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Dopo la strage di #CharlieHebdo. Il libro-testimonianza di Chiara Mezzalama

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2016

All’apparenza Parigi è tornata alla normalità, ma la scrittrice italiana che vive a Parigi avverte che qualcosa di profondo è mutato. «Dopo la strage, la vita della città ha ripreso il suo corso. Le scuole hanno riaperto le porte, i mercati sono affollati, le strade trafficate, i vecchi giocano a bocce. I fiori che migliaia di persone hanno portato a Place de la République o accanto alla redazione di Charlie Hebdo sono appassiti». Ma le ferite sono ancora aperte e molto resta di irrisolto. «Capita di incontrare per strada dei militari armati come fossero pronti all’assalto – nota Mezzalama -.Ma i fantasmi sono inattaccabili, ed è questo che resta dopo gli attentati. I fantasmi sono la paura della gente, la voglia di chiudersi in se stessi, sono i voti dati all’estrema destra, il malcontento che striscia, il rifiuto dell’altro, l’ignoranza, il razzismo. I fantasmi non sono una prerogativa della Francia, attraversano tutta l’Europa, il Maghreb. Mi ha colpito molto l’attacco del Museo del Bardo a Tunisi. Morire in un museo, mentre si cerca la conoscenza, si ammira la bellezza, si impara la storia, mi sembra gravissimo».

Chiara Mezzalama

Chiara Mezzalama

Lo choc provocato dalla strage compiuta a freddo, in nome di Dio, ha reso i francesi sospettosi, “paranoici”, lei scrive. Ma non tutti.  Per esempio, lei racconta di una bambina musulmana e sua figlia che hanno cominciato a darsi la mano per andare a mensa.
Ai bambini non servono i concetti, le spiegazioni teoriche. I bambini rappresentano per me, in questa fase della vita, il punto di partenza di molti ragionamenti. Non è stato facile spiegare loro cosa stava succedendo, mi sono sentita a mani vuote, senza risposte. Ho iniziato a appuntare le loro domande, osservare le loro reazioni. Da questo tentativo, forse ingenuo, di mettere ordine nel caos è nato questo “diario minimo”. È da loro che occorre partire per costruire un dialogo comune che in questo momento sembra molto difficile. Il sospetto, la paranoia nascono dalla paura ma non fanno che aumentarla. Si crea così un circolo vizioso molto pericoloso. Chi viene trattato da “nemico” finisce per diventarlo.

Il motto liberté egalité fraternité, lei scrive, è diventato, in certo modo, la religione francese. E’ stato l’attacco a questi principi a mandare ancora più in crisi i francesi?
L’attentato ha messo in luce la fragilità di molti dei valori che consideravamo acquisiti. Parole consumate come liberté, égalité, fraternité hanno improvvisamente ritrovato il loro senso ma proprio questo ha permesso di osservare la distanza che esiste tra la società e i suoi valori. Le nostre società sono attraversate dall’ineguaglianza. C’è una quarta parola: laicité. Esiste un grande malinteso sulla laicità, viene intesa da molti come un attacco alla religione. Questo rischia di mandare in crisi la Francia. La ministra dell’educazione ha proposto di introdurre a scuola dei corsi di laicité. Credo che avrebbe più senso introdurre dei corsi sulla storia delle religioni. Soltanto conoscendo l’altro lo si può capire. Così come per molti francesi la religione è una questione superata, per molti musulmani non credere in Dio è qualcosa di inimmaginabile. Come si può dialogare partendo da visioni così diverse?

Edizioni e/o

Edizioni e/o

Lei si è trasferita in Francia per scrivere. Ha sentito l’esigenza di allontanarsi per potersi realizzare pienamente come scrittrice?
Sono partita perché quando decidi di cambiare strada, serve farlo anche concretamente. Ho sentito il bisogno di rischiare, perdere l’equilibro sul quale era costruita la mia vita. Allontanarsi dal proprio Paese di origine non può che fare bene, alimenta nuove energie. Posso permettermi di guardare alle cose con un po’ più di distacco. Ed ero anche un po’ stanca del clima pesante che si respira in Italia.

Che cosa è cambiato nel suo modo di pensare la letteratura rispetto a libri come l’intenso Avrò cura di te (Edizioni e/o, 2009) in cui emergevano memorie degli anni vissuti in Marocco?
La letteratura si è presa tutto lo spazio che le ho lasciato. Non so quali effetti avrà sulla mia scrittura, è presto per dirlo, ma ci sarà certamente un cambiamento. Per esempio ho cominciato a scrivere un diario in francese. È un esperimento molto interessante dal punto di vista linguistico. Che delle persone siano state uccise perché scrivevano, disegnavano, si esprimevano liberamente, a poche centinaia di metri dalla stanza dove adesso ogni mattino scrivo, leggo, penso, mi ha colpito profondamente. Mi sono sentita interpellata come scrittrice, oltre che come persona, da quello che è accaduto.

Per le Edizioni e/0 è uscito nel 2015 il suo nuovo romanzo Il giardino persiano che racconta la sua esperienza di vita in Iran
È un romanzo autobiografico ambientato a Teheran nel 1981, quando mio padre fu nominato ambasciatore d’Italia e racconta la storia della mia famiglia alle prese con un paese stravolto dalla rivoluzione islamica e dalla guerra contro l’Iraq. Lo sguardo è quello dell’infanzia e permette di conservare una sorta di candore anche sulla realtà più dura e cruenta. Talvolta mi sorprendo dell’involontaria attualità di ciò che scrivo. Mi sono ritrovata come madre a spiegare ai miei figli molte delle cose che i miei genitori dovettero spiegare a me quando stavamo in Iran. Scherzi del destino!  ( Simona Maggiorelli, Left)

 @simonamaggiorel

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#TaharBenJelloun: Le donne dell’Islam, in cerca di lbertà @TaobukFestival

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 23, 2015

Creatura di sabbia

Creatura di sabbia

In occasione dell’uscita del libro di Tahar Ben Jelloun E’ questo l’Islam che ci fa paura (Bompiani) il 25 settembre il Taobuk festival di Taormina premia lo scrittore franco -algerino. Qui una nostra intervista a Ben Jelloun che incontrammo per il quotidiano Il Giorno

L’INTERVISTA/ Tahar Ben Jelloun

di Simona Maggiorelli

Le trame dell’eros,  la ricerca del rapporto fra uomo e donna, in cui insieme agli abiti si abbandonano le gerarchie dei ruoli, delle identità sociali. Dopo romanzi e saggi di taglio  più strettamente sociale sul razzismo, sullo sradicamento, sulla lontananza, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun  propone ora un doppio intrigante viaggio letterario alla scoperta del nostro universo meno razionale, più intimo e profondo. Bompiani ha  pubblicato il suo “Amori stregati” e Fabbri ha mandato in libreria , una sua riscrittura della “Bella addormentata” , per i più piccoli, in chiave da “Mille e una notte”.

Al fondo dei due diversi lavori un’interessante indagine sul  femminile, in un confronto  tra Oriente e Occidente giocato a livello di “imagerie”

Signor Ben Jelloun, il re del Marocco  Mohammed VI ha annunciato un nuovo codice di diritto matrimoniale.  Una possibilità di svolta che genera molte aspettative e speranze.
“E’ una riforma che deve ancora passare per il parlamento, con ogni probabilità troverà l’opposizione degli islamisti del PJD, il partito della giustizia e dello sviluppo. Ma anche dei  partiti tradizionalisti come l’ Istiqlal. Comunque resta importante che il re abbia avuto il coraggio di proporre un nuovo codice della famiglia, dopo averlo messo a punto con una commissione per ben due anni”.

Se passasse cosa potremmo aspettarci?
” Non possiamo sperare che le mentalità più oltranziste evolvano allo stesso ritmo. Ci saranno delle resistenze, ma il Marocco non sarà più fra i paesi Arabi ad avere il codice della famiglia più retrogrado. Si avvicinerà alla Tunisia, lasciandosi alle spalle l’Algeria”.

Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun

Cosa porterà per le donne sul piano giuridico e sociale?
” La liberazione delle donne non si decreta. Riguarda tutti i cittadini.
Ci vorrà una grossa campagna d’informazione  progressista, moderna. Tante donne lottano da tempo. Ora, l’aspetto giuridico sta dalla loro parte. Prima, non era così”.

Qual è stato il contribuito dei movimenti delle donne morocchine a questa svolta?
“In Marocco esistono numerose associazioni di donne, associazioni coraggiose, solide e determinate. La loro voce è stata ascoltata. Senza la loro presenza sul terreno, questa riforma avrebbe aspettato ancora diversi anni”.

E il Nobel per la pace a Shirin Ebadi inciderà?
“E’ un fantastico colpo da maestro. L’Accademia Nobel ha  dato un notevole aiuto alle donne musulmane che lottano per la propria libertà. Mi pare una scelta inaspettata e felicissima”.

