Articoli

Posts Tagged ‘fascismo’

Gli scritti partigiani di Luciano Bianciardi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2015

Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

Non solo un intellettuale contro. Ma un “uomo libero” che scriveva con l’intento civile di far aprire gli occhi ai lettori. Così Gian Paolo Serino racconta lo scrittore grossetano in un’agile antologia

E’ una piccola, preziosa, summa del “Bianciardi pensiero” quella distillata da Gian Paolo Serino per le Edizioni Clichy di Firenze. Ripercorrendo l’intero corpus delle opere dello scrittore grossetano il direttore editoriale della rivista Satisfiction ne ha tratto tasselli per tracciare uno sfaccettato ritratto dello scrittore grossetano e una mappa della sua Milano bianciardiana: ovvero quella dei quartieri popolari, delle osterie, di bar ritrovo di intellettuali male in arnese e di artisti allora emergenti come Enzo Jannacci, di cui fu mentore e amico.

Una parte della città a cui Luciano Bianciardi, arrivato nel 1954 dalla Maremma per lavorare come traduttore alla Feltrinelli, contrapponeva quella delle banche, degli uffici dirigenziali, della burocrazia asburgica, degli scempi edilizi. Ma dall’agile volume Luciano Bianciardi, il precario esistenziale composto da Serino non emerge solo lo scrittore che, prima del boom e con altri accenti rispetto a Pasolini, smascherava il mito del benessere legato ai consumi, che ha inventato la critica televisiva elogiando (ironicamente) la schietta, lampante, mediocrità di Mike, prototipo dell’italiano medio e demistificando la tv del dolore usata per indottrinare.

Bianciardi non si limitava a stigmatizzare l’uso della tv come strumento di distrazione di massa e a denunciare i meccanismi di un mercato editoriale che già puntava al profitto senza badare alla qualità dei contenuti. Seguendo un ritmo narrativo e una «cronologia emotiva» nella scelta dei brani, Serino sa far emergere «la passione di un intellettuale che si pone contro certi comportamenti dominanti non con un atteggiamento anticonformista di maniera, ma per cercare di aprire gli occhi ai lettori».
Da questi estratti da Il lavoro culturale (Feltrinelli) e da articoli usciti su riviste e giornali (ABC, L’Avanti!, Notizie letterarie, Guerin Sportivo ecc.) emerge anche il tentativo bianciardiano di ripensare il ruolo degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra e di darsi un compito politico e civile.

Anche per questo, uscendo dagli uffici sotto vuoto della Feltrinelli frequentati da intellettuali precari come lui, si “perdeva” nella metropoli raccontandone le strade lunghe e scure, la vita dentro grigi palazzi popolari, dove i bambini crescono al chiuso senza aver mai scorrazzato per i campi o visto una mucca.
Gli operai sono invisibili in questa «Milano che non produce nulla, ma vende e baratta». Che pullula di ragionieri con i manicotti e di “colletti bianchi”, disposti «a scriversi in fronte “carogna”» e a prendere a calci i lavoratori. Del resto l’anarchico Bianciardi, che era stato liberal-socialista quando studiava alla Normale di Pisa (improntata allo «spirito risorgimentale, laicizzante di Carducci») e poi azionista, aveva capito molto presto da che parte stare.

Come racconta la figlia Luciana, curatrice dei due volumi dell’Antimeridiano (Isbn e Ex-Cogita) che contiene tutta l’opera dello scrittore scomparso nel 1971, già quando era al ginnasio Luciano Bianciardi prese le distanze dal padre accusandolo di non essersi schierato apertamente contro il fascismo. Perciò decise di fare due anni in uno per fare l’esame di maturità prima possibile e potersene andare da casa.

Serino_ bianciardi

Serino_ bianciardi

«Non è stato difficile, nella provincia in cui sono nato e cresciuto, capire abbastanza chiaramente, pur senza la scelta di un partito politico, come stanno le cose in Italia, chi ha ragione e chi ha torto», scriveva in “Lettera da Milano” apparsa su Il Contemporaneo nel febbraio del ’55. «Basta muoversi appena un poco, vedere come questa gente vive (e muore) e la scelta viene da sé. Sui libri poi si troverà, semmai, la conferma di quel che si è visto e di quel che si è deciso e si stabilirà da quel momento in avanti, di servirsi dei libri per aiutare chi ha ragione ad averla nei fatti, oltreché nei diritti. Non c’è dubbio». Una testimonianza analoga si trova in un testo tratto da Belfagor e antologizzato nel libro di Serino, critico e direttore di Satisfiction.
Lettore appassionato di Gramsci, vicino al sindacalista Di Vittorio, non prese mai la tessera del Pci, ma fu sempre scrittore militante. Basta pensare all’inchiesta-reportage scritta con Carlo Cassola sui minatori in Maremma e a pagine toccanti come “Ira e lacrime a Ribolla”: articolo uscito nel 1954 su Il Contemporaneo, dopo l’esplosione in una miniera in cui morirono 43 lavoratori del gruppo Montecatini. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

Annunci

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Mondolfo, Gramsci e la crisi della sinistra oggi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2013

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona  Maggiorelli. Ernesto Longobardi

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona Maggiorelli. Ernesto Longobardi

di Simona Maggiorelli

Il libro della filosofa Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni) ha il merito di riproporci una figura di intellettuale piuttosto rara in Italia e ingiustamente trascurata dagli studi. Una figura di raffinato studioso della filosofia antica che nei suoi 99 anni di vita (Mondolfo era nato a Senigallia nel 1877 e morì nel 1976 a Buenos Aires) non separò mai studi accademici dall’impegno civile, portando avanti la propria ricerca come forma di resistenza antifascista perché tutta volta- basta vedere i suoi scritti sulla pedagogia – a risvegliare il senso critico, a dare strumenti di lettura della storia e del presente ai suoi studenti. Fra i quali a Torino forse ci fu anche Gramsci.

Un lavoro di insegnamento che Rodolfo Mondolfo svolse con grande coerenza, senza soluzione di continuità, prima nelle scuole superiori e poi all’Università di Torino, di Padova (1907) e di Bologna (1913-38), fin quando – dopo aver promosso e firmato il Manifesto degli intellettuali contro il fascismo – nel 1938 fu costretto dalle leggi razziali a cercare riparo a Buenos Aires.

Rodolfo Mondolfo intellettuale dal profilo non comune nel panorama italiano, dicevamo. Anche perché profondamente laico. Un aspetto indigesto all’establishment politico in Italia. Ancora oggi. Basta vedere il desolante mancato sostegno alla candidatura di Rodotà da parte del Pd  Alle giornate della Repubblica delle idee che, proprio qui a Bari, mentre parliano pretendono di mettere insieme scienza e fede.Oppure al neoconfessionalismo dei marxisti ratzingeriani, ovvero Pietro Barcellona e Mario Tronti, intellettuali organici del Pci e che oggi, dopo il crollo delle ideologie, sono diventati organici al Vaticano.

