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Rivoli di sangue. Minoli, Melandri e la crisi dei musei d’arte contemporanea

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 28, 2013

Castello di Rivoli, interni

Castello di Rivoli, interni

A rischio la sopravvivenza del museo piemontese, un luogo d’avanguardia, frutto di un lungimirante progetto di sinistra che dal 1984 metteva in connessione arte e ricerca. Mentre crescono le difficoltà anche per altri spazi pubblici del contemporaneo.

Per oltre vent’anni il Castello di Rivoli è stato il più importante museo di arte contemporanea, l’unico, pionieristico, polo italiano del settore. L’unico anche ad avere anche un’importante collezione e ad entrare a pieno titolo nel circuito internazionale.

Aperto nel 1984 in una elegante residenza sabauda alle porte di Torino, Rivoli è una istituzione di livello europeo, finanziata per l’ottanta per cento dalla Regione e dalla Fondazione Crt, che ha avuto un ruolo d’avanguardia. «Ma oggi – scrive Il Giornale dell’arte – versa in una crisi profonda».

A causa della difficile congiuntura che l’Italia sta attraversando, dei tagli alla cultura e ai trasferimenti agli enti locali ma anche «per una serie di scelte sbagliate che ne hanno compromesso credibilità e capacità d’azione», al punto che la rivista torinese denuncia un «suicidio in corso». E mentre sta per scadere il mandato della direttrice Beatrice Merz (il condirettore Andrea Bellini si è dimesso sei mesi fa) Rivoli si trova senza guida e senza un futuro certo.

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Lo scrivono i lavoratori del museo in un duro comunicato in cui si legge che oggi «questo patrimonio pubblico rischia di andare perduto a causa della mancanza di chiare strategie politiche e amministrative». Alla sbarra, in primis, il presidente del consiglio di amministrazione (Cda), Giovanni Minoli, accusato di assenza di strategia e di disinteresse. «In ventotto anni di storia della nostra istituzione, primo esempio di in Italia di gestione pubblico privata, sono state investite ingenti risorse che hanno consentito la crescita a livello internazionale del museo – scrivono ancora i lavoratori di Rivoli – mentre i problemi già evidenziati nel 2011 sono rimasti di fatto senza soluzione».Denunciando l’inadeguato riconoscimento delle figure professionali e l’assenza di regolamentazione dei contratti.

Intanto, accanto alla Galleria civica diretta da Danilo Eccher (stretta in spazi inadeguati) conquista la ribalta Artissima, la fiera d’arte contemporanea su cui punta molto l’assessore alla cultura della Regione Piemonte Coppola che annuncia la possibilità di far confluire le tre realtà in un’unica superfondazione. Un’ipotesi che suscita molti dubbi da parte di esperti del contemporaneo.

«Rivoli è già una fondazione e nell’ipotesi di una superfondazione si aprirebbero problemi giuridici, se ne dovrebbe quanto meno riscrivere lo statuto» fa notare Michele Dantini docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Piemonte Orientale. «Ma soprattutto – aggiunge – non si può trascurare che Rivoli, in quanto museo, ha una missione scientifica, mentre Artissima ha, per definizione, una finalità commerciale. E in questa fase di grande competizione internazionale difficilmente si può immaginare che Artissima possa determinare profitto».

Castello di Rivoli, esterno

Castello di Rivoli, esterno

E mentre per il 2 marzo i lavoratori lanciano RivoliGotLove, una giornata fino a notte inoltrata di presidio a sostegno delle attività del museo, l’associazione Amaci, che riunisce 25 musei del contemporaneo in Italia, in una nota denuncia «l’estrema gravità del comportamento del Cda del museo che, alla scadenza del mandato del direttore, si è dimostrato impreparato a garantire la continuità operativa e scientifica dell’istituzione che governa». E chiede alle amministrazioni pubbliche che si facciano garanti dell’autonomia storica, culturale e operativa di Rivoli. Richiesta fin qui caduta nel vuoto. Il silenzio del ministro uscente dei beni culturali Lorenzo Ornaghi è stato fin qui assordante, rivela Gianfranco Maraniello, direttore del MaMbo di Bologna e membro del direttivo dell’Amaci: «Che il ministro Ornaghi, nonostante le nostre ripetute richieste, non abbia mai voluto incontrarci mi sembra pazzesco, data la missione pubblica che hanno i musei del contemporaneo, che non sono aziende qualsiasi».

Senza contare che oggi sono più di uno i musei del contemporaneo in Italia a versare in gravi difficoltà. A cominciare dal Museo Madre, fino a pochi mesi fa a rischio chiusura. «A Napoli abbiamo assistito a un lungo braccio di ferro fra l’insediamento di una nuova amministrazione comunale e un direttore il cui mandato era molto legato alla precedente gestione» commenta Marianello stigmatizzando «l’invadenza della politica, in Italia, non solo nei musei, ma in tutta la sfera culturale». E il pensiero corre al MAXXI dove al termine del commissariamento il ministro Ornaghi, a sorpresa, ha nominato Giovanna Melandri alla presidenza. Una nomina molto discussa e che indirettamente ci riporta a Rivoli dacché Melandri è cugina del Giovanni Minoli e il di lui genero, Salvo Nastasi, è il capo di gabinetto del ministro Ornaghi. E se ingerenza della politica non competente e nepotismo sono faccende annose nelle istituzioni italiane, in questo caso, rilancia Dantini, bisogna anche domandarsi quali e quante siano le responsibilità di chi gestisce i musei nel non sapersi conquistare la fiducia. «L’idea di istituire un museo di arte contemporanea in una sede così prestigiosa come Rivoli dotandolo di risorse storicamente fu un progetto politico di cui il Pci poteva andare fiero. Fu un chiaro progetto di sinistra – sottolinea Dantini – creare un museo d’avanguardia in una regione importante nel sistema industriale avanzato, un museo che stabilisse una connessione fra il mondo dell’arte e della ricerca».

Ma oggi quel patto di fiducia fra politica e mondo dell’arte contemporanea sembra essersi incrinato, per ignoranza da parte della classe politica, e non solo. «In un momento come questo in cui ministri come Ornaghi hanno un interesse controegemonico ad impossessarsi delle istituzioni del laicismo metropolitano- spiega Dantini – dobbiamo avere l’autorevolezza scientifica per contrastare chi diffida. Dobbiamo uscire dalla fragilità autoreferenziale, formulando proposte che riattivino il valore pubblico e sociale dei musei del contemporaneo come luoghi che erogano servizi alla scuola, dove si fa ricerca, che accendono la curiosità del pubblico, favorendo il pensiero critico e l’integrazione culturale». (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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Wlilliam Kentridge, il griot bianco

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2012

Kentridge, The refusal of time

Kentridge, The refusal of time

Teatro, musica, cinema e disegno s’incontrano nell’”opera totale” di William  Kentridge, protagonista di una personale al MAXXI  di Roma e  di una mostra di viedeoarte alla Tate di Londra

 di Simona Maggiorelli

Quando da giovane allievo della scuola d’arte a Johannesburg, William Kentridge si trovò alle prese con pennelli, colori ad olio e cavalletto, pensò che fare il pittore non faceva per lui. Ma poi scoprì il disegno come modo originario e immediato di espressione. «Il disegno è pre verbale, istantaneo, irriflesso» dice lui stesso intervistato dal Guardian in occasione della personale che gli dedica la Tate Modern di Londra fino al 20 gennaio. Aggiungendo poi: «L’immediatezza di pensare per disegni è vitale per me».

