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Nella spirale di #MarioMerz

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 20, 2015

Mario Merz, Venezia

Mario Merz, Venezia

Avvolgenti spirali, le curve femminili della conchiglia e il lento procedere della chiocciola, che a poco a poco diventa igloo trasparente, si fa “casa”, architettura, in strutture leggere e luminose che evocano un modo più umano e sostenibile, di abitare. Forma astratta e insieme dinamica, la spirale di Mario Merz è il seme che germoglia nelle nuove sale che la Galleria dell’Accademia dedica all’arte contemporanea.

Al piano terra, poco distanti dai dipinti di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, le opere scelte da Bartolomeo Pietromarchi per la mostra Mario Merz, città irreale si arricchiscono di riflessi lagunari e irradiano fantasia in questi spazi da poco restaurati, moltiplicandone le prospettive, ricreando cortili interni altrimenti anonimi. I saloni affacciati su Campo della carità, fino al 20 settembre, si accendono di scritte al neon con opere storiche come l’ironica Sitin (1968) e Impermeabile (1966). Mentre le famose serie numeriche di Fibonacci ritmano le pareti bianche e intonse. È come se il curatore avesse umanizzato queste sale, disseminandole di segni magnetici che portano l’inequivocabile cifra del maestro dell’Arte povera scomparso nel 2002. Con un allestimento ridotto all’essenziale, ma tutt’altro che freddamente minimalista, Pietromarchi ha ricostruito a Venezia quasi l’intero percorso dell’artista torinese.

Fin dai primi, evocativi, disegni nati da quel primo nucleo di schizzi che Merz, giovanissimo militante di Giustizia e libertà, realizzò in carcere dove era stato rinchiuso per attività antifascista. Dai disegni su carta degli anni Cinquanta alla svolta degli anni Sessanta, quando in controtendenza con il boom dei consumi celebrato dalla Pop Art americana creò installazioni e sculture con materiali poveri come legno, vetro, carta, tela, ferro, cera. Al centro di questa mostra e di tutto il lavoro di Merz (come ben raccontano i saggi nel catalogo edito da Skira) c’è la riflessione sul rapporto fra uomo e ambiente e sul vivere sociale. Testimoniato dai suoi celebri tavoli, simbolo di incontro e condivisione, che qui appaiono fotografati in Senza titolo del 1972. «Una somma reale è una somma di gente», recita il sottotitolo di quest’opera emblematica.

E per quanto Merz si definisse «solitario, nomade, visionario», il tema della convivialità, dello stare insieme, la ricerca della bellezza risuonano in ogni sua creazione. Come in filigrana traspare sempre il rapporto con l’universo femminile, con il diverso da sé, qui evocato da Igloo (di Marisa) del 1977, dedicato alla compagna di una vita, l’artista Marisa Merz. (Simona Maggiorelli, Left)

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Giuseppe Penone Nuova linfa alla scultura

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 16, 2014

 

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

A Firenze il maestro dell’Arte Povera Giuseppe Penone ricrea il percorso dal Giardino di Boboli al Forte Belvedere. left lo ha incontrato per parlare della mostra (che è stata inaugurata il 5 luglio) e della sua quarantennale ricerca

di Simona Maggiorelli
La presenza viva di alberi, liberati dalla scorza, dalla corazza, fino a rivelare una forma originale sottostante. Blocchi di marmo scolpiti che mostrano l’intricata trama delle venature, come fossero i solchi della pelle. Materiali nobili e tradizionali della scultura come il marmo, il bronzo e la pietra, insieme a materiali leggeri e insoliti come foglie, resine, elementi organici. “Ingredienti” con cui Giuseppe Penone crea opere fluide, in divenire, che vivono in rapporto allo scorrere eracliteo della vita e che acquistano nuovi significati in relazione all’ambiente in cui sono inserite.

