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Mille e una Persia

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 9, 2012

Dopo aver raccontato la rivoluzione, lo scrittore Kader Abdolah torna a farsi cantastorie. Con l’urgenza etica di recuperare le memorie più antiche dell’Iran, fa rivivere la storia dello scià Naser e del suo visir che tra Ottocento e Novecento lottò per modernizzare il Paese

di Simona Maggiorelli

Isfahan, Iran

 

Lo scrittore iraniano Kader Abdolah torna a farsi cantastorie, come era nella antica tradizione persiana, per raccontare in una prosa lirica e densa di immagini, vicende che riemergono da un passato lontano e che l’Occidente fa finta di non conoscere quando si rapporta all’Iran di oggi.

Storie che nel suo nuovo libro Il re (Iperborea) ci riportano a quell’importante passaggio fra Ottocento e Novecento che vide la Persia al centro di una triangolazione di potere fra Russia, Francia e Inghilterra ma anche aprirsi alla modernizzazione, attraverso l’operato del visir Mirza Kabir che cercò di far comprendere allo scià Naser l’importanza della costruzione di strade e fabbriche per dar lavoro a una gran massa di diseredati, ma anche l’importanza di costruire scuole e ospedali a uno scià che ancora viveva immerso nella bambagia, circondato da uno sterminato harem, fra ricchezze da Mille e una notte e vicende familiari che lo legavano a un passato ancora medievale.

Così Kader Abdolah che, da giovanissimo, ha fatto la rivoluzione contro la scià Reza Pahlavi, e che poi è dovuto fuggire in Olanda per un aperto contrasto con  la teocrazia di  Khomeini, per esigenza letteraria ma anche per un imperativo etico di far conoscere la storia del proprio Paese e dei tanti amici e compagni che hanno perso la vita per la sua liberazione, si è dato a scrivere questo capitolo affascinate e ai più poco noto. In Europa, a dire il vero, i lettori del reporter polacco Ryszard Kapuscinski e del suo toccante Shah-in-Shah (Feltrinelli) in qualche modo avevano già incontrato questa storia fra gli antefatti di brucianti pagine sulla rivoluzione iraniana. Ma qui torna in veste letteraria alta e con il sapore di uno stile di scrittura che molto deve alla tradizione poetica e della letteratura araba persiana.

Kader Abdolah

Dopo La scrittura cuneiforme e dopo La casa nella Moschea (che raccontava appunto la rivoluzione giovanile in Iran nel ’79) Kader Abdolah ci regala così una nuova perla da aggiungere alla sua collana di racconti. In questi giorni è in Italia per presentarli: il primo settembre è a Genova per “I Dialoghi sulla rappresentazione”. E l’occasione è preziosa per conoscere più da vicino questo scrittore iraniano, il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, avendo scelto il nome de plume Kader Abdolah in ricordo di due amici uccisi dal regime komeinista e per sapere dei suoi nuovi progetti, fra i quali figura «un libro molto diverso dai miei precedenti – dice lui stesso – una raccolta di storie di inventori e persone di scienza che in Olanda stanno realizzando sogni di  progetti che sfidano l’impossibile». Ma anche per sapere da lui delle reazioni che ha suscitato una sua recente e libera traduzione del Corano in nederlandese. «Un libro che ho voluto tradurre e rendere fruibile ai miei concittadini olandesi per la sua bellezza letteraria, che ho scritto con piacere – dice sorridendo l’ateo Kader – sorseggiando del buon vino e che vorrei arrivasse al pubblico che non conosce in tutta la sua rcchezza poetica, come un capolavoro d’arte».

da left avvenimenti del 1 -7 settembre 2012

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La magia della pittura Rajput

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 16, 2010

Al Mao di Torino una delle più grandi collezioni di tempere e miniature indiane dal XVII al XIX secolo

di Simona Maggiorelli

Danzatrici dai lunghi occhi a mandorla, scene erotiche e avventure mitologiche dal Mahabarata. Ma anche gesta dei principi Rajput mescolate a racconti dal complesso pantheon politeista indù.

I cosiddetti Unni bianchi (Rajput significa «figli del re») che nel V e VI secolo emigrarono dall’Asia centrale per stanziarsi sulle colline prehimalayane e nell’India centrale, una volta diventati vassalli del Moghul, nel 1600 divennero raffinati committenti d’arte. Favorendo la fioritura di numerose botteghe di pittura nel Rajasthan.

Una delle più importanti collezioni di arte Rajput è in mostra al Mao, il Museo di arte orientale di Torino fino al 6 giugno. Una collezione che – come sottolinea la curatrice Claudia Ramasso nel catalogo Skira – non ha eguali nei musei italiani».

Stiamo parlando delle 250 opere della collezione che Isabella e Vittorio Ducrot hanno messo insieme soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando Indira Gandhi tolse ai principi indiani i loro secolari privilegi costringendoli a trovarsi di che vivere. I Ducrot riuscirono allora ad acquistare a rate interi cicli di miniature e di tempere su carta che uniscono la precisione calligrafica al gusto di una pittura di grandi dimensioni in cui i colori, accesi e piatti, sono stesi per grandi campiture, mentre le figure sono definite da linee nere e nette.Un genere d’arte che riuscì a svilupparsi nei secoli (fino al XIX) in molti stili ma conservando al fondo un’identità precisa e riconoscibile. Anche quando le corti Rajput furono conquistate dalle grandi potenze musulmane. E la pittura Rajput acquisì una patina di eleganza persiana.

dal settimanale left-avvenimenti

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Costantinopolitismo

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 10, 2010

di Simona Maggiorelli da Istanbul

Istanbul

Per una iniziativa partita dalla società civile un gruppo di intellettuali turchi nel 1999 perorò la causa di Istanbul capitale europea della cultura ricevendo un secco no dalla Ue dal momento che la Turchia non ne fa parte. Ma quella proposta partita dal basso, sul lungo periodo, ha dato i suoi frutti e il 16 gennaio Istanbul avrà la sua incoronazione ufficiale come capitale del 2010. La cultura in questo caso ha preceduto la politica. Dimostrandosi più sensibile e lungimirante nel preconizzare un allargamento dell’Europa che significherebbe anche riconoscerne le radici multiculturali e, dal punto di vista delle religioni, certamente non solo cattoliche ma anche islamiche e chissà – di questo passo, ci auguriamo – anche pagane. Da parte sua la capitale turca punta a festeggiare l’atteso evento con una ridda di appuntamenti internazionali di arte, letteratura, musica, danza e perfino di cucina e di moda.