Così come è centrale nella sua arte il legame con la cultura sudafricana, che Kentridge reinterpreta da inaspettato e originale “griot” bianco. Di fatto, anche per la sua economicità, il disegno conosce una lunga tradizione artistica e popolare in Africa. E Kentridge ne sperimenta le potenzialità e la flessibilità a tutto raggio: dalla puntasecca al carboncino a cui ricorre per portare lo spettatore in un universo sfumato ed evocativo di storie sognate. Usando la pratica della cancellatura, come modo per rigenerare continuamente l’opera. Strumento agile, cangiante, monocromatico (come esigeva fin dagli esordi la sua raffinata estetica) il disegno è alla base dell’affascinante serie di opere grafiche con cui da anni racconta la storia mai scritta dei neri in Sudafrica.

MAXXi_Kentridge_VerticalThinking_ph.ThysDullaart - Figlio di due avvocati bianchi che difendevano gratis le vittime dell’apartheid, da artista, ne ha tratteggiato le drammatiche storie facendole entrare nei musei di tutto il mondo, trasfigurate in un’epica per immagini dal sapore fiabesco. L’universo artistico di Kentridge, come racconta ora anche la bella mostra Vertical time curata da Giulia Ferraccia al MAXXI di Roma (aperta fino al 3 marzo 2013), è popolato di anti eroi, di poetici Don Chisciotte e Sancho Panza dalla pelle scura. Figure che si stagliano nella memoria della mostra che Carolyn Christov-Bakargiev gli dedicò al Castello di Rivoli nel 2004.

Come foglie di una potente edera rampicante le sequenze di fogli disegnati correvano lungo le pareti della dimora sabauda, arrivando fino al soffitto. E alla fine lo spettatore si trovava come al centro di una caleidoscopica palla di vetro che proiettava tutt’intorno sequenze di immagini, fotogrammi, icastici frammenti della dolorosa storia di un servo e del suo sordido padrone.

Kentridge, The Refusal of time

Kentridge, The Refusal of time

Un apologo che ricorre più volte nell’opera di Kentridge facendosi metafora di molte altre schiavitù, mentali prima che fisiche. Per esprimere una dimensione universale di lotta e di opposizione alle avversità e all’oppressione, più di recente, l’artista mette insieme una pluralità di linguaggi espressivi, arrivando anche all’azione teatrale e alla performance, come si è visto al Romaeuropafestival dove Kentridge ha interpretato, con una danzatrice, il suo Refuse the Hour.

Un tema, quello del rifiuto dello scorrere del tempo, che ritroviamo anche al MAXXI dove si può vedere la Wunderkammer animata, The Refusal of Time realizzata, fra echi modernisti e rimandi scientifici, per la stessa Christov-Bakargiev in occasione della recente Documenta 13.  Una video installazione che si presenta come una  suggestiva macchina scenica  in cui metronomi e batterie battono ritmicamente a frequenze diverse. Segnando il ritmo di un tempo basato sul meridiano di Greenwich, secondo il tempo eurocentrico imposto dal colonialismo. Davanti a noi  sedie sparse qua e là di vago gusto retrò. Una scena apparententemente immobile.Finché il ritmo piccato, inesorabile  e battente del metronomo si trasforma in ritmi e percussioni. E calde voci nere  intonano canti tribali evocando ampi orizzonti africani.                                         ( dal settimnale  left-Avvenimenti)

 

Scoppia  la rivoluzione alla Tate Gallery

Kentridge alla Tate gallery

Kentridge alla Tate gallery

Fin dai tempi in cui entrava nell’universo di Italo Svevo facendo del personaggio Zeno Cosini il proprio alter ego, William Kentridge ha sempre avuto dalla sua l’appeal e la chiarezza narrativa del fumetto. Non a caso l’artista suafricano si è imposto all’attenzione internazionale con disegni e filmati. Che affrontano dolorose questioni politiche e sociali come il razzimo.  Con una semplicità e un interesse per la realtà umana rara nell’arte contemporanea. Gli otto cortometraggi che l’artista propone fino al 20 gennaio alla Tate Gallery di Londra in una nuova installazione audiovisiva compiono un passo ulteriore: unendo alla passione civile un linguaggio più raffinato che lavora sulle metafore, sille anologie, sulle evocazioni di senso. Con quella potenza sintetica ed espressiva che appartiene alla poesia. E’ qui forse, in questo suggestivo lavoro dove Kentridge crea un ideale parellellismo fra la lotta dei neri contro il colonialismo e la rivoluzione russa del 1917, che trova realizzazione piena, il suo suo sogno di “arte totale”, combinando linguaggi diversi, dalla videoarte, al cinema, alla  pittura. Le immagini della rivoluzione russa e le sue conseguenze vengono mostrati contemporaneamente ai ritmi sincopati di una colonna sonora in gran parte ispirata da canti sudafricani e canzoni di protesta di epoca dell’apartheid.  Quasi come fosse un contrappunto, intanto, stilizzati disegni ricreano ( e non senza una punta di parodia) l’astrazione geometrica di designer russi costruttivisti grafici come El Lissitzky. Il progetto che comprende le opere Perché io non sono io e Il cavallo non è mio è iniziato come monumentale scenografia per la recente produzione del Metropolitan  di un’ pera di Dmitry Shostakovich  e che Kentridge ha progettato e diretto. L’opera si basa su un racconto fantastico di Nikolai Gogol in cui un funzionario di nome  Kovalyov si sveglia una mattina e scopre che il suo naso è scomparso. Quando lo rintraccia, scopre che è diventato un pubblico ufficiale con un grado leggermente più alto del suo. Tanto che il suo naso si ritiene libero di snobbare il suo proprietario originario. Si scatena così una rocambolesca ridda di avventure fin quando la protuberanza errante si rassegnerà a tornare al suo posto. Nel frattempo,  Kentridge ci ha regalato la possibilità di incontrare snob di San Pietroburgo, personaggi stolidi e ottusi con i manicotti e loschi figuri, tutta quella grottesca fauna che popola la burocrazia russa dela seconda metà del l XIX secolo. Chi ebbe modo di ascoltare la prima dell’opera che ne cavò Shostakovich di certo no faticò a riconoscervi l’obiettivo satirico: lo stato totalitario di Stalin. William Kentridge apre quest’opera musicale alla polisemia, lasciando trasparire in filigrana l’obiettivo di smascherare le sopravvivenze dell’apartheid in Sudafrica. Insomma il capolavoro della letteratura russa firmato da Gogol, trasformato in opera da Shostakovich viene rimontato per stigmatizzare il XXI secolo sudafricano. La dimensione allegorica della storia non cambia, ma ogni secolo si vede attraverso il prisma della sua esperienza politica.

