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Nella spirale di #MarioMerz

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 20, 2015

Mario Merz, Venezia

Mario Merz, Venezia

Avvolgenti spirali, le curve femminili della conchiglia e il lento procedere della chiocciola, che a poco a poco diventa igloo trasparente, si fa “casa”, architettura, in strutture leggere e luminose che evocano un modo più umano e sostenibile, di abitare. Forma astratta e insieme dinamica, la spirale di Mario Merz è il seme che germoglia nelle nuove sale che la Galleria dell’Accademia dedica all’arte contemporanea.

Al piano terra, poco distanti dai dipinti di Giorgione, Tiziano e Tintoretto, le opere scelte da Bartolomeo Pietromarchi per la mostra Mario Merz, città irreale si arricchiscono di riflessi lagunari e irradiano fantasia in questi spazi da poco restaurati, moltiplicandone le prospettive, ricreando cortili interni altrimenti anonimi. I saloni affacciati su Campo della carità, fino al 20 settembre, si accendono di scritte al neon con opere storiche come l’ironica Sitin (1968) e Impermeabile (1966). Mentre le famose serie numeriche di Fibonacci ritmano le pareti bianche e intonse. È come se il curatore avesse umanizzato queste sale, disseminandole di segni magnetici che portano l’inequivocabile cifra del maestro dell’Arte povera scomparso nel 2002. Con un allestimento ridotto all’essenziale, ma tutt’altro che freddamente minimalista, Pietromarchi ha ricostruito a Venezia quasi l’intero percorso dell’artista torinese.

Fin dai primi, evocativi, disegni nati da quel primo nucleo di schizzi che Merz, giovanissimo militante di Giustizia e libertà, realizzò in carcere dove era stato rinchiuso per attività antifascista. Dai disegni su carta degli anni Cinquanta alla svolta degli anni Sessanta, quando in controtendenza con il boom dei consumi celebrato dalla Pop Art americana creò installazioni e sculture con materiali poveri come legno, vetro, carta, tela, ferro, cera. Al centro di questa mostra e di tutto il lavoro di Merz (come ben raccontano i saggi nel catalogo edito da Skira) c’è la riflessione sul rapporto fra uomo e ambiente e sul vivere sociale. Testimoniato dai suoi celebri tavoli, simbolo di incontro e condivisione, che qui appaiono fotografati in Senza titolo del 1972. «Una somma reale è una somma di gente», recita il sottotitolo di quest’opera emblematica.

E per quanto Merz si definisse «solitario, nomade, visionario», il tema della convivialità, dello stare insieme, la ricerca della bellezza risuonano in ogni sua creazione. Come in filigrana traspare sempre il rapporto con l’universo femminile, con il diverso da sé, qui evocato da Igloo (di Marisa) del 1977, dedicato alla compagna di una vita, l’artista Marisa Merz. (Simona Maggiorelli, Left)

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Gli scritti partigiani di Luciano Bianciardi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2015

Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

Non solo un intellettuale contro. Ma un “uomo libero” che scriveva con l’intento civile di far aprire gli occhi ai lettori. Così Gian Paolo Serino racconta lo scrittore grossetano in un’agile antologia

E’ una piccola, preziosa, summa del “Bianciardi pensiero” quella distillata da Gian Paolo Serino per le Edizioni Clichy di Firenze. Ripercorrendo l’intero corpus delle opere dello scrittore grossetano il direttore editoriale della rivista Satisfiction ne ha tratto tasselli per tracciare uno sfaccettato ritratto dello scrittore grossetano e una mappa della sua Milano bianciardiana: ovvero quella dei quartieri popolari, delle osterie, di bar ritrovo di intellettuali male in arnese e di artisti allora emergenti come Enzo Jannacci, di cui fu mentore e amico.

Una parte della città a cui Luciano Bianciardi, arrivato nel 1954 dalla Maremma per lavorare come traduttore alla Feltrinelli, contrapponeva quella delle banche, degli uffici dirigenziali, della burocrazia asburgica, degli scempi edilizi. Ma dall’agile volume Luciano Bianciardi, il precario esistenziale composto da Serino non emerge solo lo scrittore che, prima del boom e con altri accenti rispetto a Pasolini, smascherava il mito del benessere legato ai consumi, che ha inventato la critica televisiva elogiando (ironicamente) la schietta, lampante, mediocrità di Mike, prototipo dell’italiano medio e demistificando la tv del dolore usata per indottrinare.

