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L’archeologo De Marinis: “La trance non genera arte”

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

 di Simona Maggiorelli

Lady with a Hood, France,Tolosa

L’arte sembra essere nata già matura a giudicare dalla morbidezza del tratto e dall’espressività delle pitture rupestri di Chauvet e di altri esempi del paleolitico. Come si spiega professor de Marinis*?
L’infanzia dell’arte non è l’arte dell’infante, mi verrebbe da dire con l’abate Breuil.Alle origini non vengono dipinti solo animali, ma anche esseri umani. Quando compare l’immagine femminile?
Le figure umane sono nettamente minoritarie nell’arte parietale paleolitica, ma compaiono fin dall’inizio, come dimostra la grotta Chauvet con alcuni triangoli pubici nella galleria dei Megaceri e un’immagine femminile associata all’ “uomo-bisonte” nel cosiddetto pannello dello stregone.
La donna appare rappresentata in modo meno realistico rispetto agli animali. Come se chi dipingeva inconsapevolmente raccontasse di un rapporto razionale, per la sopravvivenza, con gli animali e di un rapporto più emotivo, passionale, con l’immagine femminile?
L’immagine femminile cambia nel corso dello sviluppo dell’arte paleolitica. In età gravettiana c’è l’esagerazione degli elementi che si riferiscono alla fecondità: seno, ventre, pube. In seguito, le figure femminili diventano schematiche. Le figure animali, al contrario, diventano sempre più naturalistiche. Picasso diceva (esagerando): dopo Altamira può esserci solo decadenza.

Gratte di Lascaux

Le nuove rilevazioni al radiocarbonio hanno messo in crisi l’idea eurocentrica dell’Europa culla dell’arte? Da altri Paesi potrebbero venire scoperte che retrodatano la”nascita dell’arte”?
Per l’arte il più antico documento è quello della caverna Blombos in Sudafrica (77000 BP). Oggi conosciamo arte rupestre anteriore alla fine dell’ultima glaciazione in Africa, Asia e soprattutto Australia. Tuttavia, l’arte parietale in grotta rimane concentrata nell’ovest dell’Europa. Qui le grotte sono state sigillate da pietrisco e detriti alla fine dell’ultima glaciazione per cui all’interno si sono mantenute condizioni stabili di temperatura e umidità, altrove l’arte parietale in grotta è andata quasi completamente distrutta a causa della severità dei fenomeni crioclastici e dell’esfoliazione delle rocce. L’arte è strettamente connessa all’uomo anatomicamente moderno, tuttavia è solo nell’Europa occidentale che possiamo studiare a fondo l’arte paleolitica per l’abbondanza della documentazione.
Uno studioso come Jean Clottes sostiene la tesi di un’origine religioso sciamanica dell’arte rupestre. Le pitture nelle grotte sarebbero allucinazioni da deprivazione sensoriale. Ma come si spiega allora il fatto che le pitture di Chauvet ci appaiano come immagini d’arte, dal valore universale?
L’ipotesi che l’arte parietale paleolitica rappresenti l’esperienza dello stato di trance da parte dello sciamano, formulata brevemente da Mircea Eliade nel ’51, è stata ripresa, ampliata e sviluppata da J.D. Lewis-Williams e A.T. Dowson a partire dal 1983. Applicata in un primo momento all’arte rupestre del Sud-Africa, è stata poi estesa all’arte paleolitica europea. La collaborazione tra Jean Clottes e Lewis-Williams (1996) ha poi assicurato una vasta notorietà internazionale a questa interpretazione. Lewis-Williams, Dowson e Clottes presuppongono che lo sciamanesimo fosse universalmente diffuso in tutte le popolazioni di cacciatori-raccoglitori attuali e passate. Inoltre, hanno fatto ricorso alle scienze neuro-psicologiche per comprendere gli stati di coscienza alterati che producono allucinazioni visive. Secondo questi autori, vi sarebbero tre tappe nello stato di trance: la prima in cui il soggetto percepisce forme geometriche luminose e mutevoli, griglie, zig-zag, spirali, fenomeni entoptici, interni al sistema ottico e indipendenti da fattori esterni. Il secondo in cui il soggetto costruisce forme conosciute con le immagini entoptiche. Il terzo in cui agli elementi entoptici vengono associati immagini di animali, uomini, mostri, che derivano dalla mente e dalla cultura del soggetto. Lo stato di coscienza alterato poteva essere raggiunto dallo sciamano per via naturale (danze, ritmi ossessivi e quant’altro) oppure attraverso l’uso di sostanze allucinogene.
Cosa pensa di questa tesi la comunità internazionale degli studiosi di preistoria?
L’interpretazione sciamanica dell’arte parietale paleolitica è diventata di moda, e ha conseguito un notevole successo mediatico, motivo per cui forse la maggior parte degli studiosi non sono intervenuti apertamente a contrastarla. Poi hanno reagito mostrando la mancanza di fondamento di molte delle tesi sostenute, come per esempio i tre stadi dello stato di trance. Questi tre stadi sono stati osservati solo presso chi fa uso di mescalina o di Lsd. La mescalina è un alcaloide allucinogeno tratto da un cactus messicano, quindi non poteva essere conosciuto dai paleolitici europei.

*docente di Preistoria, Protostoria e Metodologia della ricerca archeologica; Università degli Studi di Milano

Left-Avvenimenti 39/2008

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Jean Clottes:” Per nulla primitivi”

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

di Simona Maggiorelli

pitture rupestri Chauvet

Nella sua lunga carriera universitaria il francese Jean Clottes ha scritto più di trenta libri ed è considerato uno dei massimi studiosi di arte preistorica. Piuttosto curiosamente, però, della sua poderosa opera, è stato tradotto in italiano solo l’agile volumetto La preistoria spiegata ai miei nipoti (Archinto). Anche per questo la recente uscita in Italia del suo Cave art (Phaidon) – anche se in inglese – ci è sembrata una notizia cui dedicare un ampio servizio (left n. 39, 2008). Di ritorno da un lungo viaggio Clottes ci ha offerto l’occasione per riprendere il filo del discorso, raccontandoci gli ultimi sviluppi del suo lavoro. «Con il collega David Coulson che fa scavi in Kenya e Alec Campbell che lavora in Botswana, in questi mesi abbiamo lavorato sui ritrovamenti d’arte a Dabous, sulle montagne Aïr nel Niger del Nord – racconta Clottes -. Lì abbiamo registrato e studiato più diottocento graffiti, risalenti a 5-6mila anni fa».
Che tipo di immagini offrono quei graffiti?
Perlopiù sono figure di bovini, giraffe, ostriche e antilopi ma anche immagini di esseri umani. Pitture che risalgono tutte al neolitico.
Negli studi come è cambiato il modo di pensare la nascita dell’arte?
Alla fine del XIX secolo, gli studiosi non pensavano che ci fosse arte nelle epoche più antiche. Perché gli uomini del Paleolitico erano considerati in tutto“primitivi”. Poi nel XX secolo, anche con importanti ritrovamenti, si è pensato che l’arte avesse avuto un’evoluzione graduale, dai primi rozzi inizi 30-35mila anni fa fino alle superbe raffigurazioni di Lascaux. Con la scoperta delle magnifiche pitture della grotta di Chauvet (30-32mila anni fa) ci siamo resi conto che già allora la sensibilità artistica dei nostri antenati era perfettamente sviluppata. Allora il paradigma è cambiato: l’arte non si è sviluppata gradualmente, si è detto, ma ci sono sempre stati alti e bassi, a seconda dei tempi e dei luoghi.