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Rodolfo Mondolfo no. Da socialista e illuminista si oppose sempre a ogni forma di oscurantismo. Andando a spigolare validi anticorpi nel pensieri di filosofi come Giordano Bruno, Feuerbach, e Marx. Del quale – scrive Elisabetta Amalfitano- Mondolfo seppe dare una lettura originale, coniugandolo con Rousseau nel tentativo di superare la scissione cartesiana (fra corpo e mente, fra teoria e prassi). Il tentativo era quello di mettere al centro della propria riflession l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità di bisogni ed esigenze, che riguardano l’alimentazione, il lavoro, la salute, ma anche la formazione, la conoscenza, la qualità dei rapporti dei rapporti umani, la creatività. In questa chiave , ricostruisce Elisabetta , Mondolfo, lavorò all’ipotesi di una via riformista al socialismo, prendendo le distanze da ogni forma di materialismo metafisico e deterministico. E prendendo esplicitamente le distanze per esempio dalla proposta di Antonio Labriola: “Il suo materialismo dimentica che nella storia la realtà vera ed essenziale sono gli uomini”.

La libertà per Mondolfo era importante quanto l’uguaglianza e cercò per tutta la vita di elaborare una filosofia della prassi che riuscisse a coniugare questi elementi. Tacciato di moderatismo dai giovani Gramsci e Gobetti presi dal fuoco della rivoluzione bolscevica, il pensiero di Mondolfo apparve del tutto inattuale ai giovani del ’68 e ai fautori di una lettura strutturalista del marxismo quando, proprio nel ’68, pubblicò Umanesimo di Marx. Ma come ho avuto il piacere di dire anche in un’altra occasione a me pare che – superata quella fase storica – oggi il pensiero di Mondolfo offra invece molti spunti interessanti di riflessione a questa sinistra che ha urgente bisogno di ripensare e rilanciare la propria identità. Elisabetta Amalfitano, in questo suo appassionato libro, ne squaderna molti.

A cominciare dall’idea che la trasformazione sociale che per Mondolfo parte dalla trasformazione interiore degli individui. E dal rifiuto della violenza, in nome invece di una forza della praxis che significa anche resistenza, capacità di reagire, di proporre un pensiero. E ancora.

Lontanissimo dall’essere per la morte heideggeriano, Mondolfo – potremmo dire parafrasando quello che il professor Luciano Canfora ha scritto a proposito di di Arthur Rosenberg ne l’inquietante mestiere dello storico (Ll’uso politico dei paradigmi storici, Laterza) invita alla lotta, con i mezzi della ricerca storica e filologica, contro l’ideologia a base razzistica andata al potere nelle università tedesche nel 1933 e veleno che dilagava anche in Italia.

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Per misurare tutta la distanza di Mondolfo dal pensiero conservatore basta leggere le pagine che Elisabetta dedica alla sua concezione delle masse che nel XXI secolo si sono affacciate da protagoniste sul palcoscenico della storia. Una concezione lontanissima da quella di Lombroso, ma anche da quella di Freud, che sulla scorta di Le Bon, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921 libro molto amato da Mussolini) parlava delle masse come reviviscenza dell’orda primordiale e distruttiva, come lacrima di Batavia che basta che sia colpita in un punto perché finisca in mille schegge, una massa lavoratrice che secondo Freud ha sempre bisogno di un capo carismatico che le dia coesione. E di leggi che permettano la convivenza civile impedendo il fratricidio. Rodolfo Mondolfo, scrive Elisabetta Amalfitano, non aveva questa concezione pessimistica della massa. E per questo rifiutava anche l’idea della necessità di un partito novello principe che imponga dall’alto il cambiamento. Ma qui mi fermo, perché con noi c’è Il professor Luciano Canfora che molto di più può dirci sul rapporto fra Gramsci e Mondolfo.

Intervento introduttivo alla presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni), alla libreria Laterza di Bari, il 20 aprile 2013, con Luciano Canfora, Ernesto Longobardi, Maria Laterza e l’autrice

Posted in Libri, storia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Sculture come magneti di storia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2012

Muri di valigie di chi non tornò mai dal lager. Monocromi e  scabre opere grafiche. A Milano una retrospettiva dedicata a Fabio Mauri

di Simona Maggiorelli

Fabio Mauri, Muro occidentale o del pianto 1993

La ferita aperta dal fascismo non si rimarginò mai in lui. E, con spietato coraggio, per tutta la vita continuò a interrogarsi su come fosse potuta accadere quell’immane tragedia. Lo fece con opere grafiche scabre, graffiate e, a loro modo, poetiche.

Con quadri laceri e arsi come le tele di Alberto Burri. E ancora con opere monumentali come una parete di valigie appartenute a chi non tornò mai a casa. Quel Muro occidentale o del Pianto  presentato alla Biennale di Venezia del  1993 ora svetta in Palazzo Reale a Milano al centro della mostra Fabio Mauri The End (dal 18 giugno al 23 settembre, catalogo Skira) richiamando alla mente la memoria dei deportati nei campi di concentramento ma anche l’immagine dei migranti di oggi, venuti dal Sud del mondo per morire di lavoro in un cantiere o ancor prima di arrivare, naufraghi in mare.

Un tema quello della denuncia del razzismo che percorre carsicamente tutta l’opera di Fabio Mauri, fin dalla performance L’Ebrea del 1971, con una donna, sola e nuda, al centro di una scena asettica. «In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo» annotava in quello stesso anno, in un frammento ora raccolto nel libro Fabio Mauri, Ideologia e memoria appena uscito per Bollati Boringhieri. E ancora, tornando a scavare le radici marce del regime e la falsa coscienza dell’ideologia: «Mi rendevo conto che il fascismo e il nazismo non erano eventi obbligatori, non erano un fatto geografico e quasi naturale come si voleva credere allora. Ma che erano attraversamenti arbitrari, terrificanti, falsi e mortali, privi di pensiero». Così rifletteva Fabio Mauri  in una delle sue ultime conversazioni con Achille Bonito Oliva. E poi aggiungeva con lucidità: «La stupidità genera morte, l’ho visto con i miei occhi».

Da questa bruciante consapevolezza nasceva una delle sue opere più note Che cosa è il fascismo, un lavoro performativo che distillava in scrittura drammaturgica l’esperienza giovanile di trovarsi d’un tratto,  suo malgrado,  fra giovani Balilla «stolidamente militarizzati».

Un teatro straniante quello di Fabio Mauri, tragico, ma che non conosceva catarsi. Alimentato com’era da un corrosivo esistenzialismo che a tratti sembrava precipitare nel  nihilismo. Come quando, per liberarsi da una cultura uccisa dagli stili o per protestare contro le piatte immagini della televisione, ostentava schermi bianchi e cercava «il grado zero dell’immagine», come si diceva allora con linguaggio aridamente strutturalista.

