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L’invenzione della sindrome del boia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 4, 2013

pericolo-di-gravidanza-l-39-aborto-come-un-fondo-d-39-arte-250x200di Simona Maggiorelli

La chiamano sindrome del boia. E secondo le associazioni pro life sarebbe il destino inevitabile di ogni donna che abortisce. Nel libro La verità vi prego sull’aborto (Fandango, 2013) la filosofa della scienza Chiara Lalli scrive che, per costoro, chi interrompe una gravidanza si «troverà prima o poi a subire conseguenze dolorose andando inevitabilmente incontro alla “sindrome post aborto”»

. Espressione che ricorre nei discorsi dei bioeticisti cattolici e che, fatto grave, compare anche in documenti del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), organo consultivo del governo. Siamo davanti all’invenzione di una patologia propedeutica a nuovi attacchi alla 194?

«In psichiatria, dal DSM IV e fino all’attuale catastrofico DSM V, c’è stato un proliferare di “sindromi”, sovente create apposta per inserire in una patologia fittizia determinati ambiti di comportamento», spiega la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti. «Serve alla vendita di psicofarmaci e, in casi come questo, a mascherare di falso scientismo una condanna moralistica basata su pregiudizi religiosi». Urge far chiarezza, dunque. «La donna che ha deciso di abortire non commette un “feticidio”, cioè non uccide una vita umana come si vuol far credere», precisa la docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena. E aggiunge: «Quella del feto è una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio. Il cervello del neonato è completamente diverso da quello del feto che è funzionale ai processi di accrescimento e non a un’attività di pensiero che ha inizio con la nascita. La madre assassina è affetta da una grave patologia mentre una donna che abortisce, esercita un diritto di autodeterminazione e di libertà procreativa. Il senso di colpa è indotto dalla cultura cattolica che vuole imporre credenze che contrastano con la ricerca scientifica alterando i dati biologici. Si tratta di una strategia di controllo che da millenni gli uomini hanno imposto sulla sessualità delle donne: l’intangibilità del feto si lega alla sacralità del biologico».

abortoIn Italia le percentuali “bulgare” degli obiettori, denuncia l’associazione Laiga, obbligano le donne ad andare ad abortire all’estero, specie per aborti terapeutici. Esponendo la salute delle pazienti a maggiori rischi. E aumentano gli aborti “spontanei”,in particolare, fra le immigrate. Di fronte a tutto ciò la Consulta di bioetica propone di abolire l’articolo 8 della 194 che prevede l’obiezione di coscienza. «Credere nella sacralità del biologico è contrario all’etica medica che si basa su una concezione naturalistica e scientifica dell’essere umano», commenta la professoressa. «A partire dal protocollo di Harvard la vita umana è legata all’attività cerebrale, quando questa cessa c’è la morte che non è separazione dell’anima dal corpo. Il medico è chiamato a intervenire laicamente prescindendo da principi trascendenti. Nessun medico può rifiutarsi di fornire una prestazione imponendo di fatto al paziente una propria concezione religiosa. La medicina in nessun caso può essere al servizio dell’ideologia: quando lo è stata è andata sempre “contro l’uomo” come nelle sperimentazioni naziste».

Al convegno Il buon medico non obietta organizzato dalla Consulta di Bioetica  a Roma il giurista Carlo Casini del Movimento per la vita ha riproposto la questione dello statuto ontologico dell’embrione che, per lui, sarebbe persona in accordo con la Legge 40. In barba alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che stigmatizza la confusione fra embrione e persona contenuta nella norma. «Scambiare embrione e persona sarebbe come voler offrire a amico della frutta e portargli una radice d’albero su un piatto», ha risposto a Casini il costituzionalista Gladio Gemma, richiamando la differenza logica fra potenza e atto. «Il discorso di Gemma è scientificamente corretto – commenta Gatti – l’embrione prima della 23esima settimana non ha nessuna possibilità di vita. Un nocciolo di pesca ha la potenzialità di diventare albero e la mantiene finché non trova un terreno fertile. L’embrione fuori dall’utero non ha alcuna possibilità di vita umana prima che il cervello abbia raggiunto un determinato stadio maturativo. è un dato acquisito dai maggiori esperti di neonatologia mondiale ma che la cultura cattolica continua a negare». Come si evince anche dai discorsi del presidente emerito del Cnb, il cattolico Francesco D’Agostino, che all’iniziativa della Consulta di bioetica e Sel in Palazzo Marini ha parlato di aborto come una piaga ancora aperta in Italia, anche a causa della «fragilità esistenziale delle donne». «Pregiudizi medievali, di negazione delle donne», denuncia Maria Serenella Pignotti neonatologa del Meyer di Firenze, mentre il filosofo Eugenio Lecaldano dice che bisogna «ribadire la centralità della donna nelle questioni riproduttive». Ma è sufficiente? «L’autodeterminazione della donna e la sua libera scelta procreativa possono essere meri slogan se non si accompagnano a una battaglia politica che ribadisca la centralità della ricerca sulla realtà umana», rilancia la neonatologa Gatti.«Concezioni antropologiche che perpetuano l’annullamento della donna, tipico della cultura greca e giudaico cristiana ci vengono proposte di continuo su giornali come Repubblica. L’uomo, come ha sostenuto Freud, sarebbe atavicamente violento e sadico mentre le donne sarebbero costituzionalmente inclini al masochismo e meno intelligenti essendo destinate ad allevare la prole. Al convegno D’Agostino ha citato come esempio di ricerca psichiatrica Jacques Lacan che era un fautore del ritorno a Freud e aveva rapporti a dir poco problematici con le donne come si evince dalla biografia della figlia Sybille. Sempre su Repubblica, partendo da Lacan, Michela Marzano, fa affermazioni incredibili, sostenendo che potrebbe accadere a tutti di dimenticare il proprio bimbo in auto, con esiti drammatici. Esiste secondo lei una “banalità del male” citando Hannah Arendt. Come dire che sotto sotto siamo tutti un po’ fatui ed un po’ nazisti». E qui si apre un altro tema enorme che non mancheremo di approfondire.

 dal settimanale left Avvenimenti

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L’agenda bioetica che piace al Vaticano

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 10, 2013

Gaetano Quagliariello

Gaetano Quagliariello

Quagliariello, Lorenzin e Lupi protagonisti di crociate per impedire la libertà di scelta sul fine vita e per mantenere la legge 40. “Disumana” secondo la Corte europea di Strasburgo. Mentre Enrico Letta disertò il referendum del 2005, secondo i diktat del Cardinale Ruini e della Cei

di Simona Maggiorelli

«Eluana non è morta, è stata ammazzata» si mise a gridare il vicepresidente vicario dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, quando in Aula si diffuse la notizia che Eluana Englaro aveva cessato di “vivere” quella sua esistenza artificiale, solo biologica, resa possibile dalle macchine, dopo quel terribile incidente di 17 anni prima.

Le parole del neo ministro delle Riforme allora – era l’8 febbraio 2009 – dettero la stura a un vociare «assassini!», «assassini!» «assassini!» che si levò dai banchi del centrodestra rivolto a quelli dell’opposizione. Quella scena indecente, avvenuta a palazzo Madama, si può ancora oggi vedere su youtube. Ed è stata massicciamente rilanciata in rete, a mo’ di eloquente commento alla scelta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di nominare Quagliariello fra i suoi dieci saggi.

Di più ha fatto Enrico Letta, che incaricato da Napolitano di formare il nuovo Governo l’ha messo nella sua squadra di ministri. Da Oltretevere ringraziano. Non solo per la nomina di Quagliariello, ma anche per quella di una compatta flotta di ex Dc, margheritini, popolari europei, ciellini (se ne contano almeno tre: Lupi del Pdl, Mauro della Lista civica e Zanonato del Pd) che ora figura nella compagine di governo. Tutti cattolici praticanti e convinti, come il premier Pd Enrico Letta, che essere credente non sia un fatto privato. E che anzi la fede debba improntare le scelte politiche e legislative, specie quando si parla di bioetica e di questioni “eticamente sensibili”. Ovvero, fuori dal gergo confessionale, di diritti civili, questioni che toccano direttamente la vita dei cittadini. Temi come la fecondazione assistita, l’aborto, la contraccezione, le unioni civili, il fine vita sui quali gli italiani dimostrano di avere opinioni molto più laiche e progressiste dei loro governanti. Come si evince da vari studi. A cominciare dal rapporto 2013 sulla secolarizzazione in Italia stilato da Critica Liberale e la Cgil nuovi diritti per arrivare all’ultima indagine Eurispes da cui emerge che il 77,2% degli italiani sono per le coppie di fatto, il 79,4 % è contro la legge 40 e il 77,3% vuole il testamento biologico.

Lorenzi, Sacconi e Alfano in Chiesa

Lorenzi, Sacconi e Alfano in Chiesa

Una realtà che appare lontana anni luce dalla “Weltanschauung” del docente di storia della Luiss, ex radicale ed ex consigliere di Marcello Pera ai tempi della difesa delle radici cristiane, al quale ora è affidato il delicatissimo ministero delle riforme costituzionali. Basta ricordare qui che dopo quell’episodio indecoroso in Aula, Quagliariello, solidale con il fronte più talebano del centrodestra (Sacconi, Giovanardi, Binetti, Volonté, la sottosegretaria Roccella e il neo ministro Maurizio Lupi) strumentalizzò il caso di Eluana per cercare di far passare in fretta e furia una legge sul fine vita che, così come è tracciata nel Ddl Calabrò, cancella ogni possibilità da parte dal malato, se cade in stato di incoscienza, di rifiutare trattamenti medici come alimentazione e idratazione artificiale. A prescindere dalle scelte e dalle convinzioni espresse da quella stessa persona quando poteva ancora parlare.

Per fortuna, non produssero gli effetti desiderati dal centrodestra il pressing e le molte audizioni, organizzate, non con medici e specialisti, ma con attivisti vicini alla Chiesa e personaggi di richiamo come, ad esempio, l’associazione Risvegli e l’attore Alessandro Bergonzoni. Così il tentativo del governo berlusconiano di imporre una legge sul fine vita che recepisse i diktat del Vaticano si arenò. E il ddl Calbrò è finito in un cassetto. Fino alla scorsa legislatura, quando – con una specie di blitz – il Pdl riuscì a riportarlo in Aula. Riscuotendo il plauso dei cattolici dell’Udc, della Lega e del Pd.

Enrico Letta(Pd) con lo zio Gianni Letta (Pdl)

Enrico Letta(Pd) con lo zio Gianni Letta (Pdl)

In questo contesto da bagarre ideologica come si è mossa la deputata pidiellina Beatrice Lorenzin ora alla guida del ministero della Salute? Pur evitando i toni facinorosi dei cattolici più oltranzisti si è sempre dichiarata in linea con l’agenda della bioetica stilata da Sacconi caratterizzata da prese di posizione antiscientifiche e dogmaticache su temi come il fine vita, l’aborto, la Ru486, la legge 40. Nel 2010, per esempio, quando i cosiddetti “cattolici democratici” del Pd si dissero pronti ad accogliere l’appello di Sacconi in difesa dei “temi etici” Lorenzin ebbe a dire che «l’agenda biopolitica», fondata sul concetto antiscientifico secondo cui l’embrione è persona, segnava «un’intesa trasversale nonostante i fumi del teatrino della politica». «Su questi temi fondamentali- aggiungeva Lorenzin – c’è un evidente maggioranza pro life pronta ad esprimersi dal biotestamento alle forme di aborto farmacologico». Inutile dire che in un paese come l’Italia dove, a causa di percentuali vertiginose di medici obiettori (sfiora mediamente il 90%), la legge 194 è largamente disapplicata un ministro della Salute, che non è medico e difende posizioni pro life certo non fa ben sperare.

Riguardo alla norma sulla fecondazione assistita, in particolare, Lorenzin ha detto in più occasioni che «la legge 40 non va cambiata». In barba alle 18 sentenze dei tribunali italiani che dal 2005 a oggi hanno fatto cadere tutti i divieti più ideologici contenuti nella legge e nonostante il recente verdetto, ribadito anche in appello, della Corte Europea di Strasburgo che giudica la legge 40 lesiva di diritti umani. Una posizione sbilanciata sulle posizioni del Vaticano quella di Lorenzin che fa perfettamente il paio con quella del neo Premier Enrico Letta, ex scout, cresciuto all’oratorio, nonché nipote del pidiellino Gianni gentiluomo del papa e assiduo frequentatore delle stanze del potere Oltretevere.

All’epoca del referendum per abrogare i punti più dannosi e controversi della legge 40, va ricordato qui, Enrico Letta fece suo l’appello del cardinale Ruini che consigliava di disertare il voto e andare al mare. Scavalcando a destra i cattolici Pd Dario Franceschini (neo ministro dei rapporti con il Parlamento) e Rosy Bindi che, invece, andò a votare tre no. I sì ai quesiti abrogativi posti dal referendum, come forse i lettori ricorderanno, furono circa 10 milioni. Ma l’astensionismo propagandato massicciamente dalla Cei determinò il fallimento del referendum che non raggiunse il quorum. Con grande giubilo dell’allora esponente del Pdl Maurizio Lupi (neo ministro dei trasporti e delle infrastrutture), strenuo paladino cattolico dei «valori non negoziabili» e che in tutti questi anni non ha mai smesso di ripetere che la «la vita va tutelata fin dal concepimento». Anche quella dell’embrione, anche quella dello zigote.

Da vice presidente Pdl alla Camera, quando a fine agosto 2012 il governo Monti annunciò di voler presentare ricorso contro la sentenza della corte dei diritti dell’uomo (ricorso poi perso) disse che non solo appoggiava la decisione del ministro Renato Balduzzi ma anche «che non possono lasciar prevalere né le semplificazioni dei giudici (sic!), né le ideologie dei cultori dell’eugenetica».Tali sarebbero secondo il ministro Lupi quei genitori portatori di malattie genetiche oggi incurabili che si rivolgono alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto per avere un figlio che non sia condannato a soffrire e a morire in poco tempo.

 dal settimanale left-avvenimenti

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La diagnosi preimpianto è un diritto

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 16, 2012

Per la prima volta dall’entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, un giudice ha riconosciuto il diritto di poter fare la diagnosi preimpianto. Il Tribunale di Cagliari ha autorizzato l’accesso a questa tecnica  per una donna malata di talassemia major e  il suo compagno portatore sano della stessa patologia genetica.

di Simona Maggiorelli

fecondazione assistita

I centri pubblici italiani specializzati nella fecondazione assistita devono offrire la diagnosi preimpianto alle coppie che la richiedono perché affette da malattie genetiche. Lo ha stabilito il tribunale di Cagliari rispondendo a una coppia di talassemici che chiedeva di poter ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto per avere un figlio libero da questa grave malattia genetica. Una sentenza, questa di Cagliari, perfettamente in linea con quella emessa della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo a fine agosto scorso che ha dato ragione a una coppia italiana contro la legge 40/2004, giudicata una norma contro i diritti umani. Dopo un a lunga e coraggiosa battaglia nelle aule di tribunale (supportata come nel caso sardo dall’avvocato Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni) la coppia italiana portatrice sana di fibrosi cistica a fine agosto ha visto riconosciuto dall’Europa il proprio diritto di avere un figlio sano. Poi, come è noto, Scienza e Vita ha alzato barricate. E quel che è più grave il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato di voler fare ricorso contro la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, incurante del fatto che le associazioni di malati hanno chiesto al Governo di recepire la sentenza, cogliendo l’occasione per abrogare o riscrivere la legge 40 che, sulla base di assunti antiscientifici, dal 2004 costringe le coppie italiane ad andare all’estero perpoter fare la fecondazione eterologa (con gameti di donatori esterni alla coppia) e la diagnosi preimpianto. Costringendole ad espatriare per vedere riconosciuti un diritto alle cure mediche riconosciuto dalla nostra Costituzione. Senza contare la feroce discriminazione di censo che le coppie devono subire, visti i costi dei cicli di terapie e dei soggiorni all’estero.

Ma ora, proprio quando mancano pochi giorni alla scadenza della possibilità di ricorrere in appello da parte del Governo Monti contro la sentenza della Corte europea, ecco che il Tribunale di Cagliari viene in aiuto alle coppie portatrici di malattie genetiche con una importante sentenza che da ora in avanti obbliga tutti i 357 centri di fecondazione assistita attivi in Italia a dispensare la diagnosi preimpianto alle coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che la richiedano. Fin qui nessuno dei 76 pubblici italiani ha permesso alle coppie di esercitare il proprio diritto alla diagnosi preimpianto, nonostante le linee guida Turco del 2008 sulla legge 40/2004 avessero almeno esteso il diritto alle coppie in cui lui fosse affetto da HIV.  La battaglia contro questa legge antimoderna però non è finita. Ancora resta in piedi il divieto di donare alla ricerca gli embrioni congelati e non più adatti al trasferimento in utero. Per completare l’opera di smantellamento di questa legge c’è ancora un pezzo di strada da fare e le sentenze in tribunali italiani attese per i prossimi giorni saranno decisive.

DA CAGLIARI UNA SENTENZA DECISIVA

di Federico Tulli

Tutti i cittadini in Italia hanno diritto di poter accedere a trattamenti sanitari. Si tratta di un diritto costituzionale ma, a quasi 65 anni dall’entrata in vigore della Carta, ancora oggi deve essere rivendicato in tribunale. È il caso di una coppia di Cagliari che si è dovuta rivolgere ai giudici del capoluogo sardo per “costringere” il laboratorio di citogenetica dell’ospedale Microcitemico di Cagliari a eseguire l’indagine diagnostica preimpianto nell’ambito della procedura di fecondazione in vitro che i due avevano richiesto per evitare che il nascituro ereditasse la talassemia, malattia genetica di cui è affetta la madre. Con una sentenza emessa oggi il Tribunale di Cagliari ha accolto il ricorso della coppia ordinando al laboratorio di eseguire l’indagine diagnostica o di utilizzare strutture esterne, ristabilendo così l’equità dell’accesso alle cure – in sintonia con la legge 40/2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) così come è stata modificata in seguito a una sentenza della Corte costituzionale nel 2009.  In base alla norma si può accedere alla Pma perché infertili e quindi anche eseguire diagnosi preimpianto per verificare prima dell’impianto in utero se l’embrione è affetto dalla patologia dei genitori. Tuttavia il laboratorio di citogenetica della struttura pubblica che deve analizzare il campione si è rifiutata di analizzare le cellule. La coppia avrebbe potuto rivolgersi ad una struttura privata i cui costi però si aggirano intorno ai novemila euro a ciclo, cifra incompatibile con il loro reddito. Pertanto, assistita dagli avvocati Gallo e Calandrini, si è appellata al Tribunale di Cagliari per chiedere l’esecuzione dell’indagine richiesta alla struttura pubblica e prevista dalla legge 40: risulta, infatti, del tutto illegittimo oltre che gravemente lesivo dei diritti costituzionalmente garantiti il rifiuto della struttura pubblica. L’azienda ospedaliera è stata quindi riconosciuta colpevole della violazione. In Italia, attualmente sono attivi 357 centri di fecondazione medicalmente assistita. Quelli che applicano tecniche in vitro identificati per secondo e terzo livello sono 202: 76 svolgono servizio pubblico e 22 servizio privato convenzionato, i rimanenti 104 offrono servizio privato. In base alla decisione dei giudici cagliaritani tutti i centri pubblici (tra questi a oggi nessuno effettua diagnosi preimpianto) saranno obbligati a osservare scrupolosamente la legge 40 perché effettuare tecniche di fecondazione in vitro significa anche avere l’obbligo, se la coppia lo richiede, di fornire informazione sullo stato di salute dell’embrione. Anche per questo motivo, nel procedimento sono intervenute con atto unico le associazioni di pazienti infertili Cerco un bimbo e L’altra cicogna oltre alla associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

da Cronache laiche del 15 novembre 2012

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Biotestamento, una legge che ferisce

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 11, 2012

Il ddl Calabrò potrebbe diventare norma per un blitz del Pdl, denuncia il senatore Ignazio Marino. Che durante un’iniziativa a Torino con Bersani ha lanciato un’agenda bioetica laica per il prossimo governo

Ignazio Marino alla manifestazione dei medici del 29 ottobre

di Simona Maggiorelli

La riforma sanitaria è stata approvata con due voti di fiducia e ora è legge. «Non era mai accaduto dal 1947 che un testo del governo, che cambia la rete del Sistema sanitario nazionale (Ssn) passasse dai due rami del Parlamento senza modifiche». Il senatore Ignazio Marino è indignato per il modo in cui è passato il decreto Balduzzi ma anche perché, dice, «è un provvedimento annuncio» che parla di ambulatori aperti h 24, come se potessero essere realtà, a costo zero. «Lei provi a pensare cosa accadrebbe – incalza Marino – se come presidente della Commissione di inchiesta sul Ssn questa sera alle 22:30 inviassi i Nas per controllare se gli ambulatori sono aperti… Non è difficile immaginare cosa troverebbero. Non si può prendere in giro la gente». « Basta dire – spiega il senatore Pd – che in Toscana dove funzionano già 40 strutture h 24 il costo è di 16 milioni l’anno». E la riforma sanitaria fatta senza reale dibattito, purtroppo, non è la sola forzatura in questo  ultimo scorcio di legislatura. Il governo tecnico guidato da Monti potrebbe vedere anche la traduzione in legge del famigerato ddl Calabrò sul biotestamento, già passato alla Camera. Parlamentari del Pdl, infatti, hanno raccolto le firme perché vada direttamente in Aula, scavalcando la discussione in commissione Sanità. Se il blitz riuscisse avremmo «una legge che ferisce mortalmente la libertà delle persone», non esita a dire Marino. «Perché all’articolo 3 recita che le persone che vivono in Italia non potranno lasciare indicazioni, non potranno scegliere se sottoporsi o meno a idratazione e nutrizione artificiale in caso di perdita di coscienza. Beninteso – precisa Marino – chi volesse sottoporsi a queste terapie anche quando non vi fosse più ragionevole speranza di un recupero della propria integrità intellettiva, a mio avviso, deve essere tutelato. Ma non può obbligare altri a farsi incidere l’addome e inserire un tubo di plastica nell’intestino». «Una persona non può essere espropriata per legge del proprio pensiero, individualità, cultura, convinzioni. Non può essere un capogruppo del Pdl, della Lega o di qualsiasi altro partito a dire come ci dobbiamo curare». Ma c’è di più: «Ci dovremmo interrogare – rimarca Marino – perché una legge che impedisce la libertà di scelta nasca solo in questo Parlamento e non esista in nessun altro Paese al mondo». Solo in Italia, del resto, capita di dover sentire un senatore Pdl e medico come Calabrò affermare che «le persone in stato vegetativo permanente sanno dare molto agli altri». «Se le famiglie non se la sentono, ci sono gli hospice», ha detto in un pubblico convegno. «Il ragionamento non è posto correttamente», sbotta Marino. «Urge tornare a un’interpretazione laica della Costituzione. Solo in quel perimetro, c’è spazio per la libertà di tutti. Se aboliamo la laicità, creiamo discriminazioni e ghetti. Qui non si tratta tanto di carico sanitario per i familiari e per le strutture. Il punto è che se passa la legge Calabrò, anche chi non ha la sua fede, sarà sottoposto a terapie anche se inutili. Al senatore va ricordato che un giovane Aldo Moro nel ’47 ebbe la lungimiranza di proporre che nell’articolo 32 della Carta fosse scritto non solo che tutti devono avere accesso alle cure, ma anche il diritto di rifiutarle». Laicità, diritti civili, ricerca sulle embrionali, diritto alla diagnosi preimpianto (mentre incombe l’annunciato ricorso di Balduzzi contro la sentenza della Corte europea). E ancora cittadinanza ai figli di immigrati, liberalizzazione delle droghe leggere e adozioni per single e gay, se nel primario interesse del bimbo, sono stati i temi che Marino ha lanciato il 5 novembre a Torino  con Bersani. «Il segretario del Pd ha detto che questi sarebbero i suoi temi prioritari come premier» .Dal settimanale left-Avvenimenti 9-15 novembre

Il pressing di Maurizio Gasparri: ”Abbiamo rappresentato al presidente Schifani l’appello sottoscritto da 160 senatori che chiedono un rapido approdo in Aula del testo sul fine vita. Schifani ha assicurato che prendera’ contatto con il presidente della commissione per rappresentargli questo fatto e affiche’ acceleri la conclusione dell’iter del ddl”. Lo ha detto il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri al termine della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ( Asca 8 novembre 2012)

Il Pdl “cerca la rissa in Aula sul testamento biologico”, dice Belisario dell’Idv

”Il Pdl cerca la rissa in Aula per introdurre nella nostra legislazione un testo retrogrado, oscurantista, che vuole di fatto privare i cittadini di un diritto costituzionale, quello alla salute. Non poter disporre del proprio fine vita e’ una barbarie”. Lo afferma il presidente dei senatori IdV, Felice Belisario, dopo che il capogruppo Pdl, Maurizio Gasparri ha sollecitato in conferenza dei capigruppo il presidente Schifani affinche’ prenda atto dell’appello di 160 senatori che chiedono il rapido approdo in Aula del ddl sul testamento biologico. (Asca 8 novembre)

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Premio Nobel per la medicina ad Yamanaka

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 8, 2012

di Simona Maggiorelli

I premi Nobel 2012 Yamanaca e Gurdon

La ricerca sulle cellule staminali, come uno degli ambiti più promettenti della medicina rigenerativa, è al centro dell’assegnazione dei Nobel 2012.

L’8 ottobre il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato,  infatti, al giapponese Shinya Yamanaka e al britannico John Gurdon. Rispettivamente  per aver scoperto le cellule staminali riprogrammate, le cosiddette staminali pluripotenti indotte, e per aver aperto quella strada alla ricerca sulle staminali  che nel 1996-97 permise allo scienziato Ian Wilmut di mettere a segno il primo esperimento riuscito di clonazione animale con la nascita della pecora Dolly.  Gurdon oggi settantottenne nel 1962 ( l’anno di nascita di Yamanaca) ha infatti scoperto che una cellula adulta può “perdere la sua identità” ed essere riprogrammata per specializzarsi in un tipo di cellula completamente diverso. Nato nel 1933 in Gran Bretagna, a Dippenhall, si è laureato a Oxford e, dopo un lungo periodo negli Stati Uniti, presso il California Institute of Technology, ha insegnato Biologia Cellulare nell’università di Cambridge. La ricerca di Gurdon ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione. Da allora numerose ricerche sulla clonazione animale  a scopo terapeutico hanno gettato le basi per la medicina rigenerativa, ma la grande scommessa era capire i segnali che fanno partire la riprogrammazione e riuscire a controllarli. A compiere  un importante passo in questa direzione sono state le ricerche di Yamanaka, che nel 2006 ha messo a punto il cocktail di gen iche permette di trasformare una cellula adulta in una cellula bambina, chiamata Staminale riprogrammata indotta (Ips), riportando indietro l’orologio biologico della cellula. La scoperta ha avuto un impatto notevole anche dal punto di vista etico poiché in passato la possibilità di utilizzare cellule staminali embrionali aveva suscitato un vivace dibattito.  E se i  cattolici  brandiscono la bandiera della ricerca di Yamanaca per escludere la ricerca sulle staminali embrionali, Yamanaca stesso raccomanda  di tenere aperta la ricerca nel suo spettro più ampio, perché le scoperte  i progressi in medicina non possono arrivare se si procede per compartimenti stagni, limitando ideologicamente l’orizzonte e  il raggio della ricerca.

“E’ il giusto riconoscimento per scienziati che hanno trovato il modo di far girare al contrario le lancette dell’orologio- ha commentato il chirurgo Ignazio Marino all’annuncio dell’assegnazione dei Nobel 2012. ”  Yamanaka ha fatto una scoperta innovativa- dice il presidente Pd della Commissione  di inchiesta sul sistema sanitario nazionale -, facendo tornare indietro alcune cellule adulte e facilmente disponibili, come quelle della pelle, per ottenere cellule pluripotenti specifiche del singolo paziente. Una scoperta che potrebbe risolvere anche il problema del rigetto. In futuro, un danno di un nostro organo potrebbe essere curato con un prelievo di cellule adulte della pelle da reimpiantare, con un autotrapianto nel tessuto ammalato, dopo averle riprogrammate e riportate indietro allo stadio delle cellule staminali pluripotenti. Tengo a precisare- sottolinea Marino – che nella visione di Yamanaka, questo metodo per quanto promettente non esclude l’importanza di proseguire le ricerche anche sulle staminali embrionali che devono camminare, secondo lui, ‘mano nella mano'”.

Un plauso alla notizia del Nobel conferito a John Gurdon e Sinha Yamanak, viene anche  dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca. “Gurdon cinquanta anni fa dimostrò per la prima volta che una cellula adulta può dare origine a un nuovo embrione se il suo nucleo viene trasferito all’interno di una cellula uovo; il secondo, sei anni fa scoprì il meccanismo di questa riprogrammazione. Questa ultima scoperta, che apre scenari prima inimmaginabili per la medicina rigenerativa è il risultato di un lungo percorso, che parte dalla scoperta di Gurdon, prosegue con la scoperta delle staminali embrionali, anche questa premiata con il Nobel a Martin Evans, passa per Dolly, il primo mammifero clonato e per la scoperta delle staminali embrionali umane da parte di Thompson nel 1998. Ognuna di queste scoperte è stata fondamentale come base di partenza per la successiva: non sarebbe stato possibile a Yamanaka ottenere cellule adulte riprogrammate senza la conoscenza sulle staminali embrionali che rappresentavano il suo termine di paragone. La scienza procede in tutte le direzioni e deve farlo liberamente, senza preclusioni e altro condizionamento che la validità scientifica dei risultati raggiunti. E’ necessario quindi continuare a battersi perché tutte le strade siano percorse e percorribili e l’Associazione proseguirà nella sua battaglia, ben conscia che alla fine solo la scienza  ci darà le risposte alle domande che ci poniamo da sempre sul nostro corpo, le sue malattie e come combatterle e un giorno sconfiggerle.”
 8 ottobre 2012
Corriere 15.10.12
A mezzo secolo di distanza tra loro due Nobel rivelano tutto delle cellule
di Massimo Piattelli Palmarini

Quando il compianto Salvador E. Luria ricevette, nel 1969, il Premio Nobel per la medicina o fisiologia per un lavoro pubblicato nell’allora già lontano 1943, mandò agli amici una vignetta tratta dalla rivista New Yorker. Vi si vede un signore in poltrona, che legge sbigottito un quotidiano e dice alla moglie: «Cara, pare che mi abbiano dato il Premio Nobel per qualcosa che ho fatto più di cinquant’anni fa». Il quasi ottantenne Sir John B. Gurdon, ora dovutamente insignito con tale Nobel, potrebbe dire lo stesso.
Il suo elegante esperimento, da gran tempo riportato nei manuali di biologia, risale, infatti, al 1962, cinquant’anni esatti.
Concettualmente semplice, ma tecnicamente complesso (specie con le tecniche allora disponibili) rivelò con chiarezza ciò che, a buon motivo, solo si supponeva, cioè che ogni cellula del corpo racchiude lo stesso identico corredo di geni. Gurdon lo effettuò su una specie di ranocchie acquatiche, lo Xenopus laevis, perché l’ovulo misura circa un millimetro e lo si può, quindi, delicatamente manipolare sotto una lente di ingrandimento. Prese un ovulo, vi tolse il nucleo, e lo sostituì con quello di una cellula intestinale, anche questo per motivi pratici. In teoria avrebbe potuto fare questo trapianto di nuclei cellulari con un qualsiasi diverso tipo di tessuto già altamente differenziato. Poi dette avvio alla crescita di molti di questi ibridi cellulari ottenendo dei girini e, in circa un caso su cento, ottenne delle normalissime rane acquatiche. Ricordo, molti anni fa, in visita al suo laboratorio a Cambridge (che adesso porta il suo nome) di averle viste allegramente nuotare in una vasca. Avevano un colore leggermente più pallido delle loro consorelle normali, ma questo è un dettaglio. Contava moltissimo, invece, l’essenza di questa delicata operazione, cioè che il patrimonio genetico di un individuo resta immutato dall’uovo fecondato, giù giù fino alle cellule più specializzate del suo corpo. È sapendo questo che adesso, prelevando semplicemente una cellula dalla saliva, si può fare la sequenza dell’intero genoma. L’anno del giustamente celebre esperimento di Gurdon è lo stesso in cui è nato Shinya Yamanaka, lo scienziato giapponese che divide il Nobel con Gurdon. Il suo esperimento è quasi l’immagine speculare di quello di Gurdon, perché è riuscito a de-programmare delle cellule differenziate di topo inserendovi, con l’aiuto di un virus, quattro fattori embrionali di regolazione, per poi vederle differenziarsi di nuovo in un tessuto diverso. A differenza dell’esperimento pioniere di Gurdon, quello assai più recente di Yamanaka offre concrete prospettive terapeutiche, in quanto le sue cellule staminali pluripotenti indotte (in gergo iPS) possono, almeno in teoria, modificare delle cellule estratte dal tessuto di un individuo, per poi essere reinserite in un tessuto diverso e ivi fatte proliferare. Questo è riuscito nel topo, ma vi sono ancora delle incertezze per le applicazioni cliniche sull’uomo. Ma la lezione di biologia che loro ci hanno insegnato è quanto mai fondamentale e va oltre le prospettive di applicazioni cliniche, per quanto auspicabili. Dato che il patrimonio genetico è sempre identico, a partire dalla prima cellula, da tempo si è concluso che la formazione dei diversi tessuti è il risultato di complesse attivazioni e inattivazioni di particolari geni nei particolari tessuti. La regolazione dell’attività dei geni, ormai studiata al livello di intere reti dinamiche, non di rado mediante possenti calcolatori, è un processo chiamato epi-genetico, cioè che avviene «a valle» (al di sopra) delle sequenze di Dna. Il complesso formato dal Dna e dai corpuscoli attorno ai quali esso si avvolge, come un nastro su dei rulli, nel formare i cromosomi, prende il nome, appunto, di epi-genoma. Questo, a differenza del genoma, è diverso tra un tessuto e un altro. Immaginiamo che le delicatissime e incessanti contorsioni del nastro di Dna espongano al macchinario cellulare di replicazione, trascrizione e sintesi proteica i geni (poniamo) 78, 2085 e 15783. Abbiamo un neurone. Ora invece vengono esposti (poniamo) i geni 1865 e 182, abbiamo una cellula del fegato. E così via. In molti casi, oggi come oggi, questi processi possono essere pilotati ad arte in laboratorio, in varie specie, dandoci un primo panorama della biologia dello sviluppo. Si è così scoperto che, fondamentalmente, resta vero quanto abbiamo appena visto, cioè che tutte le cellule del corpo contengono lo stesso corredo genetico, ma non proprio esattamente. Si sapeva da tempo che fanno eccezione le cellule germinali, i globuli rossi del sangue e alcune cellule del sistema immunitario. Negli ultimi anni si comincia a sospettare che vi siano piccole differenze, tra un tessuto e un altro, nel numero di coppie di alcuni geni, nello loro collocazione accanto ad altri geni, e nelle inserzioni, duplicazioni e delezioni di frammenti di Dna. Infine, in tessuti diversi, nell’atto di trascrivere il Dna in una molecola intermedia assai simile, chiamata Rna messaggero, le unità più piccole di cui è composto ogni gene (chiamate in gergo esoni), si ricombinano in modo diverso, quasi come rimescolando un mazzo di carte. Questo spiega, almeno in parte, come sia possibile costruire organismi molto complessi sulla base di appena ventiquattromila geni. Le ricerche sono attivissime in tutti questi settori e i Premi Nobel dei prossimi anni ricompenseranno le più importanti. Sono persuaso che Gurdon abbia osservato, con una certa fierezza, in tutti questi anni, arricchirsi di nuovi particolari l’arazzo da lui magistralmente impostato in un allora disadorno laboratorio di Cambridge. Grazie, Sir John.

Corriere della Sera 15 ottobre 2012 

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Furio Colombo: Ora una legge Martini sul biotestamento

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 6, 2012

Il rifiuto delle terapie da parte del Cardinale deve diventare un diritto di tutti. L’onorevole Furio Colombo del Pd propone una norma laica sul biotestamento. Ma il Parlamento rilancia l’antiscientifico Ddl Calabrò

di Simona Maggiorelli

Furio Colombo

Sembrava destinato a rimanere nei cassetti, archiviato come brutto tentativo di bloccare ogni buona legge sul biotestamento in Italia. Dopo il primo passaggio in Aula il Ddl Calabrò sulle dichiarazioni anticipate di trattamento sembrava aver perso urgenza per la maggioranza di centrodestra che lo sponsorizza, ma anche per il governo Monti impegnato nel risanamento dei conti del Paese. Ma, inaspettatamente, il 19 settembre scorso, la commissione Sanità del Senato ha deciso di riavviare l’iter di questo provvedimento che i medici e una larghissima parte degli italiani giudicano sbagliato. In Parlamento, fra le voci di centrosinistra che si sono levate contro il Ddl Calabrò, si è fatta sentire forte e chiara quella dell’onorevole Furio Colombo del Pd, che agli inizi di settembre aveva depositato una proposta di legge intitolata al Cardinale Martini e, tanto più significativa in questo nuovo quadro.

Onorevole Colombo come giudica la decisione di riavviare l’iter del Ddl Calabrò? 

Come una decisione di cattivo Parlamento, che funziona male. Qui deliberatamente tutte le parti, in ossequio a un’unica fonte di potere esecutivo ossia quello Vaticano, ignorano le voci che non sono di consenso alle indicazioni della Chiesa. Ignorarle significa che certi temi non entrano nella discussione, non vengono calendarizzati, non entrano nel dibattito della commissione Sanità. Noto anche la tempistica: immediatamente dopo la presentazione della mia legge, la commissione Sanità ha riesumato il Ddl Calabrò che era dormiente e l’ha messo subito sul percorso per entrare in Aula. Così sono stati commessi due illeciti. Il primo: risvegliare arbitrariamente un provvedimento su un tema importantissimo ma non così urgente come i problemi che dobbiamo risolvere giorno per giorno. Il secondo: aver ripreso la vecchia, pessima, legge che era stata tenuta in sospeso proprio perché inaccettabile e immensamente impopolare. Qui in Parlamento, invece, è popolare. Le elezioni sono vicine e le due parti di quest’Aula che tengono in piedi il governo Monti, finirebbero per confluire sull’appoggio al Ddl Calabrò. Una buona parte del Pd, temo, e tutta la destra, convergerebbero su questo assurdo e incredibile decreto. Nel frattempo si ignora la mia proposta evitando ogni tipo di discussione.La sua legge Martini ha un articolato agile e mette in primo piano il diritto di dire no all’accanimento terapeutico, ma anche l’alleanza terapeutica medico paziente… 

Rispettare i diritti del malato, questo è il punto essenziale. Qui parliamo di un malato in condizioni terminali e per indicare quali sono questi diritti ho usato le parole della nipote di Martini che sul Corsera ha raccontato gli ultimi momenti di vita del Cardinale, quando lui rifiuta il sondino e ogni altro accanimento terapeutico. Leggendo quella lettera qualcuno poteva anche avere l’impressione che Martini avesse esercitato un privilegio non concesso a tutti. Con la mia proposta di legge, insieme ad altri dieci parlamentari che l’hanno firmata, ho voluto far sì che quella libertà di scelta fosse un diritto di tutti. Martini ha detto testualmente: «Voglio vivere senza terrore e dolore». I medici gli sono venuti incontro. È stato profondamente e irreversibilmente sedato e così ha potuto dignitosamente morire. La nostra legge questo chiede per ogni cittadino.

Il Ddl Calabrò ignora la definizione di morte contenuta nel protocollo di Harvard mentre il sondino naso-gastrico è detto “sostegno vitale” e non terapia quale è. Dunque si basa su dogmi, su un’idea della vita antiscientifica ma anche disumana, dacché obbliga a un inutile accanimento terapeutico. Come evitare tutto questo? 

È difficile. Tutto ciò ci costringe a prendere atto che in Italia vige una Shari’a simile a quella delle teocrazie musulmane. Si vuol far coincidere la vita politica con quella religiosa, il credo politico con i punti in cui si legifera. Questa faccenda del fine vita è la rappresentazione perfetta del messaggio che il papa ha affidato all’onorevole Casini (Udc) domenica scorsa durante una visita in cui gli ha dato il compito di fare in modo che tutti i cattolici presenti alla Camera impediscano il biotestamento, le coppie di fatto e operino per la proibizione assoluta e perenne dell’aborto. Mi guardo intorno, sono in Aula mentre parliamo, e non sono affatto tutti credenti, ma la massa dei finti credenti è enorme. Sono i due terzi e praticano tutto il tempo la professione di finti credenti. E non riunceranno mai a mostrarsi come tali, temendo di perdere il voto.

Il ministro della Salute Balduzzi ha annunciato il ricorso contro la sentenza della Corte europea che accusa la Legge 40 di violare i diritti umani. Che ne pensa? 

Le rispondo ricordando una “coincidenza”: dopo la sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo il presidente Mario Monti è salito in Vaticano. Il giorno successivo il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato il ricorso.

da left-avvenimenti

A MILANO, IL 6 E IL 7 OTTOBRE  IL CONGRESSO DELL’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI
di Carlo Troilo

Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni

Quelli che ci siamo appena lasciati alle spalle sono giorni segnati dalla decisione del Cardinale Martini di rifiutare il sondino e di essere sedato: una decisione che ha portato a un dibattito piuttosto acceso nelle alte sfere del Vaticano, reso più vivace dalla affermazione di Martini secondo cui la Chiesa sui temi etici è duecento anni indietro. Per semplificare, da un lato i “conservatori” (Sgreccia e Ruini, sostenuti da “Avvenire”), dall’altro i “riformatori” (Forte e Scola). La scelta di Martini ha anche rimesso in moto i politici teodem, che improvvisamente chiedono di approvare entro la Legislatura la legge sul testamento biologico, proprio perché essa renderebbe irrinunciabile il sondino, negando che l’alimentazione artificiale costituisca una terapia: una richiesta duramente contrastata dalle forze politiche del centro sinistra. Al tema delle scelte di fine vita si aggiungono quello delle unioni gay e quello più generale dei diritti civili, su cui il PD sembra deciso a farsi coraggio, malgrado la estrema cautela – quasi una insofferenza – di due esponenti
autorevoli come Massimo D’Alema e Rosy Bindi. Infine, il governo dei tecnici appare in difficoltà su due fronti “eticamente sensibili”: la concreta attuazione delle norme sul pagamento dell’IMU sulle proprietà della Chiesa e il decreto sanità del ministro Balduzzi, che “perde i pezzi per l’assalto
delle lobby” (il titolo è di un giornale moderato come “La Stampa”).  Le  nostre beghe ci fanno guardare con invidia alla vicina (e cattolica) Francia, dove il governo ha annunciato l’introduzione nelle scuole di una nuova materia di insegnamento: la “morale laica”.

Alcuni di questi temi saranno al centro del dibattito del IX Congresso dell’Associazione Luca Coscioni che si tiene a Milano, a Palazzo Reale, il 6 e 7 ottobre: “Lombardia chiama Europa: Per fermare gli azzeccagarbugli della “Vita” (e i Don Rodrigo delle Proibizioni). Ricerca, Eutanasia, Salute, Disabilità: Dal Corpo dei malati al cuore della politica.”Hanno già confermato la partecipazione, fra molti altri:Umberto Veronesi, Maria Teresa Agati, Emma Bonino, Elena Cattaneo, Maria Antonietta Farina Coscioni, Giulio Cossu, Elena Cattaneo, Carlo Flamigni,  Marco Pannella, Mario Riccio, Amedeo Santosuosso, Piergiorgio Strata, Mina Welby e molti altri.

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Defanti: l’eugenetica non c’entra nulla con la diagnosi preimpianto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

L’eminente neurologo Carlo Alberto Defanti denuncia l’infondatezza delle tesi di chi, acominciare dal ministro della Salute Renato Balduzzi,  vuole proibire la normale diagnosi preimpianto

di Simona Maggiorelli

Carlo Alberto Defanti

Fra i massimi esperti di bioetica e già primario di Neurologia al Niguarda di Milano, Carlo Alberto Defanti è lo specialista che ha avuto in cura Eluana Englaro. Dopo il libro  Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri) ora pubblica per Codice edizioni, un saggio che ricostruisce la storia dell’eugenetica (Eugenetica, un tabù contemporaneo), indagando l’uso aberrante e strumentale che il nazismo fece delle idee di Francis Galtong, cugino di Darwin e fondatore dell’eugenetica.

Professor Defanti, come nasce l’eugenetica?

Nasce in stretta connessione con la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie anche se non c’è un rapporto diretto di derivazione. Francis Galtong, il fondatore, la definì «la scienza che tratta di tutte le influenze che migliorano le qualità innate di una razza e di quelle che le sviluppano per il massimo vantaggio». Allora si temeva che il venir meno del meccanismo della selezione naturale nelle società umane potesse condurre a un declino della specie. Se ne vedevano esempi nella popolazione delle città industriali e nella diffusione dell’alcolismo e della criminalità. Nei Paesi in cui le idee di Galtong si tramutarono in legge, come gli Stati Uniti, i Paesi scandinavi e soprattutto la Germania hitleriana, esse portarono a provvedimenti inaccettabili di sterilizzazione delle persone con ritardo mentale. E ciò ha fatto crescere un discredito del movimento eugenetico, tanto che oggi chi  si oppone a qualsiasi intervento sul processo procreativo, anche se per prevenire la nascita di bimbi con gravi malattie, lo condanna come “deriva eugenetica”.

Il ministro della Salute Renato Balduzzi, politici cattolici  e quotidiani come l’Avvenire dicono, appunto, che la diagnosi preimpianto apre all’eugenetica, cosa ne pensa?

L’eugenetica galtoniana non c’entra proprio nulla. La diagnosi preimpianto è una pratica che la genetica umana moderna ha messo a punto da non molti anni e che viene regolarmente eseguita in molti Paesi europei. Le malefatte dell’eugenetica storica vengono usate per impedire l’accesso delle coppie consapevoli a procedure mediche collaudate e accettate.

Eugenetica

Volere un figlio sano, perché non debba patire inutilmente e morire presto per malattie genetiche devastanti e incurabili, può essere paragonato all’idea nazista di selezione della razza che, come lei scrive nel suo libro, ha dietro  un’idea di morte, di sterminio?

Sicuramente no. Anche qui entra in gioco quello che nel mio libro ho chiamato il ricorso scorretto al “tabù dell’eugenetica”.

La diagnosi prenatale e la diagnosi preimpianto dovrebbero essere considerate esami per la tutela della salute della madre e del nascituro, come accade per l’amniocentesi?

Non ho dubbi su questo, come non ne hanno le principali società scientifiche di genetica umana, che anzi lo suggeriscono nel quadro del counseling genetico delle coppie a rischio.

Ma se la diagnosi prenatale è eugenetica allora dovrebbe essere condannato come tale anche l’aborto terapeutico? 

In teoria con l’aborto terapeutico si ottiene lo stesso risultato che con la diagnosi preimpianto, ma, è ovvio, si tratta di un modo assai meno accettabile per la donna. Il paradosso italiano è che, mentre l’aborto terapeutico è consentito (dalla legge 194), non lo è la diagnosi preimpianto (dalla Legge 40).

Paventando «l’uomo bionico creato in laboratorio», il vescovo Mogavero ammoniva agli scienziati  che secondo l’alto «non dimenticare mai che esiste un solo creatore».

La posizione dei vescovi si rifà all’idea di “lasciar fare alla natura”; in altre parole, mentre la natura è “buona”, l’artificio è cattivo e pericoloso. Ma se fosse così la medicina moderna dovrebbe essere abbandonata, trattandosi di un enorme processo artificiale che, en passant, ha debellato le gravi malattie del passato ed ha contribuito all’allungamento della vita. Certo bisogna essere prudenti e sapere distinguere: ogni intervento sulla vita umana è passibile di essere usato a fin di bene ma anche per scopi non accettabili. Ma condannare in blocco ogni intervento non ha alcun senso.

da left-avvenimenti nunero 36 dell’8 settembre 2012

da La Stampa 12.9.12
L’eugenetica maledetta dal tabù nazista
La disciplina è figlia del darwinismo, ha influenzato scrittori, antropologi e politiche di welfare. Un saggio ne ripercorre la storia
di Oddone Camerana

Fin dal titolo il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti Eugenetica: un tabù contemporaneo. Storia di un’idea controversa (Codice edizioni), evoca l’emarginazione cui è stata sottoposta l’eugenetica storica sul piano conoscitivo. Purgatorio dovuto al fatto di aver identificato riduttivamente quest’idea con la sua manifestazione più clamorosa, il razzismo nazista della prima metà del Novecento. Identificazione che le è costato il prolungato silenzio critico e storico da cui detta idea ha cominciato a uscire solo di recente.
L’aver rinchiuso l’eugenetica nel baule delle vergogne, dimenticando le manifestazioni più problematiche di quell’idea, ha rischiato di favorire chi ha cercato in seguito di seguirne le tracce sotto le mentite spoglie della genetica. Fenomeno, questo, evidente nei titoli di alcuni testi citati da Defanti: quello del sociologo americano Tony Duster Backdoor to Eugenics («La porta posteriore dell’eugenetica») 1990 e un articolo di Diane Paul Is Human Genetics Disguised Eugenetics («la genetica sugli umani è eugenetica camuffata? »). Ma al di là del pericolo descritto, rischio che riguarda l’attualità, sta di fatto che da un punto di vista più generale la lettura della cultura dell’Ottocento e del primo Novecento da cui l’idea eugenetica è stata rimossa perché indegna è una lettura purtroppo impoverita. Per sbagliata e perversa che sia stata, l’idea eugenetica ha comunque mosso una cospicua parte del pensiero otto-novecentesco uscito dal cappotto di Darwin. Lo sconvolgimento prodotto dal naturalista inglese è stato, per ciò che riguarda la perduta centralità dell’uomo rispetto alla natura, pari allo shock prodotto da Copernico per ciò che ha riguardato a suo tempo la perduta centralità del pianeta terra rispetto all’universo. In soccorso dell’uomo privato del suo ruolo tradizionale, smarrito a seguito del fatto di essere stato gettato nel coacervo dell’evoluzione naturale che lo riguardava insieme al resto del creato animale e vegetale, si sono espressi i più celebri nomi dell’eugenetica storica.
In questa luce i testi di scienziati, antropologi, filosofi come A. B. Morel e O. Spengler per limitarci ai pessimisti, o quelli di F. Galton, H. Spencer e G. Vacher de Lapouge e financo i romanzi di E. Zola e H. G. Wells, acquistano peso per la visione eugenetica in cui sono immersi. Il sospetto suscitato dalla teoria evoluzionistica darwiniana che la fase della selezione naturale si fosse conclusa, unito al timore che i meccanismi di protezione dei più deboli potessero sostituirsi alla selezione stessa, inceppando così il motore evolutivo, furono sufficienti ad attivare il darwinismo sociale, potente motore dell’eugenetica. Tra il ricovero in istituti come La Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo dei disabili e il programma eugenetico delle «vite indegne di essere vissute» da eliminare, occorreva trovare una mediazione che facesse dimenticare il patto faustiano tra scienza medica e regime totalitario, la prima bisognosa di autorità e potere per affermarsi, il secondo pronto a offrirlo in cambio di legittimità scientifica.
Ciò detto per quanto riguarda il ruolo determinante dell’eugenetica storica, resta da far presente come non vadano dimenticati i campi di azione in cui quest’ultima fece sentire la sua influenza sebbene in maniera indiretta o in tono minore di quanto non avvenne per il razzismo. Senza il contributo dell’eugenetica storica, infatti, l’intervento dello Stato nell’igiene pubblica, nella sanità e nel welfare non avrebbero preso la dimensione assunta nel corso del tempo. Lo stesso dicasi per ciò che riguarda l’impulso dato alla biologia, alla scienza e alla tecnica, in genere al progresso di cui l’industria e la proletarizzazione delle masse urbanizzate non tardarono a mostrare i volti della degenerazione e della decadenza, gli incubi rappresentati dagli scrittori naturalisti come Zola e Dickens per fare due nomi tra i più noti. Di qui la nostalgia per la perduta purezza delle razze sentita da Gobineau, il senso del tramonto dell’Occidente descritto da Spengler, l’auspicata riforma della Giustizia per fronteggiare l’emersione degli atavismi criminali delineati da Lombroso, il sorgere del bisogno di separare la sessualità dalla procreazione, la voluttà e il piacere dalla riproduzione, come richiesto da Vacher de Lapouge e l’accanirsi del confronto tra natura e cultura, tra qualità innate (ereditate) e ambiente in senso lato.Se il pericolo di rimuovere l’idea eugenetica vale per il passato nei modi sopra descritti, in diversa misura vale anche per oggi sebbene in presenza di un contesto sociale, scientifico e culturale completamente mutato. Se infatti l’affermarsi dei diritti individuali, umani, soggettivi dei disabili e delle garanzie come quella del consenso medico informato da una parte e la realtà dei passi da giganti compiuti dalla biomedicina, dalla genetica dall’altra, sono insieme una rassicurazione che gli orrori razziali trascorsi prodotti dall’eugenetica sono solo un ricordo, questo non toglie che l’idea eugenetica sia del tutto sconfitta. La pratica del counseling genetico, per fare un esempio, può nascondere forme di imposizione demografiche legate alla concessione di licenze matrimoniali vantaggiose. La possibilità della manipolazione della vita resta pertanto una minaccia che il business procreativo è in grado di coprire dietro promesse di qualità della vita. La massima confuciana secondo la quale la vita non inizia prima della nascita lascia molte strade aperte alla biopolitica.

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Il ministro Balduzzi: Il mio decreto sanità è solo il calcio di inizio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

Il governo avvia la riorganizzazione della Sanità. Ma Regioni e Comuni contestano i tagli. Sul ricorso contro la sentenza sulla Legge 40: chiedere chiarimenti è interesse di tutti. Parla il ministro della Salute Balduzzi 

di Simona Maggiorelli

Il ministro della Salute Balduzzi

Ambulatori aperti 24 ore su 24, che liberano i Pronto soccorso dal sovraccarico di lavoro. Centri pubblici territoriali dove ci si può sottoporre a screening di prevenzione e consultare specialisti. Poliambulatori con una équipe di medici di base che, collegati in rete, possono per esempio inviare in ospedale via web la cartella clinica del paziente che si deve ricoverare. Li chiamano “Case della salute” e in Italia ne esistono già diversi. Sono esempi avanzati, come quello nato nella Usl 11 di Empoli per iniziativa di un gruppo di medici di famiglia. Intanto altre realtà pilota stanno crescendo in Toscana e in Emilia Romagna. Il ministro della Salute Renato Balduzzi ha deciso di farne un modello di servizio medico territoriale da estendere in tutta Italia. Questo progetto è il cuore del Decreto legge che porta la sua firma e che, dopo un iter travagliato, ha avuto il via libera del Consiglio dei ministri. Ma se il tentativo di coniugare salute e sviluppo, valorizzando le competenze mediche attive sul territorio, è stato quasi unanimemente apprezzato da operatori e Regioni, più di un dubbio è stato sollevato sulla fattibilità della “Riforma Balduzzi” che secondo il governo dovrebbe essere a costo zero. Dal 2010 al 2014, in base a quanto già stabilito da più governi, il fondo della Sanità italiana sarà privato di 21 miliardi di euro. In questa congiuntura da dove potranno venire le risorse per far partire progetti che, nella fase di start up, necessitano quanto meno di infrastrutture e di reti informatiche? Lo abbiamo chiesto allo stesso ministro Balduzzi. «Per quanto riguarda l’assistenza territoriale bisogna ricordare che i principi introdotti nel decreto sono già contenuti nella convenzione nazionale con i medici di famiglia. E in quanto tali sono già finanziati. Ora è possibile darne piena attuazione. Quanto alle Unità complesse di cura primaria, è chiaro che necessitino di risorse: la ristrutturazione ospedaliera prevista dalla spending review serve a liberare risorse. Tutto il risparmio che la Regione riuscirà a realizzare in questo modo dovrebbe finanziare la rete territoriale.

E se nascessero dei problemi sulle risorse?

Ne discuteremo con le Regioni che hanno già avviato processi di sperimentazione. Tuttavia insistere ora su questo punto rischia di diventare un alibi per chi non vuole fare nulla. E di depotenziare un cammino ormai consolidato. Quanto è scritto nell’articolo 1 del decreto non è una rivoluzione. Era già nella normativa da tempo. Noi abbiamo solo fatto sì che, grazie a principi più chiari, l’istituzione della medicina territoriale potesse essere un obiettivo raggiungibile. Visto che se ne parla da oltre 15 anni nei dibattiti scientifici.

Presidenti di Regione come Errani e Rossi, hanno contestato il ricorso al decreto in materia di salute. Dopo il confronto parlamentare la discussione approderà in conferenza Stato-Regioni?

Sì e in questo caso sarà sottoposto alla Conferenza unificata perché il decreto contiene competenze che riguardano anche i Comuni. La conferenza unificata è un parere autorevole, (obbligatorio anche se non vincolante) che il Parlamento, in sede di conversione in legge del decreto, è chiamato a prendere in considerazione. Poi nel Patto per la salute ci sarà un ulteriore confronto. L’importante era dare il calcio di inizio. Ma si arriverà a definire un accordo sia con le Regioni sia con le categorie coinvolte.

Quali i tempi di attuazione?

Attraverso un accordo fra Stato e Regioni in sede di Patto per la salute, si potrà prevedere una tempistica. Auspico che accada nel minor tempo possibile perché questa è una esigenza avvertita dagli utenti, dagli operatori, da tutti.

Il Sistema sanitario nazionale è stato una grande conquista. Ma la situazione reale dei servizi è “a macchia di leopardo”. Come garantire l’universalità del diritto alla salute anche nelle Regioni in forte deficit?

Il Sistema sanitario nazionale cerca di realizzare il massimo grado di omogeneità. Certo, i livelli essenziali di assistenza devono essere uguali ovunque. Anche se poi nella realtà non sempre accade, purtroppo. Ma il nostro sistema va in quella direzione. E i piani di rientro non significano solo l’obbligo a trovare un equilibrio finanziario. Si è visto, infatti, che un equilibrio finanziario permette di dare migliori servizi. Insomma non è tanto una questione di asticella del fabbisogno ma in alcuni casi un problema di disorganizzazione e inefficienza.

Un punto di criticità del decreto riguarda l’intramoenia. C’è il rischio di cronicizzare la situazione attuale.

Nessuna norma è intoccabile ma, ne sono certo, abbiamo fatto il massimo stante la situazione attuale. E qualche risultato l’abbiamo ottenuto intervenendo anche nelle situazioni aziendali in cui, fin qui, non era stato fatto nulla. Ora quanto succede nell’attività libero professionale è tracciabile dalla Asl, e si riesce a evitare che l’intramoenia sia un modo per bypassare le liste di attesa pubbliche. Certo c’è chi dice che il problema sia l’istituzione stessa dell’intramoenia. Posizione legittima  ma non mi pare che il nostro ordinamento abbia imboccato la strada di una sua messa in discussione. A suo tempo fu deciso che un’attività libero-professionale fatta da un medico dipendente del Sistema sanitario dentro gli ospedali  a certe regole non fosse di ostacolo alla sanità pubblica.

Lei ha annunciato il ricorso del governo contro la sentenza di Strasburgo sulla Legge 40. Una coppia di portatori di fibrosi cistica, tramite l’associazione Luca Coscioni, in una lettera chiede al Presidente Napolitano di prendere posizione a favore della diagnosi preimpianto…

Io ho il massimo rispetto per le posizioni di queste persone e la massima attenzione verso chi è in sofferenza. Ma qui bisogna evitare di confondere il dibattito sulla Legge 40 e sulla diagnosi preimpianto con la vicenda specifica della Corte europea dei diritti dell’uomo. Fin dalla prima lettura della sentenza ho detto che, a mio parere, per ragioni di tipo processuale-tecnico-giuridico io avrei proposto l’appello, per promuovere un chiarimento, perché la Corte non risponde ad alcune domande decisive per il nostro ordinamento. Un ragionamento analogo al mio l’ha fatto Massimo Luciani su l’Unità. Sviluppando quello che io, a caldo, avevo tentato di dire, ovvero che ci sono dei problemi di fondo. Per esempio il diritto ad avere un figlio sano nel nostro ordinamento non esiste. La pronuncia di Strasburgo in questo senso è ambigua. Seconda questione: ma la Corte di Strasburgo ha considerato il bilanciamento che il nostro sistema ha trovato dopo che la Corte costituzionale ha rivisto e corretto la Legge 40? Perché l’argomento dell’incoerenza è double face. Anche nel merito la sentenza di Strasburgo presenta una serie di profili problematici. Non capisco perché chiedere chiarimenti susciti reazioni così forti. È utile a tutti.

Alcuni giuristi rilevano che una sentenza o la si rigetta o la si accetta, non esiste la terza via del chiarimento…

Non vogliamo usare la parola “chiarimento”? Intendiamoci però, stiamo parlando di una giurisdizione particolare. Il vincolo delle sentenze di Strasburgo è morale. Non è dello stesso tenore di quelle della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Maria Antonietta Coscioni,

Siamo Europa non solo per le questioni economiche ma anche per una comune adesione al Consiglio d’Europa e alla Carta che tutela i diritti dell’Uomo, non crede?

Attenzione, questo è un altro equivoco. Non “siamo in Europa”. In realtà qui siamo in una prospettiva allargata che ha dentro anche la Turchia, l’Ucraina la Russia, Paesi che non stanno dentro l’Ue. È è un ordinamento diverso che ha come obiettivo la maggiore tutela e garanzia dei diritti dell’uomo. Siamo proprio sicuri che il modo in cui il nostro ordinamento tutela i diritti sia inferiore a quello della Corte di Strasburgo?

Ci sono almeno 17 sentenze di tribunali italiani che vanno nella stessa direzione di quella della Corte europea (Cedu). Scienziati di fama internazionale affermano che le Legge 40 è antiscientifica rilevando che anche la Cedu accusa la norma del 2004 di confondere feto e bambino: nella tutela dell’embrione la Legge 40 va contro la legge 194 che stabilisce invece una precisa gerarchia fra i diritti della madre e quelli del nascituro. 

Certo. Fu una sentenza della Consulta del 1975. Ora è anche possibile che la Corte costituzionale ritorni in campo. Ma dobbiamo chiederci se la soluzione di temi così delicati possa essere affidata a sentenze problematiche o se invece dobbiamo chiedere a Strasburgo  di pronunciarsi in maniera più forte e limpida.

Il Pdl preme perché il Ddl Calabrò riprenda l’iter in Aula. Dall’altra parte il senatoreFurio  Colombo del Pd presenta una sua proposta per un vero biotestamento chiamandola “legge Martini”. E il governo Monti che posizione prende?

Il governo lo ha già detto: è disponibile a concorrere a una soluzione purché questa non crei ulteriori divisioni e contrapposizioni. Il punto è trovare una soluzione che unisca.

da left avvenimenti del  15-21 settembre

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Un ricorso inconcepibile

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 20, 2012

La Legge 40 sulla fecondazione assistita viola i diritti dell’uomo. Lo ha stabilito una sentenza della Corte europea di Strasburgo. Ma il governo vuole ricorrere. Sui diritti civili cresce il distacco tra il Paese reale e l’attuale classe politica 

di Simona Maggiorelli

fecondazione assistita

La sentenza della Corte europea di Strasburgo parla chiaro: la Legge 40 sulla fecondazione assistita viola la Carta dei diritti dell’uomo.

Lo fa intromettendosi nel privato dei cittadini con norme da Stato etico, che impediscono a coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche di avere accesso alla diagnosi preimpianto per avere un figlio sano.

Lo fa nell’articolato ricorrendo a un termine generico come «concepito» che apre il campo a una anti scientifica confusione fra feto e neonato. Entrando così in contrasto con la chiara gerarchia fra diritti della donna e feto stabilita dalla 194 sull’aborto, una legge che la Consulta ha definito a «rilevanza costituzionale». Ma il premier Monti che si batte perché l’Italia non esca dell’Euro e dall’Europa dei mercati, evidentemente, non ha altrettanto a cuore che il nostro Paese sia pienamente europeo anche dal punto di vista della tutela dei diritti umani.

Altrimenti perché il ministro della Salute Renato Balduzzi avrebbe annunciato l’intenzione di ricorrere contro la sentenza di Strasburgo? Peraltro in maniera alquanto precipitosa e irrituale, dopo l’annuncio spiegando le sue ragioni dalle frequenze di Radio Vaticana, subito dopo che il cardinal Bagnasco aveva attaccato i giudici di Strasburgo accusandoli di ingerenze negli affari italiani (da quale pulpito) e di aver scavalcato la nostra magistratura. Forse Bagnasco non sa della sfilza di sentenze pronunciate nei tribunali italiani a favore di coppie che,  per ragioni di salute,  chiedevano di poter contravvenire ai medievali diktat della Legge 40?

Ignazio Marino

Sentenze che anticipavano quella dei giudici di Strasburgo, e perfettamente in linea con essa, pur non facendo giurisprudenza (la sentenza della Corte europea, invece, è fonte primaria). Incurante di tutto questo il ministro Balduzzi continua a parlare di «questioni di legittimità giuridica da verificare», di non meglio precisate questioni tecniche, rispolverando espressioni inaccettabili come «stato giuridico dell’embrione» che non sentivamo più dai tempi delle crociate dell’onorevole Paola Binetti e dei cattolici di vari schieramenti per imporre la Legge 40. Fra le forze che sostengono il governo Monti solo i Radicali hanno manifestato un chiaro dissenso. E un partito di centrosinistra come il Pd come la pensa?

Nelle settimane scorse colpiva il silenzio assordante del segretario Pier Luigi Bersani. Nel libro intervista Per una buona ragione uscito nel 2011 (Laterza, a cura di Sardo e Gotor) dichiarava di aver votato sì all’eterologa e affermava che «la Legge 40 ha mostrato delle incongruenze di ordine logico e morale che per fortuna la giurisprudenza sta correggendo con sentenze equilibrate». Dalla festa di Bologna qualche giorno fa, invece, dopo aver accennato al fatto che «questa sentenza della Corte europea dovrebbe essere l’occasione per la rivisitazione della Legge 40 secondo due o tre punti», in linea con il ministro Balduzzi, Bersani ha dichiarato che «questa sentenza contiene aspetti tecnici che il governo deve valutare al di là del merito della Legge 40». Una affermazione quanto meno contraddittoria, e che lascia trasparire un certo disagio nel trattare temi che riguardano i diritti civili e la bioetica. Impressione che trova conferma nella totale assenza di questi temi dai dibattiti delle feste del Pd di queste settimane cruciali per siglare l’accordo con l’Udc di Casini.

Disagio che abbiamo toccato con mano anche quando, nel classico “giro di opinioni” per questa storia di copertina, esponenti di primo piano di area cattolica del Pd hanno preferito non parlare, adducendo motivazioni del genere: «Ora ho la testa da una parte», oppure «Non ho ancora avuto il tempo di leggere la sentenza» e via di questo passo. Qualcuno è stato più onesto, ammettendo che  «é meglio far passare questo momento di buriana nel partito» prima di affrontare tematiche cosiddette eticamente sensibili.

Pierluigi Bersani

E in chi scrive torna alla memoria il cerchiobottismo dell’allora segretario del Pd Piero Fassino che, pur schierandosi a favore del referendum sulla Legge 40, non impegnò davvero il suo partito nella battaglia referendaria, che dopo la bocciatura del quesito unico abrogativo della legge (proposto dai Radicali), esigeva una campagna di informazione capillare per spiegare quei quattro contorti e troppo tecnici  quesiti agli italiani che intanto la Cei  e il Governo Berlusconi invitano ad” andare al mare” . Ma forse merita anche ricordare qui che fu proprio Fassino a proporre il voto a scrutinio segreto sulla Legge 40 imposta dal centrodestra e che il gruppo della Margherita votò in modo compatto. (fra loro molti parlamentari che oggi militano nel Pd). Tempi lontani? Speriamo, insieme alle coppie che soffrono i divieti della legge 40 e ai tanti malati che hanno bisogno  di quella ricerca che la norma contribuisce a bloccare in Italia. Intanto però Bersani, sempre a margine della festa di Bologna, ventilava la possibilità «che il governo possa decidere di acquisire pareri in Parlamento prima di presentare ricorso contro la sentenza della Corte europea», con lo stesso meccanismo delle audizioni che all’epoca della discussione parlamentare sulla Legge 40 furono tantissime e contrarie alla norma, ma alla fine non furono tenute in nessuna considerazione.

Intanto, mentre l’Idv stigmatizza la legge sulla  fecondazione assistita  come incostituzionale e Sel auspica una sua riscrittura, si fa sentire il disagio anche all’interno del Pd, da parte di esponenti dell’ala laica che nel 2004 e 2005 si batterono contro la Legge 40.

Fra i cattolici del Pd, invece, solo la voce del senatore e chirurgo Ignazio Marino si leva con forza e chiarezza: «La Legge 40, palesemente, è stata scritta senza tener conto delle conoscenze scientifiche attuali, senza considerare le tecniche mediche avanzate che sono utilizzate in altri Paesi e, tanto meno, le difficoltà e le sofferenze delle coppie non fertili o portatrici di gravi malattie genetiche e di quei malati che sperano nelle ricerche sulle staminali embrionali che la Legge 40 sta bloccando» ribadisce con passione il presidente della Commissione d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale. «Sarebbe saggio che il governo Monti si astenesse dal ricorso contro la sentenza della Corte europea e dal prendere una posizione che è evidentemente una decisione politica e non tecnica. Sarebbe opportuno accettare questa ennesima sentenza. Del resto – prosegue Marino – le sentenze sono ormai quasi una ventina e la magistratura ha dimostrato che  molte parti della Legge 40 sono incoerenti, ingiuste, contro la scienza e contro i principi di una costituzione repubblicana e laica. Insomma la soluzione non può che essere una: quella sentenza va del tutto riscritta». «Lo dico – precisa il senatore Pd – con grande rispetto del presidente del Consiglio. Nonostante in alcune occasioni non abbia votato la fiducia al governo, prendendo posizione diversamente dal mio partito, penso che stia svolgendo un compito difficile e importante, ma qui stiamo parlando di una legge che così come era, prima dell’intervento dei tribunali, esercitava un a violenza inaudita sulle donne perché, a prescindere dalla loro età e condizione di salute, imponeva l’impianto contemporaneo di tre embrioni. Ora – sottolinea Marino – si può essere credenti o non credenti, si possono avere idee diverse, ma la differenza vera è fra pensanti e non pensanti, perché solo i non pensanti possono scrivere che l’impianto di tre embrioni in una donna di 20 anni sia lo stesso che in una di 42.  La legge è così incoerente che impedisce la diagnosi obbligando la donna, che scopre poi con l’amniocentesi di avere in grembo un feto affetto da una malattia genetica gravissima a ricorrere all’aborto. Una legge così assurda da imporre che le cellule staminali embrionali abbandonate non possano essere usate a fini di ricerca. Un legislatore in uno Stato laico non impone principi etici». Per giunta principi “etici” fondati su diktat vaticani. E che anche un uomo di Chiesa come il cardinal Martini rifiutava. Basta andare a rileggersi quel Credere e conoscere (Einaudi, 2012) che il Cardinale da poco scomparso ha scritto con Ignazio Marino.

Un volume in cui Martini avanza proposte come dare gli embrioni abbandonati alle donne single e apre alla ricerca sulle staminali, si dice contro l’accanimento terapeutico e afferma che non si può ignorare il progresso della scienza. «La storia insegna – scriveva Martini – come la chiusura aprioristica della Chiesa, e delle religioni in genere, di fronte a inevitabili cambiamenti legati al progresso della scienza e della tecnica non sia mai stata di grande utilità. Galileo docet». Parole che dovrebbero servire anche a rassicurare i cattolici del Pd. E il segretario del partito, fin troppo preso dalla questione delle alleanze. «Bersani dovrebbe dire ciò che realmente pensa, io credo che lui non sia d’accordo con la Legge 40, ma qualcosa potrà cambiare solo quando il Pd comincerà a praticare l’esercizio di affermare sì e no chiari», commenta Marino. E aggiunge: «In questo momento molte attenzioni all’interno del Pd sono rivolte alla somma matematica di alcune centinaia di migliaia di elettori che può portare un insieme di piccole formazioni. Ma quel calcolo per tornare al potere a me, Ignazio Marino, non interessa. Mi interessa modernizzare il Paese. Per questo bisogna avere idee chiare, pronunciarle a voce alta e vedere se esiste una maggioranza a sostegno di quelle idee». Anche perché i cittadini, il Paese reale, su questioni di diritti civili e che toccano la vita di tutti sembrano molto più avanti della classe politica che governa. «Andando in giro per l’Italia e incontrando tante persone – dice Marino – questo fatto è macroscopico. Ma colgo anche un certo senso di rassegnazione verso questa classe politica che non mostra segni di cambiamento. Anche per questo – conclude il senatore Pd – mi auguro che il governo non voglia perdere un pezzo di credibilità e autorevolezza facendosi trascinare in una battaglia di retroguardia in difesa di una delle leggi più ottuse e violente d’Europa». Per riaccendere il dibattito pubblico, superando questa fase di immobilismo, secondo il Radicale Marco Cappato «basterebbe un po’ di democrazia e di conoscenza, cioè qualche confronto televisivo davanti a milioni di persone. A quel punto – dice – Bersani non potrebbe permettersi di continuare ad operare contro la volontà del novanta per cento dei suoi elettori». E non si tratta solo di un discorso astratto. A Milano il Radicale Marco Cappato sta raccogliendo firme per sgretolare l’opposizione del vicesindaco Pd all’istituzione di un registro comunale per il testamento biologico approvata dal sindaco Pisapia. «Anche in questo caso, se la decisione sarà presa coinvolgendo i cittadini- conclude Cappato – l’opposizione del vicesindaco non basterà a bloccare una misura minima di civiltà. Proprio per impedire che la discussione sia relegata alle manovre di Palazzo abbiamo raccolto 6mila firme su una proposta di delibera di iniziativa popolare sul tema, che dovrà essere esaminata dal Consiglio entro l’anno».

da left-avvenimenti del l’8 -14 settembre

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La Ue blocca la ricerca sulle staminali embrionali

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 20, 2012

Tredici premi Nobel e oltre duecento scienzati ( fra cui Elena Cattaneo e Margherita Hack) firmano l’appello della associazione Luca Coscioni perché il Parlamento europeo non blocchi la ricerca in uno degli ambiti più promettenti della ricerca biomedica

 

di Simona Maggiorelli

 

staminali embrionali

ll genetista e premio Nobel 2007 per la medicina Mario Capecchi, insieme ad altri 12 premi Nobel, e con più di 200 scienziati di fama internazionale (tra cui Elena Cattaneo e Margherita Hack) fa firmato l’appello lanciato dall’Associazione Luca Coscioni in difesa della ricerca sulle staminali embrionali. Che anche in Europa rischia di non essere più finanziata. Come di fatto già accade in Italia dove i soldi pubblici destinati alla ricerca sulle staminali premiano solo ricerche sulle staminali adulte. Come vuole il Vaticano.
In queste settimane l’Unione Europea (Ue) si prepara a varare l’ ottavo programma quadro per la ricerca, che andrà in votazione ad ottobre. Ma in questa Europa in crisi che vede il prevalere di politiche di destra lo scenario che si prospetta non è dei più rosei per un ambito di ricerca come quello delle embrionali, che gli esperti considerano il più promettente per lo sviluppo di una medicina rigenerativa che in futuro potrebbe riuscire a “ricreare” organi gravemente lesi. Ma anche il più osteggiato da partiti di ispirazione cristiana, e cattolica in particolare, che considerano sacro l’embrione. «Nel Parlamento europeo la maggioranza è politicamente conservatrice, e le forze politiche sono sempre più nazionaliste: un doppio pericolo per chi ritiene che i principi di libertà debbano far parte delle ragioni costitutive dell’Europa» denuncia Marco Cappato, ex Parlamentare europeo per i Radicali Italiani e dirigente dell’Associazione Luca Coscioni.

Marco Cappato

Un segnale molto preoccupante per la libertà di ricerca lo si è potuto già leggere nella sentenza della Corte europea (stimolata da un ricorso di Greenpeace) che vieta la brevettabilità di risultati di ricerche fatte con embrionali. Una sentenza che ha già avuto concreti e gravi riverberi anche in Italia, quando nei mesi scorsi un giudice di Spoleto l’ha usata per tentare di sollevare un dubbio di costituzionalità sulla legge 194.

La Consulta, come è noto, il 22 giugno scorso gli ha dato torto. Ma fa riflettere che forze di area Verde attacchino strenuamente la ricerca scientifica in nome di una difesa ad oltranza della “natura”, da loro punto di vista niente affatto matrigna come diceva Leopardi, ma sempre buona in quanto tale (dunque anche un tumore?) demonizzando la tecnica. «La natura umana è ormai anche antropologicamente un prodotto della storia; chi vuole separare ciò che è naturale da ciò che è artificiale compie uno sforzo immane e, soprattutto, inutile – commenta Cappato -. Sia la tecnica che la natura possono produrre effetti devastanti sulle persone e sull’ecosistima. Proprio per questo servono regole, mentre le proibizioni assolute fanno solo danni perché lasciano che si affermi in clandestinità la legge del più forte».

Giulio Cossu

Proibizioni assolute e assurde come quelle, per esempio, contenute nella legge 40 che obbliga chi fa ricerca sulle embrionali in Italia ad importare linee derivate all’estero. «E’ una storia che si ripete da circa dieci anni. Le linee con cui si può lavorare sono le prime prodotte e hanno problemi, per esempio non hanno quasi mai il giusto numero di cromosomi», approfondisce il professor Giulio Cossu dell’University college di Londra e primo firmatario dell’Appello. Da anni al lavoro nella ricerca sulle staminali, Cossu ha appena pubblicato su Science Translational Medicine uno studio sulle cellule staminali indotte alla pluripotenza che apre nuove prospettive per la cura della distrofia muscolare. «Per questa ricerca abbiamo impiegato cellule “riprogrammate” (induced Pluripotent Stem Cells) come quelle scoperte dal giapponese Yamanaka nel 2006.

Queste cellule sono simili alle embrionali ma non derivano dall’embrione bensì da una cellula stessa del paziente. Servono ancora alcuni anni di studio per essere certi della completa equivalenza di queste due tipi cellulari e poi, come speriamo, avremo la dimostrazione che la scienza è andata più veloce dell’etica», dice lo scienziato italiano. Proprio il Nobel americano Capecchi, in una conferenza a Bologna nel maggio scorso, sottolineava che le scoperte giapponesi sulle staminali pluripotenti sono state fatte, non a caso, in un Paese dove non ci sono limitazioni alla ricerca, nemmeno nell’ambito delle embrionali. «La ricerca sulle staminali embrionali rafforza anche la ricerca sulle staminali adulte. Se un domani le embrionali non saranno più necessarie, si dovrà ringraziare i Paesi che non hanno bloccato quella ricerca», chiosa Cappato.

«Non esistono staminali buone e moralmente accettabili e staminali cattive- precisa il biologo Cossu -. Esistono progetti buoni e sono quelli da finanziare, indipendentemente dal tipo cellulare che si intende utilizzare». Proprio riguardo ai finanziamenti e ai tagli alla ricerca, che in Italia si susseguono da anni e che ora la spending review aggrava (costringendo sempre più i ricercatori ad emigrare), Mario Capecchi non ha esitato a dire che «tagliare la ricerca è un gesto autolesionista per un Paese». «E’ una verità che si spiega da sola – dice Cappato -. Oltretutto in Italia ciò che si spende lo si spende spesso male, senza applicare criteri di meritocrazia, lasciando spazio a ostacoli ideologici di ogni tipo». Così mentre da noi la legge 40 obbliga i medici a una mal practise in Paesi avanzati dal punto di vista della ricerca come l’Inghilterra si fanno studi d’avanguardia sul trasferimento del nucleo della cellula e si lavora a pieno ritmo sulle embrionali. «L ’Inghilterra è la patria delle staminali embrionali. I finanziamenti pubblici sono elargiti in base alla qualità dei progetti, non all’argomento studiato- conclude Cossu -. Non voglio dire che il sistema sia perfetto ma certamente abbiamo molto da imparare in Italia».(da left-avvenimenti)
Il 19 settembre 2012

la Commissione giuridica del Parlamento europeo esprime un voto negativo sulla ricerca sulle cellule staminali embrionali

“Il voto della Commissione giuridica del Parlamento europeo contro la ricerca sulle staminali embrionali non è un voto definitivo. Dipenderà dalla commissione competente, e poi dalla Plenaria. Ma è certamente un segnale negativo che non va sottovalutato, perché rappresenta la forza della lobbying clericale presente al Parlamento europeo non solo all’interno delle forze di centrodestra, ma anche di parte dei verdi europei e dello stesso Partito democratic.oI Radicali dell’associazione Luca Coscioni rilanciano la campagna a favore della ricerca sulle staminali embrionali attraverso la petizione che si può firmare al link http://ricercalibera.it/petizione/. Ne discuteremo anche al IX Congresso dell’Associazione Luca Coscioni, che si terrà a Milano il 6-7 ottobre”. Così il tesoriere della Associazione Luca Coscioni Marco Cappato commenta la notizia del voto della Commissione giuridica dell’unica istituzione eletta della Ue che ha approvato una relazione del popolare polacco Piotr Borys a larghissima maggioranza (18 sì e 5 no, compatti a favore Popolari e Verdi, divisi Liberali, Socialisti e il gruppo degli euroscettici) in cui si affermano i rischi giuridici del finanziamento della ricerca sulle staminali embrionali. Collegandosi alla sentenza emessa il 18 ottobre scorso dalla Corte di Giustizia dell’Ue, che sancisce la non brevettibilità dell’utilizzo di embrioni e di cellule staminali se questo porta alla loro distruzione. In Italia l’Avvenire esulta:​È soltanto un primo passo, ma certamente importante. Nella lunga battaglia sul finanziamento pubblico europeo della ricerca su embrioni umani che ne comportino la distruzione, ieri il Parlamento europeo ha segnato un primo importante punto a favore della vita” scrive il giornale dei vescovi.

 

 

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