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Posts Tagged ‘Christopher Hitchens’

Memorie di un ateo impenitente

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

A un anno dalla sua scomparsa esce anche in Italia il memoir dell’intellettuale e giornalista inglese Christopher Hitchens. Protagonista di appassionate battaglie in nome della libertà di pensiero e contro l’oscurantismo religioso

di Simona Maggiorelli

Christopher Hitchens

Passione per la conoscenza e dialettica continua, con il gusto di stare con gli altri, anche se capita di scontrarsi. Amore smisurato per la letteratura, interesse per la scienza e  rifiuto radicale della religione. E’ il piglio brillante, pieno di humour tagliente (mai cinico) di Christopher Hitchens che si torna ad assaporare nelle pagine di Hitch 22 che Einaudi pubblica a più di un anno dalla  sua scomparsa. Un memoir di un intellettuale che ha  vissuto intensamente, più che un’autobiografia. In cui sono ripercorsi 60 anni di storia personale e collettiva.

Quasi seicento pagine con  poche rivelazioni e nessun pensamento riguardo a quella che è stata per Hitch (così lo chiamavano gli amici Amis, Rushdie e McEwan) la battaglia di una vita, come giornalista e intellettuale, ma anche come uomo: la lotta contro l’oscurantismo e «il veleno» della fede. Tema al centro del suo best-seller come Dio non è grande (Einaudi) in cui raccontava perché, fin da quando portava i calzoni corti, aveva  preferito pensare piuttosto che credere. Ma fra i suoi molti saggi ha fatto scalpore anche un suo corrosivo libro inchiesta, La posizione della missionaria (Minimum Fax), che denunciava il business di Madre Teresa e il suo non dare farmaci ai bambini malati perché potessero guadagnarsi il paradiso soffrendo.

Ma Hitch è stato anche in prima fila nel denunciare lo scandalo della pedofilia nella Chiesa fino a tentare, con lo scienziato Richard Dawkins, di far comparire il Papa davanti alla Corte penale internazionale per violazione di diritti umani. Quando era già gravemente ammalato di tumore, Hich ha voluto fare un’ultima battaglia, questa volta per il diritto di tutti a morire con dignità, sfruttando fino all’ultimo istante per stare con le persone amate. Intanto i cristiani  negli Usa organizzavano catene di preghiera per  salvare l’anima di questo ateo impenitente. Che nell’introduzione a Hitch 22 commenta: «Per qualche inspiegabile ragione, la nostra cultura considera normale, addirittura encomiabile, che i devoti ammoniscano chi, a loro avviso, sia in procinto di morire. Un intero pacchiano edificio di fasulle conversioni sul letto di morte è sorto su questa presunzione altamente discutibile». Ringraziando per l’attenzione dei fedeli, annota poi non senza un pizzico della sua proverbiale ironia: «Invece di partecipare alle colazioni di preghiera in mio onore per quello che sul web andava sotto il nome di Pray for Hitchens day ho preferito  far da cavia  per esperimenti e protocolli clinici, soprattutto basati sul genoma e volti ad allargare il sapere umano».

Conversando con Dawkins per quella che sarebbe stata la sua ultima intervista per The New Statesman era tornato a precisare: «Non sono neutrale rispetto alla religione, le sono ostile. Penso che sia nociva, non solo una falsità. E non mi riferisco solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sé e per sé». E quando lo scienziato gli chiedeva che cosa era  per lui il totalitarismo  il liberale Hitch non esitava a rispondere: « E’ ciò che cerca di controllare ciò che hai in testa non solo il tuo comportamento. Le origini di tutto questo sono teocratiche ovviamente. Tutto comincia con l’idea che ci sia un leader a cui affidarsi, un papa infallibile, un ventriloquo del divino che ti dice cosa devi fare». Il suo impegno, ricorda oggi Dawkins «era far sì che una persona si alzasse da sola, per battersi senza paura per la verità».

da left Avvenimenti

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Giulio Giorello: non posso che dirmi ateo

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2010

Dal 16 settembre in libreria il nuovo libro dell’eminente filosofo della scienza, Senza Dio,

di Simona Maggiorelli

giulio giorello

Viaggiando nelle sei contee dell’Ulster, la cosiddetta Irlanda del Nord, per raccontare la guerra sulle pagine del Corriere della Sera, una volta mi ritrovai a dover chiedere ospitalità per la notte presso una famiglia di campagna», racconta Giulio Giorello. «Stavo già sistemando il bagaglio – prosegue il filosofo – ed ecco la domanda: “cattolico o protestante”? Preso alla sprovvista, mi venne spontaneo dire: “Sono ateo”.  Un attimo di silenzio perplesso e il mio interlocutore rilancia: “Sì, ma ateo protestante o ateo cattolico?”».
Un episodio di vita che il docente di Filosofia della scienza dell’università Statale di Milano ama ricordare parlando di inveterate abitudini a credere («per non fare la fatica di pensare»), di insopportabili sudditanze alla religione e di vecchi e nuovi roghi. Lo ha richiamato anche sabato scorso dal palco del festival Con-vivere di Carrara (dove left l’ha incontrato) per spiegare “il caso Irlanda”. E usa ancora questo aneddoto rivelatore, a mo’ di grimaldello narrativo, nel nuovo libro Senza Dio, del buon uso dell’ateismo (Longanesi) che il professore ha presentato il 19 settembre nell’ambito del festival Pordenonelegge.
E riavvolgendo il filo della propria biografia, ricorda Giorello nel  saggio fresco di stampa, già sui banchi di scuola cominciava a fare sue posizioni agnostiche: grazie a pensatori come Bertrand Russell e al suo Perché non sono cristiano  pubblicato in Italia da Longanesi nel 1959 e letto quasi di contrabbando perché «allora appariva come un testo tragressivo, peggio di Lolita di Nabokov».
Ma anche “grazie” a don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, che Giorello aveva come  insegnante di religione al liceo Berchet di Milano. Nel frattempo assorbiva enzimi di ateismo studiando l’evoluzionismo di Darwin. Ma anche filosofi ed economisti come John Stuart Mill. E perfino pensatori eccentrici come il francese Pierre Bayle. Nel Seicento sosteneva che nel mondo cosiddetto civile non c’era ancora «una società di atei» solo perché gli atei erano perseguitati dai fanatici religiosi tanto da dover vivere mascherati.   «Anche per constatazioni del genere, dirmi agnostico non mi bastava più», chiosa oggi Giorello.
Professore, cinque anni fa per Raffaello Cortina ha scritto il pamphlet Di nessuna chiesa. Ora intitola Senza Dio il suo nuovo saggio. Non basta criticare l’istituzione, serve una critica del pensiero religioso?
Sì e nella situazione attuale preferisco dichiararmi francamente ateo. Purché ateismo non significhi passare la vita a cercare prove della non esistenza di Dio. In questo mi stacco da vari amici e colleghi come Christopher Hitchens (autore di Dio non è grande, Einaudi, 2007, ndr). Per me ateo è chi reclama per sé il diritto di vivere senza Dio o, se si preferisce, di vivere contro Dio, cioè contro uno dei tanti dèi che i fondamentalisti del libro sacro ci sbattono davanti come punto di riferimento pretendendo  di irreggimentare anche la nostra vita. Perciò mi sento vicino a Bayle quando, contro l’opinione diffusa al suo tempo, sosteneva che fosse possibile una società di atei. E che non ci fosse bisogno di alcuna religione come cemento sociale.
Anche «una religione della libertà» in senso crociano è dannosa?
A mio avviso, non solo non c’è bisogno di una religione civile, tradizionale o meno. (Come il materialismo dialettico nel comunismo sovietico. Che poi fu il peggior servizio reso a Marx). Ma rivendico anche di non aver bisogno di una religione della libertà; voglio la libertà di non avere religione. Sono assai poco crociano. Parlare di religione della libertà è un po’ come dire Popolo della libertà. Sono allocuzioni come circolo quadrato. Da quando in qua si deve ragionare secondo il detto vox popoli vox dei? Ciò non vuol dire che non abbia fiducia nel sistema di consultazione e di rappresentanza popolare. Abbiamo talmente fiducia che vorremmo anche migliorarlo. Del resto Manzoni diceva già che il detto vox popoli vox dei copre ogni forma di demagogia e di tirannide. Insomma non c’è un popolo delle libertà, non c’è un Dio che elargisce la libertà, ce la prendiamo da soli. Non è un dono dall’alto, non dobbiamo ringraziare il cielo ma neanche pensare che la libertà sia una malattia. Non dobbiamo essere vaccinati. Perciò in questo libro un po’ idiosincratico che left presenta scrivo che il mio ateismo è “metodologico”, libertario. è un esercizio della libera scelta. La filosofia non  impone niente .
Ma usa le armi della critica corrosiva e dello sberleffo? Come Giordano Bruno. Oppure come Camus, «l’ateo ribelle».
L’arma del sarcasmo è legittima, quella del fuoco no. Il Corano, la Bibbia, e perfino le encicliche non sono testi da bruciare; sono documenti da leggere. Ma senza servilismo. è faticoso pensare, è molto più facile affidarsi a un pastore. Ecco, questa cosa della “pastorizia” mi innervosisce. Come diceva Mill, gli uomini e le donne non sono pecore. Mutatis mutandis, nel mio saggio non do risposte. Vorrei che la risposta venisse con persone desiderose di sforzarsi per la verità. Che è una ricerca continua, non un possesso. Mi piacerebbe venisse da un dialogo. Sto con Spinoza quando diceva che le religioni stabilite sono sistemi di menzogna, un grande «asilo dell’ignoranza».
Quello spinoziano, lei nota, era però «uno strano ateismo».
Era ambiguo. Se Dio è uguale alla natura, allora teniamoci la natura, disse de Sade ragionando in termini spinoziani. Qualcosa di analogo lo troviamo in Leopardi, che qualcuno tenta di far passare per spirito religioso: disinvolti tentativi cattolici. Potrebbero far santo anche Oliver Cromwell. Questi sono capaci di tutto.
Tanto da tentare, complice certa politica di destra, di far fuori Darwin dai programmi scolastici e, Oltreoceano, di imporre il “Disegno intelligente”. Al creazionismo però risponde la scienza con chiarezza parlando di processi di autoorganizzazione della materia vivente. Un’idea che trova sostenitori in Hawking e in Prigogine. Prendere atto che noi non nasciamo dal nulla e che la biologia nasce da altra biologia è la base dell’ateismo?
Sì. Io non sono d’accordo con quei filosofi che hanno liquidato le posizioni di Stephen Hawking come scientiste. penso, invece, che ponga un problema importante. Lei ha detto bene, la nostra biologia viene da altra biologia, la nostra fisica da altra fisica. «Creazione senza creatore», per dirla con Telmo Pievani. In Senza Dio riprendo una domanda: dove posa il mondo? Una storiella indiana dice che si trova sulla testa di una tartaruga. E questa dove posa? Sulla testa di un’altra tartaruga. E così via. Possiamo prospettare una sequenza infinita. Ma perché non chiuderla subito lì? Se uno vuole ancora parlare di Dio non deve cercarlo fra le particelle elementari o nella nostra biologia come tenta di fare Ratzinger pretendendo che il volto di Dio sia nel Dna o come faceva Pio XII quando parlava del «dito di Dio nel Big bang». Parliamo di uomini di primo piano della Chiesa come Ratzinger. Ma anche di intellettuali apparentemente dissidenti come il teologo Vito Mancuso, che alla fine trova sempre il dito di Dio da qualche parte. E chi legge l’evoluzionismo attribuendogli una forma di finalismo che Darwin non avrebbe mai giustificato. Basta leggere gli scritti di Darwin per rendersi conto che questa lettura provvidenzialistica non gli passava per la mente. Una teologia coraggiosa non dovrebbe cercare queste forme di compromesso, semmai dovrebbe avere il coraggio di “cercare Dio” dentro se stessi, nel proprio cuore, nella propria morale, nella propria vita. Aveva ragione Bruno: è inutile che cerchiamo Dio nei cieli adesso che sappiamo che la fisica dei cieli è la stessa di questa nostra terra, ma ricordiamoci «che egli è dentro di noi, più dentro di noi di quanto siamo noi a noi stessi». Lo scrisse ne La cena delle ceneri. Peccato che poi un libro così profondo sia finito in cenere nel senso tecnico del termine.

dal settimanale  left-avvenimenti 17-23 settembre 2010

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Il business di Madre Teresa

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 16, 2009

Dopo la denuncia di Christopher Hitchens , la giornalista Linda Polman riapre il caso della “Santa” di Calcutta, che non dava i farmaci ai malati  e accumulava  fondi su un conto privato all’estero. Nel nuovo libro inchiesta della giornalista olandese una schietta disamina del lato scuro delle organizzazioni umanitarie, specie quelle a sfondo religioso

di Simona Maggiorelli

Tra i termini con cui le Ong descrivono i propri scopi il più ricorrente è “umanitario”. Aggettivo alto, importante, denso di significati. «Una parola che fa pensare a un interesse vero, profondo, per le persone, ma che – denuncia la giornalista olandese Linda Polman-  troppo spesso è solo una copertura per fini ben diversi. La missione umanitaria in Kossovo, per esempio, significò bombe. Era violenza e venne fatta passare come un’azione nell’interesse delle persone».

Un altro esempio di come l’aggettivo “umanitario” possa essere sbandierato con tragiche conseguenze si trova nei cosiddetti humanitarian spaces: campi profughi, spiega Polman, che creano «una illusione di sicurezza». Indicando una determinata area come sicura, di fatto, si richiamano molti profughi «ma poi non si è in grado di proteggerli realmente. Ed è ben noto che i civili nelle guerre di oggi sono diventati un obiettivo militare». Senza contare che questi campi profughi, simili a prigioni, non hanno proprio nulla di umanitario.

Oggi dei 12 milioni di profughi che ci sono al mondo 7 milioni e mezzo vivono rinchiusi per una media di 10 anni. Mentre colera e dissenteria imperano, ritrovandosi alla mercé di comandanti, di banditi e della carità dei donatori. «Ma vivere rinchiusi- dice Polman- genera frustrazione e risentimenti. Il movimento dei talebani, non a caso, è nato nei campi profughi per afgani in Pakistan». Fra le pratiche vessatorie a cui chi ha bisogno di aiuto si trova esposto, quella più odiosa, è il ricatto religioso: quella carità penosa delle Ong evangeliche e cattoliche che lo scrittore Alan Drew ha descritto nel libro Nei giardini d’acqua (Piemme) ambientato durante il terremoto del 1999 a Istanbul. Cibo in cambio di abiura delle proprie convinzioni e conversione. Questa la politica di aiuti umanitari praticata da molte Ong Usa, con la supponenza di chi pensa di esportare una cultura superiore. «E poi- chiosa Drew – noi americani ci domandiamo perché gli arabi ci odiano». Situazioni del genere «erano e sono all’ordine del giorno anche in Afghanistan e in Iraq – commenta Polman-. Vogliamo sempre qualcosa in cambio per il nostro aiuto. Se le organizzazioni umanitarie cristiane vanno ad aiutare lo fanno per conquistare anime. In Africa sono la maggioranza. Ma anche in America le Ong sono per lo più di stampo religioso. Vanno a convertire il mondo alla cristianità. Qualche volta ci riescono, nella maggior parte dei casi, no. Ma di sicuro, partono con questa missione».

Fra i molti personaggi coinvolti in questo tipo di aiuti “umanitari”, quello che ha colpito maggiormente Linda Polman è stata madre Teresa: «Ero a Calcutta quando era ancora viva e gestiva un grande ospedale. Circondato da mura altissime, era il terrore dei bambini che si sentivano dire: guarda che se non stai buono viene madre Teresa e ti porta via. Di fatto – denuncia la giornalista ospite del Festival internazionale a Ferrara- varcate quelle mura la gente moriva senza cure mediche e medicine». Dopo la scomparsa di madre Teresa alcune inchieste giornalistiche hanno portato alla luce suoi conti all’estero. «I finanziamenti che riceveva in cifre ingenti – spiega Polman – non li spendeva per l’ospedale ma li accumulava sul proprio conto».

Lo raccontava qualche anno fa anche Christopher Hitchens nel libro La posizione della missionaria (Minimum fax). «Madre Teresa, che il Vaticano ha fatto santa – aggiunge ora Polman – ha scippato un sogno umanitario. Il problema siamo noi che vogliamo credere in queste illusioni, che vogliamo ostinatamente credere che madre Teresa fosse una gran donna che aiutava i poveri. Se andiamo a guardare i libri dei conti, se facciamo un po’ di ricerche, invece, si scopre che la storia delle Ong religiose ha sempre un dark side». Un lato oscuro da cui purtroppo non sono del tutto esenti anche molte Ong che si professano laiche, neutrali e disinteressate, come la stessa Polman documenta nel suo nuovo libro L’industria della solidarietà (Bruno Mondadori).Pur non dimenticando alcuni obiettivi positivi raggiunti, né tanto meno le persone che in missioni umanitarie o di peace keeping hanno perso la vita, la giornalista traccia un disincantato ritratto del fenomeno Ong (l’Onu ne ha conteggiate più di 37mila, ndr) troppo spesso eterodirette dai governi che le finanziano, prese da febbre da contratto, ipercompetitive nel contendersi fondi ingenti e più dedite a indagini di mercato che alla vera e propria risoluzione dei problemi.

Il caso dell’Etiopia ne è un chiaro esempio: tremila Ong sul territorio hanno un budget di oltre un miliardo di dollari l’anno. «Fame e carestie sono diventate un business – dice la giornalista – mentre nel Paese poco o nulla sembra cambiare». Le Ong si dicono apolitiche ma questo le rende ricattabili, precisa Polman. «Si dicono indipendenti dalla politica ma non potranno mai esserlo realmente, perché dipendono dai soldi che ricevono dai governi, i quali le spingono a investire dove è loro più utile. Durante la Guerra fredda accadeva lo stesso, Usa e Urss investivano in quei Paesi che potevano servire nello scacchiere. Oggi – prosegue Polman – qualcosa di simile accade per l’Iraq e per l’Afghanistan. Ricevono i nostri soldi perché abbiamo un interesse militare là, non perché amiamo quei Paesi. Ma le Ong non ci diranno mai nulla di questo meccanismo perverso. Hanno tutto l’interesse ad alimentare un sogno di un loro imparziale e neutrale intervento in aiuto a chiunque ne abbia bisogno». Oggi al mondo si contano 70 Paesi donatori. Ciascuno con una propria agenda. Salvo che nella guerra contro il terrorismo, alcuni Paesi vanno di pari passo, «per cui l’Italia – sottolinea Polman – segue l’America in Afghanistan». E non è da trascurare il fatto che, in media, il 70 o 80 per cento dei soldi è investito nel Paese donatore stesso. Di fatto si tratta di aiuti fantasma: tutto il cibo che viene donato dagli Usa, per esempio, è cresciuto, cucinato, impacchettato, distribuito da aziende a stelle e strisce. Ed è stato valutato che le spese di ricostruzione dell’Iraq, il più grande progetto Usa della storia, sarebbero potute costare fino al 90 per cento in meno se la ricostruzione di strade, ponti, fabbriche ecc. fosse stata affidata a società irachene anziché Usa. Oltre alle guerre, anche gli aiuti umanitari sono un business con ottimo ritorno economico!

Se ne è accorto anche lo star system di Hollywood e attori e registi corrono a ingaggiare consiglieri per le loro campagne di beneficenza. «Posso capire che le Ong cerchino chi fa audience – commenta Polman -. è più carino vedere in tv George Clooney che vedere solo un campo profughi. Ma così si prende un personaggio che non sa esattamente di cosa si sta parlando semplicemente per dire: sono in questo campo profughi, manda dei soldi alla nostra organizzazione e risolveremo il problema per te. Ma la soluzione al problema è molto più complessa e non basta regalare 10 euro a una Ong. Così non dai informazioni e non fai un’analisi di ciò che accade. Alla fine – conclude Polman – significa che non stai affatto risolvendo il problema, lo stai solo coprendo”.

– da left- avvenimenti, 16 ottobre 2009

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