Bianciardi non si limitava a stigmatizzare l’uso della tv come strumento di distrazione di massa e a denunciare i meccanismi di un mercato editoriale che già puntava al profitto senza badare alla qualità dei contenuti. Seguendo un ritmo narrativo e una «cronologia emotiva» nella scelta dei brani, Serino sa far emergere «la passione di un intellettuale che si pone contro certi comportamenti dominanti non con un atteggiamento anticonformista di maniera, ma per cercare di aprire gli occhi ai lettori».
Da questi estratti da Il lavoro culturale (Feltrinelli) e da articoli usciti su riviste e giornali (ABC, L’Avanti!, Notizie letterarie, Guerin Sportivo ecc.) emerge anche il tentativo bianciardiano di ripensare il ruolo degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra e di darsi un compito politico e civile.

Anche per questo, uscendo dagli uffici sotto vuoto della Feltrinelli frequentati da intellettuali precari come lui, si “perdeva” nella metropoli raccontandone le strade lunghe e scure, la vita dentro grigi palazzi popolari, dove i bambini crescono al chiuso senza aver mai scorrazzato per i campi o visto una mucca.
Gli operai sono invisibili in questa «Milano che non produce nulla, ma vende e baratta». Che pullula di ragionieri con i manicotti e di “colletti bianchi”, disposti «a scriversi in fronte “carogna”» e a prendere a calci i lavoratori. Del resto l’anarchico Bianciardi, che era stato liberal-socialista quando studiava alla Normale di Pisa (improntata allo «spirito risorgimentale, laicizzante di Carducci») e poi azionista, aveva capito molto presto da che parte stare.

Come racconta la figlia Luciana, curatrice dei due volumi dell’Antimeridiano (Isbn e Ex-Cogita) che contiene tutta l’opera dello scrittore scomparso nel 1971, già quando era al ginnasio Luciano Bianciardi prese le distanze dal padre accusandolo di non essersi schierato apertamente contro il fascismo. Perciò decise di fare due anni in uno per fare l’esame di maturità prima possibile e potersene andare da casa.

Serino_ bianciardi

Serino_ bianciardi

«Non è stato difficile, nella provincia in cui sono nato e cresciuto, capire abbastanza chiaramente, pur senza la scelta di un partito politico, come stanno le cose in Italia, chi ha ragione e chi ha torto», scriveva in “Lettera da Milano” apparsa su Il Contemporaneo nel febbraio del ’55. «Basta muoversi appena un poco, vedere come questa gente vive (e muore) e la scelta viene da sé. Sui libri poi si troverà, semmai, la conferma di quel che si è visto e di quel che si è deciso e si stabilirà da quel momento in avanti, di servirsi dei libri per aiutare chi ha ragione ad averla nei fatti, oltreché nei diritti. Non c’è dubbio». Una testimonianza analoga si trova in un testo tratto da Belfagor e antologizzato nel libro di Serino, critico e direttore di Satisfiction.
Lettore appassionato di Gramsci, vicino al sindacalista Di Vittorio, non prese mai la tessera del Pci, ma fu sempre scrittore militante. Basta pensare all’inchiesta-reportage scritta con Carlo Cassola sui minatori in Maremma e a pagine toccanti come “Ira e lacrime a Ribolla”: articolo uscito nel 1954 su Il Contemporaneo, dopo l’esplosione in una miniera in cui morirono 43 lavoratori del gruppo Montecatini. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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L’avventura di Joyce Lussu

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2012

Giovane laica e cosmopolita nella Firenze di primo Novecento. Poi partigiana, poetessa, traduttrice e attivista dei movimenti di liberazione. Torna in libreria Portrait, straordinario autoritratto di scrittrice

di Simona Maggiorelli

Come in un romanzo. Ma ancora più potente, perché nelle pagine di Portrait, in rapide sequenze cinematografiche, scorre l’avventurosa vita della scrittrice e partigiana Joyce Salvadori Paleotti. Più conosciuta come Joyce Lussu, dal cognome del marito Emilio, rivoluzionario sardista, leader di Giustizia e libertà e poi ministro negli anni cruciali della costruzione dell’Italia nel dopo guerra.

