Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 22, 2009
di Simona Maggiorelli
Giordania, crocevia di popoli e di culture. Per secoli lungo la via carovaniera delle spezie. E poi, sotto la dominazione romana e ottomana, in osmosi continua con l’Occidente. Lungo i millenni la cultura giordana si è formata in una complessa stratificazione di culture diverse, di volta in volta assorbite, rielaborate e sussunte dal substrato precedente. Apparentemente senza rotture, senza annullamenti. Così, lungo la strada aperta dalla mostra fiorentina dedicata alla scoperta del castello crociato di Shawbak, l’esposizione inaugurata ieri nel palazzo del Quirinale dal re e dalla regina di Giordania offre una panoramica per exempla di questo lungo cammino dell’arte giordana, dal Neolitico fino alla conquista ottomana. Attraverso la selezione di sessanta importanti reperti archeologici provenienti dal museo di Petra e di Amman si ripercorre così, idealmente, un lungo viaggio culturale che dall’VIII millennio a.C. approda al periodo delle grandi dominazioni. «Tanti popoli sono stati attratti dalla Giordania. Ognuno di loro ha lasciato una sua impronta negli strati archeologici e nella cultura del Paese», ricorda l’accademico dei Lincei Louis Godart, curatore della mostra. E se la sezione dedicata all’ellenismo imposto da Alessandro Magno (così come quella dedicata alla conquista romana) ci riporta sui sentieri più noti di un’arte dalla forte impronta classica e figurativa, a colpire l’immaginazione sono soprattutto i primi capitoli della rassegna dedicati al Neolitico e all’Età del Bronzo. è qui che incontriamo una statua risalente a 7500 anni prima di Cristo, una primitiva figura fatta di canne ricoperta da intonaco e che si ipotizza rappresentasse una figura mitica portatrice di prosperità. Vasi zoomorfi, fiaschette dipinte e scrigni con intarsi d’avorio raccontano un’arte giordana dell’Età del Bronzo già estremamente elaborata e raffinata, per arrivare poi alle statue scolpite in pietra grigia dell’Età del Ferro (circa VIII secolo a.C.) in cui si rintracciano influenze aramaico-siriane, mescolate a tipici simboli egizi come la corona Atef. Sono statue che rappresentano figure maschili nei loro tratti e costumi più tipici: egiziani (gli occhi ben delineati) o asiatici (nel modo di portare la barba), ma anche africani (nella capigliatura e nei tratti somatici). E che ci raccontano de’inontro fra razze e culture che già connotava le antiche terre di Giordania. E all’età del ferro appartengono anche le statue di divinità femminili come la dea Astarte «realizzata – nota Godart- con uno stilmolto simile a quello degli avori scolpiti siro-fenici». Una dea bifronte con occhi lucenti di pietre nere e intarsi eburnei. Il periodo nabateo che coincise con il massimo splendore di Petra, infine, è rappresentato in mostra con iscrizioni del IX secolo a C e stilizzate statue di idoli antropomorfi, alcune delle quali provenienti dalla mostra dedicata a Shawbak e che, al termine di questa mostra romana organizzata da Civita torneranno nei musei della Giordania dove sono conservate.
da Terra del 22 ottobre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 16, 2009
Un dio unico e assoluto. Ma anche una visione del mondo antropocentrica e sessuata. Basata sul rapporto fra uomo e donna. L’eminente islamista Biancamaria Scarcia Amoretti racconta il testo sacro
di Simona Maggiorelli

Quran Kufic calligraphy
Sono 1.570 milioni i musulmani nel mondo: il 23 per cento dei 6,8 miliardi della popolazione globale. L’ultima ricerca del Pew forum in religion & public life fotografa una situazione inaspettatamente in crescita. E intanto si moltiplicano gli studi che riguardano la religione e la cultura islamica. Finalmente anche in Italia. Autorevole islamista, Biancamaria Scarcia Amoretti ha appena pubblicato per Carocci una sua proposta di lettura del testo sacro dell’islam e left ha colto l’occasione per rivolgerle alcune domande sulla concezione del mondo e della vita umana che il Corano presenta ai suoi fedeli. «è un testo molto complesso anche perché non abbiamo una tradizione ininterrotta di traduzioni». Il Corano, insomma, è un libro difficile che ha uno statuto speciale perché i musulmani lo considerano parola di dio. Ma è anche da leggere storicamente con occhi sgombri «per vedere cosa dice veramente e quali sono le strumentalizzazioni che ne sono state fatte».
Dunque la fisionomia della creazione, la definizione di dio come assoluto, l’antropocentrismo ma anche il rapporto fra uomo e donna, sono alcuni dei temi che Scarcia Amoretti analizza in questo suo colto e sintetico studio, nato anche con un intento divulgativo.
Prof.ssa Scarcia, cominciamo dalla differenza fra maschile e femminile, una dualità che lei dice essere fondamentale nel Corano.
Iniziamo col dire che il monoteismo assoluto dell’islam prevede un solo dio, non c’è l’idea di trinità cristiana. Da qui il distacco, la differenza, fra creatore e creatura che si concretizza nel fatto che la creatura è sessuata. Non a caso i mistici poi superarono questo tipo di divisione. Ma c’è un altro fatto a mio avviso interessante. Si dice che l’islam non ammetta figure, rappresentazioni. Non è vero tout court, ma lo è per quel che riguarda dio. La rappresentazione del divino è affidata alla parola che ci dice di un dio “bello”, privo però di qualunque caratteristica di genere.
L’incarnazione del dio cristiano è nell’uomo Gesù…
Allah non è padre, è creatore. Il seme può avere un valore maschile, ma il Corano dà una enorme attenzione al corpo femminile. Dire come fa l’islam che dio è creatore in senso assoluto significa che lui è l’unico che non può essere concepito in termini di genere.

calligraphy
Nel Corano non c’è condanna del corpo e del desiderio femminile?
Assolutamente no. Nel Corano si dice che tutto quello che è creato è buono in sé. E c’è un versetto molto famoso, che riguarda il digiuno, in cui si dice che dio aveva pensato di dare una prova più dura alle sue creature ma poi cambiò idea. Nella concezione islamica, essendo completamente libero, decide di concedere la notte per la vita naturale e il benessere umano. Dunque si può mangiare ma si può anche godere del rapporto uomo donna.
Qual era la condizione della donna prima dell’islam?
Ci sono molte ipotesi, fra cui anche che ci fosse un matriarcato nella penisola araba. Noi abbiamo solo alcuni fatti storici e il testo. Conosciamo molte divinità femminili pre islamiche ed è un fatto che la prima generazione di musulmani abbia conosciuto un grande protagonismo femminile.