Il cavallo"cinese" di Lascaux

Perché il repertorio d’immagini ha così poche variazioni nei secoli?
C’erano delle variazioni, ma c’è anche una indiscutibile unitarietà, dovuta a un fatto: il sistema dei valori degli uomini della preistoria rimase a lungo lo stesso.
Nei dipinti di Chauvet la forma del disegno e la potenza espressiva appaiono diverse, da una mano all’altra.
Ci sono sempre differenze fra un artista e un altro, anche se condividono gli stessi valori e convinzioni. Trentamila anni fa i nostri antenati erano esseri umani come noi oggi. Avevano le stesse capacità, fantasia e possibilità emotive.
Dipingevano non solo animali ma anche immagini di donna.

Nelle prime pitture naturalistiche che conosciamo, quelle di Chauvet, ci sono molte raffigurazioni del sesso femminile ma anche una figura non finita di donna. L’immagine umana compare lì contemporaneamente ai disegni di animali.
Nel suo studio Les chamanes de la prehistoire ipotizza che gli sciamani, nelle grotte, avessero allucinazioni causate da deprivazione sensoriale. “Allucinazione” e “visione”, per lei sembrano sinonimi. Ma un’allucinazione schizofrenica può essere paragonata a un’immagine artistica?
La deprivazione sensoriale può essere stata una delle tecniche per entrare in trance. Ma ce ne sono molto altre, come ho scritto nel mio libro. Le loro visioni possono aver ispirato alcune immagini artistiche, ma certamente non tutte; immagini in ogni caso trasformate dalla mente e dell’abilità degli artisti.
È possibile pensare che, per esempio in Australia, ci siano tracce di un’arte più antica di quella europea?
Possiamo e dobbiamo pensarlo. Quello che vale per l’Australia, vale anche per l’Africa e parte dell’Asia. Perché quei continenti sono stati abitati dall’uomo prima de

Intervista integrale a Jean Clottes in occasione dell’uscita in Italia per Pahidon del suo libro Cave art, realizzata per left numero 46 del 2008:

Jean Clottes

Professor Jean Clottes, In wich way the discovery of prehistoric decoreted caves in western Europe transformed the way we think about the development of art?

Firstn at the end of the XIXth century, most scholars did not want to believe there could be such ancient art, because Palaeolithic people were supposed to be so “primitive”. Then, in the course of the XXth century, after the great antiquity of the art had been admitted,  the current paradigm was that it evolved gradually, from very crude beginnings in the Aurignacian (about “30,000/35,000 years ago) to the superb art of Lascaux and others. Finally, with the discovery of the Chauvet Cave, whose magnificent art is dated to 30,000/32,000 BP, we realized that at such early dates the art was already fully developed. Therefore the paradigm had to be changed: art did not develop gradually, but there have always been high moments and low moments, varying with time and space.

Why, according to your studies, the repertoire of images remained almost the same for centuries and centuries?
It was not exactly the same: there were variations, but there still is an undisputable unity which can only be due to one cause: the fundamental framework of those peoples’ beliefs remained the same.

In the same time, for istance in the Chauvet cave, the shape of the lines and the emotinal temperature of the pictures are clearly different from an artist to another, from an hand to another. How can we explane such mature and “modern” way of painting 35.000 or 22.000 years ago?
There are always changes from an artist to another, even if they share the same beliefs and conventions. 30,000 years ago, they were the same humans as we are, so their abilities were the same.

In that age they did not make pictures only of animals. When human figure, and in particular female figure, took birth in cave art?
The earliest naturalistic paintings we know of are in the Chauvet Cave, where we have several representations of the female sex and also the lower body of a woman. So, the human figure was right there as early as animal representations.

In your study “Les chamanes de la prehistoire” you say that the shaman’s allucination are caused by the sensory deprivation in the caves. You use the term “allucination” like a synonymous of ” vision”. But, can a schizophrenic allucination be the same of a creative image of an artist?
No. Sensory deprivation may have been one of the possible means of getting into trance, but there are many others as we have said in our book. Their visions may have inspired some of their images, but certainly not all and they may have been transformed through the minds and expertize of the artists.

Can we hypothesize that in Australia for istance there could be art examples older than the ones we have founded untill nowadays in Western countries?

Yes, we certainly can and should. The same is valid for Africa and parts of Asia because modern humans peopled those continents before Europe.

I read that your working on a new book about Niger can you anticipate us something about your new discoveries in that area?

With my colleagues David Coulson from Kenya and Alec Campbell from Botswana, and with the help of Yanik Le Guillou and Valérie Feruglio, we have worked on the art of a place called Dabous, in the Aïr mountains of
northern Niger. We recorded and studied more than 800 engraved images, mostly of bovids, giraffes, ostriches and antelopes, with also a number of humans, belonging to a Neolithic period (perhaps 5,000 to 6,000 years ago.

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Arte cinese. Paesaggi del mondo interiore

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2012

di Simona Maggiorelli

Ma Yuan, paesaggio

Mentre a Roma (con la rassegna Ad Oriente) e al Must di Lucca due mostre raccontano, da differenti punti di vista, la storia dell’antica Via della seta, Electa pubblica l’edizione italiana di Pittura cinese dal V al XIX secolo: un affascinante viaggio attraverso i capolavori che hanno connotato le varie epoche della Cina imperiale, dalle pitture parietali nelle grotte medievali di Gansu fino alle raffinate opere di pittura e calligrafia con cui artisti cinesi dell’Ottocento hanno raggiunto vette espressive altissime, realizzando entro una tradizione fortemente codificata, stili personali unici e originali.

Proprio la tensione sotterranea fra la rigidità di un canone che per secoli ha imposto un repertorio stabile di immagini e l’esigenza degli artisti di esprimere liberamente la propria creatività caratterizza la storia dell’arte cinese punteggiata – come ci racconta questo importante volume curato da Zheng Xinmiao – da opere straordinariamente vibranti, cariche di energia, nonostante l’assonanza delle forme che, a tutta prima, colpisce uno sguardo superficiale.

