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Un crociato al Cnr

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Un ritratto di Roberto De Mattei il subcommissario fondamentalista dell’ente nazionale di ricerca. Consigliere di Gianfranco Fini, fa parte delle milizie cattoliche preconciliari

di Simona Maggiorelli

Della vicenda del commissariamento del Cnr e dell’attacco alla ricerca mosso dal governo Berlusconi Avvenimenti si è occupato spesso nei mesi scorsi cercando di indagarne logiche, metodi, retro pensieri. Ora, scorrendo i nomi dei comissari e subcommissari appena nominati siamo andati a vedere il loro profilo.

Spinti anche dall’appello di dodici eminenti storici pubblicato da Repubblica il 28 giugno. Fra i firmatari ci sono Adriano Prosperi, Rosario Villari, Massimo Firpo, Giuseppe Galasso, Armando Petrucci e molti altri. Ma veniamo ai fatti. In una lettera indirizzata ai direttori d’Istituto, il 31 luglio, il commissario straordinario Adriano De Maio rivendica un potere pieno e assoluto nella ristrutturazione del Cnr, dispensando consigli e minacce, lasciando intendere che non ci si potrà opporre alla sua manovra, finché non sarà interamente compiuta. Se il suo piano dovesse fallire, avverte de Maio,il Cnr potrebbe chiudere.

Senza clamori, lontano dai riflettori, invece, è partito il lavoro dei subcommissari. Fra questi troviamo Roberto De Mattei, in questi giorni presenza assidua e discreta nelle stanze del quartier generale del riordino. Figura chiave, la sua, soprattutto per il ruolo politico che ha il professore. De Mattei è il consigliere per le questioni istituzionali del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. Caratteristica pregnante dello storico De Mattei sono le scelte “forti” in campo ideologico. Il nostro è un battagliero cattolico preconciliare, avverso ad ogni moderatismo centrista.

Quando sono state rese pubbliche le nomine ci si è domandati chi fosse questo oscuro professore associato di storia moderna dell’Università di Cassino assurto a subcommissario con delega per le scienze umane. Se De Maio è ben noto come rettore della facoltà della Confindustria (la Luiss), fin qui, di De Mattei si conoscevano solo alcune violente prese di posizione contro il Gay pride fiorite, nel 2000, in pesanti iniziative pubbliche organizzate con Forza Nuova. Così volendo mettere meglio a fuoco la sua figura, accanto ai fatti evidenti – ovvero che è cresciuto in ambienti di Alleanza cattolica molto vicina ad An e che è stato allievo di Augusto Del Noce – si scoprono altri più in ombra come il suo lavoro come guida dell’associazione Lepanto e il suo legame con il cattolicesimo confessionale e oscurantista professato dalla associazione brasiliana Tradizione Famiglia Società fondata dal teologo Plinio Correa de Olivera, sostenitore di due dittature militari, quella brasiliana e quella cilena. Di de Olivera, De Mattei è il biografo ufficiale, di lui il Nostro si dice discepolo e da lui ha ampiamente mutuato la visione manichea di un mondo in cui si fronteggiano le forze del Bene e del Male. Come si legge nelle pagine pubblicate da De Mattei sul sito www.lepanto.org e nella più esplicita versione brasiliana, che un amico che di mestiere fa lo storico ci ha utilmente suggerito di visitare (www.lepanto.org.br). Il Bene, vi si legge, è la civiltà cristiana, il Male il barbaro islam che mirerebbe alla conquista dell’Occidente con i mezzi dell’invasione demografica per poi imporre le proprie leggi. Cristianità contro islam, in contrapposizione rigidamente dualistica, riesumando medievali fantasmi di guerra santa.

Il manifesto del centro studi Lepanto del resto avverte: “Fondato nel 1982 con lo scopo di difendere i valori tradizionali, richiamandosi al magistero immutabile della Chiesa cattolica”, “sostenuto da una rete di amici con la preghiera, con l’azione, con il sacrificio anche finanziario”. Sfogliando le pagine web si fa sempre più chiara l’idea che non di convinzioni solo private si tratti. Lo precisa lo stesso Roberto De Mattei propagandando esplicitamente “un’idea di religione non come dimensione intimistica, ma come proiezione sociale”. Pensando alla carica istituzionale a cui è stato chiamato viene difficile pensare che il suo possa essere davvero solo un ruolo tecnico. E ancor più, tremano le vene e i polsi quando si leggono brani in cui de Mattei ripudia ogni radicale separazione fra ordine religioso e civile. Folgorante il passaggio sul semestre europeo affidato all’Italia. Per de Mattei non sembra contare molto che la Convenzione abbia deciso di tagliare dalla costituzione europea ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. “e’ significativo – scrive- che sia un premier italiano a ricevere il testo, si tratta di una coincidenza di forte valore simbolico… l’esecutivo vuole introdurre il riferimento alla religione e questo sarà un punto qualificante”.

Fra due anni in Francia si festeggerà il centenario della separazione fra stato e Chiesa come importante momento per la storia europea. De Mattei invece preferisce radicare il suo pensiero fuori dalla storia, sull’astratta trascendenza. La domanda quindi ritorna: ancoraggi metafisici di questo genere come potranno coniugarsi con un’idea di promozione della libera ricerca? E il quadro si fa ancora più scuro quando nei suoi scritti – emblematico il libro Guerra santa, guerra giusta Islam e Cristianesimo in guerra (Piemme, 2002) – si incontrano apologie della figura del “Cavaliere di cristo che uccide con la tranquilla coscienza e muore con ancor maggiore sicurezza… senza temere in alcun modo di peccare per l’uccisione del nemico”. E poi deprecazioni della tolleranza, mescolate ad operazioni di revisionismo storico che arrivano a negare i genocidi compiuti in nome della croce sostenendo che una cristianizzazione forzata non sarebbe mai esistita e che il cattolicesimo si è sempre diffuso attraverso la pacifica conquista dei cuori. A questo punto appaiono assai più chiare le affermazioni forti della lettera degli storici pubblicata da La Repubblica e rilanciata dal sito www.scienzaviva.wnet.it/osservatorio ricerca.