 

 

 

 

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Le sculture soffici di Marisa Merz

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2012

Una grande mostra a Torino  ripercorre il lavoro dell’artista torinese, punteggiato di opere intime e fiabesche

di Simona Maggiorelli

Marisa Merz

Nella Fondazione che continua a far vivere l’opera di Mario Merz conservandone le opere e divulgandone il pensiero, Marisa Merz la compagna di una vita del maestro dell’Arte Povera, ha finalmente allestito una propria antologica, aperta fino al 16 settembre. Occasione preziosa per rivedere l’opera che Marisa va dipanando dagli anni Sessanta, con coerenza, fuori dai riflettori, con quel piglio schivo e attento ai tempi della vita che la contraddistingue. Da sempre l’esperienza vissuta, densa di emozioni, fa da filo rosso e forte alle morbide sculture dell’artista torinese e alimenta le sue pitture in cui danzano figure e forme sfumate e indefinite. «La sua arte nasce ed abita sulla soglia: tra astrazione e figura, tra materia e forma, tra visione interiore e realtà esteriore, tra presente e passato. Abita su una soglia che non è confine né separazione; ma luogo, passaggio disponibile agli attraversamenti, permeabile a transiti e ritorni», scrive il critico Pier Giovanni Castagnoli, toccando il cuore della poetica della Merz, ben sintetizzata da Senza titolo, la scultura mobile, smontabile e rimontabile realizzata nel 1985 e che è stata la prima opera dell’artista acquistata da un museo pubblico. Poco fuori Torino campeggia nella collezione permanente del Castello di Rivoli, il più longevo e importante museo di arte contemporanea in Italia. Dentro una grande scatola di legno, che fa da cornice, un cartoncino a sfondo grigio su cui l’artista ha delineato un ritratto con un fitta trama di linee sottili. Il quadro è appoggiato su un tavolino, senza alcuna saldatura, come se la scultura fosse pronta ad essere rimodellata a seconda delle esigenze nate nel fluire della quotidianità e dai cambiamenti che porta con sé. Quella di Marisa è un’arte nomade in costante movimento, l’opera esce dalle sue mani come un organismo vitale che poi continuerà a crescere e modificarsi nel tempo. Il divenire morfologico dell’opera, il suo fluttuare, il suo collocarsi sempre fra arte e vita è la cifra che connota anche questa attesa retrospettiva torinese in cui tornano opere intime, essenziali e fiabesche come l’Altalena di Bea, dedicata alla figlia Beatrice, allora bambina, e oggi direttrice di museo e curatrice di mostre. E tornano qui anche le soffici sculture di panno lenci e altri materiali poveri, i lampadari scultura rivestiti di materiali industriali, le poetiche ed eteree sculture fatte di riflessi di luce che si modificano a seconda dei contesti in cui sono di volta in volta riproposte. Forme flessibili e lucenti sempre pronte a ridisegnare segrete armonie, a ricomporsi in forme non casuali, “magiche” e magnetiche. E poi ecco le piccole teste dai colori delicati cui Marisa Merz lavora dal 1982, in argilla non cotta, in cera o in gesso, figure classiche che omaggiano Rodin e Brancusi. Forme primarie, talora vagamente arcaicizzanti, altre volte delicate e poetiche come volti di neonati che si protendono in cerca del rapporto umano. Qui come al MAXXI di Roma dove è esposto un nucleo di una decina di opere di Marisa Merz, ad ammaliare è il suo modo “gentile” di scolpire.

da left-avvenimenti

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Povera sì, ma non di idee

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 9, 2011

Pistoletto, Venere degli stracci

 Apre l’11 novembre al MADRE di Napoli un nuovo capitolo della mostra sull’Arte Povera che si snoda in vari musei italiani, da Milano a Bari. Una rassegna mosaico curata da Germano Celant e che invita a ripensare l’unico movimento artistico del secondo Novecento che , dall’Italia,  si è diffuso in tutto il mondo

di Simona Maggiorelli

Un enorme cumulo di abiti abbandonati sorgevano ai piedi di una diafana Venere. Tessuti stropicciati e ormai logori contrastavano con l’eleganza di linee e di forme di una ieratica scultura classica e canoviana. Da questo corto circuito fra registro alto e basso, fra marmo prezioso e poveri cenci, fra cacofonia di colori e bianco candido, scaturiva il dirompente impatto della Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.

Era il 1967. E quella scultura sarebbe presto diventata una delle opere manifesto di una poetica nuova che, proprio in quell’anno, il ’67, Germano Celant chiamò Arte Povera, dando così un nome e una riconoscibilità a un multiforme modo di fare arte che rifiutava l’euforia della Pop Art e quell’estetica vuota e sgargiante di marca americana che, a partire dalla Biennale di Venezia del 1964, si era imposta come pensiero unico dell’arte occidentale.

Già nel dopoguerra e, prima ancora, durante la prigionia per attività partigiana, Mario Merz aveva preso a disegnare e a immaginare opere da abitare, come poetici igloo e semplici tende per una vita libera e nomade.

Mario Merz

Idealmente collegandosi ai poveri sacchi di juta che il medico Alberto Burri trasformava in opere astratte, di grande forza drammatica, negli anni in cui fu internato in un campo di concentramento a Hereford in Texas. I poveri gobbi di Burri, le sue tele lacere e corrose, arse e brunite come il sangue, furono una potente fonte di ispirazione poi per gli artisti più giovani, nati negli anni Quaranta, che (senza mai riunirsi in un gruppo esplicitamente) negli anni Sessanta e Settanta diventarono i “paladini” dell’Arte Povera: unico vero movimento di ricerca nelle arti visive che nel secondo Novecento abbia preso le mosse dall’Italia per diffondersi in tutta Europa e nel mondo.

E se lo schivo maestro umbro, Alberto Burri, indirettamente si fece mentore delle opere di nudo legno di Giuseppe Penone, delle sculture di corda di Eliseo Mattiacci, come degli spogli materassi di Pier Paolo Calzolari, un altro outsider, Luciano Fontana, dopo il suo

rientro in Italia nel ’47, con i suoi tagli e i suoi ambienti luminosi che aprivano a una spazialità nuova, fu l’ispiratore dei quadri specchianti di Pistoletto, ma anche (per l’uso del neon e l’apertura alla scienza) delle serie di Fibonacci di Merz e delle labirintiche sculture con mise en abîme di Giulio Paolini.