Ma basta approfondire la conoscenza, lasciandosi prendere dal piacere della scoperta di questa cultura così diversa dalla nostra, per rendersi conto di quanto complessa e variegata sia la millenaria tradizione delle arti del pennello in cui la calligrafia equivale alla pittura ed entrambe si incontrano con la poesia. In una suggestiva sinergia di segno, suono e immagine.

Guo art, dame cavalieri a passeggio, periodo Tang

La tradizione orientale, infatti, non valorizza solo la perizia nell’uso del pennello morbido dalla punta acuminata (per modulare la linea) ma anche la fluidità del gesto pittorico e soprattutto la capacità dell’artista di esprimere attraverso segni e forme la ricchezza e la vitalità del proprio mondo interno. Secondo l’insegnamento della filosofia buddista di cui era intrisa l’arte medievale cinese, soprattutto nelle regioni che avevano più stretti contatti con l’India.

Proprio in questa koinè fiorirono i complessi rupestri di Gansu e in particolare le grotte affrescate di Mogao e Dunhuang con i loro 45mila metri quadri di pitture mozzafiato, in cui spiccano eleganti composizioni di cavalli bianchi su sfondo marrone e scintillanti scene corali in cui si racconta la visione di mille Buddha d’oro sul monte Mingsha.

Questa pittura rupestre, detta Ruru Jataka, risale al 366 ed è una delle più antiche all’interno di una serie di grotte scavate nella roccia e decorate. Proprio da qui parte il viaggio di seicento pagine, fra scritti e illustrazioni (di altissima qualità), che Zheng Xinmiao ha stilato con la collaborazione di un team di studiosi; un immaginifico viaggio lungo cui presto si incontra uno dei massimi classici della pittura cinese medievale, La ninfa del fiume Luo, un dipinto ad episodi, in colori brillanti, in cui il pittore Gu Kaizhi (344-405) narrava per immagini il poema amoroso di Cao Zhi dedicato alla perdita della dama amata e alla ricomparsa della sua immagine in sogno.

Pittura cinese, ElectaImpossibile dare conto qui della ricchezza di tutti i percorsi suggeriti da questa opera monumentale, ma certo non si può non accennare a quel duraturo filone di pittura di paesaggio cinese, che insieme, alle stampe giapponesi, a partire dall’esposizione universale di Parigi colpì profondamente outsiders come Van Gogh e Lautrec e poi la fantasia di molti protagonisti delle avanguardie del Novecento, da Matisse a Picasso, da Rohtko a Pollock. Pittura cinese dal V al XIX secolo pone l’accento in particolare sul significato intimo e poetico di questo tipo di pittura portata ai massimi vertici da una cerchia di pittori intellettuali intorno all’anno mille, durante la dinastia Song (960-1279) e, soprattutto, sotto la dinastia Yuan dopo la conquista della Cina da parte del mongolo Kublai Khan, quando all’elite intellettuale cinese fu impedita la carriera burocratica nell’impero e molti si dettero a una pittura raffinata che evocava immagini di ritiro dalla vita mondana, di otium dedicato alla poesia e alla musica.

Generi che risuonano profondamente in questa pittura di paesaggio, spesso monocroma, essenziale ed allusiva, che diventava la via principe per esprimere il proprio universo interiore. Nascono così, in un sincretismo laico, tipicamente cinese, fra buddismo, daoismo e confucianesimo, vedute realizzate con stili grafici diversi, che vanno dall’uso spigoloso della linea, cosiddetto “a colpi d’ascia”, tipico di Ma Yuan (1140-1195) e della sua famiglia di pittori alla corte Song fino allo stile introverso e chiaroscurale di artisti del Cinquecento come Xu Wei (1521-1593) e alle linee arcaicizzanti con sfumature in azzurrite e malachite di Lang Ying (1585-1644) del tardo periodo Ming.

Wang Mian pruno in fiore

A fare da filo rosso a questo ricco sviluppo della pittura di paesaggio è il concetto di “Qi”, «il ritmo vibrante dell’energia universale» che l’artista deve saper infondere alle proprie immagini d’inchiostro sulla carta o dipinte su tela, su seta o su altri supporti preziosi. Nascono così straordinari paesaggi “in movimento” che rappresentano il flusso incessante della vita naturale e la tessitura dinamica degli elementi. Suscitando emozioni in chi guarda come se il pittore avesse alienato qualcosa della propria immagine interiore in quelle vedute angolate, scorci vertiginosi, inaspettati germogli o lussureggianti fioriture. «Parliamo di un tipo di pittura in cui il macrocosmo corrisponde al microcosmo- fa notare Nicoletta Celli autrice della voce arte e archeologia dell’enciclopedia Einaudi dedicata alla Cina -. Di una pittura, cioè in cui il paesaggio diventa metafora della rappresentazione dell’interiorità umana e dell’invisibile».

da left-avvenimenti

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Postmoderno addio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 23, 2011

Una grande mostra a Londra ( e dal 25 febbraio al Mart di Rovereto)  indaga vent’anni di Postmodernismo. Ma fu vera sovversione lo stile teorizzato da Lyotard e che aveva le sue radici pià antiche nel Sessantotto?

di Simona Maggiorelli

Fred and Ginger Building, Praga

Architetture come giganteschi oggetti di design e opere d’arte come luccicanti gadget. La storia usata come un enorme serbatoio di stili da cui pescare citazioni da riusare poi del tutto decontestualizzate. Arrivando, in architettura, fino ai più bizzarri e dissonanti assemblaggi di colonne doriche, verticalità gotiche, e ornamenti neobarocchi.

Il pastiche è stato il linguaggio per antonomasia del Postmoderno, che ha imperversato per oltre un ventennio nell’Occidente globalizzato. In arte come in letteratura. Basta pensare ai romanzi di DeLillo, di Pynchon o di Foster Wallace. E oltre.

Come documenta la mostra Postmodernism 1970-1990 che, dopo Londra, dal 25 febbraio arriverà al Mart di Rovereto, il Postmoderno ha visto l’esplosione della contaminazione fra i linguaggi con spettacoli multimediali e videoclip caratterizzati da ibridazioni, eclettismo senza limiti, giustapposizioni ossimoriche, ricerca dell’effetto choc, in modi derivati dal Dada e dal Surrealismo. Ma anche mutuati dalla Pop art, per quanto riguarda l’estetizzazione della merce e il riuso di meccanismi di comunicazione pubblicitaria tipici del capitalismo Usa.

Arti-star come Jeff Koons o Damien Hirst, come è noto, hanno perfezionato questa tecnica lucidamente, arrivando con i loro Bunnies gonfiabili e gli squali in formalina a toccare quotazioni d’asta miliardarie. E se Andy Warhol come scrive Marc Fumaroli nel suo caustico Parigi-New York e ritorno (Adelphi) «era un guardone, spinto da un arrivismo e da un’avidità divoranti», gli artisti del Postmoderno lo hanno superato diventando indefessi «plastificatori», artefici di «un’arte parassitaria», che usa il plagio come strategia principe. Un esempio per tutti: le celebrate quanto sovraestimate opere cartellonistiche di Richard Prince, diventato famoso per aver ripreso una pubblicità della Malboro in cui campeggia un americanissimo cowboy a cavallo. Eclatante esempio di Postmoderno plagiario con cui Prince ha sbancato, avendo avuto l’astuzia di depositare il copyright della sua “variazione sul tema”, in modo da mettersi al riparo dalle rimostranze del negletto fotografo autore della foto clonata.