Fabio Mauri

E se i suoi “oggetti trovati”, microfoni, vecchi corni, orologi, zaini, come reperti di epoche passate, sono ancora oggi magneti che ci restituiscono il senso della storia, questa produzione più freddamente avanguardistica fatta di monocromi e di schermi nudi è quella che risulta più datata dell’opera di Mauri che questa mostra milanese curata da Francesca Alfano Miglietti ha comunque il merito di riproporre per intero in questa prima, vera, retrospettiva dalla morte dell’artista avvenuta nel 2009. Approfondire la personalità di Fabio Mauri, non solo come artista ma anche come editore, del resto, permette di comprendere più a fondo la temperie di gruppi intellettuali pre e post sessantottini (come quelli che si riunivano intorno alla rivista Quindici) che con il loro esistenzialimo intriso di cattolicesimo hanno segnato – e non sempre in positivo – la cultura italiana.

da left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

Antifascismo per natura

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 3, 2012

Al Salone del libro di Torino Paola Soriga presenta il suo romanzo d’esordio che riaccende la memoria della lotta partigiana

di Simona Maggiorelli

Avrei voluto scrivere un romanzo forte e contundente su i nostri giorni. Ma ho capito che per raccontarli dovevo prendere una diversa strada». Così si racconta Paola Soriga, autrice di Dove finisce Roma (Einaudi), romanzo che riaccende la memoria della lotta partigiana. Toccando indirettamente punti nevralgici del presente. A cominciare dal razzismo verso i migranti.

 Dove finisce Roma, va detto subito, è un libro colto, nutrito di appassionate letture di Morante, di Calvino, e soprattutto di Fenoglio. Ma si direbbe scritto tutto d’un fiato, come un torrente fresco di scrittura che d’un tratto sgorghi da un’esigenza profonda. Anche se la giovane scrittrice ci racconta che ha avuto una lunga gestazione, a noi continua a suonare come se fosse stato scritto senza staccare mai la penna. In una prosa viva e vitale che scorre via senza argini di punteggiatura, con passaggi rapidi da un punto di vista all’altro, in una polifonia di voci su cui leva, schietta, quella di Ida: la protagonista dodicenne del romanzo, arrivata a Roma via mare da una Sardegna che sembra lontana di secoli. Come tanti emigranti, Ida approda nella capitale per stare vicina alla sorella, sposata di fresco, sperando di trovare un lavoro «in una casa perbene». Ma Paola Soriga non rivela subito questi particolari della storia che si dipanerà come un romanzo di formazione al femminile. L’autrice ci fa incontrare la sua forte e dolce Ida in medias res, con un incipit che ci fa capire il perché degli esergo “rubati” a due poetesse come Wislawa Szymborska e a Antonella Anedda:

«Da due giorni non arrivava nessuno. Da due giorni soltanto il rumore dei topi e il suo fiato, che a volte si fa forte di paura e denti stretti e attenti, e acqua che gocciola, da qualche parte».

Nella grotta dove si è rifugiata, scappando dai fascisti, Ida canta a voce bassa per vincere la paura. Canta e le sembra di sentire l’odore del mare sulla pelle. Canta e, nel buio si accendono memorie di quando era al Paese, e tra lei e sua madre c’era un «silenzio della stessa condensa del sugo». «Non si dovrebbe mai partire con il cuore litigato» dice Ida tra sé. Ma poi la mente della giovanissima staffetta partigiana corre a quella volta che «dall’angolo opposto di via del Plebiscito le era venuto incontro un ragazzino che senza fermarsi le aveva detto ce stanno li fascisti scappa e lei l’aveva guardato un momento, quel momento sospeso dell’imprevisto in cui si deve agire in fretta e ragionare poco».

E’ una lingua viva e icastica, quella di Paola Soriga. Una lingua letteraria vivificata dal romanesco e da accenti sardi. Che zampilla fra anacoluti come fossero sassi che, invece di bloccarla, le danno la spinta. Una lingua fortemente poetica. E non poteva essere altrimenti dacché Paola prima di cimentarsi con la prosa ha sempre scritto versi, «quasi di nascosto». Questo stesso romanzo d’esordio, che è già un caso letterario, «è nato da un verso che poi si è fatto racconto», ammette. Una lingua prismatica, parole dense di senso, le erano necessarie per dire che «l’antifascismo è per natura», ma anche per raccontare quel tumulto di emozioni che accompagnano il farsi donna della ragazzina Ida che intanto ha incontrato Antonio. Per dire «quelle emozioni mai sentite dentro l’inguine e nel cuore… il distacco dalla famiglia, dalle sorelle, da Dio».

L’appuntamento:

Paola Soriga presenta Dove finisce Roma con la partigiana Marisa Ombra, che per Einaudi ha appena pubblicato il libro Libere sempre il 4 maggio a Roma, in un incontro Semplicemente libere. Confronto fra generazioni dalla Resistenza (in Palazzo Valentini, dalle 17.30) e poi al Salone del libro di Torino l’11 maggio.

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’avventura di Joyce Lussu

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2012

Giovane laica e cosmopolita nella Firenze di primo Novecento. Poi partigiana, poetessa, traduttrice e attivista dei movimenti di liberazione. Torna in libreria Portrait, straordinario autoritratto di scrittrice

di Simona Maggiorelli

Come in un romanzo. Ma ancora più potente, perché nelle pagine di Portrait, in rapide sequenze cinematografiche, scorre l’avventurosa vita della scrittrice e partigiana Joyce Salvadori Paleotti. Più conosciuta come Joyce Lussu, dal cognome del marito Emilio, rivoluzionario sardista, leader di Giustizia e libertà e poi ministro negli anni cruciali della costruzione dell’Italia nel dopo guerra.

Una abitudine, quella di chiamare l’autrice di libri come Fronti e Frontiere e come L’olivastro e l’innesto, stroria di un’isola ritrovata con il cognome da sposata, invalsa anche nei manuali di storia della letteratura, ma che rischia di far torto allo spirito indomito di questa donna indipendente, allergica ai dogmi e agli steccati ideologici. (Che accettò di sposarsi con rito civile solo perché suo figlio non fosse registrato come nato da «madre ignota»).
Fino alla sua scomparsa nel 1998, Joyce non smise mai di lottare contro ogni forma di fascismo e di oppressione, continuando a fare ricerca, nel rapporto vivo con le persone, spesso confrontandosi con culture lontane e diverse. Come quando, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, nel dopo guerra, insofferente della burocrazia di Palazzo e verso i salotti romani, seppe inventarsi una seconda vita di traduttrice di poeti africani, arabi e asiatici, riscoprendo un passione nata nell’infanzia trascorsa in una casa «dove c’erano più libri che mobili»; in quella Firenze socialista dove l’azione degli squadristi fu particolarmente violenta.