Ritroviamo tutto l’alfabeto poetico di questo elegante e schivo maestro dell’Arte Povera nel progetto Prospettiva vegetale, curato da Arabella Natalini e Sergio Risaliti in due luoghi simbolo per la città di Firenze come il Giardino di Boboli e il Forte Belvedere. Con gli austeri bastioni militari del Forte, in anni recenti, si sono misurati artisti internazionali come Anish Kapoor, Henry Moore e Tony Cragg ma anche, per rimanere nell’ambito dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini e Mario Merz che nel 2003 addolcì il profilo della fortezza circondandola di sinuosi tavoli di vetro carichi di frutta. Un’installazione che chiedeva di essere continuamente alimentata perché il sole a picco faceva rapidamente maturare mele, pesche e perfino limoni.

Penone, sentiero e muro

Penone, sentiero e muro

Quella sontuosa natura morta che 11 anni fa Merz ideò per la terrazza del Forte affacciata sulla cupola del Brunelleschi ora, idealmente, trova un’eco e una accentuazione drammatica nell’opera di Penone, che qui ha collocato un suo albero abbattuto.

«Il Forte è nato per ragioni belliche e di difesa – ricorda l’artista piemontese -. Ha un carattere aggressivo. Si avverte una certa violenza. Per questo ho collocato qui un albero folgorato, che trasmette questo senso tragico. Altre opere, intorno, misurano la forza di attrazione della luce rispetto alla forza di gravità».

In particolare alcuni alberi scultura che sostengono strenuamente una o più pietre. Richiamando l’opera inedita presentata giù a Boboli. «Anche se in questo contesto del Forte le pietre acquistano un aspetto più drammatico» sottolinea Penone. «La scultura risente sempre dello spirito del luogo». Ma vicino alle radici di un albero capovolto, quasi a voler alludere a una possibile nuova nascita, Penone ha collocato un alberello, vivo, che cresce.

Il divenire dell’opera, come organismo vitale, è sempre stato un aspetto importante nella ricerca di Giuseppe Penone. Ma fondamentale è anche il rapporto della scultura con il paesaggio e con l’architettura. Così in un giardino denso di storia come Boboli, vivacizzato da un continuo gioco di anfratti, grotte, zampilli d’acqua e da immaginifiche epifanie come la fontana del Giambologna, la scultura Sentiero e muro di Penone si arricchisce di risonanze barocche. Qui sembra evocare metamorfosi mitologiche alla Bernini, ma anche presenze femminili botticelliane rivestite di foglie. «In realtà le opere che espongo a Firenze sono state realizzate in tempi e situazioni diverse. Eccezion fatta per un lavoro inedito: un albero con attorno una sfera di foglie. Succede una cosa strana quando si porta un lavoro in un luogo: quell’opera entra in relazione con il contesto. Per Boboli ho scelto sculture che dialogano con la vegetazione, che parlano di compenetrazione fra uomo e natura, scegliendo l’albero come elemento vitale e di crescita».

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

Il rapporto con lo scorrere del tempo e la continua trasformazione degli elementi naturali è un altro filo rosso che attraversa tutto il percorso di Penone, fin dai suoi esordi, alla fine degli anni Sessanta.

E qui a Firenze sembra più che mai di potervi leggere un’assonanza leonardesca. «Ci sono delle fasi nella storia in cui si rimettono in discussione le convenzioni – risponde Penone -. C’è stato un momento enormemente fecondo nel Trecento e poi nel Quattrocento, in cui si è provato a rivedere il modo di stare nel mondo degli esseri umani. In certo modo, questo è avvenuto anche nel dopoguerra quando è nato un nuovo sistema economico e geopolitico.Anche l’arte è ripartita riconsiderando la realtà, facendo saltare vecchie convenzioni (ma forse poi creandone di nuove). Per questo, con la giusta dose di umiltà, direi che ci possa essere stata un’affinità. Anche tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta si avvertiva che un vecchio modo di pensare non era più aderente al reale».