Richard Prince cowboys

Un sistema di specchi, di citazioni che disconoscono la fonte e poi ricombinate in modo da creare nello spettatore un senso di spaesamento e l’impressione di un “nuovo” che invece non c’è. «A questo stadio di cinismo – scrive Fumaroli – la riproducibilità meccanica delle opere d’arte dicui si lamentava Benjamin negli anni Trenta raggiunge proporzioni alla Borges».

Ma da dove nasce questo micidiale attacco che il Postmoderno ha sferrato nei confronti dell’arte, svuotando le immagini di senso, rendendole piatte, iperrealiste come sogni lucidi? Secondo Fumaroli, nello spaccio generale di prodotti di consumo globale contrabbandati per arte molta responsabilità hanno avuto quei critici e quei pensatori che, a partire dalla celebrazione degli orinatoi di Duchamp sono arrivati a legittimare la trasfigurazione del banale operata da Warhol.«I pratical jokes di Duchamp – scrive Fumaroli – sono diventati, grazie ad una esegesi consecutiva alla valutazione commerciale, un sistema universale di legittimazione, di autorizzazione e di omologazione adatta a qualsiasi cosa». Ma forse non basta per comprendere la deriva che le arti visive stanno vivendo oggi in Occidente. Di recente denunciata in un appassionato pamphlet anche da un altro critico francese di spessore, l’ex direttore del Museo Picasso, Jean Clair che ne L’inverno della cultura (Skira) stigmatizza il gusto perverso per il raccapricciante, per l’immondo e l’ostentata distruzione dell’umano che esprimono artisti di grido come Paul McCarthy con le sue “sculture di escrementi” e rappresentazioni di uomini e donne obesi e in disfacimento. Ma questo non è che l’aspetto più di superficie del coraggioso J’accuse di Clair contro la totale perdita di fantasia che connota le arti visive che vanno per la maggiore nei circuiti internazionali dell’arte, dal MoMa alla Tate, al Pompidou.

Venturi, Postmodernism

Un J’accuse che, curiosamente, gli è costato pesanti controaccuse di conservatorismo da parte di una critica di sinistra (da Dorfles a Bonami in Italia) che ancora si ostina a non voler vedere nel Postmoderno e nei suoi epigoni l’insana miscela di istanze ribellistiche e insieme apologetiche del tardo capitalismo che ne costituisce la base. Una intellettualità di sinistra che ancora non vuol vedere «la confusione ideologica del Postmodernismo che mescola la pulsioni del ’68 con l’età di Reagan». Come ha scritto sul Corsera un architetto come Vittorio Gregotti che da trent’anni si oppone al caos sessantottino di quel Postmoderno, teorizzato da Lyotard ne La condizione postmoderna (1979), ma che ha radici nel pensiero di Foucault, di Deleuze, di Derrida.

Un Postmoderno che, in consonanza con la protesta antiautoritaria e antidentitaria di Foucault, ha portato a una suicidaria «liberazione dai vincoli della realtà», alla rinuncia del potere conoscitivo dell’arte, al decostruzionismo più nihilista, all’estetizzazione della menzogna. E nelle arti performative all’esaltazione euforica del transgender e del cyborg mutante. Mentre nelle arti visive ha favorito un micidiale svuotamento delle immagini, del tutto annullate poi dall’iperrazionalismo dell’arte concettuale. «La morte dell’arte profetizzata da Hegel due secoli fa si è realizzata alla perfezione», chiosa su Repubblica Maurizio Ferraris, riprendendo i fili della querelle fra Postmodernismo e nuovo Realismo che il filosofo torinese ha lanciato la scorsa estate e che ora si riaccende su Alfabeta 2. «Solo che – aggiunge – riguarda solo l’arte visiva che si autocomprende come grande arte concettuale, o post concettuale, mentre altre arti stanno benissimo e ne nascono di nuove». La cosa interessante a questo punto sottolinea Ferraris, e noi con lui, «è chiedersi cosa ci sarà dopo e se il dopo è già qui».

da leeft-avvenimenti

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Viaggio nella luce

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 18, 2011

di Simona Maggiorelli

Van Gogh, Il seminatore di Arles

«Ovunque c’è oro antico, bronzo, rame e tutto ciò con il verde azzurro, intensissimo del cielo offre un colore armonioso all’estremo, con tonalità frante alla Delacroix…» scriveva Vincent van Gogh al fratello Theo, nel 1888 da quel Midi che aveva a lungo agognato, come risveglio del colore e della creatività, dopo un cupo periodo di crisi.

Erano gli anni in cui il pittore olandese ancora sognava di poter dare vita a un collettivo di artisti, per dipingere insieme nella luce squillante della Provenza, portando avanti ognuno la propria ricerca, ma lontano dallo sguardo freddo  di commercianti e detrattori. «Se Gauguin volesse raggiungerci, credo, avremmo fatto un passo avanti», annotava ancora in quella famosa lettera. «Potremmo così essere riconosciuti come i pittori del Sud e nessuno avrebbe nulla da ridire».

progetto che dopo i primi scontri con Gauguin, sarebbe presto naufragato. Ma Van Gogh, intanto, continuava con un ardore quasi furioso a cercare compattezza nel colore in opere potenti e visionarie che- lui stesso ammetteva – ammazzavano tutte le sue precedenti. Così rendeva d’un tratto superata la tiepida visione inpressionista che Van Gogh, del resto, non aveva mai amato. Proprio a Arles, quel raptus creativo che lo portava a incendiare le tele di colore, toccò un acme irripetibile. In pochissimo tempo van Gogh realizzò capolavori, in cui le forme prendevano vita dal solo colore, senza ricorrere a linee di contorno. Capolavori come l’inquieto autoritratto del 1888 e l’abbagliante Seminatore, tele che dallo scorso 12 novem al 15 aprile ( con apertura straordinaria fino alle tre del mattino per l’ultimo dell’anno)   sono in  mostra a Genova, insieme a un importante selezione di quadri del genio olandese provenienti dai Musei di Amsterdam e di Otterlo. Il curatore Marco Goldin ha lavorato anni per riuscire ad ottenerne il prestito.

Gauguin, Da dove veniamo?

Nelle sale di Palazzo Ducale adesso campeggiano accanto a tele di Guaguin come il dipinto “testamento” Da dove veniamo? (1897-98) che il Museo di Boston non aveva concesso nemmeno alla Tate per l’antologica dell’anno scorso dedicata al pittore francese. L’idea di Goldin era di realizzare una grande esposizione che indagasse il tema del viaggio in pittura, inteso come ricerca, soprattutto interiore.

