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#Majakovskij il poeta suicidato dal regime.

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 23, 2015

Majakovskij futurista

Majakovskij futurista

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare... Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami…Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici». Così Vladimir Majakovskij lasciava scritto prima di suicidarsi il 14 aprile 1930. Ma molti aspetti di quel gesto restano ancora oscuri. Perché quel biglietto d’addio potrebbe essere un collage di versi precedenti. Perché la pistola non era la sua Mauser. Perché c’è chi dice aver visto una scala esterna, poi sparita, che arrivava allo «studio-barchetta» dove fu trovato il cadavere. Perché agli incontri della Lef fondata nel 1923 dal poeta e alle sue serate prendevano parte anche sinistri uomini dei servizi di Stalin. Come Agranov che frequentava – e sorvegliava segretamente – l’intelligencija moscovita. E ancora, perché la versione di Veronika che era con lui quella mattina mostra molte incongruenze. Perché gli amici Šklovskij, Rodcenko, Pasternak, Tatlin, non se l’aspettavano. «Negli ultimi giorni non mostrava alcun segno di disagio psichico, e nulla faceva presagire la tragedia» ricostruisce Serena Vitale nel libro Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi). E molto altro ancora si scopre leggendo questo volume, pieno di indizi che invitano a interrogarsi su quel suicidio. La slavista si è finta “detective”facendo una ricerca a tappeto negli archivi e tuffandosi nei giornali dell’epoca. Ma non si è limitata a scrivere un avvincente libro-inchiesta. La sua prosa incalzante e febbrile invita a riscoprire questo «immenso poeta» che era diventato assai scomodo per il regime stalinista. In testi come La cimice (1928) e Il bagno (1929) Majakovskij stigmatizzava il filisteismo di ex rivoluzionari diventati burocrati e denunciava il ritorno all’ordine che aveva ucciso la bella utopia del socialismo e la ricerca.

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Lui si era gettato con entusiasmo nella lotta di liberazione dallo zarismo, aveva lasciato la Georgia perché non sopportava l’immobilismo della provincia, si era trasferito a Mosca cogliendone i più vivi fermenti politici (finì in carcere a soli 14 anni per attività clandestina) ma anche e soprattutto artistici. A Mosca le novità dell’avanguardia parigina erano più conosciute che nel resto d’Europa, come notava Angelo Maria Ripellino in Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959), e più di recente Remo Faccani nella prefazione a La nuvola in calzoni di Majakovskij (Einaudi, 2012).
La ricerca pittorica iniziata con Van Gogh e Cézanne che con Picasso e Matisse si apriva a un nuovo modo di fare immagini, abbandonando la fredda visione razionale della realtà, era giunta come una onda travolgente anche a Mosca arrivando a lambire l’Istituto d’arte dove studiava Majakovkij (dal quale poi fu espulso). Lui, con un’ardita blusa gialla, nel 1912, si era dato al teatro futurista e cercava forme nuove, fuori dalla rigida accademia. Poi la passione per il cinema, per il foto montaggio, per la grafica e, insieme, l’incontro con l’attrice Lilja Brik che divenne la sua musa e amante, mentre suo marito, il commerciante Osjp Brick, divenne editore pubblicando La nuvola in calzoni. Tre anni dopo, nel 1919, cominciò la loro convivenza, in una kommunalka. «Io ero la moglie di Volodja, lo tradivo come lui tradiva me. E tutte le chiacchiere sul triangolo e sull’amour à trois non hanno niente a che vedere con quello che in realtà c’era fra noi», disse poi Lilja. Majakovskij aveva letto Che fare? di Cernyševskij che metteva in discussione il modello della famiglia borghese e sapeva di Ol’ga Pavlova Lopuchova, antesignana della «donna nuova» che in pieno Ottocento cercava di liberarsi «da secolari catene».

LiljaBrik&Maiakovskij

LiljaBrik&Maiakovskij

«La stessa Aleksandra Kollontaj che lottò per liberare il rapporto uomo donna dal bigottismo si ispirò alla loro vicenda nel presentare un decreto sui danni della gelosia», ricorda Vitale. Ma la sua iniziativa fu ben presto bloccata da Lenin. Nonostante lui stesso, benché sposato, quando era all’estero avesse avuto un’amante. «Il primo provvedimento legislativo che fu preso dopo l’ottobre 1917 riguardava il matrimonio che veniva spogliato di ogni significato religioso ma anche statale, tanto che era facilissimo divorziare. Ben presto però si tornò a celebrare la famiglia tradizionale e negli anni Trenta la Russia diventerà un Paese ultra puritano», nota la scrittrice. Intanto «nel 1919 si era insediata la Ceka, la commissione creata da Lenin e Dzeržinskij “per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”, che operava come una sorta di gladio, di scudo della dittatura proletaria».

Lijia e Vladimir

Lijia e Vladimir

Con l’arrivo di Stalin al potere, la stretta autoritaria diventò una morsa mortale. Non solo per Majakovskij ma anche per molti altri artisti. Al suicidio di Sergej Esenin seguiranno altre sparizioni e casi di morte violenta fra gli scrittori, repressioni, “purghe”. Intanto sul piano dell’arte l’imposizione di un piatto naturalismo come stile di Stato farà sì che gli spazi per Majakovskij si restringano molto. Cominciano gli attacchi, il poeta viene isolato e calunniato. Il perfido Gor’kij (che nel ‘34 figurerà fra i fondatori del realismo socialista) mise in giro la voce che il poeta fosse affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo». È in questo clima che avviene il suicidio.

Ma anche dopo la sua scomparsa il regime non smetterà di accanirsi sulla sua memoria. In risposta ad una lettera a Stalin di Lilja Brik nel 1935, Majakovskij fu imposto nelle scuole come poeta di regime, in versione censurata, adattata, stravolta. Ma già all’indomani della sua morte si erano messi a dissezionarne il cervello. Per studiarlo era stato creato il Gim, diretto dal tedesco Oskar Vogt. Con una cieca ideologia materialista e riduzionista che annullava la realtà psichica e l’identità umana, «la scienza sovietica tentò lungamente di carpire il segreto della grandezza e della genialità. Invano. Né le esangui fettine del parencefalo di Majakovskij fecero la benché minima luce sul mistero della poesia» scrive l’autrice di questo bel libro (e dall’affascinante Il bottone di Puškin, Adelphi).

Mayakovsky-with-Scottie-1924

Mayakovsky-with-Scottie-1924

«Il cervello di Lenin veniva usato come unità di misura. Era l’epoca in cui il positivismo pensava che le sue dimensioni contassero. Oggi sappiamo che non dimostrano nulla. Ma allora in Russia c’era una scuola tedesca che pensava di fabbricare l’uomo nuovo in un modo che ricorda l’eugenetica nazista. Ciò che mi ha sempre colpito – rimarca Serena Vitale – è che dopo quell’intervento gli studi su Majakovskij hanno taciuto. Dopo la riabilitazione postuma, che è stata una sorta di consacrazione, sono rimasti questi cervelli che sono a Mosca, in un museo… degli orrori». Una mummificazione per tentare di ingabbiare Majakovskij, la poesia, l’irrazionale? «Potevano affettare tutto quello che volevano, ma uno la poesia c’è l’ha o non ce l’ha. E Majakovskij era la poesia allo stato puro, incandescente, magma, lava». Perciò prima di scrivere questa inchiesta l’ha tradotto ? «Il Majakovskij che perlopiù si conosce in traduzione è molto sbiadito. Ne trasmettono una versione grigia, ideologizzata. Inaccettabile per me. Poi per cucire questo libro ho usato come filo rosso una passione per Majakovskij che spero di trasmettere. È stato davvero uno dei grandi del Novecento. Era un uomo-poeta, il monumento è ciò che gli si addice di meno».

