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L’arte rupestre scoperta da Frobenius, che ispirò l’avanguardia. Al @GropiusBau

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 12, 2016

Aquarell von Leo Frobenius, 1929 © Frobenius-Institut

Aquarell von Leo Frobenius, 1929
© Frobenius-Institut

Figure umane stilizzate, rese con pochi tratti essenziali, danzano in cerchio, oppure appaiono sedute in pose rilassate, come se stessero assistendo a uno spettacolo. Le gambe sono linee lunghissime o sintetizzate in un ricciolo elegante, quando accovacciate. In altre scene ambientate in mezzo alla natura, intorno a una sorta di “forno” primitivo, appaiono uomini e donne con dei bambini. Sembra una scena di festa. La didascalia e la scheda ci parlano di un rito sciamanico, evidenziando l’ampia tunica che riveste la figura centrale.

Colpisce che non ci siano segni di guerra o di violenza in questa serie di graffiti perlopiù risalenti al neolitico, copiati dal vero da pittori che presero parte alle spedizioni africane dell’etnologo tra il 1913 e il 1939.

Zimbabwe, 8.000-2.000 copiato da Mannsfeld, 1929 © Frobenius-Institut

Zimbabwe,
8.000-2.000 copiato da Mannsfeld, 1929
© Frobenius-Institut

Per lungo tempo, anche dopo la diffusione della fotografia, le scoperte di pitture e incisioni rupestri in Europa, in Africa e in altri continenti (lo stesso Frobenius andò anche in Indonesia) furono raccontate attraverso bozzetti e schizzi. Suggestivi, per esempio, sono quelli che Henri Breuil realizzò ad Altamira e nelle grotte della Dordogna. Ma qui siamo davanti a qualcosa di diverso: questi 500 schizzi e bozzetti che fanno parte della collezione Frobenius (fino al 16 maggio 2016 in mostra al Martin Gropius Bau di Berlino) non sono dei calchi o delle pedisseque copie documentali.

Per rendere su carta l’emozionante effetto che i graffiti preistorici facevano sulla roccia scabra e accidentata, i pittori ingaggiati dall’etnologo tedesco inventarono di volta in volta soluzioni estetiche e creative. Ognuno con un proprio stile, con una propria cifra, nel tratto e, talvolta, nella scelta dei colori. Il risultato finale sono esperimenti originali che costituiscono un unicum nella storia dell’arte. Quelle opere “d’occasione”, che poi andarono in tour in Europa e furono esposte in una trentina di città americane, rappresentarono un punto di svolta nei percorsi personali di chi le aveva realizzate aprendoli alla ricerca. Intanto cresceva l’interesse degli artisti d’avanguardia come Matisse e Picasso per il “primitivo”, per la bellezza della scultura negra che non seguiva i canoni neoclassici, ma anche per l’arte del paleolitico dopo la scoperte delle pitture rupestri di Altamira. Al punto che Picasso sembra abbia commentato: «Dopo Altamira tutto è decadenza». Vero o non vero che sia, restano i suoi tori essenziali, ridotti a sola linea, a dirci quanto avesse amato quelli gialli e rossi di Altamira e l’arte primitiva spagnola. E non fu il solo. Anche i pittori della scuola di New York si interessarono alla rock art. A cominciare da Pollock che giovanissimo si era innamorato dell’arte dei nativi americani. (Simona Maggiorelli, Left

 Aquarell von Elisabet Mannfeld, 1929 © Frobenius-Institut


Aquarell von Elisabet Mannfeld, 1929 © Frobenius-Institut

 

 Chi era Leo Frobenius

 Personaggio singolare Leo Frobenius, che per portare avanti le proprie ricerche e radunare la sua straordinaria collezione di disegni che documentano l’arte rupestre nel mondo accetto anche incarichi a rischio  che non rientravano nella sua professione di etnologo. Una notte del 1915, durante la prima guerra mondiale, vestito come un arabo salì clandestinamente a bordo della nave francese Desaix al porto di Massaua, Eritrea, attraverso un percorso insolito, quello delle latrine. I servizi segreti di mezza Europa vennero a sapere così che l’archeologo tedesco e antropologo Leo Frobenius sotto copertura tentava di attraversare il Mar Rosso con una missione segreta: provocare una sollevazione delle tribù africane contro i nemici della Germania.

In questo ruolo di insolito agente segreto Frobenius riuscì  a raggiungere l’Etiopia. Ma era anche finito in Egitto, dove fu  preso per ladro e messo in prigione. A spingerlo a intraprendere queste spedizioni grottesche non era però il suo patriottismo guerra. Quello che Frobenius cercava, anche con la sua attività di spia, erano reperti per la sue sue ricerche sull’arte paleolitica.

 Begräbnisszene mit Mumie im Ochsenfell Mumie im Ochsenfell Simbabwe, Rusape Distrikt, Fishervall-Springsfarm 8.000-2.000 v.Chr. Aquarell von Joachim Lutz und Leo Frobenius, 1929 © Frobenius-Institut

Zimbabwe, 8mila a.CAquarell von Lutz und Frobenius, 1929 © Frobenius-Institut

Viktor Leo Frobenius (1873-1938) era stato allievo di Ratzel e insegnò all’Università di Francoforte, facendo 12 spedizioni in Africa tra il 1904 e il 1935. negli anni raccolse molto materiale etnografico che divenne la base della teoria della Kulturkreis, che considera la cultura come un organismo vivente che si sviluppa secondo le proprie leggi “biologiche”, sviluppando ciò che c’è in origine. In questo modo cercava di dare basi materiali alla sua idea della creatività arcaica, una dimensione creativa che esiste nei Sapiens fin dall’origine della specie. Questa sua idea che si contrapponeva al crescente razzismo, contrastava però contrastava con teoria dell’evoluzione , per questo incontrò molte difficoltà istituzionali impigliandosi in faccende burocratiche e accademiche con le amministrazioni di Guglielmo II, la Repubblica di Weimar mentre nel 1937, la mostra “Arte degenerata” voluta da Hitler in Germania, ha ottenuto un finanziamento ufficiale per esporre alcune delle loro scoperte a New York.