Una abitudine, quella di chiamare l’autrice di libri come Fronti e Frontiere e come L’olivastro e l’innesto, stroria di un’isola ritrovata con il cognome da sposata, invalsa anche nei manuali di storia della letteratura, ma che rischia di far torto allo spirito indomito di questa donna indipendente, allergica ai dogmi e agli steccati ideologici. (Che accettò di sposarsi con rito civile solo perché suo figlio non fosse registrato come nato da «madre ignota»).
Fino alla sua scomparsa nel 1998, Joyce non smise mai di lottare contro ogni forma di fascismo e di oppressione, continuando a fare ricerca, nel rapporto vivo con le persone, spesso confrontandosi con culture lontane e diverse. Come quando, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, nel dopo guerra, insofferente della burocrazia di Palazzo e verso i salotti romani, seppe inventarsi una seconda vita di traduttrice di poeti africani, arabi e asiatici, riscoprendo un passione nata nell’infanzia trascorsa in una casa «dove c’erano più libri che mobili»; in quella Firenze socialista dove l’azione degli squadristi fu particolarmente violenta.

Joyce all’epoca aveva appena nove anni e nella cartella  nascondeva un pezzetto di carbone per scrivere sui muri «Abbasso il fascio». La scrittrice lo ricorda in questo agile e franco Portrait che, in nuova edizione, con la prefazione di Giulia Ingrao, ha inaugurato la nuova collana “Omero” de L’Asino d’oro edizioni.

In quegli anni maturò anche il suo ateismo, incoraggiato dai genitori, intellettuali democratici di origine inglese (il padre, Guglielmino Salvadori tradusse Herbert  Spenser ed era vicino alle idee di Russell).  Joyce non era battezzata e le avevano insegnato a guardare con sospetto i testi sacri. «In quei libri ci deve essere qualcosa che non va perché hanno fatto ammazzare un sacco di gente», le diceva la madre, Giacinta Galletti.

«Il dogma e l’assoluto- scrive Joyce in Portrait – ci apparivano come segni di arretratezza mentale e civile». E ancor più inaccettabile le sarebbe sembrata ad Heidelberg l’ambigua neutralità e la sottovalutazione del nascente nazismo da parte dei suoi professori ad Heidelberg, a cominciare dal filosofo Karl Jaspers.

Così quella fanciulla che a tavola si lanciava in focose contese con Benedetto Croce smascherando la sua misoginia (e quella di una lunga stirpe di filosofi da Platone in poi) di fronte alla ferocia nazi-fascista decise che non era più tempo di stare a studiare in biblioteca. Ed ecco le pagine più appassionanti del libro, quelle in cui racconta la Resistenza ma anche l’incontro con il carismatico rivoluzionario socialista Emilio Lussu. Il desiderio, la passione, e quella sensazione di incertezza che per la prima volta le aveva fatto sperimentare quell’uomo che le era apparso così diverso dai compagni comunisti , troppo spesso carichi «di maschilismo autoritario e di  una violenza virile che vedeva nel sacrificio proprio e altrui, non un accidente purtroppo necessario e da superare al più presto, ma quasi un valore immanente, una catarsi con coloriture paramistiche che a me, donna, dava una reazione di rigetto»

Joyce Lussu (1938)

E quell’ istintivo rifiuto della misoginia leninista e stalinista, poi  si sarebbe trasformato in pratica politica.  Fra le fondatrici dell’Udi, l’Unione donne italiane, Joyce era solita scompigliare riunioni politiche e comizi, pretendendo, prima di cominciare a parlare, che  i compagni andassero a  prendere le mogli che avevano lasciato a casa. «Più che un pensiero femminista, quello di Joyce era un pensiero femminile. E in questo senso lungimirante e attualissimo», ricorda oggi l’archeologo e restauratore Tommaso Lussu, nipote di Joyce e che ad Armungia  in Sardegna, con generosità ha aperto la casa di famiglia a studiosi e ai ricercatori. «Come attualissima» aggiunge,  «è ancora  la lezione  di laicità che Joyce ci ha lasciato. Ma anche  il suo impegno ambientalista e quello politico di stampo  libertario, tanto che non si volle legare più ad un partito politico dopo lo scioglimento del Psiup nel 1969», ricorda ancora Tommaso.