Penone, sculture di linfa

Ora, a quasi quarantacinque anni dalla nascita dell’Arte Povera, il critico Germano Celant propone di tornare a riflettere su questi e altri rami di un’avanguardia che usava materiali naturali e forme primarie cercando «di ridare un senso autentico alle nostre facoltà di vedere e sentire». Ci invita a ripensare l’Arte Povera e la sua ribellione all’estetica del capitalismo trionfante con un arcipelago di mostre che in otto città diverse ne stanno ripercorrono la storia. Da Milano a Bari, ogni esposizione mette a fuoco un aspetto specifico. Così alla Triennale di Milano, dal 24 ottobre scorso sono ricostruite le genealogie e l’intero arco di ricerca dell’Arte Povera, «mentre al Castello di Rivoli – racconta a left lo stesso Celant – viene riletto il significato dell’intero movimento alla luce del contesto internazionale». E ancora, alcune opere di protagonisti dell’Arte Povera prematuramente scomparsi, come Pino Pascali, sono ora riproposte alla GNAM di Roma, «mentre dal 6 ottobre scorso, al MAXXI, sono raccontati i lavori più recenti di maestri dell’Arte Povera come Gilberto Zorio», senza dimenticare che il museo del ventunesimo secolo progettato dall’architetto Hadid ha appena dato spazio a un’ampia retrospettiva di Michelangelo Pistoletto.

E ancora un’altra importante finestra sull’Arte Povera si apre l’11 novembre al MADRE di Napoli, dove prende vita la mostra Arte Povera più Azioni Povere 1968 facendo riferimento alla rassegna internazionale dallo stesso titolo, che si tenne negli Arsenali di Amalfi nell’ottobre del 1968. E ancora alla GAMeC di Bergamo il movimento “poverista” è raccontato in un percorso che straripa anche per le strade e per le piazze di Bergamo alta e al teatro Margherita di Bari. Insomma,

quella che ha preso avvio dal MAMbo di Bologna il 23 settembre scorso è una “mostra monstrum”, che si dipana nell’arco di più di un anno lungo tutta la penisola. Ad accompagnare l’evento è un monumentale catalogo pubblicato da Electa che, con i suoi trentadue saggi inediti, si candida a diventare una imprescindibile opera di riferimento per tutti i futuri studi sull’Arte Povera. Una pratica artistica e una filosofia, conclude Celant che in un’epoca di «mondializzazione dell’arte come quella stiamo vivendo, capace di integrare tutte le differenze riducendole a comodità, ha avuto il sapore di una ricerca davvero spiazzante e dirompente».

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McCracken, non solo minimal art

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 9, 2011

di Simona Maggiorelli

McCracken Cosmos frontal

Un primo traguardo importante, dopo tante discussioni intorno alla sua direzione, il Castello di Rivoli pare proprio ora averlo raggiunto con questa antologica dedicata all’artista californiano John McCracken (aperta fino al 19 giugno, catalogo Skira). Una mostra che, riprendendo i fili dell’indagine sul Minimalismo cominciata qui da un curatore come Rudi Fuchs con personali di Andre e di Judd, riporta questo signorile centro d’arte direttamente al centro dei circuiti internazionali.

Nella ventina di anni in cui è stato diretto da Ida Gianelli, quello di Rivoli era diventato uno dei più innovativi musei del contemporaneo in Italia; il primo ad affiancare un programma espositivo cosmopolita e aperto alle nuove tendenze ad una meditata collezione permanente che insieme alla già storicizzata Arte povera propone opere di artisti delle ultimissime generazioni. Poi, dopo la dipartita di Gianelli per Roma, un lungo periodo di stasi rotto solo da un paio di belle e immaginifiche mostre curate da Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice della prossima Biennale di Kassel. Ma a distanza di un anno dalla sua nomina alla direzione di Rivoli (insieme a Beatrice Merz) Andrea Bellini  ora si scrolla di dosso definitivamente la fama di ex enfant prodige, che si è fatto le ossa in circuiti mercantili come Artissima, cominciando a firmare mostre di spessore scientifico e storiografico. Come questa retrospettiva di McCracken (Berkeley, 1934) che ci fa conoscere più da vicino un artista che ha segnato la storia della Minimal Art americana fin dagli anni ‘60 affermando al contempo un proprio percorso originale e autonomo, per quanto schivo. Emotivamente distante dall’ala più algidamente geometrica e disseccata del Minimalismo made in Usa. Prova ne è questo allestimento torinese in cui le sculture totemiche e sfaccettate di McCracken riescono a modulare ritmicamente le ampie sale di Rivoli. Le sue strutture primarie diventano luminose note di colore nella settecentesca partitura architettonica di questo nobile e antico castello sabaudo.

Anche le sue tele “segnaletiche” o di gusto vagamente etnico ci appaiono lontanissime dalla fatuità sgargiante della Pop art e dal mitragliamento percettivo della Op art, due movimenti da cui trasse ispirazione il minimalismo di Donald Judd, Dan Flavin, Sol LeWitt e Robert Morris fin dai suoi  esordi. Il gusto stesso per la geometria che è stato il principale trait d’union della Minimal Art in McCracken si apre all’imprevisto di piani specchianti e inclinati, mentre le dimensioni gigantesche tipiche dell’enviroment d’Oltreoceano diventano eleganza classica, distanza pacata, respiro degli spazi. Una mostra, insomma, con cui il Castello di Rivoli riprende decisamente a fare notizia.

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Fieramente cosmopoliti

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 17, 2009

Contaminazione di discipline e dialogo fra diverse forme espressive. A Torino va in scena la più grande mostra mercato italiana del contemporaneo.  Artissima raccontata al settimanale Left-Avvenimenti  dal direttore artistico Andrea Bellini

