Articoli

Posts Tagged ‘Libri’

Leggetevi forte

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 28, 2014

Marcella Brancaforte / foto Sabine Meyer Librimmaginari

Ripartire dalla lettura, per uscire della crisi. Leggere per conoscere, per pensare e parlare meglio. Ma anche per divertirsi. E’ la proposta di Giovanni Solimine autore de L’Italia che legge e Senza sapere ( Laterza). Di questo importante tema si discute a Librimmaginari,  ( 28 novembre -8 dicembre) in una tavola rotonda a  Viterbo che mette a confronto istituzioni, operatori ed editori italiani e stranieri. Con interventi di Giovanni Solimine, Jérôme Gimenez- Ligue 35- Lire et Faire Lire , Carlo Sestini e Daniele De Gennaro, Minimum Fax)   E ancora  se ne parlerà a Roma, a Più libri più liberi, dal 4 all’8 dicembre al Palazzo dei congressi all’Eur , in una edizione della rassegna della media e piccola editoria intitolata “E’ tempo di leggere” , con un focus il 4 dicembre dedicato alla lettura nelle scuole a  cura del Centro per il libro e la lettura. 

Leggere per crescere

Nel libro Senza sapere (Laterza) Giovanni Solimine traccia un quadro preoccupante della situazione italiana fra analfabetismo di ritorno, dispersione scolastica e investimenti pubblici per la cultura fra i più bassi d’Europa. Incoraggiare la lettura secondo lo studioso (già autore de L’Italia che legge) è fondamentale per uscire da questo impasse.

di Giovanni Solimine

Il quadro è preoccupante, ma non ce ne preoccupiamo abbastanza. Il basso livello di competenze linguistiche e logico-matematiche e di capacità espressive tra i giovani e ancora di più tra gli adulti sono la conseguenza, da un lato, del fatto che gli italiani sono poco istruiti (anche perché da 20 anni gli investimenti in scuola, università e ricerca non aumentano) e, da un altro, del loro scarso tasso di partecipazione alla vita culturale, che si realizza leggendo un libro o una rivista, andando al cinema o al teatro, ascoltando musica, visitando una mostra, ma anche coltivando in forma attiva la passione per la pittura , il canto o la danza, e così via.

Personalmente ritengo che la lettura, oltre ad essere un’attività per il tempo libero e per l’apprendimento, abbia una specifica funzione: favorire l’accostamento a forme argomentate di pensiero ed espressione. E che contribuisca ad arricchire il linguaggio e a cogliere le tante sfumature della realtà che ci circonda. Si tratta quindi di un mezzo portentoso per accedere alle conoscenze e per usarle in modo significativo.

Le attività di promozione della lettura, da realizzare in modo sistematico e continuativo, sono però solo lo strato più superficiale dell’intervento di cui l’Italia ha bisogno. Per consolidare e rendere duraturi gli stimoli occorrono investimenti nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie, cui spetta la “manutenzione” dei lettori creati dalle iniziative di promozione.

Dovendo indicare qualche priorità, metterei in evidenza le iniziative per lettori medi e deboli (circa 20 milioni di italiani), perché leggano uno o due libri in più all’anno, col duplice effetto di ridare fiato al mercato librario e per alimentare il“contagio” che questi cittadini “normali” potrebbero provocare nei loro ambienti. Una vera e propria emergenza è poi quella del Sud, dove nemmeno un terzo dei residenti legge un libro all’anno e i livelli di partecipazione alla vita culturale sono molto inferiori alla media nazionale; dove meno del 10% dei bambini trova posto negli asili nido; dove più di 300mila ragazzi di età inferiore ai 18 anni non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer; dove solo il 40% delle case è raggiunto dai collegamenti a banda larga; dove il servizio bibliotecario e la rete delle librerie mostrano allarmanti segni di debolezza.

La percentuale dei lettori di libri è scesa nel 2013 al 43% della popolazione e continua a calare, specie tra gli adolescenti (nell’ultimo anno si sono persi ben 9 punti percentuali nella fascia fra i 15 e i 17 anni). Anche i lettori abituali, meno di 5 milioni mostrano segni di cedimento: gli italiani che leggevano un libro al mese erano il 15 % del lettori fino al 2010 e nel 2013 sono scesi al 13,9. La responsabilità non è da addebitare al Centro per il libro, perché ha origini antiche ed è in parte dovuta a un generalizzato calo dei consumi e agli effetti del maggiore appeal di alcuni dispositivi che hanno avuto grossa diffusione negli ultimi anni.

Ma il Centro ha la sua parte di responsabilità, e sarebbe troppo facile dare la colpa solo alle scarse risorse finanziarie o alla mancanza di reale autonomia. A me pare che il Centro sia privo di una strategia per affrontare la complessità dei problemi che ha di fronte, che non abbia spirito di iniziativa, che non disponga forse delle competenze professionali per elaborare linee di attività efficaci, e per di più che si confronti poco con altri soggetti che operano nella promozione della lettura.
Oltralpe le risorse di cui dispone il Centre Nationale du Livre (42 milioni di euro di bilancio e 300 fra collaboratori e consulenti) sono invidiabili e la sua storia indica alcune soluzioni adottabili anche da noi (ad esempio, la contribuzione da parte degli editori alla formazione del suo budget). Ma il suo apparato è totalizzante e gestisce un articolato meccanismo di contributi, finanziamenti, borse di studio alle diverse componenti della filiera del libro: i beneficiari sono circa 10mila (scrittori, traduttori, librerie, biblioteche, riviste, case editrici, associazioni, festival e fiere del libro, interventi di digitalizzazione etc.) e i francesi si stanno interrogando sulla opportunità di riformare il Cnl.