Senza dimenticare poi quell’impegno poetico e letterario che, di pari passo con il sostegno a movimenti di liberazione africani, la portò a tradurre i versi del poeta e rivoluzionario angolano Agostinho Neto. Ma  anche i versi del curdo  Nazim Hikmet. Con il quale strinse una profonda amicizia. Tanto da riuscire a tradurre le sue poesie, grazie a  una lunga e profonda  frequentazione, pur non conoscendo direttamente la lingua curda.

da left-avvenimenti

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Si alza la febbre dell’indignazione

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2011

Con Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci nasce una nuova collana  Chiarelettere di instant book tratti da classici. Per riflettere sul presente. E  per la casa editrice diretta da Lorenzo Fazio l’ex partigiano Massimo Ottolenghi scrive Ribellarsi è giusto, dedicandolo ai giovani

Simona Maggiorelli

Antonio Gramsci

«Odio gli indifferenti. Credo…che vivere vuol dire essere partigiani…Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare, indifferenza è abulia, è parassitismo, non è vita…». Suona così, accalorato, l’attacco di un pezzo che Antonio Gramsci scrisse nel febbraio del 1917 e intitolato Prima di tutto. E su quell’articolo è tornato a riflettere ora l’editore Lorenzo Fazio scegliendolo come incipit di una incisiva raccolta di scritti gramsciani e di una nuova collana di instant book che d’ora in avanti affiancherà i libri d’inchiesta di Chiarellettere più legati all’attualità.

Una collana agile e incisiva, ma ad alto tasso di passione civile, fatta di testi di grandi autori del passato ma che aiuta a riflettere sul presente. «Non ci interessava pubblicare i grandi classici del pensiero, atri lo fanno già autorevolmente- spiega Fazio -. Ma collane come i Meridiani sono pensate in primis per gli studiosi, mentre noi vorremmo che i classici fossero davvero letti e offrire degli strumenti che tutti possano usare anche per orientarsi nel presente».

Da qui la scelta di questo testo che in un momento di ripresa di attenzione verso le opere gramsciane (Einaudi, per esempio, ha appena ripubblicato le Lettere dal carcere con la prefazione di Michela Murgia) tocca temi di “stringente attualità” come i politici inetti, il diritto alle cure mediche, i privilegi della scuola privata, i professionisti della guerra, e molto altro, permettendo di leggere in profondità i nodi rimasti irrisolti nell’Italia di oggi.

«Il libro Odio gli indifferenti presenta anche un Gramsci diverso da quello pensoso che pure è stato importantissimo per la nostra storia politica. Dagli scritti che abbiamo selezionato – prosegue Fazio – emerge un Gramsci arrabbiato, indignato, un Gramsci che ha una temperatura emotiva molto alta. Un Gramsci che si indigna, che si schiera. Un Gramsci che nel 1917-18 vive la tragedia della guerra come un normale cittadino che deve fare i conti con l’emergenza. Un Gramsci, insomma, che fa i conti con un’Italia molto simile a quella che viviamo chiusa nel “particulare”, senza attenzione al bene pubblico, al futuro dei giovani».

Odio gli indifferenti, Chiarelettere

Ma anche quando si alza la febbre del j’accuse Gramsci non perde mai di vista il fatto che non basta indignarsi. Così come non smette di analizzare le ragioni di un’indifferenza che non è semplice “non fare” ma «opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera». All’indifferenza in questo vibrante pamphlet Gramsci oppone la forza dell’intelligenza. Alla boria e la stupidità violenta di padroni e tiranni oppone l’«autorevolezza dell’intelligenza». «Recuperare questa intelligenza- chiosa il fondatore di Chiarelettere- è veramente un atto rivoluzionario; come lo è recuperare il senso pieno di certe parole». Anche per questo, per stimolare pensieri nuovi su questa Italia dei partiti che non sembra trovare una via d’uscita dalle pastoie del berlusconismo, Lorenzo Fazio ha deciso di pubblicare un titolo oggi praticamente introvabile in Italia: il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie (1530 – 1563), in cui al fondo, ci si domanda: come è possibile che una massa di persone segua il tiranno? Come è possibile che un tiranno riesca a farsi seguire su una strada che va contro l’interesse dei più? «Sono domande del 1500 ma rimbalzano oggi moltissimo», sottolinea Fazio, che accanto all’attenzione per la storia e per la filosofia politica coltiva anche un’interesse per la memorialistica egagé. Proprio mentre in Francia emergeva il fenomeno Indignatevi! del novantacinquenne partigiano Stephane Hessel, Fazio metteva in cantiere il libro di un altro ex partigiano, Massimo Ottolenghi, avvocato torinese e tra i fondatori di Giustizia e Libertà dopo essere stato allontanato dall’insegnamento universitario con le leggi razziali. Il suo  Ribellarsi è giusto uscirà a maggio per Chiarelettere. «E’ una lettera aperta ai giovani – conclude Fazio – da parte di un uomo che, a 95 anni, ammette che la propria generazione ha fallito certi obiettivi di libertà e giustizia, e dice ai giovani: ora tocca a voi; voi non dovete fallire».

FRANCIA. La rivolta del partigiano Stephane Hessel

Uscito il 20 ottobre 2010 in Francia, Indignez vous!, a gennaio 2011 aveva venduto già  oltre cinquecentomila copie, collezionando ristampe e richieste di traduzione da tutto il mondo (Brasile, Polonia, Turchia, Giappone, Grecia, Stati Uniti). con circa trenta pagine di testo, oltre alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ( Onu 10 dicembre 1948), il libro di Stéphane Hessel è da dicembre in Italia dove, come è accaduto ovunque e come scrive Eric Aeschimann su Liberation ” è diventato un fatto di società e non solo un caso editoriale”.  Per leggere Indignatevi! (Pubblicato in Italia da Add editore) si impiegano poche decine di minuti. Tanto basta per far passare l’incisiva analisi, il programma politico e il discorso sul metodo dell’ex partigiano, oggi novantacinquenne,  che ci stimola a non rimanere inerti di fronte alle ingiustizie.

La sua analisi, come accennavamo, è ficcante e spietata.  Se dopo il 1948 sono stati fatti fatti importanti passi avanti, come la  deconolonizzazione e la fine dell’apartheid o la caduta del muro di Berlino,a partire soprattutto dagli anni duemila, la tendenza si è invertita ” i primi anni del ventunesimo secolo sono stati un periodo di regressione” scrive Hessel.  In anni di globalizzazione si sono determinate “cose insopportabili” dice Hessel censurando “l’indifferenza” di questa società che genera sans-papiers, che ricorre alle espulsioni”. Ma non solo. Questa regressione che stiamo vivendo secondo Hessel è legata anche  in parte alla presidenza di George W. Bush, all’11 settembre e alle disastrose decisioni Usa per l’intervento militare in Iraq”. E aggiunge: ” Siamo in una fase di transizione, tra gli orrori del primo decennio del nuovo secolo e le possibilità dei decenni futuri. Ma bisogna sperare, bisogna sempre sperare”.

Con Nelson Mandela e Martin Luther King Hessel fa sua la strategia della non violenza e invoca «una insurrezione pacifica». Hessel si dice convinto che il futuro appartenga alla non violenza, Hessel rifiuta di gistificare i “terroristi che mettono le bombe”. Non tanto e non solo per valori morali, ma anche perché “la violenza non è efficace”. (In questo prende le distanze da Sartre).

«L’impulso di scrivere il libro è stata la sensazione che i valori ereditati dalla Resistenza siano ancora oggi indispensabili», ha detto Hessel a La Stampa occasione della conferenza che ha tenuto alla Biennale Democrazia di Torino. «Sono principi calati, dopo la guerra, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo», che Hessel contribuì nel 1948 a scrivere.