“Oggi è del tutto evidente che la diffusione di questa arte preistorica esercitato una forte influenza sul avanguardia e soprattutto l’arte del XX secolo”, dice il curatore della mostra del Gropius Bau Richard Kuba “parliamo di opere che non possono essere qualificate come mere manifestazioni di una cultura sciamanica negando l’evidenza  deld loro valore estetico indiscutibile.  Esiste un’ arte anche 38.000 anni fa “. “Queste immagini hanno mostrato che l’uomo preistorico non era brutale e ottuso. Da quel momento  l’Africa,  che era sttaa considerata un continente astorica ha cominciato ad essere guardata dagli studiosi come la culla della civiltà. E questo è stato un grande cambiamento culturale “, sottolinea il direttore del Frobenius Institute, Karl-Heinz Kohl.

Spesso Frobenius  vendeva i materiali raccolti in precedenti spedizioni per finanziare quelle successive. Tanto che negli annali della intelligence britannica si legge: “la sua reputazione scientifica è mediocre come l’onore della sua condotta”, ma i campioni di arte del Paleolitico che riuscì a raccogliere costituiscono il primo capitolo della storia dell’arte universale.

Simona Maggiorelli

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Le pitture ruprestri furono realizzate da donne

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 14, 2013

Chauvet, cave art

Chauvet, cave art

di Simona Maggiorelli

“Gran parte delle pitture rupestri preistoriche furono realizzate da esponenti del genere femminile: lo rivela una nuova ricerca che ribalta decenni di supposizioni archeologiche” scrive la rivista del National Geograhic, sconfessando quanto hanno sostenuto “per molto tempo gli studiosi che hanno creduto che i primi paleo-artisti fossero uomini”.

Lo aveva ipotizzato già  qualche anno fa lo psichiatra Massimo Fagioli e ora l’archeologo Dean Snow, docente della Pennsylvania State University, porta delle prove documentali a sostegno di questa affascinante ipotesi che restituisce alle donne un ruolo importante nella storia dell’arte, nei secoli in Occidente punteggiata quasi esclusivamente da pittori e scultori di sesso meschile, che fin da ragazzini potevano andare a studiare a bottega e che erano autorizzati a sviluppare il proprio talento.

Ma torniamo alla ricerca di Dean Snow , sostenuta dai fondi del Committee for Research and Exploration della National Geographic Society. Lo studioso ha analizzato le impronte di mani lasciate sulle pareti di otto grotte francesi e spagnole: confrontando le lunghezze di alcune dita, Snow ha potuto stabilire che tre quarti delle impronte sono state lasciate da mani femminili.

“Per lungo tempo c’è stato un forte pregiudizio maschile nella letteratura scientifica”, ha spiegato Snow alla rivista del National Geographic . “Molte persone hanno fatto delle supposizioni del tutto immotivate sugli autori di queste opere, e sul perché venivano eseguite”.

Nelle grotte non solo della Francia e della Spagna ma anche del Messico e di altre parti del mondo sono state trovate  nel corso degli anni centinaia di contorni di mani realizzati con la tecnica a stencil. Ma il fatto che soprattutto nelle pitture ruperestri del paleolitico comparissero raffigurazioni naturalistiche di  animali da caccia,  bisonti e renne e poi cavalli e mammut aveva sempre fatto pensare antropologi e archeologi che si trattasse di pitture propiziatorie o ricreazioni di momenti di caccia eseguite dagli stessi cacciatori uomini. Senza considerare che proprio nella divisione del lavoro e dei ruoli le donne, dovendo allevare i bambini, con ogni probabilità trascorrevano nelle grotte molto più tempo dei maschi che avevano il compito di procacciare il cibo.

Altamira

Altamira

“Nella maggior parte delle società di cacciatori – raccoglitori, sono gli uomini che si occupano della caccia, ma molto spesso sono le donne che trasportano le prede al campo, per questo sono molto attente ai risultati della caccia”, ha detto Snow intervistato dalla rivista americana. Ma al di là delle congetture, ciò che appare più imteressante è lo studio che l’archeologo americano ha fatto sulle impronte lasciate dagli antichissimi autori delle pitture ruprestri, e alcune come quelle di Chauvet e Peach Merle rislaenti a 40mila -32mila anni fa . Molte di esse sono di piccole dimensioni, paragonabili a quelle di mani femminili, nota Snow nel suo studio che sta per uscire sulla rivista American Antiquity.

L’articolo apparso sulla rivista del National Geographic offre anche qualche elemento per capire il percorso che ha portato Snow alla sua scoperta:  Il suo studio  è iniziato più di dieci anni fa quando si è imbattuto nel lavoro di John Manning, un biologo britannico che aveva scoperto che uomini e donne differiscono nelle relative lunghezze delle dita:” le donne tendono ad avere anulare e indice della stessa lunghezza, mentre negli uomini l’anulare è più lungo rispetto all’indice”. Un giorno, dopo aver letto gli studi di Manning, Snow ha dato un’occhiata a un vecchio libro di pitture rupestri.” Sulla copertina del libro c’era lo stencil colorato di una mano della famosa grotta di Pech Merle nel sud della Francia. “Ho guardato quell’immagine e ho pensato, se veramente Manning sa quel che dice, allora è quasi certamente una mano femminile”, ha raccontato Snow.  Che ha esaminato centinaia di stencil di grotte europee, ma la maggior parte erano troppo sbiadite per venire utilizzate nell’analisi. Lo studio include le misure di trentadue stencil, di cui sedici provenienti dalla grotta di El Castillo in Spagna, sei dalle grotte di Gargas e cinque da Pech Merle, entrambe in Francia.

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Dalla cave art i graffiti di Janet Abramowicz

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 15, 2013

Janet Abramowicz, Autumn in Venetian red

Janet Abramowicz, Autumn in Venetian red

 E’ stata allieva e biografa di Giorgio Morandi. Ed è una raffinata artista dell’incisione e della grafica. Una selezione di opere di Janet Abramowicz in mostra in Palazzo Poli a Roma, fino al 30 giugno

di Simona Maggiorelli

La sua The art of silence pubblicata dalla Yale university press è una delle biografie più esaustive di Giorgio Morandi. E forse anche la più intima e sensibile. Dacché per scriverla la pittrice Janet Abramowicz non ha attinto solo ai documenti e alla letteratura critica ma anche a preziose memorie degli anni trascorsi al fianco del pittore emiliano di cui è stata allieva e stretta collaboratrice all’Accademia di belle arti di Bologna negli anni Cinquanta.

