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Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

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Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

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I tesori perduti dell’Afghanistan

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 21, 2012

Massud

Massud

Prima l’Unione Sovietica, poi gli Stati Uniti. L’Afghanistan è stato ridotto in uno stato di guerra civile permanente. E gran parte del suo patrimonio d’arte è stato distrutto.Ed è corsa contro il tempo per recuperare ciò che ne rimane.  La denuncia de’archeologo ed esperto di arte islamica Michael Barry

di Simona Maggiorelli

Dall’impero di Alessandro Magno al regno dell’indiano Ashoka. Per millenni l’Afghanistan è stato un territorio in cui si sono incontrate tradizioni diversissime fra loro. L’isolamento in cui il Paese è stato rinchiuso a lungo ha fatto sì che questo straordinario melting pot di culture si preservasse intatto per secoli. Fino allo scempio compiuto dalla dominazione sovietica e poi statunitense che, paradossalmente, da opposte sponde ideologiche, «si sono date man forte nel mettere in atto una tragica devastazione del Paese». Non esita a parlare di «genocidio culturale e umano» l’archeologo e studioso di arte islamica Michael A. Barry che in Afghanistan è vissuto per molti anni a partire dal 1962.

«Mi ero trasferito là per svolgere il mio lavoro di archeologo, ma poi l’emergenza umanitaria causata dall’invasione sovietica mi ha fatto mettere da parte le mie ricerche sull’arte afgana per cercare di dare un aiuto alla popolazione», racconta a left il docente dell’Università di Princeton in perfetto italiano. Invitato da Torino Spiritualità a parlare di arte e cultura islamica ma anche del suo ultimo libro Massud, il leone del Panshir (Ponte alle Grazie) dedicato al guerrigliero afgano assassinato il 9 settembre del 2001 , Barry ha offerto uno straordinario affresco della storia dell’Afghanistan, per millenni crocevia di culture e ridotto «in uno stato di guerra civile permanente» dall’Unione sovietica prima e poi dagli interessi contrapposti di Stati Uniti, Pakistan e Iran.

tavoletta sul rosso«Quando arrivai in Afghanistan negli anni Sessanta – racconta Barry – mi trovai davanti un Paese dalla sterminato patrimonio d’arte frutto di inaspettate e fertili contaminazioni fra culture radicalmente differenti come quella induista e quella islamica». Contrariamente a ciò che comunemente si pensa «il nemico numero uno dell’Islam non è il Cristianesimo – spiega Barry-. Pur non avendo l’idea dell’incarnazione di Dio né quella di peccato originale, la religione di Maometto condivide con il Cristianesimo il riferimento all’Antico Testamento. Il nemico per l’Islam è il paganesimo, e la religione indiana è avvertita come l’opposto non assimilabile».

Un’avversione che nei Talebani è diventata odio e distruzione sistematica degli antichissimi Buddha scolpiti che erano sopravvissuti per secoli come parte del prezioso patrimonio d’arte afgano. E che miracolosamente erano scampati ai carri armati sovietici, alle bombe e alla strategia della tensione messa in atto dal Pakistan e dall’Iran perché l’Afghanistan non potesse risollevarsi e cercare di ristabilire una propria indipendenza. «Su questo già nel 1985 -’86 si innestò la decisione Usa di obbedire ai generali pachistani per distruggere il governo di Kabul- ricorda Barry -. Gli Usa si allearono con le forze più reazionarie in Afghanistan pur di raggiungere questo obiettivo».

dal settimanale left-avvenimenti

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Il business di Madre Teresa

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 16, 2009

Dopo la denuncia di Christopher Hitchens , la giornalista Linda Polman riapre il caso della “Santa” di Calcutta, che non dava i farmaci ai malati  e accumulava  fondi su un conto privato all’estero. Nel nuovo libro inchiesta della giornalista olandese una schietta disamina del lato scuro delle organizzazioni umanitarie, specie quelle a sfondo religioso

di Simona Maggiorelli

Tra i termini con cui le Ong descrivono i propri scopi il più ricorrente è “umanitario”. Aggettivo alto, importante, denso di significati. «Una parola che fa pensare a un interesse vero, profondo, per le persone, ma che – denuncia la giornalista olandese Linda Polman-  troppo spesso è solo una copertura per fini ben diversi. La missione umanitaria in Kossovo, per esempio, significò bombe. Era violenza e venne fatta passare come un’azione nell’interesse delle persone».

Un altro esempio di come l’aggettivo “umanitario” possa essere sbandierato con tragiche conseguenze si trova nei cosiddetti humanitarian spaces: campi profughi, spiega Polman, che creano «una illusione di sicurezza». Indicando una determinata area come sicura, di fatto, si richiamano molti profughi «ma poi non si è in grado di proteggerli realmente. Ed è ben noto che i civili nelle guerre di oggi sono diventati un obiettivo militare». Senza contare che questi campi profughi, simili a prigioni, non hanno proprio nulla di umanitario.

Oggi dei 12 milioni di profughi che ci sono al mondo 7 milioni e mezzo vivono rinchiusi per una media di 10 anni. Mentre colera e dissenteria imperano, ritrovandosi alla mercé di comandanti, di banditi e della carità dei donatori. «Ma vivere rinchiusi- dice Polman- genera frustrazione e risentimenti. Il movimento dei talebani, non a caso, è nato nei campi profughi per afgani in Pakistan». Fra le pratiche vessatorie a cui chi ha bisogno di aiuto si trova esposto, quella più odiosa, è il ricatto religioso: quella carità penosa delle Ong evangeliche e cattoliche che lo scrittore Alan Drew ha descritto nel libro Nei giardini d’acqua (Piemme) ambientato durante il terremoto del 1999 a Istanbul. Cibo in cambio di abiura delle proprie convinzioni e conversione. Questa la politica di aiuti umanitari praticata da molte Ong Usa, con la supponenza di chi pensa di esportare una cultura superiore. «E poi- chiosa Drew – noi americani ci domandiamo perché gli arabi ci odiano». Situazioni del genere «erano e sono all’ordine del giorno anche in Afghanistan e in Iraq – commenta Polman-. Vogliamo sempre qualcosa in cambio per il nostro aiuto. Se le organizzazioni umanitarie cristiane vanno ad aiutare lo fanno per conquistare anime. In Africa sono la maggioranza. Ma anche in America le Ong sono per lo più di stampo religioso. Vanno a convertire il mondo alla cristianità. Qualche volta ci riescono, nella maggior parte dei casi, no. Ma di sicuro, partono con questa missione».

Fra i molti personaggi coinvolti in questo tipo di aiuti “umanitari”, quello che ha colpito maggiormente Linda Polman è stata madre Teresa: «Ero a Calcutta quando era ancora viva e gestiva un grande ospedale. Circondato da mura altissime, era il terrore dei bambini che si sentivano dire: guarda che se non stai buono viene madre Teresa e ti porta via. Di fatto – denuncia la giornalista ospite del Festival internazionale a Ferrara- varcate quelle mura la gente moriva senza cure mediche e medicine». Dopo la scomparsa di madre Teresa alcune inchieste giornalistiche hanno portato alla luce suoi conti all’estero. «I finanziamenti che riceveva in cifre ingenti – spiega Polman – non li spendeva per l’ospedale ma li accumulava sul proprio conto».

Lo raccontava qualche anno fa anche Christopher Hitchens nel libro La posizione della missionaria (Minimum fax). «Madre Teresa, che il Vaticano ha fatto santa – aggiunge ora Polman – ha scippato un sogno umanitario. Il problema siamo noi che vogliamo credere in queste illusioni, che vogliamo ostinatamente credere che madre Teresa fosse una gran donna che aiutava i poveri. Se andiamo a guardare i libri dei conti, se facciamo un po’ di ricerche, invece, si scopre che la storia delle Ong religiose ha sempre un dark side». Un lato oscuro da cui purtroppo non sono del tutto esenti anche molte Ong che si professano laiche, neutrali e disinteressate, come la stessa Polman documenta nel suo nuovo libro L’industria della solidarietà (Bruno Mondadori).Pur non dimenticando alcuni obiettivi positivi raggiunti, né tanto meno le persone che in missioni umanitarie o di peace keeping hanno perso la vita, la giornalista traccia un disincantato ritratto del fenomeno Ong (l’Onu ne ha conteggiate più di 37mila, ndr) troppo spesso eterodirette dai governi che le finanziano, prese da febbre da contratto, ipercompetitive nel contendersi fondi ingenti e più dedite a indagini di mercato che alla vera e propria risoluzione dei problemi.

Il caso dell’Etiopia ne è un chiaro esempio: tremila Ong sul territorio hanno un budget di oltre un miliardo di dollari l’anno. «Fame e carestie sono diventate un business – dice la giornalista – mentre nel Paese poco o nulla sembra cambiare». Le Ong si dicono apolitiche ma questo le rende ricattabili, precisa Polman. «Si dicono indipendenti dalla politica ma non potranno mai esserlo realmente, perché dipendono dai soldi che ricevono dai governi, i quali le spingono a investire dove è loro più utile. Durante la Guerra fredda accadeva lo stesso, Usa e Urss investivano in quei Paesi che potevano servire nello scacchiere. Oggi – prosegue Polman – qualcosa di simile accade per l’Iraq e per l’Afghanistan. Ricevono i nostri soldi perché abbiamo un interesse militare là, non perché amiamo quei Paesi. Ma le Ong non ci diranno mai nulla di questo meccanismo perverso. Hanno tutto l’interesse ad alimentare un sogno di un loro imparziale e neutrale intervento in aiuto a chiunque ne abbia bisogno». Oggi al mondo si contano 70 Paesi donatori. Ciascuno con una propria agenda. Salvo che nella guerra contro il terrorismo, alcuni Paesi vanno di pari passo, «per cui l’Italia – sottolinea Polman – segue l’America in Afghanistan». E non è da trascurare il fatto che, in media, il 70 o 80 per cento dei soldi è investito nel Paese donatore stesso. Di fatto si tratta di aiuti fantasma: tutto il cibo che viene donato dagli Usa, per esempio, è cresciuto, cucinato, impacchettato, distribuito da aziende a stelle e strisce. Ed è stato valutato che le spese di ricostruzione dell’Iraq, il più grande progetto Usa della storia, sarebbero potute costare fino al 90 per cento in meno se la ricostruzione di strade, ponti, fabbriche ecc. fosse stata affidata a società irachene anziché Usa. Oltre alle guerre, anche gli aiuti umanitari sono un business con ottimo ritorno economico!

Se ne è accorto anche lo star system di Hollywood e attori e registi corrono a ingaggiare consiglieri per le loro campagne di beneficenza. «Posso capire che le Ong cerchino chi fa audience – commenta Polman -. è più carino vedere in tv George Clooney che vedere solo un campo profughi. Ma così si prende un personaggio che non sa esattamente di cosa si sta parlando semplicemente per dire: sono in questo campo profughi, manda dei soldi alla nostra organizzazione e risolveremo il problema per te. Ma la soluzione al problema è molto più complessa e non basta regalare 10 euro a una Ong. Così non dai informazioni e non fai un’analisi di ciò che accade. Alla fine – conclude Polman – significa che non stai affatto risolvendo il problema, lo stai solo coprendo”.

– da left- avvenimenti, 16 ottobre 2009

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Sonia Gandhi, la donna che guida la più grande democrazia

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 7, 2009

sonia e rajiv gandhi

sonia e rajiv gandhi

Lo scrittore Javier Moro:«è curioso che in Italia sia conosciuta solo come la vedova di Rajiv Gandhi. In pochi sanno che ha sulle spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità»

di Simona Maggiorelli

Nel 1965 quando Sonia Maino andò a Cambridge per imparare l’inglese, di certo, non avrebbe mai immaginato di entrare nella politica indiana ai più alti ranghi, come presidente del Partito del congresso fondato da Gandhi e Nerhu. Ma nella fredda e inospitale cittadina inglese, fra gli studenti fuori sede che facevano gruppo, la bella ragazza di Orbassano, per caso, incontrò un giovane, come lei, molto timido e dal sorriso seducente. Era Rajiv Gandhi. E anche se lei pensava un futuro da interprete e lui da pilota, la storia tormentata dell’India e la lotta intrapresa da Jawaharlal Nehru e poi da sua figlia Indira Nehru-Gandhi per la democrazia cambiò completamente le loro vite.
«Ero in India nel 1991 quando Rajiv fu assassinato – racconta il giornalista spagnolo Javier Moro -. In tv vidi la cerimonia di cremazione e rimasi molto colpito dal dolore e dal coraggio di Sonia mentre tutta la sua vita andava in fumo insieme alle ceneri del suo uomo». Fu in quel momento che Moro decise di scrivere una storia dell’India attraverso la vicenda di Sonia Maino. Prima però sarebbero venuti altri libri come Mezzanotte e cinque a Bhopal (scritto nel 2001 con lo zio Dominique Lapierre e Passione indiana (Mondadori, 2006). Dopo tre anni di ricerche l’anno scorso Javier Moro è riuscito finalmente a portare a termine il suo lavoro che ora esce in Italia per la casa editrice Il Saggiatore. «Io non volevo scrivere una biografia romanzata di Sonia – spiega Moro che in questi giorni è in Italia per presentare il libro -. Ma raccontare, attraverso lei la complessità di un Paese-continente come l’India». Ne è uscito un grande affresco di storia, ma anche un affascinante tentativo di capire più a fondo la personalità di questa donna che dal 2004 ha portato due volte il Partito del congresso a vincere le elezioni. «Volevo capire come questa donna timida che non aveva ambizioni pubbliche sia riuscita – per passione democratica, per lealtà verso Rajiv – a vincere le proprie riluttanze accettando di entrare in politica. Oggi – sottolinea Moro – secondo la rivista Forbes, Sonia Gandhi è una delle tre donne più potenti al mondo. Io volevo scoprire come sia stata possibile questa trasformazione e raccontarla.
In India Sonia Maino Gandhi guida il partito di governo. Noi non abbiamo mai avuto né un premier né un presidente donna. E intanto, grazie a Berlusconi, non si parla che di escort e veline. Come vede la situazione italiana?
Problematica. Per essere diplomatico. Ciò che mi sorprende è che in Italia nessuno sappia chi è realmente Sonia Gandhi. Qui è conosciuta come una povera vedova. Una ragazza di provincia che diventò indiana. Ma in pochi sanno cosa rappresenti davvero questa donna che ha sulle sue spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità. Non si conoscono i problemi con cui si confronta, i conflitti che si trova a dirimere, le sfide continue. Io ho fatto il lavoro che un giornalista italiano avrebbe dovuto fare. Insomma vorrei dire al pubblico italiano che non esiste solo Berlusconi come politico, che c’è una donna come Sonia Gandhi che sta facendo un lavoro importante per cercare di rispondere all’ingiustizia e alla povertà che affliggono l’India.
L’ateismo di Nerhu e le idee progressiste e cosmopolite d Indira l’hanno influenzata?
Con Indira c’era un rapporto di profondo affetto. Sonia ne ha assorbito il pensiero politico. In più non ha mai dimenticato le sue radici povere. Questo è ammirevole perché sposando Rajiv avrebbe potuto diventare la grande borghese che a Delhi riceve Mandela o Mick Jagger. è molto consapevole che il cognome Gandhi si lega a una storia importante. E non vuole che nessuno se ne approfitti.
La non violenza gandiana l’ha guidata in politica?
Molto ma l’India non è un Paese omogeneo. Ci sono ben 4.635 comunità diverse, un mondo di religioni e di culture differenti e le tensioni sono fortissime. Il popolo indiano è, al fondo, pacifico. Se guardiamo alla storia, l’India non ha mai invaso un altro Paese. Ma questo non vuol dire che le tensioni fra le comunità non possano diventare pericolose. Le relazioni fra musulmani e induisti sono difficili e complesse. Ma da quando Sonia ha vinto per la prima volta le elezioni nel 2004 si sono placate. L’India ha un grande partito democratico al governo; un partito che difende gli ideali di Nerhu, ovvero ideali di laicità e di uguaglianza di fronte alla legge. Ma deve fronteggiare un partito religioso induista che non vuole un’India in cui si integrino molteplici identità. I fondamentalisti indiani, oggi all’opposizione, vorrebbero una nazione specchio del Pakistan: una nazione induista tanto quanto loro sono musulmani. In dieci anni Sonia Gandhi ha portato il Partito del congresso, da disgregato che era, ad avere la maggioranza assoluta. è frutto del lavoro di una donna italiana che non voleva fare politica.

dal quotidiano Terra 7 ottobre 2009

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