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I colori “scavati” di Munch

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 19, 2014

Munch, litografia

Munch, litografia

E’ un Edvard Munch per molti aspetti inedito quello che incontriamo nelle sale di Palazzo Ducale a Genova dove, fino al 27 aprile, è allestita l’unica retrospettiva per i 150 anni dalla nascita del pittore fuori dai confini norvegesi. Dopo la grande antologica di Oslo, chiusa lo scorso ottobre, questa esposizione curata da Marc Restellini, direttore della Pinacothèque de Paris, permette di mettere a fuoco alcuni aspetti specifici della ricerca espressiva di Munch, come la sperimentazione a tutto raggio di varie tecniche, che lo portarono a prediligere l’incisione. Per la sua essenzialità, ma anche perché gli permetteva di sviluppare al massimo il dinamismo della rappresentazione, fino a raggiungere un effetto cinetico quasi da fotogramma cinematografico. Così, attraverso la settantina di opere scelte da Restellini (molte delle quali raramente esposte in pubblico perché appartenenti a collezioni private), si scopre il gusto di Munch per un simbolismo scabro, che insiste sulla linea e sul movimento, per portare in primo piano stati d’animo profondamente tormentati, temi ricorrenti, ossessioni.

Come il tema della morte che percorre tutta la sua opera e qui rappresentato da opere tra cui La bambina malata, che evoca lo sguardo angosciato del pittore quindicenne quando perse la sorella minore. E se la paura della morte in Munch si accompagna alla paura della catastrofe interiore, un altro tema costante è quello del difficile e sanguinoso rapporto con l’universo femminile, a Genova raccontato attraverso una serie di serigrafie dedicate a sensuali Madonne. Fanno da pendant a queste seduttive figure di donne vampiro, ritratti femminili apparentemente più tradizionali, glaciali, di donne della buona borghesia come Inger Bath, (1921) ed Annie Stenersen, (1934) e ritratti di uomini dal volto stravolto e angosciato, striato di viola e di verdi acidi come quello di Henrik Bull (1939), quasi un alter ego di Munch stesso negli autoritratti di una disfatta e irata maturità. Qui e in altre tele apparentemente di argomento più lieve – incontri al mare e feste in campagna – il pittore scava negli strati di colore sottoponendo le sue tele a famigerate cure da cavallo: spesso le lasciava fuori casa, esposte alle intemperie del rigido clima norvegese.

Ciò che resiste alla fine è l’essenza di figure che affiorano alla tela come presenze fantasmatiche. Emotivamente potenti. Che fanno di Munch uno dei grandi maestri del moderno. Ed estremamente originale. Come sottolinea Marc Restellini nel catalogo 24 Ore Cultura che accompagna questa mostra è impossibile incasellarne l’opera nei classici “ismi” da manuale. Pur avendo assonanze con il movimento espressionista, per esempio, non lo si può definire tale, anche per il carattere impolitico di tutta la sua opera. «Munch si oppone deliberatamente a ciò che vede e conosce», nota il curatore. «In modo anarchico, si mette in contrasto con l’impressionismo, il simbolismo, il naturalismo per inventarsi una forma di espressione in rivolta con tutto ciò che sin dalla sua infanzia gli è stato presentato come regola sociale. È capace di staccarsi da tutte le convenzioni a cui ci avevano abituati gli artisti e i movimenti precedenti». (Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left

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Oltre l’Urlo. A Genova 120 opere di Munch

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 3, 2013

Munch Madonna, incisione

Munch Madonna, incisione

“Non si dovranno più dipingere interni con gente che legge o donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno uomini che vivono, che respirano, che sentono che soffrono, che amano” scriveva Edvard Munch nel 1889. In questo poche frasi è racchiusa tutta la sua poetica esistenzialista, nutrita con letture di Kierkegaard e di Nietzsche.

L’amore, la morte, la malattia, la soffocante ritualità sociale e poi il fascino femminile, avvertito come una forza trascinate e demonica dal pittore norvegese, erede del simbolismo e anticipatore di un uso antinaturalistico del colore che avrebbe presto fatto scuola fra gli espressionisti.

Tormentato, ossessionato dai fantasmi della religione in una Christiania (oggi Oslo) borghese e perbenista, eppure capace di un’arte audace e a suo modo vitale, nella rappresentazione di uomini e donne, presi nella trama delle passioni, corrosive eppure irrinunciabili. La produzione di Munch è amplissima e trecentossessanta gradi fu la sua sperimentazione fra pittura (che realizzava sempre all’aperto nonostante le rigide temperature) grafica e disegno, come abbiamo avuto modo di apprezzare nella doppia retrospettiva che Oslo  ha di recente dedicato a Munch per i 150 anni dalla sua nascita. (vedi  Gli spettri di Munch.)