Colpisce la recente notizia di due sorelle espulse dal liceo perché portavano il velo. Cosa sta accadendo fra le generazioni di giovani donne nate in Francia da famiglie arabe?
“Il velo è un simbolo politico ed ideologico. E’ un segno di appartenenza ad una comunità. Il problema sta nel fatto che siamo una società laica. La libertà degli individui è reale, ma lo è anche il dovere di rispettare la scuola pubblica. La separazione fra chiesa è stato sancita dalla legge francese fin dal 1905, è stata ottenuta dopo lunghe lotte. Bisogna rispettare questa vittoria. Le giovani donne in Francia hanno bisogno di sentirsi accettate, integrate. Indossano il velo perché sentono di essere rigettate; affermano così una loro identità. Si tratta, in ogni caso di una minoranza, anche se è molto rumorosa”.

Lei ha scritto due volumi, sul razzismo e sull’islam spiegato ai giovani. Cosa ha detto loro? Quali sono le vere radici del fondamentalismo?
“Il fondamentalismo ha una base comune: il fanatismo e l’ignoranza. Che sia islamico o cristiano, si tratta di un anacronismo pericoloso perché giustifica la guerra”.

Nel suo nuovo libro “Amori stregati”, lei ha scritto pagine bellissime sull’eros, sulla libertà interiore che le donne arabe hanno nel rapporto d’amore. E’ possibile che  nella cultura islamica alle donne venga riconosciuta sul piano della vita intima e sessuale più dignità e libertà di quanto non faccia l’Occidente?
“In “Amori stregati”, racconto delle finzioni; sono la testimonianza indiretta dell’immaginario delle donne la cui condizione giuridica è infelice. L’islam, come le altre due religioni monoteiste, diffida delle donne. Un versetto dice più o meno questo delle donne: “la loro capacità di furbizia è immensa !”. Furbizia è inteso qui nel senso negativo. Allora, le donne costruiscono la loro vita secondo la loro capacità di immaginare, di arrangiarsi, di scansare la legge. Strappano la loro libertà dalle mani dei loro dominatori. Hanno dei poteri insospettabili. E meno male. Ma è anche vero che”Amori stregati” rispecchia una realtà abbastanza presente nel Marocco di oggi: il ricorso alla magia e alla stregoneria è un modo per reagire contro una realtà opprimente. Anche gli uomini ci credono”.

Nell’Islam comunque non sembra esserci una condanna del femminile e del corpo come  storicamente è avvenuto in Occidente, con tanto di caccia alle streghe…
“Nel islam, le sessualità non è tabù. Insegnare l’educazione sessuale nelle scuole viene addirittura consigliato. Il profeta Muhammad è stato sposato nove volte. Amava le donne. La sua prima moglie fu la sua padrona, la donna per la quale lavorava; era più vecchia di lui e non indossava il velo. Sono gli islamici che hanno fatto di tutto per snaturare l’islam e per farne una religione oscura e fanatica”.

da Il Giorno / Il Resto del Carlino / La Nazione 17 ottobre 2003

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Qusayr’Amra, gemma nel deserto. Recuperati i suoi straordinari dipinti

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2015

Fig 02  (©ISCR)

Qusayr ’Amra

Il castello del principe Walid è un unicum nella tradizione islamica. le sue sale sono piene di pitture figurative.  Con rappresentazioni di principi, re, scene conviviali e sontuosinudi femminili. Che documentano la convivenza di tradizioni diverse agli albori dell’Islam. Ora quei complessi cicli pittorici tornano all’antico spendore grazie all’intervento dell’istituto superiore del restauro.

Di lui si narra nelle Mille e una notte. Descrivendolo come un principe generoso e leale. Ma anche se appare come una figura leggendaria nei racconti notturni di Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) regnò per poco più di un anno tra il febbraio del 743 e l’aprile del 744 d.C. Fu ucciso all’età di 38 anni, poco tempo dopo essere diventato califfo. E nella storia scritta dai regnanti che vennero dopo è additato come un personaggio dissoluto, dedito solo ai piaceri della vita e poco osservante.

La storia ufficiale, si sa, è sempre scritta dai vincitori e chi prese il potere dopo Walid non mancò di attaccarne con violenza l’immagine e l’identità. Tanto che oggi si rimane stupiti nell’apprendere che la sua residenza privata, dopo così tanti secoli, è ancora in piedi. Noto come Qusayr ’Amra, ovvero piccolo castello, il palazzo (patrimonio dell’Unesco dal 1985), sorge in una regione desertica fra Siria, Giordania e Palestina. E fatto ancor più sorprendente, conserva ancora una larga parte di cicli pittorici che ne abbellivano sia le sale interne, sia gli spazi “pubblici”, come le terme che venivano utilizzate da Walid anche per tessere relazioni diplomatiche. Riportate all’antico splendore, nel corso di una serie di spedizioni avviate nel 2011 dal team di restauratori dell’Istituto superiore per la conservazione e per il restauro (Iscr) guidato dall’archeologa Giovanna De Palma (in collaborazione con il World Monuments Fund), queste raffinate pitture sono la testimonianza viva e affascinante di una cultura musulmana, ai suoi albori, straordinariamente aperta verso le altre tradizioni.

desert-castle-loop02Come hanno documentato gli archeologi e gli storici dell’arte che hanno partecipato al convegno internazionale The colours of the Prince organizzato dall’Iscr, Qusayr ’Amra si presenta come un eccezionale crocevia di culture, o meglio, come un ideale ponte fra il mondo arabo e il Mediterraneo. Le pitture murarie di questo edificio che sorge nel deserto giordano si sviluppano per circa 380 metri quadrati. E vi compaiono al contempo elementi iconografici della tradizione bizantina, greco ellenistica, araba e persiana. Nel palazzo, rappresentazioni della corte di Walid, ritratti ideali di principi e regnanti di terre lontane, fra i quali anche un sovrano cinese e uno turco o induista, appaiono accanto a scene conviviali, di caccia e di vita quotidiana come la spremitura dell’uva a piedi nudi. Ma ci sono anche raffigurazioni di animali fantastici e figure bibliche, a cominciare da quella del profeta Giona. Colpiscono in modo particolare alcune rappresentazioni di nudi femminili, impossibili da pensare nella tradizione aniconica musulmana successiva. Secondo l’interpretazione della docente di storia medievale Maria Andaloro dell’Università della Tuscia non sono ascrivibili nemmeno alla tradizione greca, perché non si tratta di nudi anatomici e “razionali”, ma di immagini armoniose, in movimento, «rappresentate in forme fluide, senza che compaia alla vista un osso o un muscolo, tanto che – nota la professoressa – per trovare forme così morbide bisogna andar fin nel lontano Oriente buddista».

Una ipotesi suggestiva alla quale  l’archeologa Giovanna De Palma risponde spostando l’attenzione sulla ricca e tollerante koinè culturale che animava questa zona di scambi e vie commerciali all’epoca di Walid, nell’VIII secolo, principe appartenente alla dinastia omayyade, la prima dopo l’avvento di Maometto. «Il califfato omayyade è il primo a godere di cattiva fama nel mondo islamico – spiega De Palma -. Era accusato di pensare più a politiche espansioniste che a problemi di tipo teologico». Nel periodo in cui l’Islam si andava affermando, di fatto, non pretendeva la conversione, si limitava a chiedere l’obbedienza. «E in queste zone preesisteva una cultura di tipo figurativo, che non fu cancellata – approfondisce l’archeologa -. Anche se noi la conosciamo poco perché non sono sopravvissute testimonianze». Alla luce di questo contesto si comprende meglio la figura di Walid, principe colto, dalla personalità poliedrica, contrariamente a quanto hanno sostenuto poi i suoi detrattori.

desert-castle-loop08«Qusayr ’Amra è un unicum – ribadisce Giovanna De Palma -. Sapevamo che esisteva una pittura islamica, ma questo è uno dei pochissimi esempi sopravvissuti di rappresentazioni con figure umane e zoomorfe. L’Islam almeno in origine non era aniconico – sottolinea l’archeologa – ma non ci è rimasto nulla di quell’epoca più antica, se non alcuni frammenti che vengono da un altro castello anch’esso probabilmente fondato da Walid. Ci sono poi alcuni piccoli residui che vengono da Samarra, la capitale del Regno Abasside e altri che provengono dai Fatimidi d’Egitto». Insomma, sintetizza Giovanna De Palma, «che a quell’epoca dipingessero si sapeva. Non è una novità. Ma questo è l’unico ciclo che ci ha permesso di vedere cosa dipingevano. E la sua eccezionalità sta anche nel fatto che è rimasto pressoché intatto. Non si conoscono altri esempi. A parte i dipinti della Cappella Palatina di Monreale che fu realizzata da artigiani arabi». Così, se in seno al Cristianesimo nacque una feroce iconoclastia, non possiamo dire che l’Islam sia stato fin dall’inizio iconofobico? «Io sono una archeologa classica – risponde De Palma – non una studiosa dell’Islam, ma certamente il fatto che le pitture ci fossero come dimostra il castello di Walid, non ci permette di ipotizzare un’iconofobia. Direi piuttosto che le civiltà semitiche che noi conosciamo, così come quelle musulmane, sono società aniconiche, che non favoriscono la rappresentazione umana». Il primo episodio che viene preso a simbolo dell’iconoclastia, come è noto, è quello dell’Esodo, quando Mosè distrugge il vitello d’oro.