da left-avvenimenti

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Rivoluzionari e cosmopoliti

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 18, 2011

Il Risorgimento non fu un fenomeno solo nostrano. Ma di respiro europeo. Con il libro  “Londra dei cospiratori” (Marco Tropea editore) lo studioso e giornalista Enrico Verdecchia ci porta nella città crocevia di culture di opposizione dove trovarono riparo Mazzini e Garibaldi, ma anche Bakunin, Engles e Marx

di Simona Maggiorelli

Londra 1864

Non solo lotta per l’indipendenza nazionale ma anche cosmopolitismo e apertura alle correnti più progressiste che animarono il primo Ottocento. Il pensiero dei giovani ribelli del Risorgimento acquisì un’apertura per le strade delle grandi capitali, a Parigi e a Londra. Oltremanica, in particolare, utopisti sansimoniani, socialisti della prima ora e fuoriusciti da Paesi europei e latinoamericani in rivolta trovarono riparo e modo di portare avanti le proprie battaglie, seppur in clandestinità. Di questa nascita per nulla asfittica, ma anzi di respiro “internazionale”, del nostro Risorgimento racconta il giornalista e scrittore Enrico Verdecchia nel libro Londra dei cospiratori (Marco Tropea editore). Un lavoro di oltre seicento pagine che gli ha richiesto più di due anni di ricerche storiografiche e che l’autor ha presentato all’Università di Firenze il 15 marzo, il 17 marzo alla Feltrinelli di Roma (con Corrado Ocone, Daniele Barzaghi e la sottoscritta) e il 18 marzo all’Istituto Mazziniano di Genova.

Enrico Verdecchia

«Il Risorgimento non è stato un fenomeno esclusivamente italiano ma parte di un fenomeno di scala europea – racconta Verdecchia a left -. L’ascesa della borghesia nella seconda metà del Settecento assunse forma eversiva nei confronti dell’Ancien régime, che concentrava il potere in mani aristocratiche. E dette vita alla rivoluzione atlantica, cominciata nelle colonie americane contro gli inglesi e passata in Europea con la Rivoluzione francese e il diffondersi del fenomeno del giacobinismo. A partire da allora, le rivoluzioni – come oggi sta avvenendo nel Vicino e nel Medio Oriente – avvennero per ondate in Europa ogni dieci, venti anni. Ma le conquiste napoleoniche – nota Verdecchia – determinarono tra le varie borghesie che avevano simpatizzato per la Rivoluzione, la reazione inversa: la riscoperta romantica delle tradizioni etniche e la nascita dei patriottismi nazionali contro il cosmopolitismo rivoluzionario».

E nella Londra che Ugo Foscolo chiamava «babilonissima Babilonia» cosa accadeva?

Anche in Inghilterra si sentivano i fermenti rivoluzionari che spiravano dal continente ma qui la borghesia più ricca aveva fatto un tacito accordo con l’aristocrazia. Quindi in un Paese in cui almeno una parte del potere legislativo (la Camera dei Comuni) era aperto al voto, i fermenti rivoluzionari assumevano la forma di un ampliamento del ristrettissimo suffragio a strati più ampi della popolazione. E poi non bisogna dimenticare che gli esuli del 1820-21 erano in buona parte nobili o al più alto-borghesi (si pensi al conte Porro, al conte Pecchio, al conte Santorre di Santarosa) e costituzionalisti. In Inghilterra trovavano una Costituzione che consideravano un modello e neanche loro simpatizzavano troppo per la sua estensione. Quando poi, con le rivoluzioni del 1830-31, il carattere del nuovo esulato assunse toni repubblicani, i fuoriusciti trovavano in Inghilterra un terreno del tutto ostico alle loro idee, salvo che presso alcuni circoli radicali e alcune frange cartiste inglesi, che avevano vita difficile anche nel proprio Paese.

Insomma Londra non era stata scossa dai moti del ’20-21?

Le rivoluzioni del ’20-21 non erano affatto eversive, agli occhi degli inglesi, o almeno del partito cosiddetto Whig (che raccoglieva la parte più illuminata dell’aristocrazia al potere), in quanto rivendicavano Costituzioni che gli inglesi non solo avevano ma tendevano a promuovere negli altri Paesi. Bentinck, ad esempio, lo aveva fatto in Sicilia durante l’occupazione inglese e a Genova dove era sbarcato nel corso delle guerre napoleoniche. In Inghilterra gli umori, se non erano mai favorevoli alle rivoluzioni, erano almeno contrari agli eccessi dei regimi assolutisti, come quelli di Ferdinando a Napoli che il liberale Gladstone denuncerà nel 1851. I successivi esuli repubblicani dovevano muoversi invece in un clima ostile. Se trovavano qualche rispondenza era non negli ambienti borghesi ma proletari: i Cartisti, ad esempio, e nelle loro frange repubblicane, isolate e represse.

Tuttavia lei scrive : «Giunto a Londra, Pippo l’uomo più ricercato dalle polizie d’Europa si sentiva finalmente libero». Quanto fu importante l’esperienza londinese per il trentaduenne Giuseppe Mazzini?

Mazzini aveva scelto di puntare sui giovani e di superare gli impacci delle strutture carbonare lanciando la Giovine Italia molto tempo prima di arrivare in Inghilterra nel 1837. Era avvenuto nei suoi primi anni d’esilio in Francia, a Marsiglia. Quando arrivò a Londra, tutta la sua opera era in sfacelo, la sua reputazione a pezzi per le ripetute sconfitte. Erano gli anni della «tempesta del dubbio» e dell’esaurimento nervoso. L’esperienza londinese semmai gli fu preziosa quando già aveva ripreso speranze e attività con la creazione della seconda Giovine Italia. Gli fece conoscere di prima mano le conseguenze sociali della rivoluzione industriale e le lotte operaie, tanto che la nuova strategia per la rivoluzione non faceva più affidamento sull’esulato borghese quanto sull’apporto del “popolo”, cioè in questo caso degli operai, degli artigiani, dei proletari per i quali proprio in quegli anni creò l’Unione operaia e la scuola gratuita a Londra. Mazzini, come gran parte degli esuli, faceva tesoro delle libertà che l’Inghilterra gli garantiva, prendeva ogni spunto possibile per far sapere agli inglesi della tristissima situazione italiana, raccoglieva soldi per finanziare le sue spedizioni o le armi per le sollevazioni in Italia, ma ricavava dal soggiorno inglese scarsi insegnamenti ideologici o politici.

Londra fu laboratorio politico e intellettuale anche per l’anarchico Bakunin, per Engels e per Marx. Come s’intrecciarono le loro vicende nelle nebbie della Londra vittoriana? E con quali riverberi?

Per Engels a per Marx l’insegnamento inglese fu più profondo che per Mazzini, nel senso che fu proprio in Inghilterra, dove Engels era arrivato a lavorare nell’azienda paterna a Manchester, che scoprì e trasmise a Marx quell’economia politica che aggiunse l’elemento propriamente “scientifico” al sistema dottrinale marxiano, che fino ad allora non era stato nell’altro che un’applicazione dell’hegelianesimo. Il rapporto personale tra Marx e Bakunin, al di là di qualche superficiale simpatia iniziale specie da parte del russo, fu puramente strumentale, cioè una collaborazione a scopo antimazziniano in Italia. Poi, con gli sviluppi in seno alla prima Internazionale, divenne una vera e propria guerra ideologica e politica. Con la conseguenza che in Italia, Bakunin si rivelò più presente di Marx nel movimento operaio nascente, e in Inghilterra Mazzini rimase, fino almeno alla fine del secolo, più influente di Marx sulla classe operaia britannica.

Con l’interesse per i moti risorgimentali si cominciò davvero a incrinare quell’idea dell’Italia, «paese di bigotti e di preti, di schiavi e rettili striscianti ai piedi degli oppressori» di cui scrivevano riviste inglesi? E oggi quella vecchia immagine del Paese torna a fare capolino?

Mi dispiace (anche perché la cosa pesa anche su di me personalmente) l’immagine dell’Italia, in Inghilterra, non è mai sostanzialmente cambiata. Nonostante le simpatie di alcuni strati della popolazione inglese per gli sviluppi del Risorgimento, nonostante l’ammirazione per le bellezze del Paese e per il suo patrimonio artistico e culturale, nonostante momenti di apprezzamento per alcuni aspetti dell’operosità italiana (specie la moda), l’Italia come Paese non ha mai goduto di molto apprezzamento e quindi da Londra non è mai provenuto nessun tentativo di incrinare l’immagine tradizionale. Né è mai venuto da altre parti d’Europa, a quanto ne so. Per cambiare l’immagine bisogna una volta tanto cambiare veramente l’Italia. Ho settant’anni e da quarant’anni vivo in Inghilterra, e non ho mai visto l’Italia cambiare sostanzialmente. E nei miei studi storici, ahimè, la ritrovo sostanzialmente tale e quale nei secoli passati. Che cosa vogliamo farci?