Quanto alle fasce dei lettori più giovani a me pare che il disorientamento nasca, e rischi di accrescersi, per le condizioni in cui oggi avviene il trasferimento delle conoscenze e per il modo in cui tendiamo a rapportarci alle fonti. Il problema non riguarda tutti noi, con la sola differenza che i ragazzi che si accostano al sapere nell’attuale “ecosistema informativo” possono ritenere che non esistano altre possibilità. Temo che si stia riproducendo in forme nuove e diverse la contrapposizione che alcuni decenni fa si verificava tra nozionismo e cultura: allora combattevamo un modello fondato su atomi di conoscenza che non corrispondevano al possesso di capacità critiche. Per padroneggiare un campo di studi servivano competenze diverse che per vincere milioni di lire al Rischiatutto.

Oggi, Google e Wikipedia sono diventati il riferimento obbligato. E facciamo bene a usare questi canali. Ma essi ci offrono solo risposte fattuali, frammenti di conoscenza che toccherebbe a noi assemblare ed elaborare, se disponessimo delle capacità per trasformare queste informazioni in un sapere complesso e articolato. Il pericolo, paradossalmente, sta proprio nella facilità e velocità con cui questi strumenti possono soddisfare ogni nostra richiesta: non vorrei che ci accontentassimo di questa grande disponibilità di informazioni e inconsapevolmente le identificassimo con la cultura, come se non ci fosse bisogno di capire, di stabilire relazioni, di appropriarci della dimensione della complessità. Scuole e università dovrebbero lavorare sul terreno della information literacy, perché gli studenti sviluppino la capacità per recuperare l’informazione attuando strategie di ricerca.Per poi selezionare e valutare, organizzare e rielaborare i contenuti, saper comunicare i risultati del proprio lavoro. Lo stesso potrebbero fare le biblioteche nei confronti del pubblico adulto, ormai uscito dal sistema educativo. (testo raccolto da Simona Maggiorelli)

Solimine. copia

Dal settimanale Left

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

L’Aquila ferita. A cinque anni dal terremoto

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 9, 2014

Bella-mia-Donatella-Di-PietrantonioDopo il brillante esordio con  Mia madre è un fiume, Donatella Di Pietrantonio torna con  Bella mia (Elliot) che denuncia lo sfregio causato dalla ricostruzione post sisma

di Simona Maggiorelli

L’Aquila «è fradicia e gonfia dopo tutto questo tempo… la pioggia e la neve l’hanno impregnata fino alle fondamenta», nota la protagonista di Bella mia (Elliot), il nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio. Dopo il terremoto in cui perse la vita sua sorella l’io narrante è tornato nella zona rossa, in quella piazza amplificata dal silenzio, fra crepe imbiancate e teli di plastica slabbrati.E quello scenario urbano ancora sfatto e desolato, raccontato con una prosa evocativa che sembra accarezzarne le ferite, si fa concreta metafora della difficile condizione che vivono gli aquilani a cinque anni dal sisma.

«La “grandiosa”opera di messa in sicurezza che fu attuata con enorme dispendio di denaro e energie oggi mostra la corda: perché gli edifici non furono ricostruiti. Ma solo messi in sicurezza. Se lei oggi va a L’Aquila – incalza la scrittrice – trova edifici ingessati e contenuti da milioni di metri cubi di tubi Innocenti, ma i tetti crollati continuano a far passare acqua. Il degrado dilaga perché non sono stati fatti interventi strutturali». E continua a pesare come un macigno sullo stato d’animo degli abitanti. «A distanza di quasi cinque anni come stanno gli Aquilani? Di questo nessuno parla più», nota Di Pietrantonio.«L’identità collettiva è ferita, appare disgregata. Anche perché- denuncia – gran parte degli abitanti hanno subìto una deportazione in new towns dove le relazioni di amicizia, di vicinato, si sono allentate».

Nel romanzo la scrittrice abruzzese ha immaginato tre personaggi di generazioni diverse che, dopo il lutto e in questo difficile scenario, si trovano a dover  mettere in discussione se stessi, in cerca di nuove strade. «Ho provato a seguire il loro lavoro di elaborazione e di ricostruzione interiore – dice Di Pietrantonio -. I due personaggi più giovani, il ragazzo e sua zia, alla fine riusciranno a trasformare il proprio dolore, senza cancellarne la portata».

Di fronte alla protagonista di Bella mia che ha scelto di non avere figli e che si trova, dopo il sisma, ad occuparsi del nipote riuscendo a sviluppare una nuova identità, torna in mente la protagonista del romanzo di esordio di Donatella Di Pietrantonio Mia madre è un fiume (Elliot) in cui una donna che ha sempre avuto un raporto difficile con la madre si trova a doverla aiutare, dopo che si è ammalata di Alzheimer. «In effetti c’è un parallelo fra i due personaggi – ammette la scrittrice -.Tengo particolarmente all’evoluzione dell’io narrante, mi interessa capire come gli esseri umani possano sviluppare nuove aspetti di sé, spesso imprevisti». Un percorso che in qualche modo sembra aver riguardato la stessa autrice che di professione fa la dentista per bambini, e che solo in età matura ha conosciuto il successo in letteratura.

«In realtà ho sempre scritto – racconta – ma per lungo tempo ho distrutto i miei testi o non li ho proposti. Solo di recente ho cominciato a farlo. Ma mi sono accorta che, anche in assenza di un riscontro di pubblico o editoriale, comunque, la prosa maturava. Lentamente sono passata da una fase giovanile piuttosto ampollosa, da un periodare con molte subordinata, a una scrittura decisamente più asciutta». Asciutta ma anche densa, poetica e che in Bella mia, a tratti, ha il respiro della prosa lirica. «La densità è proprio ciò che cerco – dice Di Pietrantonio -, attraverso il peso della singola parola ma anche calibrando il più possibile le pause. Perché il risultato finale sia una prosa sintetica , vagliata ». In questo percorso è stata aiutata da letture? «Ho sempre letto con passione Borges, Marguerite Yourcenar, e più di recente Ágota Kristóf. Non so se ho saputo recepire la loro lezione. Ma le pagine che ci coinvolgono nel profondo poi in qualche modo riemergono quando si scrive, come un fiume carsico».