Capì che una vera rivoluzione ha bisogno di un linguaggio nuovo? «Ebbe questa idea prima della rivoluzione di ottobre, da futurista. Poi cercò di indirizzare questa carica iconoclasta verso qualcosa di costruttivo, mettendola al servizio della rivoluzione. E fu leale. Chi vuole farne una specie di vittima, di dissidente, non dice il vero. Non sopportava che la rivoluzione si stesse impietrendo, in una dimensione di routine, fissa. La «vita dei giorni» per lui doveva essere sempre sulle barricate. La vita tristanzuola, ormai piccolo borghese, non faceva per lui. Ma va anche detto – sottolinea Vitale – che non era facile capire cosa stava accadendo. A parte Pasternak e Mandel’štam, che avevano fiuto politico, in molti non compresero. E Majakovskij non ne aveva. Lui era poesia e rivoluzione, l’ideologia gli era totalmente estranea».

Ma non voleva rinunciare all’idea di un’umanità nuova, basata sull’uguaglianza, al sogno di una società più giusta. «Non voleva rinunciare a quegli ideali. Era come se dicesse superiamo questo momento terribile. Ricorda un po’ Le tre sorelle di Cechov: «Fra cento o duecento anni la vita diventerà più bella». E lui scriveva: «Fra cent’anni io alzerò i miei libretti come il libretto del partito». Il suo requiem è stato il poema A piena voce: era un messaggio al futuro. Se si svegliasse oggi Majakovskij, poveretto! Lui credeva davvero che ci sarebbe stata una società migliore, senza storpi, monchi e mendicanti. Il mio libro nasce per rendergli omaggio, per farlo parlare con i posteri». Oggi si troverebbe davanti Putin che, fra molto altro, ha chiuso il museo Majakovskij. «In questo molta responsabilità ha l’oligarchia di Mosca, perché quel palazzo al centro di Mosca ora vale miliardi. Non oso immaginare cosa potrà accadere a tutte le cose meravigliose che conteneva, libri, documenti, quadri dell’epoca». (Simona Maggiorelli, left)

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Il cielo lettone e il rosso di Rothko

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 13, 2014

Rothko No 14

Rothko No 14

Fuori dal finestrino dominano due colori: il rosso del cielo e il verde dei boschi. Il rosso diventa più rosso per la fascia inferiore più scura…Un quadro scorre fuori dal finestrino: un quadro che non finisce mai, forte e inquietante, tranquillo e profondo. Un quadro di Rothko». Che cosa affina lo sguardo del pittore? Si domanda Jan Brokken, autore di Anime baltiche (Iperborea), in pagine icastiche e suggestive nate viaggiando in Lettonia, verso Daugavpils e verso una città industriale grigia come Charleroi. Ovvero nelle terre dove trascorse l’infanzia e la giovinezza il pittore Mark Rothko, prima di emigrare negli Stati Uniti, per decisione del padre diventato un rigido ortodosso dopo la repressione zarista del 1905.
Lo scrittore e viaggiatore olandese (che il 15 novembre incontra il pubblico di Bookcity a Milano), con la sua prosa lirica e avvolgente, è capace di evocare i colori e il movimento che percorre le tele di Rothko, di “scavare” nel suo vissuto emotivo, indagando le radici di quel suo essere e voler riemanare un rivoluzionario, nonostante tutto. Nonostante la deriva bigotta della propria famiglia, nonostante l’American way of life e una vita borghese Oltreoceano (che al fondo non gli corrispondeva). Tanto che nel 1958 – racconta Brokken – quando l’elegante ristorante Four seasons di New York gli commissionò dei dipinti murali, accettò l’incarico ma con l’intenzione “maliziosa” di dipingere «qualcosa che rovini l’appetito a ogni figlio di puttana che mangerà in questa sala».
Rothko non è l’unico artista della diaspora lettone che incontriamo in questo singolare volume, che fonde narrazione, reportage, ricerca sul campo e critica d’arte. Camminando per le strade di Riga, città a lungo occupata e dove per alcuni periodi era persino proibito parlare lettone, Brokken ritrova le tracce della storica libreria di Janis Roze, chiusa dal regime comunista perché (dopo la diabolica spartizione di territori fra Hitler e Stalin) il librario Roze, come tanti altri lituani, lettoni ed estoni, fu additato come anti sovietico e deportato con tutta la sua famiglia.

Ian BrokkenMa la mappa di Riga rivela all’autore anche un altro importante tesoro: i resti del quartiere Jugendstil costruito tra il 1901 e il 1911 da un architetto esuberante e alla moda come Michail Ejzenstejn, papà di Sergej. Anche in questo caso la ribellione al padre, ( che il futuro regista chiamava «il pasticcere di panna montata») e l’esigenza di trovare una propria strada diversa da quella indicata dalla famiglia, s’intrecciano con gli accadimenti storici, con lo scoppio della Rivoluzione di ottobre, alla quale Sergej Ejzenstejn aderì senza nemmeno sapere chi fossero Marx ed Engles.

All’epoca, racconta Brokken,  si dedicava agli scritti di Leonardo da Vinci e, pur disprezzando il padre, studiava da ingegnere edile. Sarà proprio la rivoluzione a offrirgli l’occasione per separarsi dal passato, imboccando la strada dell’avanguardia e della ricerca artistica. Fu così che Ejzenstejn si dette al cinema, apparentemente, per raccontare le magnifiche sorti e progressive dei bolscevichi. Di fatto creando immagini nuove, senza appiattirsi sui fatti, in film geniali come La corazzata Potemkin.

Dal settimanale left

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I nuovi demoni russi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 16, 2011

 Una interessante  panoramica degli scrittori russi della dissidenza ha sfilato al Salone del libro di Torino, che ha appena chiuso i battenti. Il comunismo sovietico non c’è più, ma i nuovi governi da Eltsin a Putin non si sono affatto dimostrati democratici. E ancora oggi in Russia si muore si osa dire il vero sulla guerra in Cecenia e sulla mancanza di informazione attendibile.

di Simona Maggiorelli

Chagall il suonatore di violino

Oggi la Russia «è un Paese che ha imparato che cos’è la libertà. E questo è impagabile. Ma c’è troppa corruzione e il profitto è diventato un dio». Parola di Sasha Sokolov che con libri-denuncia come La scuola degli sciocchi (Salani) è diventato un simbolo della nuova letteratura russa di opposizione. In sintonia con letterati affermati e maturi come Sokolov,  cercando strumenti per comprendere l’oggi, autori più giovani come Aleksandr Terechov scavano in vicende censurate  come quella di alcuni figli dell’apparato stalinista  che nel 1943 diventarono “lupacchiotti” filo nazisti. (Il ponte di pietra, Edizioni e/o) oppure più direttamente raccontano  come il vuoto lasciato dal crollo dell’ideologia sovietica sia stato riempito dalla dittatura di poteri forti addestrati dal Kgb.

Il volume  12 che hanno detto no. La battaglia per la libertà nella Russia di Putin (Edizioni e/o) curato dal giornalista Valerij Panjuskin ne è un esempio ficcante, raccogliendo dodici testimonianze di intellettuali che denunciano il feroce regime poliziesco e corrotto che attanaglia la vita quotidiana  in Russia.

Intanto non si ferma l’esplosione sanguinosa dei conflitti e l’inferno della guerra in Cecenia. Lo ha raccontato l’esule Nicolai Lilin in una serie di libri dal fondo autobiografico, usciti di recente per Einaudi e molto discussi. Ma a Torino si è fatta sentire anche la voce di Zachar Prilepin, ex membro dei corpi speciali antiterrorismo dell’ esercito russo e autore dell’incisivo e spiazzante Patologie (Voland) che ambienta la sua storia nelle strade della città di Groznyi devastate come nella seconda mondiale.  E al Lingotto c’è stata  anche la testimonianza della giornalista Yiulia Latynina che con coraggio ha raccolto il testimone di Anna  Politkovskaja assassinata mentre stava rincasando una sera di ottobre del 2006 per mettere a tacere il suo lavoro di inchiesta in Cecenia e che accusava Putin e il suo governo.

Anche per evitare problemi con l’attuale governo e con la censura diretta e indiretta, per raccontare ciò che ha visto in Cecenia, Yulia ha scelto questa volta la chiave di una narrazione fantastica nel bruciante Il richiamo dell’onore (Marco tropea editore), in cui appare “trasfigurato” ciò che la giornalista ha documentato nel Caucaso degli anni Novanti e che non ha potuto raccontare nei suoi articoli.

Realismo aspro e crudele e dall’altra parte narrazione fantastica ma non di evasione, mai del tutto avulsa dalla vita concreta. Sono questi  i due filoni di ricerca che oggi sembrano incontrare maggiore attenzione sulla scena letteraria russa.  Che qui di seguito cerchiamo di raccontare anche attraverso le parole del  regista e scrittore Pavel Sanaev. Di fatto a Torino, alla ventiquattresima edizione del Salone del libro andata in scena al Lingotto dal  12 al 16 maggio, le occasioni di approfondimento non sono davvero mancate.

Per conoscere più da vicino queste e molte altre nuove voci della letteratura russa contemporanea. Ma anche per tornare a studiare Dostoevskij, al quale è  stato dedicato un convegno  il 14 maggio con un intervento, fra gli altri, di Andrey Shishkin oppure la poesia di Osip Mandel’stam, la cui opera è stata al centro di una tavola rotonda sulla quale speriamo di poter dare presto ulteriori notizie.

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L’iconografia sacra di Stalin

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Realismo socialista, Stalin

Mentre in Russia Putin minaccia di ripristinare le statue di Stalin alcune interessanti uscite editoriali e una mostra a Milano invitano a tornare riflettere sulla “svolta culturale” che il dittatore russo impose negli anni ‘30 inaugurando la stagione del realismo socialista. A colpi di censura e di epurazioni come ricorda Gian Piero Piretto ne Gli occhi di Stalin (Raffaello Cortina). L’attacco feroce alla Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovic nel‘35  ne fu un segno emblematico. Insieme alle tante accuse di “formalismo” e di tradimento degli ideali della rivoluzione con cui Stalin cercò di silenziare artisti come Bulgakov. Ogni modernismo e sperimentazione, anche quella cinematografica di Ejzenštejn, per il contadino Stalin, erano nemiche del popolo. Salvo sfruttarne le tecniche, svuotate di contenuti. Alla ricerca delle avanguardie, in primo momento ingaggiate da Lenin, il dittatore georgiano che aveva imparato i suoi modi polizieschi in seminario (vedi Simon S. Monteforte ne Il giovane Stalin, Longanesi), sostituì quello che Piretto chiama il «kitsch totalitario», ovvero una ridda di seriali immagini di propaganda, riprodotte in soprammobili, francobolli, poster, scatole di fiammiferi, lattine pop ante litteram e ogni genere di merci. L’obiettivo dichiarato era celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’uomo nuovo comunista. Mentre a dominare in modo schiacciante era la figura del dittatore, fissa come un’antica icona della tradizione russa, immagine piatta da contemplare, dalla forte connotazione religiosa. E al posto delle opere dei grandi romanzieri russi, storie edificanti circolavano in milioni di copie, raggiungendo ogni angolo del paese, come testo di dottrina. Il modello era quello teatrale dei predicatori medievali e del lubok, la stampa popolare russa. L’estetica staliniana imponeva il ritorno all’antico, in barba alle istanze utopistiche della rivoluzione di ottobre, al punto che nel 1936 fu ripristinato anche il Natale. «Vedere tornò ad essere credere, non interpretare e leggere con spirito critico» nota acutamente Piretto nel suo libro. Gioia di vivere di Stato, odio dei nemici del popolo, dominio dell’uomo sulla natura erano le colonne su cui poggiava la mitologia degli anni ‘30. Come si evince dalla mostra Nudi per Stalin,il corpo nella fotografia sovietica alla Fondazione Matalon di Milano (fino al 30 marzo) il singolo doveva annullarsi nel collettivo. L’operaio sovietico era raffigurato bello, biondo, forte, giovane e sano. Non troppo dissimile dal tipo dell’ariano nazista. La donna era mascolina, scultorea e desessualizzata. Cancellata la complessa e articolata idea di bellezza russa (krasota) si optava per un immobile e granitico neoclassicismo estetico e per il più freddo e ottuso positivismo.

da left-Avvenimenti, 26 febbraio 2010

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Anna, Natalia e le ragazze della guerra

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 30, 2009

Il lavoro di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova. Due giornaliste assassinate per aver raccontato la verità sulla Cecenia. In un appassionato reportage, Susanne Scholl ricostruisce le loro storie. E quelle di tante altre “combattenti dei diritti umani” che cercano di resistere alla violenza dell’elite politica di Mosca.

di Simona Maggiorelli

Anna

Anna Politkovskaja

“Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati», scriveva Anna Politkovskaja nella prefazione all’edizione italiana del suo libro La Russia di Putin uscito per Adelphi nel 2005. Un anno prima di essere assassinata.

E subito precisava: «Questo libro, però, non è un’analisi politica di Putin».  Anche se definirlo «figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese» non era affatto un dettaglio. «Io sono un essere umano tra i tanti – rivendicava Anna – un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo. E questi sono appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia… Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo».

Nel suo viaggio inchiesta Ragazze della guerra fra le cecene della “resistenza”, la giornalista Susanne Scholl traccia un toccante ritratto di un’altra giornalista, Natalia Estemirova, fatta salire  su un auto lo scorso luglio e poi ritrovata cadavere. La Scholl l’aveva incontrata due anni prima e al libro appena uscito da Voland affida il ricordo dell’impegno totale che Natalia metteva nel suo lavoro: documentava il terrore senza arrendersi e scrivere articoli era per lei, come per Anna, la vita stessa. «è vero, Anna scriveva quello che viveva in prima persona – commenta Scholl -. E questo era ancora più vero per Natalia che era per metà cecena e che aveva scelto di essere una donna di quella terra. Anche le ragazze che si occupano di diritti umani vivono questa identificazione totale con ciò che fanno. Mi dicono che lo fanno perché altrimenti la vita non avrebbe senso per loro.
In Russia sono moltissimi i giornalisti uccisi dall’inizio del 2000. In quell’anno fu ammazzato a Tiblisi in circostanze mai chiarite l’inviato di Radio radicale Antonio Russo. Da allora sono più di cento i colleghi assassinati o spariti. Cosa ne pensa?
Ogni caso ha una storia a  sé. Ma è evidente che un giornalista russo oggi lavora sempre a rischio della vita. Se vuole fare del giornalismo vero, se vuole mettere il dito sulle trame, fare i nomi.
La Cecenia continua a essere  in guerra. Una lunga catena di violenza da Stalin a Putin?
Di fatto, cominciò già sotto gli zar.

RUSSIA-ACTIVIST/DEAD

Natalia Estemirova

Lei ha conosciuto molto a  fondo la Cecenia. Cosa vede nel futuro del Paese?
Al momento non potrei dire niente di positivo. L’élite politica russa ha dato la Cecenia in mano a un clan locale che fa quello che gli pare. Il Paese è assolutamente fuori da ogni legge, da ogni regola. Dopo gli assassini di questa estate stiamo andando incontro a un periodo durissimo di dittatura, di repressione e di violenza.
La Russia vuole avere il controllo totale del petrolio ceceno?
Il problema è più ampio. Il Caucaso è sempre stato la frontiera naturale per la Russia che da più di duecento anni cerca di assicurarsi un muro protettivo. La paura per ciò che può venire da quella parte si è vista anche l’anno scorso nella guerra contro la Georgia. Sì, in Cecenia c’è anche il petrolio e si potrebbero fare degli oleodotti ma questo è secondario rispetto al bisogno di assicurarsi le spalle.
Nel libro c’è la storia di una di quelle giovanissime chiamate “spose di Allah”. Ragazze disposte a uccidersi per uccidere. Perché questa autodistruzione?
Spesso vivono situazioni che sentono senza via d’uscita. Hanno perso padri, fratelli, mariti. I fondamentalisti islamici promettono loro di aiutarle, le tirano dentro così. Parliamo di giovani che non di rado sono state violentate. La violenza carnale su una donna non sposata in una società come quella cecena è una tragedia che va molto al di là del dramma di per sé. E poi sono tutte traumatizzate al massimo. Basta dire che questi vivono in guerra da quasi vent’anni.

Violenza psicologica, insieme a quella fisica. Su questo s’innesta l’adesione  al fondamentalismo?
Sì, proprio per questo ho ritenuto molto importante tracciare in Ragazze della guerra almeno un loro
ritratto preciso .
Ma lei racconta anche di donne che trovano il coraggio di reagire, di unire le forze per lottare. Anche se spesso, lei scrive, hanno dovuto crescere da sole i propri figli, con pochi mezzi. Qualcosa sta cambiando nella mentalità della gente?
Quella cecena è una società dove l’aiuto reciproco è molto importante. Anche perché, come è ben noto, in situazione di guerra sono le donne a mandare avanti la vita quotidianamente. E se non si aiutano a vicenda muoiono subito. La Cecenia sopravvive proprio grazie al fatto che ci sono famiglie molto grandi e solidali fra loro nonostante tutti i conflitti che possono sorgere e sorgono al loro interno. Fanno fronte contro il nemico comune, rappresentato dalle forze armate russe ma anche dalla milizia cecena.
Leggi non scritte e ancestrali ancora regolano la vita in Cecenia: una ragazza cecena orfana, lei scrive, non ha nemmeno il diritto di rifiutare un matrimonio combinato. E questo non accade in un paese, cosiddetto, del terzo mondo...
E’ veramente uno degli esempi lampanti di quanto sia fallito il progetto dell’Unione Sovietica. Non parlo di comunismo perché non c’è mai stato davvero. è comunque naufragata l’idea di costruire una società nuova, più libera, più umana. Ed è fallito in modo veramente clamoroso.
Che idea si è fatta delle responsabilità di Putin riguardo all’assassinio di Natalia, di Anna e del processo farsa istituito sulla sua vicenda?
Nel caso di Natalia non c’è neanche la pretesa di fare un processo. Non se ne parla nemmeno. Quanto al caso di Anna, hanno imbastito un processo a delle persone che, sì, sono state coinvolte, ma non sono né l’assassino né quelli che lo hanno commissionato. Rispetto a Putin quello che mi sento di dire è che è responsabile di aver creato un clima tale in Russia per cui può accadere che una donna con due borse di spesa in mano venga uccisa in pieno giorno nell’ascensore di casa sua. è una cosa inaudita. Quando Anna è stata ammazzata, Putin ha detto che gli faceva più male da morta che da viva. Lui stesso ha creato questa atmosfera.
Nel 2008 in Italia quando una giornalista russa fece una domanda non gradita a Vladimir Putin, Silvio Berlusconi mimò il gesto di spararle con un mitra.
Non è un caso che loro siano amicissimi. In russo si dice “è tutto una peste”.

da left-avvenimenti del 30 ottobre 2009

FRESCHI DI STAMPA: Finalmente anche nelle librerie italiane il libro che permette di capire perché Anna Politkovskaja è stata uccisa. E’ uscito per Adelphi che ha scelto un titolo emblematico: Per questo.

politkovskaja_per_questo

Anna Politkovskaja Adelphi

Con passione e minuziosa ricerca negli archivi e nella memoria del computer, i figli di Anna Politkovskaja, aiutati dai giornalisti della Novaja Gazeta, hanno ricostruito puntualmente il filo della storia che ha visto crescere in parallelo la violenza in Cecenia e le minacce alla giornalista russa. Anna è stata assassinata in pieno giorno, mentre rientrava in casa con le borse della spesa, un pomeriggio di ottobre del 2006. (Il che, come ha notato la  giornalista tedesca Sussanne Scholl la dice lunga sul clima di terrore e impunità che l’allora presidente Putin aveva creato nel Paese). E questa straordinaria raccolta di articoli che cronologicamente ripercorre tutte le più importanti corrispondenze di Anna dal fronte del Caucaso è anche un drammatico documento sul perché è stata uccisa.  Giustamente la casa editrice Adelphi ha scelto di intitolare il volume Per questo. Con coraggio e rigore Anna scriveva quello che vedeva, non esitando a fare nomi e a denunciare responsabilità. Stando dalla parte della gente cecena- donne soprattutto- che nel braccio  di ferro ingaggiato dalla Russa per controllare il petrolio ceceno, avevano visto sparire mariti, padri, fratelli, amici. All’elite politica di Mosca le denunce di Anna risultavano molto scomode e qualcuno ha dato mandato perché anche il suo nome andasse ad aggiungersi alla lista degli oltre cento giornalisti uccisi in Russia dal 2000 a oggi. Questo libro rimane a gridare forte l’impegno di Anna e la sua profonda bellezza.    s.maggiorelli

dal quotidiano Terra del 4 novembre 2009

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Tina Modotti, artista pasionaria. Una storia ancora da scrivere

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Simona Maggiorelli

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

La vera storia di Tina Modotti deve ancora essere scritta. Nonostante le molte autorevoli biografie (in primis quella di  Pino Cacucci Tina, Feltrinelli) e i film che le sono stati dedicati.

Nata nel 1896 in una famiglia numerosa e povera di Udine, Tina fu, forse, giovanissima prostituta, poi operaia, teatrante dalla forte carica espressiva e, una volta sbarcata Oltreoceano in cerca di fortuna, attrice del cinema muto. Ma a Hollywood le parti da odalisca e femme fatale ,che le assegnavano per la sua straordinaria bellezza e lo sguardo malinconico, la stufarono presto. Si sentiva chiusa in una scatola. E come tante volte poi farà nella vita, si rimise in cerca. «Aveva una grande sete di conoscere, di sapere, di imparare», diceva di lei il fotografo Edward Weston che diventò il suo amante e la introdusse ai segreti della Graflex.

Ma entrando in contatto con i muralisti messicani e, a Città del Messico, frequentando Diego Rivera e i poeti del movimento estridentista, Tina maturò una forte passione politica. Impegno civile, militanza nelle file del partito comunista messicano, lavoro nella redazione di El Machete e al contempo l’esigenza profonda di trovare una propria cifra espressiva, originale. In questo esplosivo mix Tina Modotti, nell’arco di poco tempo divenne una delle più sensibili fotografe del primo Novecento, regalando alle sue opere un’intensità drammatica e poetica che ha pochi eguali.

Fra i campesinos e i rivoluzionari, i suoi scatti hanno il respiro di un epos potente, calmo, antiretorico. Semplici primi piani di mani di lavoratori, bambini al seno della madre, campi assolati in cui sabbia arida e sassi si trasformano in elementi di un paesaggio vivente e umano, un mare di sombreri nelle riunioni politiche in una piazza dalla forte carica pittorica. Dalle pareti della galleria Photology a Milano, dove fino al 13 novembre è aperta la mostra Sotto il cielo del Messico, e dal catalogo Photology (con testi di Cacucci) le stampe di Tina Modotti oggi ci vengono incontro, con penetrante immediatezza e autenticità. Con un calore che sembra mancare ai raffinatissimi scatti di Weston. Rifiutando l’euforia meccanicistica che la fotografia più progressista conobbe in Europa negli anni Venti e negli Stati Uniti un decennio dopo, Weston e Tina non avevano fatto della nitidezza delle immagini e dell’esattezza il proprio credo. In quegli anni i dettami della nuova oggettività europea imponevano che la registrazione dei fatti fosse esattissima. Mentre i costruttivisti che sposarono la rivoluzione rifiutavano l’opera d’arte individuale, «capitalista» per un’arte collettiva e popolare.

Tina Modotti

Tina Modotti

E perfino il filosofo Walter Benjamin arrivò a dire che «la creatività della fotografia è la sua abdicazione alla moda dell’espressività». E’ una strada di ricerca completamente diversa, invece, quella che sceglie l’irrequieta Tina Modotti, che passa da un amore all’altro, fedele solo al desiderio, e intanto si butta a capofitto nell’impegno politico e nell’arte. E mentre Edward Weston, dopo la separazione da lei, si darà a raffreddati esercizi formali, ritraendo nudi femminili come forme naturali, fiori e conchiglie, Tina cerca ancora di far risuonare il suo cuore nei ritratti. Stagliato contro il cielo, il profilo del rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella è uno dei più intensi di questi anni. Ma dopo la pallottola stalinista che lo freddò mentre le camminava accanto, Tina cominciò a vacillare. E’ la fine di un grande amore e insieme il crollo di un grande ideale. Nel 1942, dopo vari anni spesi a lavorare oltre la cortina di ferro, Tina Modotti fu trovata morta in un tax a Città del Messico. I veleni della Russia stalinista, da cui aveva sperato di poter scappare, erano riusciti  a raggiungerla e a spezzarla.

da Left-Avvenimenti

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La forza di un pensiero libero

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009

A venticinque anni dalla sua morte, a Regalbuto e a Firenze, due convegni dedicati all’attualità del socialismo di Riccardo Lombardi

di Simona Maggiorelli

Riccardo Lombardi

Riccardo Lombardi

ll 18 settembre di venticinque anni fa moriva uno storico padre della sinistra italiana, Riccardo Lombardi. Un leader antifascista dalla statura politica alta e coerente che all’indomani della liberazione aveva assunto l’incarico di prefetto di Milano proprio per il suo impegno nella resistenza e nel partito d’azione (che gli costò il carcere e la lesione di un polmone per le botte dei fascisti). Ma anche un politico che seppe rinnovarsi dando un’impronta laica e aprendo la sinistra socialista al rapporto con i giovani.

Forse anche per questa sua ricerca continua – oltreché per la sua intelligenza critica e sempre scomoda per l’establishment – fu tenuto ai margini del Psi. Di fatto Lombardi (che non amava le poltrone) non occupò mai troppo a lungo cariche di potere. Fu per poco tempo ministro nel primo governo De Gasperi e direttore de L’ Avanti per brevi periodi, mal digerito, anche lì, perché non cercava alleanze con i comunisti. Con un neologismo si diceva «a-comunista» per dire che non era anti-comunista né filo-comunista, ricorda l’nviato Agi Carlo Patrignani, che quando non aveva ancora vent’anni militò nella corrente lombardiana e, dopo lunghe ricerche, sta ultimando un importante libro di ricostruzione storica e biografica su Lombardi. per le edizioni L’Asino d’oro.

Di lui intanto, il giornalista romano ci offre un breve e appassionato ritratto: «Brillante uomo politico, onesto, eretico, solitario, Lombardi coltivò l’utopia di una società socialista, quella “che riesce riesce a dare a ciascun individuo la massima possibilità di decidere della propria esistenza e di costruire la propria vita” cercando di legare insieme quello che il comunismo non aveva saputo fare: libertà, uguaglianza e giustizia sociale».

E dell’originalità della proposta lombardiana il 18 settembre Patrignani, insieme al leader radicale Marco Pannella, all’economista Andrea Ventura, Giorgio Ruffolo e a molti altri parla al convegno che il Comune di Regalbuto, con l’adesione del presidente della Repubblica Napolitano, dedica al suo illustre cittadino (che in provincia di Enna nacque il 16 agosto del 1901 per trasferirsi poi a Milano, completando gli studi di ingegneria al Politecnico). Una originalità che si legge già nella sua adesione alle battaglie Radicali per la legge sul divorzio, per la cancellazione delle norme fasciste del codice Rocco e via di questo passo, fino alla battaglia sull’aborto, su cui ebbe maggiori esitazioni, ma non opposizioni come larga parte del gruppo dirigente dell’allora partito comunista.

Ma anche nella sua visione dell’economia, ricorda Andrea Ventura, ricercatore di Economia politica all’Università di Firenze: «Perché tentò di fare una “forza socialista dell’autonomia” che non fosse né sulla sponda dell’accordo con i cattolici né allineata sulle posizioni del Pci». Ma interessante è anche l’interpretazione che dette al concetto marxista di alienazione. «Vide chiaramente che nelle società socialiste il superamento dell’alienazione non si era realizzato. Bisognava pensare una economia che non fosse schiacciata sul liberalismo né orientata sul marxismo». Inoltre, aggiunge Ventura, «intuì che non conta solo la soddisfazione dei bisogni elementari ma anche di ciò che oggi chiameremmo esigenze e che riguardano i rapporti umani. La sua era una visione dell’uomo non meccanicistica, non appiattita  sull’economicismo».

carlo patrignani

carlo patrignani

Dell’attualità del pensiero di Lombardi, nella mattinata del 18 settembre si parla anche al Consiglio regionale della Toscana. Fra i relatori, oltre a Valdo Spini, l’accademico dei Lincei Michele Ciliberto che così sintetizza il suo pensiero: «Lombardi è stato uno dei più eminenti personaggi della storia repubblicana e del movimento operaio italiano per quattro motivi: è riuscito ad avere uno sguardo lucido e disincantato sull’Urss quando uomini come Nenni e Morandi erano chiusi in un orizzonte ottuso, acritico e subalterno a Stalin; ha saputo individuare il ruolo dello Stato nelle società moderne ripensando la lezione di Keynes; ha insegnato a una intera generazione a guardare al mondo in modo libero e autonomo senza lasciarsi opprimere dalla tradizione, dall’abitudine, dalla passività al senso comune. Ha saputo liberarsi dalle eredità dei cattivi maestri e dal peso di esperienze tanto tragiche quanto miserabili . “I ricordi sono turpi”, disse una volta e in questa aspra battuta – conclude il professore – c’è il sigillo di un’eticità che non è usuale nel nostro infelice Paese».

da left-avvenimenti 18 settembre 2009

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La scelta di Rebiya

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2009


Perseguitata in Cina per la sua lotta non violenta in nome dei diritti umani, la coraggiosa leader dello Xinjiang si racconta.

di Simona Maggiorelli

Kadeer foto2 copyright of the World Uyghur Congress

Rebiya Kadeer

«Sono contro la violenza. In qualunque forma. Da qualunque parte provenga. Quello degli Uiguri è un popolo pacifico. Noi oggi chiediamo con forza il rispetto dei diritti umani. Vogliamo avere libertà di parola. Vogliamo che la nostra lingua e la nostra cultura non siano cancellate nella nostra terra, il Turkestan orientale, la regione che i cinesi chiamano Xinjiang». Con queste parole, pronunciate con voce ferma e gentile, Rebiya Kadeer si presenta al nostro incontro. Nella sala da tè di un noto albergo romano frequentato da intellettuali e scrittori, la rappresentante del popolo uiguro, più volte candidata al Nobel, non si guarda intorno; ha un’urgenza: far sapere dell’oppressione che la sua gente subisce da parte del governo cinese nella vasta regione dello Xinjiang, vasta regione nel cuore dell’Asia . Con sguardo vivo e grande attenzione verso le persone con cui parla, Rebiya continua così il suo racconto: «La situazione di diritti umani da noi è andata peggiorando, specie dall’estate scorsa».La Cina ha approfittato dei giochi olimpici per un nuovo giro di vite. «Il governo cinese – spiega Kadeer – ha lanciato in tutto il mondo immagini televisive di propaganda mostrando alcuni Uiguri fra coloro che portavano la torcia olimpica. Questo per nascondere il reale stato delle cose, ovvero che 15mila persone sono state tacciate di terrorismo e fatte prigioniere per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in favore del nostro popolo. Il terrorismo internazionale purtroppo esiste – prosegue – ma non ha niente a che fare con noi. Il nostro Islam è diverso e non contiene idee di jihad o fondamentaliste». Come la coraggiosa attivista per i diritti umani racconta nel libro La guerriera gentile (edito da Corbaccio, in libreria dal 7 maggio) il popolo uiguro ha sviluppato una propria cultura, fin dalle radici piuttosto laica. Dal decimo secolo in poi, su questa base, gli Uiguri hanno sviluppato «un proprio Islam» sunnita, che sussume e trasforma influenze esterne e substrati autoctoni, in primis la tradizione sciamanica. La via della seta per secoli non è stata solo un’arteria di scambi commerciali ma, per i viaggiatori, anche luogo di incontro di filosofie e culture. Così il popolo uiguro, discendente da un’etnia nomade di origine turca, nei secoli, ha potuto realizzare un’identità indipendente, mantenendo rapporti di osmosi con i popoli vicini, specie sul versante russo.
Negli anni Cinquanta Mao siglò un patto con Stalin, per lo sfruttamento congiunto delle grandi risorse naturali della regione dello Xinjiang, ma «finalmente nel 1955 – ricorda Kadeer che allora aveva solo sette anni – la Cina ci promise di ridarci i nostri diritti. La vostra regione, ci dissero, da ora in poi si chiamerà regione autonoma Uigura». Peccato che il diritto all’autodeterminazione del popolo uiguro riconosciuto sulla carta e scritto nelle leggi cinesi, non sia mai stato rispettato da chi aveva scritto quelle norme. Cominciarono così già negli anni Sessanta massicce deportazioni di Uiguri verso altre aree della Cina, mentre sempre più cinesi salivano ai posti di comando in Xinjiang. Durante la rivoluzione culturale gran parte dei libri della tradizione uigura più antica furono bruciati, mentre ai bambini del Turkestan orientale, fin da allora si nega ogni possibilità di studiare a scuola, insieme al cinese anche la propria lingua, la propria letteratura e musica. «Con la scusa di evitare problemi di separatismo e di terrorismo, di fatto – rivela Rebiya Kadeer – nelle scuole cinesi ai nostri bambini viene fatto una sorta di lavaggio del cervello». Dopo l’attentato alle Torri gemelle, la lotta al terrorismo internazionale è stata la scusa con cui il governo cinese ha ordinato nuovi roghi di libri di storia e di cultura uigura, mentre «i maggiori
intellettuali e scrittori uiguri sono stati imprigionati». E se la diaspora degli uiguri fuggiti all’estero ha permesso comunque la conservazione di parte dei testi della tradizione in Giappone, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, dal 2001 per impedire che gli Uiguri potessero parlare all’estero della propria causa «lo Stato cinese ha tolto loro i passaporti».Ma la situazione più critica per i dirittiumani in Xinjiang è quella che si riscontra nelle carceri, come Amnesty international e altre organizzazioni internazionali hanno più volte denunciato, ma senza avere risposta dalle autorità cinesi. «In prigione ti costringono a parlare con minacce e torture e tutto ciò che dici viene registrato. Spesso ti fanno spogliare completamente per vedere se nascondi qualcosa. Ma soprattutto – denuncia Rebiya Kadeer – applicano torture feroci, strappano le unghie e torturano i genitali, usando la corrente elettrica». Una realtà quella delle carceri cinesi in Xinjiang che Kadeer, purtroppo, conosce per esperienza diretta. Dopo essere stata indicata a modello dai politici cinesi come imprenditrice e dopo essere stata eletta nell’Assemblea del popolo, la donna è stata accusata di aver tradito segreti di Stato. Il pretesto sono stati alcuni ritagli di giornale sulla condizione del popolo uiguro inviati da Rebiya Kadeer al marito Sidik, poeta e intellettuale uiguro esule negli Usa. Dopo sei anni di reclusione, molti dei quali trascorsi in isolamento e in durissimi campi di rieducazione dove si lavora fino a perdere i sensi, Rebiya Kadeer è stata liberata nel 2005, grazie
a una forte campagna internazionale. Ma ancora oggi tre dei suoi figli sono in prigione nel Turkestan orientale e, per ricattare lei e il marito e fermare la loro battaglia, vengono torturati. Quando era già in esilio volontario negli Stati Uniti Rebiya ha subito un grave attentato e oggi è di nuovo “al centro dell’attenzione” dei servizi segreti cinesi, non solo per la sua intensa attività politica a favore del popolo uiguro, ma anche per questo suo nuovo libro, pubblicato già da qualche tempo in Germania e negli Usa, e ora tradotto in italiano. Una autobiografia forte e coraggiosa, scritto con linguaggio a tratti quasi poetico, ma in cui l’autrice lancia nette e pesanti accuse al governo cinese. Accuse a cui l’establishment politico di Pechino ha risposto accusandola di aver scritto solo menzogne. Ma Rebiya che nella vita ha affrontato situazioni durissime, dovendo più volte ricominciare tutto da capo,
non si arrende e non intende recedere di un millimetro. Dopo aver sperimentato la povertà estrema da bambina nei villaggi di montagna del Turkestan e la ricchezza conquistata come imprenditrice di successo, la schiavitù di sposa bambina e la passione per un uomo a lungo cercato e sognato, una vita libera e indipendente e la deprivazione sensoriale della cella di isolamento, a 62 anni Rebiya Kadeer non accetterebbe di rinunciare alla propria battaglia non violenta per la liberazione del suo popolo. «La Cina non riconoscerà l’indipendenza del Turkestan orientale, di questo sono consapevole. Ma qui non si tratta di fare una battaglia separatista, quanto di fermare la violenza che la Cina esercitasugli uiguri. È un fatto basilare che riguarda i diritti umani».
«Le donne, si dice, dovrebbero obbedire» accenna a un certo punto del libro Siddik, il marito di Rebiya scherzosamente. E poi aggiunge: «Lei non l’ha fatto. Per questo è potuta diventare quello che è». E in questa lunga battaglia per la fine dell’oppressione cinese sugli Uiguri  Siddik le è stato il primo alleato. «Un uomo e una donna si possono incontrare e possono creare una relazione d’amore che può portare a realizzare qualcosa di nuovo» ci dice Rebiya sorridendo. Poi prima di salutarci, aggiunge:”  Mi permetta di fare un ringraziamento. Vorrei dire grazie al Partito Radicale. Perché è grazie al lavoro politico dei Radicali se sono potuta andare al Parlamento europeo e denunciare la violazione dei diritti umani in Turkestan”.

da left-Avvenimenti, 8 maggio 2009

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Il sogno dell’avanguardia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2009

Malevich

Malevich

di Simona Maggiorelli

A Como una grande mostra indaga il milieu da cui nacque la ricerca del Novento in Germania e in Russia con artisti come Kandinsky e Malevich

È costruita come un viaggio immaginario attraverso le avanguardie russe del primoNovecento (ma anche come un affondo nel retroterra filosofico che le ispirò) la mostra Maestri dell’avanguardia russa aperta nella settecentesca Villa Olmo di Como fino al 26 luglio (catalogo Silvana editrice). Una mostra – curata da Evgenia Petrova e Sergio Gatti – che attraverso un’ottantina di opere provenienti dal museo di San Pietroburgo riporta in primo piano il lavoro di artisti dai percorsi diversissimi come Casimir Malevic, Marc Chagall e Vassily Kandinskij (al quale proprio in questi giorni il Centre Pompidou di Parigi dedica una importante retrospettiva)  e il meno noto in Italia, Pavel Filonov. La stagione delle avanguardie storiche in Russia, come del resto gran parte della ricerca europea del primissimo Novecento, ci racconta questa mostra, traeva linfa dalla corrente filosofica antipositivistica che si era diffusa a partire dall’ultimo ventennio dell’Ottocento, durante la stagione simbolista.

Negli ambienti artistici si leggeva Nietzsche, ma l’elite più sensibile faceva spazio anche le ricerche di un filosofo creativo e antiaccademico come Greog Simmel che metteva al centro della riflessione filosofica l’Erlebnis, intesa in senso pieno come  vita e esperienza vissuta. L’esplorazione di una fantasia libera dalle categorie razionali intrigò da subito un artista come Kandinskij, fondatore del gruppo Cavaliere azzurro insieme a Franz Marc. Già con i suoi primi acquerelli astratti Kandinskij aprì la strada a un’arte fatta di colori e linee, che non si proponeva più di raffigurare il reale, ma voleva realizzare un vocabolario creativo fuori da ogni cliché imitativo della realtà. Nel frattempo (e in parte influenzato dal medesimo contesto culturale) nasce il cubo-futurismo in Russia. Intorno al 1911-1912 in Germania e in Russia si moltiplicarono le interpretazioni eretiche del cubismo, come quella orfica, sensibile alla dimensione lirica del colore.

Malevich due

Malevich due

Fu quest’ultima tendenza, per altro di breve durata, a coinvolgere Kandinskij, come raccontano le primissime opere dell’artista esposte a Villa Olmo che presentano case e paesaggi fiabeschi fatti di solo colore. Ma poco dopo ecco le prime innovative composizioni su variazione musicale: qui i significati sono espressi solo dai colori, dalle linee e dalle forme compositive. Come una musica può evocare sentimenti e pensieri senza per questo riprodurre nessun dato realistico, così la pittura, suggerisce Kandinskij, non ha bisogno di copiare fatti oggettivi e fotografici. «L’arte deve rendere visibile ciò che non sempre lo è» annota in uno dei suoi scritti più famosi, Lo spirituale nell’arte. Intanto in Russia, raccontano i due curatori della mostra, la ricerca dell’arte astratta aveva seguito strade diverse con Casimir Malevich «che mescolava un primitivismo fiabesco tipicamente russo con le conquiste del cubismo» ma lette attraverso le composizioni razionali di Léger. Tra il 1913-1914 Malevich dipinge opere cubo-futuriste dalla composizione a-logica, affollate di lettere collages. E intanto comincia a pensare la svolta suprematista intesa, sulla carta, come supremazia della sensibilità pura. Ma già dopo la rivoluzione russa Malevic abbandonò l’arte per l’insegnamento. Dopo la condanna dell’arte astratta da parte di Stalin, poi l’approdo finale per Malevich sarà una emblematica composizione geometrica di bianco su bianco, drammatico annuncio di una caduta nel vuoto di un nihilismo assoluto.

da Left-Avvenimenti 10 aprile 2009

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La caduta dei giganti

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 22, 2009

Dall’antica Grecia ai regimi totalitari del Novecento. Le metamorfosi di queste possenti figure del mito nell’analisi di un grande critico d’arte come Jean Clair

di Simona Maggiorelli

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Il suo ultimo libro, La crisi dei musei (Skira), è diventato un caso internazionale, denunciando gli effetti della globalizzazione sulla cultura e, in particolare, sul mondo dell’arte, con la costruzione di spazi espositivi decontestualizzati dal territorio e con la riduzione di musei come il Louvre a un mero marchio da esportare. Ma se sul versante del pamphlet lo storico dell’arte ed ex direttore del museo Picasso di Parigi Jean Clair sfoggia una penna brillante e incisiva, non meno interessanti, anche se più complessi, sono i risultati di alcune sue ricerche più colte. Ospite del direttore Salvatore Settis, alla Normale di Pisa, Clair ha offerto un’anticipazione del suo nuovo lavoro: con il titolo “Da Satana a Stalin, la figura del gigante dall’illuminismo ai nostri giorni” una ricca disamina dell’iconografia e dell’iconologia del gigante nell’arte occidentale lungo i secoli. Di fatto dall’antica Grecia fino agli anni Trenta e Quaranta del ’900 quando l’immagine del gigante trova una massiccia riproposizione, in varianti sempre più inquietanti, per rappresentare la potenza cieca e distruttiva dei regimi totalitari. Il quadro Hitler agli inferi (1944) che Georg Grosz dipinse poco prima di essere ostracizzato come artista degenerato ne è un chiaro esempio. Ma prima di arrivare a questi drammatici esiti novecenteschi, Jean Clair ci invita a ripercorre la storia, di fatto, millenaria di rappresentazione del gigante come figura dell’irrazionale. A cominciare da quella lotta di Zeus con i giganti dove queste possenti creature sembrano assumere un significato ambivalente, da un lato di forza creativa, dall’altro di potenza distruttiva. «I giganti – ricorda Clair – sono nati dalla terra, è questo che indica l’etimologia del loro nome greco, Gegeneis, generati da Gea, Gaia. Sono entità primordiali, potenti, che delle loro origini conservano talvolta dei tratti animaleschi primitivi, un solo occhio, braccia multiple, arti inferiori a forma di serpente. Tra di loro ci sono i Titani, i Ciclopi e i Cento Braccia. Ciò che li riunisce è un comune odio verso gli dei, che affrontano in Gigantomachie. Zeus  imprigionerà i Titani nel Tartaro, nel profondo degli Inferi. Mentre gli dei dell’Olimpo, simili all’uomo – spiega Clair – incarnano più spesso la misura e la ragione, i Giganti incarnano la dismisura e la violenza, e sono una rappresentazione del deinos e della hybris. Sono figure originarie, terribili, della potenza primigenia, sempre pronta a risorgere». Nel segno di quella razionalità scissa che sarà tipica della riflessione filosofica di Socrate, Platone e Aristotele, il dio Zeus appare come il padre razionale che domina un irrazionale la cui forza viene rappresentata come enorme altezza, ma al tempo stesso stigmatizzata come animale.

Jean Clair

Jean Clair

Sarà poi con il Rinascimento che la figura del gigante verrà a coincidere tout court con quella del folle. Durante il XV secolo, per esempio, la figura del folle dei popolari tarocchi è un gigante con il cappello a punta e le orecchie d’asino. Una figura poi resa celebre da La nave dei folli di Sebastian Brant, ci ricorda lo studioso francese. Così mentre il Rinascimento sceglie la strada di una razionalità assoluta, la figura del gigante in pittura perde ogni aspetto di benevolenza per diventare «potenza di un demone cannibale». Una figura malvagia e diabolica, che attraverso l’immagine ancora ambivalente dell’orco delle favole di Perrault (riedizione dell’Urvater, il capo dell’orda, secondo Clair) arriva fino all’Ottocento, per giungere poi al moderno Batman e al joker hollywoodiano.

Il Saturno di Goya

Il Saturno di Goya

Goya ha rappresentato  in modo magistrale questa figura di Urvater che ingrassa i figli per poi meglio divorarli. Basta pensare al suo potente Colosso  o al Saturno antropofago dipinto nel 1821. «Orco e mostro, solitario e accidioso, come lo era il suo prototipo medievale, Satana, questa figura – spiega Clair – conoscerà nel XX secolo una sorprendente fortuna. Carica di ambiguità essa pretende di incarnare, come i giganti swiftiani dell’illuminismo, potenza e ragione, ma in realtà incarna la follia omicida; pretende di segnare il superamento dell’uomo da parte dell’uomo ma ne annuncia l’annientamento. E i più piccoli tra gli uomini – sottolinea lo studioso francese – ovvero dittatori, leader, duce, führer prenderanno volentieri l’apparenza di giganti». Sfila così una inquietante galleria di mostri, fantasticherie di umanoidi e di creature primitive che si ergono sul deserto, come nell’Angelo del focolare che Marx Ernst dipinse nel 1937, tre anni dopo l’ascesa al potere di Hitler. Mentre nei ritratti di pittori come Grosz, Kubin, Klinger, Schlichter, Sironi si riconoscono i volti di Mussolini, Hitler e Stalin.

Hobbes, Il Leviatano (1651)

Hobbes, Leviathan (1651)

Nelle opere pittoriche e nei primi fotomontaggi novecenteschi colpisce il ritorno quasi ossessivo di una medesima rappresentazione: la figura gigantesca del leader, come in un celebre frontespizio del Leviatano (1651) di Hobbes, è composta dai tanti piccoli uomini della massa. «Secondo il filosofo – chiosa Clair – nello stato di natura gli uomini sono naturalmente aggressivi e questo giustifica la necessità dello Stato assoluto. Il bellum omnium contra omnes descritto da Hobbes – aggiunge –  non è molto lontano dalla “orda primitiva” che descriverà Freud in Totem e tabù». Lo stato totalitario del Leviatano, in cui tutti debbono obbedire per non finire sbranati è una figura del libro di Giobbe. E questa stessa antropologia religiosa improntata al controllo e alla sottomissione, mutatis mutandis, la si ritrova in Freud, ma anche nel nazismo. Hitler, come l’autore de La psicologia delle masse e L’analisi dell’io (1921), era un attento lettore di Le Bon, il quale considerava la folla come un elemento irrazionale e violento dominato dalle leggi dell’imitazione. Una concezione che trova addentellati nella scuola positivistica italiana che faceva capo a Lombroso. (Gli studi sulla folla prodotti dai suoi “allievi” Ferri e Paoli offrirono materia diretta alla propaganda di Mussolini).

Bosch La nave dei folli 1490

Bosch La nave dei folli 1490

«Una caratteristica del totalitarismo moderno è proprio la diluizione dell’individuo nella massa organica dello Stato –  nota Jean Clair -. Come un mostro marino sorto dalle profondità del mare il Leviatano rappresenta un organismo primitivo, simile a un polipo e a forme di vita fatte di aggregati indifferenziati». Questa immagine sarà regolarmente ripresa nell’immaginario dei regimi totalitari. Le rappresentazioni pittoriche della Volksgemeinschaft nazionalsocialista mostrano l’unità del corpo dei Genossen tedeschi,  in gigantografia. Mentre i manifesti propagandistici per il referendum popolare del ’34, che secondo Mussolini doveva sancire un nuovo rapporto tra il capo e il corpo del popolo, ci ricorda Clair, «mostrano un duce gigante il cui corpo è fatto dalla moltiplicazione delle teste dei suoi sudditi». Da parte sua, Freud paragonò la massa a una lacrima di batavia, un cristallo a forma di goccia che se colpito nella parte più stretta va in miriadi di frantumi. Come a dire che se la massa perde il leader, si disgrega. Secondo il padre della psicoanalisi, insomma,  la massa non avrebbe intelligenza propria e possibilità di un pensiero rivolto al nuovo. Un’immagine e un pensiero che, alla luce della ricerca di Clair, rivelano aspetti ancor più inquietanti.

da left-avvenimenti del 21 marzo 2009

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