Il movimento dell’Arte Povera, nel 1967 tenuto a battesimo da Germano Celant, nacque anche come esigenza di allargare l’orizzonte della ricerca, uscendo dai confini nazionali. perciò fu importante anche il confronto con alcuni artisti americani che a Torino facevano capo alla Galleria Sperone. Soprattutto quelli che, lontani dalla Pop Art, sperimentavano con forme primarie ed essenziali. Parliamo di artisti minimalisti, ambientali (Land art) e concettuali, alcuni dei quali connotati da un razionalismo freddo e astratto che gli artisti italiani dell’Arte Povera, va detto, hanno sempre rifiutato. «Si partiva dal principio che l’arte americana aveva portato grandi novità. In questo caso penso di poter parlare al plurale – precisa Penone- . Ma avvertivamo anche l’esigenza di non uniformarci. Ci interessava la critica al consumismo, cercavamo un confronto internazionale, in questo quadro ci interessammo al lavoro di artisti che, a differenza della generazione di Pollock, non avevano una continuità diretta con la cultura europea. Diversamente da noi non avevano alle spalle una storia millenaria. Qui a Firenze- approfondisce Penone- ogni pietra ha un rapporto straordinario con la storia. Ha una memoria. Questo non c’è negli Usa. Può essere un limite ma anche un grande valore se si riesce a stabilire un confronto aperto, senza tradire se stessi. Fra noi era una visione abbastanza condivisa. Tanto che nessuno abbandonò l’Italia per far la carriera negli Usa. Nasceva in quegli anni un altro modo di pensare e di guardare all’arte, come ricerca, non come un mestiere».

 

Giuseppe Penone a Firenze, 2014

Giuseppe Penone a Boboli

E da allora la ricerca di Giuseppe Penone non si è mai fermata, sviluppandosi in modo coerente, con una forza espressiva e un’identità via via sempre più forte e definita. Che respinge ogni facile etichetta. Perché se è vero che l’arte di Penone vive perlopiù all’aperto, nei boschi, in rapporto con la natura, non ha nulla a che fare con un’ecologia astratta, non è bucolica, né ingenuamente performativa. Piuttosto il suo modo di fare scultura ci parla del rapporto inscindibile fra cultura e natura, di cui l’essere umano è parte integrante; ci parla di valori umani universali come la fantasia, la capacità di immaginare e di fare arte. Che ci accompagna fin dagli albori della nostra storia, come testimoniano le pitture rupestri del paleolitico di cui Penone, in passato, ha parlato spesso.

«L’arte visiva riesce a “comunicare” nel tempo in modo straordinario e profondo, al di là delle barriere linguistiche e culturali. Cosa che non può fare invece la scrittura», racconta. «L’interesse per la pittura paleolitica negli anni Settanta nasceva dal desiderio di dialogare con popoli lontani, recuperando valori culturali che ci appartengono, mettendoli a confronto con valori analoghi che si ritrovano in moltissimi altri Paesi. Graffiti e pitture rupestri si ritrovano in ogni parte del mondo, in Europa ma anche in Africa, in Sudamerica e così via. Era un filone di riflessione che attraversava in modo fortissimo quegli anni di esordio dell’Arte Povera. Molti di noi hanno lavorato poi su quei temi consciamente e inconsciamente. Al fondo, come accennavo, c’era la ricerca di modi per comunicare che andassero al di là dei confini di una cultura troppo specifica e chiusa in se stessa che, in quanto tale, diventava una cultura di imposizione, in certo modo colonialista».

In questo ambito nascono anche i suoi scritti? «La scrittura – spiega Penone – mi permette di creare delle associazioni, di verificare le possibilità di un lavoro, oppure di capire che cosa ho fatto. A volte si fa una cosa con delle intenzioni ma poi l’opera, per così dire… ha la sua indipendenza. La scrittura è un modo per relazionarmi con il lavoro che ho fatto o che devo fare. Non ho mai scritto con la pretesa di scrivere o pensando che la mia scrittura avesse un valore completamente autonomo. è più legata alla riflessione sull’opera e sulla scultura». Ma non per questo, ai nostri occhi, è meno poetica e densa di contenuti.

dal settimanale left

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Le sculture soffici di Marisa Merz

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2012

Una grande mostra a Torino  ripercorre il lavoro dell’artista torinese, punteggiato di opere intime e fiabesche

di Simona Maggiorelli

Marisa Merz

Nella Fondazione che continua a far vivere l’opera di Mario Merz conservandone le opere e divulgandone il pensiero, Marisa Merz la compagna di una vita del maestro dell’Arte Povera, ha finalmente allestito una propria antologica, aperta fino al 16 settembre. Occasione preziosa per rivedere l’opera che Marisa va dipanando dagli anni Sessanta, con coerenza, fuori dai riflettori, con quel piglio schivo e attento ai tempi della vita che la contraddistingue. Da sempre l’esperienza vissuta, densa di emozioni, fa da filo rosso e forte alle morbide sculture dell’artista torinese e alimenta le sue pitture in cui danzano figure e forme sfumate e indefinite. «La sua arte nasce ed abita sulla soglia: tra astrazione e figura, tra materia e forma, tra visione interiore e realtà esteriore, tra presente e passato. Abita su una soglia che non è confine né separazione; ma luogo, passaggio disponibile agli attraversamenti, permeabile a transiti e ritorni», scrive il critico Pier Giovanni Castagnoli, toccando il cuore della poetica della Merz, ben sintetizzata da Senza titolo, la scultura mobile, smontabile e rimontabile realizzata nel 1985 e che è stata la prima opera dell’artista acquistata da un museo pubblico. Poco fuori Torino campeggia nella collezione permanente del Castello di Rivoli, il più longevo e importante museo di arte contemporanea in Italia. Dentro una grande scatola di legno, che fa da cornice, un cartoncino a sfondo grigio su cui l’artista ha delineato un ritratto con un fitta trama di linee sottili. Il quadro è appoggiato su un tavolino, senza alcuna saldatura, come se la scultura fosse pronta ad essere rimodellata a seconda delle esigenze nate nel fluire della quotidianità e dai cambiamenti che porta con sé. Quella di Marisa è un’arte nomade in costante movimento, l’opera esce dalle sue mani come un organismo vitale che poi continuerà a crescere e modificarsi nel tempo. Il divenire morfologico dell’opera, il suo fluttuare, il suo collocarsi sempre fra arte e vita è la cifra che connota anche questa attesa retrospettiva torinese in cui tornano opere intime, essenziali e fiabesche come l’Altalena di Bea, dedicata alla figlia Beatrice, allora bambina, e oggi direttrice di museo e curatrice di mostre. E tornano qui anche le soffici sculture di panno lenci e altri materiali poveri, i lampadari scultura rivestiti di materiali industriali, le poetiche ed eteree sculture fatte di riflessi di luce che si modificano a seconda dei contesti in cui sono di volta in volta riproposte. Forme flessibili e lucenti sempre pronte a ridisegnare segrete armonie, a ricomporsi in forme non casuali, “magiche” e magnetiche. E poi ecco le piccole teste dai colori delicati cui Marisa Merz lavora dal 1982, in argilla non cotta, in cera o in gesso, figure classiche che omaggiano Rodin e Brancusi. Forme primarie, talora vagamente arcaicizzanti, altre volte delicate e poetiche come volti di neonati che si protendono in cerca del rapporto umano. Qui come al MAXXI di Roma dove è esposto un nucleo di una decina di opere di Marisa Merz, ad ammaliare è il suo modo “gentile” di scolpire.

da left-avvenimenti

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Povera sì, ma non di idee

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 9, 2011

Pistoletto, Venere degli stracci

 Apre l’11 novembre al MADRE di Napoli un nuovo capitolo della mostra sull’Arte Povera che si snoda in vari musei italiani, da Milano a Bari. Una rassegna mosaico curata da Germano Celant e che invita a ripensare l’unico movimento artistico del secondo Novecento che , dall’Italia,  si è diffuso in tutto il mondo

di Simona Maggiorelli

Un enorme cumulo di abiti abbandonati sorgevano ai piedi di una diafana Venere. Tessuti stropicciati e ormai logori contrastavano con l’eleganza di linee e di forme di una ieratica scultura classica e canoviana. Da questo corto circuito fra registro alto e basso, fra marmo prezioso e poveri cenci, fra cacofonia di colori e bianco candido, scaturiva il dirompente impatto della Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.