Dal 6 novembre anche l’Italia entra nel circuito internazionale delle celebrazioni munchiane con una mostra curata da Marc Restellini in Palazzo Ducale a Genova, promossa dal Comune e prodotta da Arthemisia Group e 24 ORE Cultura. Direttore della Pinacotheque de Paris, Rastellini ha ideato l’antologica Edvard Munch ou l’Anti-Cri nel 2010 a Parigi  e con questa nuova iniziativa – che si avvale di un comitato  scientifico composto da Richard Shiff, Øyvind Storm Bjerke, Petra Pettersen e Ina Johannesen –  si propone di far conoscere la produzione di Munch forse meno nota al pubblico italiano, in particolare quella delle incisioni. In cui la fantasia del pittore si realizzata in poche forme essenziali e potenti.

Nella tradizione occidentale, specie quella italiana, le xilografie e le incisioni sono sempre state considerate una produzione “minore” rispetto alla pittura e l’opera grafica,specie nella tradizione rinascimentale tosco-emiliana è sempre stata considerata dagli artisti come propedeutica al quadro dipinto, come studio e fase preparatoria. Per Munch invece – spiega Restellini nel catalogo 24 ORE Cultura che accompagna la mostra – l’incisione veniva dopo la pittura e ne rappresentava il punto di approdo finale. L’appuntamento genovese, tuttavia, non delude gli appassionati della produzione pittorica di Munch squadernando in un percorso di 120 opere dell’artista norvegese, molte tele, dai primi quadri di paesaggio alle donne-madonne, dalle donne vampiro agli autoritratti, fino alle disincantate e amare variazioni sul tema del pittore e la modella degli ultimi anni.

Quadri inizialmente dai toni diafani, quasi evanescenti, un effetto che Munch produceva con quella che chiamava “la cura del cavallo” ovvero esponendo le tele alle intemperie e poi via via sempre più audaci nell’uso straniante e selvaggio del colore, per rappresentare stati d’animo che inondano la figurazione di cose e persone che, come nel celeberrimo Urlo, non hanno più niente di realistico in senso classico.

La mostra sarà visitabile fino al 27 aprile 2014. (Simona Maggiorelli)

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Yves Klein, la pittura sulla pelle

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, in Palazzo Ducale a Genova, una retrospettiva ricorda l’artista francese del blu oltremare e delle antopometrie realizzate intingendo le modelle nel colore

di Simona Maggiorelli

Yves Klein , antropometrie

Yves Klein, artista zen alle prese con la filosofia giapponese e con le mosse di judo (era cintura nera). Ma anche pittore affascinato dalla fisicità e dalla sensualità con performances realizzate intingendo splendide ragazze direttamente nel colore. Raffinato ricercatore nell’ambito dell’astrattismo e al tempo stesso imprendibile giullare delle arti visive che si divertiva ad emulare il tuffatore degli affreschi di Pompei e le prove di volo di Leonardo da Vinci in acrobatici fotomontaggi in cui sembrava librarsi dai cornicioni dei palazzi parigini

Alter ego di Piero Manzoni in scintillanti provocazioni con (finti) lingotti d’oro nascosti nella Senna sbeffeggiando la riduzione capitalistica dell’opera d’arte a pura merce

Ma anche, e al tempo stesso, esoterico alchimista di un blu oltremare che sfidava il blu di Giotto. E molto altro ancora. Nella sua breve vita, Yves Klein (Nizza, 28 aprile 1928 – Parigi, 6 giugno 1962) sperimentò a tutto raggio le potenzialità del suo poliedrico talento di pittore, scultore, performer, teorico dell’arte, filosofo e perfino compositore

Rielaborando in modo originale gli stimoli che coglieva viaggiando in Occidente e in Oriente. Così se dal Giappone più antico mutuò l’idea del judo come danza, vicina al Teatro No, dall’America anni Cinquanta mutuò l’idea di happening che punta a coinvolgere gli spettatori, facendone parte attiva dello spettacolo, tornato a Parigi, Klein ne fece la base e il laboratorio per la creazione di suggestive Antropometrie in cui silhouettes di donne diventavano segni, tracce, di evocative presenze femminili raccontate con pochi segni essenziali.