di Simona Maggiorelli

Andrea Bellini

Andrea Bellini

La migliore finestra sulla contemporaneità e sui giovani artisti». Così, senza sprezzatura, si autopresenta Artissima 16, la fiera torinese che sotto la guida di Andrea Bellini è diventata tout court un festival internazionale delle arti e un efficace radar di nuove tendenze. Quest’anno aprendo alla performance e alle contaminazioni fra differenti linguaggi grazie ad “Accecare l’ascolto” (il titolo è “rubato” a Carmelo Bene) vera e propria rassegna nella rassegna che, dal 6 all’8 novembre, dissemina happening al teatro Regio, al Carignano, alla Cavallerizza e in altri teatri di Torino. «Il fatto è – racconta il direttore di Artissima – che l’arte va in tutte le direzioni, secondo linguaggi e modalità espressive molte diverse. E gli artisti migliori sanno parlare del loro tempo e sanno farlo con un linguaggio innovativo. In arte non è importante solo ciò che si dice ma anche “come” lo si dice». E la scelta dei linguaggi espressivi ad Artissima 2009 non potrebbe essere più vasta: dalle sperimentazioni multimediali dei più giovani ai ritorni al concettuale, all’arte povera e perfino all’happening anni Settanta. Anni di un’avanguardia già storica che Bellini non ha conosciuto direttamente (essendo nato nel 1971) ma che ha frequentato oltreoceano negli sviluppi e nelle filiazioni newyorkesi anni Novanta. Ex redattore di Flash art negli Stati Uniti ma anche appassionato di arte preistorica, Bellini non ama compartimentazioni e steccati. E con spirito fiduciosamente cosmopolita afferma: «Non vedo aspetti negativi nella globalizzazione: il mondo dell’arte oggi è semplicemente più grande e più interconnesso. Viviamo un’epoca di straordinarie trasformazioni, bisogna avere coraggio e provare a capirle senza paure e inutili pregiudizi». Neanche verso le nuove tecnologie e il loro massiccio ingresso nell’immaginario di artisti d’Occidente e d’Oriente. Il trentunenne artista cinese Cao Fei, che si è imposto all’attenzione internazionale raccontando per immagini il veloce scorrere della vita metropolitana, per Artissima 16 ha realizzato una piattaforma pubblica per la creatività su Second life.
Bellini, la realtà virtuale è davvero una nuova frontiera d’arte?
Il web è un’altra strada che l’arte può percorrere, niente di più o di meno. In realtà gli artisti che riescono a dire qualcosa di originale facendo ricorso alle tecnologie del web sono veramente pochi. Tra questi c’è sicuramente il giovane artista americano Paul Chan e ovviamente Cao Fei che all’Astra presenta un video di Second life in anteprima mondiale, di fronte al quale ballerini danzano su coreografie ispirate al teatro di propaganda cinese anni Cinquanta.
Al contempo un maestro  come Pistoletto presenta ad Artissima, in una nuova versione scenica, una sua storica performance.
Michelangelo Pistoletto è una figura centrale dell’arte del nostro tempo: è stato tra i primi, tra il ’66 e il ’67, a percorrere la strada di un’estetica relazionale, basata sulla collaborazione con il pubblico e con artisti di altre discipline. Anno uno – Terzo paradiso, che presentiamo al Teatro Regio è un lavoro particolarmente significativo: si tratta di una scultura vivente o di un quadro parlante, se si preferisce l’immagine, che mette in scena la storia dell’umanità. Il Terzo paradiso è il paradiso che, per l’artista, dobbiamo realizzare oggi in terra, dove natura e cultura trovano un nuovo e più alto equilibrio.
La crisi, si dice, si è fatta sentire a scoppio ritardato nel mercato dell’arte.Dall’ ossservatorio di Artissima come vede la situazione?
In realtà la crisi nel mondo dell’arte, che appena l’anno scorso si preannunciava disastrosa, non è stata così dura. A oggi non è paragonabile a quella dei primi anni Novanta. Vediamo infatti già i primi segni di ripresa, il mercato si sta muovendo. Per i collezionisti è un momento buono per comprare: i galleristi sono più disposti a trattare sui prezzi e a cedere le opere più importanti.
Si parla da tempo di una sua direzione del Castello di Rivoli ( Bellini è diventato condirettore con Beatrice Merz alla fine del 2009 ndr), una delle realtà più importanti per l’arte contemporanea in Italia. Alla guida del museo guidato per vent’anni da Ida Gianelliquali sarebbero le sue priorità?
A ogni generazione spetta il compito di ripensare, anche in modo radicale se necessario, i modi in cui la cultura contemporanea viene proposta e dunque fruita.
E cosa suggerirebbe al ministro della Cultura, Sandro Bondi, per sostenere la ricerca dei giovani artisti italiani oggi  perlopiù costretti a  emigrare?
Suggerirei: conoscenza, diffusione, accademie e musei. In primis pianificare una politica culturale per la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea in Italia. E poi concentrare gli sforzi nella riforma delle accademie di Belle arti: è fondamentale ripensare i luoghi in cui gli artisti si formano. Ma bisogna anche cominciare a lavorare sulla rete museale. In realtà la lista delle richieste sarebbe lunga: il nostro sistema dell’arte contemporanea è indietro rispetto a quello di altri Paesi europei. In questo senso mi sembra che il ministro Bondi debba ancora dimostrare se è realmente interessato all’arte del nostro tempo.

A SPASSO PER LA FIERA
Al terzo giro di boa del suo mandato per Artissima, Andrea Bellini punta su un finale da record. Non solo per il numero e la qualità delle gallerie  arrivate al Lingotto di Torino da ogni parte del mondo. Ma anche per la vivacità del programma di mostre, di incontri e di spettacoli che punteggiano Artissima 16. Dal 6 all’8 novembre,  141 espositori e più di mille artisti animano la grande fiera torinese ma il pubblico di collezionisti, conoscitori e appassionati d’arte che frequenta le mostre mercato del contemporaneo, nel capoluogo piemontese, non avrà solo occasione di  guardare per comprare ma anche di partecipare per conoscere più da vicino il lavoro di grandi maestri del passato e i nuovi talenti. Tante, tantissime le proposte da non perdere di vista. A cominciare da Present future, il padiglione riservato alla ricerca e alle sperimentazioni proposte da artisti delle nuove generazioni. Scelti da un gruppo di curatori indipendenti e internazionali, i sedici progetti esposti e realizzati ad hoc per Artissima 16 mescolano i linguaggi della pittura, della fotografia, dell’istallazione. Fra i nomi degli emergenti  qui rappresentati troviamo quello di Karim Ghelloussi (vedi foto), di Adrien Issika  e Stepahnie Barbier ma anche quelli dei nostri Paolo Chiasera e Luca Francesconi. Il 6 novembre la giuria assegna il premio Illy al miglior progetto dei sedici esposti (www.illy.com).  Grandi installazioni di artisti di primo piano della scena internazionale, invece, caratterizzano la sezione Costellations. Qui, fra le altre, sono esposte opere di Marina Abramovic, di Santiago Serra e Franz West. E ancora Accecare l’ascolto, con performance e spettacoli in cui teatranti e artisti visuali lavorano assieme. E poi  The store dove si possono acquistare multipli, poster riviste e molte altre proposte di 30 artisti emergenti. Ma da quest’anno, accanto ad Artissima fumetto e Artissima volume (che propone performance live e concerti) c’è anche Artissima cinema con quaranta opere filmiche, video e documentari d’arte. La rassegna, dal titolo Black curtains, è curata da Rosalee Goldberg, direttrice della storica rassegna newyorkese Performa. Il programma completo delle iniziative su www.artissima.it.

da Left-Avvenimenti del 7 novembre 2009

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Andrea Bellini: Ho arte da vendere

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 7, 2008

Critico, curatore ma anche direttore della più grande Fiera del contemporaneo. Da New York a Torino. L’irresistibile ascesa di un ex enfant prodige in controtendenza con la “fuga di cervelli” di Simona Maggiorelli