Nel Corano ci sono molte figure di donna significative a cominciare da A’isha
La più emblematica, a mio avviso è quella di Maria, madre di Gesù. E’ più eversiva della nostra perché non c’è nessun Giuseppe ad affiancarla.
C’è un dibattito bioetico a partire da ciò che è scritto o non è scritto dal Corano?
Mi sono premurata di metterlo da parte: ho voluto presentare il testo, con una impostazione che rivendico a tutto tondo. Non voglio fare una storia dell’esegesi perché siamo ancora ben lontani da quelle che sono state realizzate per il Vangelo, con alle spalle secoli di studi. I musulmani non sono stati inferiori in questo. Ma non abbiamo il polso della situazione. Nella galassia musulmana ci potrebbe essere qualcuno che con assoluta coerenza e dottrina ha tirato fuori un commento che finalmente espliciti in una chiave molto autorevole questi temi. Ma oggi non possiamo saperlo perché non abbiamo raccolto tutti i commenti. Sfido chiunque a dire di essere aggiornato in merito.
Lei scrive che secondo il Corano il processo di crescita del feto nell’utero non è strutturalmente diverso da quello che avviene, per esempio, nel mondo vegetale: l’uomo è cosa (Shay’) venuta in essere. Ovvero?
La sessualità nel rapporto uomo donna non è solo destinata alla procreazione. E questo è un punto importante. Inoltre il Corano è un libro fortemente versato sul fatto che l’uomo sia “un pezzo” di natura. Per questo ci deve essere una grande armonia, che prevede però una scala gerarchica: l’uomo può usare gli animali. Così come essi approfittano del mondo vegetale.
Il Corano non scoraggia la conoscenza scientifica?
No, perché tutto ciò che è creato è buono, dunque perché non conoscerlo?
Il dio assoluto dell’islam può aver influenzato alcuni filosofi occidentali, per esempio Spinoza?
Il discorso è affascinante, ma su questo versante gli studi sono molto indietro. Nei secoli del Medioevo sono passate tematiche filosofiche improntate a questa visione di dio. Poi per tanto tempo si è negato che vi fosse stato un contributo. Io credo che questa storia sia ancora da scrivere. Fin qui è stata fatta solo per frammenti, ritrovando tracce in Anselmo d’Aosta, piuttosto che in altri. Ma non c’è un discorso più complessivo, anche perché gli occidentali oggi non mi sembrano molto disponibili a portare avanti questo discorso. Anche fra gli studiosi la tendenza è piuttosto a dire che non vi è stata influenza. Come se i secoli della dominazione andalusa non fossero esistiti. Solo nel settore della mistica e dell’esoterismo si è stati disposti ad ammettere un contatto, ma la mistica è solo un singolo aspetto e poi è un’esperienza connotata in senso aristocratico, elitario.
La forma letteraria del Corano è certamente alta.
Il Corano è il testo letterario per eccellenza: proprio su questo tema sono usciti centinaia di studi modernissimi. I musulmani dicono che il Corano non è né prosa né poesia, il che già la dice lunga. Anche perché si tratta di una forma inimitabile. La lingua, poi, è ciò che dà corpo alla parola di dio. E come la si definisce? Certi capitoli sono letti come fossero degli inni, con una metodica di cesure di accenti interna, e appunto si continua a studiare.
L’oralità così come il rapporto con la poesia precedente all’islam come si configura?
La poesia precedente è importante non tanto perché veniva detta oralmente ma perché costituisce il vocabolario pregresso dell’arabo. Che poi l’oralità nel mondo musulmano funzioni molto lo vediamo anche oggi. Capire perché e come avvengano certe forme di indottrinamento, in questo caso certamente negative, implica ripercorre certi modi antichi. Nell’islam il rapporto è più personalizzato, c’è sempre un richiamo che passa attraverso una voce. Che, va detto, può essere anche femminile.
CAPIRE L’UNIVERSO ARABO
Mentre torna in nuova edizione un classico come Il mondo musulmano di Biancamaria Scarcia Amoretti, l’editore Carocci pubblica anche la lettura de Il Corano che la docente di Islamistica de La Sapienza ha scritto per offrire strumenti a un migliore dialogo fra differenti culture. Un’avventura intellettuale che, su invito dell’editore, Scarcia ha intrapreso, forte della sua vastissima cultura e delle sue ininterrotte frequentazioni del mondo intellettuale islamico. Ben consapevole però dei problemi che pone la mancanza di traduzioni antiche “canoniche”, così come la polisemia del testo che ammette una pluralità di interpretazioni.«Il mio tentativo – spiega Scarcia – è stato quello di presentare la mia versione, quello che io ho tratto da questo libro, essendo laica. E aggiunge: «Laica in tutti i sensi, non solo per il fatto che non sono addetta delle religioni».
da left-Avvenimenti 16 ottobre 2009–
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 16, 2009
Dopo la denuncia di Christopher Hitchens , la giornalista Linda Polman riapre il caso della “Santa” di Calcutta, che non dava i farmaci ai malati e accumulava fondi su un conto privato all’estero. Nel nuovo libro inchiesta della giornalista olandese una schietta disamina del lato scuro delle organizzazioni umanitarie, specie quelle a sfondo religioso
di Simona Maggiorelli
Tra i termini con cui le Ong descrivono i propri scopi il più ricorrente è “umanitario”. Aggettivo alto, importante, denso di significati. «Una parola che fa pensare a un interesse vero, profondo, per le persone, ma che – denuncia la giornalista olandese Linda Polman- troppo spesso è solo una copertura per fini ben diversi. La missione umanitaria in Kossovo, per esempio, significò bombe. Era violenza e venne fatta passare come un’azione nell’interesse delle persone».
Un altro esempio di come l’aggettivo “umanitario” possa essere sbandierato con tragiche conseguenze si trova nei cosiddetti humanitarian spaces: campi profughi, spiega Polman, che creano «una illusione di sicurezza». Indicando una determinata area come sicura, di fatto, si richiamano molti profughi «ma poi non si è in grado di proteggerli realmente. Ed è ben noto che i civili nelle guerre di oggi sono diventati un obiettivo militare». Senza contare che questi campi profughi, simili a prigioni, non hanno proprio nulla di umanitario.