Joyce all’epoca aveva appena nove anni e nella cartella  nascondeva un pezzetto di carbone per scrivere sui muri «Abbasso il fascio». La scrittrice lo ricorda in questo agile e franco Portrait che, in nuova edizione, con la prefazione di Giulia Ingrao, ha inaugurato la nuova collana “Omero” de L’Asino d’oro edizioni.

In quegli anni maturò anche il suo ateismo, incoraggiato dai genitori, intellettuali democratici di origine inglese (il padre, Guglielmino Salvadori tradusse Herbert  Spenser ed era vicino alle idee di Russell).  Joyce non era battezzata e le avevano insegnato a guardare con sospetto i testi sacri. «In quei libri ci deve essere qualcosa che non va perché hanno fatto ammazzare un sacco di gente», le diceva la madre, Giacinta Galletti.

«Il dogma e l’assoluto- scrive Joyce in Portrait – ci apparivano come segni di arretratezza mentale e civile». E ancor più inaccettabile le sarebbe sembrata ad Heidelberg l’ambigua neutralità e la sottovalutazione del nascente nazismo da parte dei suoi professori ad Heidelberg, a cominciare dal filosofo Karl Jaspers.

Così quella fanciulla che a tavola si lanciava in focose contese con Benedetto Croce smascherando la sua misoginia (e quella di una lunga stirpe di filosofi da Platone in poi) di fronte alla ferocia nazi-fascista decise che non era più tempo di stare a studiare in biblioteca. Ed ecco le pagine più appassionanti del libro, quelle in cui racconta la Resistenza ma anche l’incontro con il carismatico rivoluzionario socialista Emilio Lussu. Il desiderio, la passione, e quella sensazione di incertezza che per la prima volta le aveva fatto sperimentare quell’uomo che le era apparso così diverso dai compagni comunisti , troppo spesso carichi «di maschilismo autoritario e di  una violenza virile che vedeva nel sacrificio proprio e altrui, non un accidente purtroppo necessario e da superare al più presto, ma quasi un valore immanente, una catarsi con coloriture paramistiche che a me, donna, dava una reazione di rigetto»

Joyce Lussu (1938)

E quell’ istintivo rifiuto della misoginia leninista e stalinista, poi  si sarebbe trasformato in pratica politica.  Fra le fondatrici dell’Udi, l’Unione donne italiane, Joyce era solita scompigliare riunioni politiche e comizi, pretendendo, prima di cominciare a parlare, che  i compagni andassero a  prendere le mogli che avevano lasciato a casa. «Più che un pensiero femminista, quello di Joyce era un pensiero femminile. E in questo senso lungimirante e attualissimo», ricorda oggi l’archeologo e restauratore Tommaso Lussu, nipote di Joyce e che ad Armungia  in Sardegna, con generosità ha aperto la casa di famiglia a studiosi e ai ricercatori. «Come attualissima» aggiunge,  «è ancora  la lezione  di laicità che Joyce ci ha lasciato. Ma anche  il suo impegno ambientalista e quello politico di stampo  libertario, tanto che non si volle legare più ad un partito politico dopo lo scioglimento del Psiup nel 1969», ricorda ancora Tommaso.

Senza dimenticare poi quell’impegno poetico e letterario che, di pari passo con il sostegno a movimenti di liberazione africani, la portò a tradurre i versi del poeta e rivoluzionario angolano Agostinho Neto. Ma  anche i versi del curdo  Nazim Hikmet. Con il quale strinse una profonda amicizia. Tanto da riuscire a tradurre le sue poesie, grazie a  una lunga e profonda  frequentazione, pur non conoscendo direttamente la lingua curda.

da left-avvenimenti

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Marcela Serrano: il Cile è ad una svolta

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 4, 2011

Mentre nel Paese di Allende tornano vecchi fantasmi di destra, si alza la voce della rivolta studentesca e delle  donne. A Festivaletteratura di Mantova Marcela Serrano parla del futuro del Cile e del suo nuovo romanzo Dieci donne

di Simona Maggiorelli

Marcela Serrano

Dieci donne. Dieci ritratti di donne diversissime. Per età, per cultura, per scelte di vita. Ma che si trovano tutte quante a dover fare i conti con la depressione. Nel suo nuovo romanzo appena uscito per Feltrinelli, la scrittrice cilena Marcela Serrano immagina che ad unirle sia l’essersi incontrate nello studio di una psicoanalista; figura che, di fatto, in Dieci donne è una presenza muta, evocata all’inizio per poi subito sparire di scena. Come se fossimo a teatro, alla ribalta, salgono invece, una dopo l’altra le dieci protagoniste per raccontare le proprie storie.

Alcune davvero drammatiche, che incrociano dittature e guerre come quella di Luisa che ha passato la vita a lavorare aspettando un impossibile ritorno del marito desaparecido. O come quella della reporter palestinese Layla che si mette a bere dopo essere stata stuprata da soldati israeliani. Ma ci sono anche storie apparentemente più piccole e comuni come quella di Simona, una donna realizzata nella vita e nella professione e che, d’un tratto, sente che il rapporto con il proprio compagno è diventato solo abitudine. Con voce viva, ciascuna di loro ci dice, tra le righe, della difficoltà che ancora le donne incontrano nel realizzare la propria identità, non solo quella sociale. «Il punto è che noi donne stiamo ancora cercando di capire cosa sia la libertà. La nostra indipendenza ha una storia troppo recente. Siamo come un Paese appena nato, che deve darsi una costituzione, le proprie leggi, capire cosa sia il potere. Secoli e secoli di discriminazione, non possono sparire per magia» commenta Marcela Serrano che il 9 settembre presenterà Dieci donne al Festivaletteratura di  Mantova (il 12 sarà alla Feltrinelli di  Milano, il 13 a Bologna e il 14 a Firenze).

Marcela, questa è una battaglia da fare da sole, lasciando da parte gli uomini?
La libertà non riguarda gli altri, ma noi stesse. Io però non mai pensato che si potesse affrontare questa lotta escludendo gli uomini. Il rapporto fra uomo e donna è centrale. Ma ancora dobbiamo combattere la nostra dipendenza passiva dagli uomini.
In Cile una donna presidente, Michelle Bachelet, ha aperto una nuova stagione. Ma molti problemi sono ancora irrisolti?
Quella che lei chiama nuova stagione, in realtà, è il quarto governo de “La Concertación”, del gruppo che disarcionò Pinochet. E ha dovuto fare i conti con i lacci e lacciuoli lasciati dalla dittatura. Liberarsene è stato un processo difficile e lento. Ma ha cambiato il Paese. Anche se non si è riusciti a svoltare del tutto. Questo è ciò che la gente pretende oggi; ora che gli “eredi” di Pinochet sono tornati.

camila-vallejo

La voce della protesta degli studenti oggi in Cile è forte. Ma la repressione è durissima..
La polizia ha il beneplacito del Governo. Sanno di poter agire indisturbati perché c’è chi copre loro le spalle. Vedendoli posso solo pensare che la polizia di Pinochet sia ancora lì.
La giovane leader degli studenti, Camila, è stata attaccata e offesa brutalmente dalle forze dell’ordine.
Vedere che il fascismo è ancora attivo in Cile, incarnato da quella donna che l’ha attaccata, è stato orribile. La destra è sempre stata forte ma durante I governi della Concertación restava nascosta, quasi temendo di mostrarsi per ciò che è. Oggi si sono tolti la maschera e li riconosciamo. Sono sempre stati là.