Andrea Bellini - photo Franco Borrelli

Andrea Bellini

Nell’Italia della diaspora dei cervelli, ma anche dei talenti (visto il numero crescente di giovani artisti e curatori “in fuga” a New York o a Londra) quella di Andrea Bellini è una storia contro corrente. Dopo il lavoro nella Grande Mela come editor di Flash art e anni trascorsi a studiare e a scrivere in giro per il mondo, Cina compresa, il trentasettenne, ex enfant prodige della critica ha accettato la scommessa del rientro in Italia. E con profitto, si direbbe. Dal momento che, dal 7 al 9 novembre, firma la sua seconda edizione di Artissima, la più importante fiera italiana del contemporaneo, mentre si parla di lui come probabile nuovo direttore del Castello di Rivoli, al posto di una curatrice di rango come Ida Gianelli, giunta a fine mandato. Due lavori, quello di critico-curatore e quello di direttore di una mostra mercato, di fatto agli antipodi. Ma Bellini giura, non inconciliabili. «Io concepisco Artissima come un’avventura intellettuale – racconta -. Le fiere d’arte sono diventate ormai degli eventi complessi. Con un pubblico di artisti, critici d’arte, curatori, direttori di musei, giornalisti e semplici appassionati, non solo di collezionisti. Una fiera di alto livello ha una capacità informativa senza uguali per l’arte contemporanea. A Torino, per esempio, ospitiamo oltre 130 galleristi da diversi continenti: un centinaio di grandi esperti d’arte che perlustrano il mondo di oggi alla ricerca dei migliori talenti. In Fiera il pubblico entra in contatto con l’arte nel suo farsi, con un processo culturale in atto. Insomma, non ho mai pensato di dover abbandonare qualcosa del mio giudizio critico o dell’aspetto culturale del mio lavoro. Anzi. Nella gestione di Artissima cerco di attingere a tutte le mie competenze e a tutta la mia creatività per trasformare la Fiera in un luogo di scoperta e di sorpresa.
Achille Bonito Oliva dice che i curatori sono diventati dei “camerieri” al servizio delle attese del pubblico e della spettacolarizzazione, abbandonando l’impegno critico. Come ci si salva da questa deriva in tempi di “mostrite” ovvero d’inflazione di mostre a scarso contenuto scientifico?
Guardi, i curatori sono i veri protagonisti del sistema dell’arte, altro che camerieri delle aspettative del pubblico. Quando si costruisce una mostra non si abbandona affatto l’impegno critico. Al contrario, una buona mostra dovrebbe rappresentare proprio uno “statement” in termini di critica d’arte. Se per abbandono del giudizio critico lei intende l’abbandono di un certo tipo di scrittura saggistica, falsamente colta e pseudo-creativa, penso che sia un bene che stia sparendo. Per quanto riguarda la “mostrite” (ecco un caso di spettacolarizzazione del linguaggio) non dimentichiamo che il sistema dell’arte è almeno cento volte più grande che negli anni Sessanta. Ovviamente ci sono oggi più artisti, più opere, più fiere, più curatori e più mostre, ma dov’è il problema? Chi può decidere a priori la grandezza ideale del sistema dell’arte?
In tempi di crisi economica quali scenari intravede?
La crisi si farà sentire presto anche sul mercato dell’arte, ovviamente con delle differenze. Le fiere che hanno costruito parte del loro successo sul denaro degli speculatori di borsa ne risentiranno maggiormente. Non è il caso di Artissima, perché è sostenuta da collezionisti – tra cui molti italiani – che magari non investono cifre enormi sull’arte ma possono farlo con costanza. Si tratta di professionisti o anche di piccoli e medi imprenditori, veri conoscitori d’arte contemporanea.
Quali differenze ci sono fra il sistema dell’arte italiano e quello internazionale?
Fondamentalmente c’è una differenza di dimensioni e quindi di complessità.
In Italia gli studenti denunciano un sistema scolastico al collasso che impedisce una formazione adeguata. E intanto 1.300 milioni di euro saranno sottratti dalla Finanziaria alla cultura. Che ricadute ci saranno?
Ricadute pesanti. Questo governo ci preoccupa molto, esprime un atteggiamento nei confronti della cultura da Repubblica delle banane.
Che cosa ha significato per lei lavorare, da giovanissimo, nella redazione di Flash Art a New York?
Essere redattore di un’importante rivista d’arte a New York per diversi anni mi ha dato la possibilità di confrontarmi con decine di critici, curatori e artisti, e poi di visitare centinaia di mostre al mese, un’esperienza intellettuale e visiva veramente straordinaria. Direi che ho imparato tutto in quella fase.
Dopo la laurea in filosofia si è dedicato allo studio dell’arte, anche preistorica. Che cosa l’ha affascinata?
Sono interessato a tutta la cultura visiva dell’umanità: sono convinto esista una strettissima relazione tra lo sviluppo cognitivo della specie e la parallela creazione di immagini. Studiare archeologia preistorica e la cosiddetta “arte preistorica” mi ha aiutato a capire meglio il senso della nostra presenza nel mondo.
La grande arte ha tempi interni di sedimentazione, va oltre il presente, che cosa resterà negli anni a venire del lavoro di personaggi come Damien Hirst e dei suoi animali in formalina, che anche fisicamente si stanno già squagliando?
Damien Hirst è già nella storia dell’arte. Ha realizzato lavori fondamentali legati ai temi eterni dell’umanità: la morte, la felicità, la bellezza e forse anche la speranza.
Tra ricerca e mercato, per lei, non c’è nessuna discrasia?
La ricerca ha sempre un mercato. Da sempre le opere più importanti esprimono un valore per la comunità culturale, e quindi hanno un prezzo. Giotto nella Firenze del 1300 era un artista di successo, ricco e rispettato. Come oggi Damien Hirst. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due artisti che hanno fatto ricerca, sono entrati nella storia dell’arte e sono stati contesi dai collezionisti (dai grandi committenti religiosi nel caso di Giotto).
Cinema e videoarte aprono nuove frontiere nell’arte contemporanea?
L’arte va in tutte le direzioni e utilizza tutti i media possibili, quindi li rinnova costantemente: non esistono in questo senso barriere o linguaggi esauribili.
Il predominio sulla scena internazionale dei musei americani e anglosassoni sembra andare di pari passo con il predominio internazionale di un’arte iperrazionalista, analitica, tecnologica, “puritana” e insieme iperrealista come la cloaca di Wim Delvoye. Nel sistema del contemporaneo sono rare le tracce di una fantasia più profonda?
Guardi io non sono affatto d’accordo. Il sistema dell’arte su scala mondiale è molto complesso, e al momento sono molto importanti anche spazi espositivi a Parigi e Berlino solo per fare qualche esempio. Poi non è assolutamente vero che nel sistema contemporaneo non ci sono tracce di una fantasia più profonda: le assicuro che – per quanto riguarda l’arte – questo è uno dei momenti più straordinari e interessanti che l’umanità abbia mai vissuto. Basta aprire gli occhi e le orecchie.

