Articoli

Posts Tagged ‘India’

Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

Ladakh-New-3-Ladakhi-women

Ladakhi-women

Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Le avanguardie russe sulle vie d’Oriente

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 27, 2013

Goncharova, il vuoto, 1913

Goncharova, il vuoto, 1913

 

Una grande mostra in Palazzo Strozzi, a Firenze,  indaga le radici euroasiatiche dell’arte di Kandinsky, Malevich, Larionov e di altri protagonisti del cubo-futurismo , del raggismo e del suprematismo. Come  riscoperta di tradizioni siberiane. E scoperta di quelle cinesi, thai e indiane. Cercando una strada diversa   dal razionalismo occidentale.

di Simona Maggiorelli

Sulla via dell’Est, lungo la traccia segnata dalla ferrovia transiberiana e oltre. Seguendo una mappa di viaggio che, al di là dalle smanie di conquista dello zar Nikolaj, esercitò una forte fascino sugli artisti dell’avanguardia russa fra fine Ottocento e la rivoluzione di ottobre. Aprendo la loro ricerca alle culture autoctone della Siberia e della Mongolia, ma anche a tradizioni più lontane provenienti dal Tibet, dalla Cina, dal Giappone, dal Siam, dall’India e dalla Persia.

Malevich , testa

Malevich , testa

Il percorso che ci propone la mostra L’avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente, allestita in Palazzo Strozzi (fino al 19 gennaio 2014 catalogo Skira) è largamente inedito per il pubblico italiano, abituato dai manuali di scuola a connettere le maggiori novità dell’arte astratta, del suprematismo, del raggismo e del cubo-futurismo russo con quanto accadeva nei primi decenni del Novecento a Parigi e addirittura con il più provinciale futurismo italiano.

Ma se il cubismo era una realtà lontana per artisti come il pittore e poeta Filonov o come Lev Bruni profondamente legati alla propria terra, il futurismo italiano nemmeno esisteva nell’orizzonte mentale di personalità forti come Malevich e come lo stesso Kandinsky che arrivò alla pittura in un’età già matura transitando da studi di legge.

Prova ne è anche l’assoluto flop del tour che Marinetti fece in Russia nel 1914 . Di cui giustamente non c’è traccia in questa mostra nata dalla collaborazione con importanti musei e biblioteche di Mosca e San Pietroburgo e che invita a scoprire l’importanza delle fonti orientali ed eurasiatiche nel modernismo russo.

 A catturare lo sguardo dello spettatore fin dalle prime sale è la corrente continua di rimandi fra avanguardia e tradizione folclorica degli estremi lembi orientali della Russia. Suggestioni orientali innervano chiaramente Ovale bianco (1919) e una delle più singolari opere astratte di Kandinsky: Uccelli esotici (1915) in cui il viaggio verso l’Estremo Oriente si traduce in una vitale composizione di colori e di forme astratte.

mascheraFuori da ogni esotismo, l’Asia diventa fonte di libera ispirazione creativa per il futuro insegnante del Bauhaus e per altri artisti che guardavano fuori dai confini europei per allontanarsi dal freddo razionalismo occidentale.

Questa seducente mostra fiorentina, curata da un team internazionale di studiosi, lo racconta attraverso un percorso di 130 opere firmate da Kandinsky, Malevich, Filonov, Goncharova e da altri protagonisti delle avanguardie russe meno noti in Italia, intercalandole con sculture e reperti etnografici provenienti dalle steppe, statue indiane e stampe cinesi, thai e giapponesi.

Ogni sezione permette di cogliere nessi sotterranei o talora più espliciti fra capolavori delle avanguardie storiche e tradizioni popolari della Russia più profonda o asiatiche. Esempio eclatante è la famosa testa (1928) di Malevich che rimanda direttamente alla ieratica e essenziale foggia delle maschere rituali della taiga. La tradizione sciamanica, invece, affiora negli schizzi di Larionov.  Mentre la Cina fu la primaria fonte di ispirazione per Lev Bruni.

Kandinsky, macchia nera, 1912

Kandinsky, macchia nera, 1912

La combinazione cinese fra segno calligrafico e immagine, infatti, esercitò un’attrazione fortissima sui cubo-futuristi. Burljuk, Goncharova e Larionov, in particolare, studiarono le stampe popolari di cui l’Istituto di cultura artistica di Pietrogrado conservava una importante collezione.

Nel 1913, a Mosca, Vinogradov organizzò la prima mostra di stampe cinesi tradizionali e Larionov poco dopo cominciò ad accostare modelli di icone russe e asiatiche.

men-shen, Sichuan, Cina

men-shen, Sichuan, Cina

L’impatto che queste stampe ebbero sulla fantasia della Goncharova è testimoniato in mostra da quadri come Natura morta con stampa cinese e da Ritratto di famiglia con stampa cinese in cui le figure sono volutamente alterate nelle proporzioni e lo spazio appare senza profondità. Traduzioni russe dell’iconografia imperiale cinese campeggiano nelle sale di Palazzo Strozzi accanto a splendide xilografie cinesi originali che raffigurano maschere e animali immaginifici.

Più autentico e spontaneo appare, però, il rapporto di Goncharova e di Rerich con i miti e le leggende delle steppe.

Goncharova, in particolare, era attratta dall’antica immagine delle cosiddette “femmine di pietra”, testimonianza pietrificata di antichi culti sincretici, che veneravano dee della fertilità. Una tradizione che ispirò le sue misteriose e un po’ inquietanti Statue di sale dipinte nel 1910 ma anche il suo saggio dal titolo Cubismo dove citava queste statue primitive fra le fonti primarie dei “nuovi barbari” della sua generazione, artisti che a suo avviso si sarebbero dovuti ribellare al cubismo analitico per creare nuove forma plastiche.

 dal settimanale  left -avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Kapoor, forme di colore sensibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2011

La prima ampia antologica di Kapoor alla Royal academy of arts di Londra, la città dove ha esordito

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor My red homeland

Per allestire la più grande antologica di Anish Kapoor nella città, Londra, che negli anni Ottanta gli ha fatto da trampolino di lancio, il curatore Jean de Loisy ha scelto un luogo altamente significativo come Brurlington house, sede della Royal academy of arts.