Il risultato è questa spettacolare mostra genovese dal titolo  Van Gogh e il viaggio di Gauguin, (prodotta da Linea d’ombra) in cui, accanto alle opere dei due maestri realizzate rispettivamente ad Arles e nella lontana Thaiti, s’incontrano testimonianze del viaggio nella luce che Monet fece in assoluta solitudine nel 1884, scendendo verso la costa del Mediterraneo, alla scoperta di un colore che richiederebbe «una tavolozza di diamanti». Per rappresentare un altro tipo di viaggio nel colore, questa volta tutto di fantasia, Goldin ha scelto le improvvisazioni “musicali” di Kandinsky e tele degli artisti del Cavaliere azzurro. E ancora il silenzioso tuffo nel colore di Rothko e le prime sperimentazioni dei pittori della Scuola di New York, per arrivare ai più prosaici viaggi nell’America selvaggia di un lungo stuolo di artisti americani fino agli aridi e desolati paesaggi interiori di Hopper.

da left-avvenimenti

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Il suono-colore di Nicola De Maria

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2011

 Una grande antologica al Museo Pecci di Prato restituisce il percorso originale di Nicola De Mari, che è stato ingiustamente ascritto alla Transavanguardia. La sua poetica della “leggerezza” è lontana anni luce dai tenebrismi di Chia, Cucchi e Clemente

 di Simona Maggiorelli

Nicola De Maria, Paesaggio, pensiero notturno

Ritmo, colore, giocosità poetica. Fanno la cifra personale di Nicola De Maria, a cui, dalla scorsa settimana e fino al 4 marzo, il Centro Pecci di Prato dedica una ampia retrospettiva curata da Achille Bonito Oliva, che per primo ne ha riconosciuto il talento, cooptandolo nella Transavanguardia: più che un movimento, un’etichetta da “esportazione” che ha portato molta fortuna ai suoi cinque protagonisti – Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Nicola De Maria – rendendo il loro lavoro riconoscibile e assai appetibile nelle aste e nelle gallerie, soprattutto americane. Una etichettatura che, tuttavia, ha finito per imprigionare l’immagine di De Maria in un ambito piuttosto ristretto se guardiamo con sguardo sgombro alla ricchezza e all’originalità della sua ricerca. A porre rimedio a una lettura appiattita di De Maria raccontando il suo intero percorso (dopo l’antologica che gli dedicò Danilo Eccher anni fa al Macro di Roma) interviene ora il “Primum mobile” della Transavanguardia, Achille Bonito Oliva, coadiuvato da Marco Bazzini, da poco riconfermato direttore artistico del Pecci. Due generazioni e due sensibilità diverse che si incontrano proficuamente nel ricreare nelle immense stanze bianche del Pecci l’universo panteistico e fiabesco di questo anarchico dell’arte che gioca con il colore, materico e ricco, come fosse materia viva. Così ecco le gigantesche opere murali che creano ambienti di fantasia, corrompendo il freddo siderale delle sale espositive pratesi concepite come cubi sottovuoto (secondo la moda degli anni Ottanta). Ma ecco anche le romantiche visioni notturne, sensuali e pastose e che non temono di apparire naif. E le irriverenti riletture della pittura di paesaggio che trasformano la tela in un bassorilievo stratificato. E soprattutto le composizioni di colori, apparentemente improvvisati e cacofonici, ma che finiscono per rivelare una bizzarra armonia, ruvida, struggente, come certi blues sgangherati e geniali di Tom Waits, come opportunamente nota Bazzini in un suo scritto pubblicato nel catalogo Prearo che accompagna la mostra.

Più spesso, però, è una nota musicale alta, limpida e squillante a dominare il quadro. Come nella Biblioteca incantata che sembra ricreare immaginifici découpage alla Matisse o come nella Testa orfica che sussume, in una brillante e sghemba tessitura di rombi, la lunga tradizione di Arlecchini che va da Cézanne a Picasso a Severini. Quella di De Maria, insomma, – come ben evidenzia questa mostra pratese – è una poetica della “leggerezza” (nell’accezione di Italo Calvino), lontana anni luce dalle tensioni religiose, dai tenebrismi e dai criptici simboli di Chia, Cucchi e Clemente.

da left-avvenimenti

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Rembrandt, l’arte e la vita

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 25, 2011

Un saggio di Todorov riapere la discussione critica sull’arte di Rembrandt. Mentre a Padava sono in mostra straordinari ritratti provenienti dal Museo di San Pietroburgo

di Simona Maggiorelli

Rembrandt, ritratto di giovane uomo

Come riesce un pittore a cogliere sulla tela la profondità dell’animo umano? Quale processo creativo porta ad un’opera di valore universale? Da domande così importanti e impegnative nasce lo studio del filosofo franco-bulgaroTzventan Todorov sulla pittura di Rembrandt, L’arte o la vita! (Donzelli). Un saggio che, fin dal titolo, sembra volersi distaccare dalla suggestiva interpretazione di un filosofo come Georg Simmel che ha raccontato l’arte di Rembrandt come totalmente immersa nel flusso della vita e tesa a cogliere, fuori da ogni idealizzazione, la verità psichica dei soggetti sui loro volti.

Fu proprio questa acuta sensibilità psicologica, secondo Simmel, a fare di Rembrandt uno dei più grandi innovatori della pittura del Seicento, insieme a Caravaggio e Velázquez. Anche a partire da Bergson, in Studi su Rembrandt (Abscondita) Simmel scrive dell’ impulso vitale che nei ritratti di Rembrandt si fa istantaneamente segno e rappresentazione del movimento psichico. Diversamente dai pittori classici e rinascimentali, Rembrandt non estrae i personaggi dal flusso del tempo per eternarli o celebrarne un astratto ideale. Prova ne è anche la straordinaria serie di autoritratti che ci ha lasciato, in cui sembra di poter percepire lo stato d’animo dell’artista in quel momento in cui rappresenta se stesso. Così, dal timido ragazzo che si affaccia alla vita dell’Autoritratto giovanile si arriva alle ultime tele in cui la ricchezza del vissuto dell’artista sembra condensarsi sul suo volto in tonalità dense, calde, scure. Ma esempio emblematico di questo penetrante modo di rappresentare l’età matura è anche il Ritratto di vecchio ebreo del Museo di San Pietroburgo che, insieme al Ritratto di vecchia, è in mostra dal 25 novembre nei Musei Civici agli Eremitani di Padova.