LETTURE FUORI DAL CORO

Per i 150 anni dell’Italia unita ecco alcuni titoli fuori dal coro. Come il primo volume della collana Antimoderati del Centro di documentazione di Pistoia Luciano Bianciardi di Giuseppe Muraca che ricostruisce il percorso dell’autore di Antistoria del Risorgimento. Ma ecco anche alcuni titoli “scientifici” che illuminano zone che ancora erano in ombra, come Figlie d’Italia (Carocci), in cui Maria Teresa Mori indaga la produzione letteraria di poetesse e patriote nel Risorgimento dal 1821 al 1861. In queste giornate di celebrazioni e di articolesse sui giornali è rimasta incomprensibilmente in ombra anche una figura di scrittore e letterato come Ippolito Nievo, autore di monumentali quanto ironiche e spassose Confessioni di un italiano ( Meridiano Mondadori). Alla breve e brillante vita dell’avvocato Nievo, ai suoi molti amori e alla sua avventura garibaldina è dedicata la biografia L’isola e il sogno di Paolo Ruffilli fresca di stampa per Fazi editore. Quanto alla riedizione di testi storici, Donzelli pubblica fra gli essenziali Il Risorgimento e l’Unità d’Italia di Gramsci. E Baldini Castoldi Dalai manda in libreria gli scritti di “padri” del Risorgimento da Cattaneo a Pisacane. Tutti a 3,90 euro.

da left-avvenimenti dell’11 -18 marzo 2011

I limiti dello Stato nazione

In un mondo in cui le distanze, anche quelle geografiche , sembrano essersi accorciate e – tanto più- pensando a un progetto di Europa unita non solo come mercato unico, che significato assume oggi accendere tutti i riflettori sui 150 anni dell’Unità d’Italia?

In tempi di conquistato cosmopolitismo, il tripudio di celebrazioni rischia di sembrare  un antimoderno inno alla patria e alla bandiera. Non la pensa così l’editore Carmine Donzelli che, ripubblicando ora I discorsi per Roma capitale di Camillo Benso di Cavour ( con la prefazione di Pietro Scoppola) sottolinea invece quanto sia importante oggi approfondire in modo non ideologico i nodi fondativi del processo di costituzione dello Stato italiano per affrontare le questioni rimaste ancora aperte. ” Oggi è troppo facile dare per ovvio e scontato un processo storico che si presentava agli occhi dei suoi protagonisti e testimoni diretti, come qualcosa di molto più complesso w aperto di quanto a noi oggi oggi non sembri”, chiosa Donzelli.

Ma soprattutto, annota l’editore romano ” il rapporto tra il nostro passato, per poter produrre conseguenze identitarie, democratiche e civili che auspichiamo, deve partire da una ricognizione scrupolosa e leale dei dati di realtà”.

E in questa chiave di approfondimento puntuale, ma con differente punto di vista, nasce il volume curato da Alberto Castelli per le edizioni E/0, L’Unità d’Italia, pro e contro il Risorgimento, con una serie di interventi storici di rango, a cominciare da quelli di Gobetti, Gramsci e Salvemini, per arrivare poi al dibattito sul Risorgimenro acceso dai protagonisti del movimento antifascista Giustizia e libertà, fondato nel ’29 da Carlo Rosselli e a cui – come ci ricorda Castelli-aderirono intellettuali raffinati come Andrea Caffi, Emilio Lussu, Franco Venturi, Francesco Nitti, ma anche Nicola Chiaromonte. E fu proprio in questo ambito di Giustizia e Libertà che si cominciò a pensare come ” un grave errore degli uomini del Risorgimento l’aver ritenuto possibile garantire libertà e giustizia nel quadro organizzativo dello Stato-nazione. “Gridando Italia, Italia, nell’impeto nazionale- scriveva Chiaromonte- si dimentica di abolire il latifondo, di occuparsi della questione sociale, di portare avanti ogni progresso civile.

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