Senza soffermarci sul valore del professor De Mattei come studioso- recita la lettera- non possiamo fare a meno di constatare come la matrice fondamentalista di alcune sue asserzioni su momenti essenziali della democrazia occidentale così come sui valori della laicità dello Stato e del dialogo fra culture si collochi non solo in contrasto coi principi fondanti della nostra Costituzione ma anche in conflitto con le premesse della collaborazione scientifica internazionale e coi caratteri originari della ricerca storica come strumento di conoscenza e di comprensione di culture diverse”. Un passaggio che valeva la pena di riportare integralmente e a cui lo storico Rosario Villari, fra i primi firmatari della lettera ( a cui poi si sono aggiunti i nomi di altri trecento intellettuali, ricercatori, docenti universitari) aggiunge:”E’ anche il metodo di questa nomina che non convince, la comunità scientifica non è stata minimamente consultata e coinvolta nella decisione”. E più in là:”Non è la sola ricerca storica ad essere un pericolo- denuncia il professore-. E’ una faccenda che riguarda tutte le discipline e lw branche di specializzazione. C’è un clima di incoltura generale che va dal governo ai mass media, manca sempre più la cultura dell’approfondimento, basta guardare il tenore dei programmi televisivi”.

La ricerca sta subendo un attacco durissimo in questo momento in Italia” commenta Rino Falcone, coordinatore dell’Osservatorio sulla ricerca, fondato e promosso da una serie di scienziati e intellettuali di chiara fama, da Margherita Hack a Tullio Regge, per monitorare il campo, vigilare e denunciare, ma anche per fare concrete controproposte ai “riformatori”. “Gli istituti di ricerca pubblica- spiega Falcone- sono sempre più depauperati di risorse, l’autonomia progressivamente ridotta, chi ci lavora dentro è spinto verso una sempre maggiore precarietà e questo mentre, di pari passo, aumentano le sovvenzioni a istituti privati”. L’esempio più eclatante nelle ultime settimane è stato certamente quello dell’Istituto di studi politici San Pio V di Roma: una piccolissima istituzione privata che ha avuto la qualifica di ente di ricerca “non strumentale”al pari di prestigiose e storiche istituzioni pubbliche di ricerca. Questo governo prevede di dare all’università privata San Pio V, dove insegna il ministro Rocco Buttiglione, una cifra fra un milione e mezzo di euro (solo per il 2003). “ Un fatto indecente – sottolinea Falcone- anche perché diversamente dagli enti come il Cnr, il San Pio V non ha nel proprio statuto l’obbligo di fare ricerca”. Ma c’è di più, tutta l’operazione di commissariamento del Cnr è stata anche un pesante tentativo di screditarne l’immagine”. “De Maio pone molta enfasi sulle prove di valutazione e noi non ci opponiamo- spiega- ma la continua verifica non deve essere usata per irretire, come mezzo per mettere il Cnr sotto tutela. Dati alla mano, e sono notizie pubbliche e verificabili, abbiamo dimostrato di essere del tutto competitivi con gli istituti analoghi al nostro in altri paesi”. Sono i report della Commissione europea, della National science foundation e di altri istituti internazionali a sostenerlo. 2In questo quadro nomine come quella di Roberto De Mattei, di persone poste in ruoli chiave della riforma del Cnr non per meriti scientifici – prosegue Falcone- diventano segnali davvero preoccupanti. Il rischio è che si vada verso una occupazione politica del Cnr. Nel consiglio di amministrazione ci sono sempre stati dirigenti di nomina politica, ma al contempo c’erano organismi interni che facevano da contrappeso. Adesso non è più così quegli organismi sono stati svuotati di potere e il rischio che perfino negli istituti di ricerca siano nominate persone per motivi non strettamente scientifici”. L’Osservatorio sulla ricerca intanto promette di dare battaglia con iniziative, dibattiti pubblici, assemblee. Sei mesi fa a Roma fu il promotore di una significativa protesta. Ricercatori di differenti ambiti del sapere andarono a Montecitorio per riconsegnare simbolicamente gli strumenti della ricerca. A ottobre ci sarà una nuova iniziativa e all’università un’assemblea di tutti i ricercatori di istituti pubblici e privati. “La cultura,la libera ricerca sono le leve fondamentali dell’innovazione, ma anche della crescita civile e sociale- ribadisce Falcone- non possiamo accettare che siano imbavagliate, sarebbe un danno enorme per il paese”.

I libri del crociato De Mattei:

Roberto De Mattei è autore del volume Il crociato del secolo XX Plinio Correa de Oliveira (Piemme, 1996) e di Guerra santa guerra giusta. Islam e cristianesimo in guerra (Piemme, 2002). E ancora 1900-2000 due sogni si succedono: la costruzione e la distruzione (Centro culturale Lepanto, 1990) in cui si può leggere la summa delle campagne tradizionaliste dell’associazione Lepanto. In questo libro De Mattei condanna le opere di Prygogine e di altri filosofi del caos, colpevoli come Giordano Bruno di ammettere “la pluralità dei mondi e l’infinità dell’universo… contro l’insegnamento cristiano”. Ha anche scritto un libro sui fatti di Genova. Invece nel volume La responsabilità della classe dirigente cattolica analizzata dopo la lettera ai vescovi italiani di Giovanni Paolo II (Edizioni fiducia,1994) accusa la Dc di aver contribuito al processo di “scristianizzazione” dell’Italia attraverso le legislazione sull’aborto e l’abolizione della potestà maritale.

E ancora fra le pubblicazioni promosse dall’associazione Lepanto: Chiesa e omosessualità, le ragioni di una immutabile condanna e poi Islam, anatomia di una setta di Stefano Nitoglia con prefazione di Roberto De Mattei ( dopo la sua nomina ai vertici del Cnr queste pubblicazioni sono state tolte dal sito). Il centro culturale Lepanto pubblica anche una rivista. Fra i numeri “manifesto” in promozione sul sito c’è Comunismo , il crimine impunito del XIX secolo. Abbonarsi, si legge sul sito dell’associazione, “è un atto di amore alla verità”.

Da Avvenimenti 22 agosto 2003

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Leggere il Corano oggi

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 16, 2009

Un dio unico e assoluto. Ma anche una visione del mondo antropocentrica e sessuata. Basata sul rapporto fra uomo e donna. L’eminente islamista Biancamaria Scarcia Amoretti racconta il testo sacro

di Simona Maggiorelli

Quran Kufic calligraphy

Quran Kufic calligraphy

Sono 1.570 milioni  i musulmani nel mondo: il 23 per cento dei 6,8 miliardi della popolazione globale. L’ultima ricerca del Pew forum in religion & public life fotografa una situazione inaspettatamente in crescita. E intanto si moltiplicano gli studi che riguardano la religione e la cultura islamica. Finalmente anche in Italia. Autorevole islamista, Biancamaria Scarcia Amoretti ha appena pubblicato per Carocci una sua proposta di lettura del testo sacro dell’islam e left ha colto l’occasione per rivolgerle alcune domande sulla concezione del mondo e della vita umana che il Corano presenta ai suoi fedeli. «è un testo molto complesso anche perché non abbiamo una tradizione ininterrotta di traduzioni». Il Corano, insomma, è un libro difficile che ha uno statuto speciale perché i musulmani lo considerano parola di dio. Ma è anche da leggere storicamente con occhi sgombri «per vedere cosa dice veramente e quali sono le strumentalizzazioni che ne sono state fatte».
Dunque la fisionomia della creazione, la definizione di dio come assoluto, l’antropocentrismo ma anche il rapporto fra uomo e donna, sono alcuni dei temi che Scarcia Amoretti analizza in questo suo colto e sintetico studio, nato anche con un intento divulgativo.
Prof.ssa Scarcia, cominciamo dalla differenza fra maschile e femminile, una dualità che lei dice essere fondamentale nel Corano.
Iniziamo col dire che il monoteismo assoluto dell’islam prevede un solo dio, non c’è l’idea di trinità cristiana. Da qui il distacco, la differenza, fra creatore e creatura che si concretizza nel fatto che la creatura è sessuata. Non a caso i mistici poi superarono questo tipo di divisione. Ma c’è un altro fatto a mio avviso interessante. Si dice che l’islam non ammetta figure, rappresentazioni. Non è vero tout court, ma lo è per quel che riguarda dio. La rappresentazione del divino è affidata alla parola che ci dice di un dio “bello”, privo però di qualunque caratteristica di genere.
L’incarnazione del dio cristiano è nell’uomo Gesù…
Allah non è padre, è creatore. Il seme può avere un valore maschile, ma il Corano dà una enorme attenzione al corpo femminile. Dire come fa l’islam che dio è creatore in senso assoluto significa che lui è l’unico che non può essere concepito in termini di genere.

calligraphy

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Nel Corano non c’è condanna del corpo e del desiderio femminile?
Assolutamente no. Nel Corano si dice che tutto quello che è creato è buono in sé. E c’è un versetto molto famoso, che riguarda il digiuno, in cui si dice che dio aveva pensato di dare una prova più dura alle sue creature ma poi cambiò idea. Nella concezione islamica, essendo completamente libero, decide di concedere la notte per la vita naturale e il benessere umano. Dunque si può mangiare ma si può anche godere del rapporto uomo donna.
Qual era la condizione della donna prima dell’islam?
Ci sono molte ipotesi, fra cui anche che ci fosse un matriarcato nella penisola araba. Noi abbiamo solo alcuni fatti storici e il testo. Conosciamo molte divinità femminili pre islamiche ed è un fatto che la prima generazione di musulmani abbia conosciuto un grande protagonismo femminile.
Nel Corano ci sono molte figure di donna significative a cominciare da A’isha
La più emblematica, a mio avviso è quella di Maria, madre di Gesù. E’ più eversiva della nostra perché non  c’è nessun Giuseppe ad  affiancarla.
C’è un dibattito bioetico a partire da ciò che è scritto o non è scritto dal Corano?
Mi sono premurata di metterlo da parte: ho voluto presentare il testo, con una impostazione che rivendico a tutto tondo. Non voglio fare una storia dell’esegesi perché siamo ancora ben lontani da quelle che sono state realizzate per il Vangelo, con alle spalle secoli di studi. I musulmani non sono stati inferiori in questo. Ma non abbiamo il polso della situazione. Nella galassia musulmana ci potrebbe essere qualcuno che con assoluta coerenza e dottrina ha tirato fuori un commento che finalmente espliciti in una chiave molto autorevole questi temi. Ma oggi non possiamo saperlo perché non abbiamo raccolto tutti i commenti. Sfido chiunque a dire di essere aggiornato in merito.
Lei scrive che secondo il Corano il processo di crescita del feto nell’utero non è strutturalmente diverso da quello che avviene, per esempio, nel mondo vegetale: l’uomo è cosa (Shay’) venuta in essere. Ovvero?
La sessualità nel rapporto uomo donna non è solo destinata alla procreazione. E questo è un punto importante. Inoltre il Corano è un libro fortemente versato sul fatto che l’uomo sia “un pezzo” di natura. Per questo ci deve essere una grande armonia, che prevede però una scala gerarchica: l’uomo può usare gli animali. Così come essi approfittano del mondo vegetale.
Il Corano non scoraggia la conoscenza scientifica?
No, perché tutto ciò che è creato è buono, dunque perché non conoscerlo?
Il dio assoluto dell’islam può aver influenzato alcuni filosofi occidentali, per esempio Spinoza?
Il discorso è affascinante, ma su questo versante gli studi sono molto indietro. Nei secoli del Medioevo sono passate tematiche filosofiche improntate a questa visione di dio. Poi per tanto tempo si è negato che vi fosse stato un contributo. Io credo che questa storia sia ancora da scrivere. Fin qui è stata fatta solo per frammenti, ritrovando tracce in Anselmo d’Aosta, piuttosto che in altri. Ma non c’è un discorso più complessivo, anche perché gli occidentali oggi non mi sembrano molto disponibili a portare avanti questo discorso. Anche fra gli studiosi la tendenza è piuttosto a dire che non vi è stata influenza. Come se i secoli della dominazione andalusa non fossero esistiti. Solo nel settore della mistica e dell’esoterismo si è stati disposti ad ammettere un contatto, ma la mistica è solo un singolo aspetto e poi è un’esperienza connotata in senso aristocratico, elitario.
La forma letteraria del Corano è certamente alta.