Quadri di grandi dimensioni che Yves Klein dipingeva stendendo per terra la tela alla maniera di Jackson Pollock. Come l’inventore dell’Action painting senza usare i pennelli. Ma in questo caso lasciando che le pitture astratte e colorate prendessero forma attraverso un dripping insolito: una sorta di danza delle modelle nude sulla tela. Mentre il gesto artistico, non più solitario, si faceva dialogo di gesti, incontro pubblico e collettivo, festa. Da qui, dalla ricerca artistica che Klein amava realizzare in gruppo, ma anche dal fascino che esercitava su di lui la dura dialettica del judo sono partiti Bruno Corà e il fondatore degli Archivi Klein di Parigi, Daniele Moquay, per  costruire il percorso della mostra Judo, teatro, corpo e pittura dal 6 giugno al 26 agosto  in Palazzo Ducale a Genova.

Yves Klein

A cinquant’anni dalla scomparsa dell’artista francese, e forte della bella retrospettiva che organizzò alcuni anni fa al Museo Pecci di Prato, Bruno Corà torna così a ripercorrere la folgorante parabola di Yves Klein che il critico e curatore nei suoi scritti compara a quella del poeta Rimbaud: «I due avevano una grande quantità di stimmati comuni», nota Corà, «Entrambi sono stati folgoranti meteore, entrambi cercarono una speciale fusione fra arte e vita. Ma ad avvicinarli è anche una certa insolenza, un orgoglio, una spavalderia d’azione» nota lo studioso tratteggiando un ritratto di Yves Klein come artista romantico che cercava di rappresentare l’invisibile. In primis indagando il colore come materia viva, espressiva di per sé. Sulla strada aperta da Kandinsky, ma anche affascinato dalla ricerca di assoluto che Malevich svolgeva con il bianco o il nero di grafite. E che Yves Klein traduceva in un blu denso, vibrante, «cosmico» e ieratico.

Da left-avvenimenti

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Un Mediterraneo pieno di storie

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2012

Nel suo nuovo libro lo storico David Abulafia traccia la prima “storia umana ” del Mediterraneo. Raccontando dei viaggiatori, marinai, commercanti, pirati che ne hanno percorso le acque. Ma non solo. Prendendo in considerazione  un arco di tempo amplissimo, che parte 22mila anni fa, lo storico dell’Università di Oxford dedica importanti capitoli alla preistoria e alle prime espressioni artistiche dei Sapiens.  Capitoli appassionanti sono dedicati poi alla rivoluzionaria civiltà minoica e a quella fenicia.

di Simona Maggiorelli

Affresco minoico

«Il Mediterraneo non è solo un meraviglioso eco-sistema che abbiamo eredito dalla natura, ma lungo un arco di tempo lunghissimo è stato uno straordinario bacino di incontri e di scambi, fra popoli e culture. Le sue acque sono state percorse in lungo e in largo, per secoli e secoli, da pescatori e mercanti, da pirati e guerrieri, ma anche da viaggiatori e studiosi mossi dal desiderio di conoscenza e di scoperta di ciò che era ancora ignoto», afferma David Abulafia, docente di storia del Mediterraneo ad Oxford e autore di numerosi saggi, fra cui Federico II (Einaudi) e il più recente La scoperta dell’umanità. Incontri atlantici nell’età di Colombo (Il Mulino), molto noti anche in Italia.

Tanto che il Festival la storia in piazza l scorso 30 marzo lo ha invitato a Genova per una conferenza sul suo ultimo libro The Great Sea uscito in Inghilterra nel 2011 per i tipi della Penguin e stranamente non ancora tradotto in italiano.

the grat sea di Abulafia

Un’opera ambiziosa e che ha avuto una vasta eco a livello internazionale. Anche perché, come recita il sotto titolo, si presenta come la prima «storia umana del Meditarraneo». Sfidando l’ortodossia degli approcci accademici ma anche la monumentale storia del Mediterraneo in più volumi scritta da Fernand Braudel.

In concreto David Abulafia tenta qui una storia del mare che unisce il Nordafrica all’Europa, mettendo fra parentesi i profili geografici, le vicende dei popoli stanziali nell’hinterland e le storie nazionali, per accendere i riflettori su tutti quei viaggiatori che, per scelta o per necessità, hanno percorso in lungo e il largo le sue acque. E se un maestro come Braudel ha studiato il Mare Nostrum come eco-sistema nel suo complesso concentrandosi su un quadrosincronico e sinottico, Abulafia ha scelto di muoversi, invece, lungo l’asse della diacronia, osando ripercorrere la storia del Mediterraneo lungo un tempo lunghissimo, che va da 22mila anni a.C. fino ai giorni d’oggi.

