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Il business di Madre Teresa

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 16, 2009

Dopo la denuncia di Christopher Hitchens , la giornalista Linda Polman riapre il caso della “Santa” di Calcutta, che non dava i farmaci ai malati  e accumulava  fondi su un conto privato all’estero. Nel nuovo libro inchiesta della giornalista olandese una schietta disamina del lato scuro delle organizzazioni umanitarie, specie quelle a sfondo religioso

di Simona Maggiorelli

Tra i termini con cui le Ong descrivono i propri scopi il più ricorrente è “umanitario”. Aggettivo alto, importante, denso di significati. «Una parola che fa pensare a un interesse vero, profondo, per le persone, ma che – denuncia la giornalista olandese Linda Polman-  troppo spesso è solo una copertura per fini ben diversi. La missione umanitaria in Kossovo, per esempio, significò bombe. Era violenza e venne fatta passare come un’azione nell’interesse delle persone».

Un altro esempio di come l’aggettivo “umanitario” possa essere sbandierato con tragiche conseguenze si trova nei cosiddetti humanitarian spaces: campi profughi, spiega Polman, che creano «una illusione di sicurezza». Indicando una determinata area come sicura, di fatto, si richiamano molti profughi «ma poi non si è in grado di proteggerli realmente. Ed è ben noto che i civili nelle guerre di oggi sono diventati un obiettivo militare». Senza contare che questi campi profughi, simili a prigioni, non hanno proprio nulla di umanitario.

Oggi dei 12 milioni di profughi che ci sono al mondo 7 milioni e mezzo vivono rinchiusi per una media di 10 anni. Mentre colera e dissenteria imperano, ritrovandosi alla mercé di comandanti, di banditi e della carità dei donatori. «Ma vivere rinchiusi- dice Polman- genera frustrazione e risentimenti. Il movimento dei talebani, non a caso, è nato nei campi profughi per afgani in Pakistan». Fra le pratiche vessatorie a cui chi ha bisogno di aiuto si trova esposto, quella più odiosa, è il ricatto religioso: quella carità penosa delle Ong evangeliche e cattoliche che lo scrittore Alan Drew ha descritto nel libro Nei giardini d’acqua (Piemme) ambientato durante il terremoto del 1999 a Istanbul. Cibo in cambio di abiura delle proprie convinzioni e conversione. Questa la politica di aiuti umanitari praticata da molte Ong Usa, con la supponenza di chi pensa di esportare una cultura superiore. «E poi- chiosa Drew – noi americani ci domandiamo perché gli arabi ci odiano». Situazioni del genere «erano e sono all’ordine del giorno anche in Afghanistan e in Iraq – commenta Polman-. Vogliamo sempre qualcosa in cambio per il nostro aiuto. Se le organizzazioni umanitarie cristiane vanno ad aiutare lo fanno per conquistare anime. In Africa sono la maggioranza. Ma anche in America le Ong sono per lo più di stampo religioso. Vanno a convertire il mondo alla cristianità. Qualche volta ci riescono, nella maggior parte dei casi, no. Ma di sicuro, partono con questa missione».

Fra i molti personaggi coinvolti in questo tipo di aiuti “umanitari”, quello che ha colpito maggiormente Linda Polman è stata madre Teresa: «Ero a Calcutta quando era ancora viva e gestiva un grande ospedale. Circondato da mura altissime, era il terrore dei bambini che si sentivano dire: guarda che se non stai buono viene madre Teresa e ti porta via. Di fatto – denuncia la giornalista ospite del Festival internazionale a Ferrara- varcate quelle mura la gente moriva senza cure mediche e medicine». Dopo la scomparsa di madre Teresa alcune inchieste giornalistiche hanno portato alla luce suoi conti all’estero. «I finanziamenti che riceveva in cifre ingenti – spiega Polman – non li spendeva per l’ospedale ma li accumulava sul proprio conto».

Lo raccontava qualche anno fa anche Christopher Hitchens nel libro La posizione della missionaria (Minimum fax). «Madre Teresa, che il Vaticano ha fatto santa – aggiunge ora Polman – ha scippato un sogno umanitario. Il problema siamo noi che vogliamo credere in queste illusioni, che vogliamo ostinatamente credere che madre Teresa fosse una gran donna che aiutava i poveri. Se andiamo a guardare i libri dei conti, se facciamo un po’ di ricerche, invece, si scopre che la storia delle Ong religiose ha sempre un dark side». Un lato oscuro da cui purtroppo non sono del tutto esenti anche molte Ong che si professano laiche, neutrali e disinteressate, come la stessa Polman documenta nel suo nuovo libro L’industria della solidarietà (Bruno Mondadori).Pur non dimenticando alcuni obiettivi positivi raggiunti, né tanto meno le persone che in missioni umanitarie o di peace keeping hanno perso la vita, la giornalista traccia un disincantato ritratto del fenomeno Ong (l’Onu ne ha conteggiate più di 37mila, ndr) troppo spesso eterodirette dai governi che le finanziano, prese da febbre da contratto, ipercompetitive nel contendersi fondi ingenti e più dedite a indagini di mercato che alla vera e propria risoluzione dei problemi.

Il caso dell’Etiopia ne è un chiaro esempio: tremila Ong sul territorio hanno un budget di oltre un miliardo di dollari l’anno. «Fame e carestie sono diventate un business – dice la giornalista – mentre nel Paese poco o nulla sembra cambiare». Le Ong si dicono apolitiche ma questo le rende ricattabili, precisa Polman. «Si dicono indipendenti dalla politica ma non potranno mai esserlo realmente, perché dipendono dai soldi che ricevono dai governi, i quali le spingono a investire dove è loro più utile. Durante la Guerra fredda accadeva lo stesso, Usa e Urss investivano in quei Paesi che potevano servire nello scacchiere. Oggi – prosegue Polman – qualcosa di simile accade per l’Iraq e per l’Afghanistan. Ricevono i nostri soldi perché abbiamo un interesse militare là, non perché amiamo quei Paesi. Ma le Ong non ci diranno mai nulla di questo meccanismo perverso. Hanno tutto l’interesse ad alimentare un sogno di un loro imparziale e neutrale intervento in aiuto a chiunque ne abbia bisogno». Oggi al mondo si contano 70 Paesi donatori. Ciascuno con una propria agenda. Salvo che nella guerra contro il terrorismo, alcuni Paesi vanno di pari passo, «per cui l’Italia – sottolinea Polman – segue l’America in Afghanistan». E non è da trascurare il fatto che, in media, il 70 o 80 per cento dei soldi è investito nel Paese donatore stesso. Di fatto si tratta di aiuti fantasma: tutto il cibo che viene donato dagli Usa, per esempio, è cresciuto, cucinato, impacchettato, distribuito da aziende a stelle e strisce. Ed è stato valutato che le spese di ricostruzione dell’Iraq, il più grande progetto Usa della storia, sarebbero potute costare fino al 90 per cento in meno se la ricostruzione di strade, ponti, fabbriche ecc. fosse stata affidata a società irachene anziché Usa. Oltre alle guerre, anche gli aiuti umanitari sono un business con ottimo ritorno economico!

Se ne è accorto anche lo star system di Hollywood e attori e registi corrono a ingaggiare consiglieri per le loro campagne di beneficenza. «Posso capire che le Ong cerchino chi fa audience – commenta Polman -. è più carino vedere in tv George Clooney che vedere solo un campo profughi. Ma così si prende un personaggio che non sa esattamente di cosa si sta parlando semplicemente per dire: sono in questo campo profughi, manda dei soldi alla nostra organizzazione e risolveremo il problema per te. Ma la soluzione al problema è molto più complessa e non basta regalare 10 euro a una Ong. Così non dai informazioni e non fai un’analisi di ciò che accade. Alla fine – conclude Polman – significa che non stai affatto risolvendo il problema, lo stai solo coprendo”.

– da left- avvenimenti, 16 ottobre 2009

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