Il Corano è il testo letterario per eccellenza: proprio su questo tema sono usciti centinaia di studi modernissimi. I musulmani dicono che il Corano non è né prosa né poesia, il che già la dice lunga. Anche perché si tratta di una forma inimitabile. La lingua, poi, è ciò che dà corpo alla parola di dio. E come la si definisce? Certi capitoli sono letti come fossero degli inni, con una metodica di cesure di accenti interna, e appunto si continua a studiare.
L’oralità così come il rapporto con la poesia precedente all’islam come si configura?
La poesia precedente è importante non tanto perché veniva detta oralmente ma perché costituisce il vocabolario pregresso dell’arabo. Che poi l’oralità nel mondo musulmano funzioni molto lo vediamo anche oggi. Capire perché e come avvengano certe forme di indottrinamento, in questo caso certamente negative, implica ripercorre certi modi antichi. Nell’islam il rapporto è più personalizzato, c’è sempre un richiamo che passa attraverso una voce. Che, va detto, può essere anche femminile.

CAPIRE L’UNIVERSO ARABO

Mentre torna in nuova edizione un  classico come Il mondo musulmano di Biancamaria Scarcia Amoretti, l’editore Carocci pubblica anche la lettura de  Il Corano che  la docente di Islamistica de La Sapienza ha scritto per offrire strumenti a un migliore dialogo fra differenti culture. Un’avventura intellettuale che, su invito dell’editore, Scarcia ha intrapreso, forte della sua vastissima cultura e delle sue ininterrotte frequentazioni del mondo intellettuale islamico. Ben consapevole però dei problemi che pone la mancanza di traduzioni antiche “canoniche”, così come la polisemia del testo che ammette una pluralità di interpretazioni.«Il mio tentativo – spiega Scarcia – è stato quello di presentare la mia versione, quello che io ho tratto da questo libro, essendo laica. E aggiunge: «Laica in tutti i sensi, non solo per il fatto che non sono addetta delle religioni».

da left-Avvenimenti 16 ottobre 2009–

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Saccheggio in Mesopotamia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 3, 2009

fales-nuovoCercando di fare capolino oltre la cronaca più spiccia. Oltre lo stillicidio di notizie che, a singhiozzo, dopo i giorni feroci del saccheggio sono comparse sui giornali. Puntando a ricostruire passo dopo passo la storia di uno dei più importanti musei dell’area dell’antica Mesopotamia: il museo di Baghdad. Dalla nascita nel 1923 sotto l’egida degli inglesi, alla nazionalizzazione del 1974, ai saccheggi avvenuti durante la Guerra del Golfo, fino al clamoroso sfascio dei primi giorni del dopo Saddam.

Con più di 15mila pezzi trafugati in una manciata di giorni, dall’ 8 al 12 aprile 2003, al termine della rapida invasione dell’Iraq da parte delle forze angloamericane, con migliaia di reperti poi rivenduti al mercato nero e via internet. Oggetti d’arte, che in parte poi sono comparsi in Siria, in Giordania, in Arabia Saudita, ma anche nelle botteghe antiquarie di mezza Europa e degli Stati Uniti.

A ripercorrere da vicino queste vicende in un prezioso volume di 470 pagine, Saccheggio in Mesopotamia, edito dalla casa editrice universitaria Forum di Udine è l’archeologo Frederick Mario Fales, uno dei primi italiani ad andare, più di vent’anni fa a scavare, insieme a colleghi tedeschi e inglesi, i siti archeologici dell’antica Mesopotamia, luoghi dai nomi mitici come Selucia, Babilonia, Ninive.

Lavoravamo negli scavi mentre sopra di noi volavano gli aerei della guerra Iran Iraq, che andavano a bombardare i Curdi” racconta l’archeologo. “Sotto il regime di Saddam – ricorda Fales – ho conosciuto il museo nel suo fulgore”: una teoria di oltre ventotto gallerie dedicate alla cultura sumera, babilonese, assira, arrivando fino all’età achemenide, ellenistico romana, e poi islamica. Con reperti che risalgono fino a 10mila anni fa.

Tra questi anche la famosa Dama di Uruk, misterioso e unico volto femminile scolpito prima dell’età del bronzo, molto prima che la civiltà di Uruk, raccontano gli studiosi, consegnasse all’umanità l’invenzione della scrittura. Un reperto che, per fortuna, compare oggi nella lista dei beni in salvo (alcuni dei pezzi più preziosi, racconta Fales nel suo libro, erano stati depositati prima della guerra in località segrete). Diversa la sorte toccata, invece, ad altri pezzi come, ad esempio, il vaso di alabastro del tempio di Uruk che risale a tremila anni prima di Cristo: è stato ritrovato sì, ma gravemente danneggiato.
E, se nel caos del 2003, il dramma era stato soprattutto la spoliazione del museo di Baghdad, nel 2004 i danni maggiori sono venuti dagli scavi calndestini dei siti archeologici : l’epicentro del racket dei furti, nel Dhi Qar, nei centri a nord di Nassiriya, come Ash Shatrah e Ar Rifa’i. I ladri hanno depredato con violenza, specie attorno a Nassiriya, dove non c’era sorveglianza.

Una strage su commissione, denunciano gli archeologi. E un danno gravissimo, irreparabile. Perché gli scavi fatti da incompetenti distruggono il contesto, separano il reperto dal suo tempo, dal suo significato. E in questo modo si finisce per perdere una quantità immensa di dati e informazioni. Ma chi c’è dietro quest’evento che si è ripetuto ogni giorno quasi inalterato dal 1991 si domanda Fales.” Purtroppo, per miseria,cercando di sopravvivere alla guerra – dice Fales  – soprattutto iracheni impoveriti che si recano ogni giorno al loro ‘lavoro’ di sterrare le aree archeologiche a caccia di reperti di pregio per poi cederli a ricettatori locali, dietro i quali ci sono organizzazioni internazionali dedite al commercio di reperti antichi. Un traffico – aggiunge – che spesso serve a riciclare denaro sporco”.

L’embrago americano  ha fatto le fortune della classe dirigente irachena – spiega Fales – ma il resto della popolazione irachena ha subito una severa proletarizzazione per un decennio, e le depredazioni di pezzi d’arte non hanno certo cambiato la loro situazione”. Ad arricchirsi, semmai, sono stati altri: antiquari, collezionisti, multinazionali. “Sul campo – prosegue l’archeologo – non sono rientrati soldi, è rimasta solo la ferita aperta di un mnemocidio, un assassinio della memoria storica”. E l’angoscia, per questa vertiginosa perdita non si placa, neanche oggi che arrivano notizie incoraggianti sui ritrovamenti e nonostante gli aiuti internazionali tesi alla ricostruzione del museo di Baghdad con l’ausilio  di metodologie ammodernate. Anche perché, denuncia Fales, in questi lunghi anni di guerra non si sono perse solo ricchezze artistiche ma si è interrotta quella crescita di nuove generazioni di esperti, studiosi e archeologi iracheni che aveva cominciato a produrre risultati importanti fino agli inizi degli anni Novanta. “A causa della  pauperizzazione degli statali causata dall’embargo – spiega – con conseguente impennata dell’inflazione c’è stata nell’ultima decina di anni una massiccia serie di abbandoni con migrazioni verso il settore privato e, soprattutto, verso altri paesi del Medio Oriente”.

“Oggi è urgente aiutare gli archeologi iracheni a difendere con dignità la propria reputazione professionale rispetto ai nuovi amministratori occidentali, che tendono ad epurare chi aveva un precedente ‘ tesseramento’ nel Baath,  è urgente -conclude Fales – cercare di aiutarli perché possano riprendere le redini dell’attività archeologica del paese riportando l’Iraq nella rete moderna dell’archeologia scientifica”

Da articoli del settimanale  Avvenimenti e del quotidiano Europa pubblicati  nel 2004

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Armi al fosforo a Falluja

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2005

A proposito di armi al fosforo a Falluja. Uscirono nel mese di febbraio e sulla base di quanto era emerso dalle inchieste di Avvenimenti. il deputato della sinistra Ds, Alfiero Grandi e la deputata di Rifondazione Comunista Elettra Deiana fecero un’interrogazione parlamentare alla quale risposte il sottosegretario alla Difesa Cicu

Da Avvenimenti nunero 7 del 17 febbraio 2005
di Simona Maggiorelli

Che cosa è accaduto realmente a Falluja durante l’attacco da parte delle truppe della coalizione? La questione è ancora tutta da indagare secondo Alice Mahon, la parlamentare del Labour party che l’ha sollevata, mettendo sotto pressione il governo Blair, chiedendo in maniera sempre più incalzante se le truppe angloamericane abbiano utilizzato il napalm. Una domanda a cui non è ancora stata data una risposta convincente, che sgombri il campo dai dubbi. Anche perché ormai sono davvero tante e autorevoli le denunce e le inchieste, apparse su testate arabe, ma anche pubblicate autonomamente da giornali e agenzie di stampa inglesi, tedesche e americane. E la domanda, il bisogno di sapere contagia, si allarga, specie fra chi, non avrebbe mai voluto questa guerra. Coinvolgendo anche l’Italia e le forze di opposizione al governo Berlusconi. Cosa sa il governo italiano del possibile uso di un’arma non convenzionale come il
napalm?
Un’interrogazione parlamentare, anche a partire dalle notizie riportate la settimana scorsa da Avvenimenti, è stata fatta dalla deputata del Prc Elettra Deiana e dal deputato della sinistra ds Alfiero Grandi e firmata da ventisei deputati dell’Unione. “Molte persone che erano a Falluja hanno detto di aver visto una quantità di corpi bruciati con i segni caratteristici che lascia il napalm”, dice Alice Mahon, laburista di quell’ampia area del partito di Blair che fin dall’inizio si è schierata contro la guerra in Iraq. Per il Labour party ha svolto missioni internazionali; di recente è stata osservatrice delle elezioni in Ucraina. “La Gran Bretagna – dice la parlamentare inglese – ha firmato il protocollo dell’Onu che mette al bando il napalm, ma gli Usa non lo hanno fatto”. E aggiunge: “Come membri di una coalizione siamo ugualmente responsabili”. Responsabili di morti atroci, con la famigerata miscela di gas, sali di alluminio e benzina o altri derivati del petrolio, di cui gli Usa fecero ampio uso durante la guerra del Vietnam. E che ora l’esercito americano in Iraq, per stessa ammissione di graduati dell’esercito Usa, utilizzerebbe in formula aggiornata, “a basso impatto ambientale”.
Per distruggere l’umano, ma senza inquinare, insomma. Nel contesto di una guerra cominciata per togliere a Saddam quelle armi chimiche di cui poi non si è mai trovato traccia.
Ma il governo britannico, ancora nega, fra non poche incongruenze.Alla lunga fila di interrogazioni sollevate da Alice Mahon e da altri parlamentari inglesi, solo stringate o evasive risposte da parte del governo Blair. Una storia che si può ricostruire dai verbali delle sedute del parlamento inglese pubblicate nel sito internet. La prima interrogazione della parlamentare laburista è del 29 novembre dell’anno scorso. Una domandina secca, in calce a un discorso sulle elezioni in Ucraina: “Durante la conferenza di Sharm el-Sheikh,
qualcuno ha parlato di uso di napalm o derivati da parte delle forze della coalizione?” chiede Mahon. “Non mi è stato riferito nulla in proposito”, liquida la faccenda il ministro degli Esteri Straw. La parlamentare del Labour torna alla carica agli inizi di dicembre, riformulando la domanda. Questa volta è Ingram a risponderle: “No – dice – il napalm non è mai stato usato in Iraq dalle forze di coalizione, né durante la guerra, né in altri fasi delle operazioni più recenti”.
Bugia palese, stando a quanto è uscito sui giornali inglesi e americani fin dall’agosto 2003. Sull’Independent, il 10 agosto di due anni fausciva un articolo di Andrew Buncombe in cui si diceva a chiare lettere: “gli Usa ammettono di aver usato il napalm in Iraq”. Il giornalista basa la sua inchiesta su dichiarazioni di piloti e graduati della Marina americana. Il Pentagono nega. Intervistato da Buncombe il colonello James Alles, comandante dell’undicesimo Marine Air Group ammette: “Abbiamo bombardato con il napalm i ponti sul canale Saddam e sul fiume Tigri, nel sud di Bagdad”. E poi aggiunge: “purtroppo c’erano delle persone, lì abbiamo visti nel
video, erano dei soldati iracheni. Non è un bel modo di morire. Mai generali amano il napalm. Ha un effetto psicologico molto forte”Già, la pelle che brucia, corpi che sembrano fondere per potere abrasivo del micidiale cocktail messo fuori legge da una convenzione internazionale del 1980, che gli Usa non hanno sottoscritto.
Un altro attacco al napalm del 21 marzo 2003 viene raccontato sul Sydney Morning Herald “La collina di Safwan – scrive l’inviato – vicina al confine con il Kwait è andata completamente a fuoco. “Ho pietà di chiunque fosse là sotto”, dice un sergente dei Marins, “li avevamo avvertiti di arrendersi”. Il San Diego Union Tribune, sempre nell’agosto 2003 riporta la testimonianza del Maggiore dei Marins Jim Amos che conferma l’uso di naplm in più occasioni durante l’invasione in Iraq. Ma è nell’inchiesta dell’Indipendent che esponenti del Pentagono parlano di operazioni chirurgiche, “a basso impatto ambientale”, eseguite non con il napalm direttamente ma con bombe derivate, le cosiddette bombe incendiarie Mark 77. Sullo stesso
giornale John Pike del Global Security Group commenta: “Puoi chiamarlo in un altro modo ma è sempre napalm. È stato riformulato, nel senso che ora utilizzano un differente distillato di petrolio come base, ma al fondo è sempre quello. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi – aggiunge – che abbiano fatto largo uso di napalm, non ho notizie di altri paesi che lo facciano”.
Questo accadeva più di un anno fa. E a Falluja nel novembre scorso? È perché si sono usati napalm e altre armi non convenzionali che non si è permesso e non si permette a giornalisti e media di indagare da quelle parti? Nel parlamento inglese la domanda è stata sollevata l’8 dicembre, questa volta dalla parlamentare Jenny Tonge. La risposta tarda e il 21 dicembre Alice Mahon lancia in Parlamento il suo affondo più duro: “Visto che – dice la deputata inglese – abbiamo la possibilità di fare domande, ma non ci viene permesso di aprire una discussione, voglio dire che questa guerra è illegale. È stata ingaggiata su false premesse. È, e resta, un’operazione dai costi altissimi, finanziari e umani. Una guerra che ha incrementato il terrorismo a livello internazionale”. E poi lancia una stoccata a Blair: “Andare a Bassora e nella green zone come ha fatto il nostro primo ministro, non è andare a visitare l’Iraq: mi piacerebbe vedere un primo ministro che parla con qualche rifugiato di Falluja. In quanti sono morti in quella città? La battaglia di Falluja è la battaglia che non siamo stati autorizzati a vedere. È la battaglia che avrebbe dovuto portare la democrazia in Iraq”. Tanto, che arrivati alle elezioni, non ha partecipato al voto, perché area, troppo inquieta e ribelle. “Che fine hanno fatto – incalza Mahon – gli sfollati che hanno lasciato la città? Perché non ci sono immagini delle persone che ancora vivono a Falluja, alcuni in condizioni davvero estreme? Che tipo di armi sono state usate là? Gli americani hanno ammesso di usare una sostanza simile al napalm quando cominciò l’invasione. Abbiamo avuto testimonianze, in particolare dalla Reuters, che armi veramente terribili sono state impiegate dalle truppe americane. Ho cercato più volte di ottenere una risposta qui, in parlamento, ma invano. Al-Jazeera è stata messa alla porta prima della seconda battaglia a Falluaja, così non ci sono state fonti d’informazione affidabili”. Poche le testimonianze dalla zona di Falluja, eccetto che dagli “embedded”. Un giornalista americano, Michael Schwartz, ha scritto il 16 dicembre scorso: “L’agghiacciante realtà di ciò che la città è diventata, comincia solo ora a venir fuori, mentre le forze militari americane continuano a bloccare quasi tutti gli accessi alla città, impedendo a tutti, reporter, cittadini, organizzazioni come la Mezzaluna rossa di entrare”. “Ci sono checkpoints a tutte le cinque entrate – prosegue – controllati dalle truppe americane. Chiunque voglia entrare viene fotografato, gli vengono prese le impronte digitali e il colore degli occhi viene registrato. Tutto viene trascritto su un documento di riconoscimento”. E mentre per i reporter americani l’intera operazione non richiede più di dieci minuti, per tutti gli altri, compresi i cittadini le operazioni sono lunghe e non è permesso girare senza una targhetta di riconoscimento. “È come creare un ghetto – ha denunciato Mahon in Parlamento – marchi di riconoscimento, segnali assai sinistri per persone della mia generazione che si sono a lungo occupati di lager nazisti. Non mi pare che sia portare la democrazia offrire 500 dollari per ogni casa che è stata distrutta.. La Croce Rossa denuncia – prosegue Mahon – che in città non c’è acqua e non c’è luce elettrica, non ci sono ospedali funzionanti e molte case sono state rase al suolo. Avevo fatto domande su Falluja prima della battaglia, avevo chiesto se quello che ci veniva raccontato dei bombardamenti fosse una strategia di democratizzazione dell’Iraq.
Se lo è, non funziona. Abbiamo bisogno di alcune risposte chiare su che cosa sia stato fatto a nostro nome in Iraq. Dobbiamo sapere di più su queste elezioni, quando è chiaro che gli abitanti di Falluja non sono stati in grado di parteciparvi in modo significativo. Penso che occorra convocare una conferenza di emergenza all’Onu, con tutti i paesi membri presenti. Dobbiamo aprire un tavolo di discussione all’interno della coalizione per il ritiro delle truppe dall’Iraq, perché in questo momento noi rappresentiamo più un problema che una soluzione”. E conclude: “Dopo aver visto l’esecuzione a freddo di un soldato iracheno ferito e inerme mi è parso chiaro che occorre mettere in piedi un tribunale contro i crimini di guerra. Lasciateci sapere che cosa gli Americani hanno fatto a Falluja. Per la Serbia fu istituito un tribunale di guerra e là in Kosovo i media erano presenti e potevano vedere e raccontare. Ora non sento nessuno chiedere a gran voce giustizia per i tantissimi civili iracheni che sono stati uccisi. Non mi pento di essermi schierata contro il governo sull’Iraq. Avevo ragione. Penso che che prima o poi ci dobbiate delle risposte e che qualcuno debba assumersi le sue responsabilità”. Responsabilità di aver bombardato gli ospedali di Falluja uccidendo decine di civili ricoverati, come riportano, tra
gli altri, il Washington Post del 13 novembre e come ha raccontato la BBC. Responsabilità, secondo quanto scrive Simon Jenkins del British Sunday Times di aver bombardato Falluja con armi al fosforo: “Alcuni pezzi d’artiglieria hanno aperto il fuoco con cariche di fosforo bianco – ha scritto – che creano uno schermo di fuoco che non può essere estinto con l’acqua. I ribelli hanno riferito di essere stati attaccati con una sostanza che gli ha sciolto la pelle, una reazione consistente con il fosforo bianco che brucia”.
Responsabilità di aver utilizzato il napalm, secondo il commentatore politico del Daily Mirror Paul Gilfeather, che il 28 novembre scorso ha scritto: “Le truppe statunitensi stanno usando in segreto dei gas al napalm proibiti per spazzare via i restanti ribelli a Falluja e nei dintorni. La notizia che il presidente George Bush ha consentito l’uso del napalm, una miscela mortale di polistirene e benzina, proibita dalle nazioni unite nel 1980, sbalordirà i governi di tutto il mondo”. Allo sbigottimento non ha ancora fatto seguito un assunzione di responsabilità da parte delle forze di coalizione. Le elezioni in Iraq ci sono state, ha vinto la coalizione sciita, ma sono ancora giorni di sangue. Quando le truppe della coalizione accetteranno di togliere l’assedio e andarsene?
su Avvenimenti numero 8 l’inchiesta continuava con “MK-77, bomba micidiale, ancora più letale del gas usato in Vietnam” di Umberto Rapetto, con la risposta del sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu all’ interrogazione urgente presentata da 26 parlamentari dell’Unione. Il portavoce del governo ammette di “Non avere elementi di riscontro sui fatti evocati”, “aggiungendo che: “i militari italiani impegnati in Iraq, nel rispetto della convenzione di Ginevra, non dispongono degli armamenti menzionati”. Senza fare parola su quello che l’interpellanza, di fatto, chiedeva: dell’uso di armi non convenzionali da parte delle forze statunitensi di cui il governo Berlusconi ci ha voluti stretti alleati. Gli Usa, come è noto, non hanno firmato la convenzione del 1980 contro le armi chimiche. E ancora, nel numero in edicola, un’intervista a Nuccio Iovene, senatore ds che ha firmato un progetto di legge per la messa al bando delle cluster bombs e la testimonianza di Ezio Di Nicolò, militare di 23 anni dimissionario dalla missione Antica Babilonia”.

In calce al pezzo su Avvenimenti, viene ripubblicato l’articolo de il manifesto in cui Giuliana Sgrena denuncia l’uso di armi al napalm su Falluja.

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Cogne, la follia della porta accanto

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 20, 2002

L’opinione dello psichiatra Massimo Fagioli sul delitto di Cogne.

«Come per Erika, parliamo di menti che hanno un rapporto ordinato e lucido con la società. Ma alle quali manca totalmente il rapporto con l’umano. Per cui un bambino diventa un vestito usato del quale ci si sbarazza»

di Simona Maggiorelli

massimo ( gatta sullo sfondo)

Massimo Fagioli

Cogne, un’apparente normalità, una villetta in montagna, una famiglia tranquilla e poi, d’improvviso un omicidio così efferato come quello del piccolo Samuele. Un anno fa il caso di Erika di cui di recente si è tornati a discutere in tv e in un denso convegno organizzato dall’Università di Chieti a cui hanno preso parte psichiatri, criminologi, avvocati e seguito da migliaia di persone, fra pubblico e studenti. A parlare di psichiatria e diritto nella città abruzzese c’era anche lo psichiatra e docente universitario Massimo Fagioli, autore di libri fondamentali per la ricerca psichiatrica, fondatore della scuola romana di psichiatria e psicoterapia. A lui, dopo aver saputo che la madre di Samuele è stata incriminata, Avvenimenti ha chiesto lumi di approfondimento su sanità e malattia mentale, cosa potrebbe nascondere questa tranquillità borghese della famiglia Lorenzi.