Left 45/08

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Beni culturali non petrolio, ma anima dello sviluppo

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 17, 2006

Incontro con Salvatore Settis, nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali.

Arte, bellezza, ambiente non sono né “giacimento” né Patrimonio Spa, ma inalienabile ricchezza di tutto il paese. La legge Tremonti va cambiata e bisogna tornare alla Costituzione in una visione dinamica dell’interesse nazionale. Le mostre devono valorizzare i musei non sostituirli.

Una foltissima passione civile attraversa tutto il percorso di Salvatore Settis, che non è solo archeologo di rango e fautore di importanti edizioni scientifiche come quella del papiro di Artemidoro che sta lavorando in questi mesi. Fuori dalle aule della Normale di Pisa (di cui è rettore), il professore si è sempre tuffato nella discussione pubblica, in difesa del patrimonio artistico italiano. Con articoli, pamphlet, libri. Ma anche accettando di tenere una certa dialettica con la politica. In posizione critica, da outsider, come consulente di Urbani per il Codice e ora, in modo più diretto, raccogliendo l’invito di Rutelli a ricoprire la carica di presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali del ministero.

Professor Settis nel libro Italia S.p.a, denunciava l’assalto al patrimonio culturale compiuto con la creazione della Patrimonio S.p.a. Che cosa ha prodotto dal 2002 quella società voluta da Tremonti?

Quell’operazione è stata un fallimento. Quello che ha prodotto di introiti per lo Stato è stato infinitamente inferiore a ciò che ci si aspettava. E mi piacerebbe sapere quanto è costato metterla in piedi. Spero che questo governo faccia chiarezza rendendo pubblici dati ufficiali certi. Per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l’intero patrimonio pubblico è stata arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma è ancora una legge dello Stato e, a mio avviso, andrebbe modificata in modo radicale. In base a un principio per cui il patrimonio pubblico si può vendere solo quando non abbia valore culturale. Ciò che ha valore culturale deve ricadere nell’assoluta inalienabilità, come dice peraltro il codice civile.

Un suo recente articolo sul Sole 24 Ore ha acceso un dibattito sul cosiddetto “benculturalismo”. Che impressione ha avuto dalla reazione dei giornali?

In realtà era un articolo dal tono scherzoso. L’ho scritto per divertirmi e per divertire il lettore. Ma c’è qualcuno a cui, evidentemente, non piacciano le battute di spirito, e che ha preso alla lettera come, non so quale manovra della sinistra. Devo dire che ho trovato tutto ciò assolutamente esilarante. Riguardo alla dizione beni culturali va ricordato che si è scelto questo termine cercando una definizione il più possibile neutra. Ma da un certo punto in poi ha cominciato, invece, ad indicare il valore economico del patrimonio. Quando fu creato il primo ministero dei Beni culturali presieduto da Spadolini, nel 74-75, lo si fece dicendo che il patrimonio culturale meritava più investimento, poi il discorso si è degradato e c’è stato chi, assimilando i beni culturali al petrolio, li ha considerati come oggetti del salvadanaio che quando serve si rompe. Questa concezione troppo economicistica di beni culturali ha prodotto dei danni. Ma non è la parola che non funziona, ma l’uso che se ne fa. Va riempita di contenuti. E in questo abbiamo un compito facilitato, perché i contenuti sono quelli dell’articolo 9 della Costituzione. Non c’è niente da cambiare.

Con questa concezione economicistica si sono spolpate di competenze le soprintendenze territoriali, affollando di manager e posizioni di vertice gli uffici del ministero. Come si cura questo squilibrio?

Ripristinando la priorità della competenza. Nessuno si affiderebbe ad un medico che non sia un medico. Così non capisco perché un sociologo, per fare un esempio, debba prendere decisioni vitali per l’archeologia. È completamente insensato: è uno degli elementi molto negativi della riforma Urbani che va assolutamente corretto.

Anche sbloccando le assunzioni?

La media degli addetti oggi è di 55 anni, le nuove assunzioni sono necessarie, ma vanno fatte sulla base di competenze reali, di dati concorsuali di sicurissima qualificazione, eliminando la tentazione demagogica di fare assunzioni ope legis, che non garantiscono qualità.

I giovani storici dell’arte oggi, anche se preparati, fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. Che fare?

Negli ultimi quindici anni c’è stata un’assoluta schizofrenia. Gli stessi governi – quelli di centrodestra hanno particolarmente brillato in questo – da un lato hanno incoraggiato la formazione di nuove facoltà di beni culturali invitando le persone a studiare storia dell’arte, l’archeologia eccetera, dall’altro lato hanno completamente bloccato le assunzioni. Così hanno creato delle fabbriche di disoccupati. Certo riaprire le assunzioni risolverebbe il problema, purtroppo però riforme universitarie sempre più infelici, da quella Berlinguer a quella del ministro Moratti, hanno portato a differenziare i curricula universitari in un modo drammatico. Ora bisogna davvero ripristinare la priorità della competenza, chiarire quali sono i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Si è creata una straordinaria confusione che danneggia il paese ma anche i migliaia dei giovani, spesso molto preparati, nonostante lo spezzettamento del sapere nelle università da cui provengono.

In questo quadro come dare nuova incisività al Consiglio di cui è diventato presidente?

Occorre riguardare competenze e composizione del Consiglio, che da alcuni anni è stato di fatto esautorato. La decisione politica di ridargli vitalità, fiato, funzionalità è del ministro Rutelli. Spero molto, nelle nuove competenze che il ministro vorrà dare a questo organo, di poter giovare a questa opera di rilancio dei beni culturali. Abbiamo quasi dimenticato che questo può essere uno dei settori trainanti per lo sviluppo del paese. Dobbiamo tornare a questa auto-consapevolezza anche attraverso una fierezza professionale di chi lavora in questo settore. Credo che in questo il Consiglio superiore potrà dare una mano al ministro quando lo avrà resuscitato dal letargo in cui giace.

La proliferazione di mostre ha fetta parlare di un’Italia malata di “mostrite”. Non sarebbe più opportuno investire per riattivare una rete museale di più largo respiro?

Oggi c’è questa strana idea per cui da un lato ci sarebbe il museo come pura e passiva conservazione, dall’altra le mostre come pura attività. Ma non è affatto così. La quantità di cose che si possono e si dovrebbero fare nei musei e nel territorio è gigantesca. Ed è lì che servono le competenze. Faccio un esempio, un archeologo può occuparsi del rapporto fra le città che crescono e le preesistenze archeologiche, pensare a come valorizzarle, in modo che i cittadini siano consapevoli che sotto casa loro una volta c’era una villa romana o una città greca come succede in Sicilia. Io credo che le nuove professionalità debbano forgiarsi anche in una nuova capacità di dialogare con il cittadino. Questo non si fa solo attraverso le mostre. Le mostre ci vogliono ma devono avere una funzione, l’effimero deve servire al permanente, non il contrario. Stiamo arrivando al paradosso per cui i musei sono i serbatoi da cui si traggono le mostre, invece le mostre dovrebbero servire a rivitalizzare i musei.