Come vede il futuro del Cile?
Il mio Paese deve cambiare una volta per tutte. Viviamo in un capitalismo selvaggio inventato dai “Chicago Boys” e dai neoconservatori di Pinochet. La nostra economia va bene. Molto meglio che in molte nazioni europee. Ma la disuguaglianza sociale è un grave problema. Oggi il Cile è molto diverso da venti anni fa. La gente è molto più colta e informata. E non accetta di vivere in una società organizzata solo in base alla ricchezza. Abbiamo molti problemi in comune con il resto del Sud America. Ma ho ancora grandi speranze per il nostro continente, giovane e vitale. Se la corruzione del narcotraffico fosse battuta, questa parte del mondo sarebbe un luogo meraviglioso dove vivere.

da left-avvenimenti

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Cossé, elogio del pensiero forte

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 2, 2011

di Simona Maggiorelli

Il suo nuovo romanzo L’incidente (Edizioni E/O) è un romanzo inchiesta intorno alla morte di Lady Diana, di Dodi al Fayed e di Henri Paul. Glamour e cronaca nera. Materia apparentemente da rotocalco.

Ma Laurence Cossé  riesce a costruirci intorno un noir psicologico, puntando sul punto di vista immaginario e fin qui rimasto anonimo: quello di chi  sei anni fa era alla guida di quella Fiat Uno bianca che la Mercedes su cui viaggiavano al Fayed e la sua amante, in quel tunnel, non riuscì a evitare. Per presentare questo suo nuovo romanzo  la scrittrice francese Laurence Cossé  è  a Roma il 3 aprile, ospite della rassegna LIBRI COME e per un’iniziativa in collaborazione con il festival de la fiction française. Ma l’appuntamento all’Auditorium  di  Renzo Piano sarà anche un’occasione per conoscere più da vicino il lavoro poliedrico di Cossé, giornalista e romanziera edita in Francia da Gallimard,  e anche volto noto della tv più colta (memorabili le sue interviste al regista Andreï Tarkovski e  allo scrittore Jorge Luis Borges).

Noi abbiamo cominciato già, incontrando Cossé per parlare, non di questo nuovo lavoro, ma del suo precedente romanzo uscito nel 2010, La libreria del buon romanzo – edito in Italia sempre da E/O – e che ci ha particolarmente colpito per il tema: l’amore per la letteratura alta, per i classici, per quei libri che hanno il dono di toccarti profondamente e, qualche volta, persino di “cambiarti”.
«I classici, non di rado, hanno questa ricchezza e capacità di agire su di noi. è questo ciò che rende vitale, essenziale, la lettura. Come il respiro stesso. Ma – precisa Laurence Cossé – non parlo solo dei libri scritti nel lontano passato. Abbiamo la fortuna di poter scoprire anche oggi magnifici e sempre nuovi classici del presente. è questo che rende la lettura un’avventura continua». Nell’appassionante La libreria del buon romanzo Ivan e Francesca, i due protagonisti, decidono di aprire una libreria in cui si non si trovano bestseller commerciali e novità effimere  ma si vendono solo testi validati da una qualificata e segreta “giuria” di letterati, scrittori, lettori forti. Un circolo d’elezione proveniente dagli ambiti sociali più diversi, ma uniti dal fatto di cercare l’arte e la bellezza, ogni giorno, in ogni sua forma, nelle pagine di un libro. Un lavoro di consigliere che ciascuno di loro fa impegnando tutto se stesso, romanticamente senza ricevere un soldo. Come a dire, per metafora, che l’arte, la vera arte, è sempre gratuita.
«Penso che esistano due tipi autori – dice Cossé -, quelli che ricercano il successo (anche se l’ambizione, ammetto, è un grande motore della psiche umana) e quelli che si impegnano a scrivere nel modo più profondo e accurato possibile. Delle due l’una. Non si possono perseguire tutte le strade, occorre scegliere da che parte stare». Ma c’è un altro elemento interessante che, strada facendo, emerge dalle pagine di questo romanzo che rende omaggio alla grande letteratura: fatto strano, a poco a poco, i due fondatori della libreria, un uomo e una donna che si sono incontrati per caso, diversissimi fra loro, ma entrambi schivi e defilati, si accorgono che con la loro libreria si sono fatti dei nemici. E dei più feroci: non sopportano l’idea che si possa essere così esigenti, che nella ricerca  non si possa scendere a compromessi, che non siano ammesse ignavia e vigliaccheria. «Se uno parla di verità – dice a un certo punto uno dei protagonisti inventati da Cossé – si finisce per essere accusati di fascismo». Un pensiero forte, nella Francia colta post ‘68, di sinistra, viene avvertito come pericoloso.

Questo sembra volerci dire Cossé se si guarda oltre la superficie accattivante di questo noir contemporaneo. «Il fatto è che dopo il XIX secolo si è aperta una sorta di età del nulla, un’età del dubbio corrosivo nelle menti intellettuali occidentali. Il valori del bello, della verità, sono diventati impresentabili – spiega Cossé – e chiunque non voglia piegarsi a questa estrema forma di ermeneutica, di decostruzione dei valori viene tacciato di autoritarismo».
Al contempo però «e per fortuna –  aggiunge – continuano a uscire romanzi che si oppongono a questa forma di relativismo estremo e che rischia di rendere indecidibile qualsiasi cosa. Penso anche a  grandi romanzi come La strada (Einaudi, 2007)  e Questo non è un paese per vecchi (Einaudi, 2005) di Cormac Mc Carthy». Grandi “opere-mondo” che esprimono – piaccia o meno – un punto di vista forte.
IL FESTIVAL. ALL’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA LIBRI COME

Dopo l’anteprima dedicata a Jonathan Franzen e al suo Libertà (Einaudi), che è già un caso letterario anche in Italia, entra nel vivo dall’1 al 10 aprile la rassegna LIBRI COME, la festa del libro e della lettura all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Con un pieno di presentazioni, laboratori, tavole rotonde e soprattutto incontri ravvicinati con autori di primo piano. A fare da filo rosso, quest’anno, è l’idea di entrare idealmente nel laboratorio di scrittura di grandi romanzieri. Con la voglia di esplorare a fondo il percorso che porta alla nascita di un libro. Riflettori accesi dunque su romanzieri, filosofi, storici da tutto il mondo. A cominciare dal romeno Norman Manea che ha appena pubblicato in Italia Il rifugio magico (Il Saggiatore), un lavoro che prosegue il suo lungo processo di riflessione sugli orrori del nazismo  e sulle oppressioni della dittatura di Ceausescu. Dagli Stati Uniti poi arriva Peter Cameron, l’autore di  del romanzo Questo dolore un giorno ti sarà utile  e di Quella sera dorata (Adelphi) adattato per il cinema da James Ivory con Anthony Hopkins e Charlotte Gainsbourg protagonisti. Per riflettere sul presente arriva a Roma il sociologo della post-modernità e della “società liquida” Zygmunt Bauman. E ancora lo scrittore e saggista marocchino Tahar Ben Jelloun, rappresentante di spicco di quell’area maghrebina oggi  in pieno cambiamento politico, sociale e culturale  e che  dopo lo splendido Marocco, romanzo (Einaudi) ha appena pubblicato da Bompiani,  l’instant book La rivoluzione dei gelsomini. E ancora con LIBRI COME andremo nella Barcellona immaginata da Ildefonso Falcones, nel Medio Oriente con l’israeliano David Grossman, nella labirintica Mumbai dell’indiano Suketu Mehta (candidato al Pulitzer), nei Balcani di Emir Kusturica, arrivando fino nel Canada di Mordecai Richler, l’autore dell’ormai classico La versione di Barney (Adelphi): Il 3 aprile saranno presenti a Roma la moglie Florence e il figlio Noah. E ancora la filosofa Roberta De Monticelli autrice del quanto mai attuale pamphlet La questione morale (Raffaello Cortina). E ancora si parlerà di poesia (con il lirico canto dedicato alla Patria da Patrizia Cavalli), di narrazioni orali (con Ascanio Celestini), ma anche, in senso lato di sensibilità e universo femminile (con Dacia Maraini e Michela Murgia).  Voci femminili sono anche protagoniste della tavola rotonda che, il 9 aprile, viene idealmente a chiudere il cerchio aperto da Claudio Magris  una settimana fa. Tra entusiasmo e dubbi, sogni e ambizioni, la scrittura del primo romanzo è un momento clou nella carriera di ogni autore. Per ciò LIBRI COME  ospita sei giovani esordienti, che hanno segnato la stagione recente con opere coraggiose dimostrando la vitalità del panorama letterario nazionale che ha voce di donna. Sul palco: Viola Di Grado (Settanta Acrilico, Trenta Lana pubblicato da e/o), Barbara Di Gregorio (Le giostre sono per gli scemi, Rizzoli), Donatella Di Pietrantonio (Mia madre è un fiume, Elliot), Lorenza Ghinelli (Il divoratore, Newton Compton), Antonella Lattanzi (Devozione, Einaudi) e Veronica Tommasini Sangue di cane, pubblicato da Laurana Editore.

c.p. da Left-avvenimenti del 1 aprile 2011

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Riprendiamoci i nostri sogni

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 13, 2011

Dalla lotta partigiana, alla pasione per l’arte. Dalla militanza nel Partito comunista italiano (Pci), al no alla violenta repressione dei carrarmati sovietici a Praga, alle battaglie per i diritti delle donne e di tutte. Luciana Castellina ri percorre la propria storia a partire dai dairi del ’43-48 in un bel libro edito da Nottetempo. E per la manifestazione del 13 febbraio a Roma  in difesa delle donne dice: “scendano in piazza anche gli uomini”.

di Simona Maggiorelli

Luciana Castellina

«Dovrebbero essere gli uomini a ribellarsi. A scendere in piazza e protestare. Più delle donne» sbotta Luciana Castellina con un moto di indignazione. Lei che, poco più che bambina durante la guerra aveva già capito da che parte stare ribellandosi al fascismo: ( «Mussolini è un pazzo» annotava nel suo diario). Lei che ha fatto tutte le battaglie per i diritti civili e delle donne oggi quasi non si capacita che il Paese viva «una così grave regressione politica e culturale. E’ come se si fosse tornati indietro – dice – e oggi le donne devono combattere la codardia di certi uomini che, li senti per strada, solidarizzano con Berlusconi, dicendo “sono fatti suoi”». Secondo il libro inchiesta Ma le donne no (Feltrinelli) di Caterina Soffici l’Italia è il paese più maschilista d’Europa, ma allora non dovremmo essere anche noi a cercare, a pretendere un’immagine e un’identità maschile diversa? «Certamente – rilancia Luciana Castellina – ma è anche importante che ora si preoccupino loro. Perché l’identità maschile in gioco è la loro. Ed è peggiore di quella delle donne. Quella che il berlusconismo ci offre è un’idea della sessualità maschile spaventosa, una loro idea della politica tremenda. Certo – aggiunge – mica tutti gli uomini sono in questo modo. Così come noi non siamo tutte veline. E’ tempo che si guardino dentro, perché il lavoro da fare è davvero tanto». E il suo pensiero corre ai più giovani, «la protesta degli studenti – dice – mi sembra un segnale importante, un bel segno di vitalità, ma questi ragazzi devono combattere contro una sensazione di immobilismo che noi non conoscevamo. In certo senso – chiosa Castellina – la nostra generazione, quella che è maturata in tempo di guerra, è stata molto fortunata. Perché ha conosciuto grandi speranze. Avevamo l’idea che si potesse svoltare dopo tutto quello che era successo. Abbiamo pensato che sarebbe stato possibile, finalmente, porre mano a tutto quella ingiustizia che avevamo visto e vissuto. Sognavamo la liberazione dei popoli e lavoravamo al cambiamento dell’Italia».

E la generazione di oggi? «Nasce dopo molte sconfitte e, purtroppo, si trova a che fare con un tempo di discarica. A questi ragazzi – prosegue Castellina – è stata sottratta la memoria del secolo precedente. Sul Novecento si è fatta un’opera di profonda rimozione. Certo, è stato un secolo drammatico ma anche di grandi utopie, di grandi cambiamenti oggettivi, di conquiste democratiche, sociali, di emancipazione dalla condizione contadina, di liberazione della donna. Ecco – ribadisce Castellina – c’è stata un’operazione voluta di cancellazione del passato, dagli anni ’80 in poi. E ha fatto pensare ai giovani che non essendoci passato non c’è neanche futuro. E’ come se mancasse lo scorrere del tempo. Così l’orizzonte del cambiamento è stato abolito, questa è una grande disgrazia per le nuove generazioni». Quella sensazione di poter cambiare davvero, la realtà e se stessi, che una certa gioventù “partigiana” ha vissuto ce la restituiscono ora le pagine del sorprendente «diario politico» che una Castellina adolescente scrisse fra il ’43 e il ’48. E ora diventato traccia del bel libro autobiografico La scoperta del mondo appena uscito per Nottetempo. Un libro da cui riemergono vividi frammenti di formazione sentimentale e politica della giornalista e parlamentare comunista, che di fronte alla violenza della repressione sovietica a Praga ebbe il coraggio di dire e no (e per questo fu radiata dal Pci). E sono storie collettive ma anche personalissime. Storie di grandi amori nati fra ragazzini nella complicità della lotta partigiana, ma anche storie di un’Italia misogina in cui i compagni di scuola chiamavano Luciana Castellina «l’amico Lucianina», insinuando che «fare politica, per una donna, volesse dire perdere femminilità». Parliamo di un dopoguerra cui anche donne eccezionalmente laiche e aperte come la madre di Luciana vivevano il lavoro e l’ indipendenza economica dal marito come una coppa. Ma nell’incontro con la politica, scrive Castellina, qualcosa cambiò per alcune di noi anche sul piano di una propria “liberazione” personale. Tanto da arrivare a scrivere oggi ne La scoperta del mondo: «L’incontro il Pci mi ha impedito di restare stupida».

Ride e mi guarda in tralice con sguardo fiero quando, durante il nostro incontro, le chiedo conto di questa frase. «Sì- ribadisce – guardandomi indietro non potrei usare altra espressione perché volle dire per me smettere di guardarmi l’ombelico, uscire dalla piccola visione del proprio quartiere. La politica – dice Castellina – era la scoperta dell’altro, degli altri. Per noi era la vita, il modo di stare al mondo, di partecipare, di sentirsi utili». E poi aggiunge: «Se tu pronunci la parola “politica” oggi quello che viene in mente nell’ipotesi migliore è una professione come quella del farmacista o del bancario. Nella peggiore la parola evoca qualcosa di sporco che ha che fare con la gestione del potere. E ci vorrà molto tempo perché questo cambi». Ma il Partito comunista, aggiunge, Castellina, fu anche una grande università popolare. «Non c’era piazza di paese in cui non ci fossero sezioni, gruppi giovanili o per anziani. Si facevano grandi dibattiti. La democrazia italiana – sottolinea – è nata anche così». Fra le pieghe de La scoperta del mondo si scopre anche, curiosamente, che il primo incarico ufficiale che Luciana Castellina ebbe da parte del Pci fu tenere una conferenza sul cubismo, vista la sua passione per l’arte. Ma Togliatti non era fautore di un retrivo realismo, sulla scia sovietica? Le chiedo pensando alle feroci dispute sull’avanguardia che opposero Guttuso e Fontana. «Togliatti era un uomo di un’altra generazione, rispetto a noi. Tuonava contro l’astrattismo che non gli piaceva. Poi però tutti i pittori venivano invitati a Praga a fare le proprie mostre – ricorda Castellina -. Gli artisti allora- astratti, figurativi, espressionisti – erano tutti comunisti. E il dibattito fra loro era vivacissimo». Non così, però, accadeva nel Pci riguardo a temi di laicità e religione. Così una giovane Castellina che già leggendo Rilke nel ’46 faceva professione di ateismo («non mi convince il suo dare un’anima alle cose- annotava – Io non sento dio») si ritrovò in un partito «molto bacchettone».

«I comunisti- racconta – avevano avuto una vita molto travagliata ma molto libera di costumi. Era quella la tradizione del movimento operaio socialista internazionale. Però quando l’organizzazione del partito prese avvio in Italia al partito di massa aderirono milioni di cattolici. Ci fu il timore di un’incomprensione verso quel mondo. Ma non fu solo una scelta tattica: il Pci fu fatto da larghe masse popolari che portarono dentro la loro cultura e ideologia. Un’ideologia molto perbenista e religiosa. Basta dire che un mito di alcuni giovani comunisti era Maria Goretti».

da left-Avvenimenti

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

La creatività è che conta

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 4, 2010

Il coraggio di fare immagini nuove. E di difenderle. In un momento di crisi dell’urbanistica e di deregulation. Le proposte dell’architetto fiorentino Fabio Sani e dell’ingegnere romano Nino Reggio d’Aci di Idearc

di Simona Maggiorelli

Palazzo Rosso di Massimo Fagioli progettettazione architettonica di Idearc e Lorenzo Fagioli

Il cemento sta ipotecando il futuro del Paese, scrive l’urbanista Paolo Berdini in Storia dell’abuso edilizio, da poco uscito per Donzelli.

Paolo Berdini ha ragione. La realtà è davanti agli occhi di tutti. L’urbanistica ha perso la sua “spinta propulsiva”. L’idea di piano, che accorda tutto in un unico disegno, è superata. La pretesa di prestabilire tutto costruisce una gabbia difensiva. Però è chiaro che l’insensata deregulation degli ultimi anni è una cura ben peggiore del male. Dietro vi si intravede infatti la direzione di quell’instancabile motore della crescita urbana che è la rendita. Il cambiamento di città e territorio è avvenuto senza che le amministrazioni lo governassero. Al moltiplicarsi della complessità urbana si è risposto estendendo l’area del negoziabile, della contrattazione, dello scambio politico, con una confusione di ruoli che è una delle cause dell’attuale fallimento delle nostre città. Noi non abbiamo una soluzione. Forse l’unica via, almeno per ora, è opporsi quando è possibile a quanto c’è di disumano e violento. Il buon progetto, il buon quartiere forse possono creare una contaminazione positiva, indicare una strada.
Quanto è difficile per un architetto “difendere” leproprie immagini dai diktat della cattiva politica?
Molto. Ma non è una questione di buona o cattiva politica. I condizionamenti ci sono sempre stati. La società ha sempre voluto attribuire compiti sociali all’architettura. L’autonomia e il controllo estetico della progettazione sono fra i temi più complessi della storia dell’architettura. D’altra parte l’architettura e il suo fare immagini è l’arte che ha più immediato impatto politico per la sua capacità di esprimere la fisionomia di una realtà sociale o di un certo regime politico. è un incontro inevitabile ma può essere anche un abbraccio mortale. La professionalità, intesa come sanità e identità dell’architetto, può contrastare la cattiva politica e la cultura della committenza.
Il fascismo ha fatto brutta architettura di regime, anche se ora c’è chi pretende di rivalutarla. D’altra parte il Corviale, progettato con le migliori intenzioni, è un ghetto. L’ideologia fa male all’architettura?

Palazzo rosso di Massimo Fagioli; progettazione architettonica di Idearc e Lorenzo Fagioli

Fa male, non solo all’architettura. Con il loro fortissimo potere di penetrazione, le ideologie hanno coinvolto milioni di esseri umani, con le conseguenze e i danni che conosciamo. L’architettura, in quanto arte “sociale” non ne è stata esente. L’architetto che accetta di porsi al servizio di un’idea politica rinuncia sempre a una propria immagine. Nella vicenda del fascismo, la critica ha messo bene in luce questo rapporto, spesso drammatico al di là di qualsiasi rivalutazione. E, più di recente, l’ideologia della” funzione” ha portato a  strutture che di “macro” hanno solo lo squallore e l’abbandono. Forse solo oggi, liberi dalle ideologie che li hanno a lungo paralizzati, gli architetti possono recuperare la possibilità di un rapporto diretto e immediato con le loro immagini.