Professor Fagioli che cosa emerge in termini psichiatrici da questo caso di Cogne, se le accuse alla madre di Samuele saranno provate?

«Viene fuori quello che abbiamo sostenuto tante altre volte. In particolare nel 1995 quando a Firenze una madre improvvisamente salì le scale e buttò il figlio dalla finestra. Anche lì si parlò di “raptus”. Nel settembre scorso, per citare un altro caso, c’è stato quello che d’improvviso ha sparato alla famiglia, ha ucciso la moglie. Anche lì si diceva una persona normale, forse un uomo un po’ chiuso, ma una bravissima persona.

E poi ancora c’è il caso di Erika e quello del ragazzo di Sesto San Giovanni che ha preso un coltellino e, d’improvviso, ha tagliato la gola alla ragazza. Allora evidentemente c’è qualcosa di grosso da indagare. Bisogna mettere in discussione questa normalità. Di questo ci siamo occupati in otto ore di convegno a Chieti, andando a ripescare anche storie più vecchie, facendo dei nessi con casi come quello di Pierre Riviére, un ragazzo che più di centocinquant’anni fa uccise il padre».

Tutti casi in cui gli assassini non avevano dato fin lì nessun segno di malattia a livello di comportamento…

«E’ questo il punto. Non si tratta di persone, che so, che hanno dato pubblicamente in escandescenza, per cui a un certo momento si chiama il 118 e si fa un trattamento sanitario obbligatorio, quello che oggi si chiama un SPDC. Bisogna cercare più a fondo. Qui si parla di persone che hanno un rapporto ordinato con l’organizzazione sociale e con le cose. Hanno un rapporto lucido, preciso con la realtà materiale, ma quello che manca totalmente è il rapporto con l’umano. Per cui al limite un bambino è come un vestito vecchio che mi ha stufato e di cui mi sbarazzo. Per questo arrivano a questi livelli di efferatezza. In questi casi parliamo di schizoidia, di persone fredde, lucide, razionali, che non percepiscono il significato emotivo di un gesto come uccidere un bambino».

Sono casi di schizofrenia in cui il malato è in grado di occultare il suo nucleo di grave malattia, al limite di essere anche camaleontico come, supponiamo solamente, potrebbe essere avvenuto per la madre di Cogne che nelle interviste, nelle dichiarazioni, sembra  ritagliarsi un ruolo di vittima.

«Su questo sono interessanti le dichiarazioni dei vicini: “Non è più lei”, “è alterata, non è più come prima”. E’ quello che si sente dire quando la malattia esplode, si manifesta in maniera conclamata».

Ma perché a Cogne, come a Novi Ligure, per lungo tempo il paese ha teso a negare. In entrambi i casi è come se un’intera comunità si fosse come accecata di fronte alla violenza a un caso di psicosi?

«E’ il discorso che facevamo prima, non riescono a accettare che dietro a una società ordinata e perfetta come può essere quella di Aosta, in cui tutto è a posto, l’autobus è puntuale, ci sia una tale sterilità, questa totale anaffettività nel rapporto interumano».

C’è un nesso fra questo tipo di patologia e un contesto religioso? Il nonno si Samuale dice che il bambino ucciso è diventato un angelo del cielo solo per fare un esempio.

«Nove volte su dieci in questi casi c’è dietro un delirio, per cui il bambino sarebbe il diavolo o cose del genere».

Mi ha colpito anche un’affermazione del suocero di Annamaria che dice: “Non è stata lei, qualcuno ha scritto che a Cogne è ricomparso il diavolo e credo che davvero ci sia accaduto qualcosa di sinistro”.

«Sono discorsi che fanno tornare al medioevo, di negazione della malattia mentale. La malattia mentale non esisterebbe e in questo modo neanche la cura e la possibilità di guarire».

Per ora nel caso della madre di Samuele si tratta solo di carcerazione preventiva. Ma lo abbiamo visto con chiarezza nel caso di Erika come giudice e psichiatra possano rischiare di confondere i propri ruoli. Come può uno psichiatra chiamato a fare una perizia non tramutarsi in giudice?

«In linea teorica potrebbe rifiutarsi, ma il punto è un altro. E’ che il compito di un giudice è quello di giudicare e punire, quello di uno psichiatra di fare una diagnosi e di curare. Non ci deve essere confusione fra queste due diverse e distinte identità».

Una formulazione come “capace d’intendere e di volere” usata per l’imputazione è valida in questi casi?

«E’ una formulazione che dice poco. Il volere, può essere un volere razionale di mangiare o di bere, ma ritorniamo qui. In casi come quello di Erika, per esempio, da un punto di vista psichiatrico non bisogna analizzare solo il comportamento, il pensiero razionale di rapporto con le cose. Quello funziona benissimo. Erika è stato detto è sempre stata una persona puntuale, con un rispetto formale assoluto delle regole sociali».

Se diceva di tornare alle 19,30 a quell’ora era puntualmente già in casa, ha raccontato il padre di Erika.

«Già, il rapporto con le cose funzionava perfettamente. La ricerca deve essere fatta a livello più profondo, è a livello inconscio di rapporto con l’umano che le cose non andavano».

Erika adesso è in carcere, e si dice che non abbia adeguate cure psichiatriche. E più in là, proprio al convegno di Chieti, il criminologo Francesco Bruno ha detto che nelle carceri italiane ci sono almeno 5 mila psicotici…

«Il confine fra delinquenza e malattia mentale spesso è una zona di transizione, non è sempre facile distinguere. Esistono omicidi di mafia, omicidi di guerra e questi sono una cosa, possono essere legati a specifici contesti. Altra cosa sono questi omicidi freddi, con livelli di efferatezza come questo di Cogne. Ma pur facendo tutti i dovuti distinguo, quando una persona arriva ad uccidere un altro essere umano, io penso, il cervello completamente a posto non ce l’ha».

Avvenimenti, 20 marzo 2002

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