E una affascinante e frugale figura di scrittore emerge, inaspettata, anche in Bella mia: uno scrittore senza nome, descritto come «resistente dichiarato », per il suo netto rifiuto di abbandonare le rovine aquilane al loro destino. «A dire il vero si tatta di una figura reale, molto particolare: è lo storico Raffaele Colapietra, per noi abruzzesi e per gli aquilani in particolare, è una sorta di eroe. Si è opposto strenuamente in questi anni a questa vera e propria occupazione militare della città, che non ha eguali in altre situazioni post sismiche in Italia. Subito dopo il terremoto gli aquilani non sono stati più padroni della città. E Colapietra lo ha denunciato in ogni modo. Ha opposto anche una resistenza fisica. Cosa nsolita per un signore gentile e anziano con lui. Con i suoi modi garbati ma fermi, alla fine, è riuscito a rimanere nella propria casa”.

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La rivolta spagnola

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2012

Una nuova generazione di scrittori spagnoli scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe ala precariato, all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menendez Salmon

di Simona Maggiorelli

Un serial killer, lucidissimo e freddo, è al centro del nuovo romanzo Derrumbe  (Marcos y Marcos) che lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón presenterà il 13 maggio al Salone del libro. Nel folgorante L’offesa che nel 2008 ha rivelato lo scrittore e filosofo spagnolo al pubblico italiano il protagonista è invece un sarto, il solerte Kurt Crüwell, che, arruolato da Hitler si getta nella guerra con slancio. Fino a perdere ogni sentire. E «una gelida mattina Kurt non vede più in faccia l’orrore»: La perdita delle emozioni come perdita di ciò che è più umano è un tema che percorre carsicamente molta parte dell’opera di Salmón. Insieme al tornare a interrogarsi sull’orrore nazista e su come sia potuto accadere.
«Il nazismo è stato una tragedia troppo grande e complessa perché io possa diagnosticarne le cause» dice Salmon. «Gli artisti che l’hanno patito in prima persona come Primo Levi hanno detto che, in realtà, non si riesce a raccontare lo sterminio. Le categorie razionali e la lingua stessa non riescono a dire un tale abisso. Personalmente quello che più mi spaventa del nazismo è la sua ideologia e quel suo ridurre il soggetto ad oggetto, l’essere umano a cosa. I nazisti uccidevano uomini, donne o bambini, come fossero figure, pupazzi, bambole».
Ne Il correttore (2009) lei ripercorre e indaga il pensiero delirante alla base dell’attentato di matrice islamica del 2004 a Madrid. Cosa c’è dietro stragi di questo genere?
Le religioni monoteiste sono, per definizione, intolleranti. Alla base c’è una contraddizione paradossale. Il termine “tolleranza religiosa”, pronunciata da un ebreo, da un cristiano o un musulmano, in pratica è un ossimoro. Nelle differenti Chiese c’è chi cerca di camminare sul filo della dialettica non cadendo nel fondamentalismo. Ma in effetti il discorso degli integralisti religiosi è più coerente con la loro fede. I fondamentalisti islamici che hanno fatto esplodere i treni a Madrid hanno rivendicato un attentato contro gli infedeli; Breivik è un razzista, fondamentalista cristiano che pretendeva di salvare l’Europa dall’invasione islamica. L’essenza ultima della religione si rivela qui come la pazzia di anteporre un’irrazionalità malata all’ intelligenza.
Sempre ne Il correttore lei mette insieme la cronaca dell’attentato dell’11 marzo del 2004 e il vissuto del protagonista, Vladimir, che sta correggendo le bozze de I demoni di Dostoevskij quando l’orrore irrompe dalla tv. Il romanzo permette di andare più in profondità nella lettura dei fatti?
La mia intenzione era mostrare che chi maneggia i discorsi, detiene un potere, ha la possibilità di rimodellare la realtà. E ha a portata di mano l’opportunità di proporre una realtà diversa, o addirittura falsa con effetti sul futuro. Detto questo, mi rendo conto che la letteratura in generale e il romanzo in particolare, hanno un potere enorme. Partendo da un artificio, da una convenzione, da una bugia (la finzione), può far in modo che i fatti raccontino la loro verità.
In quale direzione guarda oggi la nuova letteratura spagnola?
Gli scrittori spagnoli hanno ripensato in profondità la guerra civile e i decenni del dopoguerra, e si deve ancora fare molto. Ma capisco che le giovani generazioni, quelle degli scrittori nati negli anni 70 o 80, stiano cominciando a trovare questi temi un po’ stanchi. Per troppo tempo, l’equazione Spagna=Guerra civile ha condannato la nostra letteratura ad essere una sorta di riserva culturale del dramma che ha avuto inizio nel 1936. Mi pare comprensibile che gli scrittori comincino a guardare anche altrove. Oggi ci sono questioni scottanti sul tavolo dello scrittore, dal fallimento del welfare ai diritti dei lavoratori, sotto il ricatto del precariato e di nuove forme di sfruttamento
La protesta degli indignados ha dato una scossa, perché la sinistra non ha saputo dare una risposta politica?
In piazza c’era gente dai 20 ai 60 anni: lavoratori, universitari, esponenti della classe media, persone provenienti da ambienti culturali molto diversi. Non è stato un movimento apolitico ma apartitico. Questo in parte spiega perché la sinistra non ha preso i voti di questo vasto malcontento. A parte Izquierda Unida, la cosiddetta sinistra in Spagna è un blocco monolitico (il Psoe) più vicino a un liberalismo moderato che a un socialismo vero. L’ottimismo rampante è stato il motore della democrazia sociale spagnola per anni. E ora la sinistra “ufficiale” ha pagato il prezzo del disincanto e dei suoi errori. Il loro esercizio di ipocrisia è stata davvero notevole.