Il Palazzo Rosso valorizzail territorio e la qualità della vita. L’architettura non deve perdere di vista l’umano? Cosa ispira la vostra progettazione?
In un suo bell’articolo recente, Vittorio Sgarbi dice che al di là delle archistar, è la «creatività artistica» che conta. Per questo ci siamo rivolti a Massimo Fagioli e la risposta è stata il Palazzo Rosso. Quanto a dire come avviene questo passaggio non è facile. Fagioli fa un disegno e noi lo concretizziamo materialmente? Rubiamo un’immagine a chi ce l’ha? Forse lasciarsi completamente andare? Tutto questo ma non solo. Quando ci incontrammo per il progetto di questo grande edificio nella campagna di Roma, ignorati i nostri modesti schizzi, ci spiazzò completamente prospettandoci un edificio rivoluzionario ed emozionante.
L’architettura del nuovo millennio s’incontra con l’arte?
Certo, una dialettica con l’arte è ineludibile. Quello che possiamo dire è che l’architettura, ricercando esclusivamente la funzionalità, rischia di trovare una identità senza fantasia.

da left-avvenimenti del 15 ottobre 2010

Posted in architettura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Saramago, indignazione da Nobel

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2009

Lo scrittore portoghese è in Italia per presentare le sue acute riflessioni affidate a un blog. E ora a un libro. Eccone un piccolo assaggio

di José Saramago

Saramago

Saramago

Una buona notizia, diranno i lettori ingenui, supponendo che, dopo tanti disinganni, ve ne siano ancora. La Chiesa anglicana… ha annunciato una importante decisione: chiedere perdono a Charles Darwin, ora che si commemorano i duecento anni  della sua nascita, per il modo in cui lo ha trattato dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie e, soprattutto, dell’Origine dell’uomo... Anche se Darwin fosse vivo e disposto a mostrarsi benevolo, dicendo «sì, perdono», la generosa parola non potrebbe cancellare un solo insulto, una sola calunnia, una sola manifestazione di disprezzo dei molti che gli caddero addosso. L’unica a trarne beneficio sarebbe la Chiesa anglicana, che avrebbe aumentato, senza spese, il suo capitale di buona coscienza. Ringraziamola comunque del suo pentimento, che forse spingerà il papa Benedetto XVI a chiedere perdono… a Giordano Bruno, cristianamente torturato, con molta carità e perfino al rogo su cui fu bruciato. Questa richiesta di perdono non sarà gradita ai creazionisti nordamericani. Fingeranno indifferenza ma è evidente che si tratta di un ostacolo ai loro piani. Un ostacolo per quei repubblicani che, come la loro candidata alla vicepresidenza, inalberano la bandiera di questa aberrazione pseudoscientifica chiamata creazionismo (settembre 2008).

Ateismo militante
(…) le religioni non solo non avvicinano gli esseri umani, ma vivono, loro stesse, in stato di permanente mutua inimicizia, nonostante tutte le arringhe pseudo-ecumeniche ritenute vantaggiose da una parte e dall’altra per occasionali e passeggeri motivi di ordine tattico. Le cose stanno così da che mondo è mondo e non si vede alcun indizio di un possibile cambiamento. Salvo l’ovvia idea che il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei. (febbraio 2009).

Dogmi
I dogmi più nocivi forse non sono quelli che come tali sono stati espressamente enunciati, quale è il caso dei dogmi religiosi, perché quelli fanno appello alla fede e la fede non sa né può mettere in discussione se stessa. Il guaio è che si sia trasformato in dogma ciò che, per sua natura, non ha mai aspirato ad esserlo. Marx per esempio, non ha dogmatizzato, ma sono subito spuntati pseudo-marxisti pronti a convertire Il capitale in un’altra Bibbia…(novembre 2008).
Berlusconi e Co.
Secondo la rivista nordamericana Forbes il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi diecimila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi, proprietà di Berlusconi, qualche soldo glielo avrò fatto guadagnare. Una infima goccia d’acqua nell’oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il suo unico vizio… Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano – perché è di questo che stiamo parlando e non di un altro (ci arriveremo) – è dimostrato come l’inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto privato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? ( settembre 2008).

Che fare con gli italiani?
… è appena giunta la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Pd è cominciato come una caricatura di partito ed è finito,senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica… Veltroni è responsabile, certo non l’unico, ma nell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all’anima sua. ( febbraio 2009).
Tratto da José Saramago, “Il Quaderno” (Bollati Boringhieri)

l’intervista: ITALIA SVEGLIATI

Un quaderno di riflessioni acuminate. Nate in margine a fatti di cronaca. Ma non solo. Prima affidate con passione da blogger  all’immediatezza della Rete. Poi distillate in libro che, come è noto, ha avuto una travagliata vicenda editoriale. Rifiutato da Einaudi, vede ora la luce grazie a Bollati Boringhieri con il titolo Il Quaderno. E mentre si parla di un trasferimento in blocco di tutta la sua opera nel catalogo Feltrinelli (a partire dal prossimo romanzo Caino), Saramago arriva in Italia per presentare il suo nuovo libro e incontrare il pubblico. Prima tappa il 9 ottobre proprio a Torino, la città di Bollati Boringhieri ma anche dello storico marchio enaudiano acquisito dalla Mondadori di Berlusconi. Alle 21 il Nobel è al circolo dei lettori e il giorno dopo all’università. E poi ancora ad Alba, a Milano ( 12 ottobre) e a Roma (14 ottobre, al Teatro Quirino, con Marramao). In attesa di questi incontri dal vivo, left ha rivolto a Saramago qualche domanda via mail.
Il Partito del premier si chiama Partito della libertà. Che tipo di libertà propone agli italiani?
La libertà di aprire il cammino al fascismo. Molti italiani credono di vivere in paradiso, ma forse si sveglieranno all’inferno. Se, purtroppo, ciò accadesse che non cerchino altri colpevoli.
Freedom House e l’ Economist denunciano che libertà di stampa è venuta meno in Italia. Che ne pensa?
Qualsiasi persona, perfino la meno attenta, lo confermerà. Fredoom House e Economist non ci hanno detto niente di nuovo.
Perché la reazione degli italiani e del Partito democratico alle continue bugie del premier è ancora così debole?
Non chieda a un semplice scrittore portoghese che dica ciò che gli italiani dovrebbero essere i primi a sapere. Sono loro che hanno messo Berlusconi dov’è. Che decidano adesso cosa fare
C’è uno svuotamento della cultura?
La cultura italiana sta resistendo e continuerà a resistere. Si prendano come esempio Saviano, Eco, Fo, Magris, Flores D’Arcais e tanti altri che difendono la fortezza della dignità e della sapienza.
Simona Maggiorelli
(traduzione di Sonia Castillo)

da left-avvenimenti 9 ottobre 2009

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: