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Giordania crocevia di culture

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 22, 2009

di Simona Maggiorelli

Giordania, crocevia di popoli e di culture. Per secoli lungo la via carovaniera delle spezie. E poi, sotto la dominazione romana e ottomana, in osmosi continua con l’Occidente. Lungo i millenni la cultura giordana si è formata in una complessa stratificazione di culture diverse, di volta in volta assorbite, rielaborate e sussunte dal substrato precedente. Apparentemente senza rotture, senza annullamenti. Così, lungo la strada aperta dalla mostra fiorentina dedicata alla scoperta del castello crociato di Shawbak, l’esposizione inaugurata ieri nel palazzo del Quirinale dal re e dalla regina di Giordania offre una panoramica per exempla di questo lungo cammino dell’arte giordana, dal Neolitico fino alla conquista ottomana. Attraverso la selezione di sessanta importanti reperti archeologici provenienti dal museo di Petra e di Amman si ripercorre così, idealmente, un lungo viaggio culturale che dall’VIII millennio a.C. approda al periodo delle grandi dominazioni. «Tanti popoli sono stati attratti dalla Giordania. Ognuno di loro ha lasciato una sua impronta negli strati archeologici e nella cultura del Paese», ricorda l’accademico dei Lincei Louis Godart, curatore della mostra. E se la sezione dedicata all’ellenismo imposto da Alessandro Magno (così come quella dedicata alla conquista romana) ci riporta sui sentieri più noti di un’arte dalla forte impronta classica e figurativa, a colpire l’immaginazione sono soprattutto i primi capitoli della rassegna dedicati al Neolitico e all’Età del Bronzo. è qui che incontriamo una statua risalente a 7500 anni prima di Cristo, una primitiva figura fatta di canne ricoperta da intonaco e che si ipotizza rappresentasse una figura mitica portatrice di prosperità. Vasi zoomorfi, fiaschette dipinte e scrigni con intarsi d’avorio raccontano un’arte giordana dell’Età del Bronzo già estremamente elaborata e raffinata, per arrivare poi alle statue scolpite in pietra grigia dell’Età del Ferro (circa VIII secolo a.C.) in cui si rintracciano influenze aramaico-siriane, mescolate a tipici simboli egizi come la corona Atef. Sono statue che rappresentano figure maschili nei loro tratti e costumi più tipici: egiziani (gli occhi ben delineati) o asiatici (nel modo di portare la barba), ma anche africani (nella capigliatura e nei tratti somatici). E che ci raccontano de’inontro fra razze e culture che già connotava le antiche terre di Giordania. E all’età del ferro appartengono anche le statue di divinità femminili come la dea Astarte «realizzata – nota Godart- con uno stilmolto simile a quello degli avori scolpiti siro-fenici». Una dea bifronte con occhi lucenti di pietre nere e intarsi eburnei. Il periodo nabateo che coincise con il massimo splendore di Petra, infine, è rappresentato in mostra con iscrizioni del IX secolo a C e stilizzate statue di idoli antropomorfi, alcune delle quali provenienti dalla mostra dedicata a Shawbak e che, al termine di questa mostra romana organizzata da Civita torneranno nei musei della Giordania dove sono conservate.

da Terra del 22 ottobre 2009

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Lungo la via dell’incenso

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2009

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Alla scoperta della nuova Petra e delle testimonianze dell’antico popolo preislamico dei Nabatei

di Simona Maggiorelli

Lungo la via caravaniera dell’incenso proveniente dalle regioni dell’Arabia felix (oggi Yemen) nasceva Petra, la città scavata nella roccia del deserto, capitale nabatea dal IV secolo a.C. e oggi universalmente conosciuta come la perla del patrimonio artistico giordano. Ma a venticinque chilometri più a Nord fonti arabe raccontavano fin dall’antichità di una città nabatea fortificata, altrettanto meravigliosa, ricca di giardini e di palazzi.«Per secoli-chiosa l’archeologo Guido Vannini- si è creduto che si trattasse solo di leggende. Ora le ricerche archeologiche hanno dimostrato che quell’insediamento incastellato, poi divenuto città straordinariamente cosmopolita, era esistito davvero». La città di cui parliamo è Shawbak e ai recenti importanti ritrovamenti delle spedizioni archeologiche dell’Università di Firenze e internazionli è dedicata la mostra Da Petra a Shawbak nella Limonaia del Giardino dei Boboli che sarà inaugurata il 13 luglio, per poi essere trasferita in autunno in Giordania. «Nel corso del tempo Shawbak ha più volte cambiato pelle– spiega Vannini- maturando sul più antico substrato nabateo, uno strato romano-bizantino e poi islamico, fino a diventare durante il medioevo avamposto crociato e poi ancora città militare in epoca ayyubide», E, fatto abbastanza straordinario,senza che le differenti culture si elidessero l’un’altra, ci spiega lo studioso, anticipandoci alcuni risultati delle sue ricerche che saranno presentati in mostra. Pur essendo nata come città di frontiera, Shawbak di fatto non segnò mai una cesura netta nella regione. Al contrario seppe farsi zona osmotica di passaggio fra il Nord “siriano” e il Sud “egiziano”, Ma anche fra Mediterraneo e Arabia, sussumendo e intrecciando differenti culture in una identità nuova e originale.

Petra

Petra

Qualche segnale di questo complesso processo si può leggere anche nelle decorazioni di alcun vasi che accanto a decorazioni islamiche conservano figurazioni di stampo latino. Alcuni di questi reperti, mai prima presentati al pubblico, saranno in mostra a Firenze accanto a reperti che raffigurano divinità del pantheon nabateo, perlopiù legate ai riti della fertilità e insieme a ceramiche nabatee cosiddette a “pelle di uovo”, per la loro delicata consistenza. «le radici culturali nabatee sono l’origine nobile di Shawbak e di Petra, un po’come lo sono quelle etrusche per certa Toscana, ma la cultura di cui poi è rimasta maggiore traccia nei secoli è quella medievale. Così oggi- conclude Vannini- quella che appare agli occhi del visitatore che magari abbia visitato Petra quindici anni fa è una città enormemente arricchita di monumenti riportati alla luce, ma anche sempre più tipicamente medievale».

da left-Avvenimenti aprile 2009

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