Fig 08 bis (foto Alex Sarra, ©ISCR)Mentre il rapporto con la figura umana è stato conservato dagli omayyadi. «Che erano aniconici nei monumenti religiosi – dice De Palma – .O meglio parzialmente aniconici perché a Damasco i mosaici sono ancora parzialmente figurativi. Ma non lo erano nelle rappresentazioni all’interno di palazzi privati».
Ma se gli omayyadi furono tolleranti, non lo furono i loro successori. Nei secoli si sono registrati molti esempi di fondamentalismo contro le immagini e viene da chiedersi perché siano state risparmiate le pitture di Qusayr ’Amra. «Io stessa non riesco a spiegarmelo – confessa De Palma -, certo il castello era poco visitato, ma ci sono testimonianze del passaggio di beduini. Che sappiamo hanno una cultura in parte indipendente e un ruolo particolare. Potrebbero in qualche modo aver contribuito a proteggerli»

dal settimanale Left

The treasures of#Qusayr’Amra, 

interno-qusayr-amraIn the Thousand and One Nights he is described as a prince generous and loyal. But even if he appears as a legendary figure in the stories of Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) reigned for just over a year between February 743 and April 744 AD. Infact he was killed at the age of 38, shortly after he became caliph. And in the history written by the rulers who came after him, he is tipped as a dissolute character, devoted only to pleasures of life and not very observant. The official story, as we know, is always written by the victors and who took power after Walid attacked violently his real identity. So hardly that today we are almost astonished to learn that his private residence, after so many centuries, is still standing. Known as Qusayr ‘Amra, the palace (UNESCO 1985) is located in a desert region between Syria, Jordan and Palestine. And – surprising fact – it still retains a large part of pictorial cycles that graced the inner rooms but also the “public” ones like the baths that were mostly used by Walid for diplomatic relations. The have been restored and brought to their original splendor, during a series of expeditions undertaken in 2011 by the team of restorers of the Italian Institute for the conservation and restoration (Iscr) led by archaeologist Giovanna De Palma (in collaboration with the World Monuments Fund) . These refined paintings are the living testimony of a Muslim fascinating culture, in its early days, extraordinarily open to other traditions.

Fig 14 (©ISCR)It has been documented by Archaeologists and art historians who participated in the international conference The colors of the Prince organized by ICR in Rome. In this symposium Qusayr ‘Amra has been presented as a great crossroads of cultures,and even as an ideal bridge between the Arab world and the Mediterranean. The wall paintings of this building (which is located in the Jordanian desert stretching for about 380 square meters) present iconographic elements of many different traditions: Byzantine, Hellenistic, Arabic and Persian too. In the palace we can see representations of Walid’s court, fantastic portraits of princes and rulers of distant lands, including a Chinese, Turkish and Hindu sovereigns. But we can discover also lively convivial scenes, hunting scenes and episodes telling about everyday life with barefoot people pressing grape. What strikes us more is the cohabitation of pagan elements like of fantastic animals with biblical figures as the prophet Jonah.

And the fact that in these cycles of “frescos” we can see even some representations of female nudes, later totally banned by the aniconica Muslim tradition. According to the interpretation of the medieval history expert Maria Andaloro ( university of Tuscia) these female nudes can not be ascribed to the Greek tradition, because they there is not anatomical description and they appear like harmonious moving images. ” These nudes are represented in fluid forms, hiding any bone and muscle. If you want to find forms like these you have to go down to the far Buddhist East “, she said.

qasr-amra-ladyBut this suggestive hypothesis finds some oppositors. The roman archaeologist Giovanna De Palma, for istance, brings back the attention to the rich and tolerant cultural koinè that animated this trade area at Walid times, in the VIII century. Prince Walid belonged to the Umayyad dynasty, the first after Muhammad. “The Umayyad Caliphate was the first to gain a bad reputation in the Islamic world” De Palma explains. “He was accused to be interested more in expansionist policies than in theological problems.

“In that early period, in fact, Muslims did not pretend conversion, but merely ask obedience. “And in these areas where the figurative culture had a long tradition, it was not canceled – the archaeologist says -. Although we know almost nothing about the way these pictures could survive in more oppressive times. Only in the tolerant context of the early Islamwe can understand a figure like prince Walid. He had a poliedric personality, despite what his detractors argued twisting the truth.

“’Qusayr’ Amra is unique under several aspects” Giovanna De Palma underlines. “We knew there was an Islamic painting, but this is one of the few surviving examples of representations with human figures and zoomorphic ones. Originally Islam was not aniconic. But there is nothing left of that oldest pictures. We have only some other fragments coming from another castle, probably founded by Walid, and small residues from Samarra, (the Abbasid capital of the Kingdom) and from the Fatimids Egypt.

“To cut i short – Giovanna De Palma says – this is the only cycle that allowed us to see what they painted. Its uniqueness lies in the fact that remained almost intact. There are no other examples known. Apart from the paintings of the Monreale Palatine Chapel that was built by Arab craftsmen. “A fierce iconoclasm arose in Christianity . It is well known. But we can not say that Islam has been aginst imagines  since the beginning. I am a classical archaeologist, not a scholar of Islam, but certainly these paintings in Walid’s castle do not allow us to hypothesize a sort of iconofobia. I would say that the Semitic civilization as we know it – as well as the late Muslim ones – was an aniconic society, which do not favor the human representation”. The first episode of iconoclasm, in fact, is in the Exodus, when Moses destroys the golden calf.

The pictures with human figure were preserved by the Umayyads. “There were aniconic monuments but Damascus mosaics, for example, are still partially figurative” Giovanna De Palma says.

By the way, if the Umayyads were tolerant, their successors were not. During the centuries there have been many episodes of fundamentalism against images and we wonder why the paintings in Qusayr ‘Amra were not destroyed. “I myself can not explain it”, De Palma admits. “Certainly the castle was little visited, but the Bedouins lived some important signes here. We know they still have an indipendent culture and a special role in some muslim countries. Th Bedouuins may have contributed in some way to protect the paintings in ‘Qusayr’ Amra “.

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I tesori perduti dell’Afghanistan

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 21, 2012

Massud

Massud

Prima l’Unione Sovietica, poi gli Stati Uniti. L’Afghanistan è stato ridotto in uno stato di guerra civile permanente. E gran parte del suo patrimonio d’arte è stato distrutto.Ed è corsa contro il tempo per recuperare ciò che ne rimane.  La denuncia de’archeologo ed esperto di arte islamica Michael Barry

di Simona Maggiorelli

Dall’impero di Alessandro Magno al regno dell’indiano Ashoka. Per millenni l’Afghanistan è stato un territorio in cui si sono incontrate tradizioni diversissime fra loro. L’isolamento in cui il Paese è stato rinchiuso a lungo ha fatto sì che questo straordinario melting pot di culture si preservasse intatto per secoli. Fino allo scempio compiuto dalla dominazione sovietica e poi statunitense che, paradossalmente, da opposte sponde ideologiche, «si sono date man forte nel mettere in atto una tragica devastazione del Paese». Non esita a parlare di «genocidio culturale e umano» l’archeologo e studioso di arte islamica Michael A. Barry che in Afghanistan è vissuto per molti anni a partire dal 1962.

«Mi ero trasferito là per svolgere il mio lavoro di archeologo, ma poi l’emergenza umanitaria causata dall’invasione sovietica mi ha fatto mettere da parte le mie ricerche sull’arte afgana per cercare di dare un aiuto alla popolazione», racconta a left il docente dell’Università di Princeton in perfetto italiano. Invitato da Torino Spiritualità a parlare di arte e cultura islamica ma anche del suo ultimo libro Massud, il leone del Panshir (Ponte alle Grazie) dedicato al guerrigliero afgano assassinato il 9 settembre del 2001 , Barry ha offerto uno straordinario affresco della storia dell’Afghanistan, per millenni crocevia di culture e ridotto «in uno stato di guerra civile permanente» dall’Unione sovietica prima e poi dagli interessi contrapposti di Stati Uniti, Pakistan e Iran.

tavoletta sul rosso«Quando arrivai in Afghanistan negli anni Sessanta – racconta Barry – mi trovai davanti un Paese dalla sterminato patrimonio d’arte frutto di inaspettate e fertili contaminazioni fra culture radicalmente differenti come quella induista e quella islamica». Contrariamente a ciò che comunemente si pensa «il nemico numero uno dell’Islam non è il Cristianesimo – spiega Barry-. Pur non avendo l’idea dell’incarnazione di Dio né quella di peccato originale, la religione di Maometto condivide con il Cristianesimo il riferimento all’Antico Testamento. Il nemico per l’Islam è il paganesimo, e la religione indiana è avvertita come l’opposto non assimilabile».