E cosa fare, invece, per la rete del contemporaneo che in città come Roma o Firenze appare ancora come una tradizione un po’ debole?

È uno dei grandi paradossi del nostro paese. Per tutto il Novecento l’Italia è stata ai margini della scena internazionale rispetto alla Francia e agli Usa, quando invece ha avuto momenti importanti come il futurismo, l’arte povera o come lo straordinario laboratorio fiorentino di videoarte in cui si è formato Bill Viola negli anni 70. L’Italia ha sempre avuto grande vitalità nell’arte contemporanea, ma non si è tradotta in una presenza museale sufficiente. Negli ultimi anni si comincia a vedere un cambiamento di segno, basta pensare a esperienze come quella del Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto, ma anche a iniziative campane come la certosa di Padula, al MAXXI di Roma, che promette di essere una realtà assai interessante. Una vera inversione di tendenza. Ora non dobbiamo correre dietro agli altri per recuperare il tempo perduto. La sfida è creare qualcosa che sia collegato alla nostra tradizione. E poi dovremmo valorizzare l’esperienza della Biennale di Venezia, che ha straordinari archivi che pochi conoscono.

Accanto ai grandi centri d’arte sta crescendo in provincia una rete di piccoli musei del contemporaneo, molto attivi. Come la Gam di Bergamo, per esempio.

Bergamo, ma anche Sassari, e c’è da registrare un crescente collezionismo di arte contemporanea, di singoli privati, ma anche di banche, di imprese. Sta nascendo una nuova sensibilità per forte contemporanea che fa ben sperare.

Un altro fenomeno che colpisce è l’interesse pubblico che stanno suscitando libri come il suo Battaglie senza eroi o Gli storici dell’arte e la peste con presentazioni affollatissime. Citando l’Italia che impressione ne ha avuto?

Noto che l’interesse è molto alto. Quando si dice che gli italiani non si interessano del loro patrimonio artistico si sbaglia. Semmai è vero che questo è stato un tema molto marginalizzato dalla politica, in parte perché a certi politici non importa nulla, in parte perché c’è sempre qualche tema più importante, dalle pensioni alla guerra in Iraq. Però il cittadino italiano è molto interessato. Alle presentazioni di librino trovato straordinaria passione, presenza e voglia di partecipare, di dire la propria e in modo molto sensato. È molto raro che il cittadino comune tiri fuori delle idee bislacche come vendersi i monumenti o il patrimonio d’arte. Queste sono idee che vengono in mente solo ad alcuni politici perversi.

Simona MaggiorelliEuropa

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Arte: critici e storici all’Unione

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2006

Ormai è fatta. La legislatura è finita. E i danni lasciati sul campo sono palesi. Quello che una volta, sciaguratamente, Gianni De Michelis indicava come il petrolio d’Italia, ovvero i beni culturali, sono stati abbondantemente saccheggiati e svenduti. Grazie a invenzioni di “finanza creativa” come la Patrimonio spa, ai condoni, ma anche grazie al famigerato Codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani. Senza dimenticare i danni prodotti dai tagli dei finanziamenti pubblici. Tagli drastici perfino del settanta per cento dei trasferimenti nell’ultima finanziaria di Tremonti che hanno colpito gli anelli più deboli del sistema dell’arte: gli archivi, le soprintendenze territoriali, i centri d’arte contemporanea. Portando molti enti sull’orlo della chiusura, mentre il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione minacciava le dimissioni, guardandosi bene dall’attuarle. Di fronte al sacco, poche le voci limoide che si siano levate contro. Pochissime fra i politici. Molte fra gli intellettuali e storici dell’arte, voci competenti, ma rimaste a lungo inascoltate e che, ora – chiamate a dare consigli al centrosinistra in vista delle elezioni – si levano qualche sassolino dalle scarpe. Le politiche per i beni culturali del centrosinistra, «un disastro», denuncia Lea Vergine, firma di spicco della critica d’arte più engagé. «La “sinistra” – dice – continua a preferire politici e burocrati a studiosi e intellettuali alla guida delle istituzioni pubbliche. Con il risultato che tutto il sistema dell’arte italiano è andato ingessandosi, perdendo di vitalità di slancio». Basta mostre (in testa Monet e la Senna, la Biennale di Venezia e I capolavori del Guggenheim) con più di 100mila visitatori. «In questo proliferare di mostre locali, piccole e di scarsa rilevanza culturale – commenta Achille Bonito Oliva — la tecnica è quella di utilizzare un grosso nome, ad esempio Caravaggio per squadernare poi solo opere molto minori». Ma la colpa non è rutta dei politici, secondo il più eccentrico, ma anche il più prolifico dei critici italiani, da sempre riottoso a chiudersi nella torre d’avorio di studi separati dalla realtà. «Accanto a enti che praticano una politica culturale miope e appiattita sul già esistente – dice – ci sono anche amministrazioni sensibili che investono in progetti produttivi di arte pubblica». Qualche esempio? «Tanti, Gibellina, Napoli, città con molti problemi, ma che svolgono un’importante ruolo di committenza pubblica chiamando critici e artisti a intervenire in zone degradate, in quartieri anonimi». Come quello di Napoli dove è sorto “Il museo necessario”, un grande museo nella metropolitana che con un centinaio di opere di artisti emergenti da una nuova identità a un “non luogo” di passaggio. Ma di esempi di strutture per l’arte contemporanea nate con molto coraggio e che potrebbero funzionare da esempio, rilancia, Achille Bonito Oliva ce ne sono sempre di più in Italia. «Dal Castello di Rivoli, al Mart di Rovereto, al Macro di Roma – dice -, senza dimenticare una rete di gallerie e di Kunsthalle giovani che vanno dalla GameC di Bergamo a Quarter di Firenze, al Man di Nuoro e che, in assenza di politiche statali a supporto delle nuove generazioni svolgono un lavoro culturale importantissimo nel lanciare e sostenere i giovani artisti». «La politica dovrebbe tornare a riflettere sul valore civile e sociale che ha l’arte e la ricerca in genere – rilancia Sergio Risaliti, direttore del Quarter di Firenze -, Settori strategici per la formazione, per lo sviluppo del paese. Anche per costruire una nuova e più aperta cittadinanza. Perché i progetti d’arte oggi sono sempre più internazionali e studiare l’arte da una grande lezione di tolleranza, aiutando ad abbattere barriere culturali e pregiudizi. Per questo – conclude il curatore del più importante centro d’arte contemporanea fiorentino – la missione di chi lavora in questo settore è sempre eminentemente pubblica. E una seria politica di centrosinistra non può e non deve dimenticarlo.

da Europa 25 marzo 2006

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