Se ne è avuto qualche assaggio già durante le recenti festività, in una Istanbul che da alcune settimane insolitamente inonda di luci il mare scuro e profondo del Bosforo. Una Costantinopoli degli anni Duemila animata più che mai di locali, di feste e di concerti improvvisati a ogni angolo di strada, secondo la tradizione zingara più intima e seducente della città. Ma anche una capitale piena di cantieri aperti per restauro di monumenti simbolo come il Ponte di Galata sul Corno d’Oro e per la costruzione di nuovi centri culturali come il Museo dell’innocenza che il premio Nobel per la letteratura Ohran Pamuk ha fondato a pochi metri dalla sua casa-studio nello storico quartiere di Cihangir, traducendo in realtà una fantasia del protagonista del suo ultimo omonimo romanzo. E ancora per le centinaia di migliaia di turisti che durante le feste di capodanno hanno letteralmente preso “d’assalto” la metropoli (in tutto il 2009 sono stati 7,5 milioni e se ne attendono più di 10 milioni nel 2010) si aprono grandi mostre dedicate all’arte della Persia antica e ai rapporti fra Venezia e l’impero ottomano, mentre sfodera tutti i suoi gioielli lo storico Topkapi, che per secoli, con il suo dedalo di sale per consigli politici (divan), giardini con fontane, harem, ha fatto da palazzo pubblico e privato dei sultani ottomani. Intanto sul pontile di Galata pescatori di ogni età continuano a prendere all’amo pesci messi in fuga dal passaggio delle navi, per le strade del vecchio quartiere di Sultanahmet strillano i venditori di ciambelle, i gatti dormono sui tappeti in vetrina e la voce del muezzin continua a scandire le ore di preghiera in questa megalopoli (che dagli anni Cinquanta a oggi è passata da poco più di un milione di abitanti agli attuali 12 milioni) in cui da sempre convivono differenti culture e religioni e dove oggi fiere ragazze con la minigonna sfrecciano per le vie di Beyoglu accanto a donne velate. Una mescolanza singolare, non solo di culture turche, arabe, greche, armene, curde, come racconta la scrittrice turca Elif Shafak ne La bastarda di Istanbul (Rizzoli) e nel suo nuovo romanzo ma anche una particolarissima coesistenza di antico e moderno, di inerzia e movimento continuano a essere la cifra più vera di questa Bisanzio del nuovo millennio. Così il Museo di arte moderna, nato cinque anni fa, con il suo giardino di sculture in acciaio colorato si inserisce nello scosceso panorama di viuzze del quartiere di Cihangir (quello di Pamuk appunto), dominato da una svettante moschea. E in Santa Sofia una Madonna bizantina campeggia accanto a versetti del Corano.

Istanbul by night

Compresenze di Oriente e di Occidente che fanno il fascino sottile di questa capitale della cultura che, unica al mondo, si stende su due continenti. Una città che sul versante occidentale come sul quello asiatico continua a crescere in orizzontale, disinvoltamente senza centro, come volesse procedere all’infinito. Nei quartieri della parte più europea, palazzoni di cemento e piccole case di legno si ergono fianco a fianco, giocandosela in solitario nel conquistare un proprio posto in uno skyline “creativo”, gaddianamente «patrufaziano». Istanbul – e questo è parte della sua magia – trova anche il modo di far convivere il razionalismo dell’edilizia anni Settanta con il romanticismo delle vecchie Yali in legno, residenze di villeggiatura sul Bosforo della buona borghesia turca. Alcune sopravvivono come se il tempo non fosse passato, altre anche in mezzo all’abitato appaiono drammaticamente spanciate e ridotte a macerie da incendi e terremoti. Come quello, devastante, che colpì Istanbul nel 1999 causando più di 30mila morti. La città turca, di fatto, sorge su una faglia simile a quella californiana senza mai essersi dotata di adeguata edilizia anti sismica. E come scrive lo stesso Pamuk nel libro Altri colori (Einaudi) non c’è cupola o minareto qui che, nei secoli, non sia stato ricostruito almeno una volta. «Compresi quelli che ai nostri occhi hanno sempre rappresentato la continuità ottomana nei secoli». Comprese anche le magnifiche moschee del più importante architetto ottomano, Sinan (1489-1588), che punteggiano la città di monumentali cupole finemente decorate all’interno con ceramiche dipinte e con un complesso lessico aniconico. I fondi che il governo di Ankara è riuscito a racimolare grazie al fatto che Istanbul sia stata riconosciuta capitale europea 2010 serviranno in larga parte proprio a questo, a fare lavori di restauro e di consolidamento dei molti tesori d’arte che Istanbul possiede. Ma la faccenda potrebbe in realtà essere più complicata. Sui giornali turchi, infatti, nei mesi scorsi si è accesa una violenta polemica sulla gestione delle celebrazioni da parte dell’agenzia turca Istanbul 2010 european capital of culture. Nell’ufficio del suo segretario generale Yilmaz Kurt sono passate più di duemila proposte di progetti culturali dei quali ne sono stati selezionati 467 da spalmare durante tutto l’arco dell’anno. Fra questi, il restauro di Santa Sophia e di Palazzo Topkapi, ma anche progetti di festival cinematografici e di concerti di rockstar come gli U2. Il tutto con un budget che si aggira sui 375 milioni di lire turche. Metin Karada, noto architetto e segretario dell’Ordine, in più di un’intervista ha detto che l’Agenzia ha una struttura caotica e la suddivisione dei fondi «non è trasparente».

santralistanbul

Ma ci sono state anche altre accuse di corruzione e di mala gestione. Che a oggi però non sono state ancora provate. «Sull’Agenzia si sono fatte molte chiacchere – ha commentato il ministro della Cultura e del turismo Günay al quotidiano Daily News -. In realtà molti progetti sono stati rifiutati perché molto costosi oppure perché giudicati inadeguati, e questo ha generato malcontento fra chi li aveva avanzati». Di fatto, forte è stato lo scontento nel mondo dell’arte contemporanea per la selezione dei progetti. Un mondo che però a Istanbul vive da più di una decina di anni una stagione vivacissima. Basta dare uno sguardo a Santralistanbul (www.santralistanbul.com), uno straordinario reperto di archeologia industriale (si tratta della prima centrale elettrica dell’impero ottomano costruita nel 1911) trasformato da tre anni a questa parte in un cantiere internazionale d’arte dove si incontrano differenti linguaggi delle arti visive, della musica, della danza. Oppure al Museo di arte moderna o alla storia della lanciatissima Biennale di Istanbul, nata nel 1987. La vera movida di Istanbul abita qui. E continua a crescere da più di una decina di anni. er una iniziativa partita dalla società civile un gruppo di intellettuali turchi nel 1999 perorò la causa di Istanbul capitale europea della cultura ricevendo un secco no dalla Ue dal momento che la Turchia non ne fa parte. Ma quella proposta partita dal basso, sul lungo periodo, ha dato i suoi frutti e il 16 gennaio Istanbul avrà la sua incoronazione ufficiale come capitale del 2010. La cultura in questo caso ha preceduto la politica. Dimostrandosi più sensibile e lungimirante nel preconizzare un allargamento dell’Europa che significherebbe anche riconoscerne le radici multiculturali e, dal punto di vista delle religioni, certamente non solo cattoliche ma anche islamiche e chissà – di questo passo, ci auguriamo – anche pagane. Da parte sua la capitale turca punta a festeggiare l’atteso evento con una ridda di appuntamenti internazionali di arte, letteratura, musica, danza e perfino di cucina e di moda. Se ne è avuto qualche assaggio già durante le recenti festività, in una Istanbul che da alcune settimane insolitamente inonda di luci il mare scuro e profondo del Bosforo. Una Costantinopoli degli anni Duemila animata più che mai di locali, di feste e di concerti improvvisati a ogni angolo di strada, secondo la tradizione zingara più intima e seducente della città. Ma anche una capitale piena di cantieri aperti per restauro di monumenti simbolo come il Ponte di Galata sul Corno d’Oro e per la costruzione di nuovi centri culturali come il Museo dell’innocenza che il premio Nobel per la letteratura Ohran Pamuk ha fondato a pochi metri dalla sua casa-studio nello storico quartiere di Cihangir, traducendo in realtà una fantasia del protagonista del suo ultimo omonimo romanzo. E ancora per le centinaia di migliaia di turisti che durante le feste di capodanno hanno letteralmente preso “d’assalto” la metropoli (in tutto il 2009 sono stati 7,5 milioni e se ne attendono più di 10 milioni nel 2010) si aprono grandi mostre dedicate all’arte della Persia antica e ai rapporti fra Venezia e l’impero ottomano, mentre sfodera tutti i suoi gioielli lo storico Topkapi, che per secoli, con il suo dedalo di sale per consigli politici (divan), giardini con fontane, harem, ha fatto da palazzo pubblico e privato dei sultani ottomani. Intanto sul pontile di Galata pescatori di ogni età continuano a prendere all’amo pesci messi in fuga dal passaggio delle navi, per le strade del vecchio quartiere di Sultanahmet strillano i venditori di ciambelle, i gatti dormono sui tappeti in vetrina e la voce del muezzin continua a scandire le ore di preghiera in questa megalopoli (che dagli anni Cinquanta a oggi è passata da poco più di un milione di abitanti agli attuali 12 milioni) in cui da sempre convivono differenti culture e religioni e dove oggi fiere ragazze con la minigonna sfrecciano per le vie di Beyoglu accanto a donne velate. Una mescolanza singolare, non solo di culture turche, arabe, greche, armene, curde, come racconta la scrittrice turca Elif Shafak ne La bastarda di Istanbul (Rizzoli) e nel suo nuovo romanzo ma anche una particolarissima coesistenza di antico e moderno, di inerzia e movimento continuano a essere la cifra più vera di questa Bisanzio del nuovo millennio. Così il Museo di arte moderna, nato cinque anni fa, con il suo giardino di sculture in acciaio colorato si inserisce nello scosceso panorama di viuzze del quartiere di Cihangir (quello di Pamuk appunto), dominato da una svettante moschea. E in Santa Sofia una Madonna bizantina campeggia accanto a versetti del Corano. Compresenze di Oriente e di Occidente che fanno il fascino sottile di questa capitale della cultura che, unica al mondo, si stende su due continenti. Una città che sul versante occidentale come sul quello asiatico continua a crescere in orizzontale, disinvoltamente senza centro, come volesse procedere all’infinito. Nei quartieri della parte più europea, palazzoni di cemento e piccole case di legno si ergono fianco a fianco, giocandosela in solitario nel conquistare un proprio posto in uno skyline “creativo”, gaddianamente «patrufaziano». Istanbul – e questo è parte della sua magia – trova anche il modo di far convivere il razionalismo dell’edilizia anni Settanta con il romanticismo delle vecchie Yali in legno, residenze di villeggiatura sul Bosforo della buona borghesia turca. Alcune sopravvivono come se il tempo non fosse passato, altre anche in mezzo all’abitato appaiono drammaticamente spanciate e ridotte a macerie da incendi e terremoti. Come quello, devastante, che colpì Istanbul nel 1999 causando più di 30mila morti. La città turca, di fatto, sorge su una faglia simile a quella californiana senza mai essersi dotata di adeguata edilizia anti sismica. E come scrive lo stesso Pamuk nel libro Altri colori (Einaudi) non c’è cupola o minareto qui che, nei secoli, non sia stato ricostruito almeno una volta. «Compresi quelli che ai nostri occhi hanno sempre rappresentato la continuità ottomana nei secoli». Comprese anche le magnifiche moschee del più importante architetto ottomano, Sinan (1489-1588), che punteggiano la città di monumentali cupole finemente decorate all’interno con ceramiche dipinte e con un complesso lessico aniconico. I fondi che il governo di Ankara è riuscito a racimolare grazie al fatto che Istanbul sia stata riconosciuta capitale europea 2010 serviranno in larga parte proprio a questo, a fare lavori di restauro e di consolidamento dei molti tesori d’arte che Istanbul possiede. Ma la faccenda potrebbe in realtà essere più complicata. Sui giornali turchi, infatti, nei mesi scorsi si è accesa una violenta polemica sulla gestione delle celebrazioni da parte dell’agenzia turca Istanbul 2010 european capital of culture. Nell’ufficio del suo segretario generale Yilmaz Kurt sono passate più di duemila proposte di progetti culturali dei quali ne sono stati selezionati 467 da spalmare durante tutto l’arco dell’anno. Fra questi, il restauro di Santa Sophia e di Palazzo Topkapi, ma anche progetti di festival cinematografici e di concerti di rockstar come gli U2. Il tutto con un budget che si aggira sui 375 milioni di lire turche. Metin Karada, noto architetto e segretario dell’Ordine, in più di un’intervista ha detto che l’Agenzia ha una struttura caotica e la suddivisione dei fondi «non è trasparente». Ma ci sono state anche altre accuse di corruzione e di mala gestione. Che a oggi però non sono state ancora provate. «Sull’Agenzia si sono fatte molte chiacchere – ha commentato il ministro della Cultura e del turismo Günay al quotidiano Daily News -. In realtà molti progetti sono stati rifiutati perché molto costosi oppure perché giudicati inadeguati, e questo ha generato malcontento fra chi li aveva avanzati». Di fatto, forte è stato lo scontento nel mondo dell’arte contemporanea per la selezione dei progetti. Un mondo che però a Istanbul vive da più di una decina di anni una stagione vivacissima. Basta dare uno sguardo a Santralistanbul (www.santralistanbul.com), uno straordinario reperto di archeologia industriale (si tratta della prima centrale elettrica dell’impero ottomano costruita nel 1911) trasformato da tre anni a questa parte in un cantiere internazionale d’arte dove si incontrano differenti linguaggi delle arti visive, della musica, della danza. Oppure al Museo di arte moderna o alla storia della lanciatissima Biennale di Istanbul, nata nel 1987. La vera movida di Istanbul abita qui. E continua a crescere da più di una decina di anni.

Le due signore del Mediterraneo

Istanbul e Venezia, un rapporto lungo secoli

interno moschea, Istanbul

Centoventisei opere provenienti dai Musei civici veneziani e quarantacinque dai musei di Istanbul documentano in una grande mostra al museo Sakip Sabanci la lunga trama di rapporti che le due città ebbero nei secoli. Con il titolo Venezia e Istanbul in epoca ottomana (fino al 28 febbraio, catalogo Electa) questa rassegna, ideata per Istanbul capitale europea della cultura 2010, si concentra in particolare sul periodo che va dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 alla battaglia di Lepanto del 1571 vinta dai cristiani (anche se, come è noto, si trattò di una data molto più simbolica che risolutiva in termini di egemonia). Arrivando poi fino al 1718, l’anno in cui i rapporti fra la Repubblica marciana e la Sublime Porta si conclusero definitivamente. (Vedi in proposito quanto scrive Ennio Concina nel libro Venezia e Istanbul, incontri, confronti e scambi, Forum). Dunque un lungo percorso con molte testimonianze di arte bizantina, di arte veneta protorinascimentale e rinascimentale, per arrivare all’orientalismo dell’arte ottocentesca. E se come ci ha insegnato lo storico dell’arte Otto Demus in libri come L’arte bizantina e l’Occidente (Einaudi) il ruolo svolto dall’arte bizantina nell’evoluzione dell’arte occidentale è stato fondamentale, con tanto di artisti bizantini usati come maestri e maldestri tentativi occidentali di imitazione, non meno trascurabile è stata l’influenza dell’arte turco-ottomana e, attraverso i traffici commerciali e i rapporti diplomatici con Istanbul, quella proveniente dai Paesi arabi. Le due signore del Mediterraneo La mostra al Sakip Sabanci, dunque, racconta di un ricco scambio biunivoco fra le due differenti culture, che da parte “europea” vide protagonista assoluta l’arte di Gentile Bellini con il suo potente ritratto del doge Giovanni Mocenigo (in mostra a Istanbul) ma anche con il suo celeberrimo Ritratto del sultano Mehmed II del 1480 conservato alla Nataional gallery di Londra. Un quadro che il pittore veneziano – primo artista occidentale a lavorare direttamente su committenza ottomana – realizzò vivendo per un periodo presso la corte del sultano. E non è certo un caso che si trattasse di un pittore che aveva bottega a Venezia. La Repubblica nei primi tre secoli di conflitti con i turchi aveva mostrato una certa condiscendenza sprezzante verso i rivali, cavalieri delle steppe abili nell’arte equestre ma nuovi all’arte nautica. Ma poi, vista l’esiguità del proprio apparato militare e per non offrire vantaggi alla rivale Genova, pensò bene di optare per una politica neutrale verso i turchi. Una politica che si tradusse in fitti scambi commerciali e qualche volta perfino in alleanze militari.

Lorenzo Lotto carpet

Testimonianze del secolare rapporto di Venezia con la cultura ottomana, anche per questo, si trovano nelle tele commissionate da ricchi committenti veneziani ai pittori più importanti tra fine Quattrocento e fine Cinquecento. Basta pensare alla precisa raffigurazione di tappeti turchi in alcune opere di Lorenzo Lotto. Oppure alla foggia di vestiti con turbante e alla presenza di minareti sullo sfondo di alcune tele di Carpaccio e in molta pittura “orientalista” che si sviluppò a Venezia dal XV al XVII secolo. Senza contare che determinante per la nascita del cosiddetto colorismo veneto (di cui furono protagonisti Tiziano, Veronese, Tintoretto e poi Tiepolo) fu l’impiego di particolari pigmenti usati dai miniaturisti persiani e ottomani e l’uso di polvere di pietre preziose nell’amalgama dei colori. E se prestiti orientali quasi non si contano nelle lacche veneziane e nelle rilegature di libri veneziani del XVI secolo, così come nella lavorazione di metalli ageminati, nei tessuti e nei velluti, colpisce a livello meno patente la penetrazione di certe suggestioni della cultura islamica contenute in capolavori come I tre filosofi (1504-08) di Giorgione in cui l’artista dà particolare rilievo e fierezza alla figura che secondo la lettura di Michael Barry (in Venezia e l’islam 828-1797, Marsilio) andrebbe letta come ritratto del filosofo Averroè.

Vermeer spleeping maid

Ma se i prestiti della cultura turco-ottomana all’arte italiana sono ancora materia per specialisti e, purtroppo, non compaiono sui manuali di scuola, spostandoci dal museo Sakip Sabanci al ricchissimo Museo di arte turca e islamica nei pressi della Moschea blu non si può non restare colpiti dal sistema di catalogazione delle opere e dei reperti. Questi ultimi per lo più sono schedati con il nome dell’archeologo occidentale che li ha riportati alla luce. Mentre per indicare le diverse e complesse grafie dei tappeti turchi vengono comunemente usati i nomi dei pittori italiani e olandesi (Bellini, Lotto, Holbein ecc) che dipinsero quelle tipologie di tappeto nei loro quadri. Tristemente, quasi fosse lo sguardo dell’Occidente a definirne il valore.