Che la genialità di Rembrandt stia nel suo saper cogliere nel volto l’individualità e l’identità dei soggetti, dopo Simmel, è un fatto acquisito dalla critica. E la lettura di Todorov non se ne discosta. Anzi. Lungo la strada aperta da Simmel, (curiosamente mai citato ne L’arte o la vita!) sottolinea l’originalità di Rembrandt nel rappresentare l’invisibile dei rapporti umani, specie fra donne e bambini. Dopo secoli di pittura occidentale che, soprattutto nel medioevo, ha rappresentato i bimbi come uomini in miniatura, Rembrandt restituisce loro un’ identità di esseri umani che stanno crescendo. Ma confrontando la vicenda biografica del pittore con la sua evoluzione artistica, Todorov arriva ad ipotizzare che per raggiungere quel livello di intensità espressiva Rembrandt non attingesse alla propria, diretta, esperienza di vita. Ma da una presa di distanza. Proprio quando si ammala la moglie Saskia o quando i figli muoiono uno dopo l’altro, nota Todorov, la sua pittura tocca apici imprevisti di prolificità e invenzione. Tanto più il destino si accanisce, tanto più Rembrandt si separa da tutto e da tutti, isolandosi in un mondo di sola arte. Come se per svelare la verità, dovesse separarsi dagli uomini , conclude Todorov. Suggerendo che solo il narcisismo di Rembrandt assicurò “la generosità delle sue creazioni”.

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Dipingere i moti dell’animo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 20, 2011

Nuove scoperte emerse dal restauro de La Vergini delle Rocce e una grande mostra alla National Gallery di Londra riaprono gli studi sul genio del Rinascimento sottolineando l’originalità della sua pittura incentrata sulla rappresentazione della dinamica degli affetti  e sulla realtà interiore dei personaggi ritratti. Intanto due esposizioni a  Roma e a Torino invitano ad approfondire la conoscenza dei suoi disegni in un confronto diretto con Michelangelo.

di Simona Maggiorelli

Leonardo, La dama con ermellino

«E’ la mostra che avrei voluto per Milano, che avevo in mente per l’Expo 2015» confessa Pietro Marani, fra i massimi studiosi di Leonardo, commentando la grande mostra londinese  dedicata a Leonardo aperta dallo scorso 9 novembre al 5 febbraio 2012 alla National Gallery, (e che già registra un pieno di visitatori da ogni parte del mondo).

Di fatto si tratta della prima importante rassegna sugli anni milanesi Leonardo, dagli anni 80 agli anni 90 del Quattrocento, quelli più prolifici, trascorsi a servizio di Ludovico il Moro, quando il genio del Rinascimento fiorentino, tenendo a debita distanza le pressioni di signori e di committenti ecclesiastici, affrescò il suo Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Quello straordinario teatro delle passioni di cui Marani anni fa ha guidato il restauro riportandone alla luce un impensato impianto coloristico.

«La mostra londinese è una bella occasione di confronto internazionale fra gli studiosi» prosegue l’ex soprintendente milanese che a Leonardo, dopo tanti lavori scientifici, ha dedicato il romanzo breve Le calze rosa di Salaì (Skira), Oltremanica si può vedere il risultato del restauro della Vergine delle Rocce del 1480-90, di cui i curatori rivendicano la completa autografia leonardesca (fin qui si pensava un’opera frutto di collaborazione) ma si può vedere anche il da poco ritrovato Salvator Mundi, «una tela – racconta Marani – che ho avuto modo di vedere anni fa a Londra quando riemerse dal mercato americano e in pessime condizioni. Dopo una lunga ripulitura, ora si presenta come una pittura di grande qualità tanto che – dice lo storico dell’arte – potrebbe davvero essere di mano di Leonardo, come è stato annunciato in occasione del lancio di questa esposizione».

La mostra di Londra, dunque,  riapre la discussione sull’attribuzione della tela di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, anche se ci vorrà tempo e molto studio per risolvere definitivamente la controversia. Comunque sia, con o senza i colpi di scena annunciati dalla cronaca, la mostra Leonardo da Vinci painter at the Court of Milan si segnala già come straordinaria per la serie di ritratti che è riuscita ad avere in prestitoe ad esporre  riuniti. A cominciare dalla Dama con Ermellino- Cecilia Gallerani (1488-1490), proveniente dal Museo Czartoryski di Cracovia e dalla Belle Ferronière (1490-1495) che viene dal Louvre, quadri con cui Leonardo supera la rigida tradizione rinascimentale di ritratti ufficiali di profilo regalandoci l’emozione di presenze femminili vive e misteriose e di giochi di sguardi con il pubblico che, nel caso di Cecilia Gallerani, arrivano ad alludere anche alla presenza fuori campo dello stesso Ludovico il Moro.

Leonardo, Cartone di Sant'Anna

E se in capolavori come questi Leonardo riesce quasi a farci percepire il movimento della mente e il flusso dei pensieri del soggetto ritratto, nel celebre cartone di Sant’Anna conservato a Londra (e di cui gli studiosi del British Museum ora propongono una retrodatazione alla fine del Quattrocento) Leonardo crea una intimo intreccio di rapporti emotivi fra i personaggi.

E’ uno degli esempi più raffinati e intriganti di quella dinamica degli affetti che Leonardo – inarrivabile in questo fra i pittori del Rinascimento – seppe rappresentare. Non emulato né da Michelangelo, che era interessato ad altro tipo di rappresentazione, più  fisica, epica e religiosa, né dal più giovane Raffaello che, per quanto  dovesse molto a Leonardo riguardo al disegno a matita nera,  era assai più attento al consenso della committenza ecclesiastica che aveva fatto di lui “il divin pittore”.

« Quanto a Michelangelo – approfondisce Marani – con la torsione delle forme, era interessato a rappresentare le idee innate che Dio aveva posto nella mente dell’uomo. Leonardo invece tendeva a rappresentare un ideale di bellezza che veniva concretamente dalla natura». Con questa idea Marani, nei mesi scorsi si è fatto mentore  di una piccola, ma interessantissima mostra in Casa Bonarroti a Firenze in cui erano a confronto disegni di Leonardo e Michelangelo. Con il titolo La scuola del mondo, in collaborazione con Pina Ragionieri,  Marani  aveva realizzato nella casa di Michelangelo un percorso espositivo ( catalogo Silvana editoriale)  che metteva al centro il confronto fra  i disegni realizzati da Leonardo per la Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio, (l’affresco che fu murato da Vasari dopo il ritorno dei Medici al potere e mai più ritrovato) e i disegni di Michelangelo per l’affresco mai dipinto della Battaglia di Cascina. In versione ampliata e arricchita da disegni provenienti dall’Ambrosiana di Milano la mostra fiorentina (che ha chiuso i battenti l’agosto scorso) ora è ospitata fino al febbraio 2012 dai Musei  Capitolini di Roma.

Lungo il percorso ricreato ad hoc si può leggere in parallelo l’evoluzione personale di ciascuno dei due artisti. In particolare qui Marani mette a valore  la sua ipotesi sui motivi che portarono Leonardo ad abbandonare il tradizionale disegno fiorentino a punta di argento per passare a quello a matita, nera o rossa. «Fu l’esigenza di ritrarre i moti mentali a rivelargli l’insufficienza dei media tradizionali», spiega Marani.

