis, Biennale di Venezia

Dopo la grande retrospettiva al museo Madre di Napoli, la Fondazione Arnoldo Pomodoro ospita, fino all’11 febbraio, Atto unico, un nuovo, importante, allestimento di Jannis Kounellis.
Che qui a Milano torna a giocare con lo spazio e la fisicità del teatro. Richiamando, fin dal titolo, l’idea dell’evento, unico, irripetibile, irriproducibile.Come spesso sono state le opere di questo maestro dell’arte povera, fin da quando, facendo scalpore, all’inizio degli anni Sessanta portò la vitalità ribelle di alcuni cavalli dentro lo spazio museificato di una nota galleria romana.
Qui, nell’enorme spazio vuoto e nel silenzio della Fondazione Pomodoro, invece, Kounellis mette in scena un Atto unico beckettianamente senza parole. Sono le immagini, spesso folgoranti delle opere, che campeggiano sul fondo dell’immensa sala a farsi linguaggio, racconto, attraverso un’articolazione di pieni e di vuoti, di installazioni di grandi dimensioni, d’impronta architettonica che fanno balenare sotto le alte volte della Fondazione il ricordo di alte e robuste colonne, di poderosi frontoni, di vertiginosi labirinti, fra corridoi e fughe di stanze e il ripetersi di triangoli trasparenti come vele. Evocando la memoria di quando Kounellis stesso, giovanissimo, negli anni Cinquanta salpò dalla Grecia, dove è nato, per venire in Italia, a Milano, in particolare, la città che lo ha accolto e dove ha vissuto molti anni.

Ma, come sempre nei progetti di Kounellis non c’è solo la leggerezza del sogno, della poesia, il fascino potente dell’epos, di una tradizione antica, qui evocata da una gigantesca parete piena di libri, quasi una membrana che separa e unisce al mondo esterno. Ma c’è anche la materialità della vita ruvidamente appesa, come tranci di carne di bue, presi dai ganci robusti di una macelleria, richiamando la quotidianità più rozza e insieme un’immagine simbolo del “repertorio iconografico” dell’artista greco, negli anni riproposta in forme diverse, rielaborando il celebre bue squartato di Rembrandt.

E c’è la morte e il rito che accompagna la fine della vita degli esseri umani in una sorta di quadrilatero con al centro il lutto di una macchia nera, come la stilizzazione di una tomba con sopra il colore raggrumato del dolore.
Giocando sempre su un doppio registro: da un lato il fascino evocativo del mito, dei simboli, dei totem dall’altra il pugno allo stomaco e l’immediatezza del realismo più brutale. Fra suggestioni del passato e assoluta modernità.
Come in quella sorta di mostra nella mostra che è accolta nella struttura labirintica che Kounellis ha posto al centro dell’esposizione. Un percorso annodato che fa perdere le coordinate spaziotemporali al visitatore lasciandolo ancora più indifeso di fronte allo stupore di trovarsi davanti a immagini mai viste, opere inedite, accanto a opere che ci riportano al passato dell’artista. Disposte senza un ordine cronologico, con il piacere del gioco, di una meraviglia e di uno stupore infantile, lo stesso, immaginiamo, che Ermanno Olmi racconta di aver scoperto negli occhi di Kounellis quando crea. E il film che il regista ha girato sull’allestimento di questa mostra milanese, creata ad hoc da Jannis Kounellis per la Fondazione Arnaldo Pomodoro, si annuncia già come un’altra opera d’arte.

Da Europa,2007

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