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Posts Tagged ‘Anna Politkovskaja’

Generazione anti Putin

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 22, 2012

Ex agente dei corpi speciali anti terrorismo in Cecenia e oggi scrittore e giornalista pluripremiato. Tanto che anche l’americano Newswweek gli ha dedicato un ampio ritratto. Nell’avvicinarsi delle elezioni russe lo scrittore Zachar Prilepin fotografa lo scenario russo, fra rivolte giobanili e rigurgiti nazionalisti

di Simona Maggiorelli

Proteste anti Putin

Originario della piccolo villaggio di Ilinka nella regione di Rjazan,con un passato da pugile e da militare dei corpi speciali russi, Zachar Prilepin è approdato al giornalismo e alla letteratura dopo aver sperimentato la ferocia delle campagne “anti terrorismo” di Putin a Groznyj. Classe 1975, giovanissimo, ha combattuto in Cecenia per ben due volte, nel 1996 e nel 1999. Sperimentando da vicino la tensione, la paura, la disperazione di dover uccidere per non morire, in quel corto circuito di panico e adrenalina che manda in pappa il cervello del protagonista nel romanzo Patologie (Voland): «“Io ho ammazzato un uomo”, penso stancamente e non so come continuare il pensiero», dice il soldato Egor Taševskij, andando incontro a una paralisi totale. Come il suo autore, Egor è un militare dei corpi speciali russi, gli Omon. All’inizio del romanzo lo  vediamo scherzare e giocare a carte, con i commilitoni  mentre volano in elicottero verso Groznyj. Quasi fosse un gioco da ragazzi. Fra risate nervose e battute goliardiche per coprire l’insicurezza.  Poi, d’un colpo, Zachar Prilepin ci fa precipitare nel gorgo delle ossessioni di Egor che corrodono anche i suoi rapporti con la ragazza, mostrandoci quel vuoto interiore che la guerra ha fatto diventare una voragine .
«Io non ho ucciso nessuno e non ho nemmeno un centesimo delle ossessioni di Egor», mette le mani avanti Prilepin. «Ma mi premeva dire che patologia non è solo la guerra fuori di noi, ma ancora prima lo è percepire l’altro come nemico, fino a non vederlo più come essere umano».

Zachar Prilepin

Uscito nel 2005 in Russia con il titolo Patologii (e pubblicato in Italia da Voland due anni fa) il romanzo è esploso come caso letterario. Anche per la scrittura icastica, incisiva e spiazzante di Prilepin, che ne fa un caso a parte nella nuova letteratura russa in cui il filone della scrittura- verità sulla guerra contro l’indipendenza cecena conta già vari esempi. A cominciare da Nicolai Lilin, autore della trilogia Il respiro del buio, Caduta libera e Educazione siberiana (Einaudi). Diversamente da Lilin, Prilepin non punta sulla scrittura di genere, sul thriller, dai nervi scoperti,  ma su una prosa ricca e polifonica e su storie che in filigrana lasciano intravedere complessi spaccati socio-politici. Così, dopo Patologie, nel suo nuovo romanzo San’kja  (Voland) traccia un dirompente affresco di una società russa,  stretta nella morsa di poteri forti e corruzione.

In primo piano le recenti proteste anti Putin, che convogliano  nelle piazze di Mosca istanze diverse e spesso contraddittorie: dai movimenti di sinistra ai nostalgici del comunismo, dal ribellismo anarcoide a rigurgiti nazionalisti, che,  racconta Prilepin,  nel vuoto  lasciato dall’ideologia sovietica stanno sempre più prendendo piede: «Da quando era diventato un uomo, dall’età di leva, tutto gli era diventato chiaro» scrive Prilepin in San’kja mostrando la mentalità di uno dei leader delle manifestazioni. «Questioni insolubili non ne sorgevano più. Dio c’è. Senza padre si sta male. La madre è buona e cara. La Patria è una sola…».
Eccoci dunque nel ventre molle delle proteste russe di oggi che Prilepin conosce direttamente come giornalista della Novaja Gazeta, (il giornale per il quale lavorava anche Anna Politkovskaja) ma anche come attivista della coalizione politica Drugaja Rossija, l’Altra Russia.
«La Russia degli anni Ottanta, in cui la mia generazione è cresciuta, ha visto un’imposizione quasi assoluta dei valori liberali» ricorda Prilepin. «E la censura liberale è stata altrettanto aggressiva e intollerante  di quella sovietica. Gli scrittori di “sinistra” per molti anni non hanno avuto accesso alla tv e ai  maggiori media. A mia volta, quando all’inizio degli anni 2000 (anni zero come li chiama Prilepin ndr) cercai di pubblicare qualcosa, le testate letterarie più importanti mi rifiutarono proprio per motivi politici. Allora tutti erano convinti che i letterati di “sinistra” fossero  marginali e mascalzoni». Ora però le cose sono cambiate e Zachar Prilepin, vincitore del Super National Bestseller Price per il romanzo Grech e del Premio scrittore dell’anno è fra gli autori giovani più seguiti e  apprezzati in Russia.

«Stranamente, la cose cominciarono a cambiare sette o sei anni fa» racconta lui stesso. «Quando divenne chiaro che della nuova generazione di scrittori russi praticamente nessuno professava idee liberal-borghesi. O hanno valori di sinistra o conservatori. Questo è stato uno shock per la società liberale! Avevano cercato di sradicare tutto ciò che rimaneva della mentalità sovietica e d’un tratto hanno scoperto di non avere “figli” dal punto di vista letterario».
Ma d’altro canto anche gli scrittori della rivoluzione, da Majakovskij a Esenin, non sembrano rappresentare uno stimolo per i nuovi narratori russi, perlopiù impegnati a “fotografare” la violenza e il nihilismo dell’attuale deriva russa. «Per la generazione letteraria attuale la rivoluzione russa di cui parlate voi in Occidente è un mistero, quasi un atto religioso» commenta Prilepin. «Io riconosco che la rivoluzione ebbe varie conseguenze, anche devastanti – dice lo scrittore – Ma non è stata una tappa casuale nella storia dell’umanità. Scendi, sorgi a noi, cavallo rosso, aggiogati nelle stanghe della Terra, scriveva Sergej Esenin allora, E porta il globo terrestre a un’altra strada! Tutti speravano in un rinnovamento globale, universale. La rivoluzione lo portò solo parzialmente. Tuttavia l’importanza e la scala dell’evento fu comunque vastissima. Quello che avvenne in Russia nel 1991 fu  assai meno significativo e non ebbe ripercussioni sulla cultura. Perché non si può ingannare la cultura! Che accoglie solo quello che può diventare mito ed epos. La rivoluzione del 1917 è un mito, mentre il 1991 è una disgustosa e misera  faccenda politica.
E oggi cosa sta  accadendo in Russia?
Il Paese è nel degrado. La Russia ha subito tracolli sociali e politici; metà della popolazione è andata incontro a fallimenti; sono state distrutte migliaia di imprese. In cambio volevamo ottenere almeno la libertà. Ma ora è chiaro che il potere è nelle mani di un gruppo di persone corrotte che fanno sì  che  non ci sia nessun ricambio politico. Usano il potere per arricchirsi. Hanno “esportato” miliardi di dollari all’estero. I figli delle élite non studiano in Russia, le persone più vicine a Putin non hanno neanche la cittadinanza russa. Un esempio: Timčenko che gestisce quasi la metà del petrolio russo, è cittadino finlandese e non si capisce perché paghi le tasse in Svizzera. È il regno dell’assurdo.
Perché si è schierato con Drugaja Rossija, l’Altra Russia, non esente da nazionalismo?
Perché fra i movimenti all’opposizione  è il più coerente. E non è liberal-borghese. Un poeta geniale come Blok scrisse: «Sono un artista quindi non sono liberale». Il liberalismo è troppo razionale. Le intuizioni appartengono alla sfera dell’irrazionale.
Cosa resta nella memoria di Anna Politkovskaja uccisa nel 2006 per le sue inchieste in Cecenia, scomode al regime di Putin?
Ahimé viene ricordata molto più da voi che in Russia. Per me Politkovskaja è stata un esempio geniale di come una donna esile possa essere più coraggiosa di centinaia di uomini. Lei è stata un eroe indifeso, molto intelligente, molto semplice, assolutamente priva di qualsiasi paternalismo. L’eredità più importante che ci ha lasciato è il suo esempio: il coraggio di una persona che non scende a compromessi anche quando si trova da  sola contro uno Stato implacabile, spietato.
La sua scrittura è ruvida e in presa diretta con la realtà. Ma anche piena di echi letterari. Riconosce dei “maestri”?
Amo gli autori del dopo Rivoluzione come Šolochov, Leonov, Gazdanov, Babel’. In questa letteratura ci sono molti colori, era molto passionale. Parlando delle due linee di classici russi – Tolstoj e Dostoevskij – sono più vicino a Tolstoj. I personaggi di Dostoevskij parlano troppo, come se volessero tirar fuori tutta l’anima russa. In realtà i russi sono molto più taciturni. Si parla così tanto solo nei libri di Dostoevskij.
Perché la nuova onda letteraria russa ha iniziato solo da poco a farsi conoscere fuori dai confini ?
Paradossalmente il lettore all’estero ha un’immagine strana della letteratura russa, come se quella classica appartenesse a un’altra Russia che non ha quasi nessun legame con quella odierna. La Russia di oggi, per quanto fragorosa, per l’Occidente è sempre una periferia, molto lontana, oscura, poco civilizzata, perennemente sull’orlo della dittatura e del degrado. L’ultimo risveglio dell’interesse per noi fu legato al crollo dell’Urss. La resa dei conti con il potere sovietico diventò allora il pane quotidiano della letteratura russa. In quegli anni in  Occidente era di moda un piatto  ultra piccante, noto come “Autoflagellazione russa” o “Brutte notizie dalla Russia”. Ma il crollo dell’Urss non può fare notizia all’infinito. E da voi si è tornati a pensare che, in questa Russia fredda non succede niente di interessante, tranne la sostituzione di un ubriaco Eltsin con un Putin troppo lucido. Ma anche se solo pochi di voi se ne sono accorti la letteratura russa oggi vive un periodo eccezionale. Le opere classiche si scrivono nel tempo reale. Se il lettore occidentale accoglierà questa letteratura russa resta una questione aperta. Ma un fatto resta chiaro: questa letteratura esiste già.

da left-avvenimenti

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I nuovi demoni russi

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 16, 2011

 Una interessante  panoramica degli scrittori russi della dissidenza ha sfilato al Salone del libro di Torino, che ha appena chiuso i battenti. Il comunismo sovietico non c’è più, ma i nuovi governi da Eltsin a Putin non si sono affatto dimostrati democratici. E ancora oggi in Russia si muore si osa dire il vero sulla guerra in Cecenia e sulla mancanza di informazione attendibile.

di Simona Maggiorelli

Chagall il suonatore di violino

Oggi la Russia «è un Paese che ha imparato che cos’è la libertà. E questo è impagabile. Ma c’è troppa corruzione e il profitto è diventato un dio». Parola di Sasha Sokolov che con libri-denuncia come La scuola degli sciocchi (Salani) è diventato un simbolo della nuova letteratura russa di opposizione. In sintonia con letterati affermati e maturi come Sokolov,  cercando strumenti per comprendere l’oggi, autori più giovani come Aleksandr Terechov scavano in vicende censurate  come quella di alcuni figli dell’apparato stalinista  che nel 1943 diventarono “lupacchiotti” filo nazisti. (Il ponte di pietra, Edizioni e/o) oppure più direttamente raccontano  come il vuoto lasciato dal crollo dell’ideologia sovietica sia stato riempito dalla dittatura di poteri forti addestrati dal Kgb.

Il volume  12 che hanno detto no. La battaglia per la libertà nella Russia di Putin (Edizioni e/o) curato dal giornalista Valerij Panjuskin ne è un esempio ficcante, raccogliendo dodici testimonianze di intellettuali che denunciano il feroce regime poliziesco e corrotto che attanaglia la vita quotidiana  in Russia.

Intanto non si ferma l’esplosione sanguinosa dei conflitti e l’inferno della guerra in Cecenia. Lo ha raccontato l’esule Nicolai Lilin in una serie di libri dal fondo autobiografico, usciti di recente per Einaudi e molto discussi. Ma a Torino si è fatta sentire anche la voce di Zachar Prilepin, ex membro dei corpi speciali antiterrorismo dell’ esercito russo e autore dell’incisivo e spiazzante Patologie (Voland) che ambienta la sua storia nelle strade della città di Groznyi devastate come nella seconda mondiale.  E al Lingotto c’è stata  anche la testimonianza della giornalista Yiulia Latynina che con coraggio ha raccolto il testimone di Anna  Politkovskaja assassinata mentre stava rincasando una sera di ottobre del 2006 per mettere a tacere il suo lavoro di inchiesta in Cecenia e che accusava Putin e il suo governo.

Anche per evitare problemi con l’attuale governo e con la censura diretta e indiretta, per raccontare ciò che ha visto in Cecenia, Yulia ha scelto questa volta la chiave di una narrazione fantastica nel bruciante Il richiamo dell’onore (Marco tropea editore), in cui appare “trasfigurato” ciò che la giornalista ha documentato nel Caucaso degli anni Novanti e che non ha potuto raccontare nei suoi articoli.

Realismo aspro e crudele e dall’altra parte narrazione fantastica ma non di evasione, mai del tutto avulsa dalla vita concreta. Sono questi  i due filoni di ricerca che oggi sembrano incontrare maggiore attenzione sulla scena letteraria russa.  Che qui di seguito cerchiamo di raccontare anche attraverso le parole del  regista e scrittore Pavel Sanaev. Di fatto a Torino, alla ventiquattresima edizione del Salone del libro andata in scena al Lingotto dal  12 al 16 maggio, le occasioni di approfondimento non sono davvero mancate.

Per conoscere più da vicino queste e molte altre nuove voci della letteratura russa contemporanea. Ma anche per tornare a studiare Dostoevskij, al quale è  stato dedicato un convegno  il 14 maggio con un intervento, fra gli altri, di Andrey Shishkin oppure la poesia di Osip Mandel’stam, la cui opera è stata al centro di una tavola rotonda sulla quale speriamo di poter dare presto ulteriori notizie.

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Anna, Natalia e le ragazze della guerra

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 30, 2009

Il lavoro di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova. Due giornaliste assassinate per aver raccontato la verità sulla Cecenia. In un appassionato reportage, Susanne Scholl ricostruisce le loro storie. E quelle di tante altre “combattenti dei diritti umani” che cercano di resistere alla violenza dell’elite politica di Mosca.

di Simona Maggiorelli

Anna

Anna Politkovskaja

“Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati», scriveva Anna Politkovskaja nella prefazione all’edizione italiana del suo libro La Russia di Putin uscito per Adelphi nel 2005. Un anno prima di essere assassinata.

E subito precisava: «Questo libro, però, non è un’analisi politica di Putin».  Anche se definirlo «figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese» non era affatto un dettaglio. «Io sono un essere umano tra i tanti – rivendicava Anna – un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo. E questi sono appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia… Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo».

Nel suo viaggio inchiesta Ragazze della guerra fra le cecene della “resistenza”, la giornalista Susanne Scholl traccia un toccante ritratto di un’altra giornalista, Natalia Estemirova, fatta salire  su un auto lo scorso luglio e poi ritrovata cadavere. La Scholl l’aveva incontrata due anni prima e al libro appena uscito da Voland affida il ricordo dell’impegno totale che Natalia metteva nel suo lavoro: documentava il terrore senza arrendersi e scrivere articoli era per lei, come per Anna, la vita stessa. «è vero, Anna scriveva quello che viveva in prima persona – commenta Scholl -. E questo era ancora più vero per Natalia che era per metà cecena e che aveva scelto di essere una donna di quella terra. Anche le ragazze che si occupano di diritti umani vivono questa identificazione totale con ciò che fanno. Mi dicono che lo fanno perché altrimenti la vita non avrebbe senso per loro.
In Russia sono moltissimi i giornalisti uccisi dall’inizio del 2000. In quell’anno fu ammazzato a Tiblisi in circostanze mai chiarite l’inviato di Radio radicale Antonio Russo. Da allora sono più di cento i colleghi assassinati o spariti. Cosa ne pensa?
Ogni caso ha una storia a  sé. Ma è evidente che un giornalista russo oggi lavora sempre a rischio della vita. Se vuole fare del giornalismo vero, se vuole mettere il dito sulle trame, fare i nomi.
La Cecenia continua a essere  in guerra. Una lunga catena di violenza da Stalin a Putin?
Di fatto, cominciò già sotto gli zar.

RUSSIA-ACTIVIST/DEAD

Natalia Estemirova

Lei ha conosciuto molto a  fondo la Cecenia. Cosa vede nel futuro del Paese?
Al momento non potrei dire niente di positivo. L’élite politica russa ha dato la Cecenia in mano a un clan locale che fa quello che gli pare. Il Paese è assolutamente fuori da ogni legge, da ogni regola. Dopo gli assassini di questa estate stiamo andando incontro a un periodo durissimo di dittatura, di repressione e di violenza.
La Russia vuole avere il controllo totale del petrolio ceceno?
Il problema è più ampio. Il Caucaso è sempre stato la frontiera naturale per la Russia che da più di duecento anni cerca di assicurarsi un muro protettivo. La paura per ciò che può venire da quella parte si è vista anche l’anno scorso nella guerra contro la Georgia. Sì, in Cecenia c’è anche il petrolio e si potrebbero fare degli oleodotti ma questo è secondario rispetto al bisogno di assicurarsi le spalle.
Nel libro c’è la storia di una di quelle giovanissime chiamate “spose di Allah”. Ragazze disposte a uccidersi per uccidere. Perché questa autodistruzione?
Spesso vivono situazioni che sentono senza via d’uscita. Hanno perso padri, fratelli, mariti. I fondamentalisti islamici promettono loro di aiutarle, le tirano dentro così. Parliamo di giovani che non di rado sono state violentate. La violenza carnale su una donna non sposata in una società come quella cecena è una tragedia che va molto al di là del dramma di per sé. E poi sono tutte traumatizzate al massimo. Basta dire che questi vivono in guerra da quasi vent’anni.

Violenza psicologica, insieme a quella fisica. Su questo s’innesta l’adesione  al fondamentalismo?
Sì, proprio per questo ho ritenuto molto importante tracciare in Ragazze della guerra almeno un loro
ritratto preciso .
Ma lei racconta anche di donne che trovano il coraggio di reagire, di unire le forze per lottare. Anche se spesso, lei scrive, hanno dovuto crescere da sole i propri figli, con pochi mezzi. Qualcosa sta cambiando nella mentalità della gente?
Quella cecena è una società dove l’aiuto reciproco è molto importante. Anche perché, come è ben noto, in situazione di guerra sono le donne a mandare avanti la vita quotidianamente. E se non si aiutano a vicenda muoiono subito. La Cecenia sopravvive proprio grazie al fatto che ci sono famiglie molto grandi e solidali fra loro nonostante tutti i conflitti che possono sorgere e sorgono al loro interno. Fanno fronte contro il nemico comune, rappresentato dalle forze armate russe ma anche dalla milizia cecena.
Leggi non scritte e ancestrali ancora regolano la vita in Cecenia: una ragazza cecena orfana, lei scrive, non ha nemmeno il diritto di rifiutare un matrimonio combinato. E questo non accade in un paese, cosiddetto, del terzo mondo...
E’ veramente uno degli esempi lampanti di quanto sia fallito il progetto dell’Unione Sovietica. Non parlo di comunismo perché non c’è mai stato davvero. è comunque naufragata l’idea di costruire una società nuova, più libera, più umana. Ed è fallito in modo veramente clamoroso.
Che idea si è fatta delle responsabilità di Putin riguardo all’assassinio di Natalia, di Anna e del processo farsa istituito sulla sua vicenda?
Nel caso di Natalia non c’è neanche la pretesa di fare un processo. Non se ne parla nemmeno. Quanto al caso di Anna, hanno imbastito un processo a delle persone che, sì, sono state coinvolte, ma non sono né l’assassino né quelli che lo hanno commissionato. Rispetto a Putin quello che mi sento di dire è che è responsabile di aver creato un clima tale in Russia per cui può accadere che una donna con due borse di spesa in mano venga uccisa in pieno giorno nell’ascensore di casa sua. è una cosa inaudita. Quando Anna è stata ammazzata, Putin ha detto che gli faceva più male da morta che da viva. Lui stesso ha creato questa atmosfera.
Nel 2008 in Italia quando una giornalista russa fece una domanda non gradita a Vladimir Putin, Silvio Berlusconi mimò il gesto di spararle con un mitra.
Non è un caso che loro siano amicissimi. In russo si dice “è tutto una peste”.

da left-avvenimenti del 30 ottobre 2009

FRESCHI DI STAMPA: Finalmente anche nelle librerie italiane il libro che permette di capire perché Anna Politkovskaja è stata uccisa. E’ uscito per Adelphi che ha scelto un titolo emblematico: Per questo.

politkovskaja_per_questo

Anna Politkovskaja Adelphi

Con passione e minuziosa ricerca negli archivi e nella memoria del computer, i figli di Anna Politkovskaja, aiutati dai giornalisti della Novaja Gazeta, hanno ricostruito puntualmente il filo della storia che ha visto crescere in parallelo la violenza in Cecenia e le minacce alla giornalista russa. Anna è stata assassinata in pieno giorno, mentre rientrava in casa con le borse della spesa, un pomeriggio di ottobre del 2006. (Il che, come ha notato la  giornalista tedesca Sussanne Scholl la dice lunga sul clima di terrore e impunità che l’allora presidente Putin aveva creato nel Paese). E questa straordinaria raccolta di articoli che cronologicamente ripercorre tutte le più importanti corrispondenze di Anna dal fronte del Caucaso è anche un drammatico documento sul perché è stata uccisa.  Giustamente la casa editrice Adelphi ha scelto di intitolare il volume Per questo. Con coraggio e rigore Anna scriveva quello che vedeva, non esitando a fare nomi e a denunciare responsabilità. Stando dalla parte della gente cecena- donne soprattutto- che nel braccio  di ferro ingaggiato dalla Russa per controllare il petrolio ceceno, avevano visto sparire mariti, padri, fratelli, amici. All’elite politica di Mosca le denunce di Anna risultavano molto scomode e qualcuno ha dato mandato perché anche il suo nome andasse ad aggiungersi alla lista degli oltre cento giornalisti uccisi in Russia dal 2000 a oggi. Questo libro rimane a gridare forte l’impegno di Anna e la sua profonda bellezza.    s.maggiorelli

dal quotidiano Terra del 4 novembre 2009

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In piazza per la libertà di stampa

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 3, 2009

di Simona Maggiorelli

manifestazione per la libertà di stampa, Roma

manifestazione per la libertà di stampa, Roma

Esistono ancora in Italia le condizioni per esercitare in modo compiuto la professione di giornalisti?. E’ la domanda che ha mosso Oreste Flamminii Minuto a scrivere Troppi farabutti. Il conflitto fra stampa e potere in Italia (Baldini Castoldi Dalai, in uscita il 6 ottobre). Una domanda fondamentale per valutare lo stato in cui versa la nostra democrazia. Dopo una serrata disamina della stampa italiana e della legislazione, l’autore, che da oltre cinquant’anni anni fa l’avvocato, si trova costretto a rispondere che in Italia la democrazia non è propriamente in pericolo: «è che proprio la libertà di stampa non c’è».

Un’affermazione grave basata non solo sui progetti in atto da parte del governo di bloccare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Non solo per gli editti “bulgari” del Premier contro giornalisti scomodi. Non solo per il vertiginoso incremento di denunce per diffamazione usate come mezzo per bloccare il lavoro dei giornalisti viste le lungaggini della giustizia. Ma anche, e soprattutto, per un fatto ormai strutturale come la scomparsa di editori puri, che non abbiano interessi e partecipazioni dirette in politica e negli affari. Da qui origina la tendenza da parte di editori-padroni a nominare direttori- signorsì pronti a farsi il loro braccio armato. Il caso de Il Giornale docet. E purtroppo non è il solo.

Difensore di molti giornalisti ed ex rappresentante legale dell’Espresso e dell’Unità, Flamminii, però, non si limita a raccontare e a esaminare questo brutto presente. Ma cerca di rintracciare i possibili prodromi nella storia italica. Uno, inconfutabile, lo si trova proprio nella nostra legislazione. Nonostante l’articolo 21 che garantisce la libertà di stampa sia inscritto nella nostra Costituzione, la legislazione italiana, ricorda Flamminii in Troppi farabutti, prevede anche la legge 47 promulgata nel 1948: «Una legge che è fatta apposta per tenere in scacco i giornalisti».

La legge 47, infatti, prevede la galera («per molestia») per quei giornalisti che cercano conferme di fonti di informazione. Ma anche per chi  scrive che un imputato, forse, si sta pentendo. In questo caso la norma parla, nientemeno che di favoreggiamento. A inquadrare la questione in un’ottica più ampia, ma sempre “dolorosa”, è il costituzionalista Michele Ainis. Nel suo ultimo saggio La cura (Chiarelettere)  presenta un decalogo di proposte per costruire una società basata sul merito, la legalità e l’uguaglianza: «Un’uguaglianza dei diritti, dal basso». Ma su Terra torneremo su questo argomento per approfondire le questioni sollevate dal libro che sarà presto in libreria.

+unità-1Intanto, nel giorno della manifestazione per la libertà di stampa a Roma indetta (in “ribattuta”) per il 3 ottobre certamente non possiamo dimenticare (al di là della difesa del nostro piccolo “particulare”) i colleghi che in varie parti del mondo,  per il fatto di fare bene il proprio lavoro , hanno perso la vita. Fra i libri che indagano il conflitto mortale fra informazione e regime segnaliamo, intanto, due titoli importanti di prossima uscita. Entrambi riguardano il Paese guidato da  Medvedev e dal grande amico di Berlusconi, Vladimir Putin. Una Russia dove negli ultimi anni molti giornalisti sono scomparsi o sono stati uccisi. Come Anna Politkovskaja assassinata il 7 ottobre 2006 e Natalija Estemirova freddata il 15 luglio 2009. Entrambe a causa delle verità scottanti che avevano riportato alla luce. Perché, il volume di articoli della Politkovskaja in uscita per Adelphi  si avvale del lavoro dei suoi due figli e dei colleghi della Novaja gazeta che hanno scandagliato l’hard-disk dei computer di Anna e il suo archivio personale. In drammatica successione quei pezzi sulla Cecenia  per i quali fu “condannata a morte”. Nel libro Ragazze della guerra (Voland), invece, la giornalista Susanne Scholl ripercorre la storia di Anna in parallello a quella di Natalija che ne stata stretta collaboratrice e ne aveva poi portato avanti il lavoro. La giornalista tedesca sarà in Italia dal 23 ottobre per parlare di questo suo nuovo libro.

dal quotidiano Terra 3 ottobre 2009

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