Oggi dei 12 milioni di profughi che ci sono al mondo 7 milioni e mezzo vivono rinchiusi per una media di 10 anni. Mentre colera e dissenteria imperano, ritrovandosi alla mercé di comandanti, di banditi e della carità dei donatori. «Ma vivere rinchiusi- dice Polman- genera frustrazione e risentimenti. Il movimento dei talebani, non a caso, è nato nei campi profughi per afgani in Pakistan». Fra le pratiche vessatorie a cui chi ha bisogno di aiuto si trova esposto, quella più odiosa, è il ricatto religioso: quella carità penosa delle Ong evangeliche e cattoliche che lo scrittore Alan Drew ha descritto nel libro Nei giardini d’acqua (Piemme) ambientato durante il terremoto del 1999 a Istanbul. Cibo in cambio di abiura delle proprie convinzioni e conversione. Questa la politica di aiuti umanitari praticata da molte Ong Usa, con la supponenza di chi pensa di esportare una cultura superiore. «E poi- chiosa Drew – noi americani ci domandiamo perché gli arabi ci odiano». Situazioni del genere «erano e sono all’ordine del giorno anche in Afghanistan e in Iraq – commenta Polman-. Vogliamo sempre qualcosa in cambio per il nostro aiuto. Se le organizzazioni umanitarie cristiane vanno ad aiutare lo fanno per conquistare anime. In Africa sono la maggioranza. Ma anche in America le Ong sono per lo più di stampo religioso. Vanno a convertire il mondo alla cristianità. Qualche volta ci riescono, nella maggior parte dei casi, no. Ma di sicuro, partono con questa missione».
Fra i molti personaggi coinvolti in questo tipo di aiuti “umanitari”, quello che ha colpito maggiormente Linda Polman è stata madre Teresa: «Ero a Calcutta quando era ancora viva e gestiva un grande ospedale. Circondato da mura altissime, era il terrore dei bambini che si sentivano dire: guarda che se non stai buono viene madre Teresa e ti porta via. Di fatto – denuncia la giornalista ospite del Festival internazionale a Ferrara- varcate quelle mura la gente moriva senza cure mediche e medicine». Dopo la scomparsa di madre Teresa alcune inchieste giornalistiche hanno portato alla luce suoi conti all’estero. «I finanziamenti che riceveva in cifre ingenti – spiega Polman – non li spendeva per l’ospedale ma li accumulava sul proprio conto».
Lo raccontava qualche anno fa anche Christopher Hitchens nel libro La posizione della missionaria (Minimum fax). «Madre Teresa, che il Vaticano ha fatto santa – aggiunge ora Polman – ha scippato un sogno umanitario. Il problema siamo noi che vogliamo credere in queste illusioni, che vogliamo ostinatamente credere che madre Teresa fosse una gran donna che aiutava i poveri. Se andiamo a guardare i libri dei conti, se facciamo un po’ di ricerche, invece, si scopre che la storia delle Ong religiose ha sempre un dark side». Un lato oscuro da cui purtroppo non sono del tutto esenti anche molte Ong che si professano laiche, neutrali e disinteressate, come la stessa Polman documenta nel suo nuovo libro L’industria della solidarietà (Bruno Mondadori).Pur non dimenticando alcuni obiettivi positivi raggiunti, né tanto meno le persone che in missioni umanitarie o di peace keeping hanno perso la vita, la giornalista traccia un disincantato ritratto del fenomeno Ong (l’Onu ne ha conteggiate più di 37mila, ndr) troppo spesso eterodirette dai governi che le finanziano, prese da febbre da contratto, ipercompetitive nel contendersi fondi ingenti e più dedite a indagini di mercato che alla vera e propria risoluzione dei problemi.
Il caso dell’Etiopia ne è un chiaro esempio: tremila Ong sul territorio hanno un budget di oltre un miliardo di dollari l’anno. «Fame e carestie sono diventate un business – dice la giornalista – mentre nel Paese poco o nulla sembra cambiare». Le Ong si dicono apolitiche ma questo le rende ricattabili, precisa Polman. «Si dicono indipendenti dalla politica ma non potranno mai esserlo realmente, perché dipendono dai soldi che ricevono dai governi, i quali le spingono a investire dove è loro più utile. Durante la Guerra fredda accadeva lo stesso, Usa e Urss investivano in quei Paesi che potevano servire nello scacchiere. Oggi – prosegue Polman – qualcosa di simile accade per l’Iraq e per l’Afghanistan. Ricevono i nostri soldi perché abbiamo un interesse militare là, non perché amiamo quei Paesi. Ma le Ong non ci diranno mai nulla di questo meccanismo perverso. Hanno tutto l’interesse ad alimentare un sogno di un loro imparziale e neutrale intervento in aiuto a chiunque ne abbia bisogno». Oggi al mondo si contano 70 Paesi donatori. Ciascuno con una propria agenda. Salvo che nella guerra contro il terrorismo, alcuni Paesi vanno di pari passo, «per cui l’Italia – sottolinea Polman – segue l’America in Afghanistan». E non è da trascurare il fatto che, in media, il 70 o 80 per cento dei soldi è investito nel Paese donatore stesso. Di fatto si tratta di aiuti fantasma: tutto il cibo che viene donato dagli Usa, per esempio, è cresciuto, cucinato, impacchettato, distribuito da aziende a stelle e strisce. Ed è stato valutato che le spese di ricostruzione dell’Iraq, il più grande progetto Usa della storia, sarebbero potute costare fino al 90 per cento in meno se la ricostruzione di strade, ponti, fabbriche ecc. fosse stata affidata a società irachene anziché Usa. Oltre alle guerre, anche gli aiuti umanitari sono un business con ottimo ritorno economico!
Se ne è accorto anche lo star system di Hollywood e attori e registi corrono a ingaggiare consiglieri per le loro campagne di beneficenza. «Posso capire che le Ong cerchino chi fa audience – commenta Polman -. è più carino vedere in tv George Clooney che vedere solo un campo profughi. Ma così si prende un personaggio che non sa esattamente di cosa si sta parlando semplicemente per dire: sono in questo campo profughi, manda dei soldi alla nostra organizzazione e risolveremo il problema per te. Ma la soluzione al problema è molto più complessa e non basta regalare 10 euro a una Ong. Così non dai informazioni e non fai un’analisi di ciò che accade. Alla fine – conclude Polman – significa che non stai affatto risolvendo il problema, lo stai solo coprendo”.