da left avvenimenti

Posted in Letteratura, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Riscossa romena al Salone del libro

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 5, 2012

In barba alla crisi economica, a Bucarest e in altre regioni del Paese, fiorisce una nuova stagione letteraria. Decine di scrittori uniscono la fantasia alla riflessione politica. In una lingua che- dice Norman Manea – ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota reorica dell’apparato comunista

di Simona Maggiorelli

 

Liliana Lazar

Liliana Lazar

La Romania, insieme alla Spagna, è il paese ospite del Salone del libro 2012, dal 9 al14 maggio. E chissà se i media italiani finalmente coglieranno questa buona occasione per abbandonare l’atteggiamento di razzismo strisciante, restituendoci l’immagine di una delle nazioni letterariamente più fertili d’Europa, quale è la Romania oggi. Con una nuova generazione di scrittori trenta e quarantenni che sa unire la tradizione letteraria alta di Cioran, Celan e Ionesco con l’ innovazione, che sa mettere insieme la fantasia di narrazioni epiche e visionarie con l’urgenza politica di riflettere sulle ferite lasciate dal regime di Ceausescu. Come testimoniano gli stessi romanzi del premio Nobel Herta Müller, di cui Feltrinelli sta meritoriamente pubblicando l’intera opera. Le piccole e medie case editrici italiane, più agili e creative – va detto – se ne erano accorte già da tempo. Quando in Italia la Müller era ancora sconosciuta, il suo Una mosca attraversa un bosco dimezzato fu pubblicato da Fuoricampo e una sua novella da Avigliano. Ma soprattutto, da una manciata di anni, nelle librerie italiane si segnalano alcune delle migliori opere della cosiddetta nuova onda romena, dall’immaginifica Crociata dei bambini (Isbn) di Florina Ilis, al caustico e surreale Dita mignole (Fazi)  di Filip Florian  fino al grottesco Il paradiso delle galline (Manni)  di Dan Lungu.

E sarà proprio il quarantatrenne Lungu, docente universitario e autore di sferzanti tragicommedie sulla dittatura, ad aprire la serie di incontri torinesi sulla Romania, insieme a Doina Rusti – che con il suo Zogru o 500 anni di solitudine (Bonanno) ha sfidato Gabriel Garcia Marquez , e a Liliana Lazar , autrice del fiabesco Terra di uomini liberi (Marco Tropea) in cui la giovane scrittrice che vive in Francia traccia un potente ritratto della Romania, terra dalla bellezza incantata e selvaggia e insieme labirinto di orrori di regime.

Mircea Cartarescu

Mircea Cartarescu

Ricordando che i poeti sono stati «i polmoni con cui ha respirato il popolo romeno mentre l’aria della libertà si faceva sempre più rarefatta», come dice lo studioso Corrado Bologna, ampio spazio al Lingotto sarà dato anche alla poesia, con Ana Blandiana e un esponente della nouvelle vague romena come Mircea Cărtărescu, di cui Voland ha appena pubblicato  i racconti nel volume Nostalgia.

Fiero oppositore di Ceausescu, un grande intellettuale laico e umanista come Norman Manea (nato nel 1936 nel Nord della Romania) aveva cominciato a riflettere sulla necessità dell’esilio e sul fallimento degli intellettuali nella dittatura già negli anni Sessanta e in libri che sono ormai dei classici come Clown. Il dittatore e l’artista (Feltrinelli, 1994). Dal 1986 Manea vive a New York e insegna European Culture al Bard College, ma ancora oggi sentendosi un alieno, un outsider, nella società americana. Lo racconta nel libro intervista Conversazioni in esilio che esce il 10 maggio in Italia per Il Saggiatore e che l0 l’autore presenterà a Torino l’11 e il 12 maggio insieme al saggio Al di là della montagna, dedicato al poeta ebreo di origine romena Paul Celan e a Benjamin Fondane, scrittore e pensatore tedesco, deportato e ucciso ad Auschwitz.

«Tutto negli Stati Uniti mi ha sempre fatto sentire estraneo», racconta Manea a Hannes Stein, che lo ha incontrato a New York nel 2010 raccogliendo tre giorni di conversazioni. «L’America è proprio come un’isola: è a tutti gli effetti isolata» continua lo lo scrittore, «è provinciale e al tempo stesso può credere di essere una superpotenza!». Ma bersaglio del grande umanista è anche il linguaggio americano «stupido e tronfio che si esprime per categorie sportive e militari». Lui, in esilio, diversamente da Cioran e Ionesco, ha sempre continuato a scrivere in romeno come “lingua interiore” dell’infanzia, per quanto passata nei lager della Trasnistria dove fu internato dal governo filofascista romeno. Ma anche perché, dice Manea, la lingua romena ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota retorica dell’apparato comunista. E quando l’intervistatore gli chiede: qual è la frase americana che le incute più timore? «“Nulla di personale”», risponde a bruciapelo Manea. «È uno slogan che qui si sente spesso. “Lei è licenziato. Nulla di personale”. Ma come potrei non considerarlo come qualcosa di personale?». Così l’ex ragazzino sopravvissuto al lager e che al liceo fu affascinato dall’utopia comunista e dal sogno dell’uomo novo, per poi, subito, dissociarsi dal regime romeno-stalinista, oggi non risparmia critiche al capitalismo selvaggio americano e alla sua perdita di umanità, raccontando senza accenti moralistici come «eros e malattia giocano a nascondino nei campus puritani» in cui vige ancora il mito di una America paese della libertà sfrenata, mutuato dal ‘68 e declinato alla maniera di Reagan. Ancora una volta andando controcorrente, a costo di attirarsi gli strali della stampa ufficiale. In America come in Romania, dove una certa intellighenzia diventata nazionalista dopo la fine di Ceausescu ancora non gli perdona di aver smascherato una gloria nazionale come Mircea Eliade, ricostruendone la diretta militanza nel gruppo fascista della Guardia di ferro.