Per altro senza sorvolare sulla preistoria per correre a raccontare la civiltà moderna come se fosse l’unico approdo, il telos, il fine ultimo dello sviluppo umano e della civilizzazione. Così, abbandonando un’idea piramidale della storia, The Great Sea dedica ai capitoli più antichi della storia umana un rilievo che di solito non hanno nei libri di storia. Abufalia non tratta il paleolitico e il neolitico come l’epoche buie e “barbariche”, ma cerca di raccontarli – per quel che è dato sapere allo stadio attuale degli studi – come importanti momenti di evoluzione del Mediterraneo, sforzandosi di leggere il significato dei più antichi reperti fin qui ritrovati per poi dedicare ampio spazio alle molteplici espressioni artistiche della cultura minoica e a quelle provenienti dalla Mesopotamia.

1600 a.C Donna detta la Parigina, forse Persiana

«In questo quadro Creta» afferma Abulafia «fu la prima articolata e complessa civiltà del Mediterraneo; una civiltà straordinariamente colta, ricca, urbana. E i Cretesi, come i Fenici, navigarono moltissimo. Lo stesso Tucidide racconta che Minosse fu il primo ad avere una grande flotta. Non chiudendosi in sé stessi i Cretesi entrarono in contatto con molte culture diverse e seppero utilizzare questi incontri per elaborare un’arte e una propria cultura, dalla forte identità». E gli effetti furono presto tangibili. Basta fare qualche elementare confronto. «Mentre la cultura egizia, che fu sempre molto autocentrata, sviluppò nei secoli un’arte che tende a ripetere stili e motivi, quella minoica» sottolinea Abulafia, «attraversò fasi diverse, fu sempre “in movimento”, alla ricerca del nuovo».

Così il docente di Oxford ricostruisce la storia dei primi insediamenti a Knosso risalenti al neolitico, ricostruendo passo dopo passo lo sviluppo di uno stile minoico indipendente e dalla forte impronta originale. «Prima della fine del III millennio i disegni delle ceramiche di Creta erano completamente estranei alle modalità che si ritrovano nelle regioni vicine», fa notare Abulafia. E aggiunge: «Se poi guardiamo alla ceramica del periodo noto come minoico antico e quella risalente al 2600-2300 a.C, osserveremo che è particolarmente sottile e finemente lavorata, mentre quella coeva che troviamo, per esempio, in Anatolia è ancora assai rozza». Inoltre i Cretesi non producevano solo ceramica ma anche sculture preziose in avorio e affreschi, «segno di una elite cretese desiderosa di affermarsi anche attraverso oggetti d’arte e dimore che la rappresentassero» suggerisce lo storico inglese, facendo notare che gli scambi e il commercio dei Cretesi furono molto intensi specie con le regioni che corrispondono all’odierna Siria, dalla quale, per esempio, importarono motivi pittorici e decorativi con figure leonine ma declinandoli in modo nuovo. «Creta fu un raffinato crocevia di molte e differenti culture, attirando molti migranti. I Minoici», ribadisce Abulafia, «furono un popolo cosmopolita e questa apertura mentale verso il diverso da sé fu un potente motore di sviluppo». E i risultati di questa forma mentis non ebbero ricadute positive solo su Creta. «I viaggiatori cretesi, di fatto, determinarono la centralità del Mediterraneo e ne fecero un polo di attrazione anche per Asia. Ma la fitta rete di scambi che seppero imbastire regalò centralità anche alla Sicilia e a Cartagine che diventarono così importanti snodi». Ma anche l’area che corrisponde alla Siria di oggi e all’attuale Libano, come è noto, ebbero un’importanza fondamentale per lo sviluppo del Mediterraneo. «Ugarit, in particolare»,ci ricorda l’autore di The Great Sea, «fu un vivace centro commerciale attivo fin dal III millennio. Mentre L’Egitto fu la porta della Mesopotamia».

da left-avvenimenti

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Viaggio nella luce

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 18, 2011

di Simona Maggiorelli

Van Gogh, Il seminatore di Arles

«Ovunque c’è oro antico, bronzo, rame e tutto ciò con il verde azzurro, intensissimo del cielo offre un colore armonioso all’estremo, con tonalità frante alla Delacroix…» scriveva Vincent van Gogh al fratello Theo, nel 1888 da quel Midi che aveva a lungo agognato, come risveglio del colore e della creatività, dopo un cupo periodo di crisi.

Erano gli anni in cui il pittore olandese ancora sognava di poter dare vita a un collettivo di artisti, per dipingere insieme nella luce squillante della Provenza, portando avanti ognuno la propria ricerca, ma lontano dallo sguardo freddo  di commercianti e detrattori. «Se Gauguin volesse raggiungerci, credo, avremmo fatto un passo avanti», annotava ancora in quella famosa lettera. «Potremmo così essere riconosciuti come i pittori del Sud e nessuno avrebbe nulla da ridire».

progetto che dopo i primi scontri con Gauguin, sarebbe presto naufragato. Ma Van Gogh, intanto, continuava con un ardore quasi furioso a cercare compattezza nel colore in opere potenti e visionarie che- lui stesso ammetteva – ammazzavano tutte le sue precedenti. Così rendeva d’un tratto superata la tiepida visione inpressionista che Van Gogh, del resto, non aveva mai amato. Proprio a Arles, quel raptus creativo che lo portava a incendiare le tele di colore, toccò un acme irripetibile. In pochissimo tempo van Gogh realizzò capolavori, in cui le forme prendevano vita dal solo colore, senza ricorrere a linee di contorno. Capolavori come l’inquieto autoritratto del 1888 e l’abbagliante Seminatore, tele che dallo scorso 12 novem al 15 aprile ( con apertura straordinaria fino alle tre del mattino per l’ultimo dell’anno)   sono in  mostra a Genova, insieme a un importante selezione di quadri del genio olandese provenienti dai Musei di Amsterdam e di Otterlo. Il curatore Marco Goldin ha lavorato anni per riuscire ad ottenerne il prestito.

Gauguin, Da dove veniamo?

Nelle sale di Palazzo Ducale adesso campeggiano accanto a tele di Guaguin come il dipinto “testamento” Da dove veniamo? (1897-98) che il Museo di Boston non aveva concesso nemmeno alla Tate per l’antologica dell’anno scorso dedicata al pittore francese. L’idea di Goldin era di realizzare una grande esposizione che indagasse il tema del viaggio in pittura, inteso come ricerca, soprattutto interiore.

Il risultato è questa spettacolare mostra genovese dal titolo  Van Gogh e il viaggio di Gauguin, (prodotta da Linea d’ombra) in cui, accanto alle opere dei due maestri realizzate rispettivamente ad Arles e nella lontana Thaiti, s’incontrano testimonianze del viaggio nella luce che Monet fece in assoluta solitudine nel 1884, scendendo verso la costa del Mediterraneo, alla scoperta di un colore che richiederebbe «una tavolozza di diamanti». Per rappresentare un altro tipo di viaggio nel colore, questa volta tutto di fantasia, Goldin ha scelto le improvvisazioni “musicali” di Kandinsky e tele degli artisti del Cavaliere azzurro. E ancora il silenzioso tuffo nel colore di Rothko e le prime sperimentazioni dei pittori della Scuola di New York, per arrivare ai più prosaici viaggi nell’America selvaggia di un lungo stuolo di artisti americani fino agli aridi e desolati paesaggi interiori di Hopper.

da left-avvenimenti

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A Genova, l’Africa delle meraviglie

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 4, 2011

maschera Wé

Lo straordinario Museo dell’Uomo di Parigi, il Musée du Quai Branly, ha cambiato, in poco tempo il modo di concepire i musei d’arte impropriamente detta “etnica” o “primitiva” in Europa. Di fatto quello progettato dall’architetto Jean Nouvel, dall’inaugurazione nel 2006 a oggi, ha già fatto scuola con il suo suggestivo allestimento in cui antico e ultramoderno si poteniano l’un l’altro per far passare i messaggi di culture scomparse o che si sono trasformate in “altro” nel corso della storia.

Ma il Musée du Quai Branly ha fatto scuola anche con il suo intelligenteuso della multimedialità per contestualizzare i reperti antichi e per il forte appeal scenografico dei percorsi espositivi. Un tratto che, accanto alla cura scientifica dei contenuti ritroviamo esplicitamente richiamato nella mostra L’Africa delle meraviglie  aperta fino al 5 giugno 2011.

In Palazzo Ducale e in Castello d’Albertis, infatti, gli antropologi Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano, con la collaborazione del filosofo Marc Augé hanno costruito un articolato percorso scandito da rosso bianco e nero ( i colori per antonomasia dell’arte africana) per presentare per la prima volta al pubblico centinaia di maschere, sculture, totem ma anche oggetti di uso quotidiano provenienti da aree geografiche e temporali diverse dell’Africa Subsahariana e conservati in collezioni rivate italiane.

Reperti che ci raccontano dell’arte raffinata di tribù africane del Mali, del Congo, della Costa d’Avorio, del Camerun, ma anche oggetti da cui è possibile ricostruire importanti pagine di microstoria. Così come proseguimento ideale del “2010 anno dell’Africa”, in cui si sono celebrati  i cinquant’anni della decolonizzazione (anche se come fanno notare i curatori in Italia pochi sembrano essersene accorti) ecco l’occasione per conoscere più da vicino culture africane antiche, per godere della bellezza di questi importanti reperti che sono anchespia dei rapporti che l’Occidente e l’Italia in particolare hanno avuto con l’Africa. «Perché collezionare- avvertono i curatori- è molto più che raccogliere oggetti, è un modo di dar forma al mondo, di gettare uno sguardo sull’Altro,di costruire un microcosmo fra reale e immaginario che parla tanto degli altri quanto di noi». E se al centro dell’attenzione nei due blasonati palazzi genovesi sono le arti africane, è anche vero che le collezioni sono italiane e sarà come vedersi allo specchio. «Succede così- concludono i curatori- che nel parlare dell’Africa, parliamo anche di noi, di un certo modo di vedere lecose e il mondo. Nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia può essere un altro modo imprevisto e imprevedibile di rileggere la nostra storia».

dal settimanale  left-avvenimenti

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L’oro e il blu del Mediterraneo

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2011

Da Cézanne a van Gogh, tutti i colori del Mare nostrum a Genova

di Simona Maggiorelli

Van Gogh dal Museo di Otterlo

Un colore azzurro, sempre cangiante, che non ci si stanca mai di guardare. Così Vincent van Gogh raccontava il Mar Mediterraneo, dalla Provenza, dove si era rifugiato in cerca di calore e di ispirazione, con il sogno di poter dar vita – con Paul Gauguin e altri pittori- a una sorta di comune in cui il lavoro creativo diventasse condiviso e maggiore fosse la possibilità di resistere agli attacchi di chi, invece, non capiva il senso di quella loro radicale e innovativa ricerca. «Questo mare – scriveva il pittore olandese – non sai mai se sia verde o viola, non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha già assunto una tinta rosa o grigia». E con pennellate via via sempre più materiche e vorticose, sperimentando arditamente con i colori per renderli più espressivi, cercava di tradurre su tela quell’incessante movimento di onde e colori, che avvertiva come qualcosa di profondamente suo, quasi fosse un riflesso del suo mondo interiore.

Prima e dopo van Gogh, il Mediterraneo ha conosciuto molti altri artisti viaggiatori, anche illustri. Ma nessuno aveva mai avuto il suo ardire nel rappresentarlo. Forse anche per questo Marco Goldin ha voluto alcune delle tele che van Gogh dipinse in Provenza a fare da nerbo a questa bella mostra genovese Mediterraneo. Da Courbet a Monet a Matisse organizzata con Linea d’Ombra e aperta fino al primo maggio 2011 in Palazzo Ducale.

Cézanne, Saint Victoire

Un’esposizione evento – come ormai Goldin ci ha abituati – che inanella una straordinaria serie di capolavori, tra i quali una poco conosciuta variante della Sainte Victoire di Cézanne, il Carnevale di Nizza di Matisse e un insolitamente solare Mattino sulla promenade di Munch. Tela questa, come molte altre qui esposte, che con lungo lavoro il curatore veneto è riuscito a rintracciare in collezioni private e a farsi prestare. Accanto, fra le ottanta opere selezionate, ritroviamo dipinti di Braque e altri graditi ritorni dalle precedenti esposizioni che Goldin, negli anni, ha realizzato intorno al tema della luce e del colore del Mediterraneo. Ritroviamo così le esplosioni cromatiche dei Fauves e le variazioni impressioniste di Monet. e a questo punto il discorso della mostra si allarga, andando indietro nel tempo, fino alle visionarie marine dei romantici Turner e di Friedrich. Invitando anche a rileggere il realismo di Courbet.

da left-avvenimenti 10 dicembre 2010

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