Il tratto d’inchiostro nitido e quasi inciso non gli permetteva di andare in profondità come avrebbe desiderato nel rappresentare gli umori, le passioni, gli affetti che rendono espressivo il volto e la “corrente emotiva” che si crea nei rapporti umani. «La matita – aggiunge lo studioso – gli regala una nuova dolcezza nello sfumato e nel chiaroscuro, un segno morbido manipolabile anche direttamente con i polpastrelli che gli permetteva di rappresentare anche le più sottili vibrazioni luministiche ed emotive». Ne sono prova le straordinarie teste di combattenti disegnate per la Battaglia di Anghiari e che, insieme al ritratto di Isabella d’Este proveniente dal Louvre e ad alcuni profili di “vecchi e di giovani affrontati”, a teste ideali e schizzi di volti grotteschi rappresentano il corpus centrale di questa preziosa mostra transitata da Firenze a Roma

Leonardo la vergine delle rocce

Leonardo La Vergine-delle-rocce-Londra

LE NUOVE SCOPERTE EMERSE DAL  RESTAURO DELLA VERGINE DELLE ROCCE

Liberata dalla vernice giallastra che la ricopriva fin da una ripulitura degli anni Quaranta del Novecento, l’opera è stata riportata a un aspetto, il più vicino possibile a com’era in origine». Così Lerry Keith, direttore dei restauri della versione della Vergine delle rocce conservata al British Museum racconta i lavori appena ultimati. «In questo modo- aggiunge – è emerso lo straordinario uso del contrasto luce ombra con cui Leonardo dava tridimensionalità ed evidenza scultorea alle figure». Ma non solo. «L’esame tecnico riflettologico – prosegue Keith – ci ha permesso di vedere meglio come lavorava: facendo continui aggiustamenti, modificazioni e ritocchi come se fosse riluttante a fissare sulla tela un’immagine fissa e definitiva, una volta per tutte». Discorso affascinante che ci riporta agli studi di Leonid Batkin ( Leonardo da Vinci, Laterza) quando ipotizzava un programmatico “non finito” leonardesco, frutto di un processo creativo in cui l’ideazione era assai più importante della realizzazione dell’opera in una forma definita e ipostatizzata. Con lui un altro noto studioso, Martin Kemp (La  mente di Leonardo, Einaudi) ha messo in evidenza come, specie negli anni più maturi, Leonardo tratteggiasse l’essenziale, «il resto rimane sempre non finito e lasciato all’immaginazione». Ma c’è ancora un’altra scoperta che il restauratore ci invita a considerare: «Con tecniche avanzate – dice – siamo stati in grado di scoprire qualcosa di più sui pigmenti usati da Leonardo. Per esempio abbiamo individuato un pigmento rosso di lago; è descritto nelle fonti dell’epoca ma non siamo riusciti a trovare nulla di simile della National Gallery».

Qui torna in primo piano Leonardo sperimentatore di tecniche nuove, che per lui non erano solo ricerca di maggiore efficacia pittorica ma parte di una ricerca continua sugli strumenti messi a disposizione dalla natura, per chi la sa comprendere, fuori dal dogmatismo religioso. Con i «trombetti e i dommatici», si sa, Leonardo non andava molto d’accordo.

Leonardo, autoritratto

Per lui non c’era nulla nella sapienza libresca che potesse farlo rinunciare alla “sperienza” diretta. Sperimentazione diretta, studio della natura, ma come si evince anche dalla Vergine delle rocce, quando poi si trattava di dipingere un tratto di paesaggio non si trattava di farne una copia dal vero, ma di ricrearla con fantasia, secondo un’immagine di bellezza, tutta interiore.

INTANTO ALLA REGGIA DI VENARIA la mostra Leonardo, il genio, il mito

La Scuderia Grande della Reggia di Venaria ospita dallo scorso  17 novembre  al 29 gennaio 2012 la mostra Leonardo. Il genio, il mito, ponendo al centro del percorso il celebre Autoritratto di Leonardo, conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Intorno all’opera,in cui Leonardo rappresenta se stesso come un elegante vecchio saggio  sono esposti il Codice sul volo degli uccelli ed una trentina di importanti disegni di Leonardo, provenienti da collezioni italiane ed europee, sul tema dell’anatomia umana e del volto, delle macchine, della natura nonché altri interessanti ritratti riferibili ad allievi per un confronto diretto ed inedito con lo stesso Autoritratto. La mostra è arricchita  da una curiosa e variegata selezione di opere di artisti  -da  Vasari e Sodoma a Duchamp, Warhol, Spoerri, Nitsch e tanti altr -i che raccontano come nei secoli si sia articolato il mito di Leonardo.

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Povera sì, ma non di idee

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 9, 2011

Pistoletto, Venere degli stracci

 Apre l’11 novembre al MADRE di Napoli un nuovo capitolo della mostra sull’Arte Povera che si snoda in vari musei italiani, da Milano a Bari. Una rassegna mosaico curata da Germano Celant e che invita a ripensare l’unico movimento artistico del secondo Novecento che , dall’Italia,  si è diffuso in tutto il mondo

di Simona Maggiorelli

Un enorme cumulo di abiti abbandonati sorgevano ai piedi di una diafana Venere. Tessuti stropicciati e ormai logori contrastavano con l’eleganza di linee e di forme di una ieratica scultura classica e canoviana. Da questo corto circuito fra registro alto e basso, fra marmo prezioso e poveri cenci, fra cacofonia di colori e bianco candido, scaturiva il dirompente impatto della Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.

Era il 1967. E quella scultura sarebbe presto diventata una delle opere manifesto di una poetica nuova che, proprio in quell’anno, il ’67, Germano Celant chiamò Arte Povera, dando così un nome e una riconoscibilità a un multiforme modo di fare arte che rifiutava l’euforia della Pop Art e quell’estetica vuota e sgargiante di marca americana che, a partire dalla Biennale di Venezia del 1964, si era imposta come pensiero unico dell’arte occidentale.

Già nel dopoguerra e, prima ancora, durante la prigionia per attività partigiana, Mario Merz aveva preso a disegnare e a immaginare opere da abitare, come poetici igloo e semplici tende per una vita libera e nomade.

Mario Merz

Idealmente collegandosi ai poveri sacchi di juta che il medico Alberto Burri trasformava in opere astratte, di grande forza drammatica, negli anni in cui fu internato in un campo di concentramento a Hereford in Texas. I poveri gobbi di Burri, le sue tele lacere e corrose, arse e brunite come il sangue, furono una potente fonte di ispirazione poi per gli artisti più giovani, nati negli anni Quaranta, che (senza mai riunirsi in un gruppo esplicitamente) negli anni Sessanta e Settanta diventarono i “paladini” dell’Arte Povera: unico vero movimento di ricerca nelle arti visive che nel secondo Novecento abbia preso le mosse dall’Italia per diffondersi in tutta Europa e nel mondo.