Spazio importante anche per la sua lunga storia di istituzione indipendente gestita da artisti e da architetti con l’unico scopo di promuovere l’arte e il design.

Fino all’11 dicembre, in uno spettacolare allestimento che sembra voler forzare le architetture barocche di questo palazzo di Piccadilly, sono ripercorse così tutte le fasi creative dello scultore nato nel 1954 a Bombay e che, fra Oriente e Occidente, ha saputo fare della sua opera il crocevia di tre differenti culture: inglese, indiana e irachena, nelle quali è cresciuto artisticamente (vedi left N. 1/2009). In primo piano, sensibili e friabili sculture di pigmento vermiglio, cadmio e porpora, che sembrano franare inondando la sala di colore e di calore. In esse Kapoor mescola suggestioni indiane ed echi da Yves Klein, variando però in una tavolozza più carnale il religioso blu oltremare dell’artista francese.

Anish Kapoor Mirror

Ed ecco, poco più in là, una serie di eleganti sfere di acciaio specchianti. Schegge di luce rinchiuse in forme tondeggianti e perfette. Il rincorrersi di riflessi le fa sembrare come in movimento. E non poteva mancare in una antologica di Kapoor degna di questo nome la monumentale Svayambh (2007) che è diventata l’opera simbolo dei suoi anni più recenti. Ispirata a una parola sanscrita che significa auto generato, si presenta allo sguardo come una densa striscia di cera rossa che corre lungo le sale, attraversando archi e porte. Come un organismo biologico in continua crescita oppure come solido filo di Arianna che segna la mappa più segreta di Burlington house. Ma il rosso della polvere, nell’opera di Kapoor, può assumere anche la densità drammatica del sangue sparato su una parete bianca dal cannone di Shooting into the corner (2008): un’installazione che evoca una esecuzione costringendo lo spettatore ad assistervi dalla parte del plotone. E poi, finalmente, le opere di Kapoor che mettono fra parentesi la separazione fra pittura e scultura, con le quali l’artista riesce a rimodulare, a dare nuovo ritmo e profondità agli spazi in cui sono collocate. Con un registro morbido e sensuale, giocando con opposte superfici concave e convesse, con forme che sembrano rimandare alla differenza fra femminile e maschile.

da left-avvenimenti 16 ottobre 2009

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

I mille volti dell’India

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 17, 2010

Tra ricerca di nuovi linguaggi e tradizione alta. I tigrotti della nuova scena letteraria si raccontano dal 13 al 17 maggio al Salone del libro di Torino. Da Kiran Desai ad Anita Nair, alle nuove voci emergenti,che in India, sono soprattutto femminili. E di talento.

Vishnu salva Gajendra,re degli elefanti

Frammenti di India, del suo ricco universo multiculturale, dal 13 al 17 maggio, al Lingotto di Torino compongono il bel volto di una democrazia giovane e in rapida crescita, sul quale però ancora si vedono i segni lasciati dal colonialismo.

Tra tradizione e sviluppo, fra povertà e industria high tech, fra inarrestabili megalopoli e il tempo lento dei villaggi rurali. E ancora…

Fra sperimentazione di nuovi linguaggi e il fascino di antichi miti. Per cinque giorni decine di scrittori e intellettuali indiani al Salone del libro si passeranno il timone del racconto. Pochi i sapienti paludati. Perlopiù gli ospiti sono giovani “ambasciatori“ di una cultura in vitale fermento.

In India, del resto, il 50 per cento della popolazione ha circa 30 anni. E non ancora quarantenne è anche uno delle scrittrici indiane più attese, Kiran Desai, voce critica della globalizzazione e narratrice raffinata che con Eredi della sconfitta (Adelphi) è stata nel 2007 la più giovane vincitrice del Booker Price. Figlia di Anita Desai, Kiran è un’autrice schiva, che si concede il lusso di distillare le sue opere senza fretta. Compagna di vita di Orhan Pamuk non ama stare troppo sotto i riflettori. Se non quando vi è chiamata per la sostanza politica dei suoi romanzi. E «di questi tempi-ammette Desai- è difficile per un romanziere sottrarsi a una lettura politica». Anche per questo, per parlare dei problemi dell’India di oggi, Kiran Desai ha accettato di aprire il 14 maggio la serie degli incontri che il Salone dedica al paese ospite 2010. Il contrasto fra globalizzazione e l’emergere di “nuovi” localismi innerva profondamente Eredi della sconfitta, libro dalla tessitura complessa, fra invenzione poetica e storia. In quattrocento pagine, attraverso le storie parallele di una manciata di personaggi, Desai affresca il paesaggio accidentato di una democrazia in rapido sviluppo sullo scenario mondiale degli anni Ottanta, ma anche segnata da rigurgiti etnici e religiosi. Un fuoco narrativo del romanzo è a Kalimpong, un villaggio tra Nepal e Tibet, dove il chiuso nazionalismo dei Gurkha spinge per l’indipendenza. Un altro, contemporaneamente, arde a New York dove un giovane di Kalimpong, senza permesso di soggiorno lavora come uno schiavo in un locale esotico per occidentali. «Se da un lato i processi di globalizzazione dell’economia hanno portato innovazione – spiega Desai – dall’altro hanno prodotto nuova povertà. Per capirlo basta andare nella periferia di Delhi dove grattacieli finanziati dall’American Express o dalla Tata sono costruiti da muratori sfruttati e senza diritti».