da left-avvenimenti

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Antifascismo per natura

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 3, 2012

Al Salone del libro di Torino Paola Soriga presenta il suo romanzo d’esordio che riaccende la memoria della lotta partigiana

di Simona Maggiorelli

Avrei voluto scrivere un romanzo forte e contundente su i nostri giorni. Ma ho capito che per raccontarli dovevo prendere una diversa strada». Così si racconta Paola Soriga, autrice di Dove finisce Roma (Einaudi), romanzo che riaccende la memoria della lotta partigiana. Toccando indirettamente punti nevralgici del presente. A cominciare dal razzismo verso i migranti.

 Dove finisce Roma, va detto subito, è un libro colto, nutrito di appassionate letture di Morante, di Calvino, e soprattutto di Fenoglio. Ma si direbbe scritto tutto d’un fiato, come un torrente fresco di scrittura che d’un tratto sgorghi da un’esigenza profonda. Anche se la giovane scrittrice ci racconta che ha avuto una lunga gestazione, a noi continua a suonare come se fosse stato scritto senza staccare mai la penna. In una prosa viva e vitale che scorre via senza argini di punteggiatura, con passaggi rapidi da un punto di vista all’altro, in una polifonia di voci su cui leva, schietta, quella di Ida: la protagonista dodicenne del romanzo, arrivata a Roma via mare da una Sardegna che sembra lontana di secoli. Come tanti emigranti, Ida approda nella capitale per stare vicina alla sorella, sposata di fresco, sperando di trovare un lavoro «in una casa perbene». Ma Paola Soriga non rivela subito questi particolari della storia che si dipanerà come un romanzo di formazione al femminile. L’autrice ci fa incontrare la sua forte e dolce Ida in medias res, con un incipit che ci fa capire il perché degli esergo “rubati” a due poetesse come Wislawa Szymborska e a Antonella Anedda:

«Da due giorni non arrivava nessuno. Da due giorni soltanto il rumore dei topi e il suo fiato, che a volte si fa forte di paura e denti stretti e attenti, e acqua che gocciola, da qualche parte».

Nella grotta dove si è rifugiata, scappando dai fascisti, Ida canta a voce bassa per vincere la paura. Canta e le sembra di sentire l’odore del mare sulla pelle. Canta e, nel buio si accendono memorie di quando era al Paese, e tra lei e sua madre c’era un «silenzio della stessa condensa del sugo». «Non si dovrebbe mai partire con il cuore litigato» dice Ida tra sé. Ma poi la mente della giovanissima staffetta partigiana corre a quella volta che «dall’angolo opposto di via del Plebiscito le era venuto incontro un ragazzino che senza fermarsi le aveva detto ce stanno li fascisti scappa e lei l’aveva guardato un momento, quel momento sospeso dell’imprevisto in cui si deve agire in fretta e ragionare poco».

E’ una lingua viva e icastica, quella di Paola Soriga. Una lingua letteraria vivificata dal romanesco e da accenti sardi. Che zampilla fra anacoluti come fossero sassi che, invece di bloccarla, le danno la spinta. Una lingua fortemente poetica. E non poteva essere altrimenti dacché Paola prima di cimentarsi con la prosa ha sempre scritto versi, «quasi di nascosto». Questo stesso romanzo d’esordio, che è già un caso letterario, «è nato da un verso che poi si è fatto racconto», ammette. Una lingua prismatica, parole dense di senso, le erano necessarie per dire che «l’antifascismo è per natura», ma anche per raccontare quel tumulto di emozioni che accompagnano il farsi donna della ragazzina Ida che intanto ha incontrato Antonio. Per dire «quelle emozioni mai sentite dentro l’inguine e nel cuore… il distacco dalla famiglia, dalle sorelle, da Dio».

L’appuntamento:

Paola Soriga presenta Dove finisce Roma con la partigiana Marisa Ombra, che per Einaudi ha appena pubblicato il libro Libere sempre il 4 maggio a Roma, in un incontro Semplicemente libere. Confronto fra generazioni dalla Resistenza (in Palazzo Valentini, dalle 17.30) e poi al Salone del libro di Torino l’11 maggio.

Posted in Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Leggere, oltre la crisi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 3, 2012

 La cultura, la scienza , il sapere sono motori di sviluppo, essenziali per la ripresa. La XXV edizione del Salone del libro dal 9 al 14 maggio invita a fare il pieno di buone idee

di Simona Maggiorelli

Questo non sarà il Salone del pianto, lo specchio di una crisi. Ma sarà il Salone dell’ottimismo gramsciano: un’iniezione di coraggio, di fiducia, di propositività» assicura Ernesto Ferrero, il direttore della più importante fiera italiana dell’editoria, il Salone del libro di Torino che quest’anno si svolgerà al Lingotto dal 10 al  14 maggio. «Del resto gli editori italiani sono sempre stati abituati alle difficoltà e non hanno mai attraversato periodi magici. Sono abituati da sempre, geneticamente, a scommettere sul futuro altrimenti non farebbero questo mestiere», dice Ferrero accalorato dalla lettura dei titoli dei giornali usciti all’indomani della presentazione dell’edizione 2012 della fiera. Che evocano immagini di gelo e di resistenza in trincea. «Lo scenario non è affatto invernale. E non parlo solo della quantità degli appuntamenti ma anche della qualità delle proposte, che vengono dall’Italia e dai due Paesi ospiti, la Spagna e la Romania».

