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Dalla cave art i graffiti di Janet Abramowicz

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 15, 2013

Janet Abramowicz, Autumn in Venetian red

Janet Abramowicz, Autumn in Venetian red

 E’ stata allieva e biografa di Giorgio Morandi. Ed è una raffinata artista dell’incisione e della grafica. Una selezione di opere di Janet Abramowicz in mostra in Palazzo Poli a Roma, fino al 30 giugno

di Simona Maggiorelli

La sua The art of silence pubblicata dalla Yale university press è una delle biografie più esaustive di Giorgio Morandi. E forse anche la più intima e sensibile. Dacché per scriverla la pittrice Janet Abramowicz non ha attinto solo ai documenti e alla letteratura critica ma anche a preziose memorie degli anni trascorsi al fianco del pittore emiliano di cui è stata allieva e stretta collaboratrice all’Accademia di belle arti di Bologna negli anni Cinquanta.

Facendo tesoro, in prima persona come artista, della lezione morandiana nel cercare un’originale fusione fra tradizione e innovazione in opere astratte dalle forme appena accennate, evanescenti. In composizioni altamente poetiche di forme stilizzate. Realizzate con una tavolozza diafana e radiosa analoga a quella di Morandi oppure ardente di terre e arancio come nell’arte aborigena.

Janet AbramowiczPiù spesso con tonalità drammaticamente grigie e nere come in certe opere di Pollock e in esperimenti di altri protagonisti dell’informale. E in quell’ambito di ricerca newyorkese, cosmopolita, affascinato dalle culture “primitive” e orientali affondano le radici dell’americana Janet Abramowicz, che spazia a tutto raggio fra pittura, collage, disegno e incisione. Alla sua produzione grafica, in particolare, è dedicata la mostra romana Janet Abramowicz, motion and vision, aperta fino al 30 giugno nelle sale di Palazzo Poli (sede dell’Istituto nazionale della grafica).

I curatori Fabio Fiorani e Gabriella Pace per questa occasione hanno selezionato una serie di opere di grande impatto emotivo in cui, con la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta, Abramowicz crea libere composizioni di forme astratte, delineate con un tratto sottile e vibrante. Sul fondo arancio, marrone chiaro oppure color cipria (proprio quello di Morandi) Abramowicz dissemina una vitale trama di segni bianchi, neri e azzurri che, specie nella serie Kyoto Garden, evocano il ricordo di eleganti stampe giapponesi.

Janet Abramowicz

Janet Abramowicz

E più profondamente sembrano richiamare la memoria di antichissimi graffiti, di pitture rupestri che ci parlano di una creatività umana, piena e matura, fin dalle origini della nostra specie. I titoli stessi di alcune opere – Spiral tombs, Grottos, Ancient Sites – suggeriscono un nesso stringente con la Cave art di tradizione europea, a cominciare dai magnifici affreschi conservati a Lascaux, di cui Abramowicz sembra ricreare le stilizzate figure umane in segni se possibile ancor più magnetici ed essenziali.

E certamente, come accennavamo, in queste opere polisemiche si può leggere un richiamo all’antichissima tradizione grafica giapponese secondo la quale ogni gesto d’artista è un movimento di energia e ogni segno tracciato sulla carta (tela, seta ecc.) deve saper trasmettere lo stato vitale del suo autore. Un flusso di energia che si fa vorticoso nella serie Fields of battle in cui l’uso del pastello nero e del carboncino rende l’opera più materica. Al centro segni cifrati e paesaggi misteriosi in cui ci sembra di poter ravvisare un avvicinamento di Abramowicz all’opera grafica di Wols, ma forse anche all’estetica della Transavanguardia.

(Altre opere di Janet Abramowicz sul suo sitojanetabramowicz.com)

da left avvenimenti

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Il suono-colore di Nicola De Maria

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2011

 Una grande antologica al Museo Pecci di Prato restituisce il percorso originale di Nicola De Mari, che è stato ingiustamente ascritto alla Transavanguardia. La sua poetica della “leggerezza” è lontana anni luce dai tenebrismi di Chia, Cucchi e Clemente