Facendo tesoro, in prima persona come artista, della lezione morandiana nel cercare un’originale fusione fra tradizione e innovazione in opere astratte dalle forme appena accennate, evanescenti. In composizioni altamente poetiche di forme stilizzate. Realizzate con una tavolozza diafana e radiosa analoga a quella di Morandi oppure ardente di terre e arancio come nell’arte aborigena.

Janet AbramowiczPiù spesso con tonalità drammaticamente grigie e nere come in certe opere di Pollock e in esperimenti di altri protagonisti dell’informale. E in quell’ambito di ricerca newyorkese, cosmopolita, affascinato dalle culture “primitive” e orientali affondano le radici dell’americana Janet Abramowicz, che spazia a tutto raggio fra pittura, collage, disegno e incisione. Alla sua produzione grafica, in particolare, è dedicata la mostra romana Janet Abramowicz, motion and vision, aperta fino al 30 giugno nelle sale di Palazzo Poli (sede dell’Istituto nazionale della grafica).

I curatori Fabio Fiorani e Gabriella Pace per questa occasione hanno selezionato una serie di opere di grande impatto emotivo in cui, con la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta, Abramowicz crea libere composizioni di forme astratte, delineate con un tratto sottile e vibrante. Sul fondo arancio, marrone chiaro oppure color cipria (proprio quello di Morandi) Abramowicz dissemina una vitale trama di segni bianchi, neri e azzurri che, specie nella serie Kyoto Garden, evocano il ricordo di eleganti stampe giapponesi.

Janet Abramowicz

Janet Abramowicz

E più profondamente sembrano richiamare la memoria di antichissimi graffiti, di pitture rupestri che ci parlano di una creatività umana, piena e matura, fin dalle origini della nostra specie. I titoli stessi di alcune opere – Spiral tombs, Grottos, Ancient Sites – suggeriscono un nesso stringente con la Cave art di tradizione europea, a cominciare dai magnifici affreschi conservati a Lascaux, di cui Abramowicz sembra ricreare le stilizzate figure umane in segni se possibile ancor più magnetici ed essenziali.

E certamente, come accennavamo, in queste opere polisemiche si può leggere un richiamo all’antichissima tradizione grafica giapponese secondo la quale ogni gesto d’artista è un movimento di energia e ogni segno tracciato sulla carta (tela, seta ecc.) deve saper trasmettere lo stato vitale del suo autore. Un flusso di energia che si fa vorticoso nella serie Fields of battle in cui l’uso del pastello nero e del carboncino rende l’opera più materica. Al centro segni cifrati e paesaggi misteriosi in cui ci sembra di poter ravvisare un avvicinamento di Abramowicz all’opera grafica di Wols, ma forse anche all’estetica della Transavanguardia.

(Altre opere di Janet Abramowicz sul suo sitojanetabramowicz.com)

da left avvenimenti

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Viaggio in 3D nell’arte preistorica

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 5, 2012

Parte da Bordeaux una mostra itinerante che riproduce, con strumenti di alta tecnologia, le straordinarie pitture rupestri della grotta di Lascaux,  chiusa al pubblico dal 1963

di Simona Maggiorelli

Lascaux, mostra in 3D

Dal 1963 le grotte di Lascaux non sono più visitabili. La cosiddetta Cappella Sistina del Paleolitico, che era stata scoperta nel 1940 da quattro ragazzi vicino a Montignac, fu chiusa al pubblico per tentare di rimediare ai guasti provocati da migliaia di visitatori che nel corso di vent’anni, con la loro semplice presenza e il respiro, avevano irrimediabilmente alterato il microclima di questa straordinaria grotta dipinta della Dordogna francese, risalente a 15mila anni fa.

Uno sciagurato impianto di refrigerazione aveva completato il danno e le pitture si sono ricoperte di muffe. Tanto che l’Unesco ha più volte minacciato di inserire Lascaux nella lista dei beni patrimonio dell’umanità a rischio di sopravvivenza.

Nel frattempo, mentre team di esperti sono impegnati in delicate operazioni di restauro, l’assoluta necessità di tutela di queste splendide pitture rupestri, non poteva non andare di pari passo con un’esigenza di conoscenza e di divulgazione scientifica. Da qui è nata l’iniziativa Lascaux in 3D, una mostra itinerante, prodotta dalla Dordogna e dalla Regione dell’Aquitania, che è stata inaugurata il 13 ottobre scorso a Bordeaux e che agli inizi dell’anno prossimo partirà per un lungo tour negli Stati Uniti, in Canada e in Asia. Una mostra kolossal che in ottocento metri quadrati di esposizione squaderna una serie di riproduzioni minuziose e tecnicamente avanzatissime dei più importanti “affreschi” di Lascaux. Mentre la regia di Olivier Retout cerca di ricreare l’immersione nelle atmosfere silenziose della grotta e il gioco di luci e ombre delle torce che gli artisti della preistoria usavano per illuminare le pareti su cui ancora oggi campeggiano affascinanti e complesse composizioni di animali e segni astratti.

Tori, bisonti, uri giganteschi, ma anche elegantissimi cavalli, come la coppia dei cosiddetti “cavalli cinesi”, essenziali nella forma e quasi stilizzati. E poi animali immaginifici come liocorni, frutto della fantasia di donne e uomini che dipinsero Lascaux sfruttandone l’andamento parietale, le rientranze e le estroflessioni per determinare effetti prospettici e dare tridimensionalità alle figure, con una piena padronanza, anche estetica, dello spazio. Accanto a queste vivide rappresentazioni di animali, più o meno realistiche, la mostra di Bordeaux documenta anche la presenza nel pozzo di Lascaux di un’immagine misteriosa ed estremamente sintetica di essere umano, la sagoma di un “uomo uccello” che si scontra con un bisonte impetuoso: è questa l’unica scena “narrativa” della grotta, sulla cui interpretazione sono stati versati fiumi di inchiostro senza che si sia arrivati ancora a una lettura certa. «I nostri antenacultura ti del paleolitico avevano una realtà interiore complessa e raffinata nonostante il loro stile di vita “primitivo”», scrive l’antropologo Ian Tattersall, curatore dell’American Museum of Natural history di New York, nel suo nuovo libro Masters of the planet uscito nel 2012 negli Usa e sarà tradotto e pubblicato in Italia da Codice edizioni.

«Decine di millenni fa vivevano persone che non costruivano case né coltivavano i campi ma erano capaci di bellissime pitture», racconta lo studioso. «Ma per quanto noi abbiamo a disposizione materiali eccezionali che si sono conservati nel tempo e che testimoniano della grande forza creativa dei nostri antenati non sappiamo realmente quali fossero i valori e i messaggi che volevano esprimere attraverso le pitture rupestri. Quello che possiamo affermare invece con certezza – sottolinea Tattersall – è che avevano una mente creativa già pienamente sviluppata. Lo deduciamo dalla qualità anche estetica di questi affreschi in cui rappresentazioni realistiche di animali, tratteggiati con perizia e forza espressiva, sono mescolate a motivi geometrici, figure stilizzate, linee e segni. Segni che venivano giustapposti in modi raffinati e complessi». Ogni immagine nelle grotte di Lascaux, realistica o geometrica che sia, «esprime un senso che va al di là della sua mera forma», ribadisce Tattersall, autore di molti studi sull’arte preistorica e di testi di antropologia come Il mondo prima della storia Raffaello Cortina) e Il cammino dell’uomo. Perché siamo diversi dagli altri animali (Garzanti). «Quelle espressioni artistiche significavano qualcosa di molto più profondo rispetto a ciò che siamo in grado di rilevare  oggi direttamente», dice riprendendo i fili di una lunga intervista rilasciata a left nel gennaio scorso. Con la forza di un linguaggio per immagini creativo e irrazionale, gli artisti del paleolitico riuscivano ad esprimere valori universali. «E questa è una delle ragioni per cui l’arte preistorica risuona dentro di noi profondamente» conclude lo studioso. «Per quanto l’arte abbia conosciuto differenze infinite, per quanto la cultura abbia attraversato fasi di espressione diverse nei millenni, è una cosa che unisce tutti gli esseri umani a qualsiasi epoca appartengano. È che ci distingue dagli animali».

da Left-Avvenimenti

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Il salto culturale dei sapiens

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 20, 2012

Nessun gene dell’egoismo o della creatività. Alle origini del linguaggio, un processo evolutivo, in cui contano le relazioni umane. Parla Telmo Pievani, ospite del Festival della mente di Sarzana

di Simona Maggiorelli

Pitture rupestri, Chauvet, 32mila anni fa

Come nasce il linguaggio umano? Su questo annoso e affascinante tema il filosofo della scienza Telmo Pievani ( con Emanuele Banfi e Federico Albano Leoni)ha promosso un confronto fra linguisti e neuroscienziati all’università Bicocca di Milano. Left gli ha chiesto di fare il punto sui risultati del dibattito che ha coinvolto un parterre internazionale di scienziati. A settembre su questi temi lo studioso terrà una lectio magistrali al Festival della mente di Sarzana

Professor Pievani sui media, di recente, si fantastica di un gene dell’egoismo o dell’altruismo. Non si può pensare, piuttosto, che la maturazione cerebrale avvenga in relazione a stimoli ambientali, sociali, di rapporto? 

Suggerisco di diffidare sempre delle notizie del tipo “Scoperto il gene di”. Non ha più alcun senso ritenere che comportamenti sociali complessi abbiano una determinazione genetica lineare di questo tipo. Persino per il colore della pelle occorre un intero network di geni interconnessi, figuriamoci per l’egoismo o l’altruismo. Il genoma è la filigrana della vita, non un oracolo interno, né un surrogato dell’anima; è una componente di un sistema, non un’essenza senza tempo né contesto. La maturazione cerebrale, che avviene per una parte dopo la nascita (i nostri cuccioli nascono fragili e immaturi) è soggetta sia a un’impronta genetica ereditaria sia a influenze ambientali, sociali, familiari. In un intreccio inestricabile di innato e acquisito.

Nello sviluppo del linguaggio è importante il rapporto con la madre, lei scrive. Non a caso Kaspar Hauser e i “bambini lupo” cresciuti fuori dal rapporto umano non parlano. Tuttavia il bambino non è una tavoletta di cera…
Il linguaggio umano deve essersi evoluto nel genere Homo con un processo continuativo, se non vogliamo ricorrere a tesi miracolistiche o rassegnarci al mistero. Ma non abbiamo ancora modelli evoluzionistici adeguati per ricostruire questa dinamica. Anche se indizi ora vengono da ricerche di etologia cognitiva e paleoantropologia. E qui occorre distinguere tra filogenesi e ontogenesi: tra evoluzione delle specie e sviluppo individuale. Il rapporto con la madre è certo decisivo per lo sviluppo del linguaggio verbale. Ma la novità è un’altra. Anche negli studi che riguardano la filogenesi, noi sappiamo adesso che forse l’ambiente ideale per le sperimentazioni necessarie all’evoluzione del linguaggio non è stato solo il coordinamento per la caccia ma anche l’interazione tra madri e piccoli, come sostenne già anni fa Ian Tattersall e come ha scritto Dean Falk in Lingua madre. Dunque anche il linguaggio potrebbe essere legato all’allungamento dell’infanzia e dell’ adolescenza nei sapiens, che è maggiore rispetto a ciò che accade in scimpanzé e gorilla ma anche rispetto alle altre specie del genere Homo.

La fantasia, la capacità di immaginare, è specifica e originaria dell’essere umano?
Direi di sì, almeno da quanto vediamo dalla nascita del comportamento umano “cognitivamente moderno”, intorno a 40-50mila anni fa. Dopo le prime avvisaglie in Africa, l’innovazione sembra diffondersi con grande rapidità, facendo esplodere nei cacciatori raccoglitori sapiens (dall’Europa all’Australia) comportamenti del tutto inediti, cioè pitture rupestri, sepolture rituali, ornamenti, strumenti musicali, sculture, nuove tecnologie litiche. Le caratteristiche di questo cambiamento, forse portato da una popolazione di sapiens uscita dall’Africa circa 60mila anni fa (di cui conosciamo alcuni marcatori genetici), lasciano supporre che sia stata un’evoluzione culturale, più che biologica. E l’innesco di questa intelligenza simbolica potrebbe essere stato proprio il completamento del tratto vocale umano e lo sviluppo del linguaggio articolato tipicamente sapiens, con le sue proprietà ricorsive e astrattive che hanno aperto alla nostra mente nuove possibilità. Lì abbiamo imparato a inventare mondi alternativi nella nostra testa, e a condividerli con i compagni del gruppo. Ancora oggi nello sviluppo individuale, anche se spesso si fa di tutto per mortificarla, credo che la capacità di immaginare altri mondi possibili, scenari alternativi, sia il modo migliore per onorare la nostra evoluzione sapiens.
Negli studi sull’origine del linguaggio umano si parla perlopiù di linguaggio verbale e di pensiero cosciente. Ma il Big bang della nostra specie non è stata la capacità di creare immagini espressive, dalla risonanza profonda e di valore universale?
Sono d’accordo. Se verrà confermata l’ipotesi evolutiva che delineavo, il linguaggio verbale va associato a una più vasta competenza simbolica. Anch’io penso che la comparsa di segni e poi di rappresentazioni (sia realistiche che stilizzate) sia un indizio cruciale. La raffinatezza delle prime pitture rupestri e il loro contesto espositivo vanno oltre un significato sociale di valenza rituale. Sono la prova che lì è all’opera una mente umana inedita, con un rapporto nuovo con l’ambiente, capace di mescolare il ricordo vivido delle scene di caccia con una trama di messaggi simbolici condivisi dalla comunità. Senza nascondere che questa immaginazione è anche ciò che ci ha reso più espansivi e invasivi di qualsiasi altra forma umana.

 

Telmo Pievani

Uno studio apparso su Science ora spinge a retrodatare ai Neanderthal la prima arte rupestre. E c’è chi suppone una ibridazione fra Neanderthal e Sapiens. Può aver portato più varietà e capacità di risposta all’ambiente? E quale è stato il contributo della donna?
Lo studio non riguarda la scoperta diretta di arte rupestre neandertaliana, ma ipotizza una possibile associazione con popolazioni neandertaliane, quindi lo valuterei con cautela. I dati suggeriscono che il Neanderthal si stava avviando verso l’intelligenza simbolica: lo mostrano le possibili sepolture di Shanidar nel Kurdistan, l’uso di piume ornamentali nel sito di Fumane, il possibile flauto neandertaliano scoperto in Slovenia. Tuttavia, un conto è assumere questi comportamenti in modo globale e sistematico come fanno i sapiens, altro è farlo in modo occasionale. Forse era un inizio e non hanno fatto in tempo. Anche l’ibridazione tra le due specie è un modello in discussione, non tutti i genetisti ne sono convinti. Certo, scoprire che in certe fasi della nostra storia e in alcuni territori (si pensa al Medio Oriente) ci siamo accoppiati dando alla luce ibridi Sapiens/Neanderthal, capaci di procreare, è impressionante. Vorrebbe dire che nemmeno il nostro genoma è “puro”, tutto nostro, e che anche geneticamente siamo un mantello di Arlecchino con contributi diversi, che certamente ci hanno rafforzato in termini di variabilità e di difese immunitarie. Per tutte le specie, la diversità interna è una assicurazione per la vita, il combustibile di ogni cambiamento. Vale anche per le diversità di genere, che in campo evoluzionistico per fortuna sono andate ben al di là dello stereotipo dell’uomo cacciatore e della donna raccoglitrice. Dalla neotenia alle interazioni madre/figlio nello sviluppo del linguaggio, oggi l’evoluzione umana è vista senz’altro molto più “al femminile” di quanto non fosse in passato.

da left -avvenimenti

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Alle origini dei Sapiens

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 15, 2012

Al Salone del libro di Torino dedicato quest’anno al tema della creatività, l’antropologo Ian Tattersall, attento studioso di arte rupestre,  il 17 maggio presenta il suo nuovo libro I signori del pianeta (Codice edizioni)

di Simona Maggiorelli

La grotta di Lascaux

«I nostri antenati Cro Magnon avevano una sensibilità matura, pienamente sviluppata» afferma Ian Tattersall, direttore del dipartimento di antropologia dell’American Museum of Natural History di New York e autore di libri come Becoming human (curiosamente tradotto da Garzanti con il titolo Umanità in cammino) e Il mondo prima della storia, dagli inizi al 4000 a. C. uscito nella collana di Raffaello Cortina diretta dal filosofo Giulio Giorello.
«Furono loro, i primi Sapiens, 40mila anni fa a creare le straordinarie pitture rupestri della zona franco-cantabrica», racconta l’antropologo americano che il 17 maggio sarà al Salone del libro  con una lectio magistralis ispirata al suo nuovo libro I signori del pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo (Codice edizioni) . Tattersall si è a lungo occupato di creatività umana e di quel particolare momento della storia umana che l’archeologo inglese Colin Renfrew definisce «Il Big bang della creatività» nel libro Preistoria, l’alba della mente umana (Einaudi). «Non è una frase ad effetto, ma una definizione appropriata – commenta Tattersall -, perché l’emergenza di questa caratteristica specificamente umana non è avvenuta in maniera graduale né lineare. Fu un enorme salto in avanti, accaduto in tempi brevissimi e rivoluzionari se comparato alla storia lunghissima dell’evoluzione. Ma bisogna ricordare anche che la nostra specie si è sviluppata, con grande probabilità, a partire da una minuscola popolazione vissuta in Africa circa 200mila anni fa. In quei tempi lontani il nomadismo era anche dettato dai capricci del clima, dalle avversità ambientali e dalle specie concorrenti. Così dall’Africa la nostra specie poi si diffuse nel continente euroasiatico e sino in Australia e infine nel Mondo Nuovo e nelle isole del Pacifico».

impronta , grotta di Chauvet

A quando si fa risalire questo balzo in avanti antropologico?
A circa 100mila anni fa. I primi segnali li troviamo in Africa. In particolare a Blombos in Sud Africa sono stati ritrovati oggetti con protodisegni e conchiglie ornamentali risalenti a circa 77mila anni fa. Ma la vera grande esplosione è avvenuta 40mila anni fa. Fra i primi grandi esempi, come accennavamo, ci sono le magnifiche rappresentazioni di animali, inframezzate a una quantità di segni geometrici e dal significato ancora oscuro, che campeggiano nella grotta di Chauvet nella Francia meridionale e risalenti a più di 32mila anni fa. Così i Cro Magnon, ovvero i primi Sapiens, inaugurarono una tradizione artistica destinata a durare più di 20mila anni e che comprende alcune delle opere artistiche più potenti ed espressive di tutta la storia umana.
Lei scrive di una differenza radicale fra i Sapiens e i Neanderthal. Suggerendo che forse fu proprio un deficit di creatività a portare questi ultimi  all’estinzione…
I Neanderthal avevano un cervello di grandi dimensioni, all’incirca tra 1200 e 1740 cm cubici ( il nostro è compreso fra 1000 e 2000 cm cubici). E padroneggiavano tecniche raffinate di lavorazione della pietra, importanti anche per la caccia. Inoltre, già prima di 50mila anni fa seppellivano i morti e avevano un certo grado di organizzazione di gruppo. Insomma, per lungo tempo furono la specie più complessa e sviluppata mai esistita prima sulla faccia della terra. Anche per questo riuscirono a sopravvivere a periodi difficili e a condizioni ambientali del tutto ostili. Ciò detto, nel lungo corso, i Neanderthal non furono in grado di competere con i Sapiens. Probabilmente – questa è la mia ipotesi – perché non avevano un pensiero simbolico. E a differenza dei Cro Magnon non facevano arte. Non hanno lasciato tracce di incisioni, notazioni, statuette o altri manufatti simbolici. In sintesi i neandertaliani furono un’entità evoluzionistica del tutto distinta da noi. Devono essere interpretati in termini neandertaliani e non umani. Avevano una diversa identità.

Il bisonte fatto di impronte, Chauvet

I nostri antenati che dipingevano le grotte del paleolitico avevano un linguaggio articolato?
Nei miei studi sono giunto alla conclusione che i Cro-Magnon avessero un linguaggio simbolico e articolato. Anche se ancora non ne sappiamo molto.
La loro creatività si esprimeva anche attraverso la musica?
Attraverso la musica e la danza. Che forse praticavano nei ritrovi di gruppo, immaginiamo, nelle grotte e intorno al fuoco. Lo dimostrano vari reperti e il  ritrovamento di strumenti musicali, assimilabili a flauti, capaci di emettere sonorità complesse.
Ma cosa spingeva i primi Sapiens ad avventurarsi in grotte buie che potevano nascondere molti pericoli per “affrescarne” le pareti?
Questo resta  un grande mistero. Visto dal punto di vista razionale, delle difficoltà da superare, della fatica, del rischio  è un comportamento alquanto bizzarro.

Ma a ben vedere l’Homo Sapiens è una creatura assai imprevedibile e sorprendente, mossa com’è da pulsioni creative e desideri che nulla hanno a che fare con automatismi dettati dall’istinto. La mia idea è che a spingerli fosse un’esigenza espressiva, mi sentirei di parlare di “arte per l’arte”.

Nell’epoca glaciale, quando i Sapiens non conoscevano ancora

Ian Tattersall

l’agricoltura e vivevano di caccia e di raccolta, erano le donne a dipingere le grotte?
Sembra che anche i bambini fossero portati nelle caverne più oscure e profonde. Lo dimostrano impronte di mani infantili e ditate. Dopo tanti anni di studi e di ricerche sono portato a pensare che le realizzazioni creative nelle caverne siano state il frutto di una attività di gruppo.

Nei suoi scritti lei racconta che quando, da nomadi, i Sapiens diventarono stanziali e scoprirono l’agricoltura tutto cambiò radicalmente. Che cosa accadde?
Cambiò quasi del tutto il modo in cui gli esseri umani considerarono se stessi e il proprio modo di relazionarsi fra loro e con il mondo. Per la prima volta la vita umana diventò una lotta per avere la meglio sulla natura e per dominarla. Non sembra un caso che in questo quadro si iscriva il perentorio ordine biblico: “riempite la terra, soggiogatela e moltiplicatevi”. Servivano molte braccia per lavorare i campi. I cacciatori-raccoglitori, invece, tendevano a limitare le dimensioni dei gruppi, non solo per la penuria di risorse, ma anche per la difficoltà a trasportare i figli. Alcuni studi che riguardano in particolare popolazioni africane affermano che nelle più antiche società nomadi le donne allattavano i propri piccoli anche per tre o quattro anni. Si è ipotizzato anche che questo lungo allattamento sottintendesse una prole numericamente ridotta.

da left-avvenimenti

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Nuove scoperte di arte paleolitica in Romania

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

pitture rupestri Coliboaia

Dopo la recente scoperta delle pitture rupestri nella grotta di Coliboaia in Romania, lo studioso francese Jean Clottes interviene sulla loro datazione, sostenendo che dai risultati degli esami al radio carbonio si possano far risalire a un torno ampio di tempo che va 32.000 a 35.00o anni fa. Dunque si tratterebbe di pitture rupresti fra le più antiche, mai ritrovate finora in Europa. “La datazione di questi ritovamenti  di cui si è cominciato a parlare nel 2010 – ha dichiarato Clottes al bimestrale Archeology (gennaio-febbraio 2012) ci permettono di affermare con ancora maggiore certezza che la specie umana è stata creativa fin dai suoi inizi”.

Dopo aver visitato il sito, Jean Clottes racconta di aver potuto osservare almeno otto immagini di animali,  di rinoceronti, cavalli e orsi, in uno stile pittorico analogo a quello delle grotte di Chauvet. “La datazione delle grotte di Coliboaia- spiega Clottes alla rivista inglese – è particolarmente importante perché dimostra che fin dal’inizio dell’arte rupestre i nostri antenati avevano le stesse pratiche culturali in tutto il continente. Tutto questo rinforza la tesi dell’unitarietà dell’arte rupestre nell’era glaciale”. Intanto sono in cantiere nuovi studi e rivievi sulle otto pitture riportate alla luce e nuove campagne per far emergere altre pitture rupestri che ancora sono  ricoperte da calcare e sedimenti.