Uno sguardo critico sui processi di globalizzazione in India è anche quello offerto dallo scrittore Indra Sinha nel romanzo Animal (Neri Pozza): una vivida ricostruzione del drammatico incidente chimico industriale accaduto a Bhopal nel 1984. La Union Carbide India, una multinazionale americana produttrice di pesticidi causò la morte di 754 persone. Nel libro quella tragedia è raccontata dal punto di vista di un bambino, uno dei tantissimi intossicati dal veleno, che si stima furono tra 200 e 600mila persone. Il 16 maggio con Tarun Tejpal, autore di Storia dei miei assassini (Garzanti), Sinha racconterà il suo impegno di scrittore e “testimone”.

Sul piano più strettamente economico, invece, a svolgere una serrata critica ai processi di globalizzazione (il 16 maggio in dialogo con Loretta Napoleoni) sarà Prem Shankar Jha. Nel libro Quando la tigre incontra il dragone e nel più recente Il Caos prossimo venturo, entrambi editi da Neri Pozza, il filosofo ed economista indiano manda in frantumi la formula “Cindia”, in quanto invenzione di un cattivo giornalismo occidentale che appiattisce le immense differenze politiche e culturali fra Cina e india. «Molti osservatori occidentali- sottolinea Jha- non colgono la differenza abissale che c’è fra il capitalismo di stato cinese e quello indiano, più di stampo occidentale». Ma azzerano anche le enormi differenze sociali fra un paese politicamente irreggimentato come la Cina e una democrazia in fieri come l’India «dove la rabbia dei diseredati – sostiene Jha – può trovare una canalizzazione politica e una risposta nelle istituzioni».

rama sita e laksmana in esilio, collezione Ducrot

E tutto il fascino e il dramma di un’India percorsa da forti tensioni, zavorrata da sacche di fondamentalismo religioso e di povertà, ma per altri versi estremamente viva e in movimento si trova fortissimo nelle pagine de La tigre bianca (Einaudi) e di Fra due omicidi (Einaudi) del giovane Aravind Adiga che saranno lette al Salone.

Ma anche nei reportage di Suketu Metha. Emblematico resta il suo Maximum City (Einaudi) scritto nel 2007, un anno prima dell’attentato di Mumbai, un attacco feroce, secondo il giornalista indiano, proprio al carattere cosmopolita più profondo di questa megalopoli da 18 milioni di abitanti, dove sindhi, punjabi, bengalesi e molti altri cittadini di etnie diverse vivono fianco a fianco in spazi pubblici e privati che, fiduciosamente, “non conoscono privacy”.

Nella complessa koinè di Mumbai scrive Altaf Tyrewala in Nessun dio in vista (Feltrinelli) si mescolano da sempre musulmani e indù, cattolici e pagani. Quattordici lingue e otto religioni abitano la città che i colonialisti inglesi tentarono con violenza di occidentalizzare, fin dal nome, ribattezzandola Bombay.  Nato nel 1977, Tyrewala fa parte della folta flotta dei nuovi narratori indiani che, in stili nuovi – in questo caso brevi capitoli a staffetta lungo imprevedibili percorsi narrativi- permettono di tuffarsi nella ribollente vita di una megalopoli post industriale come Mumbay, come New Delhi o come la capitale dell’high tech Bengalore. Con Tishani Doshi, della quale è appena uscito Il piacere non può aspettare (Feltrinelli), al Lingotto, il 13 e il 16 maggio, Tyrewala racconta la nuova scena letteraria indiana non più abitata solo di narrativa in senso classico ma anche di inchieste, fumetti e graphic novel. Un tipo di letteratura ibridata, ironica, spiazzante, ma anche corrosiva verso i facili miti della “shining India”. Per averne un assaggio basta leggere l’antologia curata da Gioia Guerzoni per Isbn, poi se – come è capitato a noi- la curiosità non si placa la neonata casa editrice Metropoli d’Asia, (nata da una costola della Giunti) offre già una decina di titoli, fra i quali molti noir e un elegante graphic novel, Nel cuore di smog city che la giovane illustratrice Amruta Patil presenta a Torino il 13 maggio.

Accanto alla narrativa sperimentale che ama mescolare differenti linguaggi c’è un altro fenomeno macroscopico da segnalare nella nuova letteratura indiana: la forte presenza di scrittrici. Artisticamente cresciute, ciascuna con una propria voce e originalità, nel varco aperto a partire dagli anni Cinquanta dal talento di Anita Desai e poi, negli anni Ottanta, da Arundhati Roy. Più dei loro colleghi, rimasti legati a una modalità narrativa di stampo inglese e razionalista (da Ghosh a Rushdie) queste scrittrici entrate nel pantheon della letteratura internazionale sono capaci di fondere storia e letteratura alta, poetica.

Ganesha, collezione Ducrot

I loro libri vivono di una attenzione al vissuto più profondo dei personaggi e di una lingua ricca di immagini. Proprio in questo ambito di ricerca idealmente si iscrive l’esordiente Anuradha Roy (il 16 al Lingotto) con il romanzo L’atlante del desiderio (Bompiani). Un romanzo storico, dal sapore di epos, che rincorre lungo il Novecento la vicenda di due amanti osteggiati dalle famiglie, che si ritroveranno inconsapevolmente dopo molti anni. Ma una narrazione icastica, in uno stile asciutto e appassionato, che va al cuore delle cose è anche quella che caratterizza Giorno di pioggia a Madras (edizioni e/o) in cui Samina Ali racconta la vita di una ragazza di oggi che vive tra Minneapolis e l’indiana Hyderabad e che da un padre violento e da una madre che è stata ripudiata si vedrà costretta, in nome della sottomissione all’Islam, a un matrimonio combinato.

Dei conflitti fra religione e laicità moderna, fra tradizione indiana e forzata occidentalizzazione, Ali parlerà al Lingotto il 17 maggio nell’ambito della rassegna Lingua madre. E ancora di “india al femminile” parla il 15 maggio un’autrice ben conosciuta anche dal pubblico italiano: Anita Nair. Autrice del best seller Cuccette per signora e, fra gli altri, del bellissimo libro illustrato La mia magica India (Donzelli) Nair ha appena pubblicato il suo nuovo L’arte di dimenticare (Guanda), incentrato su una vicenda che, come quella narrata da Ali, apre molte riflessioni su come le tradizioni di Oriente e Occidente si intrecciano e si scontrano sulla pelle di molte donne indiane oggi.

L’India del nuovo millennio è certamente il Paese che ha permesso a una intoccabile, Naina Mayawati, per la prima volta, di diventare ministro. E come scrive Javier Moro (il 14 maggio a Torino) nell’appassionata biografia di Sonia Gandhi Il sari rosso (Il Saggiatore) l’India è la democrazia che, per portare avanti la politica di Nerhu e Gandhi, «ha scelto coraggiosamente una donna, per giunta un’italiana, come premier». Ma fuori dalle moderne megalopoli, nei villaggi più poveri, è anche la nazione dove le donne che hanno studiato «sono ancora viste con orrore» come racconta Radhika Jha ne Il dono della dea (Neri Pozza). Attraverso la storia della giovane Laxmi che va a studiare all’estero per riscattare il sogno fallito del padre di far fruttare la terra con le nuove tecnologie, Jha (a Torino il 15 e 16) indirettamente apre una finestra sul dramma dei contadini indiani che, per comprare sementi brevettate e spacciate dalla multinazionali come miracolosamente produttive, finiscono per suicidarsi in un gorgo di debiti e usurai.

Nell’India rurale e arretrata, nell’Uttar Pradesh, una delle regione più povere, dove le donne sono tenute nell’analfabetismo e costrette a sposarsi da bambine, Sampat Pal nel 2006 ha fondato la Gulabi gang, la gang dei rosa rosa, un gruppo di donne che lotta contro la violenza e la sopraffazione, quando non c’è altro mezzo, anche con le maniere forti e i bastoni. A Torino, il 15 maggio, questa indomita cinquantenne che lotta per i diritti delle donne e per una società più giusta presenta la propria autobiografia Con il sari rosa, appena uscita per Piemme.” Il nostro obiettivo- racconta Sampat Pal- è combattere il fenomeno delle spose bambine. Questa è la prima emergenza.  Non che con questo il  problema dei matrimoni tradizionali non sia un problema ma per cambiare una tradizione di secoli ci vorrà tempo, non possiamo pensare di cambiare tutto subito”. Sampat Pal che è nata  dei mandriani, una delle caste più povere, era analfabeta, ma con una ribellione trasformata in canto ha saputo  ottenere attenzione da parte delle donne. “La nostra è una società molto tradizionale , se avessi semplicemente detto: donne ribellatevi , nessuna mi avrebbe ascoltato. Cantando canzoni popolari – racconta- il messaggio a poco a poco è arrivato”. Oggi il movimento messo in piedi da Sampat Pal conta migliaia di donne pronte a uscire allo scoperto per combattere per i propri diritti.

Simona Maggiorelli

da left-avvenimenti, 7 maggio 2010

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Tigri di carta

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 11, 2009

La scrittrice Radhika Jha

Nasce la prima rassegna italiana dedicat ai libri che raccontano l’Asia. Per cominciare a conoscerne, anche “da casa”, i suoi molti e affascinanti volti. Dallo studioso indiano Prem S. Jha ai sinologi Edoarda Masi e Federico Masini. Un pieno di tavole rotonde e incontri

di Simona Maggiorelli

Asia di carta, per conoscere i molti volti di un continente vastissimo e affascinante. E che il nostro sguardo occidentale, troppo spesso, coglie su uno sfondo appiattito, come se fosse tracciato su una mappa medievale. Non parliamo solo delle enormi differenze fra India e Cina ma anche fra le regioni, per esempio, dell’Indonesia o della stessa sterminata Cina. Per cominciare ad aprire i nostri orizzonti, anche “da casa”, è nata da  AsiaticaFilmMediale a Roma, la prima rassegna dedicata a libri asiatici e sull’Asia. Con un pieno di appuntamenti con scrittori e studiosi di primo piano. Ad aprire il ciclo di incontri, al Tempio di Adriano, il 2 novembre è stato Prem Shankar Jha a colloquio con Giacomo Marramao nella tavola rotonda sul libro Il caos prossimo venturo (Neri Pozza), in cui lo studioso indiano analizza il capitalismo di oggi e la crisi delle nazioni. Un dialogo denso e stimolante in cui da economista e filosofo Jha ha messo radicalmente in discussione la semplicistica formula “Cindia” che «crea un incomprensibile ibrido fra due identità che non potrebbero essere più lontane». Così se Jha parla di capitalismo indiano, auspicando «che la rabbia degli esclusi trovi risposte nelle istituzioni democratiche dell’India», nel caso della Cina, invece, lo studioso sostiene che non la si possa assimilare a un modello capitalistico come lo si intende in Occidente. «Certo – spiega Jha – in Cina oggi ci sono imprese private, ma il 52 per cento della produzione è controllata dallo Stato e addirittura il 90 per cento degli investimenti è statale». Ma l’attenzione del festival non va solo a ficcanti analisi politiche del rapido sviluppo che molti Paesi dell’Asia e del Sudest asiatico stanno vivendo. Ad Asia di carta molto spazio è dedicato anche alla letteratura. E mentre l’editore Neri Pozza, da sempre attento alla letteratura indiana, ha presentato a Roma il nuovo, potente e toccante romanzo della giovane scrittrice indiana Radhika Jha, Il dono della dea, la neonata casa editrice Metropoli d’Asia dal Tempio di Adriano lancia la sfida di una collana di nuovi giovani autori che, come fa Shazia Omar in Come un diamante nel cielo, raccontino la vita underground e il vero volto delle città asiatiche. Giunti alla fine,  in così poco spazio,non ci resta che raccomandare i prossimi appuntamenti: il 6 novembre su “il pensiero antico indiano e cinese” e il 7 novembre  la presentazione del primo volume della grande opera che Einaudi dedica alla Cina. Curata da Guido Samarani e Maurizio Scarpari, la raccolta di saggi La Cina verso la modernità sarà raccontata dagli autori e dal sinologo Federico Masini. Mentre Edoarda Masi, per l’editore Quodilibet, presenta il suo Cento capolavori della letteratura cinese e due volumi di Lu Xun.

da left-avvenimenti del 6 novembre 2009

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 Comments »

Sonia Gandhi, la donna che guida la più grande democrazia

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 7, 2009

sonia e rajiv gandhi

sonia e rajiv gandhi

Lo scrittore Javier Moro:«è curioso che in Italia sia conosciuta solo come la vedova di Rajiv Gandhi. In pochi sanno che ha sulle spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità»

di Simona Maggiorelli

Nel 1965 quando Sonia Maino andò a Cambridge per imparare l’inglese, di certo, non avrebbe mai immaginato di entrare nella politica indiana ai più alti ranghi, come presidente del Partito del congresso fondato da Gandhi e Nerhu. Ma nella fredda e inospitale cittadina inglese, fra gli studenti fuori sede che facevano gruppo, la bella ragazza di Orbassano, per caso, incontrò un giovane, come lei, molto timido e dal sorriso seducente. Era Rajiv Gandhi. E anche se lei pensava un futuro da interprete e lui da pilota, la storia tormentata dell’India e la lotta intrapresa da Jawaharlal Nehru e poi da sua figlia Indira Nehru-Gandhi per la democrazia cambiò completamente le loro vite.
«Ero in India nel 1991 quando Rajiv fu assassinato – racconta il giornalista spagnolo Javier Moro -. In tv vidi la cerimonia di cremazione e rimasi molto colpito dal dolore e dal coraggio di Sonia mentre tutta la sua vita andava in fumo insieme alle ceneri del suo uomo». Fu in quel momento che Moro decise di scrivere una storia dell’India attraverso la vicenda di Sonia Maino. Prima però sarebbero venuti altri libri come Mezzanotte e cinque a Bhopal (scritto nel 2001 con lo zio Dominique Lapierre e Passione indiana (Mondadori, 2006). Dopo tre anni di ricerche l’anno scorso Javier Moro è riuscito finalmente a portare a termine il suo lavoro che ora esce in Italia per la casa editrice Il Saggiatore. «Io non volevo scrivere una biografia romanzata di Sonia – spiega Moro che in questi giorni è in Italia per presentare il libro -. Ma raccontare, attraverso lei la complessità di un Paese-continente come l’India». Ne è uscito un grande affresco di storia, ma anche un affascinante tentativo di capire più a fondo la personalità di questa donna che dal 2004 ha portato due volte il Partito del congresso a vincere le elezioni. «Volevo capire come questa donna timida che non aveva ambizioni pubbliche sia riuscita – per passione democratica, per lealtà verso Rajiv – a vincere le proprie riluttanze accettando di entrare in politica. Oggi – sottolinea Moro – secondo la rivista Forbes, Sonia Gandhi è una delle tre donne più potenti al mondo. Io volevo scoprire come sia stata possibile questa trasformazione e raccontarla.
In India Sonia Maino Gandhi guida il partito di governo. Noi non abbiamo mai avuto né un premier né un presidente donna. E intanto, grazie a Berlusconi, non si parla che di escort e veline. Come vede la situazione italiana?
Problematica. Per essere diplomatico. Ciò che mi sorprende è che in Italia nessuno sappia chi è realmente Sonia Gandhi. Qui è conosciuta come una povera vedova. Una ragazza di provincia che diventò indiana. Ma in pochi sanno cosa rappresenti davvero questa donna che ha sulle sue spalle le aspirazioni di una sesta parte dell’umanità. Non si conoscono i problemi con cui si confronta, i conflitti che si trova a dirimere, le sfide continue. Io ho fatto il lavoro che un giornalista italiano avrebbe dovuto fare. Insomma vorrei dire al pubblico italiano che non esiste solo Berlusconi come politico, che c’è una donna come Sonia Gandhi che sta facendo un lavoro importante per cercare di rispondere all’ingiustizia e alla povertà che affliggono l’India.
L’ateismo di Nerhu e le idee progressiste e cosmopolite d Indira l’hanno influenzata?
Con Indira c’era un rapporto di profondo affetto. Sonia ne ha assorbito il pensiero politico. In più non ha mai dimenticato le sue radici povere. Questo è ammirevole perché sposando Rajiv avrebbe potuto diventare la grande borghese che a Delhi riceve Mandela o Mick Jagger. è molto consapevole che il cognome Gandhi si lega a una storia importante. E non vuole che nessuno se ne approfitti.
La non violenza gandiana l’ha guidata in politica?
Molto ma l’India non è un Paese omogeneo. Ci sono ben 4.635 comunità diverse, un mondo di religioni e di culture differenti e le tensioni sono fortissime. Il popolo indiano è, al fondo, pacifico. Se guardiamo alla storia, l’India non ha mai invaso un altro Paese. Ma questo non vuol dire che le tensioni fra le comunità non possano diventare pericolose. Le relazioni fra musulmani e induisti sono difficili e complesse. Ma da quando Sonia ha vinto per la prima volta le elezioni nel 2004 si sono placate. L’India ha un grande partito democratico al governo; un partito che difende gli ideali di Nerhu, ovvero ideali di laicità e di uguaglianza di fronte alla legge. Ma deve fronteggiare un partito religioso induista che non vuole un’India in cui si integrino molteplici identità. I fondamentalisti indiani, oggi all’opposizione, vorrebbero una nazione specchio del Pakistan: una nazione induista tanto quanto loro sono musulmani. In dieci anni Sonia Gandhi ha portato il Partito del congresso, da disgregato che era, ad avere la maggioranza assoluta. è frutto del lavoro di una donna italiana che non voleva fare politica.

dal quotidiano Terra 7 ottobre 2009

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Nel mare della storia

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 21, 2009

Festivaletteratura di mantova dedica una retrospettiva allo scrittore indiano Amitav Ghosh, l’autore di Cromosoma Calcutta.

di Simona Maggiorelli

mare_di_papaveri_amitav_gosh_neri_pozzaIl battito di ali di una farfalla qui e ora, si dice, possa determinare un cataclisma in una lontanissima parte del globo. Come effetto domino di una lunga catena di cause e conseguenze, perlopiù imprevedibili. Di questi fili “invisibili” che corrono sotterranei nella storia si occupa lo scrittore indiano Amitav Ghosh, autore di Cromosoma Calcutta (Einaudi) di molti altri importanti romanzi, come il recente Mare di papaveri (Neri Pozza), straordinario affresco delle drammatiche conseguenze della guerra dell’oppio, viste da Paesi come l’India che fu schiacciata nella morsa del colonialismo inglese.

Da romanziere ma anche da antropologo, storico e giornalista, fondendo una molteplicità di competenze diverse, Ghosh punta la propria attenzione sulla lunga durata,osservando continuità e rotture che i processi storici incontrano nel passaggio di generazione in generazione. In questo modo riuscendo a ricreare un genere, quello del romanzo storico, che sembrava aver esaurito il suo corso con i grandi romanzieri dell’Ottocento. Ghosh si mette sulle orme di Melville, per la scelta dei grandi temi degni dell’epos e sulla strada di Dickens per la precisa descrizione sociale degli ambienti. Ma senza nessun gusto antiquario. Anzi, con uno sguardo costante sull’oggi: andando a caccia delle radici più remote delle contraddizioni che i processi di globalizzazione squadernano. Così ne Lo schiavo del manoscritto (che dopo l’edizione Einaudi del ’92 a fine agosto uscirà in nuova edizione italiana per Neri Pozza), con un meticoloso lavoro di archivio compiuto fra l’Egitto e l’Inghilterra, Ghosh rintraccia una lettera scritta nel 1148 da un mercante di Aden, un certo Khalaf ibn Ishaq; una lettera contenuta nel manoscritto H.6 conservato nella biblioteca nazionale di Gerusalemme e inviata a un grande viaggiatore di nome Abrahm Ben Yiju (più importante di Marco Polo e Ibn Battuta, anche se meno noto in Occidente). Quella lettera, ricostruisce Ghosh, non solo testimonia la fiorente cultura del porto yemenita di Aden intorno all’anno mille, ma è un documento unico perché vi si accenna alla storia di uno schiavo, probabilmente accolto come collaboratore da Ben Yijiu, del quale- visto il rango sociale- la storia ufficiale altrimenti nulla ci avrebbe tramandato. Un fatto che nel romanzo diventa il grimaldello per ricomporre una fitta trama di rapporti fra India ed Egitto a partire dal medioevo, per arrivare fino al Novecento. Fra similitudini dovute alla comune dominazione occidentale e rotture di dialogo, nella contrapposizione via via sempre più spiccata fra le differenti simbologie religiose dei due Paesi a partire dalla prima diffusione della religione di Maometto.

Armato di taccuino

Con lo Schiavo del manoscritto Ghosh inventa un particolare genere di romanzo, che Festivaletteratura battezza “romanzo di indagine”, dedicandogli il 13 settembre una giornata di studi. All’interno di una ampia retrospettiva sull’opera dello scrittore indiano, che oggi vive fra New York e Calcutta. Dal 9 settembre a Mantova ci saranno incontri e tavole rotonde sulla sua attività di romanziere ma anche sul suo lavoro di giornalista raccolto in volumi come Estremi Orienti (Einaudi) e Circostanze incendiarie.(Neri Pozza). Autore di numerosi reportage per The Nation, The New York Times, The New Republic, Granta, The NewYorker, Gosh ama fare il lavoro del vero cronista: cammina, parla, curiosa fra la gente ma anche negli archivi. “Andare a consultare i documenti- dice- fa parte del piacere del mio lavoro di scrittore. Mi piace andare a verificare come stanno davvero le cose”. Così, Amitav Ghosh era sul posto per raccontare l’esplosione di violenza seguita all’attentato contro Indira Gandhi, nel 1984. Ha raccontato la pazzia di quei giorni di violenza a New Delhi e ha scritto pezzi come “Danzando in Cambogia” documentando il genocidio perpetrato dai khmer rossi in Cambogia. Mentre in un romanzo come Il palazzo degli specchi (Neri Pozza) ha documentato il presente della coraggiosa battaglia di Aung San Suukyi per la liberazione della Birmania. “L’ho incontrata durante il mio primo viaggio a Rangoon – ricorda lo scrittore – e ne ho ancora un ricordo fortissimo. Che ora si rinnova dolorosamente pensando che le hanno dato altri 18 mesi di arresti domiciliari”.

I disastri del colonialismo

Amitav GhoshAmitav GhoshLo sguardo di Ghosh, come romanziere ora è soprattutto rivolto ai prodromi della mancanza di libertà che schiaccia la Birmania, così come alle conseguenze che eventi internazionali hanno avuto sull’India e su altri Paesi asiatici. Viste dal punto di vista delle storie personali. “ La mia stessa famiglia- racconta lo scrittore- mi ha aperto gli occhi su questo. Fu divisa non solo dalla separazione fra India e Pakistan, ma anche dalla conquista della Birmania da parte dei giapponesi nel 1942”. Da qui, a partire da un intreccio di biografia individuale e storia collettiva, Ghosh va costruendo quella che si annuncia come la sua opera più importante: una trilogia sulle conseguenze della guerra dell’oppio. Di questo lo scrittore parlerà l’11 settembre in Palazzo Ducale raccontando come è nato il primo volume, Mare di papaveri . Un romanzo che si presenta come una sorta di opera mondo, di indagine su fenomeni sociali che anticiparono negli anni 40 dell’800 alcuni processi di globalizzazione e in cui si racconta il processo di produzione dell’oppio come già perfettamente industrializzato, organizzato e comandato dall’Inghilterra mentre operai indiani e lascari venivano sfruttati come manodopera sotto pagata. Proprio come negli attuali processi di delocalizzazione. “Quando ho cominciato a scrivere Mare di papaveri, in realtà- spiega Ghosh – non pensavo esattamente alla guerra dell’oppio. Mi interessava il tema della migrazione, volevo rintracciare alcune radici della diaspora degli indiani nel mondo. Ma un’ondata massiccia, mi resi subito conto, partì intorno al 1830 dalla cosiddetta India britannica, il nord della regione detta Bihar: sotto il comando dell’Est India Company fu l’area più coinvolta direttamente nella guerra dell’oppio. Dunque, non c’era modo di evitare questo argomento. In quel periodo India, Inghilterra e Cina furono collegate da un mare di oppio”.

I personaggi prima di tutto

Indubbiamente Mare di oppio si presenta come un grande affresco di storia della prima metà del XIX secolo, quando l’India pur fra mille contrasti e di contraddizioni partoriva i primi moti di rivolta contro la dominazione britannica. Una storia che attraversa tre continenti e l’arco di duecento anni,“ma non faccio di mestiere lo storico, il motore della narrazione – rivendica Ghosh- sono le vicende di una manciata di personaggi che si ritrovano in una situazione del tutto fuori dall’ordinario, a bordo della Ibis in mezzo al mare”. La goletta a due vele, lontano dalla terraferma, diventa un microcosmo a parte aprendo una parentesi speciale nella vita di Deeti e degli altri personaggi. Analogamente alla peste per la brigata del Decameron le disavventure vissute a bordo dell’Ibis, compreso un ammutinamento dei lascari, fanno uscire i personaggi dall’isolamento e dalle consuetudini. Tanto che una donna dei villaggi indiani come Deeti si trova “a incespicare sulla parola che per prima le era salita alle labbra: il nome della sua casta era per lei qualcosa di altrettanto intimo del ricordo del viso di sua figlia, ma adesso sembrava appartenere anche esso alla vita precedente, quando era un’altra persona”. Quasi fosse una sorta di trattato di antropologia sociale dei primi dell’800 Ghosh include nel romanzo anche un potente ritratto dei lascari, la ciurma di leggendari marinai di tutte le razze possibili che in comune avevano solo l’oceano indiano e una condizione di sfruttamento. Come in altri suoi romanzi, Ghosh restituisce la loro storia anche attraverso un complesso impasto linguistico che qui va dall’urdu, all’hindi e al bengalese, con alcuni tratti tipici dell’inglese dell’epoca ma anche termini di slang nautico.“Per me il romanzo come genere ha la capacità di inglobare molti aspetti della vita, della storia, della politica. Il romanzo- spiega Ghosh- è una sorta di meta genere, che trascende i confini dei singoli generi”. Quanto al secondo episodio di questa saga a cui sta lavorando, Ghosh accenna: “ Ho qualche idea su dove la narrazione potrebbe andare a parare, ma è un po’ come andare per mare di notte: si intravedono le luci, ma non si sa ancora dove si arriverà e che cosa c’è nel mezzo. L’esperienza mi dice che i libri hanno testa per conto proprio”.

BOX SU FESTIVALETTERATURA

Dal 9 al 13 settembre le strade di Mantova torneranno a riempirsi di lettori e di appassionati di letteratura. L’edizione 2009 di Festivaletteratura si annuncia particolarmente densa di incontri con autori internazionali, di primo piano. A cominciare dal Premio Nobel Nadine Gordimer che sarà in Italia per parlare della sua scrittura, del suo lungo impegno contro l’apartheid, ma anche del futuro della letteratura africana, che sta acquistando sempre più forza e autonomia sulla scena globale. Fra gli ospiti più attesi, poi, oltre all’indiano Amitav Gosh, lo scrittore sudamericano Louis Sepulveda e il francese Georges Didi Huberman con una riflessione fra storia dell’arte e filosofia dal titolo “le immagini accadono”. E ancora in prima nazionale il film che racconta l’opera e l’impegno pacifista dell’israeliano Amos Oz e una tavola rotonda dedicata allo scrittore David Foster Wallace prematuramente scomparso. Fra le nuove proposte di letteratura, da segnalare, la presenza di Anne Marie Garat autrice de Il quaderno ungherese ( Il Saggiatore), un romanzo che, con un pizzico di romanticismo, racconta vicende di una Parigi di inizi Novecento. Fra i momenti di spettacolo, invece, il recital di Lella Costa dedicato ai diritti delle donne e al comizio della rivoluzionaria francese Olympe de Gouges. Per la saggistica Stefano Rodotà presenta a Mantova un nuovo libro targato Feltrinelli, mentre Ignazio Marino, dopo Credere e curare, presenta Nelle tue mani, medicina, fede, etica e diritti, in uscita il 7 settembre per Einaudi. Il programma completo sul sito www.festivaletteratura.it.

da left-avvenimenti 25 agosto 2009

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Vandana Shiva: le multinazionali condannano l’India al suicidio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 7, 2002

di Simona Maggiorelli

La denuncia della scienziata e scrittrice indiana intervenuta all’assemblea pubblica ‘From global to glocal’ nella tenuta toscana di San Rossore Da Avvenimenti, luglio 2002

La popolazione indiana sta morendo di fame, questa situazione ormai si trascina da molto tempo, ma negli ultimi anni è drammaticamente precipitata a causa delle menzogne dell’ingegneria genetica sostenute dagli interessi economici delle multinazionali: spazzato via in poco tempo ogni sistema di sussistenza locale, impossibile per i piccoli agricoltori indiani competere con i colossi industriali internazionali.
I più sono costretti ad abbandonare le terre. Si avvicinano alle grandi città, ma finiscono per addensarsi nella periferia, in fatiscenti slums in pessime condizioni igieniche. Di fatto, il numero dei suicidi fra i contadini in India sta aumentando di giorno in giorno.
E’ una dura e appassionata denuncia quella che Vandana Shiva, scienziata indiana che da anni si batte per la sopravvivenza del suo popolo, lancia durante l’assemblea pubblica From global to glocial che la settimana scorsa, su iniziativa del presidente della Regione Toscana Claudio Martini, si è tenuta nella tenuta toscana di San Rossore […]
Ma quale è esattamente il meccanismo economico che finisce per stritolare i produttori locali? “Ci sono multinazionali come la Monsanto – spiega Vandana Shiva – che hanno fatto dell’India il loro terreno di produzione e di profitti, raccontando al mondo intero una serie di orribili bugie intorno ai problemi della fame e alle possibili vie di soluzione”.
Si spieghi meglio. “E’ abbastanza semplice. I prodotti geneticamente modificati sono stati propagandati da queste industrie come la panacea per tutti i mali del mondo, senza fare controlli seri, badando di fatto solo al proprio profitto”.
Pensa a casi come quello del “golden rice” che ha fatto il giro del mondo? “Questo è uno dei tanti casi del genere. E’ stato detto che i semi geneticamente modificati avrebbero permesso colture intensive, raccolti sovrabbondanti, ma poi la realtà è stata tutt’altra. Mi è capitato d’incontrare una donna che vendeva pomodori lungo la strada. Il prezzo per ogni ortaggio era di una rupia, il corrispettivo di circa due euro. Si trattava di pomodori nati da colture in cui era intervenuta l’ingegneria genetica e sono venuta a sapere che lei aveva pagato almeno 10mila rupie per comprare i semi. Un costo insostenibile per qualsiasi piccolo contadino indiano. Che per acquistarli è costretto a indebitarsi entrando in un giro di strozzini e di ricattatori. Senza contare che ancora non sappiamo esattamente quali potrebbero essere gli effetti di cibo geneticamente modificato sulla salute umana”.
[…]
Qualcuno sostiene che i prodotti geneticamente modificati potrebbero essere molto utili nel settore della biomedicina: una persona potrebbe essere vaccinata mangiando per esempio una banana, o assumere un contraccettivo con una ciotola di riso. “Sarebbe una violenza a mio avviso grandissima. Sarebbe come sterilizzare masse di gente indistintamente, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o no. E poi c’è qualcosa di ancora più grave. sappiamo benissimo che un vaccino comporta l’assunzione “omeopatica” di germi di malattia in maniera che l’organismo sia in grado di sviluppare anticorpi. Ma il tutto funziona a patto che vengano somministrate precise quantità, un assunzione maggiore e incontrollata potrebbe essere letale, potrebbe portare allo sviluppo automatico della malattia che si vorrebbe prevenire”.

Girando il mondo per le sue ricerche le sarà capitato di incontrare scienziati che sostengono queste tesi? “Purtroppo molto spesso. E mi rammarica che certe belle menti della scienza ragionino come i giornali economici foraggiati dalle multinazionali”.
Un po’ come è successo nella campagna internazionale contro l’olio di senape. “In quel caso è intervenuta addirittura la Banca Mondiale a impedirne la produzione in India. I programmi governativi indiani sono stati del tutto proni a questo dettato, facendo gli interessi delle multinazionali che intanto spingevano per introdurre in India l’olio di soia in quantità massicce. Nel mio centro abbiamo fatto studi accurati, scoprendo purtroppo che l’olio di soia impedisce l’assimilazione di certe proteine fondamentali in situazioni di mal nutrizione. In più in casi di alimentazione squilibrata contribuiva a favorire l’anemia e malattie anche più gravi. A confronto l’olio di senape risultava molto più sicuro, senza trascurare che lo si può produrre molto più facilmente , che è molto nutriente e che appartiene alla tradizione indiana da secoli. Da noi per esempio le madri sono solite massaggiare la pelle dei neonati con questo olio per proteggerla”.
Le donne insomma sono state le prime a sentirne la mancanza. “Come sempre del resto, in ecosistemi locali sono sempre loro ad avvertire i mutamenti per prime. Sono state delle donne non a caso che in India hanno denunciato il fenomeno dell’ipersalinità delle acque causato dall’inquinamento”. Ha fiducia che in India la rivolta contro gli effetti negativi della globalizzazione possa partire dalle donne? “Ho molta fiducia in loro. Forse perché per secoli sono stare escluse dalla gestione del potere hanno dovuto dedicarsi alla sfera domestica degli affetti, sta di fatto che oggi le donne si trovano avvantaggiate, in possesso i una sensibilità, di un rapporto con il sentire e gli affetti profondi, che la razionalità distruttrice degli uomini troppe volte ha escluso”.

Posted in Ricerca scientifica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: