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Defanti: l’eugenetica non c’entra nulla con la diagnosi preimpianto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

L’eminente neurologo Carlo Alberto Defanti denuncia l’infondatezza delle tesi di chi, acominciare dal ministro della Salute Renato Balduzzi,  vuole proibire la normale diagnosi preimpianto

di Simona Maggiorelli

Carlo Alberto Defanti

Fra i massimi esperti di bioetica e già primario di Neurologia al Niguarda di Milano, Carlo Alberto Defanti è lo specialista che ha avuto in cura Eluana Englaro. Dopo il libro  Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri) ora pubblica per Codice edizioni, un saggio che ricostruisce la storia dell’eugenetica (Eugenetica, un tabù contemporaneo), indagando l’uso aberrante e strumentale che il nazismo fece delle idee di Francis Galtong, cugino di Darwin e fondatore dell’eugenetica.

Professor Defanti, come nasce l’eugenetica?

Nasce in stretta connessione con la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie anche se non c’è un rapporto diretto di derivazione. Francis Galtong, il fondatore, la definì «la scienza che tratta di tutte le influenze che migliorano le qualità innate di una razza e di quelle che le sviluppano per il massimo vantaggio». Allora si temeva che il venir meno del meccanismo della selezione naturale nelle società umane potesse condurre a un declino della specie. Se ne vedevano esempi nella popolazione delle città industriali e nella diffusione dell’alcolismo e della criminalità. Nei Paesi in cui le idee di Galtong si tramutarono in legge, come gli Stati Uniti, i Paesi scandinavi e soprattutto la Germania hitleriana, esse portarono a provvedimenti inaccettabili di sterilizzazione delle persone con ritardo mentale. E ciò ha fatto crescere un discredito del movimento eugenetico, tanto che oggi chi  si oppone a qualsiasi intervento sul processo procreativo, anche se per prevenire la nascita di bimbi con gravi malattie, lo condanna come “deriva eugenetica”.

Il ministro della Salute Renato Balduzzi, politici cattolici  e quotidiani come l’Avvenire dicono, appunto, che la diagnosi preimpianto apre all’eugenetica, cosa ne pensa?

L’eugenetica galtoniana non c’entra proprio nulla. La diagnosi preimpianto è una pratica che la genetica umana moderna ha messo a punto da non molti anni e che viene regolarmente eseguita in molti Paesi europei. Le malefatte dell’eugenetica storica vengono usate per impedire l’accesso delle coppie consapevoli a procedure mediche collaudate e accettate.

Eugenetica

Volere un figlio sano, perché non debba patire inutilmente e morire presto per malattie genetiche devastanti e incurabili, può essere paragonato all’idea nazista di selezione della razza che, come lei scrive nel suo libro, ha dietro  un’idea di morte, di sterminio?

Sicuramente no. Anche qui entra in gioco quello che nel mio libro ho chiamato il ricorso scorretto al “tabù dell’eugenetica”.

La diagnosi prenatale e la diagnosi preimpianto dovrebbero essere considerate esami per la tutela della salute della madre e del nascituro, come accade per l’amniocentesi?

Non ho dubbi su questo, come non ne hanno le principali società scientifiche di genetica umana, che anzi lo suggeriscono nel quadro del counseling genetico delle coppie a rischio.

Ma se la diagnosi prenatale è eugenetica allora dovrebbe essere condannato come tale anche l’aborto terapeutico? 

In teoria con l’aborto terapeutico si ottiene lo stesso risultato che con la diagnosi preimpianto, ma, è ovvio, si tratta di un modo assai meno accettabile per la donna. Il paradosso italiano è che, mentre l’aborto terapeutico è consentito (dalla legge 194), non lo è la diagnosi preimpianto (dalla Legge 40).

Paventando «l’uomo bionico creato in laboratorio», il vescovo Mogavero ammoniva agli scienziati  che secondo l’alto «non dimenticare mai che esiste un solo creatore».

La posizione dei vescovi si rifà all’idea di “lasciar fare alla natura”; in altre parole, mentre la natura è “buona”, l’artificio è cattivo e pericoloso. Ma se fosse così la medicina moderna dovrebbe essere abbandonata, trattandosi di un enorme processo artificiale che, en passant, ha debellato le gravi malattie del passato ed ha contribuito all’allungamento della vita. Certo bisogna essere prudenti e sapere distinguere: ogni intervento sulla vita umana è passibile di essere usato a fin di bene ma anche per scopi non accettabili. Ma condannare in blocco ogni intervento non ha alcun senso.

da left-avvenimenti nunero 36 dell’8 settembre 2012

da La Stampa 12.9.12
L’eugenetica maledetta dal tabù nazista
La disciplina è figlia del darwinismo, ha influenzato scrittori, antropologi e politiche di welfare. Un saggio ne ripercorre la storia
di Oddone Camerana

Fin dal titolo il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti Eugenetica: un tabù contemporaneo. Storia di un’idea controversa (Codice edizioni), evoca l’emarginazione cui è stata sottoposta l’eugenetica storica sul piano conoscitivo. Purgatorio dovuto al fatto di aver identificato riduttivamente quest’idea con la sua manifestazione più clamorosa, il razzismo nazista della prima metà del Novecento. Identificazione che le è costato il prolungato silenzio critico e storico da cui detta idea ha cominciato a uscire solo di recente.
L’aver rinchiuso l’eugenetica nel baule delle vergogne, dimenticando le manifestazioni più problematiche di quell’idea, ha rischiato di favorire chi ha cercato in seguito di seguirne le tracce sotto le mentite spoglie della genetica. Fenomeno, questo, evidente nei titoli di alcuni testi citati da Defanti: quello del sociologo americano Tony Duster Backdoor to Eugenics («La porta posteriore dell’eugenetica») 1990 e un articolo di Diane Paul Is Human Genetics Disguised Eugenetics («la genetica sugli umani è eugenetica camuffata? »). Ma al di là del pericolo descritto, rischio che riguarda l’attualità, sta di fatto che da un punto di vista più generale la lettura della cultura dell’Ottocento e del primo Novecento da cui l’idea eugenetica è stata rimossa perché indegna è una lettura purtroppo impoverita. Per sbagliata e perversa che sia stata, l’idea eugenetica ha comunque mosso una cospicua parte del pensiero otto-novecentesco uscito dal cappotto di Darwin. Lo sconvolgimento prodotto dal naturalista inglese è stato, per ciò che riguarda la perduta centralità dell’uomo rispetto alla natura, pari allo shock prodotto da Copernico per ciò che ha riguardato a suo tempo la perduta centralità del pianeta terra rispetto all’universo. In soccorso dell’uomo privato del suo ruolo tradizionale, smarrito a seguito del fatto di essere stato gettato nel coacervo dell’evoluzione naturale che lo riguardava insieme al resto del creato animale e vegetale, si sono espressi i più celebri nomi dell’eugenetica storica.
In questa luce i testi di scienziati, antropologi, filosofi come A. B. Morel e O. Spengler per limitarci ai pessimisti, o quelli di F. Galton, H. Spencer e G. Vacher de Lapouge e financo i romanzi di E. Zola e H. G. Wells, acquistano peso per la visione eugenetica in cui sono immersi. Il sospetto suscitato dalla teoria evoluzionistica darwiniana che la fase della selezione naturale si fosse conclusa, unito al timore che i meccanismi di protezione dei più deboli potessero sostituirsi alla selezione stessa, inceppando così il motore evolutivo, furono sufficienti ad attivare il darwinismo sociale, potente motore dell’eugenetica. Tra il ricovero in istituti come La Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo dei disabili e il programma eugenetico delle «vite indegne di essere vissute» da eliminare, occorreva trovare una mediazione che facesse dimenticare il patto faustiano tra scienza medica e regime totalitario, la prima bisognosa di autorità e potere per affermarsi, il secondo pronto a offrirlo in cambio di legittimità scientifica.
Ciò detto per quanto riguarda il ruolo determinante dell’eugenetica storica, resta da far presente come non vadano dimenticati i campi di azione in cui quest’ultima fece sentire la sua influenza sebbene in maniera indiretta o in tono minore di quanto non avvenne per il razzismo. Senza il contributo dell’eugenetica storica, infatti, l’intervento dello Stato nell’igiene pubblica, nella sanità e nel welfare non avrebbero preso la dimensione assunta nel corso del tempo. Lo stesso dicasi per ciò che riguarda l’impulso dato alla biologia, alla scienza e alla tecnica, in genere al progresso di cui l’industria e la proletarizzazione delle masse urbanizzate non tardarono a mostrare i volti della degenerazione e della decadenza, gli incubi rappresentati dagli scrittori naturalisti come Zola e Dickens per fare due nomi tra i più noti. Di qui la nostalgia per la perduta purezza delle razze sentita da Gobineau, il senso del tramonto dell’Occidente descritto da Spengler, l’auspicata riforma della Giustizia per fronteggiare l’emersione degli atavismi criminali delineati da Lombroso, il sorgere del bisogno di separare la sessualità dalla procreazione, la voluttà e il piacere dalla riproduzione, come richiesto da Vacher de Lapouge e l’accanirsi del confronto tra natura e cultura, tra qualità innate (ereditate) e ambiente in senso lato.Se il pericolo di rimuovere l’idea eugenetica vale per il passato nei modi sopra descritti, in diversa misura vale anche per oggi sebbene in presenza di un contesto sociale, scientifico e culturale completamente mutato. Se infatti l’affermarsi dei diritti individuali, umani, soggettivi dei disabili e delle garanzie come quella del consenso medico informato da una parte e la realtà dei passi da giganti compiuti dalla biomedicina, dalla genetica dall’altra, sono insieme una rassicurazione che gli orrori razziali trascorsi prodotti dall’eugenetica sono solo un ricordo, questo non toglie che l’idea eugenetica sia del tutto sconfitta. La pratica del counseling genetico, per fare un esempio, può nascondere forme di imposizione demografiche legate alla concessione di licenze matrimoniali vantaggiose. La possibilità della manipolazione della vita resta pertanto una minaccia che il business procreativo è in grado di coprire dietro promesse di qualità della vita. La massima confuciana secondo la quale la vita non inizia prima della nascita lascia molte strade aperte alla biopolitica.

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Il ministro Balduzzi: Il mio decreto sanità è solo il calcio di inizio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

Il governo avvia la riorganizzazione della Sanità. Ma Regioni e Comuni contestano i tagli. Sul ricorso contro la sentenza sulla Legge 40: chiedere chiarimenti è interesse di tutti. Parla il ministro della Salute Balduzzi 

di Simona Maggiorelli

Il ministro della Salute Balduzzi

Ambulatori aperti 24 ore su 24, che liberano i Pronto soccorso dal sovraccarico di lavoro. Centri pubblici territoriali dove ci si può sottoporre a screening di prevenzione e consultare specialisti. Poliambulatori con una équipe di medici di base che, collegati in rete, possono per esempio inviare in ospedale via web la cartella clinica del paziente che si deve ricoverare. Li chiamano “Case della salute” e in Italia ne esistono già diversi. Sono esempi avanzati, come quello nato nella Usl 11 di Empoli per iniziativa di un gruppo di medici di famiglia. Intanto altre realtà pilota stanno crescendo in Toscana e in Emilia Romagna. Il ministro della Salute Renato Balduzzi ha deciso di farne un modello di servizio medico territoriale da estendere in tutta Italia. Questo progetto è il cuore del Decreto legge che porta la sua firma e che, dopo un iter travagliato, ha avuto il via libera del Consiglio dei ministri. Ma se il tentativo di coniugare salute e sviluppo, valorizzando le competenze mediche attive sul territorio, è stato quasi unanimemente apprezzato da operatori e Regioni, più di un dubbio è stato sollevato sulla fattibilità della “Riforma Balduzzi” che secondo il governo dovrebbe essere a costo zero. Dal 2010 al 2014, in base a quanto già stabilito da più governi, il fondo della Sanità italiana sarà privato di 21 miliardi di euro. In questa congiuntura da dove potranno venire le risorse per far partire progetti che, nella fase di start up, necessitano quanto meno di infrastrutture e di reti informatiche? Lo abbiamo chiesto allo stesso ministro Balduzzi. «Per quanto riguarda l’assistenza territoriale bisogna ricordare che i principi introdotti nel decreto sono già contenuti nella convenzione nazionale con i medici di famiglia. E in quanto tali sono già finanziati. Ora è possibile darne piena attuazione. Quanto alle Unità complesse di cura primaria, è chiaro che necessitino di risorse: la ristrutturazione ospedaliera prevista dalla spending review serve a liberare risorse. Tutto il risparmio che la Regione riuscirà a realizzare in questo modo dovrebbe finanziare la rete territoriale.

E se nascessero dei problemi sulle risorse?

Ne discuteremo con le Regioni che hanno già avviato processi di sperimentazione. Tuttavia insistere ora su questo punto rischia di diventare un alibi per chi non vuole fare nulla. E di depotenziare un cammino ormai consolidato. Quanto è scritto nell’articolo 1 del decreto non è una rivoluzione. Era già nella normativa da tempo. Noi abbiamo solo fatto sì che, grazie a principi più chiari, l’istituzione della medicina territoriale potesse essere un obiettivo raggiungibile. Visto che se ne parla da oltre 15 anni nei dibattiti scientifici.

Presidenti di Regione come Errani e Rossi, hanno contestato il ricorso al decreto in materia di salute. Dopo il confronto parlamentare la discussione approderà in conferenza Stato-Regioni?

Sì e in questo caso sarà sottoposto alla Conferenza unificata perché il decreto contiene competenze che riguardano anche i Comuni. La conferenza unificata è un parere autorevole, (obbligatorio anche se non vincolante) che il Parlamento, in sede di conversione in legge del decreto, è chiamato a prendere in considerazione. Poi nel Patto per la salute ci sarà un ulteriore confronto. L’importante era dare il calcio di inizio. Ma si arriverà a definire un accordo sia con le Regioni sia con le categorie coinvolte.

Quali i tempi di attuazione?

Attraverso un accordo fra Stato e Regioni in sede di Patto per la salute, si potrà prevedere una tempistica. Auspico che accada nel minor tempo possibile perché questa è una esigenza avvertita dagli utenti, dagli operatori, da tutti.

Il Sistema sanitario nazionale è stato una grande conquista. Ma la situazione reale dei servizi è “a macchia di leopardo”. Come garantire l’universalità del diritto alla salute anche nelle Regioni in forte deficit?

Il Sistema sanitario nazionale cerca di realizzare il massimo grado di omogeneità. Certo, i livelli essenziali di assistenza devono essere uguali ovunque. Anche se poi nella realtà non sempre accade, purtroppo. Ma il nostro sistema va in quella direzione. E i piani di rientro non significano solo l’obbligo a trovare un equilibrio finanziario. Si è visto, infatti, che un equilibrio finanziario permette di dare migliori servizi. Insomma non è tanto una questione di asticella del fabbisogno ma in alcuni casi un problema di disorganizzazione e inefficienza.

Un punto di criticità del decreto riguarda l’intramoenia. C’è il rischio di cronicizzare la situazione attuale.

Nessuna norma è intoccabile ma, ne sono certo, abbiamo fatto il massimo stante la situazione attuale. E qualche risultato l’abbiamo ottenuto intervenendo anche nelle situazioni aziendali in cui, fin qui, non era stato fatto nulla. Ora quanto succede nell’attività libero professionale è tracciabile dalla Asl, e si riesce a evitare che l’intramoenia sia un modo per bypassare le liste di attesa pubbliche. Certo c’è chi dice che il problema sia l’istituzione stessa dell’intramoenia. Posizione legittima  ma non mi pare che il nostro ordinamento abbia imboccato la strada di una sua messa in discussione. A suo tempo fu deciso che un’attività libero-professionale fatta da un medico dipendente del Sistema sanitario dentro gli ospedali  a certe regole non fosse di ostacolo alla sanità pubblica.

Lei ha annunciato il ricorso del governo contro la sentenza di Strasburgo sulla Legge 40. Una coppia di portatori di fibrosi cistica, tramite l’associazione Luca Coscioni, in una lettera chiede al Presidente Napolitano di prendere posizione a favore della diagnosi preimpianto…

Io ho il massimo rispetto per le posizioni di queste persone e la massima attenzione verso chi è in sofferenza. Ma qui bisogna evitare di confondere il dibattito sulla Legge 40 e sulla diagnosi preimpianto con la vicenda specifica della Corte europea dei diritti dell’uomo. Fin dalla prima lettura della sentenza ho detto che, a mio parere, per ragioni di tipo processuale-tecnico-giuridico io avrei proposto l’appello, per promuovere un chiarimento, perché la Corte non risponde ad alcune domande decisive per il nostro ordinamento. Un ragionamento analogo al mio l’ha fatto Massimo Luciani su l’Unità. Sviluppando quello che io, a caldo, avevo tentato di dire, ovvero che ci sono dei problemi di fondo. Per esempio il diritto ad avere un figlio sano nel nostro ordinamento non esiste. La pronuncia di Strasburgo in questo senso è ambigua. Seconda questione: ma la Corte di Strasburgo ha considerato il bilanciamento che il nostro sistema ha trovato dopo che la Corte costituzionale ha rivisto e corretto la Legge 40? Perché l’argomento dell’incoerenza è double face. Anche nel merito la sentenza di Strasburgo presenta una serie di profili problematici. Non capisco perché chiedere chiarimenti susciti reazioni così forti. È utile a tutti.

Alcuni giuristi rilevano che una sentenza o la si rigetta o la si accetta, non esiste la terza via del chiarimento…

Non vogliamo usare la parola “chiarimento”? Intendiamoci però, stiamo parlando di una giurisdizione particolare. Il vincolo delle sentenze di Strasburgo è morale. Non è dello stesso tenore di quelle della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Maria Antonietta Coscioni,

Siamo Europa non solo per le questioni economiche ma anche per una comune adesione al Consiglio d’Europa e alla Carta che tutela i diritti dell’Uomo, non crede?

Attenzione, questo è un altro equivoco. Non “siamo in Europa”. In realtà qui siamo in una prospettiva allargata che ha dentro anche la Turchia, l’Ucraina la Russia, Paesi che non stanno dentro l’Ue. È è un ordinamento diverso che ha come obiettivo la maggiore tutela e garanzia dei diritti dell’uomo. Siamo proprio sicuri che il modo in cui il nostro ordinamento tutela i diritti sia inferiore a quello della Corte di Strasburgo?

Ci sono almeno 17 sentenze di tribunali italiani che vanno nella stessa direzione di quella della Corte europea (Cedu). Scienziati di fama internazionale affermano che le Legge 40 è antiscientifica rilevando che anche la Cedu accusa la norma del 2004 di confondere feto e bambino: nella tutela dell’embrione la Legge 40 va contro la legge 194 che stabilisce invece una precisa gerarchia fra i diritti della madre e quelli del nascituro. 

Certo. Fu una sentenza della Consulta del 1975. Ora è anche possibile che la Corte costituzionale ritorni in campo. Ma dobbiamo chiederci se la soluzione di temi così delicati possa essere affidata a sentenze problematiche o se invece dobbiamo chiedere a Strasburgo  di pronunciarsi in maniera più forte e limpida.

Il Pdl preme perché il Ddl Calabrò riprenda l’iter in Aula. Dall’altra parte il senatoreFurio  Colombo del Pd presenta una sua proposta per un vero biotestamento chiamandola “legge Martini”. E il governo Monti che posizione prende?

Il governo lo ha già detto: è disponibile a concorrere a una soluzione purché questa non crei ulteriori divisioni e contrapposizioni. Il punto è trovare una soluzione che unisca.

da left avvenimenti del  15-21 settembre

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Fertile laicità

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 26, 2012

I nuovi risultati di cura ottenuti con le staminali embrionali  impongono di ripensare l’agenda della biotica imposta dal governo Berlusconi. Il senatore Pd Ignazio Marino riapre la discussione su fecondazione assistita biotestamento e ricerca

di Simona Maggiorelli

Il senatore e chirurgo Ignazio Marino

Ospedale San Filippo Neri, uno dei centri più importanti fra quanti nel Lazio, fra pubblico e privato, praticano la fecondazione assistita. Il 27 marzo scorso un addetto alla gestione della sala di crioconservazione si è accorto che la temperatura toccava i venti gradi invece dei meno 190 previsti per i 94 embrioni, i 130 ovociti e i 5 campioni di liquido seminale lì  conservati. Un incidente, si è detto. «Questa è una vicenda che mi ha lascia sbigottito. Come presidente della Commissione d’inchista sulla sanità del Senato ho avviato un’inchiesta» racconta il senatore Pd e luminare della chirurgia Ignazio Marino. «Dalla relazione dei Nas ho appreso che il San Filippo Neri, come altre strutture analoghe del Lazio da otto anni lavoravano senza che vi sia stato un sopralluogo delle autorità amministrative. Proprio nella regione dove i conflitti su questi temi sono stati accesissimi queste strutture non hanno sentito l’esigenza di accreditarsi dal punto di vista strutturale e professionale». Ma non è tutto.

«Leggendo l’istruttoria», prosegue Marino, «mi sembrava di avere in mano un romanzo a cui mancava l’ultimo capitolo. Erano descritti tutti gli aspetti dell’incidente. Che fine avevano fatto quegli embrioni? Ebbene, con mio grande stupore, ho saputo che sono ancora lì sigillati, a marcire. E allora come  medico e ricercatore ma anche come senatore presidente di una commissione di inchiesta mi chiedo perché non hanno detto una parola tutti coloro che fino all’altro ieri hanno alzato barricate nel sostenere le loro idee sulla vita, sulla ricerca scientifica, contro l’uso di cellule staminali embrionali che oggi sappiamo possono guarire malattie finora incurabili». Una questione, questa della ricerca sulle staminali embrionali che in Italia è particolarmente scottante, visti i molti paletti legislativi e ideologici che sono imposti ai ricercatori che lavorano in questo settore. Di questo tema Ignazio Marino parla anche nel suo nuovo libro Credere e conoscere (Einaudi); inaspettatamente, visto che si tratta di un dialogo con il cardinale Carlo Maria Martini. «Il 31 dicembre 2011, chiudendo le bozze del libro, pensavo a cosa poteva accadere se fosse andato a buon fine uno degli esperimenti che stavano facendo in Inghilterra con embrioni abbandonati nelle cliniche di infertilità nel tentativo di curare persone paralizzate da un trauma della colonna vertebrale e  rese cieche da una maculopatia della retina», ricorda Marino. Poi la notizia a lungo attesa, in primis dalle persone affette da questa patologia invalidante. Sulla rivista medica The Lancet di recente è apparso uno studio in cui si riporta il caso di una donna che è tornata a vedere dopo che in California le sono state iniettate nella retina cellule derivate da staminali embrionali. «Adesso riesce a contare le dita di una mano e a percepire il contrasto dei colori» sottolinea Marino. «Quello che mesi fa era solo un’ipotesi ora e scientificamente provato. Non possiamo più continuare ad affrontare in Italia questi temi con l’idea di tifoserie opposte riottose ad affrontare l’urgenza delle persone che soffrono e che ora possono avere una cura con queste preziosissime cellule. Dove è la nostra etica se non ci scandalizziamo per il fatto che gli embrioni abbandonati non possano essere usati a a scopi terapeutici e anzi vengono lasciati a spegnersi nel freddo? Quando dei ciechi chiederanno di poter riprendere a vedere grazie all’uso delle embrionali, gli diranno che eticamente è più giusto che essi rimangano ciechi?».

Ma in Italia, si sa la legge 40/2004 anche se non vieta direttamente di fare ricerca sulle embrionali, ipocritamente, costringe i ricercatori a lavorare solo su linee cellulari derivate all’estero. Intanto il caso di una coppia che andata a Creta a sottoporsi alla fecondazione eterologa pee non trasmettere al figlio una malattia genetica ha scritto al presidente della Repubblica per raccontare l’odissea delle coppie costrette ad “emigrare” per affermare i propri diritti. Talvolta, come in questo caso, senza successo. Di fronte alla tragedia della coppia che dopo la terapia a Creta non è riuscita a evitare la trasmissione della malattia al nascituro l’Avvenire non ha trovato di meglio che parlare di «illusione eugenetica della provetta eterologa» stigmatizzando i media che hanno sollevato il caso della coppia, come fosse un tentativo di pilotare la decisione dei giudici della Consulta che il 22 maggio si  dovrà pronunciare sulla legittimità costituzionale del articolo 4 (comma 3) della legge 40 che vieta l’eterologa. Secondo i dati rilevati dall’Osservatorio del turismo procreativo riportati in Fecondazione e(s)terologa, firmato per L’Asino d’oro dai ginecologi Carlo Flamigni e Andrea Borini, risulta evidente che la legge 40 con i suoi diktat ha costretto molte coppie a scegliere di cercare fuori dall’Italia la via per una gravidanza. Da un’indagine sul 2005 risulta che nel primo anno dopo l’entrata in vigore della norma sono state ben 3610 le coppie italiane che si sono rivolte a centri specializzati esteri. Per rendersi conto di cosa ha determinato la norma basti dire che nel 2003, il ricorso alla eterologa fuori dai confini era stato scelto solo da 1318 coppie che si potevano permettere di spendere fino all’equivalente di 30mila dollari nelle cliniche Usa o britanniche. «Devo dire la verità», commenta il senatore Marino, «Io sono favorevole alla eterologa, ma mi sentirei di avanzare una proposta, ovvero che si possa evitare che i bimbi nati con questa metodologia poi da adolescenti possano andare a cercare i loro genitori biologici. Dal mio punto di vista è importante proteggere i rapporti e gli affetti con cui il ragazzo è cresciuto, quella che è realmente la sua famiglia». Quanto invece alle linee guida della legge 40 (e peggiorative della norma), varate fuori tempo massimo dall’ex sottosegretaria Eugenia Roccella, quando il governo Berlusconi era già caduto, il chirurgo e senatore Marino ha pochi dubbi: «C’erano già delle linee guida accettabili varate sotto il governo Prodi, mi auguro che il governo Monti ne faccia tesoro». Ignazio Marino collaborò alla loro stesura, come e ancor più si è impegnato negli anni a mettere a punto una buona legge sul testamento biologico. Come è noto, però, l’ex governo Berlusconi ha fatto di tutto per far passare in fretta e furia alla Camera un disegno di legge che lo stesso Marino definisce «contro il testamento biologico e contro la libertà di scelta». «Stiamo parlando di un testo che imponeva a ciascuno di noi di sottoporci a terapie come l’idratazione e l’alimentazione forzata anche contro la nostra volontà. Il governo Berlusconi era determinato ad approvarla entro il dicembre 2011. Ma con l’insediamento del governo Monti quel testo deve essere finito in qualche polveroso cassetto del Senato e ho la sensazione che non riemergerà per questa legislatura. «Questo fa maliziosamente pensare», conclude Marino,«che l’urgenza del governo Berlusconi non fosse legata ad un irrefrenabile e appassionato desiderio di dotare il Paese di una legge importante sulle terapie del fine vita ma che fosse uno strumento ideologico da usare all’interno del dibattito politico e parlamentare. Spero proprio che quel disegno di legge finisca nel dimenticatoio. Lo dico come persona che crede nella laicità dello Stato e nei diritti delle persone».

da left avvenimenti del 19 maggio 2012

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La santa ignoranza

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Un piccolo breviario. Spigolature fra gli ipse dixit vaticani. Scherzando ma non troppo

La vita. Il diritto alla vita per la vita è fra i principi non negoziabili per la Chiesa. «La vita deve essere difesa da credenti e non credenti» dice papa Ratzinger. Anche quella delle galline? chiese qualcuno opportunamente.

Sessualità. «La vita umana, dono di Dio, è da accogliere nell’intimità amorosa del matrimonio». Indi, per la Chiesa la sessualità umana come affetti, confronto di identità, dialettica fra diversi non esiste. Dovremmo solo procreare come gli animali.

Embrione. «Dio ama l’embrione, l’informe è già uomo», dice sempre il papa. Ora, la scienza dice che è un agglomerato di cellule. Ovvero un organismo solo biologico che prima di 24 o 25 settimane non ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero materno. Dunque, con Pannella, potremmo concludere che Dio è un bel feticista.

Aborto per la Chiesa «è assassinio». Come ha ribadito l’Evangelium vitae di Wojtyla. Con il cardinale Crescenzio Sepe che anni fa pubblicava un dossier anti aborto che parlava di «strage degli innocenti». Mentre su un sito web di Scienza e vita sedicenti psicologi farneticavano di «sindrome del boia», destino di ogni donna che abortisce. Dunque la legge 194 in Italia e tutte quelle che nell’Occidente moderno tanto caro a Ratzinger hanno legalizzato l’aborto?

Ru486. «Kill pill», «pesticida umano», secondo la sottosegretaria Roccella convertita sulla via di Damasco. «Le controversie sulla pillola hanno influito in modo immorale sul suo uso in Italia – dice l’accademico delle scienze Etienne Baulieu, padre della Ru486 – milioni di donne se ne servono e l’esperienza è positiva ovunque». E poi aggiunge opponendo alla morale cattolica la deontologia scientifica: «I medici sono tenuti a far soffrire i pazienti il meno possibile e non è morale che si impedisca l’uso dei farmaci che migliorano la salute della donna».

Pillola del giorno dopo. Il capo di Stato vaticano, come sempre fa, interviene a gamba tesa nelle questioni dello Stato italiano e raccomanda ai farmacisti l’obiezione di coscienza. Berlusconi arma la Roccella che antiscientificamente ne parla come di un farmaco abortivo. Ma se il governo davvero vuole evitare gli aborti, perché non ne fa un farmaco da banco?

Ricerca. «La scienza non minacci l’umanità», dice Ratzinger. La medicina sarebbe artificio e dunque “male”, la natura, di per sé “bene”. Ma anche i tumori esistono in natura. Lui, nel caso, non si curerebbe?

Eugenetica. Selezionare embrioni prima dell’impianto per avere figli liberi da malattie incurabili, per Benedetto XVI sarebbe eugenetica. Qualcuno gli spieghi che è per avere figli sani e non per il miglioramento della razza tanto agognato dai nazisti che frequentava in gioventù.

Deliri di reconquista. Facendo sempre meno presa sull’opinione pubblica, alle soglie del nuovo millennio la Chiesa decide di lanciarsi nella «reconquista». E in un progetto di «ricristianizzazione dell’Europa». Partendo dall’Italia. Come si legge nel pamphlet Contro Ratzinger (Isbn), il Vaticano convocò «un gruppo di intellettuali italiani terrorizzati dai tempi e convinti, heideggerianamente, che soltanto un dio potesse salvarli. L’idea era semplice. Per sottrarre l’Europa alla decadenza occorreva stabilire per via democratica il suo fondamento divino». Ma cascano male. E per lanciare il suo «progetto culturale» il cardinal Ruini deve affidarsi a Marcello Pera. Così le radici cristiane dell’Europa sono andate, opportunamente, a farsi benedire.

To be continued… su creazionismo, disegno intelligente, rinnovati roghi di Bruno e retroattivi per Darwin, fine vita, alienazione religiosa…
s.m.

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

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Il velenoso mito della razza

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 30, 2010

Studiosi italiani, francesi e tedeschi, in un interessante volume interdisciplinare, indagano le responsabilità di Heidegger e di intellettuali cattolici fascisti nella creazione di un’ ideologia folle

di Simona Maggiorelli

La difesa della razza

In un Paese di incentivi in busta paga ai poliziotti che arrestano dei clandestini, di medici che potrebbero denunciare immigrati non in regola con il permesso di soggiorno e, soprattutto, in un Paese dove la classe dirigente cerca di piegare i programmi scolastici a questo tipo di “cultura”, rischia di non scandalizzare troppo che il razzismo online da noi sia cresciuto del quaranta per cento rispetto al 2008.

E basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che nella scrittura “disinvolta” che circola su facebook come nello slang di certi social network compaiano termini tristemente noti come razza, forza, «italiani veri», «stranieri invasori», «razza padana»… Parole che richiamano un universo di orrori nazisti e fascisti che lasciano senza fiato. Perché, viene da chiedersi, nonostante il ricordo ancora vivo dei massacri novecenteschi assistiamo oggi a questi rigurgiti? Perché vigoreggia una delle peggiori concezioni dell’uomo che si siano conosciute nella storia, ovvero quella fondata su una inesistente suddivisione del genere umano in razze? è un problema di “memoria corta”? O piuttosto il frutto della mancata interpretazione e “neutralizzazione” delle premesse concettuali della antiscientifica e violenta ideologia della razza che così, inopinatamente, continua a essere riproposta? E’ proprio questa la tesi che la ricercatrice Sonia Gentili sostiene e argomenta con passione in una nuova iniziativa editoriale di Carocci, il libro Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento.

Un volume scritto a più mani, complesso e “militante” (per l’acribia con cui propone strumenti critici di lettura della storia). Qui l’italianista dell’università La Sapienza, con la collega Simona Foà, ha radunato contributi multidisciplinari di studiosi italiani, tedeschi e francesi che riportano in primo piano le responsabilità di pensatori come Heidegger nel dare fondamento filosofico e “sacralità” al nazismo.

Ma anche il ruolo giocato dai fascisti cattolici italiani – dal germanista Guido Manacorda ad Auro d’Alba, a Giovanni Papini e altri firmatari del Manifesto della razza – nel risemantizzare in senso cattolico concetti chiave dell’ideologia fascista come, per esempio, «bella morte», fede, impero, guerra, mistica, ordine nuovo e razza… «I loro modelli di pensiero negli anni Trenta furono perfettamente collimanti con le convinzioni dei principali attori del Vaticano» scrive Patrick Ostermann nell’importante saggio Il concetto cattolico fascista di razza pubblicato nel volume.

Da altri lavori emergono invece le responsabilità di scienziati che leggevano Darwin “da destra” insieme a quelle, più note, di scienziati direttamente arruolati all’eugenetica hitleriana. Ed emerge anche, con chiarezza, che non ci fu mai vera opposizione fra razzismo a base biologica e quello di marca spiritualista e cattolica. «L’opposizione fra i due filoni fu usato come una sorta di specchietto per le allodole, per coprire le vere assonanze e nei giochi di potere per scaricare quegli intellettuali che non servivano più al potere. Lo fece anche Hitler con Heidegger accusandolo di spiritualismo ma – non esita a dire Gentili – il pensiero dell’autore di Essere e tempo funzionò addirittura da ponte. Basta dire che, sostenendo un’idea spiritualistica dell’uomo, Heidegger finiva poi per raccontarlo in una chiave sostanzialmente biologizzata, attraverso una grande metafora biologica».

Più in generale tra Italia e Germania nel secolo scorso si strutturò una solidarietà molto forte fra cultura idealistica e una certa cultura biologica che, in funzione anti darwiniana, recuperò un’idea di vita umana che sfuggirebbe a ogni riduzione a materia e all’osservazione. «Era un pensiero biologico – spiega la studiosa romana – che recuperava una concezione di ciò che è “vitale” come sostanzialmente “spirituale”. Il nemico era Darwin e la sua idea che la vita sia in continua evoluzione». Il pericolo comune per riduzionisti e idealisti, insomma, era il Darwinismo, «una concezione del vivente – dice Gentili – in continuo cambiamento e adattamento all’ambiente». Ma, se Martin Heidegger e con lui il filosofo italiano Giovanni Gentile vengono radicalmente messi alla sbarra in questo libro, assai interessante è anche la sezione di Cultura della razza e cultura letteraria del Novecento in cui vengono esaminate le responsabilità di pensatori settecenteschi e ottocenteschi che furono inconsapevoli anticipatori delle teorie della razza.

A cominciare da Fichte che scrisse del primato del popolo tedesco basato sul suo «vitalismo» e coniò una sorta «di ideologia della guerra». Per arrivare al Volkseele di Herder che indirettamente giocò un ruolo importante nella creazione del mito del genio nazionale e di un nazionalismo basato sul mito fondante di “origo”. Ma non solo.

Nel libro sono ricostruite puntualmente anche le responsabilità di Karl Jaspers nell’offrire indiretto supporto al concetto nazista di storia come destino segnato dalla propria energheia tedesca. «Di fatto – spiega ancora Sonia Gentili – si tratta di modi di pensare violenti. Ma non basta condannare moralmente l’accaduto per essere al riparo dalla ripetizione della barbarie. Il problema più grosso – aggiunge – è che un certo modo di concepire la storia e l’uomo persiste ancora oggi. Sto parlando di una mentalità essenzialista basata sulla tradizione aristotelica e sull’idea di anima cristiana.Con la crisi del soggetto universale illuministico in epoca primo romantica queste idee ripresero largamente piede. Questo modo di concepire l’umano, che implica un rapporto di prepotenza sull’altro, ci mette seriamente nei guai. è un retaggio novecentesco che porta a costruire la nostra società sull’esclusione e non sull’inclusione».

Ma su cosa si basa al fondo questa ideologia novecentesca di una razza superiore che spinge verso la negazione del diverso e che nel nazismo divenne annientamento dell’altro? «Al fondo c’è un’idea di soggettività fondata sulla forza vitale – nota Gentili-. Su questo si basa la costruzione della razza di tipo novecentesco che ha dietro l’antropologia heideggeriana, ovvero il pensiero che la razza buona sia quella forte». Un modo malato e violento di concepire l’essere umano che fu dei nazisti ma anche dei cattolici fascisti, ribadisce la studiosa. «Nello sviluppo dei rapporti di collaborazione e, direi, di vera e propria continuità fra il mondo cattolico e il nazismo – ricostruisce Gentili – in Italia svolse un ruolo di primo piano una figura terribile come quella del fiorentino Guido Manacorda. La sua concezione spiritualistica della razza fu fatta propria da molti cattolici attraverso Agostino Gemelli che sostituì al materialismo razzista l’idea che esista un “carattere” spirituale psicologico che individua le razze. Gemelli fu una figura chiave nell’aggiornamento del concetto di essenza dell’anima in chiave di gruppo di tipo razzista». E se pochi conoscono la figura di questo psicologo che si fece francescano e che annovera fra i suoi scritti articoli come La filosofia del cannone e il libro Il nostro soldato, manuale per rendere il militare una macchina da esecuzione, molto più nota è la vicenda di Karl Gustav Jung che in quegli stessi anni, indossata la camicia bruna, parlava impunemente di «inconscio ariano». Nel libro il suo caso non viene analizzato ma Sonia Gentili commenta: «La sua storia rappresenta uno degli aspetti più pericolosi di questa vicenda. E cioè il fatto che le concezioni dell’uomo che si sono sviluppate dai primissimi anni del Novecento fino agli anni Quaranta hanno innervato profondamente e tragicamente la psicologia. Ma per altri versi bisognerebbe parlare anche di Freud sul quale anche in Francia si sta aprendo finalmente un dibattito». Rispetto alle polemiche che ha suscitato Le crépuscule d’une idole di Michel Onfray (che sarà pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie), «la critica a Freud è salutare – chiosa Sonia Gentili – perché va posto il problema della concezione freudiana dell’uomo che è astratta. L’uomo secondo Freud è sostanzialmente determinato da pulsioni di tipo violento. Ancora una volta c’è un’idea di forza alla base. E su questo secondo il padre della psicoanalisi si baserebbero sempre i rapporti di ognuno di noi con gli altri. Anche se è difficile dire quanto nella cultura freudiana questo sia un dato di osservazione dell’epoca, resta comunque una concezione inaccettabile». Gli antidoti? «Pensatori come Ernesto de Martino, come Antonio Gramsci, ma anche Emanuel Levinàs con il suo ribaltamento dell’“essere per la morte” di Heidegger in un più umano “essere per altro”, hanno offerto degli spunti importanti. Ma anche Levinàs a ben vedere – precisa poi Gentili – aveva un retroterra di tipo teologico». Contro le ideologie della razza un aiuto può venire dalla moderna psichiatria che non ha più un’idea di inconscio perverso filogeneticamente ereditato, inconoscibile e immodificabile? «Assolutamente sì. In un articolo apparso pochi giorni a su Libération – conclude Gentili – il mio amico Hervé Hubert esplicitava il nesso stretto che c’è fra la critica della concezione freudiana dell’individuo e la necessità di creare un legame sociale, un modo di stare insieme su basi diverse. Per questo la reazione di certi intellettuali francesi è stata estremamente sentita».

da left-avvenimenti 28 maggio 2010

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La maledizione degli atei devoti

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2008

da Left-Avvenimenti del 15 febbraio 2008

Il senatore Furio Colombo: “Lo stesso Ratzinger si è visto essere scavalcato da destra da personaggi, più realisti del re,  come Giuliano Ferrara”

di Simona Maggiorelli

«Una vigorosa offensiva della Chiesa che sa come avvalersi dei suoi laici devoti». Questo è il clima oggi in Italia. Così scrive Furio Colombo sul mensile Agenda Coscioni dedicato alla tre giorni di Salerno che, all’inizio della campagna elettorale, è il primo appuntamento “trasversale” di chi non accetta che questioni come aborto, fecondazione in vitro, scelte di fine vita siano consegnate alle decisioni di oltretevere.

Senatore Colombo, nel suo manifesto per le primarie del Pd diritti civili, salute, ricerca erano temi chiave.

Io continuerò a battermi per essi. Il Pd ha un solo percorso duraturo: quello che prevede una decisa presa di posizione in favore della laicità.

Veltroni da Spello però…

S’intende che non sto descri­vendo una situazione reali­stica. Ma se è per questo, neppure ai partigiani sem­brava facile liberare l’Italia dal fascismo. E allora basta guardare come risponde il governo spagnolo alle inge­renze dei vescovi. Quello che fa Zapatero a me pare nor­male. Mentre la sottomissio­ne italiana mi sembra non normale. Non degna di una Repubblica democratica. Stiamo parlando del rappor­to fra due poteri, di cui uno extranazionale e che ha una pretesa di controllo sull’altro.

L’annosa mancanza di separa­zione fra Stato e Chiesa?

La nostra vita politica ha su­bito un duro colpo con Berlu­sconi. Certi politici hanno sempre cercato di tenersi buona la Chiesa, per garan­tirsi sostegno politico e voti. Ma è stato lui a inventarsi l’a­teo devoto incarnato ora da Ferrara. Con la sua vita e i suoi divorzi si è finto religio­so. Ha messo in campo le zie suore e usato i rosari della madre per dimostrare un’obbedienza che avrebbe dovuto metterlo al sicuro in politica. Poi, questo è diventato il comportamento dei partiti, prima degli ex De, poi della sinistra che non aveva più un ancoraggio ideologico: in molti sono andati in cerca di benemerenze della Chiesa. Cosa che i liberali non si sono mai sognati di fare.

Sui diritti civili, però, il centroosinistra non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi.

Sul testamento biologico, per esempio, la verità è che il senatore Ignazio Marino, è stato boicottato ora da esponenti di destra ora di sinistra, in lotta per apparire l’uno più cattolico dell’altro. È la maledizione che ha portato Berlusconi.

E nell’ipotesi di un “Veltrusconi” che accadrebbe?

Io non credo affatto in un Veltrusconi, anche perché si vede benissimo che Berlusconi è sul viale del tramonto. E non per l’età, ma per la totale mancanza di nuove idee. Se un crociato come Casini è restato nel dubbio se seguirlo o no vuoi dire che è alla fine. Se Fini ha scelto di essere il suo numero due è perché pensa che presto se ne andrà e lui diventerà il numero uno per eredità. Come sempre gli è accaduto nella vita.

Cosa legge sotto il crescente attacco alla legge 194 sull’aborto?

È un attacco violentissimo e credo che Ratzinger sia stato sorpreso di essere superato a destra da Giuliano Ferrara. La situa­zione è molto grave. I cittadini da soli, temo, non ce la faranno a opporsi a quella che Giorgio Napolitano ha chiamato «la grave anomalia» che ha governato l’Italia.

I media italiani parlano di bambini invece che di feti e tirano in ballo l’eugenetica quando si tratta, invece, di prevenire malattie incurabili.

Li guardo con raccapriccio. Ma so che non si diventa direttori di giornali senza un parere del Vaticano. Meno che mai direttori di telegiornali. E questo rende i più giovani molto più conformisti dei più anziani.

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Nella fabbrica del doppio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 5, 2005

Boncinelli: «La clonazione umana? Un bluff» “Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente” di Simona Maggiorelli

I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliati fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano.

Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, dichiamo così, istituzionale.

Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?

Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.

Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica.Quanto a sproposito?

L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni -in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule – per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.

E la clonazione tanto paventata?

Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.

Proviamo allora a fare chiarezza.

Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.

Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?

Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo – cosa non facile – trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali” mettono al mondo un figlio solo per il figlio stesso. Il discorso, insomma, andrebbe allargato a una riflessione generale sulla genitorialità.

In Italia pare ci sia già chi fa sperimentazione su embrioni comprati all’estero. Con l’obbligo di cedere, però, i ricavi di eventuali brevetti.

Questo è possibile se si parla di linee cellulari, più che embrioni veri e propri. Ci sono molte linee cellulari in commercio. E tutti fanno finta di non saperlo, ecco un altro paradosso. Che ci possano essere dei brevetti mi pare dura. Non ho nessuna stima della ricerca nel nostro paese. O l’Italia dà una sferzata e cambia direzione, oppure parlare di ricerca italiana penalizzata diventa una barzelletta. Beninteso l’attacco alla ricerca oggi c’è ed è fortissimo. Ma in Italia né destra né sinistra hanno interesse che la situazione cambi. Il fatto è che la scienza produce nuove idee, produce novità e può dare una visione del mondo e dell’uomo che ai tradizionalisti proprio non piace.  Avvenimenti

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