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Attacco all’arte, la bellezza negata, presentazione a Libri come, Auditorium, Roma

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 13, 2019

Attacco all’arte, la bellezza negata a Libri come, con l’autrice, il giornalista del Corriere della Sera e presidente delle Biblioteche di Roma Paolo Fallai, la sceneggiatrice e critico cinematografico Daniela Ceselli e l’editore Matteo Fago, Roma, 19 marzo 2017

https://lasinodoroedizioni.it/catalogo/le-gerle/attacco-allarte/

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Non gli resta che il diavolo

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 21, 2018

Papa Francesco, come Paolo VI, è convinto che  il diavolo sia una persona e lo ha ribadito  in molti dei suoi discorsi. Additandolo come istigatore e responsabile di tutti i crimini che scuotono la Chiesa dal suo interno. Non a caso è il primo papa a riconoscere l’Associazione internazionale esorcisti 

di Emanuela Provera e Federico Tulli

” C’è Satana dietro il riscaldamento globale». Quella che potrebbe sembrare una battuta con tanto di allusione alle fiamme dell’inferno creato dalla fantasia dantesca è in realtà la concreta convinzione di Cristiano Ceresani, il capo di gabinetto del ministro per la Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana. Una convinzione granitica esplicitata in diretta Tv su RaiUno alcuni giorni fa da Ceresani per promuovere il suo nuovo libro nel quale, dice, «cerco di spiegare come Satana, negli ultimi tempi che precedono la Parusia (la venuta di Gesù sulla Terra per la fine dei tempi), sarà scagliato sulla Terra con grande furore, sapendo che gli resta poco tempo proprio per prendere di mira il creato e la creazione, è un dato teologico». Quanto al dato meteorologico, secondo Ceresani, il climate change sarebbe la prova che qualcosa di mai accaduto prima stia per accadere: «Ovviamente è colpa dell’uomo, della sua incuria, ingordigia e avarizia se abbiamo calpestato questo pianeta. Ma nell’uomo agiscono forze trascendenti, nel cuore dell’uomo agisce la tentazione». La tentazione. Sicché, gratta gratta, essendovi dietro il plagio di Satana, il cambiamento climatico non è colpa degli uomini. Un bel guaio. Come possiamo difenderci? Nei giorni a seguire, l’esternazione di questo signore ha ricevuto le dovute attenzioni dei social finendo sommersa da una valanga di esilaranti parodie. Vanno però fatte due considerazioni serie. La prima è che Ceresani non è un cittadino qualunque ma un uomo delle istituzioni, presente in ben due governi: quello attuale, appunto, e quello precedente nel quale è stato capo dell’ufficio legislativo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. La seconda è che il suo non è un caso isolato. Non sono pochi gli italiani che nel Terzo millennio credono nell’esistenza del diavolo e gli attribuiscono le responsabilità più disparate. Prova ne è il ricorso agli esorcisti che, contrariamente a quello che molti sono portati a pensare, non esiste solo nel meridione o nelle zone povere del nostro Paese. Ma è diffuso ovunque in Italia senza soluzione di continuità. Spesso i cacciatori del demonio vengono visti come l’ultima spiaggia per chi è stato truffato da maghi e imbonitori, per chi ha perso il lavoro, per chi è stato tradito oppure – e questo forse è il dato più inquietante – per quelle persone in estrema difficoltà che sono state deluse da psichiatri capaci solo di imbottirle di psicofarmaci. Nel 2016 il docufilm Liberami di Federica Di Giacomo ha raccontato quel che accade in Sicilia, e chi scrive ha potuto assistere “live” a cerimonie in Piemonte e Lombardia (da giornalisti). Non esistono dati certi sul numero degli esorcismi che si compiono in Italia ogni anno. Nel 2012 un’inchiesta di Panorama stimava in circa 500mila le persone che l’anno prima si erano rivolte, più o meno spontaneamente, a un sacerdote per essere liberate dal diavolo. Lo stesso dato viene riportato alcuni mesi dopo da Adnkronos e dal Quotidiano Nazionale, e nel 2016 da La Stampa e da Agensir, l’agenzia stampa della Conferenza episcopale italiana. Facendo una lunga verifica online abbiamo notato che la cifra di “500mila” compare anche prima del 2012, nel 2000 e nel 2004, su diverse testate tra cui il Corriere della Sera e il Giornale. La fonte è sempre la stessa: l’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), spesso per bocca del presidente e fondatore Tonino Cantelmi. Da nessuna parte sono indicate le modalità di raccolta ed elaborazione dei dati. Comunque sia a quanto pare la geografia del demonio è ecumenica: da Nord a Sud lungo lo Stivale si manifesta ovunque in egual misura. Le sue vittime preferite, è quasi inutile dirlo, sono le donne (65 per cento dei casi). 

Se non c’è da fidarsi dei numeri sciorinati dalla Aippc, per farsi un’idea della diffusione di questo fenomeno in Italia occorre guardare al dato ufficiale degli esorcisti, riconosciuti dalla Chiesa, attivi nel nostro Paese. Il calcolo è possibile grazie al riconoscimento giuridico che l’Associazione internazionale esorcisti ha ottenuto il 13 giugno 2014 dalla Congregazione per il clero, il dicastero della Curia romana incaricato della formazione degli ecclesiastici, con decreto firmato da papa Francesco. Da allora è più semplice censire gli esorcisti, anche perché hanno una «licenza»: il patentino è valido per cinque anni, o per un numero determinato di casi, ed è rinnovabile. Dicevamo dell’Italia. Quanti sono gli esorcisti? Nel nostro Paese c’è la più alta concentrazione al mondo di esorcisti con licenza. Sono 240, tra sacerdoti nominati dai vescovi e i vescovi stessi. Praticamente ce n’è almeno uno in ogni diocesi. Staccatissimi nella speciale classifica abbiamo il Regno Unito (28 esorcisti) e gli Stati Uniti (21), dove il 57 per cento dei cittadini crede nell’esistenza del diavolo e il 51 per cento nelle possessioni diaboliche. Solo in Sicilia e in Lombardia ce ne sono 40, a fronte dei 15 in tutta la Spagna e dei 5 in Portogallo, e alcune grandi diocesi (tra cui Milano e Roma) hanno perfino istituito dei call center per smistare le richieste di appuntamento.

A livello continentale, troviamo 29 esorcisti in America Latina (15 dei quali nel solo Messico), 6 in Africa e solo 5 in Asia (2 nelle Filippine, gli altri in Cina, Giappone e Corea del Sud). Benedetto XVI è stato il primo papa ad auspicare la presenza di un esorcista in ogni diocesi, ma il suo appello è stato ripreso anche in tempi più recenti. «L’esorcista – si è affermato durante la riunione plenaria del 2017 della Congregazione per il clero – contribuisce a prevenire il triste fenomeno del funesto ricorso di molti agli “operatori dell’occulto”. La mancanza di esorcisti in una diocesi può, infatti, indurre la gente a rivolgersi a tali personaggi, o a “sette” di vario genere». 

Che sia stato papa Francesco a riconoscere ufficialmente dopo quasi tre decenni di tentativi l’Associazione internazionale esorcisti non è un caso. Nemmeno Paolo VI era arrivato a tanto. Lui che durante l’Udienza generale del 15 novembre 1972 tenne un discorso dai toni durissimi per ribadire la presenza e il pericolo del diavolo come ente personale «perverso e pervertitore». Ufficialmente papa Montini intendeva arginare una frangia di teologi che non seguivano attentamente il magistero della Chiesa e che cominciavano a negare l’esistenza del demonio come persona riducendolo a un simbolo. Non sappiamo come la presero i destinatari della reprimenda ma di certo quel discorso sebbene avesse stregato pure Hollywood – il film L’esorcista è del 1973 – segnò solo parzialmente la riscossa degli esorcisti incaricati dal Vaticano che fino ad allora erano un centinaio nel mondo. Anche per Bergoglio «il diavolo esiste ed è persona». E il pontefice argentino gli ha dichiarato guerra sin dai primi giorni del suo pontificato. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come papa Francesco abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni». E dal 13 marzo 2013 non si è più fermato. “Vedendo” il diavolo in tutti gli scandali che da un ventennio scuotono la Chiesa dall’interno, avendone minato la credibilità e la stabilità politica al punto da spingere Benedetto XVI alle storiche dimissioni del 2013, papa Francesco ha attribuito a Satana la responsabilità degli affari illegali che ruotano intorno allo Ior e all’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica della Santa sede; della pedofilia clericale; delle guerre intestine e dei giochi di potere che minacciano l’integrità della Curia; dei vatileaks e delle fughe di notizie riservate dalle Mura leonine. 

I fedeli «di tutto il mondo» sono invitati «a pregare» per «proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi» ha detto il papa il 29 settembre scorso nel pieno della bufera provocata dal “dossier” dell’ex nunzio mons. Viganò che lo accusa di aver insabbiato per anni le denunce per pedofilia contro il cardinale Usa McCarrick. Bergoglio intendeva infatti con il suo appello preservare la Chiesa «dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga». 

Ma di Satana il pontefice argentino non ha parlato solo in qualità di capo spirituale dei fedeli cattolici. Il principe delle tenebre è presente anche nei suoi discorsi ufficiali da capo di Stato. «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti» ha detto il 20 settembre 2016 ad Assisi davanti a oltre 500 leader religiosi e politici di tutto il mondo. E il demonio c’è, come se non bastasse, quando Bergoglio assume le sembianze del bonario parroco di campagna e gioca con i bambini. Il maligno «è il padre dell’odio, delle bugie, delle menzogne, perché non vuole l’unità» tra gli esseri umani, ha detto ad alcuni bambini della catechesi dagli sguardi atterriti durante una visita alla parrocchia di San Michele Arcangelo nel 2015. Secondo papa Francesco, tutti i bambini sono indemoniati: «Quando voi sentite nel cuore odio, gelosia, invidia state attenti perché viene dal diavolo; quando sentite la pace, viene da Dio» ha raccontato ai suoi giovanissimi interlocutori citando gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola («L’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana» diceva il fondatore dei gesuiti). Si tratta di un’idea violenta e perversa della realtà umana del bambino ma nessuno al di qua del Tevere si è indignato. I media italiani annotano tutto quello che dice papa Francesco, lo riportano con zelo e restano in attesa della dichiarazione successiva. Senza fare domande scomode, senza mai abbozzare una critica o evidenziare contraddizioni. Nemmeno quando nella premessa che Bergoglio nel 2017 ha firmato al libro autobiografico della vittima di un sacerdote pedofilo, scrive: «Chiedo perdono per i preti pedofili: un segno del diavolo, saremo severissimi». L’11 dicembre scorso il cardinale George Pell, ministro dell’Economia della Santa sede, è stato condannato in primo grado in Australia per aver compiuto violenza su due bambini e atti osceni. Mai un cardinale era stato accusato in prima persona di aver commesso atti di pedofilia. I fatti risalirebbero a quando Pell era solo un sacerdote nella sua città natale di Ballarat. Nessun giornale italiano – tranne il nostro – ha riportato la notizia per almeno due giorni. La sentenza con relativa sanzione sarà emanata il 4 febbraio 2019. Al momento non esistono altre informazioni, in quanto in Australia per legge il giudice può stabilire il divieto di pubblicazione di notizie su un processo fino alla sua definitiva conclusione. È questo il caso del giudizio cui è stato sottoposto a partire dal 2017 il cardinale australiano, voluto un anno prima da papa Bergoglio a capo del superministero dell’Economia vaticana quando – a proposito della severità declamata dal pontefice – erano già note le indagini della magistratura australiana sul conto di Pell anche per aver insabbiato numerose denunce contro preti pedofili quando era a capo della diocesi di Melbourne. Giova ricordare che il grande accusatore di Pell, Peter Saunders, fu silurato proprio per questo dalla commissione pontificia antipedofilia. Chissà, forse anche lui è stato “visto” come Satana…

Il libro inchiesta:Don Michele Barone, ex sacerdote della diocesi di Aversa, è in carcere da febbraio del 2018 con l’accusa di abusi sessuali su due sorelline minorenni durante i riti di esorcismo (Arianna e Giada, nomi di fantasia). Secondo la testimonianza della più piccola, Arianna, 13enne all’epoca dei fatti, i loro genitori, per curare una reazione psicosomatica dell’altra sorella, l’hanno portata da don Barone, che le avrebbe fatto interrompere le cure sottoponendola a violenti esorcismi, durante i quali la piccola sarebbe stata maltrattata. Don Barone era finito spesso in tv per parlare proprio di esorcismi e di apparizioni miracolose. Il caso è scoppiato dopo un servizio delle Iene e pochi giorni don Barone è stato arrestato. Attualmente è in corso il processo di primo grado. Fonti di stampa locale riportano che Giada è stata allontanata dai genitori e ha cominciato a stare meglio, riprendendo a mangiare.

Storia Il diavolo inventato  dai cristiani

di Simona Maggiorelli

l diavolo è un’invenzione del Cristianesimo, che ha sussunto miti precedenti, risemantizzandoli con un proprio fine: accusare e condannare i propri nemici: i pagani, gli eretici, le donne… «Tu sei la porta del diavolo, tu sei la profanatrice dell’albero della vita, tu sei stata la prima a violare la legge divina, tu sei colei che persuase Adamo, colui che il diavolo invece non riuscì a tentare. Tu che hai infranto l’immagine di Dio, l’uomo, con tanta facilità. Per causa tua esiste la morte». Così sentenziava l’apologeta cristiano Tertulliano esprimendo una condanna delle donne che con Paolo di Tarso sarebbe diventata inappellabile. Poi tra il XVI e il XVII secolo, quando la ragione rinascimentale e spinoziana annullò l’irrazionale delegando la sfera dello “spirituale” alla Chiesa, si alzarono roghi per bruciare le streghe, additate come convitate di satana nel sabba. Un crimine agghiacciante compiuto dalla Chiesa, che vanta una lunghissima storia di sangue fra guerre per l’iconoclastia e crociate, in nome di Dio, sulla base del libro sacro e di fantasticherie sul Maligno. Ma quando è cominciata questa orrenda storia? Nell’antichità pagana la mitologia e le narrazioni orali, in differenti luoghi del mondo, raccontavano di dei, di entità benevole o maligne, dei Jinn nella tradizione araba, di folletti, e di altre creature di fantasia in quella nordica. Si possono riscontrare nelle fiabe, nell’epos, nelle cosmogonie di popoli politeisti. Il pantheon dell’Antico Egitto comprendeva sia Horus, divinità benigna che Seth, dio del caos, raffigurato come un uomo con la testa da sciacallo o di capra. Anche i seguaci del culto di Zoroastro nell’antica Persia, conoscevano varie divinità positive e negative, che  si immaginava  abitassero regni celesti e infernali. Lo stesso vale per i Maya e per le società azteche. Ma è con i tre monoteismi – ebraismo, cristianesimo e islam – che inizia la narrazione tossica del diavolo. Fu il cristianesimo, in particolare, a farne la personificazione del Male. La parola latina diabolum viene dal greco diabolos che a sua volta deriva dal verbo dia-bàllein, che significa separare, disunire, fratturare. La parola satana, invece, ha una radice ebraica che rimanda al significato di osteggiare, accusare e calunniare. Una serie di studi ci aiutano a ricostruire la storia dell’invenzione del diavolo, a cominciare da Le origini della cultura europea di Semerano (Olschki, 1994). Il noto filologo e linguista ipotizzava che il termine satana fosse comparso quando gli Ebrei, dopo l’esilio a Babilonia, entrarono in Persia, dove esistevano semi divinità poi tradotte nella figura di satana. La Piccola storia del diavolo di G. Minois (Il Mulino, 1999) e Il diavolo in Occidente di Tullio Gregory (Laterza, 2013) ci aiutano a mettere a fuoco la costruzione storica della figura di satana, che compare per la prima volta nel Vecchio Testamento (Libro di Giobbe), scritto intorno all’XI-X secolo a.C. e poi sistematizzato in versione finale nel 575 a.C. Non è ancora “Il Diavolo” ma uno dei consiglieri di Dio, un diavolo tentatore che agisce solo su licenzia dell’entità superiore. Fino a quell’epoca, dunque, «satana è un titolo, non un nome proprio». È con il Vangelo e nel medioevo cristiano che il cristianesimo comincia a terrorizzare sistematicamente il proprio gregge con la figura del diavolo, perversamente incutendo paura fin da bambini. Cominciano da parte di monaci e suore, poi fatti santi, racconti deliranti di persecuzioni diaboliche, da san Domenico a Teresa d’Avila. In presenza di epidemie di peste, oppure nel caso di cataclismi e guerre si cominciò a dire che era colpa del diavolo e di peccatori. Andando a caccia del capo espiatorio. Come i cristiani continuano a fare ancora oggi, vedi Cristiano Ceresani, capo di gabinetto del ministero per la Famiglia che attribuisce al diavolo il cambiamento climatico. Ma si potrebbe ricordare anche l’allora presidente del Cnr Roberto De Mattei  parlava dello tsunami del 2004 come punizione divina per i peccati dei gay. Oggi come ieri la Chiesa alimenta queste credenze, trasformandole in uno strumento per il controllo dei movimenti ritenuti pericolosi, eversivi e devianti dall’ortodossia. È così che la Chiesa è arrivata a demonizzare gli eretici, gli infedeli, le donne. E i cristiani che siedono in Parlamento, ancora oggi in Italia, anche grazie agli scellerati Patti Lateranensi, tentano di imporne per legge un’ideologia religiosa razzista e misogina.

Arte Angelo ribelle ed eroe in barba alla Chiesa

Corna, coda, artigli, piedi caprini fauci bestiali. Per dare forma all’invisibile, gli artisti, (che nel medioevo dovevano essere ligi ai programmi ecclesiastici), lo tratteggiarono in modo mostruoso, demonizzando raffigurazioni pagane. Il mosaico bizantineggiante di Coppo di Marcovaldo (1260-70) nel Battistero di San Giovanni a Firenze ben rappresenta questo mutamento iconografico che influenzò anche Giotto e il suo immaginifico Giudizio Universale (1306) nella cappella degli Scrovegni a Padova, ma anche Dante. In precedenza, nell’arte paleocristiana, fino al IX secolo – come ben racconta Demetrio Paparoni nel libro The Devil (24 Ore Cultura) – il diavolo era raffigurato con fattezze umane, anche se vecchio e deforme, con il naso ricurvo e gli occhi di fuoco. Ma alla Chiesa medievale non bastava più, perché il fine era spaventare, irretire, controllare anche e soprattutto i tantissimi analfabeti che non leggevano la Bibbia e non sapevano il latino. Ma l’obiettivo della Santa romana Chiesa era anche deturpare, negare e denigrare le culture pagane, superstiti soprattutto nelle campagne. Così ecco spuntare il diavolo su tele, bassorilievi e affreschi come fantasticheria composta collezionando aspetti mutuati da divinità degli inferi etruschi o rendendo ributtante il dio Pan. «Così facendo il cristianesimo ottenne l’effetto di attribuire caratteri di malignità e di pericolosità agli idoli pagani e creò una figura mostruosa ispiratrice di tutti gli oppositori della fede e di deviazione dalla dottrina ufficiale». A cominciare dalle donne. In alcune rappresentazioni medievali e rinascimentali il serpente che tenta Adamo ed Eva ha la testa di donna, per sottolinearne la natura demoniaca. Ma, chiosa Paparoni, sono tutto sommato rare occorrenze, «perché attribuirle le vesti del diavolo poteva anche significare concedere alla donna un potere»! 

Interessante è anche seguire lungo i secoli a venire l’evoluzione della ricerca dello storico dell’arte e critico in questo volume dal ricchissimo apparato iconografico. Si scopre così che fu John Milton nel suo Paradise Lost (1667) fra i primi a cominciare a riscattare la figura del diavolo, in quanto angelo ribelle al Dio onnipotente. Nella versione romantica, il diavolo verrà addirittura trasformato in eroe perché si ribella all’autorità costituita. E Lucifero, alla lettera, diventerà colui che porta la luce e la conoscenza. Ritroviamo poi il diavolo nei quadri degli artisti delle avanguardie storiche, da Picasso a Max Ernst, non di rado per denunciare l’agghiacciante avanzare di fascismo e nazismo. Anche Pollock ha dipinto una grande tela dal titolo Lucifer (1947) forse suggestionato dalle teorie junghiane che stava seguendo. Ed è proprio questo l’assunto più curioso del libro: «Basta fare una ricerca su Pinterest o su Google per avere conferma di quanto il diavolo sia tuttora presente nel repertorio iconografico: oggetto di riflessione da parte di teologi e psicoanalisti, anche se meno apprezzato da artisti e scrittori».  Simona Maggiorelli

editoriale del numero di Left dal titolo “Stato Terminale”

«La moglie è posseduta: per i giudici la colpa del divorzio è del demonio». Con questo titolo il Corsera ha dato notizia del debutto del diavolo in un’aula di giustizia italiana. Per la precisione nel Tribunale di Milano. Era il 6 aprile scorso. E nella sentenza si legge: «La signora non agisce consapevolmente, è agìta». Dando così valore alle testimonianze dei parrocchiani e dell’esorcista frequentati dalla donna, fervente cattolica. Tutto questo è accaduto in Italia non in Vaticano. I giornali italiani lo riportano, senza fare una piega, come se fosse normale e ammissibile. Cambio di scena: il viaggio pastorale di papa Francesco a Fatima viene riportato fra le prime notizie del giorno dalla tv pubblica italiana. I vaticanisti nel viaggio di ritorno in aereo dialogano con il papa parlando di apparizioni e di ragazzini “visionari” fatti santi. (Due su tre, uno a quanto pare è rimasto fregato). Ne parlano come fossero cose reali. Sbalorditiva è la narrazione acritica da parte dei maggiori media italiani. Non una voce giornalistica ha precisato che il racconto delle apparizioni, delle visioni, dei miracoli e il riferimento nemmeno troppo velato alla lotta contro il maligno, rappresenta unicamente la visione della Chiesa. Non è la prima volta. Da quando Bergoglio è salito sul trono di Pietro nel 2013 i riferimenti al diavolo come persona e al fatto che sia lui il vero responsabile degli scandali finanziari e pedofili della Chiesa, oltre che delle guerre e dei “mali” del mondo, sono una costante dei suoi discorsi. Volendo pensare e non credere abbiamo chiesto agli psichiatri cosa significa “vedere” il diavolo e “parlare” con la Madonna. A noi pare particolarmente inquietante che il Tribunale di uno Stato laico alluda alla presenza di misteriose forze esterne per spiegare l’evidente malessere di una persona. Da dove origina tutto ciò? A fronte di tutto questo una ricerca dell’Istat sulla “Pratica religiosa in Italia” evidenzia dal 2013 a oggi uno svuotamento delle chiese senza precedenti, ci restituisce la fotografia di una società civile sempre più impermeabile agli antichi retaggi religiosi. Una conferma di questo trend viene anche dall’XI Rapporto sulla secolarizzazione pubblicato da Critica liberale mentre andiamo in stampa. Insomma, nonostante papa Francesco e i suoi sodali, la collettività laica resiste e contrattacca. Sono circa 10 milioni gli italiani che si dicono non credenti (fonte Uaar). È in primis a loro che ci rivolgiamo e che ci rivolgeremo su Left, per costruire insieme qualcosa di nuovo (Simona Maggiorelli)

tratto da Left, 21 dicembre 2018

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le pescatrici di perle di Domon Ken. Sguardi sul Giappone

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2016

"L’attrice Yamaguchi Yoshiko", 1952 (Ken Domon)

Domon KenL’attrice Yamaguchi,1952

La teca di vetro progettata da Meyer, che protegge l’altare augusteo della pace, custodisce ora anche un altro tesoro: uno spicchio di Giappone antico e moderno. In poetico bianco e nero. Fino al 18 settembre qui sono esposte le straordinarie fotografie di Domon Ken, che nel secolo scorso ha raccontato per immagini il volto discreto e gentile del suo Paese, “narrando” la vita dei villaggi, delle pescatrici di perle, ma anche gli anni durissimi della guerra, il volto algido e militare del Giappone e poi e la rapida modernizzazione delle grandi città.

Domon Ken

Domon Ken

Come in un film scorrono sulle pareti, rosse o scure, sequenze di stampe che testimoniano tutte le trasformazioni della nazione dal 1935 al 1979.

Per questo maestro dalla sguardo morbido ed elegante furono più di cinquant’anni di intenso lavoro. All’insegna di un realismo che non si ferma alla documentazione.

Il suo sguardo si posa con pudore e con un profondo dolore su Hiroshima. Domon Ken non si nasconde dietro l’obiettivo. Le sue opere seducenti, evocative, rivelano la sua intima partecipazione a ciò che ritrae. Specialmente quando i soggetti sono dei bambini. Che nelle sue foto appaiono straordinariamente vivi e vitali. Anche in mezzo alle macerie del dopo guerra, quando escono in strada al tramonto inventandosi sempre nuovi giochi.

Domon Ken pescatrici di perle

Domon Ken pescatrici di perle

Nel catalogo Skira che accompagna la mostra, Kamekura Yusaku ricorda il rapporto immediato, d’intesa e di simpatia, che Domon Ken stabiliva con loro. Erano anni di povertà e di fame, di vita nelle baracche e di vestiti laceri, ma bastava poco perché nei più piccoli si accendesse la scintilla dell’immaginazione. E Domon Ken sa cogliere questi momenti “magici”, raccontando i bimbi per strada la sua ricerca tocca i momenti più liberi, alti e spontanei.

Ma affascinanti sono anche i suoi lavori più ufficiali: ritratti di vigili issati su fragili strapuntini in mezzo alle prime strade trafficate del dopo guerra e abbaglianti parate militari, in cui Domon Ken insinua una vena sottilmente ironica, una critica felpata al militarismo evitando le provocazioni, ma al contempo lasciando intendere il suo pensiero.

Domon Ken Bagno nel fiume ad Hiroshima

Bellissimi poi i ritratti di fanciulle in fiore e di giovani donne, sensibili, eleganti, sui tacchi alti e con i vestiti della festa, sognando amori nei giorni della ripresa e di pace. Alcune immagini anni Cinquanta hanno l’appeal tutto francese del cinema alla Alain Resnais. Altre evocano la tradizione antica in abiti di seta richiamando i rituali di una geisha, ma perlopiù sono rare le tracce del passato. Quelle più seducenti vengono dalle maschere del Teatro No e dai templi buddisti in una imprevista esplosione di rosso, di nero e di oro.

L’antica scultura buddista in Giappone

Purtroppo è durata poco più di un mese, dal 29 lungio al 5 settembre la bella mostra che le Scuderie del Quirinale hanno dedicato alla tradizione della scultura buddista in Giappone e qui vorremmo ricordarla per la splendida occasione di conoscenza e approfondimento che ci ha offerto. Facendoci scoprire, nel centro storico di Roma, uno spicchio di Giappone antico e poco conosciuto. L’esposizione curata da Takeo Oku invita a fare un viaggio nell’arte buddista che è fiorita soprattutto nel periodo Asuka tra il VII e l’VIII secolo e poi fino al periodo Kamakura (1185-1333). Un’arte che si è espressa in una elegante e potente statuaria in legno e altri materiali pregiati. La mostra Capolavori della scultura buddhista giapponese (nata nell’ambito di un ciclo di iniziative per far conoscere la cultura e le antiche tradizioni del Giappone) presenta 21 sculture di epoche diverse, provenienti da raffinati e silenziosi templi immersi nel verde, disseminati in varie zone del Paese come mostrano le fotografie che, insieme a approfonditi apparati informativi, accompagnano e contestualizzano le opere esposte. Percorrendo i due piani della mostra s’incontrano rappresentazioni di budda dorati e imponenti, sul volto un’espressione gentile, un sorriso appena accennato che sembra voler alludere a una dimensione interiore di calma e di apertura verso l’altro, ma si incontrano anche samurai dai volti corruschi e guerreschi. Se i primi rimandano alla tradizione indiana che si riferisce al budda storico, il principe Shakyamuni, le seconde sembrano piuttosto inserirsi nella tradizione guerriera giapponese o riferirsi alla mitologia asiatica – coreana in particolare – ricca di maschere grottesche, insieme orrorifiche e fiabesche. A colpire è la varietà di stili e di modi di rappresentazione all’interno di un canone prestabilito, fortemente codificato, che prosegue per parecchi secoli. A trasmettere di generazione in generazione stili e tecniche erano i busshi: spesso si trattava di monaci, in ogni caso erano scultori che lavorano a un risultato collettivo senza apporre la propria firma. Dalle loro mani uscivano non solo rappresentazioni di budda (maestri illuminati) e di sognanti bodhisattva (persone che aiutano gli altri). Ma anche di sovrani celesti corazzati. Quelli in mostra appartengono al periodo Heian (X secolo). E incuriosisce in particolare uno dei sei Kannon di Kyoto, dotato di sei braccia (dal potere taumaturgico). In questo caso appare evidente l’ibridazione fra culture diverse. Il precedente sostrato indù fu assorbito dalla filosofia buddista in Giappone anche utilizzandone l’iconografia. Ma fortissima è anche l’influenza dell’arte buddista cinese che conobbe il momento di massimo splendore sotto la raffinata dinastia Tang. Per approfondire consigliamo la nuova monografia Einaudi L’arte cinese di Sabina Rastetelli.

Simona Maggiorelli

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Zagrebelsky contro i rottamatori della cultura

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 5, 2014

Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky

«La cultura è libera. L’arte e la scienza sono libere» recita l’articolo 33 della Costituzione. Una solida base per rilanciare il pensiero critico.  ” La cultura abbia il coraggio di offrire una visione alla politica” dice Gustavo Zagrebelsky

di Simona Maggiorelli

Prende le mosse dalla splendida formulazione dell’articolo 33 della Costituzione il nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura (Einaudi). Articolo, che al primo comma afferma: «La cultura è libera», «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Il diritto alla cultura appare così scolpito fra i fondamenti dello Stato. Tanto più se lo si legge in parallelo con l’articolo 9 che tutela l’arte, il paesaggio e la libertà di ricerca, con l’articolo 21 che garantisce la libertà di espressione e con l’articolo 2 che parla di pieno sviluppo della persona umana. Ma Zagrebelsky ci invita ad allargare lo sguardo per cogliere il nesso che, più profondamente, lega il diritto alla cultura ad un altro tema cardine, il lavoro, a cui il professore emerito di diritto costituzionale dell’Università di Torino ha dedicato, nel 2013, il libro Fondata sul lavoro. Questi due saggi formeranno un trittico insieme a un terzo volume dedicato al tema della politica. «Non si tratta di progetto costruito a tavolino», precisa il professore. «È stato il filo della riflessione, a poco a poco, a portarmi in questa direzione. Tuttavia l’idea che le società umane si organizzino intorno a tre funzioni principali ha radici profonde. Gli studi di Georges Dumézil ed Émile Benveniste l’hanno verificata nelle tradizioni culturali, nella mitologia, nell’arte, nella religione, nel diritto, riscontrando questo continuo ricorrere del numero tre, riferito alla funzione economica (per il procacciamento dei beni materiali per la vita), alla funzione politica (ovvero il governo) e alla funzione culturale. Che qui cito per terza ma che nella letteratura è addirittura messa per prima.

Professore che cosa s’intende per cultura?

Fondata sulla culturaDirei che è quella dimensione astratta (nel senso che astrae dagli individui) ma al tempo stesso molto concreta nella quale tutti noi ci riconosciamo. La cultura dà una risposta alla domanda: come riusciamo a costruire una società fra migliaia, fra milioni, di individui che non si sono mai incontrati in vita loro? Come si fa a “far società” senza neppure conoscersi? Formiamo una società perché, pur non “conoscendosi”, ci si “riconosce” in una dimensione ideale, simbolica, in qualche cosa di più generale che fa convergere le forze. Questo non vuol dire che la cultura sia olista: ci sono culture aperte e altre meno, oppure chiuse. La cultura esiste in quanto un certo numero di individui pensa che abbia un senso lavorare per una dimensione di vita comune. Che non esula dalla dialettica e dal conflitto.

In Italia c’è stato un progressivo depauperamento delle risorse pubbliche per la scuola, la ricerca, la tutela. C’è una discrasia fra l’articolo 33 e i tagli alla cultura?

Per ridurre gli sprechi non è scandaloso che si pensi a qualche taglio. Il problema semmai (ed è un problema culturale) nasce quando, dovendosi reperire risorse, la prima cosa che si fa si è tagliare la cultura. Seguendo il celebre motto di un ministro (Tremonti, ndr): «Con la cultura non si mangia». La cultura, non serve per mangiare, naturalmente. Ma serve a fare società e in questa vivere. E se non c’è società va a finire che non si mangia nemmeno più. I più ricchi e i più potenti hanno la meglio e tutti gli altri vengono spinti ai margini della vita sociale. La cultura è un fatto di durata e di profondità, è senso che crea comunanza di vita, solidarietà competitiva, dialettica. Insomma, con la cultura si fa ben più che mangiare. E quella umanistica, diversamente da quella scientifica sperimentale, non costa nulla: è fatta di pensiero, di rapporti, di studio; non c’è bisogno di un grandissimo spreco di risorse pubbliche. Pensi, per esempio, alla persecuzione della convegnistica. Qualche tempo fa mi ero messo in testa di raccogliere tutti gli inviti: impresa immane. Ne esce un quadro desolante di sottrazione di energia e di tempo che, invece, dovrebbe essere dedicato allo studio, all’elaborazione di idee. Nei convegni ritrovi sempre le stesse persone che ripetono a pappagallo…

Margherita Hack a scuola prendeva brutti voti perché si rifiutava ripetere a pappagallo. Einstein parlava di «gioia delle idee», del piacere della scoperta. Lei lo cita ricordando che la parola eidos collega le idee alle immagini che nascono nella mente. La cultura implica capacità di immaginare, di sviluppare un pensiero nuovo?

Ovviamente. La cultura è un mondo vivo, non un mondo anchilosato di stilemi, motti, acquisizioni che poi si cristallizzano in formule o formulette. Si sviluppa dal suo interno, in relazione ai problemi del presente. Deve avere una sua autonomia, come dice anche la Costituzione, senza chiudersi nella separatezza. Ma, come notava Montaigne, spesso ci riduciamo a fare glosse fra noi. Si parla di Don Chisciotte ma non lo si legge più. Si preferisce la letteratura secondaria e si stilano note su note. Finendo nel solipsismo, sfornando “idee” senza rapporto con la realtà. Ecco allora il saccente ridicolo, l’erudito che crede che il mondo sia fra le quattro pareti rivestite da libri dove lui è confinato. La cultura fatta solo di carta o di internet muore su se stessa.

Ma oggi quasi non si osa dire “intellettuale”. Sui media tutto deve essere fatuo, frivolo, pop. E sulla scena pubblica, come lei scrive, è tutto un proliferare di consulenti.

La figura del consulente è piuttosto inquietante. Non perché chi svolge una professione intellettuale non debba sentire il dovere di fornire ad altri competenze tecniche. Ma perché i consulenti preparano i loro interventi in attesa di una chiamata o dal mondo politico o da quello economico-tecnologico. I consulenti vendono le proprie conoscenze per promuovere “prodotti” politici o economici (oggi soprattutto finanziari).

L’ossequio al mercato è diventato così prevalente da imporre un modello di Homo Oeconomicus, povero di umanità e dotato di una razionalità solo strumentale?

Viviamo in un’epoca economica, senza dubbio. Ma una società ben organizzata è quella in cui le tre funzioni – politica, economica e culturale – godono di una relativa indipendenza. L’articolo 33, in questo senso è una spia. Nella Costituzione, peraltro, si trovano solide radici contro il conflitto di interessi. Il pericolo che si corre quando prevale l’economia è che le persone che si occupano di cultura siano portate a pensare che le idee siano dei beni economici come gli altri. E che possano essere messe sul mercato. Da qui l’orrida espressione il mercato delle idee.

«Il rapporto tra sapere critico e il potere è sempre più difficile quanto più il potere si riduce ad avventurismo senza idee», ha detto lo storico dell’arteTomaso Montanari (citando Barca) dopo il no dei renziani a un suo incarico come assessore alla Cultura in Toscana. In Italia oggi è questo lo scenario?

E’ anche questo. D’altro canto il mondo culturale ha forse espresso strutture autonome? Le accademie non incidono, il Cnr è stato una propaggine ministeriale e poi ci sono gli assessorati alla cultura… Gli organismi indipendenti non contano quasi più nulla. A riprova della forza assorbente che hanno la sfera economica e certa politica. Tornando a noi, la cultura per essere tale non può che essere libera. Essendo libera, la cultura non può che essere critica. Essendo critica, non può che essere plurale. Perciò occorrerebbe uno scatto di orgoglio del mondo intellettuale.

 

Dal settimanale Left

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Fermare la svendita dei beni del demanio pubblico

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2013

Isola BudelliMentre il governo delle larghe intese, in linea con le politiche  di centrodestra, torna a proporre la  #svendita delle spiagge un paradiso ambientale come l’isola di #Budelli è già stata venduta per 2,9 milioni di euro.Fermare l’aggressione al #territorio diventa una priorità. La #Costituzione offre già gli strumenti. Se ben interpretata e applicata. Lo sostiene iun eminente giurista come Paolo Maddalena

di Simona Maggiorelli

La vendita dell’isola di Budelli, straordinaria oasi naturale, famosa per le sue spiagge rosa, si è già conclusa. E altri lembi d’Italia rischiano una sorte analoga. Il governo Letta, non diversamente dai precedenti governi di centrodestra, ricorre alla svendita di pezzi importanti del patrimonio italiano per fare cassa, mentre non si ferma il consumo di suolo che erode vertiginosamente la campagna.

Cartolarizzazioni, speculazione edilizia, condoni, gestione emergenzialista di terremoti e dissesti idrogeologici, sistemi produttivi inquinanti e così via, negli ultimi trent’anni hanno aggredito massicciamente il territorio della Penisola non di rado mettendo a repentaglio la salute dei cittadini (il caso Ilva di Taranto docet).

«Speculazione finanziaria e politiche liberiste hanno sfruttato l’ambiente come fosse un bene inesauribile. E ora siamo giunti al limite. Non possiamo più aspettare oltre, serve una moratoria, per fermare da subito il consumo di suolo», ha detto il giurista Paolo Maddalena intervenendo al convegno “Terra bene comune” al Tempio di Adriano a Roma, in un ampio confronto fra associazioni per la tutela dell’ambiente e i relatori delle principali proposte di legge sul consumo di suolo già depositate in Parlamento.

maddaProposte, merita ricordarlo qui, che affrontano il problema in modi abissalmente diversi, andando dall’apertura agli interessi dei costruttori contenuta nell’iniziativa del Pdl  alla radicale proposta di limitazione dei diritti edificatori e di tutela dei territori agricoli non edificati depositata dai parlamentari del M5S. Al stesura del testo – che ha come primo firmatario il deputato M5s Massimo De Rosa – ha collaborato l’urbanista Paolo Berdini e vi si possono riconoscere gli assunti di fondo del più che trentennale lavoro dell’archeologo Salvatore Settis e del giurista Paolo Maddalena. Insieme, Maddalena e Settis hanno di recente pubblicato un libro, Costituzione incompiuta  ( Einaudi ) dedicato al tema della tutela e della valorizzazione dell’arte, del paesaggio e dell’ambiente.

Al centro del volume in cui compaiono contributi anche di Tomaso Montanari e di Alice Leone c’è l’articolo 9 della Costituzione che, come ricorda spesso Settis, ha fatto sì che l’Italia sia stato il primo Paese al mondo a iscrivere la salvaguardia del patrimonio artistico e del paesaggio fra i valori fondanti dello Stato. E certamente non per un fatto esornativo o di solo godimento estetico, ma riconoscendo che la straordinaria e originale fusione fra arte e paesaggio che connota la storia italiana contribuisce alla qualità della vita e ha a che fare con l’uguaglianza dei cittadini e con il diritto alla cultura che si evince dall’art 34 (sulla scuola pubblica statale e il diritto allo studio) «favorendo – sottolinea Maddalena – quel libero sviluppo della persona umana di cui la Carta parla all’articolo 3».

Paolo Maddalena

Paolo Maddalena

Ma sempre più nel dopoguerra, approfondisce il vice presidente emerito della Corte costituzionale, «l’economia ha dettato legge alla politica. producendo danni immani. Mentre l’idea della compatibilità ambientale, fra interessi dell’economia e la capacità rigenerativa dell’ambiente, si è rivelata una pura illusione». Che fare allora per fermare l’attacco mortale al territorio sferrato da scriteriate politiche neoliberiste che, scrive Maddalena, rischiano di farci fare la fine dell’isola di Pasqua? «Innanzitutto ci vuole un vero cambio di mentalità – sostiene il professore -. Bisogna passare da un principio antropocentrico a un principio ecocentrico o biocentrico, perché non possiamo più alterare l’ambiente, lo abbiamo già distrutto abbastanza. Bisogna affermare quello che avevano capito già i filosofi presocratici, ovvero che l’uomo è parte del cosmo».

Tradotto su un piano più immediatamente politico «bisogna pensare un diverso modello di sviluppo», dice Maddalena. «Impedire lo sfruttamento intensivo dei territori da parte di privati che oltretutto poi delocalizzano le imprese a loro piacimento e impongono le loro leggi al mercato del lavoro. E al contempo tutelare chi recupera spazi pubblici nell’interesse della collettività come, per esempio, sta accadendo a Pisa, all’ex colorificio». La multinazionale proprietaria dell’edificio ha cessato la sua attività in Italia e ha licenziato i lavoratori. In quella struttura abbandonata un collettivo di cittadini ha creato una sorta di laboratorio aperto in cui si fanno corsi di avviamento all’artigianato e iniziative sociali. «Quella struttura destinata ad un uso industriale è stata abbandonata dal proprietario ed è giusto che ritorni alla cittadinanza», rileva Maddalena che al convegno Terra bene comune organizzato dal M5s ha ripreso il filo rosso del lavoro sul tema della proprietà demaniale e della proprietà di uso collettivo presentato nell’ambito della costituente dei beni comuni guidata da Stefano Rodotà e che ha alle spalle una radicale e lunga riflessione dell’eminente giurista sui limiti costituzionali della proprietà privata. «Il territorio è proprietà comune di tutti. La proprietà è pubblica e privata, secondo determinati vincoli. Lo dice la nostra Carta», ribadisce Maddalena ricordando che l’art. 9 e gli artt. 41 e 42 offrono già validi strumenti per affrontare il problema dell’aggressione al territorio. «Non esiste il cosiddetto ius edificandi, inteso come facoltà del proprietario privato», avverte il professore. «Non c’è un diritto edificatorio concesso una volta per sempre. Solo un atto sovrano, preso da un’autorità che rappresenta gli interessi di tutti può stabilire se un terreno diventa suolo edificabile. La Costituzione dà chiare indicazioni. Ma va applicata. Non a caso Calamandrei la chiamava la rivoluzione promessa».

Dal settimanale left-avvenimenti

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Gli spettri di Munch

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2013

Munch, autoritratto 1886

Munch, autoritratto 1886

di simona Maggiorelli da Oslo

«Camminavo lungo la strada con due amici, il sole tramontava, il cielo si tinse d’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un parapetto. Sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco quando sentii un grande urlo infinito che attraversava la natura».

Così Edvard Munch descrive sul suo diario l’episodio che avrebbe poi cercato di rappresentare con L’urlo (1893) condensandolo in un volto deformato dall’angoscia. Un primo piano straniante senza tratti riconoscibili, avvolto in striature ondeggianti di colore dalle tonalità violente, quasi espressionistiche. In pochi tratti, una scena che sembra racchiudere tutta la disperazione del pittore, che a trent’anni scriveva di sé: «Ho ricevuto in eredità due dei più terribili nemici dell’umanità: la tubercolosi e la malattia mentale.

La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si affacciavano sulla mia culla». Cultore del filosofo esistenzialista Kierkegaard e di Nietzsche, e soprattutto sodale di Strindberg, Munch in una pagina del diario dice di aver sentito parlare di Freud, ma di fatto il pittore non si interessò mai di psicoanalisi. Piuttosto preferiva cercare nell’arte un modo per riuscire a rappresentare quel dolore psichico che altrimenti, scrive in un passaggio del diario, «non sapevo esprimere a parole».

Munch, L'Urlo 1983

Munch, L’Urlo 1983

A partire da questo stretto rapporto fra arte e vita e intorno al celeberrimo Urlo, Oslo ricorda i 150 anni dalla nascita di Munch con la più vasta retrospettiva che gli sia mai stata dedicata. Intitolata semplicemente Edvard Munch 1863-1944 e accompagnata da un denso catalogo Skira, la mostra al Nasjonalgalleriet e al Munch-museet di Oslo fino al 13 ottobre presenta 220 dipinti e 50 opere su carta che permettono di ripercorrere tutti i 60 anni di carriera di Munch attraverso una straordinaria scelta di ritratti e autoritratti (alcuni pochissimo noti) di paesaggi visionari, di claustrofobiche scene familiari ma anche di feste di società in cui, come fossero marionette, gli esponenti della borghesia norvegese, consumano vacui riti sociali.

Nel Fregio della vita , in particolare, Munch rappresentava quella borghesia di cui lui stesso faceva parte come puritana e chiusa nell’asfittico e provinciale mondo di Kristiania (oggi Oslo). Ed è uno spietato teatrino di ibseniani spettri quello che Munch tratteggia in feste notturne al mare e passeggiate in città in cui le atmosfere glaciali non sono solo dovute alla neve. Proprio in occasione di questa importante antologica è stato ricostruito filologicamente l’allestimento del Fregio della vita così come Munch lo aveva pensato per la Secessione di Berlino nel 1902.

Così sulle pareti colorate della Nasjonalgalleriet, dove sono esposti i lavori eseguiti tra il 1882 e il 1903, scorre un nastro di potenti visioni incorniciate di bianco, sono immagini che tratteggiano un’infanzia malata e soffocante, che rievocano i primi turbamenti adolescenziali e soprattutto che parlano di un sanguinoso e alla fine impossibile rapporto fra uomo e donna. Al Munch-museet (dove sono esposti i quadri datati dal 1904 al 1944) spiccano intere sequenze di quadri che raccontano una mortale guerra dei sessi, dove la donna appare come femme fatale, una sorta di vampiro che lascia l’uomo cadaverico ed esangue, impriginandolo nella sua rete tentatrice.

Munch, Amore e psiche,1907

Munch, Amore e psiche,1907

Qui e alla Nasjonalgalleriet ritornano anche rappresentazioni di baci che Munch immagina come angoscianti incontri fusionali in cui entrambi i partner finiscono per perdere la propria identità. Il rapporto con il femminile è visto dall’artista come lotta e sofferenza, passione e gelosia, tensione e violenza.

Solo nei quadri dell’ultimo periodo in cui Munch rilegge il topos del pittore e la modella le giovani figure femminili appaiono belle e idealizzate, anche se rappresentate sempre in contrapposizione al pittore anziano che, nel quadro, le osserva con sguardo rapace. La sua pittura intanto si è fatta più sintetica, più essenziale. La figurazione appare più sfrangiata ed evocativa, ed esplode il colore. Nonostante questo però i quadri di Munch in questa ultima fase finiscono per assomigliare ad un’ossessiva ripetizione di varianti sugli stessi temi. Ma il percorso esplorativo della sua opera non si ferma qui (il programma completo è sul sito www.munch150.no) e si annunciano interessanti occasioni di approfondimento anche in Italia: dal 4 ottobre in Palazzo Ducale a Genova Marc Restellini, direttore della Pinacotheque de Parigi e già ideatore di una importante retrospettiva su Munch presenta una nuova monografica realizzata con Arthemisia Group e 24 ORE Cultura.

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Marble weeks, arte e territorio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 24, 2013

Un'opera di Luciano

Un’opera di Luciano Massari

di Simona Maggiorelli

Dalla mostra Vice Versa nel Padiglione Italia in Biennale alle rassegne più di tendenza in spazi underground ci si fa vanto – e giustamente – di poter presentare al pubblico opere site specific, ovvero create ad hoc, nate in rapporto vivo e dialettico con l’ambiente in cui sono inserite.

Ma forse, se traduciamo questa gettonatissima espressione anglosassone, ci rendiamo conto che in fondo tutta l’arte italiana è “contestuale”: Fin dall’antichità è profondamente legata ai luoghi per i quali è stata concepita e alle società che li abitano. La diffusione capillare del patrimonio artistico nel territorio e la straordinaria fusione di architetture e sculture con il paesaggio fanno l’identità e l’unicità della nostra storia. Come riconosce anche la Costituzione all’articolo 9.

Ma continuare a rincorrere la logica dei grandi eventi, delle mostre blockbuster che sbandierano grandi nomi in assenza di un progetto scientifico, insieme alla tendenza a costruire decontestualizzate“cattedrali nel deserto” come – temiamo – sarà l’Expo 2015, ci fa dimenticare troppo spesso questo nesso stringente fra arte e territorio; un nesso che rende fruttuosigli investimenti sul lungo periodo, libri di Filippo La Porta anche perché hanno ricadute sulla formazione e sulla qualità della vita delle popolazioni locali. Ma come scrive Vittorio Gregotti ne Il sublime al tempo del contemporaneo (Einaudi, 2013) nella società delle immagini e del capitalismo finanziario globalizzato l’arte e l’architettura troppo spesso vengono svuotate di senso «e usate per aderire alle ideologie del potere e dei suoi strumenti in nome di una sorta di religione del denaro e della notorietà mediatica».

di Giuseppe Penone

di Giuseppe Penone

Accade così che in un’Italia in cui la parola creatività viene applicata perfino alla finanza (Tremonti docet) e dove il sindaco di Firenze affitta Ponte Vecchio e offre gli Uffizi a Madonnna per una visita privata, molti comuni grandi e piccoli preferiscono buttare i pochi soldi che hanno a disposizione per la cultura in eventi effimeri che li fanno andare sui giornali piuttosto che investire in tutela, valorizzazione, conoscenza. Riflettendo su questo paradosso tutto italiano lo scultore Luciano Massari e il curatore Pietro Gaglianò danno vita a Carrara a una serie di incontri-dibattito dal titolo Illuminations. Idee per il futuro dell’arte in città.

Nell’ambito della rassegna Marble Weeks, su questi temi, critici d’arte e giornalisti sono stati chiamati a confrontarsi il 12 e il 26 luglio in Palazzo Benelli. «Senza relazioni di tono convegnistico, ma con una serena conversazione vorremmo accendere una discussione pubblica sulla gestione della cultura rispetto al territorio. A mio avviso- dice Gaglianò – le biennali oggi rappresentano un caso equivoco, nascono da una specificità locale ma tendono a non rappresentare minimamente i contesti. Personalmente sono molto critico verso la politica dei “grandi eventi” e trovo illogica la monetizzazione della cultura. È quanto mai urgente- conclude il critico e curatore – pensare ad altri tipi di intervento culturale rispetto alle dinamiche della sfera pubblica».

 dal settimanale left-avvenimenti

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Arte e pazzia.Un lungo equivoco

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 8, 2013

Antonio Ligabue, Tigre con ragno (1953)

Antonio Ligabue, Tigre con ragno (1953)

Istinto, genialità, follia è il sottotitolo della retrospettiva che il LuCCA dedica, fino al 9 giugno, alla pittura di Antonio Ligabue (1899 – 1965). Unendo tre parole che insieme, con tutta evidenza, non possono stare. Qui (a Lucca) come al Mar Di Ravenna dove prosegue fino al 16 giugno la mostra Borderline, artisti fra normalità e follia, da Bosch a Basquiat, vediamo all’opera uno dei luoghi comuni antiscientifici più duri a morire nel mondo dell’arte. Quello che la malattia mentale possa essere fonte di creatività.

Un“equivoco” di matrice esistenzialista e foucaultiana che nel mondo della cultura italiana, in particolare, è stato diffuso da Basaglia e dal basaglismo che ancora celebra Marco cavallo. E che ha sempre negato l’esistenza della malattia mentale, considerandola un modo di essere “diverso”, originale, ribelle, ignorando il “dolore psichico” dei pazienti e rinunciando ad ogni proposito di cura. Ma forse si può dire di più. Dietro alle fantasmagorie surrealiste e alla fatua euforia di Breton, dietro all’esaltazione della dell’Art brut, come delle ossessive incisioni che un pazzo fece sulle mura del manicomio di Volterra fa capolino un medesimo pensiero che ha origine negli assunti ottocenteschi e razzisti di Cesare Lombroso, autore di Genio e follia. Senza dimenticare che un ruolo primario nella costruzione di questo falso binomio lo ebbe Karl Jaspers che in Psicologia delle visioni del mondo nel 1919 descriveva la pazzia come una forma di esistenza particolare, non come patologia.

Un pensiero che nel 1921 portò lo psichiatra Morgenthaler a scambiare per opere d’arte le allucinazioni di uno schizofrenico e pedofilo come Wölfli. Esattamente un anno dopo, Jaspers, pensatore esistenzialista e a lungo sodale di Heidegger, in un celebre saggio su Van Gogh scrisse che la schizofrenia nell’artista olandese aveva scatenato in lui forze prima inibite determinando «un plus di creatività». Negando così totalmente la fantasia di questo straordinario artista che ha saputo realizzare capolavori universali nonostante la distruttività delle sue crisi.

Con alcuni distinguo, anche il curatore Maurizio Vanni, con il neuropsichiatra Giuseppe Amadei, ripropone queste vecchie idee (sconfessate dalla moderna psichiatria) proponendo al LuCCA ottanta opere di Ligabue in un percorso «che vuole indagare l’uomo-artista insieme al rapporto tra arte e pazzia». In primo piano – si legge nei testi che accompagnano la mostra – «l’aspetto espressionistico del segno e del colore di Ligabue, quello onirico e quello primitivo nella conformazione delle strutture, l’emozione legata all’uso incondizionato del suo emisfero destro, inerente all’istinto, all’eros e all’irrazionalità». Un guazzabuglio di parole, in cui le neuroscienze si sposano alla fantasticheria di un irrazionale animale. A quanto pare nel mondo dell’arte c’è ancora molto da discutere e approfondire su questi temi. Benvengano dunque iniziative come quella del Festival Per Appiam 13 che l’8 giugno, a Roma, invita psichiatri e artisti a confrontarsi su arte e creatività. In modo nuovo. (Simona Maggiorelli)

 

NEWS_141345L’APPUNTAMENTO. Arte e psichiatria . Gli artisti sono vittime di una serie di luoghi comuni che associano le persone dotate di un talento particolare alla follia. Genio e sregolatezza. Creatività e distruttività. E se è vero che l’arte per essere tale e veramente innovativa si deve differenziare da una normalità, questo scostamento dalla norma è sempre stato pensato in senso negativo. Ovvero fare qualcosa di diverso dal comune significherebbe impazzire. Ma è proprio vero che gli artisti sono tutti pazzi e che la malattia mentale sia fonte di creatività? Da dove viene questa idea? Su quali basi storiche e filosofiche si basa? Quando il genere umano ha iniziato a fare arte? E perché?

Per rispondere a queste e altre domande tre psichiatri-psicoterapeuti e tre esperti a vario titolo delle manifestazioni artistiche del pensiero sono i protagonisti nella Sala Conferenze della Ex Cartiera Latina (sabato 8 giugno, ore 17) del primo Convegno sul rapporto tra arte e psichiatria dal titolo “Psiche e Arte”. Luca Giorgini (psichiatra), Fulvio Iannaco (docente di filosofia e blogger), Ugo Tonietti (architetto), Daniela Polese (psichiatra), Simona Maggiorelli (caporedattore cultura e scienza Left) ed Eva Gebhardt (psichiatra) si interrogano e interrogano l’opera e la vita degli artisti cercando delle risposte in quello che più che un convegno si vuole costituire come un occasione di ricerca. Perché si potrebbe scoprire che l’arte può servire alla psichiatria e non viceversa e che l’opera di artisti geniali possa costituire il mezzo per scoprire la fisiologia della mente e non la malattia.

«Si potrebbe scoprire – dicono Giorgini e Gebhardt, curatori dell’evento – che in passato la medicina della mente ha dimostrato una sostanziale impotenza quando non una aperta aggressione nei confronti degli artisti. Si potrebbe raccontare una storia diversa». A partendo dalla comune associazione tra arte e pazzia, spiega Giorgini «ci si interroga sulla funzione dell’artista nella società e sulle motivazioni per le quali è quasi sempre la società a porre ai suoi margini gli artisti. Si indagano, poi, le possibili risposte emotive esperite di fronte all’opera d’arte con particolare attenzione alle reazioni patologiche». «L’arte non si cura» osserva a sua volta Gebhardt e aggiunge: «Partendo dal fatto evidente che fare arte è un espressione irrazionale dell’essere umano, l’autrice cerca di evidenziare che l’artista essendo irrazionale non è pazzo per definizione, ma che anche lui, come qualsiasi altro, può ammalarsi. Da qui la denuncia di una psichiatria che non è mai riuscita a dare risposte al malessere degli artisti quando è accaduto che questi chiedessero aiuto, ma che al contrario ha rafforzato il pregiudizio millenario di una indissolubile associazione del binomio arte-pazzia contribuendo in questo modo alla violenza perpetrata sugli artisti».
Il convegno Pische e Arte si svolge nell’ambito dl festival Per Appiam ’13 – organizzato dall’associazione Ipazia Immaginepensiero con il patrocinio dell’Ente Parco Regionale dell’Appia Antica – che ruota intorno alla mostra d’arte “Tu sei il mio volto” curata dalla pittrice-filosofa Roberta Pugno (fino al 16 giugno 2013).

Eleonor Purring

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Love the difference Amare le differenze

Posted by Simona Maggiorelli su Maggio 16, 2013

Pistoletto, Amare le diffrenze, Porta Palazzo

Pistoletto, Amare le diffrenze, Porta Palazzo

Di ritorno da Gerusalemme dove ha ricevuto un premio ( poi trasformato in borse di studio per giovani palestinesi ed israeliani) Michelangelo Pistoletto racconta la sua Cittadell’arte, fucina di progetti ideati da giobani talenti da ogni parte del mondo

di Simona Maggiorelli

Il museo di arte moderna e contempo- ranea di Nizza gli dedica una retrospettiva dal 29 giugno 2007. Ed è da poco rientrato in Italia da Gerusalemme dove ha ricevuto il prestigioso World Prize, assegnato da una giuria internazionale. Ma è a Biella, nella sua Cittadellarte, straordinaria fucina di idee e di talenti, che Michelangelo Pistoletto si sente al centro del suomondo: un universo creativo in continua evoluzione, in cui nascono decine e decine di progetti di arte, design, cooperazione sociale, di sperimentazione digitale, e a cui lavorano centinaia di giovani che da ogni parte del mondo vengono a Biella per frequentare l’ Università di idee fondata da questo grande maestro dell’arte. Uno dei pochi artisti italiani che è riuscito ad “esportare” le sue opere a far conoscere la sua poetica anche all’estero. Il successo è arrivato fin dagli anni Cinquanta con la famosa serie dei quadri specchianti, con opere che anche attraverso la scelta di materiali grezzi, semplici, naturali, cercando un avvicinamento fra arte e vita. Ma anche, programmaticamente, di dare una risposta estetica e al tempo stesso politica, alla piatta apologia delle merci che in quegli anni dominava il mercato dell’arte attraverso l’euforia della Pop art. Fu anche grazie alla ricerca di Pistoletto se, negli anni Sessanta, nacque quel “movimento”, poi diventato marchio di successo, che Germano Celant battezzò Arte povera e che resta ancora oggi uno dei momenti più alti dell’arte italiana del Novecento. Ma negli ultimi cinquant’anni, diversamente da altri “ex poveristi”, Pstoletto non si è limitato a sviluppare la propria poetica individuale. È uscito dal suo studio d’artista, da una concezione strettamente personale del fare arte, per aprire il proprio lavoro al sociale, alla polis. Elaborando una sua interessante pratica della creatività di gruppo. E proprio da qui, dal rapporto fra arte,società e politica, comincia il nostro incontro.

Pistoletto, a Gerusalemme ha ricevuto un premio, ma si è anche trovato a pochi passi dal muro, nel cuore del conflitto Israelo-palestinese. Che impressione ne ha avuto?

E’ stato un momento importante ma anche di forte tensione. Questo premio mi ha fatto particolarmente piacere perché non è un riconoscimento alla mia attività individuale. Di artisti bravi

al mondo, per fortuna, ce ne sono tanti. Questo premio mi è stato dato per come il mio percorso si è sviluppato nel progetto internazionale di Cittadellarte passando dalla dimensione personale ai rapporti plurimi.

Perché è stato anche un momento di tensione?

Un’associazione palestinese mi ha chiesto di rinunciare al premio. Ci ho pensato molto, perché ci sono grossi problemi legati all’occupazione violenta dei territori palestinesi da parte israeliana. Alla fine ho deciso di tra- sformare il premio ricevuto in tre borse di studio per giovani palestinesi e israe

liani che verranno a fre- quentare Unidee a Biella. Un modo per creare un punto di legame, per superare, almeno in questa piccola cosa, la contrapposizione frontale fra le due posizioni antagoniste. Per creare un’occasione d’incontro.

Michelangelo Pistoletto

Michelangelo Pistoletto

Per questo è nato il suo progetto Love the difference amare la differenza?

Love the difference è un movimento artistico per una politica intermediterranea. Lo scopo è creare una rete di rapporti, di situazioni di incontro. Vorremmo sviluppare un’idea di parlamento culturale intermediterraneo, perché senza rapporto non è possibile trovare una soluzione a situazioni così tese e drammatiche come quelle che esistono fra Palestina e Israele e che, invece, devono essere risolte.

Un parlamento culturale che ha già un’immagine concreta?

È un tavolo specchiante, una sorta di parlamento in miniatura. Di luogo in luogo vi facciamo incontrare intorno le persone che vogliono aprire un dialogo. Un passo simbolico che speriamo si trasformi presto in realtà vera.

Sedersi intorno a un tavolo per azioni di pace?

Sì ma non azioni di pace astratta. E, nel mondo delle idee e delle teorie. Da artista

mi sono trovato veramente nella condizione meravigliosa di capire che l’arte è un passaporto internazionale straordinario. Ho potuto varcare le frontiere con grande facilità e trovarmi a

mio agio in situazioni di conflitto. Ho pensato che questa esperienza dovesse essere messa a valore.

C’è una parola che lei usa spesso: “trasformazione”. Che significato le dà?

Parlo di trasformazione sociale responsabile. È questa la finalità, la missione della nostra Cittadellarte. L’idea della trasformazione non è soltanto estetica. Mette

estetica ed etica in condizione di diventare operative, nel sociale. Non arte individuale, staccata dal sociale, ma arte come motore di trasformazione sociale. Arte come iniziativa, creatività,

volontà, esempio.

Gli artisti, insomma, vanno oltre Marx, proponendo un’idea di trasformazione non

solo in senso economicistico, ma anche interiore?

Ci troviamo in un momento di svolta epocale: il progresso ci mette davanti a uno specchio e dobbiamo veramente guardarci negli occhi, capire che cosa possiamo fare per andare avanti.

Come si sa lo specchio ci fa anche guardare indietro: riflette anche quello che abbiamo alle spalle, porta a una retrospettiva e a una prospettiva delle nostre re- sponsabilità. Dobbiamo affrontare un presente di coscienza responsabile. Chi lo fa, sicuramente, ne avrà dei profitti in tutti i sensi.

In un mondo sempre più globalizzato è questo, per lei, il ruolo dell’artista?

Nel XX secolo l’artista ha realizzato una capacità autonoma di espressione. Ora questa capacità di essere centrali, autonomi, nelle decisioni, deve diventare una possibilità condivisa, di tutti.

Nel manifesto del suo progetto arte lanciava anche un altro messaggio: unificare le

distanze mantenendo le differenze.

E’ una frase che ho scritto nel 1994. L’ho tradotta in “amare le differenze”, diventato poi un movimento artistico per la politica mediterranea. L’idea è che le differenze siano un ricchezza e che l’umanità debba ancora scoprirle appieno. Parlavo di unità nelle differenze, come amore per le differenze. Non più come distacco, separazione e sopraffazione. Ma differenza come valore, qualità. Avvicinare le diffe- renze, ma senza eliminarle. Contro l’idea di una razza unica, noi puntiamo su un’i- dea di molteplicità. Più accogliamo le differenze meglio ci disponiamo anche alla nostra stessa identità.

Lei pensa anche a un’arte nello spazio pubblico e per lo

spazio pubblico?

Sì ma lo spazio pubblico è, da luogo a luogo, sempre differente. Da questo punto di vista sono tantissime le occasioni per introdurre la creatività e l’arte nello spazio pubblico.

Il gruppo, nel fare arte ,può essere una risorsa in più?

Ci sono più stimoli e quando sono più persone a cercare una soluzione sicuramente sarà più ampia e condivisa. La partecipazione e la cooperazione portano a una imprenditorialità moltiplicata, diffusa. Come si sta sviluppando il lavoro di Unidee, la sua università delle idee?

Unide è nata e si è sviluppata come una situazione estremamente aperta. C’è la possibilità di

progetto personale, di raggio locale, ma anche per ambiti ben più vasti. Qui a Biella si trovano insieme giovani con culture, con gusti, con aspirazioni diverse. E questo scambio di idee è fondamentale per una tra- sformazione sociale vera, comprendendo prima di tutto le necessità anche minime di ciascuno, coniugando il locale con il globale. Su questa base si fanno stage

molto stimolanti. Con una larga sperimentazione di nuove tecnologie.

I nuovi media permettono di abbattere le compartimentazioni fra generi ?

Noi puntiamo molto sulla comunicazione libera, sul rapporto straordinario che ci offre il free software mettendo in contatto l’individuo con altri individui, in una rete interindividuale che

può portare a diversi risultati. Anche “viziosi”. Oppure, al contrario, come noi vorremmo, a risultati virtuosi. Ma in questo scenario che guarda al futuro c’è anche la possibilità di risemantizzare tradizioni antiche. A Venezia un team di giovani artiste il 16 giugno inaugurano un’istallazione che recupera il lavoro delle merlettaie, per esempio. È un lavoro della Cittadellarte che abbiamo iniziato

due anni fa sull’isola di San Servolo. Da alcuni workshop è cominciata una collaborazione che è arrivata a coinvolgere l’intera isola di Pellestrina. La tradizione locale del merletto offriva una possibilità di rapporto interpersonale, di operosità, non solo legata a un’economia, ma anche finalizzata a una geniale e inaspettata composizione sociale. Le persone si sono messe in

azione guidate da questi giovani artisti e hanno realizzato un merletto lungo quanto l’isola che ne rappresenta anche una nuova identità.

Alla Biennale di Venezia, due anni fa, lei ha ricevuto il Leone alla carriera. Il 6 giugno si

apre l’edizione diretta da Storr e che vede, nel padiglione italiano, un ex dell’Arte povera, Penone, e un videoartista,Vezzoli. Cosa pensa di questa scelta?

Non ho visto la mostra ma mi pare basata su valori certi. Le scelte che sono state fatte mi sembrano assolutamente di qualità.

Negli anni Sessanta lei ha scritto una frase che spesso viene ripresa: «L’arte e la vita sono tutte e due una questione di durata». Tanto dura la mia arte tanto dura la mia vita, questo è il senso. Arte e vita come rispecchiamento l’una dell’altra. Vita vuol dire non solo produrre, ma verificare il prodotto durante il tempo della vita. Ma anche vivere l’arte e fare della vita arte. Ma c’è anche un’altra sua espressione che pare ancora oggi cruciale. Negli anni Sessanta lei diceva: non si tratta di cambiare le forme lasciando intatto il sistema..

Lo sottoscrivo anche oggi. Nel XX secolo c’è stata la grande rivoluzione formale dell’arte. Si è lavorato sull’estetica, si è pensato che cambiando la forma si potesse cambiare la sostanza.

È stato un grande sogno. Adesso possiamo recuperare quel messaggio, pensando di poter cambiare la sostanza. La forma è stata cambiata oltre ogni limite.Ora si tratta di passare dalla forma al contenuto.

 Da left avvenimenti 2007

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Lo sguardo di Wim Wenders

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 10, 2013

Foto di Wim Wenders (Electa)

Foto di Wim Wenders (Electa)

L’orizzonte sconfinato di Paris Texas, fra il deserto e qualche desolato Motel che evoca i vuoti paesaggi esistenziali dipinti da Edward Hopper.

E poi lo sguardo ipertecnologico che fa impazzire i protagonisti di Fino alla fine del mondo catturandoli in un mondo virtuale, facendoli precipitare in un’altra dimensione, all’apparenza più vera del vero. Oppure, su un versante completamente diverso, pensiamo allo scabro sguardo in bianco e nero, denso di presagi, che si posa su tetti berlinesi trasfigurandoli in un mondo abitato da angeli (Il cielo sopra Berlino).

La macchina da presa di Wenders non si limita a filmare l’oggettività delle cose ma crea immagini e paesaggi a partire dalla realtà. Nel cinema di Wim Wenders, fin dai suoi esordi, s’incontrano e si fondono più linguaggi, dalla videoarte, all’architettura, dalla pittura alla fotografia. Ora un libro dell’architetto e scrittore Carlo Truppi, Vedere i luoghi dell’anima con Wim Wenders (Electa), ne analizza gli intrecci e le inedite alchimie. Confrontando le riflessioni e le memorie dello stesso Wenders con i risultati di una ventina di fotografie realizzate dal cineasta tedesco a margine dei suoi più importanti film: scatti che colpiscono soprattutto per il loro spiccato carattere pittorico, al punto da sembrare veri e propri quadri. Con un appeal di spaesante iperrealismo scorrono davanti ai nostri occhi spazi extraurbani, “terre di nessuno”, come vecchie pompe di benzina in lande californiane semi desertiche oppure scorci metropolitani come i palazzi specchianti di Houston in Texas, cartelloni pubblicitari su muri che si ergono all’improvviso davanti allo spettatore, luccicanti lamiere d’auto in vertiginosi incroci stradali…

Wim Wenders in uno scatto di Donata Wenders

Wim Wenders in uno scatto di Donata Wenders

Ogni scatto crea un ambiente, un luogo da attraversare emotivamente, un mondo a parte, uno speciale paesaggio interiore. Chi guarda viene attratto in un inedito “cronotopo”, in un originale spazio-tempo, che più che uno spazio fisico è una dimensione mentale, un umore, un modo di sentire. I luoghi ricreati da Wenders con l’obiettivo della macchina fotografica o attraverso l’inquadratura della telecamera contagiano lo spettatore, così come i soggetti rappresentati. Come se ogni spazio urbano, ogni quartiere, ogni forma architettonica formasse una speciale stimmung o una sorta di genius loci che contagia abitanti e viaggiatori di passaggio.

Nelle sue opere, cinematografiche o fotografiche, Wenders rende visibile questo “invisibile”. I luoghi, anche quelli più anonimi o devastati, appaiono decontestualizzati e risemantizzati. Con maestria Wenders esplora quelle affinità fra architettura e cinema di cui aveva parlato, fra i primi, Ejzenstein. Che non a caso, prima di darsi al teatro e al cinema, aveva studiato architettura, come ci ricorda Antonio Somaini in un saggio contenuto nel denso volume a più mani Architettura del Novecento (Einaudi, 2012).

E se per Ejzenstein il cinema era «sintesi e memoria delle arti», per Wenders è in primis spazio pittorico, immagine bidimensionale in cui è visibile un disegno, ma anche spazio tridimensionale, con una sua costruzione architettonica, in cui la luce modella e scolpisce le forme, mente i diversi tipi di inquadratura, la relazione fra campo e fuoricampo e il montaggio contribuiscono a dinamizzare le sequenze di immagini.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left

 

Corriere della Sera 8.3.13
Wenders: «Lasciava le attrici libere di essere se stesse. Era l’unico»
«Blow up, per me esordiente, fu un faro. Un vero inno rock»

Al di là delle nuvolePochi registi hanno conosciuto Michelangelo Antonioni ( a cui Ferrara dedica una mostra dal 10 marzo in Palazzo Diamanti) da vicino come Wim Wenders. Insieme hanno realizzato Al di là delle nuvole nel 1995. Una volta Wenders ha detto che Antonioni è stato uno dei primi cineasti moderni, e uno dei primi a lavorare come un pittore. Gli chiediamo di spiegarci questa intuizione.«Antonioni aveva la mente analitica di un architetto; era uno scrittore, un pittore, e sapeva far confluire tutto questo nei film. All’epoca era una novità: di solito i registi venivano dal teatro, dalla fotografia e dalla narrativa. Inoltre, in un mezzo così monopolizzato dagli uomini, aveva il grande dono di vedere le donne e lasciare che fossero più “se stesse” di quanto era successo finora nella storia del cinema. Non dico che le capisse meglio di altri: di certo dava loro una libertà diversa di fronte alla macchina da presa. La sua modernità nasce da tutte queste cose».Che cosa la affascina nelle sue immagini?
«Le sue inquadrature erano più rigorose e controllate di quelle di chiunque altro. Fu il primo a sapere esattamente come utilizzare il CinemaScope. Altri, come Godard, si limitavano a giocarci. C’era stato Fuller, che lo usava con grande efficacia, e il western. Ma un conto è il paesaggio americano e un conto il nostro mondo, le nostre città. E in ciò Michelangelo è stato unico. Tutte le sue inquadrature erano necessarie ed evidenti. Erano un linguaggio, non solo uno strumento».
A quali suoi film è più legato?
«Ho imparato molto da “Blow-up”, che vidi proprio quando iniziavo a studiare cinema. Che film cool, sexy e intelligente! Non potevo credere che ci fossero Jeff Beck e gli Yardbirds che suonavano e spaccavano le chitarre. Un inno al rock’n’roll! Fu travolgente. Ovviamente amo molto “L’avventura”. E poi “Il grido”, “Professione reporter”, l’inquietante “Zabriskie Point”. Ogni volta si vede un regista che racconta una storia ma non ha la ricetta già pronta, e la inventa dalla base».
Anche all’estero si è parlato di «incomunicabilità»?
«È stato il termine-chiave nella ricezione dei suoi film ovunque, forse per mancanza di fantasia da parte dei critici. In ogni caso nella modernità postbellica ci fu un collasso comunicativo, di cui Antonioni fu probabilmente il primo acuto osservatore».
Quando lo conobbe di persona?
«Quando presentò “Identificazione di una donna” a Cannes, nel 1982. Così gentile, modesto e misurato: il contrario di quello che mi aspettavo. Apparì nel mio corto “Room 666”, dove fu molto acuto ed eloquente. Quando seppi dell’ictus, fu molto doloroso. Per anni cercai senza successo di aiutarlo a realizzare “Due telegrammi”, una sceneggiatura che aveva scritto prima dell’ictus. Poi fui contattato dal produttore Stéphane Tchalgadjieff, che mi chiedeva se ero disposto a fare da stand-by director, per motivi di assicurazione, durante le riprese di “Al di là delle nuvole”. Inoltre avrei scritto (con il grande Tonino Guerra) e diretto una storia-cornice attorno alle quattro “storie d’amore impossibile” tratte da “Quel bowling sul Tevere”. Accettai, non appena seppi che era stata un’idea di Michelangelo. Il progetto prese un anno della mia vita, ma fu un periodo memorabile».
Ci racconti della lavorazione di «Al di là delle nuvole».
«Ero sul set dal mattino alla sera, tutti i giorni. Cercavo di aiutare come potevo, “traducendo” i suoi desideri alla troupe. Non era sempre facile, a volte dovevo indovinare. Deve averlo fatto impazzire il fatto che non sempre capivamo che cosa avesse in testa. A volte si metteva un dito sulla fronte, per dire “Siete tutti matti”, e scoppiavamo a ridere. Il fatto che non potesse parlare non gli impedì di fare esattamente il film che voleva».
Come lavorava con gli attori?
«Il rapporto che aveva con le attrici per me rimane un po’ un mistero. Era molto speciale e diverso da quello con tutti gli altri. Ovviamente l’impossibilità di parlare qui diventava nodale e dolorosa. Ma Michelangelo aveva un modo di osservarle, e di accompagnarle con gli occhi durante ogni ripresa (posso assicurare che non aveva la stessa attenzione per gli uomini…), che dava loro molta sicurezza. A volte, finita la scena, rivolgeva loro un piccolo gesto delicato, in cui condensava le sue sensazioni».
Che cosa le manca di Antonioni?
«Quando penso a Michelangelo, rivedo il suo sorriso triste. Erano gli occhi, più che la bocca, a mostrare che sorrideva. Lo vedo che guarda Enrica. Il suo nome era una delle poche parole che riusciva a pronunciare. E vedo una lacrima nei suoi occhi. In quegli ultimi anni, a volte, era molto emozionabile, ma lo si capiva solo dal quel piccolo luccichio. Dava l’impressione di essere una persona dura, ma si commuoveva facilmente per ciò che amava». ( Alberto Pezzotta)

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