Un’avversione che nei Talebani è diventata odio e distruzione sistematica degli antichissimi Buddha scolpiti che erano sopravvissuti per secoli come parte del prezioso patrimonio d’arte afgano. E che miracolosamente erano scampati ai carri armati sovietici, alle bombe e alla strategia della tensione messa in atto dal Pakistan e dall’Iran perché l’Afghanistan non potesse risollevarsi e cercare di ristabilire una propria indipendenza. «Su questo già nel 1985 -’86 si innestò la decisione Usa di obbedire ai generali pachistani per distruggere il governo di Kabul- ricorda Barry -. Gli Usa si allearono con le forze più reazionarie in Afghanistan pur di raggiungere questo obiettivo».

dal settimanale left-avvenimenti

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L’arma segreta del principe Akbar

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2012

 di Simona Maggiorelli

Cosmopolita, aperto al dialogo  “interculturale”, il principe Akbar nell’India del XVI e XVII secolo intuì il valore dell’arte e il potere delle immagini come strumento di comunicazione e per conquistare   una vera egemonia. Una mostra a Roma ricostruisce la straordinaria storia del discendente di Gengis Khan  

Si racconta che non avesse mai imparato a leggere e scrivere. Forse anche per una grave forma di dislessia. Ma che fosse riuscito comunque ad acquisire un sapere vasto e profondo coltivando rapporti vivi e costanti con i maggiori sapienti della sua epoca, da quando divenne terzo imperatore della dinastia Moghul alla metà delCinquecento.

Cosmopolita, grande mecenate d’arte e aperto alle culture di altri Paesi ma anche alle religioni diverse dall’Islam (che professava senza costringere nessuno a convertirsi) il principe imperiale dell’India Jalaluddin Muhammad regnò su un’area che andava da Kabul in Afghanistan a Dacca nell’attuale Bangladesh. Il suo grande merito, la sua “arma segreta”, per tenere insieme un regno così vasto fu quello che oggi chiameremmo “dialogo interculturale”. Avendo intuito l’importanza delle immagini per conquistare l’egemonia in un mondo ancora largamente analfabeta, chiese ai migliori artisti indiani di realizzare pitture e sontuosi codici miniati, sculture e tappeti dalle trame complesse e splendenti di colori. Fu così che, diventando raffinato committente d’arte, questo discendente di Gengis Khan (1162-1227) e di Tamerlano (1336-1405) divenne il principe Akbar: alla lettera “Il più grande”, «assumendo quell’attributo che nel mondo islamico era riservato solo a dio», come racconta l’orientalista Gian Carlo Calza, curatore della mostra Akbar il grande imperatore dell’India (catalogo Skira) aperta fino al 3 febbraio in Palazzo Sciarra, sede della Fondazione Roma Musei.

Un’esposizione che raccoglie in un percorso fortemente scenografico una selezione di più di cento capolavori pittorici realizzati nell’Asia del Sud fra il Cinquecento e il Seicento insieme a oggetti intarsiati in madreperla e pietre preziose. A scandire il ritmo delle sale, versi tratti da poesie Sufi e racconti dal Libro di Akbar (la principale fonte di cui disponiamo), ma anche oasi multimediali nascoste dietro tende rosse, per evocare l’articolazione degli spazi di una raffinata corte viaggiante del XVI secolo. Della tradizione mongola il principe Akbar aveva mantenuto lo spirito libero e nomade, spostandosi di continuo lungo i vasti territori del suo impero che verso sud arrivava a lambire le terre birmane.

Le cinque sezioni della mostra ci raccontano la ricchezza culturale della vita a corte, la concezione pacifica e tollerante del governo e della politica che aveva Akbar, i miti e le religioni diffusi in questo regno guidato da un re musulmano ma che sposò varie principesse induiste e che, accanto alla maggioranza indù, lasciò che crescessero comunità zoroastriane, gianiste e perfino cattoliche, con gesuiti che a più riprese cercarono di convertirlo senza ottenere alcun successo. E se una nutrita serie di pitture ci mostrano il principe Akbar a colloquio con saggi e santoni, alcune rare tele rappresentano, in uno stile depurato da ogni tenebrismo cristiano, episodi dell’Antico e Nuovo Testamento.

Omaggi che il sovrano Moghul offriva ai culti altrui, con quella curiosità verso altri popoli e tradizioni che connotava da sempre la storia mongola . La stessa che spinse Tamerlano ad ospitare a corte mercanti-viaggiatori occidentali come il veneziano Marco Polo. E che, prima ancora, aveva spinto Gengis Khan a interessarsi talora alla cultura dei popoli su cui trionfava con le armi.

Niente affatto rozzo e brutale come lo vorrebbe la storia occidentale, seppur fosse un fiero guerriero che sdegnava ogni “etichetta”, Gengis Khan si avvicinò perfino a raffinate filosofie come quella taoista, grazie all’incontro con il filosofo cinese Changchun, di cui stimava lo spirito di indipendenza e la continua ricerca, come ha ricostruito uno dei massimi orientalisti del secolo scorso, il francese René Grousset nel suo suggestivo Il conquistatore del mondo riproposto nel 2011 da Adelphi. A ben vedere incontri con “mondi lontani” punteggiano tutta la storia dei Mongoli, popolo nomade per antonomasia, che incurante del valore della proprietà privata, è passato alla Storia come responsabile di feroci razzie, ma che di fatto fin dal XIII secolo fu l’artefice della fine dell’isolamento asiatico instaurando fruttuosi rapporti con la Cina e con l’Europa. L’ascesa dei Mongoli e poi il regno Moghul che ne raccolse l’eredità, come ci aiuta a comprendere il denso volume I Mongoli (Einaudi) di Michele Bernardini e Donatella Guida, di fatto, cambiarono il corso della storia in Asia segnando una radicale rottura dal passato. Prova ne è anche l’intelligenza con cui Akbar riuscì a far convivere pacificamente, non tanto e non solo popoli che professavano religioni monoteiste legate all’Antico Testamento come Islam, cristianesimo e giudaismo, ma anche a far convivere l’Islam con quello che era sempre stato avvertito come il suo opposto e nemico: l’Induismo. Una scena intima dipinta in un acquerello opaco e oro su carta in mostra a Roma rappresenta, per esempio, il re Akbar che delicatamente pone un talismano sul petto della moglie che dorme: le vesti raffinate e trasparenti come i monili indossati dalla donna la individuano immediatamente come paganamente indiana. Altrove la coppia è rappresentata mentre fa l’amore. Più in là, invece, una scena pubblica, ambientata in un lussureggiante paesaggio (elemento caratterizzante di tutta l’arte Moghul), mostra Akbar a colloquio con una “santona” indù. Come a voler dire e tramandare, non solo che Akbar era sensibile alla bellezza femminile, ma anche alle parole delle donne. Senza trascurare che il quadro ha anche ben precise ragioni politiche. «Nell’India del Cinquecento e del Seicento, il dialogo fra potere e fede non era meno complesso ed esplosivo di quanto non sia oggi» nota il direttore del British Museum Neil MacGregor, commentando una miniatura appartenuta all’imperatore Akbar in un passaggio del suo nuovo libro La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi). Qui il re è a colloquio con un sacerdote indù. «La miniatura era una forma di arte assai popolare nelle corti, da Londra a Parigi a Isfahan a Lahore. E le miniature Moghul ci mostrano che i pittori indiani ne erano ben consapevoli», sottolinea MacGregor. «Incontrare regolarmente le autorità religiose era una strategia politica dello Stato, pubblicizzata dai media dell’epoca: dipinti e miniature».

dal settimanale  left-avvenimenti

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L’Islam demonizzato dall’Occidente

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 7, 2012

di Simona Maggiorelli

L’Oriente come invenzione dell’Occidente, immagine seducente ed esotica di un altrove ,a misura dei colonizzatori europei. E per questo visto in un auspicato stato di minorità. Nel suo celebre saggio Orientalismo uscito nel 1978 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel  1999, Edward W. Said squarciava il velo su una lunga tradizione europea di studi sul mondo arabo mettendo alla sbarra poeti come Dante, scrittori come Byron, come Flaubert e molti altri nomi illustri.

Di origine palestinese – Said era nato nel 1935 a Gerusalemme allora parte del Mandato britannico della Palestina-, docente di letteratura comparata alla Columbia University, raffinato saggista fra musica classica, arti e letteratura (vedi, per esempio, il suo Lo stile tardo, Il Saggiatore, 2009) opinionista e intellettuale laico e impegnato, Edward Said ha contribuito attivamente al dialogo fra Usa, Europa e mondo arabo. Mostrando le molteplici sfaccettature di quella complessa galassia araba e musulmana di cui i  media perlopiù tratteggiano un’immagine distorta e appiattita. Proprio in Covering Islam, uscito nel 1980 e ora riproposto in Italia da Transeuropa, Said smaschera la mistificazione compiuta da un violento sguardo occidentale che demonizza l’Islam facendone così il nemico da combattere. Un libro che indirettamente invita a rileggere gli importanti lavori che Said ha dedicato alla bruciante e ancora oggi irrisolta questione palestinese. Transeuropa, così, recupera e pubblica un importante titolo dell’intellettuale palestinese scomparso il  24 settembre del 2003. Un volume che analizza i pregiudizi e le violente distorsioni occidentali  che ancora persistono riguardo alla galassia musulmana. Eccone un significativo  estratto.

COVERING ISLAM

di Edward W Said

Edward W:Said

Dalla fine del XVIII secolo fino ai nostri giorni, nel rapporto dell’Occidente con l’Islam ha prevalso un tipo di pensiero estremamente riduttivo che possiamo definire con il termine di orientalismo. La concezione orientalista si basa su una geografia immaginaria, drasticamente polarizzata, che divide il mondo in due parti diseguali, quella più grande e “differente” è chiamata Oriente, e l’altra, conosciuta come il “nostro” mondo, è detta Occidente. Tale separazione avviene sempre quando una società medita sulle culture differenti; e tuttavia, è interessante notare che l’Oriente, anche quando giudicato come la parte inferiore del mondo, è stato considerato sia di dimensioni più estese, sia dotato di una forza potenziale più grande (di solito distruttiva) rispetto all’Occidente. Dal momento che l’Islam è stato sempre visto come parte integrante dell’Oriente, entro il quadro generale dell’orientalismo, il suo destino è stato quello di essere ritenuto un’entità monolitica, capace di suscitare ostilità e paura alquanto particolari. Vi sono ovviamente molte spiegazioni religiose, psicologiche e politiche, ma tutti questi motivi derivano dal fatto che, sebbene l’Occidente ne sia interessato, l’Islam rappresenta sia un avversario temibile sia una continua sfida alla cristianità. Durante gran parte del Medioevo e all’inizio del Rinascimento in Europa si credeva che l’Islam fosse una religione demoniaca, fonte di eresia, blasfemia e oscurità. Era irrilevante che i musulmani considerassero Maometto un profeta e non un dio; ai cristiani importava solo che Maometto fosse un falso profeta, un seminatore di discordia, un lussurioso, un ipocrita e un emissario del diavolo. Questi giudizi su Maometto derivavano dal fatto che, nel corso della storia, l’Islam aveva assunto una considerevole forza politica. Per centinaia di anni grandi armate e flotte islamiche hanno minacciato l’Europa, distrutto gli avamposti e colonizzato i suoi domini… Persino quando il mondo islamico entrò in un periodo di declino, la paura dei “maomettani” persistette. Più vicina all’Europa delle altri religioni non cristiane, l’Islam, per la sua estrema prossimità, continuava, in modo permanente, a disturbare l’Occidente con il suo potere non manifesto. Le altre grandi civiltà dell’est – tra le quali India e Cina – potevano essere considerate sia sconfitte sia distanti e, pertanto, non erano una preoccupazione costante. Solo l’Islam sembrava non essersi mai sottomesso completamente all’Occidente, cosicché ancora una volta, in seguito al drammatico incremento del prezzo del petrolio all’inizio degli anni 70, il mondo musulmano è parso sul punto di ripetere le conquiste del passato e l’intero Occidente è sembrato rabbrividire. L’emergere del “terrorismo islamico” negli anni 80 e 90 ha reso la paura più profonda e intensa. Nel 1978 poi l’Iran balzò in primo piano, divenendo fonte di ansie e preoccupazioni per gli americani, dato che prima d’ora quasi nessuna nazione, tanto distante e diversa dagli Usa, li aveva impegnati così intensamente. Gli americani mai erano apparsi così paralizzati. Pertanto, non si poteva affatto ignorare l’Iran, un paese che per tanti aspetti li contrastava, quasi con un’aria di sfida. Nel periodo in cui scarseggiava l’energia, il maggior fornitore di petrolio era proprio l’Iran, in una regione del mondo considerata instabile e strategicamente vitale. Nel corso di un anno di rivolte quell’alleato importante perse legittimità nei calcoli geopolitici Usa. Un evento così sconvolgente non avveniva dalla rivoluzione d’ottobre del 1917. Stava emergendo un nuovo ordine che, denominatosi islamico, si mostrava popolare e anti-imperialista…

Se si considerano romanzi acclamati dalla critica come Alla curva del fiume di V. S. Naipaul e Il colpo di stato di John Updike, oppure i libri di storia diffusi nelle scuole, i fumetti, i serial tv, i film e i cartoni animati, l’iconografia dell’Islam appare uniforme. Si era radicata nel tempo una visione dell’Islam monolitica, dalla quale derivano le frequenti caricature dei musulmani, raffigurati come fornitori di petrolio, terroristi e come folle assetate di sangue. Ogniqualvolta romanzieri, reporter, strateghi-politici ed “esperti” trattano l’“Islam”, vale a dire l’Islam che è attualmente in vigore in Iran e in altre parti del mondo musulmano, pare che non vi possano essere distinzioni tra il fervore religioso e la lotta per una giusta causa, tra la normale debolezza umana e il conflitto politico; il corso della storia fatta da uomini, donne e società non è contemplato come un umano divenire. L’“Islam” sembra fagocitare i variegati aspetti del mondo musulmano, tutti riconducibili in una speciale entità malvagia, priva di ragione. Così, tende a prevalere la più cruda forma di scontro tra le parti, un antagonismo tra noi e loro, a discapito di analisi e comprensione. Qualunque cosa gli iraniani o i musulmani dicano sul loro senso di giustizia, sulla loro storia di oppressione, sulla loro visione della loro società, sembra irrilevante… si denunciano le impiccagioni in Iran, le leggi teocratiche, ma ovviamente nessuno ha mai considerato il massacro di Jonestown, l’attentato di Oklahoma, terribilmente distruttivo, o la devastazione dell’Indocina, eventi commessi dalla cristianità, oppure in senso lato dall’Occidente e dalla cultura americana; una tale similitudine è valida solamente per l’“Islam”.

Perché l’“Islam” è spesso riconducibile in modo pavloviano a un’intera serie di eventi politici, culturali, sociali e perfino economici? Cosa c’è nell’Islam che provoca una reazione così irrefrenabile? Cosa rende differente l’“Islam” e il mondo islamico dall’Occidente? Queste non sono domande banali, pertanto è necessario rispondere con molte analisi e differenziazioni. Le etichette che pretendono di definire realtà molto vaste e complesse sono notoriamente vaghe e, allo stesso tempo, inevitabili. Ma fra tutte le persone che pronunciano tali definizioni in modo aggressivo e con fermezza, quante padroneggiano gli aspetti della giurisprudenza islamica, oppure conoscono le lingue parlate nel mondo islamico? Pochissime, ma ciò non impedisce alle persone d’indicare con fiducia “Islam” e “Occidente”, credendo di saper esattamente ciò di cui stanno parlando. Per questo motivo dobbiamo considerare seriamente le etichette. Le definizioni sono ideologiche e, rimanendo intatte nel corso dei secoli, sono state capaci di adattarsi al mutare degli eventi e delle situazioni…

Islam contro l’Occidente: questo è un terreno fertile per una vasta gamma di variazioni. Le tesi che prevalgono sono infatti Europa contro Islam e America contro Islam. Ma i rapporti reali con l’Occidente sono piuttosto differenti e, nel complesso, giocano anche un ruolo significativo. A proposito è necessario evidenziare le differenze fondamentali tra la conoscenza dell’Islam degli americani e degli europei. Francia e Inghilterra, per esempio, fino a poco tempo fa possedevano grandi imperi musulmani. Inoltre milioni di musulmani provenienti dall’Africa e dall’Asia attualmente vivono nelle città francesi e inglesi. Tutto ciò ha influito nel campo dell’orientalismo accademico, ben strutturato in Europa. Nessuna di queste esperienze appartiene alla storia degli Usa, nonostante la popolazione musulmana residente sia in continuo aumento e, mai prima d’ora, così tanti americani abbiano scritto, pensato e parlato dell’Islam. In America l’assenza di un passato coloniale, nonché la scarsa tradizione di studi sull’Islam, contribuisce a rendere l’attuale ossessione piuttosto particolare, più astratta.

Nell’Europa moderna l’interesse nei confronti dell’Islam si sviluppò tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo nel cosiddetto periodo di “rinascimento orientale”, nel quale gli studiosi francesi e britannici riscoprirono “l’Est”, ossia l’India, la Cina, il Giappone, la Mesopotamia e la Terra Santa. L’Islam era visto, nel bene o nel male, come parte dell’Oriente, dotato di mistero, esotismo, corruzione e di un potere latente.  Nonostante le forti ostilità tra l’Europa e l’Islam, gli scambi non furono mai interrotti, coinvolsero la sfera dell’immaginazione e delle arti raffinate, per esempio influenzando poeti, romanzieri e studiosi come Goethe, Gerard de Nerval, Richard Burton, Flaubert e Luis Massignon. Eppure, malgrado questi artisti e altri come loro, l’Islam non è mai stato accolto in Europa. La maggior parte dei grandi filosofi della storia, da Hegel a Spengler, hanno giudicato l’Islam con scarso entusiasmo. Eccetto qualche raro interesse nei confronti di mistici sufi e scrittori, le mode europee nei confronti della “saggezza dell’Est” raramente includono saggi e poeti musulmani. Omar Khayyàm, Harun al-Rashid, Sindbad, Alladin, Hajji Baba, Scheherazade, Saladin, costituiscono più o meno l’intera lista dei personaggi islamici conosciuti dagli europei più colti. Verso la fine del XIX secolo, con l’emergere del nazionalismo islamico in Asia e in Africa, l’opinione comunemente accettata riteneva che le colonie musulmane sarebbero dovute rimanere sotto la tutela europea, sia perché fonte di guadagno, sia perché, essendo paesi sottosviluppati, avevano bisogno della disciplina occidentale. Nonostante il razzismo diffuso e gli attacchi contro il mondo musulmano, gli europei espressero molto chiaramente ciò che l’Islam significasse per loro. Le rappresentazioni dell’Islam infatti hanno influenzato tutta la cultura europea – studi, arte, letteratura, musica – fino ai nostri giorni. Molti governi europei, inoltre, hanno intrapreso una politica di dialogo culturale con i paesi musulmani e arabi che ha dato origine a seminari, conferenze e traduzioni di libri. Tutto ciò è assente negli Usa, in quanto l’Islam è fondamentalmente una questione politica che impegna il Council on Foreign Relations, un “pericolo” militare… Le crisi politiche quasi sempre offrono l’occasione per intavolare dibattiti sull’Islam, coinvolgendo persone più o meno esperte. È estremamente raro leggere articoli che informano sulla cultura islamica sul New York Review of Books, per esempio, o sull’Harper’s Bazaar. Pare che l’Islam desti l’attenzione solo quando scoppia una bomba in Arabia Saudita, oppure quando l’Iran minaccia di attaccare gli Stati Uniti.

da left-avvenimenti

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La rivolta spagnola

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 8, 2012

Una nuova generazione di scrittori spagnoli scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe ala precariato, all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menendez Salmon

di Simona Maggiorelli

Un serial killer, lucidissimo e freddo, è al centro del nuovo romanzo Derrumbe  (Marcos y Marcos) che lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón presenterà il 13 maggio al Salone del libro. Nel folgorante L’offesa che nel 2008 ha rivelato lo scrittore e filosofo spagnolo al pubblico italiano il protagonista è invece un sarto, il solerte Kurt Crüwell, che, arruolato da Hitler si getta nella guerra con slancio. Fino a perdere ogni sentire. E «una gelida mattina Kurt non vede più in faccia l’orrore»: La perdita delle emozioni come perdita di ciò che è più umano è un tema che percorre carsicamente molta parte dell’opera di Salmón. Insieme al tornare a interrogarsi sull’orrore nazista e su come sia potuto accadere.
«Il nazismo è stato una tragedia troppo grande e complessa perché io possa diagnosticarne le cause» dice Salmon. «Gli artisti che l’hanno patito in prima persona come Primo Levi hanno detto che, in realtà, non si riesce a raccontare lo sterminio. Le categorie razionali e la lingua stessa non riescono a dire un tale abisso. Personalmente quello che più mi spaventa del nazismo è la sua ideologia e quel suo ridurre il soggetto ad oggetto, l’essere umano a cosa. I nazisti uccidevano uomini, donne o bambini, come fossero figure, pupazzi, bambole».
Ne Il correttore (2009) lei ripercorre e indaga il pensiero delirante alla base dell’attentato di matrice islamica del 2004 a Madrid. Cosa c’è dietro stragi di questo genere?
Le religioni monoteiste sono, per definizione, intolleranti. Alla base c’è una contraddizione paradossale. Il termine “tolleranza religiosa”, pronunciata da un ebreo, da un cristiano o un musulmano, in pratica è un ossimoro. Nelle differenti Chiese c’è chi cerca di camminare sul filo della dialettica non cadendo nel fondamentalismo. Ma in effetti il discorso degli integralisti religiosi è più coerente con la loro fede. I fondamentalisti islamici che hanno fatto esplodere i treni a Madrid hanno rivendicato un attentato contro gli infedeli; Breivik è un razzista, fondamentalista cristiano che pretendeva di salvare l’Europa dall’invasione islamica. L’essenza ultima della religione si rivela qui come la pazzia di anteporre un’irrazionalità malata all’ intelligenza.
Sempre ne Il correttore lei mette insieme la cronaca dell’attentato dell’11 marzo del 2004 e il vissuto del protagonista, Vladimir, che sta correggendo le bozze de I demoni di Dostoevskij quando l’orrore irrompe dalla tv. Il romanzo permette di andare più in profondità nella lettura dei fatti?
La mia intenzione era mostrare che chi maneggia i discorsi, detiene un potere, ha la possibilità di rimodellare la realtà. E ha a portata di mano l’opportunità di proporre una realtà diversa, o addirittura falsa con effetti sul futuro. Detto questo, mi rendo conto che la letteratura in generale e il romanzo in particolare, hanno un potere enorme. Partendo da un artificio, da una convenzione, da una bugia (la finzione), può far in modo che i fatti raccontino la loro verità.
In quale direzione guarda oggi la nuova letteratura spagnola?
Gli scrittori spagnoli hanno ripensato in profondità la guerra civile e i decenni del dopoguerra, e si deve ancora fare molto. Ma capisco che le giovani generazioni, quelle degli scrittori nati negli anni 70 o 80, stiano cominciando a trovare questi temi un po’ stanchi. Per troppo tempo, l’equazione Spagna=Guerra civile ha condannato la nostra letteratura ad essere una sorta di riserva culturale del dramma che ha avuto inizio nel 1936. Mi pare comprensibile che gli scrittori comincino a guardare anche altrove. Oggi ci sono questioni scottanti sul tavolo dello scrittore, dal fallimento del welfare ai diritti dei lavoratori, sotto il ricatto del precariato e di nuove forme di sfruttamento
La protesta degli indignados ha dato una scossa, perché la sinistra non ha saputo dare una risposta politica?
In piazza c’era gente dai 20 ai 60 anni: lavoratori, universitari, esponenti della classe media, persone provenienti da ambienti culturali molto diversi. Non è stato un movimento apolitico ma apartitico. Questo in parte spiega perché la sinistra non ha preso i voti di questo vasto malcontento. A parte Izquierda Unida, la cosiddetta sinistra in Spagna è un blocco monolitico (il Psoe) più vicino a un liberalismo moderato che a un socialismo vero. L’ottimismo rampante è stato il motore della democrazia sociale spagnola per anni. E ora la sinistra “ufficiale” ha pagato il prezzo del disincanto e dei suoi errori. Il loro esercizio di ipocrisia è stata davvero notevole.

da left avvenimenti

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La gemma armena di Mush

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2012

di Simona Maggiorelli

Armenia, altopiano di MushUn popolo “mite e fantasticante” che conviveva pacificamente con altri popoli in Anatolia. Così Antonia Arslan raccontava gli armeni alle soglie del feroce genocidio del 1915 perpetrato dai turchi, in un intenso (e pluripremiato) romanzo, nutrito di memorie personali e di famiglia, come La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004). Ora la scrittrice veneta di origini armene aggiunge un nuovo tassello alla storia ferita della propria gente, ricostruendo ne Il libro di Mush (Skira) la vicenda di uno dei manoscritti più importanti del medioevo armeno, un codice miniato del Duecento che nei secoli ha attraversato rocambolesche avventure rischiando più volte di andar distrutto. Arslan lo immagina come una delle poche cose che una famiglia in fuga dalla devastazione turca dei villaggi di Mush, riuscì a portare con sé, facendone inconsapevolmente il simbolo di una cultura millenaria che si è cercato di cancellare «in modo lucido e criminale».

E anche questa volta, come nei  suoi precedenti lavori la narrazione si fa epos, canto intriso di nostalgia per una terra e una vita irrimediabilmente perdute. E se la masseria delle allodole era la casa sulle colline dell’Anatolia dove nel 1915 furono trucidati tutti i maschi di una famiglia, adulti e bambini, dando inizio all’odissea delle donne, trascinate poi fino in Siria con marce forzate, i villaggi della piana di Mush diventano in questo nuovo libro di Arslan il simbolo della cancellazione di una intera tradizione culturale. «Nella piana di Mush mille villaggi sono stati rasi al suolo. Di alcuni resta solo il nome, nella memoria dei pochi superstiti in esilio e nelle parole di qualche canzone», racconta la scrittrice che left ha raggiunto telefonicamente alle soglie del tour nelle librerie.

Bambini armeni di una scuola di Mush

«La valle delle montagne del Tauro, vicino a Sassun, ovviamente è ancora lì», continua Arslan. «Ed è ancora una piana molto fertile, situata com’è fra due fiumi. Mush, non a caso, significa nebbia». Ancora oggi la natura selvaggia degli altopiani appare straordinariamente integra «ma di Armeni non c’è più nemmeno l’ombra». Ora la regione è abitata da Curdi, a loro volta mal tollerati dal governo turco, e soprattutto da Aleviti, a lungo perseguitati perché considerati eretici all’interno dell’Islam. Ma con un po’ di immaginazione, si possono ancora scovare alcune tracce del passato armeno come ha raccontato il giornalista inglese Christopher de Bellaigue che si è trasferito in queste terre per raccontarne gli inquieti umori. Nel libro Terra ribelle. Viaggio fra i dimenticati della storia turca (EDT), de Bellaigue si è messo sulle orme delle persone scomparse, ha raccolto l’eco delle antiche incomprensioni che si trascinano fino ad oggi, ma soprattutto ha saputo raccontare il vuoto, l’assenza armena, densa di senso. « Dal 1915 fino a pochi anni fa monumenti, case, monasteri, scuole tutto ciò che si poteva ricondurre alla cultura armena è stato scientemente distrutto» denuncia Arslan. Il manoscritto attorno a cui si snoda il racconto è sopravvissuto quasi per miracolo. «Fu scritto e assemblato intorno al 1202», ricostruisce la scrittrice. «Ma durante una invasione il proprietario venne ucciso. Un mercante turco se ne impadronì e lo mise in vendita. Alcuni monaci armeni riuscirono poi a mettere insieme i soldi per ricomprarselo. Così dal 1207 al 1915 il manoscritto è stato la gemma del monastero dei Santi Apostoli nella valle di Mush. Purtroppo però – dice Arslan -i vandali del 1915 non ebbero la stessa intelligenza del mercante turco del XIII che aveva intuito il valore del manoscritto».

Di fatto negli anni intorno alla prima guerra mondiale non solo i testi della cultura armena furono distrutti ma anche le architetture furono rase al suolo. Tanto che poco o nulla resta oggi delle stupefacenti «chiese di cristallo» di cui scrisse il critico Cesare Brandi. «Questa è una parte della nostra storia di cui si parla di meno e a cui io tengo molto – confessa la scrittrice -. L’architettura armena del IV-V secolo fu un’elaborazione originalissima, nata sulla base della tarda architettura romana. Gli architetti armeni escogitarono soluzioni geniali per costruire in un territorio sismico. Realizzando chiese a pianta centrale dagli angoli aguzzi verso il cielo. Costruzioni che solo gli uomini e non i cataclismi naturali, nei secoli, sono riusciti a distruggere. Se ne possono vedere alcuni esempi, ancora oggi, in quella parte di Armenia che una volta era una repubblica dell’Urss. Di queste scrisse un critico come Brandi sul Corriere della sera».
Intanto quelle architetture svettano ancora nella prosa lirica della Arslan, capace in modo particolare di ridare voce a chi non ce l’ha più, restituendo al lettore quello spessore emotivo del vissuto che la ricostruzione storica, pur importantissima, perlopiù non trasmette. «Un romanzo, se è davvero riuscito, non parla solo alla coscienza del lettore. Ci si entra dentro con un livello di attenzione emotiva fortissima. Coinvolge totalmente e poi si vuole saperne di più. Allora sì, un saggio per quanto scritto in modo più arido, trova terreno fertile. Ciò detto – precisa – trovo importantissima la fioritura saggistica che oggi documenta il genocidio armeno in modo incontrovertibile».

Soprattutto in Francia, dove la comunità armena è molto attiva, negli ultimi anni, sono usciti molti lavori importanti che denunciano il genocidio di un milione e mezzo di Armeni nei primi decenni del Novecento.  E la questione sta riemergendo con forza anche nel dibattito politico francese. «Un dibattito francese che va di pari passo con la forte irritazione del governo turco che forse sperava che la vicenda del genocidio fosse legata solo a un gruppo di vecchietti… ormai in estinzione – nota Arslan-. Ma avvicinandoci al centenario del genocidio (che cadrà nel 2015) quel dramma sta riemergendo con forza, grazie a una ricca messe di proposte editoriali. Oltralpe vive una comunità di 600/700.000 Armeni e la questione è ineludibile. Anche se ho molte perplessità riguardo alla strada della censura di Stato, imboccata dalla Francia, con una legge che punisce il negazionismo del genocidio. Questo tipo di norme – avverte Arslan- si possono facilmente stravolgere».

da left-avvenimenti

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Ala al Aswani: La rivoluzione? E’ solo umana

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Durante l’occupazione di piazza Tahrir al Cairo faceva ogni notte un comizio dialogando con la gente, ragionando sulle prospettive della rivoluzione e provando a fare i conti con la paura dei cecchini. Medico e scrittore, ‘Ala al Aswani è l’autore di capolavori come Palazzo Yacobian. Dopo l’appuntamento a Mantovaletteratura è in tour in Italia per presentare il suonuovo libro: La rivoluzione egiziana , da poco uscito per Feltrinelli.

Simona Maggiorelli

Ala Al Aswani

Da sempre critico verso il regime di Mubarak e suo strenuo oppositore, lo scrittore e medico egiziano ‘Ala al-Aswani (autore di potenti affreschi della società egiziana come Palazzo Yacoubian) durante la rivoluzione del Cairo ha trascorso quasi tutte le sue notti in piazza Tahrir, facendo comizi e cercando di «dare una mano a chi dal basso organizzava la protesta. Il mio compito – racconta a left lo scrittore – era quello di sviluppare la discussione su questioni di giustizia sociale e  diritti, ma anche di raccogliere le preoccupazioni e le paure della piazza». Paure che si sono fatte rischio concreto di vita quando i cecchini di Mubarak hanno cominciato a sparare con armi ad alta precisione. «Ogni volta che vedevi il laser fermarsi su un punto della piazza sapevi che una vita umana era stata stroncata con un colpo alla testa – dice Al Aswani-.  Ma quel 28 gennaio, quando hanno cominciato a sparare sulla folla, abbiamo avuto anche la certezza che da quel momento il regime era finito», chiosa lo scrittore in tour in Italia per presentare il suo “diario” da piazza Tahrir, una raccolta di articoli apparsi sulla stampa indipendente e ora pubblicati da Feltrinelli con il titolo La rivoluzione egiziana.
«Io non penso di essere una persona particolare, né tanto meno uno sprezzante del rischio. Ma in quella piazza ho sperimentato uno strano fenomeno che alcuni studi – ho letto poi- descrivono come tipico delle rivoluzioni: quando ti trovi in mezzo a eventi storici di questa portata non ragioni più in termini di pericolo individuale, ma valuti le cose nella prospettiva del “noi”».

piazza Tahrir

Ripensando oggi a quelle settimane, dopo che Mubarak è stato deposto ed è finito in tribunale, «la rivoluzione- dice al-Aswani – mi pare ancor più un sogno ad occhi aperti. Vedere gli egiziani ribellarsi alle umiliazioni inflitte dalla dittatura, alzare la testa e lottare con grande dignità è stata una delle cose più belle per me». Nel frattempo ’Ala al-Aswani al Cairo continua a scrivere articoli e a tenere aperto il suo studio di medico e di dentista, da alcuni anni diventato anche luogo di incontro fra intellettuali dissidenti. Mentre l’eccezionalità della congiuntura ha fatto momentaneamente scivolare in secondo piano la sua attività di romanziere, dagli anni Novanta noto in tutto il mondo per la sua capacità di dare voce a una società egiziana negli ultimi anni diventata sempre più povera e oppressa, senza prospettiva.

«Gli egiziani non sono diversi da altri popoli che abbiano subito una dittatura – spiega al-Aswani-, non sono differenti dagli spagnoli sotto Franco o dai sovietici sotto Stalin. Un dittatore non ha mai doti, gli basta uccidere e torturare. Magari vestendo la maschera di padre della patria. E il risultato è che la gente precipita in uno stato di minorità, è prostrata, fiaccata nell’iniziativa. Ma c’è un momento in cui la frustrazione arriva al top e bastano poche scintille perché scoppi la rivolta. Così – aggiunge Al Aswani  sorridendo – da un giorno all’altro ho visto tutti i miei personaggi di Palazzo Yacoubian scrollarsi da dosso l’inerzia e scendere in strada per protestare».
Per piazza Tahrir quale è stata la scintilla decisiva? «Tre sono stati i momenti salienti: il primo risale al 2008, al grande sciopero organizzato da una rete di attiviste che toccò molto l’opinione pubblica. Nel 2010 poi c’è stato il barbaro omicidio di Khaled Said, un ragazzo di 28 anni, ucciso dalle forze dell’ordine, senza un movente, senza che lui avesse mai aderito a gruppi di protesta né fatto attività politica. Quel crimine – spiega al-Aswani – ha fatto capire a molti egiziani che, anche abbassando la testa, standosene ai margini, non si era più al sicuro dalla violenza del regime. Poi ci sono stati i brogli delle elezioni di novembre che, ancora una volta, hanno dato la maggioranza assoluta del Parlamento a Mubarak: la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Adesso cosa ci si aspetta? C’è il rischio che elementi religiosi o di controrivoluzione prendano il sopravvento? «Io non credo, perché la società egiziana ha un fondo laico. Ma è anche vero che, nonostante la piazza si sia costituita come Parlamento alternativo, non ne abbiamo ancora uno eletto». E l’esercito che ruolo sta giocando? «La polizia in Egitto non si è comportata come in Libia – ricorda al-Alswani- ma non ha nemmeno preso posizioni chiare per il cambiamento; del resto molti elementi collusi con il vecchio regime allignano nei suoi ranghi. E tanto più nel ministero di Giustizia che è controllato dal Governo. Ma sono certo che la volontà popolare eserciterà una pressione perché non ci siano imbrogli nel processo a Mubarak».  Quanto alla risposta dei governi occidentali, come è stata vista da piazza Tahrir? «Che Guevara diceva che l’onore è dire ciò che si pensa e fare ciò che si pensa. Ecco, speriamo che i governi occidentali si facciano onore, smettendo le doppiezze. Comunque sia – prosegue al-Aswani- se Governi come quello italiano hanno sostenuto il regime di Mubarak rafforzandolo come oppressore della nostra gente, sappiamo che il popolo italiano non la pensa allo stesso modo.  Se si guarda alla risposta della gente, la rivolta di piazza Tahrir è stata sostenuta da ogni parte del mondo, perché – approfondisce lo scrittore – la rivoluzione è una cosa molto umana: è un movimento che nasce per avere rispetto, libertà, democrazia, dignità. Cose che ogni essere umano capisce al volo. Ora è tempo che anche i Governi si alzino in piedi per la difesa dei diritti umani». Poi rivolgendo un pensiero alla questione israelo-palestinese che questa settimana conoscerà un momento importante all’Onu aggiunge: «Se affrontassimo la questione pensando che siamo tutti esseri umani, si troverebbe una soluzione. Anni fa – ricorda al-Aswani – ho scritto un racconto immaginando un pilota israeliano affettuoso a casa e poi freddissimo quando spara sui bambini palestinesi, visti come nemici in erba. I problemi nascono quando tu consideri l’altro come nemico, come arabo, come musulmano, come cristiano. E non come essere umano. La violenza comincia quando neghi l’umanità dell’altro. Se lo guardi negli occhi, trovi l’umanità che ci accomuna e allora non puoi uccidere. I soldati Usa in Vietnam, non a caso, venivano addestrati a non guardare mai il nemico negli occhi.

IL LIBRO

l libro
Una primavera inaspettata
«Perché gli egiziani non si ribellano? Questa era la domanda che veniva posta ripetutamente in Egitto e all’estero». Così esordisce lo scrittore ‘Ala al-Aswani ad incipit del suo nuovo libro, La rivoluzione egiziana (Feltrinelli): Già, perché le condizioni c’erano proprio tutte: la metà della popolazione egiziana viveva da tempo sotto la soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno, mentre  Hosni Mubarak monopolizzava il potere da trent’anni, con elezioni truccate. Senza contare che ogni giorno gli egiziani subivano torture e violenze sessuali nelle centrali di polizia per estorcere loro confessioni di reati che non avevano commesso. In questo libro in cui l’autore di Palazzo Yacubian e di Chicago raccoglie articoli scritti per giornali indipendenti, emerge il quadro delle complesse ragioni che impedivano quel colpo di reni che, inaspettato ai più, sarebbe arrivato in quella che è stata giustamente chiamata la primavera araba. Una stagione di grandi promesse di libertà e democrazia. Ma in questo libro che fa comprendere più a fondo i molti volti della rivoluzione egiziana, troviamo anche pagine pungenti in cui lo scrittore e medico al-Aswani non solo denuncia la corruzione e gli abusi del regime  ma invita gli egiziani a riflettere sulle violente imposizioni della religione ( «Il niqab impedisce alle donne di vivere come esseri umani»). Una religione che fa ammalare dice coraggiosamente al-Aswani citando ricerche mediche che raccontano l’alta incidenza di problemi e di malattie mentali in un’Arabia Saudita che, in nome di Allah, si pretende virtuosa e invece è solo altamente repressiva.

Da left-avvenimenti

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La primavera araba preconizzata dallo scrittore Lakhous

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 30, 2011

 In Italia è noto soprattutto per il best seller Scontro di civiltà  per un ascensore a piazza Vittorio,ma nel  romanzo di esordio di  Amara Lakhous, censurato in Algeria ( e che per un pelo non gli costò la vita), sono raccontate le radici della protesta mediorentale contro regimi corrotti e autoritari, che sarebbe sfociata nella rivolta di piazza Tahrir. Con il titolo Un pirata piccolo piccolo è ora pubblicato dalle Edizioni e/o. Sarà presentato il primo luglio al meeting antirazzista di Cecina organizzato dall’Arci e il 5 luglio al circolo Elsa Morante di Roma.

di Simona Maggiorelli

Amara Lakhous

La “visionaria” capacità dello scrittore algerino Amara Lakhous di anticipare gli eventi delle attuali rivolte arabe  appare davvero sorprendente leggendo Un pirata piccolo piccolo, il suo romanzo di esordio, che ora torna in libreria grazie alle Edizioni e/o. In questa “commedia nera” dai toni ironici e autoironici, un giovanissimo Lakhous offriva nel 1993 una lucida radiografia del malessere delle società mediorientali sotto regimi autoritari e corrotti. Scavando in profondità nell’insofferenza crescente che già si avvertiva ad Algeri dove giovani, intellettuali, lavoratori erano stati ricacciati ai margini della società ed erano oppressi da uno Stato di emergenza che fingeva di salvare la neonata democrazia.

«Gli ex combattenti della guerra di liberazione si erano impossessati della rivoluzione vinta contro la Francia colonialista. Avevano creato una casta di privilegiati e trasformato l’Algeria in un bottino di guerra», ricorda lo stesso Lakhous nella prefazione della nuova edizione del libro (che sarà presentato il 1 luglio al Meeting antirazzista di Cecina e il 5 luglio a Roma). Nel frattempo la violenza dell’integralismo religioso cominciava ad avvelenare ogni istanza di vero cambiamento: «fondamentalisti, autoinvestitisi di una missione salvifica tentavano di instaurare una teocrazia talebana sulle rive del Mediterraneo » annota lo scrittore noto in Italia soprattutto per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.

All’epoca Amara Lakhous era uno studente che muoveva i primi passi come giornalista e scrittore. Nella cronaca come nell’arte avendo il coraggio di andare fino in fondo, senza infingimenti. «Forse ero un po’ folle, certamente spregiudicato, e non disposto a piegarmi alla censura e alla autocensura che mi veniva imposta» ci racconta Amara stesso per telefono. Fatto è, che quel suo rifiuto dei compromessi ci regala oggi un libro fortissimo e una speciale chiave di lettura di ciò che sta avvenendo in una vasta area mediorientale che va dall’ Egitto, alla Tunisia allo Yemen.

«Anche nell’1988, quando ero ancora al liceo – ricorda Lakhous – ci fu in Algeria una forte movimento giovanile; i ragazzi scesero per le strade e distrussero tutti i simboli del Partito unico. Ma la rivolta fu repressa nel sangue e i media internazionali lo scoprirono solo dopo molto tempo. Allora non c’era internet, né i social network…». Ma diversa oltreché la possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione forse era anche la mentalità e la cultura con cui si affrontava la rivolta. La scelta della non violenza, per quanto non sempre facile da attuare, sembra oggi prevalente nella protesta araba. «La non violenza è un dato nuovo, di grande importanza – commenta lo scrittore algerino -. Va di pari passo al rifiuto dell’integralismo religioso, delirante, malato che sul modello talebano vuole distruggere la cultura. Per anni – aggiunge Amara – in Algeria il fondamentalismo è stato usato come spauracchio da parte del governo. Meglio stare sotto una dittatura corrotta che almeno mi permette di leggere qualche libro e di andare al cinema, piuttosto che finire nel buio di uno stato teocratico pensavano molti miei concittadini». Avendo evidentemente perduto ogni fiducia nelle istituzioni e nella politica.

Amara Lakhous lo ha rappresentato in modo graffiante attraverso il personaggio protagonista di Un pirata piccolo piccolo, Hassinu, un quarantenne riottoso a farsi una famiglia come Dio comanda e che, raggiunta l’età in cui Maometto ebbe l’illuminazione profetica, ancora brancola nel buio, fra difficoltà economiche e acrobazie sentimentali che si ci fanno apparire in filigrana la devastante situazione di oppressione sociale delle donne algerine, costrette a sposarsi giovanissime. Usando la lingua sacra del Corano per parlare di tabù come il sesso e l’aborto, Amara Lakhous compiva così anche una sua “rivoluzione linguistica”, innestando sull’arabo dei testi sacri accenti berberi, più liberi e laici, imparati da piccolissimo come lingua materna. Quello che ne esce alla fine è davvero un piccolo miracolo letterario di franchezza e fantasia. Tanto schietto e diretto che nessuno in Algeria volle pubblicarlo. Tanto esplosivo, da fargli rischiare la vita quando nel 1995, infilato il manoscritto nello zaino, fuggì esule in Italia.

da left-avvenimenti

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