 di Simona Maggiorelli

Nicola De Maria, Paesaggio, pensiero notturno

Ritmo, colore, giocosità poetica. Fanno la cifra personale di Nicola De Maria, a cui, dalla scorsa settimana e fino al 4 marzo, il Centro Pecci di Prato dedica una ampia retrospettiva curata da Achille Bonito Oliva, che per primo ne ha riconosciuto il talento, cooptandolo nella Transavanguardia: più che un movimento, un’etichetta da “esportazione” che ha portato molta fortuna ai suoi cinque protagonisti – Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Nicola De Maria – rendendo il loro lavoro riconoscibile e assai appetibile nelle aste e nelle gallerie, soprattutto americane. Una etichettatura che, tuttavia, ha finito per imprigionare l’immagine di De Maria in un ambito piuttosto ristretto se guardiamo con sguardo sgombro alla ricchezza e all’originalità della sua ricerca. A porre rimedio a una lettura appiattita di De Maria raccontando il suo intero percorso (dopo l’antologica che gli dedicò Danilo Eccher anni fa al Macro di Roma) interviene ora il “Primum mobile” della Transavanguardia, Achille Bonito Oliva, coadiuvato da Marco Bazzini, da poco riconfermato direttore artistico del Pecci. Due generazioni e due sensibilità diverse che si incontrano proficuamente nel ricreare nelle immense stanze bianche del Pecci l’universo panteistico e fiabesco di questo anarchico dell’arte che gioca con il colore, materico e ricco, come fosse materia viva. Così ecco le gigantesche opere murali che creano ambienti di fantasia, corrompendo il freddo siderale delle sale espositive pratesi concepite come cubi sottovuoto (secondo la moda degli anni Ottanta). Ma ecco anche le romantiche visioni notturne, sensuali e pastose e che non temono di apparire naif. E le irriverenti riletture della pittura di paesaggio che trasformano la tela in un bassorilievo stratificato. E soprattutto le composizioni di colori, apparentemente improvvisati e cacofonici, ma che finiscono per rivelare una bizzarra armonia, ruvida, struggente, come certi blues sgangherati e geniali di Tom Waits, come opportunamente nota Bazzini in un suo scritto pubblicato nel catalogo Prearo che accompagna la mostra.

Più spesso, però, è una nota musicale alta, limpida e squillante a dominare il quadro. Come nella Biblioteca incantata che sembra ricreare immaginifici découpage alla Matisse o come nella Testa orfica che sussume, in una brillante e sghemba tessitura di rombi, la lunga tradizione di Arlecchini che va da Cézanne a Picasso a Severini. Quella di De Maria, insomma, – come ben evidenzia questa mostra pratese – è una poetica della “leggerezza” (nell’accezione di Italo Calvino), lontana anni luce dalle tensioni religiose, dai tenebrismi e dai criptici simboli di Chia, Cucchi e Clemente.

da left-avvenimenti

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Clemente e il naufragio dell’avanguardia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

di Simona Maggiorelli

Francesco Clemente, Tandori Satori

Francesco Clemente, Tandori Satori

Della Transavanguardia, brand coniato sorprendentemente da un critico progressista come Achille Bonito Oliva, si è molto discusso: tenebrismo, nuovi selvaggi,furbesca caduta in un finto irrazionale intriso di icone cattoliche (che sul versante di croci e merletti poi, via Basquiat, avrebbe portato alla pop star Madonna). Ma tant’è, oggi la Transavanguardia figura non solo nei musei statunitensi, ma anche nei più seri e attenti musei del contemporaneo europei. A cominciare dal Castello di Rivoli.

Ma forse è vero anche che, a trent’anni di distanza dal suo esordio, potrebbe  essere  fare qualche distinguo riguardo al differente esito artistico del nucleo storico della Transavanguardia: da un lato c’è la maniera figurativa di Sandro Chia (diventato nel frattempo viticoltore di alto bordo) con il neo ascetismo seriale e miliardario di Sandro Cucchi. Dall’altro ci sono le desolate montagne di sale di Mimmo Paladino da cui spuntano resti di cavalli inerti a rappresentare, drammaticamente ,l’assenza di vitalità di ogni tentativo di trasporre l’antico nel moderno.

Ma forse anche certe inquiete figurazioni di  Francesco Clemente hanno il coraggio di rappresentare questo irricomponibile iato.  Tanto che, riprendendo una felice titolo del filosofo Hans Blumenberg,  la curatrice Pamela Kort ha intitolato  “Naufragio con spettattore” l’antologica che il Madre di Napoli dedica a Clemente fino al 12 ottobre ( catalogo Electa). Il riferimento chiaramente è al naufragio dell’avanguardia anni Settanta, che ha creduto di potersi tenere a galla aggrappandosi a lacerti di repertorio iconocrafico antico. Che per Clemente è stato prima greco-romano poi indiano come raaconta  la recente collaborazione con lo scrittore Salman Rushdie.

Un naufragio  di cui Clemente non ha mai occultato la drammaticità, evitando – questa è la tesi della curatrice –  di fare della storia dell’arte un serbatoio di citazioni stereotipate per abbellire una pittura moderna di tipo convenzionale. L’impegno di Kort è proprio quello di fare emergere gli elementi progressisti che ci sarebbero nella sua arte. Un bell’impegno.

dal quotidiano Terra del 30 maggio

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