Era il 1967. E quella scultura sarebbe presto diventata una delle opere manifesto di una poetica nuova che, proprio in quell’anno, il ’67, Germano Celant chiamò Arte Povera, dando così un nome e una riconoscibilità a un multiforme modo di fare arte che rifiutava l’euforia della Pop Art e quell’estetica vuota e sgargiante di marca americana che, a partire dalla Biennale di Venezia del 1964, si era imposta come pensiero unico dell’arte occidentale.

Già nel dopoguerra e, prima ancora, durante la prigionia per attività partigiana, Mario Merz aveva preso a disegnare e a immaginare opere da abitare, come poetici igloo e semplici tende per una vita libera e nomade.

Mario Merz

Idealmente collegandosi ai poveri sacchi di juta che il medico Alberto Burri trasformava in opere astratte, di grande forza drammatica, negli anni in cui fu internato in un campo di concentramento a Hereford in Texas. I poveri gobbi di Burri, le sue tele lacere e corrose, arse e brunite come il sangue, furono una potente fonte di ispirazione poi per gli artisti più giovani, nati negli anni Quaranta, che (senza mai riunirsi in un gruppo esplicitamente) negli anni Sessanta e Settanta diventarono i “paladini” dell’Arte Povera: unico vero movimento di ricerca nelle arti visive che nel secondo Novecento abbia preso le mosse dall’Italia per diffondersi in tutta Europa e nel mondo.

E se lo schivo maestro umbro, Alberto Burri, indirettamente si fece mentore delle opere di nudo legno di Giuseppe Penone, delle sculture di corda di Eliseo Mattiacci, come degli spogli materassi di Pier Paolo Calzolari, un altro outsider, Luciano Fontana, dopo il suo

rientro in Italia nel ’47, con i suoi tagli e i suoi ambienti luminosi che aprivano a una spazialità nuova, fu l’ispiratore dei quadri specchianti di Pistoletto, ma anche (per l’uso del neon e l’apertura alla scienza) delle serie di Fibonacci di Merz e delle labirintiche sculture con mise en abîme di Giulio Paolini.

Penone, sculture di linfa

Ora, a quasi quarantacinque anni dalla nascita dell’Arte Povera, il critico Germano Celant propone di tornare a riflettere su questi e altri rami di un’avanguardia che usava materiali naturali e forme primarie cercando «di ridare un senso autentico alle nostre facoltà di vedere e sentire». Ci invita a ripensare l’Arte Povera e la sua ribellione all’estetica del capitalismo trionfante con un arcipelago di mostre che in otto città diverse ne stanno ripercorrono la storia. Da Milano a Bari, ogni esposizione mette a fuoco un aspetto specifico. Così alla Triennale di Milano, dal 24 ottobre scorso sono ricostruite le genealogie e l’intero arco di ricerca dell’Arte Povera, «mentre al Castello di Rivoli – racconta a left lo stesso Celant – viene riletto il significato dell’intero movimento alla luce del contesto internazionale». E ancora, alcune opere di protagonisti dell’Arte Povera prematuramente scomparsi, come Pino Pascali, sono ora riproposte alla GNAM di Roma, «mentre dal 6 ottobre scorso, al MAXXI, sono raccontati i lavori più recenti di maestri dell’Arte Povera come Gilberto Zorio», senza dimenticare che il museo del ventunesimo secolo progettato dall’architetto Hadid ha appena dato spazio a un’ampia retrospettiva di Michelangelo Pistoletto.

E ancora un’altra importante finestra sull’Arte Povera si apre l’11 novembre al MADRE di Napoli, dove prende vita la mostra Arte Povera più Azioni Povere 1968 facendo riferimento alla rassegna internazionale dallo stesso titolo, che si tenne negli Arsenali di Amalfi nell’ottobre del 1968. E ancora alla GAMeC di Bergamo il movimento “poverista” è raccontato in un percorso che straripa anche per le strade e per le piazze di Bergamo alta e al teatro Margherita di Bari. Insomma,

quella che ha preso avvio dal MAMbo di Bologna il 23 settembre scorso è una “mostra monstrum”, che si dipana nell’arco di più di un anno lungo tutta la penisola. Ad accompagnare l’evento è un monumentale catalogo pubblicato da Electa che, con i suoi trentadue saggi inediti, si candida a diventare una imprescindibile opera di riferimento per tutti i futuri studi sull’Arte Povera. Una pratica artistica e una filosofia, conclude Celant che in un’epoca di «mondializzazione dell’arte come quella stiamo vivendo, capace di integrare tutte le differenze riducendole a comodità, ha avuto il sapore di una ricerca davvero spiazzante e dirompente».

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L’arte nomade di Mario Merz

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 29, 2010

di Simona Maggiorelli

Mario Merz igloo compresso

«Ricordo quando da bambino andavo a vedere le parate dei giorni di festa, dove i membri di ciascuna Gilda sfilavano con i loro stemmi in cui erano raffigurate immagine araldiche dai colori forti. Marciavano fino alla piazza principale della città, dove si dava inizio a competizioni scenografiche di sbandieramento acrobatico. Ogni volta che vedo i grandi dipinti di Mario Merz- racconta Rudi Fuchs- penso a quelle cerimonie spettacolari e alla possibilità di mettere in mostra una trentina di quelle immagini-stendardo come in una rappresentazione teatrale, per restituire loro quello sventolio particolare». Critico d’arte fra i più colti e blasonati, Fuchs ha curato personalmente, con l’aiuto di Cristina Mundici, la grande retrospettiva Mario Merz. Pageantry of painting, aperta fino al 26 settembre negli spazi della fondazione Merz a Torino. «L’idea – spiega Fuchs – è proprio quella di un corteo di colori.

Certo i dipinti non possono muoversi all’interno della mostra ma – aggiunge scherzando – credo che un’installazione così sia possibile, con i baluardi che roteano e sventolano nell’aria». Così nella storica sede della Fondazione torinese sfilano una ventina di grandi pitture realizzate tra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, provengono sia da importanti musei europei sia da collezioni private e in alcuni casi non esposte al pubblico da molti anni. Si tratta in buona parte di soggetti animali, dalle forme arcaiche, in cui l’evidenza e la riconoscibilità dell’immagine si sposa con l’utilizzo della figurazione in senso archetipico, dalla forte accentuazione simbolica e mitica, specchio di un progetto esistenziale. Scrive ancora il curatore della mostra «Una volta vidi Mario Merz mentre creava alcuni dei grandi dipinti inclusi in questa mostra. Procedeva con un pennello zuppo di colore e qualche bomboletta di vernice su tele non intelaiate, leggere e sottili come lenzuola. Più che dipingere sembrava disegnare: linee allungate, curve, ondivaghe, che prendevano la forma di una qualche figura (per lo più di animali fantastici). Erano forme ben delineate, potenti nel colore e nel disegno. Erano forme araldiche».

Mario Merz stesso sottolineava la connessione tra immagine e rimandi simbolici: «La pittura prende vita nella mente ancora prima di essere fatta. E l’immagine è sempre doppia, è un’immagine e anche qualche altra cosa. Se l’immagine è perfetta diventa un dipinto… Fino a poco tempo fa si poteva diffidare dell’immaginazione, al giorno d’oggi si deve portare nuovamente più fantasia possibile nell’arte». E dopo la fioritura anni Sessanta e Settanta, la pittura torna ad essere un’esigenza forte per Merz negli anni Ottanta con gli igloo dipinti. Per la mostra di Torino Rudy Fuchs ha scelto due igloo dipinti, Casa del giardiniere e Igloo (Tenda di Gheddafi) accompagnati dal video Lumaca di Gerry Schum. Con questa mostra la collezione di pubblicazioni della Fondazione Merz si arricchisce di un nuovo volume in cui Rudi Fuchs offre racconta del maestro Mario Merz.

dal quotidiano Terra luglio 2010

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