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L’archeologo De Marinis: “La trance non genera arte”

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

 di Simona Maggiorelli

Lady with a Hood, France,Tolosa

L’arte sembra essere nata già matura a giudicare dalla morbidezza del tratto e dall’espressività delle pitture rupestri di Chauvet e di altri esempi del paleolitico. Come si spiega professor de Marinis*?
L’infanzia dell’arte non è l’arte dell’infante, mi verrebbe da dire con l’abate Breuil.Alle origini non vengono dipinti solo animali, ma anche esseri umani. Quando compare l’immagine femminile?
Le figure umane sono nettamente minoritarie nell’arte parietale paleolitica, ma compaiono fin dall’inizio, come dimostra la grotta Chauvet con alcuni triangoli pubici nella galleria dei Megaceri e un’immagine femminile associata all’ “uomo-bisonte” nel cosiddetto pannello dello stregone.
La donna appare rappresentata in modo meno realistico rispetto agli animali. Come se chi dipingeva inconsapevolmente raccontasse di un rapporto razionale, per la sopravvivenza, con gli animali e di un rapporto più emotivo, passionale, con l’immagine femminile?
L’immagine femminile cambia nel corso dello sviluppo dell’arte paleolitica. In età gravettiana c’è l’esagerazione degli elementi che si riferiscono alla fecondità: seno, ventre, pube. In seguito, le figure femminili diventano schematiche. Le figure animali, al contrario, diventano sempre più naturalistiche. Picasso diceva (esagerando): dopo Altamira può esserci solo decadenza.

Gratte di Lascaux

Le nuove rilevazioni al radiocarbonio hanno messo in crisi l’idea eurocentrica dell’Europa culla dell’arte? Da altri Paesi potrebbero venire scoperte che retrodatano la”nascita dell’arte”?
Per l’arte il più antico documento è quello della caverna Blombos in Sudafrica (77000 BP). Oggi conosciamo arte rupestre anteriore alla fine dell’ultima glaciazione in Africa, Asia e soprattutto Australia. Tuttavia, l’arte parietale in grotta rimane concentrata nell’ovest dell’Europa. Qui le grotte sono state sigillate da pietrisco e detriti alla fine dell’ultima glaciazione per cui all’interno si sono mantenute condizioni stabili di temperatura e umidità, altrove l’arte parietale in grotta è andata quasi completamente distrutta a causa della severità dei fenomeni crioclastici e dell’esfoliazione delle rocce. L’arte è strettamente connessa all’uomo anatomicamente moderno, tuttavia è solo nell’Europa occidentale che possiamo studiare a fondo l’arte paleolitica per l’abbondanza della documentazione.
Uno studioso come Jean Clottes sostiene la tesi di un’origine religioso sciamanica dell’arte rupestre. Le pitture nelle grotte sarebbero allucinazioni da deprivazione sensoriale. Ma come si spiega allora il fatto che le pitture di Chauvet ci appaiano come immagini d’arte, dal valore universale?
L’ipotesi che l’arte parietale paleolitica rappresenti l’esperienza dello stato di trance da parte dello sciamano, formulata brevemente da Mircea Eliade nel ’51, è stata ripresa, ampliata e sviluppata da J.D. Lewis-Williams e A.T. Dowson a partire dal 1983. Applicata in un primo momento all’arte rupestre del Sud-Africa, è stata poi estesa all’arte paleolitica europea. La collaborazione tra Jean Clottes e Lewis-Williams (1996) ha poi assicurato una vasta notorietà internazionale a questa interpretazione. Lewis-Williams, Dowson e Clottes presuppongono che lo sciamanesimo fosse universalmente diffuso in tutte le popolazioni di cacciatori-raccoglitori attuali e passate. Inoltre, hanno fatto ricorso alle scienze neuro-psicologiche per comprendere gli stati di coscienza alterati che producono allucinazioni visive. Secondo questi autori, vi sarebbero tre tappe nello stato di trance: la prima in cui il soggetto percepisce forme geometriche luminose e mutevoli, griglie, zig-zag, spirali, fenomeni entoptici, interni al sistema ottico e indipendenti da fattori esterni. Il secondo in cui il soggetto costruisce forme conosciute con le immagini entoptiche. Il terzo in cui agli elementi entoptici vengono associati immagini di animali, uomini, mostri, che derivano dalla mente e dalla cultura del soggetto. Lo stato di coscienza alterato poteva essere raggiunto dallo sciamano per via naturale (danze, ritmi ossessivi e quant’altro) oppure attraverso l’uso di sostanze allucinogene.
Cosa pensa di questa tesi la comunità internazionale degli studiosi di preistoria?
L’interpretazione sciamanica dell’arte parietale paleolitica è diventata di moda, e ha conseguito un notevole successo mediatico, motivo per cui forse la maggior parte degli studiosi non sono intervenuti apertamente a contrastarla. Poi hanno reagito mostrando la mancanza di fondamento di molte delle tesi sostenute, come per esempio i tre stadi dello stato di trance. Questi tre stadi sono stati osservati solo presso chi fa uso di mescalina o di Lsd. La mescalina è un alcaloide allucinogeno tratto da un cactus messicano, quindi non poteva essere conosciuto dai paleolitici europei.

*docente di Preistoria, Protostoria e Metodologia della ricerca archeologica; Università degli Studi di Milano

Left-Avvenimenti 39/2008

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Jean Clottes:” Per nulla primitivi”