La pazzia del sultano, il tarlo ottomano

I loro antenati erano i turcomanni del III millennio a.C. Ma il potere ottomano non fu strutturato solo sulla potenza “equestre”. La chiave del lungo successo dell’impero, racconta Jason Goodwin ne I signori degli orizzonti (Einaudi), risiedeva in un complesso sistema militare e di governo. «Tra il 1320 e il 1390 gli Ottomani travolsero come un’onda impetuosa le secche del potere bizantino che aveva dominato per più di mille anni» scrive lo storico inglese. Nel 1326 gli Ottomani conquistarono Bursa facendone la loro capitale, poi a poco a poco si impadronirono della Grecia settentrionale, della Macedonia, della Bulgaria e quindi della Tracia e di Adrianopoli che, ribattezzata Edirne, divenne nel 1366 la loro capitale sul suolo europeo. La travolgente avanzata ottomana fu temporaneamente arrestata da Timur nel 1402 nella battaglia di Ankara. Nel 1453 però i turchi conquistarono Istanbul (gli occidentali la registrarono come la caduta di Costantinopoli). E l’avanzata ottomana riprese con forza fino ad arrivare poi a Vienna, nel cuore dell’Europa. Ma l’impero significò anche la costruzione di un’importante rete di istituzioni culturali e islamiche che permisero di presidiare il territorio conquistato: ovvero moschee, madrasse, biblioteche ma anche caravanserragli, bazar, ponti, acquedotti, ospedali e ospizi. Se gli Ottomani, insomma, non andavano tanto per il sottile quando erano in guerra, usavano il guanto di velluto quando si trattava poi di governare, lasciando che i popoli conservassero le loro tradizioni e credenze religiose. Ma quell’impero ottomano, che con il cosiddetto tributo dei ragazzi aveva congegnato un sistema di cooptazione della classe militare e della burocrazia facendo fuori ogni privilegio di sangue e ogni infida aristocrazia, aveva nella legge fratricida il proprio tallone di Achille. Con questa legge (che fu abolita solo nel 1603) i fratelli e i parenti del sultano venivano uccisi o rinchiusi in prigione perché non potessero tramare contro di lui. Ma la pratica invalidante di imprigionare i principi nelle gabbie finì per creare dinastie di disadattati. Osman III, per esempio, aveva passato cinquanta anni in una gabbia con sordomuti quando fu ripescato per prendere il posto del sultano che nel frattempo era morto. «Molti sultani – scrive Goodwin – erano mentalmente disturbati, un fatto che non può essere attribuito ai pericoli dei matrimoni tra consanguinei ma si spiega con le atroci condizioni in cui venivano allevati». s.m.

L’altra Istanbul. Uno scenario underground

C’è voluto il lungometraggio del turco tedesco Fatih Akin “Crossing the Bridge: il sound di Istanbul”, nel 2005, perché si cominciasse a parlare della Istanbul underground. Sezen Aksu, dalla band neo psichedelica Baba Zula alla cantante tradizionale curda Aynur Dogan, il mondo sotterraneo che gravita dal ponte di Galata a Istiklal Caddesi, sul lato occidentale di Costantinopoli, trovava finalmente diffusione. Istanbul è anche, e forse ultimamente soprattutto, questo. Una generazione nata lontana dalla città sul Bosforo, che fino a cinquant’anni fa era anche greca, figlia della città operaia di Izmit o emigrata dal Kurdistan in seguito al conflitto col Pkk. E approdata nel quartiere di Beyoglu, fra affitti improponibili, case occupate e disagi metropolitani, dopo essere cresciuta sotto la repressione del colpo di Stato, il divieto di apertura verso ovest ed Est, il nazionalismo e il militarismo più estremi, fino a sviluppare correnti e suoni del tutto unici. Non è Occidente né Oriente, la scena musicale di Istanbul: è semplicemente tutto quel che si può immaginare. Il turbo folk balcanico, la musica elettronica suonata col saz, e soprattutto la strada, luogo di socializzazione privilegiato di tutta l’area ottomana. A Istiklal si gira con lo strumento e ci si siede a suonare mentre dal lato occidentale, a Kadikoy, si vanno a incidere album che poi invadono internet e negozi. Dietro a tutto questo c’è anche molta politica; perché la libera espressione, in Turchia, è prima di tutto un atto di denuncia. C’è la questione delle minoranze curde, alevite, arabe e rom, per chi vuole fare musica tradizionale; c’è la questione dei diritti umani, per chi va a suonare agli scioperi e alle manifestazioni e per chi ha le radici ben piantate nel cemento della Turchia del boom economico e quindi del rock, del rap, e dell’elettronica; e ci sono i diritti dei migranti, perché Istanbul è anche un crocevia di profughi in arrivo da Africa, Afghanistan, Iraq e Palestina. Un esempio di questa commistione è Enzo Ikah, venticinquenne esule politico congolese; nato in Italia, studente della Sorbona, bassista di Youssu’n Dour e infine fuggitivo per aver criticato il regime della Repubblica Democratica del Congo, oggi fa il cantante reggae a Istanbul. In turco. Un fenomeno locale, che dopo due anni di concerti sta finalmente per pubblicare il primo disco – entro fine gennaio, pare. Alle sue spalle, un intero collettivo di band politicamente impegnate, l’Oppa tzupa sound. system. Una costellazione di esperienze che comprende la rock band Ahibba, che canta in arabo facendo metal con strumenti tradizionali; lo ska punk balcanico dei Bandista, che cantano in turco “Bella ciao” e “Fischia il vento”; il folk-jazz di Julide Oksel; e così via, evolvendosi ed espandendosi a un ritmo impressionante, inglobando collaborazioni con film maker, movimenti politici, artisti visuali e tutto ciò che di unico questa città sta producendo. In tempo reale.(contributo su Istanbul underground di Annalena Di Giovanni)

da left-avvenimenti

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Il codice cifrato della bellezza