E se lo schivo maestro umbro, Alberto Burri, indirettamente si fece mentore delle opere di nudo legno di Giuseppe Penone, delle sculture di corda di Eliseo Mattiacci, come degli spogli materassi di Pier Paolo Calzolari, un altro outsider, Luciano Fontana, dopo il suo

rientro in Italia nel ’47, con i suoi tagli e i suoi ambienti luminosi che aprivano a una spazialità nuova, fu l’ispiratore dei quadri specchianti di Pistoletto, ma anche (per l’uso del neon e l’apertura alla scienza) delle serie di Fibonacci di Merz e delle labirintiche sculture con mise en abîme di Giulio Paolini.

Penone, sculture di linfa

Ora, a quasi quarantacinque anni dalla nascita dell’Arte Povera, il critico Germano Celant propone di tornare a riflettere su questi e altri rami di un’avanguardia che usava materiali naturali e forme primarie cercando «di ridare un senso autentico alle nostre facoltà di vedere e sentire». Ci invita a ripensare l’Arte Povera e la sua ribellione all’estetica del capitalismo trionfante con un arcipelago di mostre che in otto città diverse ne stanno ripercorrono la storia. Da Milano a Bari, ogni esposizione mette a fuoco un aspetto specifico. Così alla Triennale di Milano, dal 24 ottobre scorso sono ricostruite le genealogie e l’intero arco di ricerca dell’Arte Povera, «mentre al Castello di Rivoli – racconta a left lo stesso Celant – viene riletto il significato dell’intero movimento alla luce del contesto internazionale». E ancora, alcune opere di protagonisti dell’Arte Povera prematuramente scomparsi, come Pino Pascali, sono ora riproposte alla GNAM di Roma, «mentre dal 6 ottobre scorso, al MAXXI, sono raccontati i lavori più recenti di maestri dell’Arte Povera come Gilberto Zorio», senza dimenticare che il museo del ventunesimo secolo progettato dall’architetto Hadid ha appena dato spazio a un’ampia retrospettiva di Michelangelo Pistoletto.

E ancora un’altra importante finestra sull’Arte Povera si apre l’11 novembre al MADRE di Napoli, dove prende vita la mostra Arte Povera più Azioni Povere 1968 facendo riferimento alla rassegna internazionale dallo stesso titolo, che si tenne negli Arsenali di Amalfi nell’ottobre del 1968. E ancora alla GAMeC di Bergamo il movimento “poverista” è raccontato in un percorso che straripa anche per le strade e per le piazze di Bergamo alta e al teatro Margherita di Bari. Insomma,

quella che ha preso avvio dal MAMbo di Bologna il 23 settembre scorso è una “mostra monstrum”, che si dipana nell’arco di più di un anno lungo tutta la penisola. Ad accompagnare l’evento è un monumentale catalogo pubblicato da Electa che, con i suoi trentadue saggi inediti, si candida a diventare una imprescindibile opera di riferimento per tutti i futuri studi sull’Arte Povera. Una pratica artistica e una filosofia, conclude Celant che in un’epoca di «mondializzazione dell’arte come quella stiamo vivendo, capace di integrare tutte le differenze riducendole a comodità, ha avuto il sapore di una ricerca davvero spiazzante e dirompente».

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Il circo Cattelan sbarca a New York

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 7, 2011

di Simona Maggiorelli

Maurizio Cattelan

Quando mesi fa alla Biennale di Venezia, con una flotta di spettatori e appassionati d’arte, ci siamo ritrovati a naso in su per rimirare la lunga teoria di piccioni impagliati che Maurizio Cattelan ha schierato sui cornicioni, c’è venuto più di un dubbio che l’artista padovano volesse farsi beffe del nostro piccionesco ammirare un’opera di fatto inesistente. Il messaggio, a quanto pare, non era passato così forte e chiaro alla Biennale del 1997 dove per la prima volta Cattelan aveva tirato fuori dal cilindro i suoi assorti e attoniti piccioni. E memore di quel “perseverare… diabolicum” che rimbombava nella sua infanzia cattolica, ora ci riprova, reiterando la trovata alla personale che dal 4 novembre 2011 gli dedica il Guggenheim Museum di New York.

Mettendo ancora una volta a dura prova il malcapitato critico: gesto di rottura contro il mummificato sistema dell’arte internazionale? Barzelletta artistica? Opportunismo di mercato? Trovata pubblicitaria? Quando si parla di Maurizio Cattelan, l’artista italiano più pagato e gettonato del momento, saltano le categorie e sale l’imbarazzo nel leggere e interpretare opere e azioni artistiche che sembrano esaurirsi in un simpatico gesto provocatorio.

Come quella volta che, per vendicarsi delle esuberanti confidenze sessuali di un gallerista, Cattelan lo convinse a comparire in un Tableau vivant travestito da coniglio rosa. «Avevo obbligato il gallerista a indossare la sua ossessione» dice Cattelan al critico e sodale Francesco Bonami. «Così, sotto forma di arte, si poteva vedere la mania di una persona. La galleria era una trappola per fare fesse le ragazze – racconta Cattelan in Autobiografia non autorizzata (Mondadori) -. Ma ora le ragazze che arrivavano, anziché essere affascinate dal giovane, ne ridevano a crepapelle».

Wojtila visto da Cattelan

Altrove avrebbe detto poi che quella buffa mascherata poteva essere anche un autoritratto. Come quando, nel 2001, Cattelan si è ”incarnato” in un pupazzo che spunta dal pavimento del museo di Rotterdam rappresentando così il suo essere «un abusivo dell’arte» (lo confessa a Catherine Grenier nel nuovo libro intervista Un salto nel vuoto, Rizzoli).

O come quando ha raccontato sé stesso come un orsetto che pericolosamente va in triciclo su un filo sospeso a mezz’aria mentre il pubblico lo spia dal buco della serratura.

Ma sarebbe anche ingiusto dire che Cattelan sia solo questo. Come ricorda la curatrice della mostra  newyorkese Nancy Spector nel catalogo Maurizio Cattelan All (Guggenheim Skira), l’artista padovano è stato anche capace di ideare immagini dirompenti come papa Wojtyla colpito da un meteorite ne La nona ora (1999) e ha osato denunciare la criminale pazzia di Hitler rappresentandolo mentre prega in ginocchio (Him , 2001).

La Spector ha appeso quella statua a fili invisibili lasciandola sinistramente a dondolare nel vuoto, insieme ad altre immaginifiche “creature” dell’universo Cattelan, dall’asinello con la tv in groppa, al cavallo con la scritta INRI, senza dimenticare il Pinocchio riverso nella fontana di Franck Llloyd Wright, ideato nel 2008 proprio per il Guggenheim.

da left-avvenimenti

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