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

di Simona Maggiorelli

pitture rupestri Chauvet

Nella sua lunga carriera universitaria il francese Jean Clottes ha scritto più di trenta libri ed è considerato uno dei massimi studiosi di arte preistorica. Piuttosto curiosamente, però, della sua poderosa opera, è stato tradotto in italiano solo l’agile volumetto La preistoria spiegata ai miei nipoti (Archinto). Anche per questo la recente uscita in Italia del suo Cave art (Phaidon) – anche se in inglese – ci è sembrata una notizia cui dedicare un ampio servizio (left n. 39, 2008). Di ritorno da un lungo viaggio Clottes ci ha offerto l’occasione per riprendere il filo del discorso, raccontandoci gli ultimi sviluppi del suo lavoro. «Con il collega David Coulson che fa scavi in Kenya e Alec Campbell che lavora in Botswana, in questi mesi abbiamo lavorato sui ritrovamenti d’arte a Dabous, sulle montagne Aïr nel Niger del Nord – racconta Clottes -. Lì abbiamo registrato e studiato più diottocento graffiti, risalenti a 5-6mila anni fa».
Che tipo di immagini offrono quei graffiti?
Perlopiù sono figure di bovini, giraffe, ostriche e antilopi ma anche immagini di esseri umani. Pitture che risalgono tutte al neolitico.
Negli studi come è cambiato il modo di pensare la nascita dell’arte?
Alla fine del XIX secolo, gli studiosi non pensavano che ci fosse arte nelle epoche più antiche. Perché gli uomini del Paleolitico erano considerati in tutto“primitivi”. Poi nel XX secolo, anche con importanti ritrovamenti, si è pensato che l’arte avesse avuto un’evoluzione graduale, dai primi rozzi inizi 30-35mila anni fa fino alle superbe raffigurazioni di Lascaux. Con la scoperta delle magnifiche pitture della grotta di Chauvet (30-32mila anni fa) ci siamo resi conto che già allora la sensibilità artistica dei nostri antenati era perfettamente sviluppata. Allora il paradigma è cambiato: l’arte non si è sviluppata gradualmente, si è detto, ma ci sono sempre stati alti e bassi, a seconda dei tempi e dei luoghi.

Il cavallo"cinese" di Lascaux

Perché il repertorio d’immagini ha così poche variazioni nei secoli?
C’erano delle variazioni, ma c’è anche una indiscutibile unitarietà, dovuta a un fatto: il sistema dei valori degli uomini della preistoria rimase a lungo lo stesso.
Nei dipinti di Chauvet la forma del disegno e la potenza espressiva appaiono diverse, da una mano all’altra.
Ci sono sempre differenze fra un artista e un altro, anche se condividono gli stessi valori e convinzioni. Trentamila anni fa i nostri antenati erano esseri umani come noi oggi. Avevano le stesse capacità, fantasia e possibilità emotive.
Dipingevano non solo animali ma anche immagini di donna.

Nelle prime pitture naturalistiche che conosciamo, quelle di Chauvet, ci sono molte raffigurazioni del sesso femminile ma anche una figura non finita di donna. L’immagine umana compare lì contemporaneamente ai disegni di animali.
Nel suo studio Les chamanes de la prehistoire ipotizza che gli sciamani, nelle grotte, avessero allucinazioni causate da deprivazione sensoriale. “Allucinazione” e “visione”, per lei sembrano sinonimi. Ma un’allucinazione schizofrenica può essere paragonata a un’immagine artistica?
La deprivazione sensoriale può essere stata una delle tecniche per entrare in trance. Ma ce ne sono molto altre, come ho scritto nel mio libro. Le loro visioni possono aver ispirato alcune immagini artistiche, ma certamente non tutte; immagini in ogni caso trasformate dalla mente e dell’abilità degli artisti.
È possibile pensare che, per esempio in Australia, ci siano tracce di un’arte più antica di quella europea?
Possiamo e dobbiamo pensarlo. Quello che vale per l’Australia, vale anche per l’Africa e parte dell’Asia. Perché quei continenti sono stati abitati dall’uomo prima de

Intervista integrale a Jean Clottes in occasione dell’uscita in Italia per Pahidon del suo libro Cave art, realizzata per left numero 46 del 2008:

Jean Clottes

Professor Jean Clottes, In wich way the discovery of prehistoric decoreted caves in western Europe transformed the way we think about the development of art?

Firstn at the end of the XIXth century, most scholars did not want to believe there could be such ancient art, because Palaeolithic people were supposed to be so “primitive”. Then, in the course of the XXth century, after the great antiquity of the art had been admitted,  the current paradigm was that it evolved gradually, from very crude beginnings in the Aurignacian (about “30,000/35,000 years ago) to the superb art of Lascaux and others. Finally, with the discovery of the Chauvet Cave, whose magnificent art is dated to 30,000/32,000 BP, we realized that at such early dates the art was already fully developed. Therefore the paradigm had to be changed: art did not develop gradually, but there have always been high moments and low moments, varying with time and space.

Why, according to your studies, the repertoire of images remained almost the same for centuries and centuries?
It was not exactly the same: there were variations, but there still is an undisputable unity which can only be due to one cause: the fundamental framework of those peoples’ beliefs remained the same.

In the same time, for istance in the Chauvet cave, the shape of the lines and the emotinal temperature of the pictures are clearly different from an artist to another, from an hand to another. How can we explane such mature and “modern” way of painting 35.000 or 22.000 years ago?
There are always changes from an artist to another, even if they share the same beliefs and conventions. 30,000 years ago, they were the same humans as we are, so their abilities were the same.

In that age they did not make pictures only of animals. When human figure, and in particular female figure, took birth in cave art?
The earliest naturalistic paintings we know of are in the Chauvet Cave, where we have several representations of the female sex and also the lower body of a woman. So, the human figure was right there as early as animal representations.

In your study “Les chamanes de la prehistoire” you say that the shaman’s allucination are caused by the sensory deprivation in the caves. You use the term “allucination” like a synonymous of ” vision”. But, can a schizophrenic allucination be the same of a creative image of an artist?
No. Sensory deprivation may have been one of the possible means of getting into trance, but there are many others as we have said in our book. Their visions may have inspired some of their images, but certainly not all and they may have been transformed through the minds and expertize of the artists.

Can we hypothesize that in Australia for istance there could be art examples older than the ones we have founded untill nowadays in Western countries?

Yes, we certainly can and should. The same is valid for Africa and parts of Asia because modern humans peopled those continents before Europe.

I read that your working on a new book about Niger can you anticipate us something about your new discoveries in that area?

With my colleagues David Coulson from Kenya and Alec Campbell from Botswana, and with the help of Yanik Le Guillou and Valérie Feruglio, we have worked on the art of a place called Dabous, in the Aïr mountains of
northern Niger. We recorded and studied more than 800 engraved images, mostly of bovids, giraffes, ostriches and antelopes, with also a number of humans, belonging to a Neolithic period (perhaps 5,000 to 6,000 years ago.

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