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 30, 2009

di Simona Maggiorelli
Nella  galassia dell’ arte islamica in cui si intrecciano differenti culture. Lo storico dell’arte Luca Mozzati con il nuovo libro Arte islamica (Mondadori arte) invita a un viaggio nel mondo variegato nato dall’incontro fra i primi conquistatori arabi e la straordinaria eredità mesopotamica, iranica, ma anche bizantina. Un universo complesso che trova espressione nella pittura, nell’architettura, nella calligrafia, nella ceramica, nei tappeti e che a nostri occhi occidentali, troppo spesso, risulta lontano, appiattito, alterato da pregiudizi. Come quello che vorrebbe l’arte islamica rigidamente aniconica  oppure la posizione dell’artista tout court schiacciata da quella del committente religioso, quando in realtà nell’Islam, come scrive Mozzati « non esistono chiesa, sacerdoti o sacramenti».
«Per cominciare – spiega il professore – va detto che nell’arte islamica il concetto di artista, come soggetto creatore, non esiste. Fino al Rinascimento non ci fu nemmeno da noi. Possiamo parlare di esplicita volontà individuale con artisti come Michelangelo. Non prima. Ma il fatto che uno si muova all’interno di canoni formali non pregiudica l’eventuale espressione di contenuti individuali, anche se nell’Islam per noi possono non essere immediatamente leggibili».
Così se la floridissima miniatura e la tradizione di libri illustrati che si sviluppò nell’impero ottomano, in Persia e in parte dell’Asia ci appare in certo modo più familiare, la scintillante cascata di stalattiti (muqarnas) che sovrasta moschee, madrase e tante architetture islamiche ci seduce sul piano emotivo, ma perlopiù ci lascia disarmati dal punto di vista della decodificazione del suo significato di rappresentazione della bellezza dell’infinito pulsare del cosmo. «Importanti apparati decorativi a carattere logico-matematico connotano l’arte islamica – approfondisce Mozzati -. Si presentano come una sorta di linguaggio cifrato. Chi è in grado di comprenderne la bellezza,  vi può cogliere quell’assoluto che nell’Islam pertiene all’ambito del divino». In capolavori come la ceramica a mosaico della moschea del venerdì a Yazsd, per esempio, l’ alternanza ritmica  di bianco turchese blu e marrone e la trama delicata del disegno floreale crescono su un rigoroso disegno geometrico. «Il senso lirico sovrapposto a quello razionale – prosegue Mozzati – sembra ricordare che per cogliere l’invisibile che si cela dietro quanto possiamo vedere bisogna fare appello alle facoltà intellettuali come a quelle emotive».
Professor Mozzati, nell’ Islam il divino è ritenuto non rappresentabile?
Certo non è rappresentabile in forma antropomorfa. Per i musulmani, così come per gli ebrei, sarebbe una bestemmia. Lo rappresentano in letteratura ma mai in pittura tranne rarissime eccezioni. Per trasmettere un messaggio che parli dell’esistenza di dio fanno ricorso a un tipo di bellezza che non è individuale e arbitraria ma astratto-geometrica. Rimanda alla legge che sottostà alla creazione. Come espressione di un’intelligenza divina che secondo la logica islamica permea tutto.
Dio creatore onnipotente  e insieme arbitrio umano. Come possono coesistere?
E una delle aporie dell’Islam. Nel Corano c’è l’assoluta necessità di obbedire a Dio, quanto la possibilità di agire secondo ciò che si sente. La lettura fondamentalista porta alla tragedia. Come è accaduto anche nel Cristianesimo. Le matrici delle due religioni sono simili: l’Islam, del resto, emerge dal  Cristianesimo orientale del  V e VI secolo.
Lei accennava al nesso fra bellezza e geometria.Quali rapporti ci furono fra Islam, Platonismo e poi con il neoplatonismo?
Il rapporto con tutta la filosofia greca antica fu molto forte. Nell’Islam c’è stata enorme attenzione per la scienza greca, almeno fino al XII e XIII secolo. Le più importanti personalità della matematica, della geometria, dell’astronomia nel X e XI secolo, non a caso, sono emerse in ambito islamico. La filosofia neoplatonica ipotizza un mondo superiore, un mondo altro, diverso da quello quotidiano. E in questo ci può essere un nesso. I musulmani credono che tutto accadrà nell’al di là, ma a differenza dei cristiani non hanno il senso drammatico del peccato, della colpa da espiare.
Alle origini del Cristianesimo ci fu una fase di iconoclastia feroce. Si parla di aniconismo, invece, per l’arte islamica. è corretto?
La nostra iconoclastia fu contemporanea al sorgere dell’Islam che molto probabilmente ne fu influenzato. Il rischio dell’idolatria era molto sentito dagli intellettuali costantinopolitani. Ma i monaci erano iconolatri e ritenevano l’icona fondamentale per la trasmissione del messaggio. Nell’Islam, in realtà, la questione dell’aniconismo è più tarda:  nell VIII secolo troviamo i primi hadit che proibiscono le immagini nei luoghi sacri. (O meglio di preghiera dacché nell’Islam non esistono luoghi sacri eccezion fatta per la Mecca). Dipingere figure umane in una moschea sarebbe blasfemia perché ci si metterebbe in concorrenza con il creatore e si farebbe una brutta copia di ciò che lui ha realizzato. Non dimentichiamo che nella spiritualità orientale la figura umana rappresentata è pensata come animata e viva. Quando gli egizi facevano delle statue poi “ infondevano” loro la vita. In tutto l’Oriente si riscontra un  certo pudore nel rappresentare l’essere umano.
Ma a Damasco ci sono scene erotiche nelle case affrescate fatte costruire dai califfi. Come si spiega?
I primi Califfi vi trovarono chiese cristiane piene di affreschi e ne percepirono il significato propagandistico. Così si dettero a costruire splendide architetture per dare un senso identitario ai musulmani. Per le moschee scelgono decorazioni a dimensione astratta e atemporale ma nelle abitazioni profane aristocratiche si riscontra una assoluta libertà di rappresentazione: scene di caccia e di guerra, balli, donne nude, scene erotiche esplicite, ma confinate nella sfera privata. Non si ostentavano perché il popolo non avrebbe accettato questa libertà delle élite.
I califfi rifiutarono la condanna dell’architettura espressa da Maometto?
Gli Abbasidi, in particolare, ristabilirono un culto imperiale di tipo persiano: il califfo aveva un suo spazio a parte nella moschea, camminava sui tappeti, era una sorta di dio in terra, cosa del tutto inusuale nell’Islam che non conosce una gerarchia nel luogo di preghiera.  Di fatto gli arabi erano stati dei barboni nel deserto e dal deserto poi  partì la rivolta contro la corruzione di quelli arrivati al trono.  Nel mondo arabo è successo molte volte. Gli arabi, diversamente dai persiani, venivano dal deserto ed erano abituati a condizioni di vita estreme e avevano un radicalismo di pensiero altrettanto estremo. i Persiani, invece, avevano una cultura diversa, alta, millenaria.
L’influenza araba fu importante anche in Spagna e in Sicilia; come si configurò questo rapporto che oggi appare stranamente rimmegato negli studi e più ancora nella politica che ha parlato di radici cristiane dell’Europa?
Gli artigiani e gli artisti che i Normanni radunarono intorno a sé erano cristiani che avendo lavorato in ambito musulmano si erano islamizzati nello stile. Così in Sicilia troviamo opere dall’iconografia cristiana ma di “spirito” islamico, a sua volta sedimentato sul bizantino cristiano. Così nascono i padiglioni di caccia normanni. La zisa, la cuba, la cubola sono architetture islamico orientali, fatte per regnanti cristiani. Lo stesso vale per le cattedrali di Cefalù e Monreale. In Spagna c’è l’arte mozarabica, per la Sicilia parliamo di arte normanna ma bisognerebbe dire arte islamica in tempo cristiano. Non abbiamo una definizione corretta. Di certo ci fu un’osmosi continua fra le diverse culture.
da left-avvenimenti del 18 dicembre 2009
pondi
Inoltra

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Viaggio in Iran.Fuori dal pregiudizio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 30, 2009

Simona Maggiorelli
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INCONTRI. Lo scrittore Jason Elliot a Roma racconta il suo lungo lavoro di ricerca sulla tradizione culturale dell’antica Persia. Ritrovandone le tracce nascoste in un Paese oppresso da molti anni di regime teocratico.

di Simona Maggiorelli

Un semplice dettaglio come il nome di una strada. E la curiosità di vedere quante volte, negli anni quella targa è stata cambiata. Per damnatio memoriae nelle tante guerre che punteggiano la storia di quella che un tempo fu la Persia. Per servilismo dello Scià verso gli Stati Uniti. Per impeto rivoluzionario e poi per violenta restaurazione teocratica  degli ayatollah. Da un particolare di toponomastica ricostruire un intero mosaico di storia. Rintracciandone i segni nel presente. È il talento originale dell’inglese Jason Elliot: scrittore, studioso di storia, viaggiatore, giornalista culturale e molto altro ancora. Quasi una eclettica figura di letterato ottocentesco a dispetto dei sui quarantaquattro anni ben portati.

E così, come un inattuale flâneur, lasciandosi prendere da ciò che gli viene incontro per le strade e poi prendendosi tutto il tempo per studiare Elliot, per esempio, è riuscito a ricostruire in Specchi dell’invisibile, viaggio in Iran (Neri Pozza) la storia stratificata e complessa della censura iscritta nella mappa di Teheran. Rintracciando anche la sotterranea e sorprendente vitalità di tradizioni eterodosse. Tanto eversive come poteva essere quella dell’antica poesia persiana  per Khomeini e oggi per Ahmadinejad.

Così mentre il grande Ciro, fondatore del primo impero persiano (che venticinque secoli fa conquistò Babilonia, Assiria, Macedonia e Cina orientale), finì sotto la scure degli ayatollah che gli preferirono un oscuro personaggio sulla targa di un’importante strada della capitale, quello stesso regime teocratico non cancellò affatto la memoria degli antichi poeti persiani anche se avevano sempre avuto un rapporto assai conflittuale con l’ortodossia religiosa.

«Le immagini sensuali della loro poesia – nota Elliot – hanno sempre attirato gli strali dei bigotti e le dottrine mistiche esposte velatamente nei loro poemi causarono l’ostilità dei teologi tradizionalisti». Quasi tutti i grandi lirici persiani erano seguaci della mistica sufi che celebrava il rapporto fra uomo e donna e sbeffeggiava il clero, in nome di una relazione diretta con il divino. Ma non solo. «Passi di Khayyam parlavano di vino e di incontri e libagioni. Mentre il poeta Firdausi celebrava la gloria degli antichi re persiani preislamici. Nonostante il biasimo del regime il suo nome non è mai stato cancellato dalla toponomastica né la sua opera è mai stata ufficialmente messa al bando. Un dettaglio da cui si può dedurre – conclude Elliot – l’enorme rispetto che ancora oggi quella tradizione letteraria riscuote anche dalla parte più intollerante del Paese». Un fatto che può apparire paradossale.

Ma non a chi conosca la complessità iraniana dall’interno. Al Festival della letteratura di viaggio a Roma Elliot, presentando Specchi dell’invisibile insieme al precedente libro sull’Afghanistan, Una luce inattesa (Neri Pozza), è tornato a rovesciare il cannocchiale occidentale mettendo a fuoco quei pregiudizi che distorcono la nostra lettura dell’Iran. «L’ostacolo maggiore alla comprensione sottolinea con passione – è quel nostro giudicare nascosto e preventivo che si frappone fra noi e la realtà. Una sorta di schermo invisibile che ci impedisce di vedere il mondo come è realmente. Personalmente- ammette Elliot – ho cominciato a scrivere proprio per cercare di bucare quello schermo. Un sano scettismo anche rispetto a ciò che raccontano i media occidentali oggi mi pare indispensabile».

dal qotidiano terra 29 settembre 2009

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La doppia rivolta dell’Iran

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2009

kader abdolah e sua figli bahar

kader abdolah e sua figli bahar

Dopo aver partecipato alla rivoluzione contro lo scià, Kader Abdolah ha combattuto la teocrazia degli ayatollah. Da esule è diventato una delle più importanti voci della letteratura neederlandese. Dopo il romanzo La casa della Moschea lo scrittore iraniano ha tradotto Il Corano presentandolo come “un libro di alta poesia, scritto da un uomo del suo tempo”

di Simona Maggiorelli

Non è stato un caso, è stata la vita. Se un giorno sono caduto improvvisamente dalle alte montagne della Persia sulla fredda, umida terra d’Olanda, a imparare una lingua fredda e umida”. Una lingua, scrive l’iraniano Kader Abdolah “che alle mie orecchie non aveva ritmo, non aveva musica: una lingua piatta come il Paese in cui ero approdato. Ma sapevo che quella lingua dovevo farla mia, altrimenti non sarei sopravvissuto. E allora divenne bella, divenne la mia casa. Ora vivo in questa lingua». E proprio in questa lingua reinventata, da esule, Kader Abdolah ha scritto i suoi libri più intensi: da La scrittura cuneiforme (Iperborea,2003) fino al più recente La casa della moschea (Iperborea, 2008). E oltre. Con una traduzione del Corano in olandese e una biografia romanzata della vita di Maometto. Libri che hanno fatto discutere anche la tollerante Olanda, dacché Kader Abdolah ha presentato il testo sacro dell’Islam come “un libro altamente poetico, scritto da un uomo del suo tempo”.

«Una volta pensavo che fosse possibile fare tutto, decidere tutto, ma poi ho capito che a volte sono gli altri a decidere per te”, racconta lo scrittore che abbiamo raggiunto telefonicamente a Delft, la città dove ora vive. “Detto altrimenti: non avevo alcuna intenzione di studiare il nederlandese – ammette- ma all’improvviso ho dovuto farlo, altrimenti sarei morto dentro”.

Fresco laureato in fisica all’università di Teheran, Kader Abdolah, il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani. nel 1979 aveva preso parte alla rivolta studentesca contro lo scià. Scampato alla morte durante la rivoluzione e poi ancora miracolosamente durante la lotta giovanile contro Khomeini e il suo Stato teocratico, ora che poteva dirsi salvo in Olanda, Abdolah scopriva che aveva ancora paura di morire, ma questa volta non sul piano fisico.“Nella nostra idea di rivolta, in Iran da ragazzi,non eravamo propriamente comunisti. Se avevamo un mito era quello romantico di Che Guevara” ricorda oggi Kader Adolah. Dopo aver visto morire il fratello più giovane e compagne e compagni sotto entrambi i regimi, lo scrittore decise di fuggire dal suo Paese. Orgoglioso di uno pseudonimo derivato dalla combinazione del nome di amici torturati e portando con sé tanti messaggi nella bottiglia: quel pieno di immagini e di miti che avevano colorato la sua schiva infanzia in Iran.

la-scrittura1Un’infanzia solitaria trascorsa in quella Casa della moschea da cui prende il titolo il suo ultimo romanzo tradotto in italiano. Un romanzo duro, di forte denuncia della violenza del regime degli ayatollah, ma insieme poetico, scolpito in poche scarne parole che lasciano filtrare immagini di una antica tradizione poetica persiana. “Quando arrivai in Olanda, pensando che fosse l’America – ci racconta Kader Abdolah – disponevo non più di un centinaio di parole, giusto quelle che avevo imparato per riuscire a parlare con una donna che avevo incontrato”. Parole essenziali, scavate nella vita. Parole semplici, dal suono pieno. Con quei pochi segni icastici ( forse chissà una ricreazione del linguaggio gestuale inventato da bambino per parlare con il padre sordomuto) Kader Abdolah scrisse il suo primo piccolo grande libro, Il Viaggio delle bottiglie vuote; poi sarebbero sgorgati molti altri capolavori. Sotto una potente cifra poetica, romanzi percorsi da un medesimo tarlo: cercare di scoprire le radice della violenza religiosa .” Se noi leggiamo la storia dell’Iran negli ultimi cinquecento anni- chiosa Kader Abdolah- capiamo meglio come sia stata possibile l’ascesa al potere degli ayatollah. Noi eravamo giovani e da studenti non avevamo tempo per approfondire la ricerca. Ma oggi rileggendo quella lunga storia è facile vedere che gli ayatollah non stavano aspettando altro che il momento giusto per prendere il potere. La loro cultura, se così si può chiamare, è intrisa di pensiero religioso, annulla tutto ciò che accade nella modernità. Proprio per questo dispongono della violenza come unico elemento per “governare” il Paese”.

lacasa-nella-moscheaE Kader Abdolah aggiunge: “Non parlo solo di violenza fisica. Il regime degli ayatollah usa la violenza psichica come arma micidiale; in modo violento cercano di cambiare il tuo modo di pensare. Usano una terribile violenza silenziosa per alterare la mente dei nostri bambini. Obbligandoli a leggere e a imparare a memoria solo il Corano e i dogmi religiosi. Da trent’anni a questa parte i giovani iraniani sono costretti a leggere per due o tre ore al giorno le scritture sacre a scuola. Ecco come mantengono il potere”. Un regime teocratico che in primis tradì la giusta ribellione delle tantissime giovani donne che coraggiosamente erano scese in piazza contro lo scià. “Anche in quegli anni -spiega Kader Abdolah eravamo sotto regime: allora di marca americana. L’America è un paese bello per certi versi. Ma ha avuto anche volti terribili. Noi giovani eravamo antiamericani, così come eravamo contro lo Scià, il quale non era altro che una marionetta degli Stati Uniti. Noi sapevamo bene cosa era giusto rifiutare, ma non avevamo un’immagine chiara, costruttiva, di ciò che il Paese avrebbe potuto diventare. Nel frattempo si erano fatti avanti gli ayatollah con i loro libri sacri”. Sperando in un riscatto del Paese, anche per mano di 50 milioni di iraniani che oggi hanno meno di 35 anni, è possibile pensare che una donna come il premio Nobel Shirin Ebadi , prima o poi, possa diventare Premier? “E’ una speranza grandissima- risponde Kader Abdolah- ma temo ci vorranno almeno duecento anni prima che in Iran diventi realtà. Non riusciremo a disarcionare gli ayatollah prima di un centinaio di anni, esercitano un potere religioso assoluto nei villaggi: approfittandosi dell’ignoranza strumentalizzano migliaia e migliaia di persone nelle regioni più povere del Paese. Veramente – sottolinea Kader Abdolah – penso non riusciremo a liberarcene in breve tempo. Fino ad allora, temo, non ci sia nessuna speranza che una donna possa diventare capo del governo In Iran. Anche se ne nostri cuori è il sogno più bello”.

Del resto – conclude Kader Adolah con un caldo sorriso-, credo che voi italiani sappiate bene di quale violenza religiosa contro le donne sto parlando”.

da Left del 13 marzo 2009

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La Persia ritrovata in un volto di donna

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2009

Lo scrittore iraniano Abdolah parla del suo ultimo romanzo ambientato in Sudafrica

ritratti-e-un-vecchio“ Quando nel 1988 sono arrivato in Olanda come rifugiato politico ho voluto scrivere nella lingua del Paese doveva avevo scelto di vivere. E’ stata dura, all’inizio. Lavoravo come fossi un gioielliere, sceglievo le parole ad una ad una. La osservavo, la annusavo e solo allora scrivevo. Era un lavoro di artigianato che mi richiedeva un’enorme energia”, racconta lo scrittore iraniano Kader Abdolah, in tour in Italia per presentare il suo nuovo romanzo Ritratti e un vecchio sogno pubblicato dalla casa editrice Iperborea. Oggi quasi si stenta a credergli conoscendo la lingua dei suoi romanzi poetica, essenziale, eppure icastica, quasi carnale. Con questa lingua si è costruito una nuova casa in Occidente, senza mai tradire i propri ideali e il ricordo dei compagni morti nelle prigioni dello scià e poi di Khomeini.

ap-abdolah2 Facendosi cantastorie e divulgatore della cultura della Persia antica e al tempo stesso testimone della violenza della repressione fondamentalista. Non a caso Kader Abdolah fa dire al protagonista La scrittura cuneiforme (Iperborea):”avevo paura, non che mi uccidessero, ma che mi distruggessero. Costringendomi a mettermi in ginocchio”. Ora, passati molti anni, lo scrittore iraniano sembra aver sentito l’esigenza di compiere un viaggio a ritroso. Ma non tornando esattamente sui suoi passi, ma scegliendo di fare rotta verso Sud, verso “la bruna terra africana”, sotto il cielo azzurro e bruciante del Sudafrica. Un Paese che gli evoca l’immagine della propria terra. Un’immagine che ritorna nei suoi pensieri notturni. In sogno tornano Attar, Soraya, Runi e gli altri compagni giustiziati dal regime. Ma questo viaggio con la bruna terra africana sarà per lui anche la strada per l’incontro con una donna e la storia, non solo quella personale, forse, potrà ripartire.

Da Avvenimenti de 30 aprile 2007

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