– da left- avvenimenti, 16 ottobre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2009
Lo scrittore portoghese è in Italia per presentare le sue acute riflessioni affidate a un blog. E ora a un libro. Eccone un piccolo assaggio
di José Saramago

Saramago
Una buona notizia, diranno i lettori ingenui, supponendo che, dopo tanti disinganni, ve ne siano ancora. La Chiesa anglicana… ha annunciato una importante decisione: chiedere perdono a Charles Darwin, ora che si commemorano i duecento anni della sua nascita, per il modo in cui lo ha trattato dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie e, soprattutto, dell’Origine dell’uomo... Anche se Darwin fosse vivo e disposto a mostrarsi benevolo, dicendo «sì, perdono», la generosa parola non potrebbe cancellare un solo insulto, una sola calunnia, una sola manifestazione di disprezzo dei molti che gli caddero addosso. L’unica a trarne beneficio sarebbe la Chiesa anglicana, che avrebbe aumentato, senza spese, il suo capitale di buona coscienza. Ringraziamola comunque del suo pentimento, che forse spingerà il papa Benedetto XVI a chiedere perdono… a Giordano Bruno, cristianamente torturato, con molta carità e perfino al rogo su cui fu bruciato. Questa richiesta di perdono non sarà gradita ai creazionisti nordamericani. Fingeranno indifferenza ma è evidente che si tratta di un ostacolo ai loro piani. Un ostacolo per quei repubblicani che, come la loro candidata alla vicepresidenza, inalberano la bandiera di questa aberrazione pseudoscientifica chiamata creazionismo (settembre 2008).
Ateismo militante
(…) le religioni non solo non avvicinano gli esseri umani, ma vivono, loro stesse, in stato di permanente mutua inimicizia, nonostante tutte le arringhe pseudo-ecumeniche ritenute vantaggiose da una parte e dall’altra per occasionali e passeggeri motivi di ordine tattico. Le cose stanno così da che mondo è mondo e non si vede alcun indizio di un possibile cambiamento. Salvo l’ovvia idea che il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei. (febbraio 2009).
Dogmi
I dogmi più nocivi forse non sono quelli che come tali sono stati espressamente enunciati, quale è il caso dei dogmi religiosi, perché quelli fanno appello alla fede e la fede non sa né può mettere in discussione se stessa. Il guaio è che si sia trasformato in dogma ciò che, per sua natura, non ha mai aspirato ad esserlo. Marx per esempio, non ha dogmatizzato, ma sono subito spuntati pseudo-marxisti pronti a convertire Il capitale in un’altra Bibbia…(novembre 2008).
Berlusconi e Co.
Secondo la rivista nordamericana Forbes il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi diecimila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi, proprietà di Berlusconi, qualche soldo glielo avrò fatto guadagnare. Una infima goccia d’acqua nell’oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il suo unico vizio… Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano – perché è di questo che stiamo parlando e non di un altro (ci arriveremo) – è dimostrato come l’inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto privato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? ( settembre 2008).
Che fare con gli italiani?
… è appena giunta la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Pd è cominciato come una caricatura di partito ed è finito,senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica… Veltroni è responsabile, certo non l’unico, ma nell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all’anima sua. ( febbraio 2009).
Tratto da José Saramago, “Il Quaderno” (Bollati Boringhieri)
l’intervista: ITALIA SVEGLIATI
Un quaderno di riflessioni acuminate. Nate in margine a fatti di cronaca. Ma non solo. Prima affidate con passione da blogger all’immediatezza della Rete. Poi distillate in libro che, come è noto, ha avuto una travagliata vicenda editoriale. Rifiutato da Einaudi, vede ora la luce grazie a Bollati Boringhieri con il titolo Il Quaderno. E mentre si parla di un trasferimento in blocco di tutta la sua opera nel catalogo Feltrinelli (a partire dal prossimo romanzo Caino), Saramago arriva in Italia per presentare il suo nuovo libro e incontrare il pubblico. Prima tappa il 9 ottobre proprio a Torino, la città di Bollati Boringhieri ma anche dello storico marchio enaudiano acquisito dalla Mondadori di Berlusconi. Alle 21 il Nobel è al circolo dei lettori e il giorno dopo all’università. E poi ancora ad Alba, a Milano ( 12 ottobre) e a Roma (14 ottobre, al Teatro Quirino, con Marramao). In attesa di questi incontri dal vivo, left ha rivolto a Saramago qualche domanda via mail.
Il Partito del premier si chiama Partito della libertà. Che tipo di libertà propone agli italiani?
La libertà di aprire il cammino al fascismo. Molti italiani credono di vivere in paradiso, ma forse si sveglieranno all’inferno. Se, purtroppo, ciò accadesse che non cerchino altri colpevoli.
Freedom House e l’ Economist denunciano che libertà di stampa è venuta meno in Italia. Che ne pensa?
Qualsiasi persona, perfino la meno attenta, lo confermerà. Fredoom House e Economist non ci hanno detto niente di nuovo.
Perché la reazione degli italiani e del Partito democratico alle continue bugie del premier è ancora così debole?
Non chieda a un semplice scrittore portoghese che dica ciò che gli italiani dovrebbero essere i primi a sapere. Sono loro che hanno messo Berlusconi dov’è. Che decidano adesso cosa fare
C’è uno svuotamento della cultura?
La cultura italiana sta resistendo e continuerà a resistere. Si prendano come esempio Saviano, Eco, Fo, Magris, Flores D’Arcais e tanti altri che difendono la fortezza della dignità e della sapienza.
Simona Maggiorelli
(traduzione di Sonia Castillo)
da left-avvenimenti 9 ottobre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 7, 2009

sonia e rajiv gandhi
Lo scrittore Javier Moro:«è curioso che in Italia sia conosciuta solo come la vedova di Rajiv Gandhi. In pochi sanno che ha sulle spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità»
di Simona Maggiorelli
Nel 1965 quando Sonia Maino andò a Cambridge per imparare l’inglese, di certo, non avrebbe mai immaginato di entrare nella politica indiana ai più alti ranghi, come presidente del Partito del congresso fondato da Gandhi e Nerhu. Ma nella fredda e inospitale cittadina inglese, fra gli studenti fuori sede che facevano gruppo, la bella ragazza di Orbassano, per caso, incontrò un giovane, come lei, molto timido e dal sorriso seducente. Era Rajiv Gandhi. E anche se lei pensava un futuro da interprete e lui da pilota, la storia tormentata dell’India e la lotta intrapresa da Jawaharlal Nehru e poi da sua figlia Indira Nehru-Gandhi per la democrazia cambiò completamente le loro vite.
«Ero in India nel 1991 quando Rajiv fu assassinato – racconta il giornalista spagnolo Javier Moro -. In tv vidi la cerimonia di cremazione e rimasi molto colpito dal dolore e dal coraggio di Sonia mentre tutta la sua vita andava in fumo insieme alle ceneri del suo uomo». Fu in quel momento che Moro decise di scrivere una storia dell’India attraverso la vicenda di Sonia Maino. Prima però sarebbero venuti altri libri come Mezzanotte e cinque a Bhopal (scritto nel 2001 con lo zio Dominique Lapierre e Passione indiana (Mondadori, 2006). Dopo tre anni di ricerche l’anno scorso Javier Moro è riuscito finalmente a portare a termine il suo lavoro che ora esce in Italia per la casa editrice Il Saggiatore. «Io non volevo scrivere una biografia romanzata di Sonia – spiega Moro che in questi giorni è in Italia per presentare il libro -. Ma raccontare, attraverso lei la complessità di un Paese-continente come l’India». Ne è uscito un grande affresco di storia, ma anche un affascinante tentativo di capire più a fondo la personalità di questa donna che dal 2004 ha portato due volte il Partito del congresso a vincere le elezioni. «Volevo capire come questa donna timida che non aveva ambizioni pubbliche sia riuscita – per passione democratica, per lealtà verso Rajiv – a vincere le proprie riluttanze accettando di entrare in politica. Oggi – sottolinea Moro – secondo la rivista Forbes, Sonia Gandhi è una delle tre donne più potenti al mondo. Io volevo scoprire come sia stata possibile questa trasformazione e raccontarla.
In India Sonia Maino Gandhi guida il partito di governo. Noi non abbiamo mai avuto né un premier né un presidente donna. E intanto, grazie a Berlusconi, non si parla che di escort e veline. Come vede la situazione italiana?
Problematica. Per essere diplomatico. Ciò che mi sorprende è che in Italia nessuno sappia chi è realmente Sonia Gandhi. Qui è conosciuta come una povera vedova. Una ragazza di provincia che diventò indiana. Ma in pochi sanno cosa rappresenti davvero questa donna che ha sulle sue spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità. Non si conoscono i problemi con cui si confronta, i conflitti che si trova a dirimere, le sfide continue. Io ho fatto il lavoro che un giornalista italiano avrebbe dovuto fare. Insomma vorrei dire al pubblico italiano che non esiste solo Berlusconi come politico, che c’è una donna come Sonia Gandhi che sta facendo un lavoro importante per cercare di rispondere all’ingiustizia e alla povertà che affliggono l’India.
L’ateismo di Nerhu e le idee progressiste e cosmopolite d Indira l’hanno influenzata?
Con Indira c’era un rapporto di profondo affetto. Sonia ne ha assorbito il pensiero politico. In più non ha mai dimenticato le sue radici povere. Questo è ammirevole perché sposando Rajiv avrebbe potuto diventare la grande borghese che a Delhi riceve Mandela o Mick Jagger. è molto consapevole che il cognome Gandhi si lega a una storia importante. E non vuole che nessuno se ne approfitti.
La non violenza gandiana l’ha guidata in politica?
Molto ma l’India non è un Paese omogeneo. Ci sono ben 4.635 comunità diverse, un mondo di religioni e di culture differenti e le tensioni sono fortissime. Il popolo indiano è, al fondo, pacifico. Se guardiamo alla storia, l’India non ha mai invaso un altro Paese. Ma questo non vuol dire che le tensioni fra le comunità non possano diventare pericolose. Le relazioni fra musulmani e induisti sono difficili e complesse. Ma da quando Sonia ha vinto per la prima volta le elezioni nel 2004 si sono placate. L’India ha un grande partito democratico al governo; un partito che difende gli ideali di Nerhu, ovvero ideali di laicità e di uguaglianza di fronte alla legge. Ma deve fronteggiare un partito religioso induista che non vuole un’India in cui si integrino molteplici identità. I fondamentalisti indiani, oggi all’opposizione, vorrebbero una nazione specchio del Pakistan: una nazione induista tanto quanto loro sono musulmani. In dieci anni Sonia Gandhi ha portato il Partito del congresso, da disgregato che era, ad avere la maggioranza assoluta. è frutto del lavoro di una donna italiana che non voleva fare politica.
dal quotidiano Terra 7 ottobre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 6, 2009
Mentre il colosso Amazon lancia la nuova sfida di Kindle internazionale, a Milano “Librinnovando” presenta l’esperienza antimonopolista di Librazioni. E le nuove proposte e-book di alta qualità, targate Il Mulino
di Simona Maggiorelli
Da anni si profetizza la fine dei buoni vecchi libri e dei giornali, resi carta straccia dall’avanzata dei nuovi media. Ma studi ed esperienze di avanguardia oggi documentano l’esatto contrario. Con buona pace di tutti i millenaristi, vecchi e nuovi. I nuovi scenari parlano di una forte avanzata degli e-book e degli audiolibri, ma anche di nuove librerie online di qualità, strutturate come social network antimonopolisti, pronte a dare battaglia al colosso Amazon. Femomeni in rapida espansione all’estero, ma che hanno anche qualche punta di diamante in Italia. L’esperienza di una libreria online come Librazioni ne è un esempio. «La nostra libreria online offre un catalogo di circa 500mila titoli a chi voglia acquistare libri via internet, ma anche possibilità di affiliazione che permettono a chi aderisce di consigliare libri e guadagnare qualcosa», racconta a Terra l’ideatore dell’iniziativa, Francesco Mizzau. «La nostra proposta – spiega – ha un carattere essenzialmente antimonopolista e nasce sull’onda del crescente sviluppo dei social network». Un aspetto politicamente e strategicamente rilevante in una situazione come quella dell’editoria italiana gestita dai grandi gruppi. «Di fatto in Italia cinque giganti dell’editoria occupano tutti gli scaffali nelle librerie – spiega lo studioso di editoria e new media -. E i piccoli editori hanno difficoltà. Pochi di loro hanno best seller da più di 30mila copie». A fronte, invece, di una produzione libraria che nella vivace piccola e media editoria italiana significa soprattutto titoli di ricerca, talora anche alto tenore scientifico, sui quali i grossi editori difficilmente si arrischierebbero. Proprio del nuovo fenomeno della Librazioni, insieme a quello dei libri stampati on demand e di e-book si parla oggi al convegno “Librinnovando” organizzato da Ledizioni nell’aula magna dell’Istituto europeo di design di Milano. Dalle 10 alle 18, al centro della riflessione c’è il futuro dell’editoria nell’era digitale. Con un parterre di relatori che, dallo stesso Mizzau a Andrea Angiolini de Il Mulino, a Luisa Finocchi della Fondazione Mondadori, a Paolo Ferri dell’università Bicocca, fino a Marika de Acetis di Multimedia Mondadori, stanno concretamente lavorando per creare questo futuro prossimo venturo nel nostro Paese, accorciando la distanza che ci separa dal resto dell’Europa e dagli Stati Uniti. Oltreoceano, in particolare, il fenomeno e-book è in piena espansione.
«Negli Usa, nel 2008, hanno avuto una crescita del 200 per cento – racconta Mizzau – grazie soprattutto alla commercializzazione di libri scolastici e legati al circuito universitario». E dopo la partenza stanca che ebbe il fenomeno e-book in Italia nel 2000 ora anche da noi le cose potrebbero cambiare. «Alcuni editori stanno preparando delle piattaforme di e-book – ci anticipa Mizzau -. In particolare Il Mulino, con una piattaforma molto seria, basata su testi di valore accademico». La crescita degli e-book porta con sé quella della messa a punto di strumenti avanzati di lettura. E Amazon sta già giocando la sua carta: il 19 ottobre sarà lanciata la versione internazionale del lettore e-book Kindle dal quale sarà possibile accedere al catalogo Usa di libri digitali e ad alcune riviste. Ma non permetterà di navigare sui siti e blog selezionati da Amazon. Intanto la Sony sta già organizzando una contro risposta. «Alla fine – preconizza Mizzau – penso che il modello vincente risulterà quello formato moleskine da tasca, adatto non solo alla lettura di libri e-book ma anche per navigare in Rete, per lavorare, per telefonare, quello, insomma che ci permetterà di non portarci in tasca troppe scatolette differenti».
dal quotidiano Terra 8 ottobre 2009–
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 3, 2009
di Simona Maggiorelli

manifestazione per la libertà di stampa, Roma
Esistono ancora in Italia le condizioni per esercitare in modo compiuto la professione di giornalisti?. E’ la domanda che ha mosso Oreste Flamminii Minuto a scrivere Troppi farabutti. Il conflitto fra stampa e potere in Italia (Baldini Castoldi Dalai, in uscita il 6 ottobre). Una domanda fondamentale per valutare lo stato in cui versa la nostra democrazia. Dopo una serrata disamina della stampa italiana e della legislazione, l’autore, che da oltre cinquant’anni anni fa l’avvocato, si trova costretto a rispondere che in Italia la democrazia non è propriamente in pericolo: «è che proprio la libertà di stampa non c’è».
Un’affermazione grave basata non solo sui progetti in atto da parte del governo di bloccare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Non solo per gli editti “bulgari” del Premier contro giornalisti scomodi. Non solo per il vertiginoso incremento di denunce per diffamazione usate come mezzo per bloccare il lavoro dei giornalisti viste le lungaggini della giustizia. Ma anche, e soprattutto, per un fatto ormai strutturale come la scomparsa di editori puri, che non abbiano interessi e partecipazioni dirette in politica e negli affari. Da qui origina la tendenza da parte di editori-padroni a nominare direttori- signorsì pronti a farsi il loro braccio armato. Il caso de Il Giornale docet. E purtroppo non è il solo.
Difensore di molti giornalisti ed ex rappresentante legale dell’Espresso e dell’Unità, Flamminii, però, non si limita a raccontare e a esaminare questo brutto presente. Ma cerca di rintracciare i possibili prodromi nella storia italica. Uno, inconfutabile, lo si trova proprio nella nostra legislazione. Nonostante l’articolo 21 che garantisce la libertà di stampa sia inscritto nella nostra Costituzione, la legislazione italiana, ricorda Flamminii in Troppi farabutti, prevede anche la legge 47 promulgata nel 1948: «Una legge che è fatta apposta per tenere in scacco i giornalisti».
La legge 47, infatti, prevede la galera («per molestia») per quei giornalisti che cercano conferme di fonti di informazione. Ma anche per chi scrive che un imputato, forse, si sta pentendo. In questo caso la norma parla, nientemeno che di favoreggiamento. A inquadrare la questione in un’ottica più ampia, ma sempre “dolorosa”, è il costituzionalista Michele Ainis. Nel suo ultimo saggio La cura (Chiarelettere) presenta un decalogo di proposte per costruire una società basata sul merito, la legalità e l’uguaglianza: «Un’uguaglianza dei diritti, dal basso». Ma su Terra torneremo su questo argomento per approfondire le questioni sollevate dal libro che sarà presto in libreria.
Intanto, nel giorno della manifestazione per la libertà di stampa a Roma indetta (in “ribattuta”) per il 3 ottobre certamente non possiamo dimenticare (al di là della difesa del nostro piccolo “particulare”) i colleghi che in varie parti del mondo, per il fatto di fare bene il proprio lavoro , hanno perso la vita. Fra i libri che indagano il conflitto mortale fra informazione e regime segnaliamo, intanto, due titoli importanti di prossima uscita. Entrambi riguardano il Paese guidato da Medvedev e dal grande amico di Berlusconi, Vladimir Putin. Una Russia dove negli ultimi anni molti giornalisti sono scomparsi o sono stati uccisi. Come Anna Politkovskaja assassinata il 7 ottobre 2006 e Natalija Estemirova freddata il 15 luglio 2009. Entrambe a causa delle verità scottanti che avevano riportato alla luce. Perché, il volume di articoli della Politkovskaja in uscita per Adelphi si avvale del lavoro dei suoi due figli e dei colleghi della Novaja gazeta che hanno scandagliato l’hard-disk dei computer di Anna e il suo archivio personale. In drammatica successione quei pezzi sulla Cecenia per i quali fu “condannata a morte”. Nel libro Ragazze della guerra (Voland), invece, la giornalista Susanne Scholl ripercorre la storia di Anna in parallello a quella di Natalija che ne stata stretta collaboratrice e ne aveva poi portato avanti il lavoro. La giornalista tedesca sarà in Italia dal 23 ottobre per parlare di questo suo nuovo libro.
dal quotidiano Terra 3 ottobre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 2, 2009
di Simona Maggiorelli

Gabriella Belli, direttore del Mart
Mentre la gran parte delle istituzioni culturali è in grande sofferenza per i massicci tagli ai finanziamenti pubblici decisi dal governo Berlusconi, la direttrice del Mart di Rovereto, Gabriella Belli, segnala un dato in controtendenza, del tutto inaspettato: «L’interesse per l’arte contemporanea nel nostro Paese è in crescita». E in veste di presidente dell’Amaci (la rete nata dal “basso” che riunisce ventisette spazi museali) spiega: «Dalla lettura dei dati dell’ultimo anno risulta che gli spazi del contemporaneo hanno tenuto bene alla crisi che ha colpito tutti i musei, non solo in Italia».
L’arte contemporanea in Italia è sempre stata la Cenerentola. Non lo è più?
Sta crescendo anche da noi un mondo dell’arte composto di artisti, pubblico di appassionati e moltissimi giovani. Ma, quest’anno, ha inciso anche la Biennale di Venezia che attrae sempre pubblico straniero.
Mettersi in rete, unire le forze in progetti come l’Amaci quanto conta?
Il progetto è nato per far circolare le conoscenze e il sapere che ognuno di noi ha maturato negli anni. Anche se la rete dell’Amaci riunisce realtà diverse: musei, fondazioni, realtà piccole e grandi nate in contesti territoriali lontani fra loro. Ma c’è un dato che ci unisce sul piano gestionale: il trenta per cento delle nostre risorse viene dal privato. E la fisionomia degli sponsor va maturando. Negli anni Novanta le banche o le imprese che investivano in questo settore non esprimevano competenze specifiche. Oggi i partner privati, senza interferire nelle scelte di direzione culturale, orientano il marketing. E sono spariti gli sponsor che investono per un vantaggio politico immediato.
Defiscalizzare le donazioni potrebbe essere d’incentivo agli investimenti?
Avere un vebti per cento in meno di Iva sulle spalle per un museo significa, per esempio, poter investire di più sulla collezione permanente. I maggiori musei in Europa e nel mondo aggiornano le collezioni. Da noi è raro. Invece è importante fare investimenti lungimiranti, non effimeri, anche se daranno risultati culturali solo sul lungo periodo. Il più importante investimento, comunque, riguarda la formazione. Se fin da bambini si è “esposti” a stimoli culturali, cresce l’esigenza di arte, di cinema, di musica. La maggioranza di quei giovani diventeranno, da grandi, visitatori attenti, partecipi.
Il Mart di Rovereto è un’eccellenza riconosciuta anche all’estero. Come si diventa un modello?
Il Mart ha una bella storia alle spalle. La nostra forza è stata la continuità nel lavoro e la coerenza del progetto culturale. Favorita anche dal fatto che, casualmente, non ci siano stati cambi di direzione.
Dopo il Puskin e l’Ermitage, il Gropius-Bau di Berlino ospita fino a gennaio la sua mostra I linguaggi del futurismo. Il Mart ormai esporta progetti?
Sì, ma richiede molto sacrificio. Esportare progetti culturali è un superlavoro che non produce risultati immediati e che richiede un team di lavoro davvero motivato. I miei collaboratori, per capirci, vanno a cento all’ora. Ma occorre anche il sostegno della politica, in senso alto. Le amministrazioni locali tentine ci sostengono, capiscono l’importante di istituzioni in crescita come la nostra la nostra. Ma Rovereto fa 30mila abitanti e tutta la regione 450mila. Il Mart non può vivere solo di pubblico locale, per quanto ci segua con grande attenzione.
Come si riesce allora ad attrarre pubblico da fuori regione e dall’estero?
Con progetti culturali organici, come accennavo. Il Mart si è costruito l’ identità su progetti trasversali dedicati ad arte e scienza, arte e teatro, arte e musica. E così via. Ma anche attraverso una forte politica di investimenti nella collezione permanente. Negli anni Ottanta non avevamo da prestare. Oggi tra depositi e collezioni contiamo su 13mila opere, fra cui molti capolavori.
Al Mart è conservato un nucleo importante di opere futuriste. E a Marinetti e compagni lei dedicò una grossa mostra a Parigi.
Come valuta gli eventi del centenario 2009?
La compresenza di molte mostre ne ha penalizzate alcune. Non si può fare una mostra sul Futurismo senza opere di Boccioni. Ma la sua produzione, come è noto, non fu amplissima (morì a 37 anni). Così, alcune esposizioni del centenario risultano acefale. Senza contare che le sue opere più interessanti erano in mostra a Parigi e Londra. Parlo di quelle conservate in America perché l’Italia degli anni Cinquanta, curiosamente, le rigettò. Detto questo, ho trovato l’operazione di ricostruzione storica fatta dal Pompidou piuttosto strana: se si selezionano opere fino al 1916 o il 1918, non si vede il senso complessivo del Futurismo, anche nelle sue derive. In più esporre opere cubiste di Braque e Picasso accanto a quelle futuriste segnala uno scarto innegabile. E non a vantaggio di Severini e sodali. La grande mostra del 1986 a palazzo Grassi aveva segnato un avanzamento negli studi: l’importanza del futurismo risiede nel suo sperimentare ad ampio raggio, fra arte, cinema, teatro, moda. Nella ricerca dell’opera totale. Mostre come quella di Parigi ci fanno tornare indietro.
LA GIORNATA NAZIONALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2009, Tobias Rehberger il 3 ottobre, per la quinta giornata nazionale del contemporaneo organizzata dall’Amaci (Associazione musei d’arte contemporanea italiani), presenta il suo ultimo lavoro al MAXXI di Roma. All’esterno del museo progettato da Zaha Hadid e che sarà inaugurato ufficialmente nel 2010 l’artista tedesco ha realizzato un’installazione con giochi di luci che prosegue la ricerca sviluppata in videoinstallazioni concepite come stranianti riletture di capolavori del cinema, da Welles a Kubrick. L’intervento di Rehberger nella capitale si inserisce in un calendario fittissimo di mostre ed eventi che il 3 ottobre s’inaugurano in contemporanea. Dal Museon di Bolzano in giù. In Lombardia, per esempio, parte il progetto Twister che dissemina nuovi lavori di artisti come Loris Cecchini, Massimo Bartolini, Marzia Migliora e altri nell’hinterland milanse. A Firenze, invece, la notte tra il 2 e il 3 ottobre apre i battenti EX3, il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea di Firenze che sarà inaugurato il 29 ottobre con la personale di Rosefeldt e Tweedy.
left-avvenimenti–
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 30, 2009
INCONTRI. Lo scrittore Jason Elliot a Roma racconta il suo lungo lavoro di ricerca sulla tradizione culturale dell’antica Persia. Ritrovandone le tracce nascoste in un Paese oppresso da molti anni di regime teocratico.
di Simona Maggiorelli
Un semplice dettaglio come il nome di una strada. E la curiosità di vedere quante volte, negli anni quella targa è stata cambiata. Per damnatio memoriae nelle tante guerre che punteggiano la storia di quella che un tempo fu la Persia. Per servilismo dello Scià verso gli Stati Uniti. Per impeto rivoluzionario e poi per violenta restaurazione teocratica degli ayatollah. Da un particolare di toponomastica ricostruire un intero mosaico di storia. Rintracciandone i segni nel presente. È il talento originale dell’inglese Jason Elliot: scrittore, studioso di storia, viaggiatore, giornalista culturale e molto altro ancora. Quasi una eclettica figura di letterato ottocentesco a dispetto dei sui quarantaquattro anni ben portati.
E così, come un inattuale flâneur, lasciandosi prendere da ciò che gli viene incontro per le strade e poi prendendosi tutto il tempo per studiare Elliot, per esempio, è riuscito a ricostruire in Specchi dell’invisibile, viaggio in Iran (Neri Pozza) la storia stratificata e complessa della censura iscritta nella mappa di Teheran. Rintracciando anche la sotterranea e sorprendente vitalità di tradizioni eterodosse. Tanto eversive come poteva essere quella dell’antica poesia persiana per Khomeini e oggi per Ahmadinejad.
Così mentre il grande Ciro, fondatore del primo impero persiano (che venticinque secoli fa conquistò Babilonia, Assiria, Macedonia e Cina orientale), finì sotto la scure degli ayatollah che gli preferirono un oscuro personaggio sulla targa di un’importante strada della capitale, quello stesso regime teocratico non cancellò affatto la memoria degli antichi poeti persiani anche se avevano sempre avuto un rapporto assai conflittuale con l’ortodossia religiosa.
«Le immagini sensuali della loro poesia – nota Elliot – hanno sempre attirato gli strali dei bigotti e le dottrine mistiche esposte velatamente nei loro poemi causarono l’ostilità dei teologi tradizionalisti». Quasi tutti i grandi lirici persiani erano seguaci della mistica sufi che celebrava il rapporto fra uomo e donna e sbeffeggiava il clero, in nome di una relazione diretta con il divino. Ma non solo. «Passi di Khayyam parlavano di vino e di incontri e libagioni. Mentre il poeta Firdausi celebrava la gloria degli antichi re persiani preislamici. Nonostante il biasimo del regime il suo nome non è mai stato cancellato dalla toponomastica né la sua opera è mai stata ufficialmente messa al bando. Un dettaglio da cui si può dedurre – conclude Elliot – l’enorme rispetto che ancora oggi quella tradizione letteraria riscuote anche dalla parte più intollerante del Paese». Un fatto che può apparire paradossale.
Ma non a chi conosca la complessità iraniana dall’interno. Al Festival della letteratura di viaggio a Roma Elliot, presentando Specchi dell’invisibile insieme al precedente libro sull’Afghanistan, Una luce inattesa (Neri Pozza), è tornato a rovesciare il cannocchiale occidentale mettendo a fuoco quei pregiudizi che distorcono la nostra lettura dell’Iran. «L’ostacolo maggiore alla comprensione sottolinea con passione – è quel nostro giudicare nascosto e preventivo che si frappone fra noi e la realtà. Una sorta di schermo invisibile che ci impedisce di vedere il mondo come è realmente. Personalmente- ammette Elliot – ho cominciato a scrivere proprio per cercare di bucare quello schermo. Un sano scettismo anche rispetto a ciò che raccontano i media occidentali oggi mi pare indispensabile».
dal qotidiano terra 29 settembre 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009
di Simona Maggiorelli

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927
La vera storia di Tina Modotti deve ancora essere scritta. Nonostante le molte autorevoli biografie (in primis quella di Pino Cacucci Tina, Feltrinelli) e i film che le sono stati dedicati.
Nata nel 1896 in una famiglia numerosa e povera di Udine, Tina fu, forse, giovanissima prostituta, poi operaia, teatrante dalla forte carica espressiva e, una volta sbarcata Oltreoceano in cerca di fortuna, attrice del cinema muto. Ma a Hollywood le parti da odalisca e femme fatale ,che le assegnavano per la sua straordinaria bellezza e lo sguardo malinconico, la stufarono presto. Si sentiva chiusa in una scatola. E come tante volte poi farà nella vita, si rimise in cerca. «Aveva una grande sete di conoscere, di sapere, di imparare», diceva di lei il fotografo Edward Weston che diventò il suo amante e la introdusse ai segreti della Graflex.
Ma entrando in contatto con i muralisti messicani e, a Città del Messico, frequentando Diego Rivera e i poeti del movimento estridentista, Tina maturò una forte passione politica. Impegno civile, militanza nelle file del partito comunista messicano, lavoro nella redazione di El Machete e al contempo l’esigenza profonda di trovare una propria cifra espressiva, originale. In questo esplosivo mix Tina Modotti, nell’arco di poco tempo divenne una delle più sensibili fotografe del primo Novecento, regalando alle sue opere un’intensità drammatica e poetica che ha pochi eguali.
Fra i campesinos e i rivoluzionari, i suoi scatti hanno il respiro di un epos potente, calmo, antiretorico. Semplici primi piani di mani di lavoratori, bambini al seno della madre, campi assolati in cui sabbia arida e sassi si trasformano in elementi di un paesaggio vivente e umano, un mare di sombreri nelle riunioni politiche in una piazza dalla forte carica pittorica. Dalle pareti della galleria Photology a Milano, dove fino al 13 novembre è aperta la mostra Sotto il cielo del Messico, e dal catalogo Photology (con testi di Cacucci) le stampe di Tina Modotti oggi ci vengono incontro, con penetrante immediatezza e autenticità. Con un calore che sembra mancare ai raffinatissimi scatti di Weston. Rifiutando l’euforia meccanicistica che la fotografia più progressista conobbe in Europa negli anni Venti e negli Stati Uniti un decennio dopo, Weston e Tina non avevano fatto della nitidezza delle immagini e dell’esattezza il proprio credo. In quegli anni i dettami della nuova oggettività europea imponevano che la registrazione dei fatti fosse esattissima. Mentre i costruttivisti che sposarono la rivoluzione rifiutavano l’opera d’arte individuale, «capitalista» per un’arte collettiva e popolare.

Tina Modotti
E perfino il filosofo Walter Benjamin arrivò a dire che «la creatività della fotografia è la sua abdicazione alla moda dell’espressività». E’ una strada di ricerca completamente diversa, invece, quella che sceglie l’irrequieta Tina Modotti, che passa da un amore all’altro, fedele solo al desiderio, e intanto si butta a capofitto nell’impegno politico e nell’arte. E mentre Edward Weston, dopo la separazione da lei, si darà a raffreddati esercizi formali, ritraendo nudi femminili come forme naturali, fiori e conchiglie, Tina cerca ancora di far risuonare il suo cuore nei ritratti. Stagliato contro il cielo, il profilo del rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella è uno dei più intensi di questi anni. Ma dopo la pallottola stalinista che lo freddò mentre le camminava accanto, Tina cominciò a vacillare. E’ la fine di un grande amore e insieme il crollo di un grande ideale. Nel 1942, dopo vari anni spesi a lavorare oltre la cortina di ferro, Tina Modotti fu trovata morta in un tax a Città del Messico. I veleni della Russia stalinista, da cui aveva sperato di poter scappare, erano riusciti a raggiungerla e a spezzarla.
da Left-Avvenimenti
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