Due nazioni che, per motivi diversi, hanno a che fare con una dura crisi economica. Ma che altrettanto sorprendentemente stanno vivendo un momento di importante fioritura letteraria, con una nuova generazione di scrittori capaci di scavare nelle contraddizioni aperte di un Paese che, nel giro di pochi anni, è precipitato dall’euforia economica a una crisi senza precedenti, registrando anche un duro arresto dei processi di integrazione sociale e di secolarizzazione. E se giovani autori vicini alla rivolta degli Indignados come Ricardo Menéndez Salmón affrescano indirettamente il presente nei loro romanzi, scrittrici come Javier Cercas, Almudena Grandes, Javier Marías e altri tornano a interrogare la storia e in alcuni casi il passato regime franchista. Vivacissimo è anche il panorama di proposte che presenterà la Romania «Un Paese che da sempre dialoga con l’Occidente, basta pensare ad autori come Cioran e Ionesco, ma che noi, purtroppo, ancora non conosciamo abbastanza, nonostante in Italia viva una forte comunità romena» dice Ferrero. Già presente in fiera dal 2009 con un proprio padiglione «la Romania sta conoscendo uno straordinario successo di traduzioni in Italia. Segno che queste partecipazioni nazionali funzionano molto bene avendo una grossa ricaduta mediatica».

Ernesto Ferrero

Ma non solo. Ad incuriosire sono anche le finestre che il Salone aprirà sulle nuove frontiere del libro digitale «una rivoluzione pari a quella dell’invenzione di Gutenberg» commenta il direttore. «Ma che potrebbe essere usata al ribasso per letture che diventano zapping senza approfondimento». Le simpatie di Ernesto Ferrero, come è noto, vanno a un’idea alta di letteratura e di lavoro culturale, di stampo modernista e novecentesco e dunque fra le sue raccomandazioni c’è quella di non perdere la lectio magistralis di Claudio Magris, le cui opere sono state appena raccolte nei Meridiani Mondadori,. E poi l’incontro con Raffaele La Capria, con Erri De Luca e con Hans Magnus Enzerberger che a Torino presenterà l’ironico I miei flop preferiti (Einaudi). Centrale al Lingotto sarà anche il tema della formazione. «Nello scenario della competizione globale il valore su cui investire è quello della conoscenza, del sapere, dell’innovazione», sottolinea Ferrero. Ma mentre Paesi come la Francia e la Germania, in tempo di crisi, non tagliano la cultura, pensando alla crescita anche culturale delle nuove generazioni, non accade così in Italia. «Problema annoso», chiosa Ferrero che «purtroppo ha riguardato trasversalmente tutti i governi in Italia. La nostra classe dirigente pensa che la cultura sia un optional, un fatto marginale, a cui regalare le briciole del bilancio. Sarebbe tempo di cambiare sensibilità e testa».

da left-avvenimenti

Posted in Editoria, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Giulio, il politico bifronte

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2012

Andreotti non è stato assolto. “Ma in Italia la parola prescrizione viene scambiata per assoluzione”. Denuncia lo scrittore e attore Giulio Cavalli. Che nel libro L’innocenza di Giulio ricostruisce i rapporti fino al 1980 fra il senatore e la mafia.  Intanto la gestione andreottiana del potere, con rapporti pericolosi con malavita e lobbies, ha  fatto scuola in Italia.

di Simona Maggiorelli

«Vero è che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta (in perfetta buona fede, perché questo le è stato fatto credere con l’inganno) che Andreotti sia innocente. Di più: vittima di una persecuzione», scrive Gian Carlo Caselli nella prefazione al libro di Giulio Cavalli L’innocenza di Giulio. Andreotti e la mafia (Chiarelettere).

Un testo che ha il merito di raccontare in modo puntuale come sono andate veramente le cose, riportando in primo piano il fatto che «l’imputato fu dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso fino al 1980», per dirla ancora con le parole di Caselli che, come capo della procura te dell’opinione pubblica italiana».

Anche per questo, per «un dovere di civile di ripristinare la verità storica» l’autore de L’innocenza di Giulio sta viaggiando in lungo e in largo per la penisola presentando il libro con intellettuali e magistrati, cercando di stimolare un pubblico dibattito:( il 29 al festival del giornalismo di Perugia con Caselli e il 30 a Milano con l’avvocato Umberto Ambrosoli, figlio di quel Giorgio Ambrosoli che si trovò ad indagare sulla banca di Sindona e che non si piegò ai ricatti. Per questo fu ucciso nel 1979.

Nel frattempo, per raggiungere un pubblico ancora più vasto, L’innocenza di Giulio è diventato anche uno spettacolo teatrale. In scena Cavalli ingaggia un serrato corpo a corpo con il “Divo Giulio” che, a mani giunte, giganteggia nella scenografia alle sue spalle. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercare». «Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato»

. Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo pio. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercar».

«Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato». Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo più intenso ed efficace.

«Penso che serva un linguaggio nuovo. Ma anche che sia venuto il tempo di fare una storia dell’antimafia pop», chiosa Cavalli, con un pizzico di provocazione. «Ma autenticamente pop, ovvero popolare. Non credo che la pericolosa perdita di memoria e di partecipazione che attanaglia l’Italia abbia bisogno di un nuovo Pier Paolo Pasolini, di intellettuali profeti. Penso piuttosto che sia necessario parlare semplice e chiaro perché la gente possa farsi autonomamente la propria opinione».

da left-avvenimenti

Posted in Libri, Politica, storia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La differenza cinese

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

Un filosofo e un architetto a colloquio sulle trasformazioni che sta vivendo il Paese di Mao
di Simona Maggiorelli

Colonne rosse a scandire le strutture portanti degli spazi interni. E un cielo di foglie d’oro per il soffitto. Così si presenta l’interno del nuovo stadio di Pechino, di cui abbiamo sentito molto parlare. Porta la firma di uno studio europeo molto “trendy”, quello di Herzog e De Meuron.  E l’ideazione è dell’artista e architetto cinese Ai Wei Wei (portato in trionfo per questa realizzazione e poi mandato in prigione, senza accuse cogenti, dal governo di Pechino e solo per averlo criticato).

E mentre la celebrazione delle due archistar procede senza sosta sui media, c’è chi utilmente si è dato ad analizzare il fenomeno del successo degli architetti occidentali nella Cina di oggi. Lo fanno con efficacia l’architetto e urbanista francese Philippe Jonathan (laureato all’università Tsinghua di Pechino) e il filosofo Jean Paul Dollé, docente della Scuola superiore di architettura di Paris La Villette.

L’editore milanese O Barra O edizioni ne ha raccolto e tradotto le voci nel volumeConversazione sulla Cina tra un filosofo e un architetto. Un libretto agile che, senza scorciatoie, racconta le gigantesche trasformazioni urbanistiche e architettoniche avvenute in Cina, dagli anni Sessanta a oggi.

Leggendole in rapporto con i cambiamenti politici del Paese: dall’assetto millenario della società antica alla rivoluzione culturale, fino all’apertura al capitalismo da parte di un partito di Stato, sempre più “partito amministratore”, per arrivare poi a quell’affascinante apertura al futuro che oggi, pur fra molte contraddizioni sociali, la Cina ci trasmette. Al centro del discorso dei due osservatori c’è il massiccio inurbamento che vede la popolazione cinese (rurale per il 75 per cento all’inizio degli anni 80) diventare al 70 per cento urbana entro il 2015. Con ciò che implica dal punto di vista di impatto ecologico andando sempre più verso la creazione di grandi centri a misura di auto, come Shenzehen, “città sperimentale” in prossimità di Hong Kong. Ma non c’è solo l’aspetto negativo di metropoli affette da una febbre immobiliare ultra liberale. In una Cina dal capitalismo senza complessi e che tuttavia si dichiara comunista, Dollé e Jonathan riescono a scovare tracce di quella ricerca dell’«uomo nuovo» e di quell’«osare ribellarsi» nato dalla rivoluzione e che oggi, in uno scenario di forti sperequazioni sociali, potrebbe trovare nuova linfa. Non solo nella lotta politica ma anche – suggeriscono Dollé e Jonathan – nella sperimentazione artistica, nella ricerca di nuovi linguaggi. Campi che i due “conversatori” raccontano attraverso alcuni casi paradigmatici.

Nell’ambito dell’arte, per esempio, quello del gruppo di artisti Les Etoiles, di cui faceva parte anche Huang Rui (l’artista e fotografo di recente protagonista di mostre e convegni in Italia) e del collettivo di scrittori aujourd’hui. Ma dirompente è anche ciò che accade in architettura. In un Paese che non si fa scrupoli di radere al suolo ciò che appare vecchio e che dimostra una grande sete di novità, gli architetti occidentali trovano oggi «il Paese della cuccagna, potendo disporre di massima libertà e molti metri quadrati», dice Dollé. «Accanto a voi impariamo», rispondono non senza ironia, gli architetti di Pechino e di Shangai. E mentre c’è chi con sufficienza in Occidente grida alla banalità della riproduzione architettonica e allo scandalo del copia incolla, «tutto ciò – dice il filosofo francese – ci mostra invece che sanno già molto e anche più di noi per quanto riguarda l’arte di fare del tempo un alleato e un amico. Questo mi piace della differenza cinese, che è irriducibilmente diversa e tuttavia ha un valore universale, quanto al rapporto con il tempo, con l’immemorabile e con l’occasione… Ritengo che abbiamo molto da imparare dalla Cina».

Left 30/08

Posted in architettura, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

Un anno da prendere con filosofia

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Libri inchiesta e pamphlet vanno forte in libreria. Ecco le proposte del 2009 di Simona Maggiorelli


In attesa di nuovi Saviano capaci di sedurre i pigri lettori italiani appassionandoli a libri denuncia, le casa editrici italiane più attente e impegnate per i primi mesi dell’anno nuovo continuano a battere il campo di ottimi libri inchiesta. Chiarelettere, in particolare, prosegue nel suo puntuale lavoro di pubblicazione di ficcanti pagine di storia recente e dei nostri giorni con libri come quello di Grimaldi e Scalettari (atteso per febbraio) che ricostruisce gli eventi del 1994, «l’anno che ha cambiato l’Italia. Tra piani eversivi e mafia politica». Su analoga traccia politica si muove la collana di saggistica di Newton Compton che a febbraio manda in libreria il saggio Destra estrema e criminale di Caprara e Semprini. Ma tra i saggi che indagano fenomeni di pazzia criminale c’è anche un importante titolo di Raffaello Cortina: Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella chiesa cattolica a cui fa eco, per Malatempora, Lasciate che i pargoli vengano a me, storie di preti pedofili di Paolo Pedote. Fra scienza e riflessione filosofica, invece, il saggio di Orlando Franceschelli L’anima e Darwin. L’evoluzione della natura umana e i suoi nemici (Donzelli) che si inserisce nel recente dibattito sull’evoluzionismo, così come il libro a due voci di Boncinelli e Giorello La scimmia intelligente, dio, natura e libertà (Rizzoli). Per i tipi di Laterza si lanciano in appassionati pamphlet Stefano Rodotà con Perché laico e Vladimiro Polchi con Da aborto a Zapatero, un vocabolario laico. Ma ciò che più colpisce spulciando i cataloghi dei libri in uscita nei prossimi mesi è la quantità di testi di filosofia che si segnalano all’attenzione dei lettori: si va dai saggi che rileggono il pensiero di filosofi innovatori come Giordano Bruno a cui Edoardo Ripari dedica il suo Pensare un orizzonte post cristiano (Liguori) all’ostinato recupero di Spinoza che Quodlibet persegue con la pubblicazione de L’abisso dell’unica sostanza. Fioccano, anche nel 2009, i titoli sul pensiero di Heidegger (Martin Heidegger 30 anni dopo, Il Nuovo Melangolo, e Heidegger di Fabris per Carocci) e sulla controversa relazione con la sua allieva Hannah Arendt (Grunenberg per Longanesi). Il Saggiatore torna a pubblicare un’opera fondamentale di Merleau Ponty, Senso e non senso ma soprattutto i filosofi italiani si presentano all’appuntamento con il 2009 con una ridda di nuovi titoli. Severino addirittura con tre, a cominciare da Il destino della verità (Rizzoli). Antonio Gnoli e Franco Volpi, invece, per Alboversorio discettano sul tema “onora il padre e la madre” con tanto di dvd. hannaarendtsudomenica16ye8E se Fazi continua con la pubblicazione di nuovi capitoli della monumentale controstoria della filosofia di Onfray, Remo Bodei per Feltrinelli si occupa di Destini personali nell’età della colonizzazione delle coscienze, Maurizio Ferraris esce con il saggio Ridere e piangere davvero. In tempi di conclamata crisi della psicoanalisi, insomma, la filosofia sembra volersi candidare definitivamente a prenderne il posto. Le case editrici italiane sembrano prenderne atto e anche Bollati Boringhieri rinuncia a pubblicare Freud optando per la riedizione dell’opera di Elvio Facchinelli. Einaudi, dal canto suo, se la “sbriga” con la summa Psiche: 700 pagine di dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze. Per fortuna resiste l’intramontabile grande letteratura, e ci si può rifugiare in libri come David Golder il romanzo con cui si rivelò il talento di Irene Némirovsky e, sempre per Adelphi, optando per tre perle di saggistica: la riedizione di Friedrich Hölderlin, vita, poesia e follia di Waiblinger ma anche i Saggi di letteratura francese di Sergio Solmi e il libro Un anno degno di essere vissuto di un grande italianista come Dante Isella, scomparso nel 2007. Per il giorno della memoria, poi, Garzanti sceglie la voce di Edith Bruck con Quanta stella c’è nel cielo, mentre noi, per il nuovo anno, con il Narratore audiolibri, consigliamo i versi di Pablo Neruda. Left 52-53/08

Posted in Editoria | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La rivoluzione di Giotto

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2008

Dal 2 gennaio 2009 Assisi festeggia i settecento anni da quando l’artista dipinse il ciclo della basilica di San Francesco. Due nuovi studi ne reinterpretano l’opera di Simona Maggiorelli

Una è una fine storica dell’arte, l’altra una studiosa di storia medievale che nel suo lavoro di ricerca ha sempre dato grande importanza alla lettura delle immagini. Serena Romano e Chiara Frugoni, partendo da differenti percorsi, s’incontrano idealmente nel tenace e appassionato studio del più grande artista del Trecento. A Giotto, il pittore che seppe dare alla rigidità del gotico un respiro più umano, la profondità della prospettiva ma anche il ritmo e la forza espressiva del colore, le due studiose dedicano altrettante monografie che si impongono all’interesse non solo degli studiosi. Va a scavare nella formazione giottesca Serena Romano con il saggio La O di Giotto (Electa) cercando le radici di quelle intuizioni che permisero all’artista toscano di scardinare gli schemi bizantini, introducendo un nuovo senso dello spazio e del volume, ma anche una nuova tecnica narrativa e di rappresentazione della figura umana. Assisi e Padova sono i cantieri dove prende vita questo nuovo linguaggio rivoluzionario.
È qui, dice Romano sulla scorta di Berenson, che la pittura di Giotto regala «valori tattili» al repertorio dei rilievi architettonici della tradizione classica. Giotto rilegge l’antico dando nuova vitalità al presente. E se a Padova inventa una sua cifra di colore (il blu di Giotto) per rendere vibrante la pittura, ad Assisi usa il rosso per dare ritmo alle sequenze prolungando lo spazio scenico. Sul piano più strettamente storiografico, invece, intrecciando fonti testuali e iconografiche, Chiara Frugoni nel suo L’affare migliore di Enrico (Einaudi) aggiunge nuove interpretazioni agli affreschi della cappella degli Scrovegni che Giotto aveva già dipinto in quel 1316 quando Dante scrisse la sua Commedia. Il poeta fiorentino, come è noto, precipitò Rainaldo Scrovegni nell’inferno fra gli usurai e anche per questo si è sempre pensato che il figlio Enrico avesse commissionato gli affreschi per “espiare”. Ricostruendo il testamento dello Scrovegni e le iscrizioni sotto le rappresentazioni di vizi e virtù, la Frugoni porta alla luce ben altro scopo: banchiere e uomo politico che aspirava a governare Padova, Enrico Scrovegni aveva chiaro che «investire in arte» era il miglior modo di guadagnare buona fama. Sono gli inizi di una committenza privata che di lì a poco, finalmente, avrebbe permesso agli artisti nel Rinascimento di cominciare ad affrancarsi dal rigido canone iconografico imposto dalla committenza ecclesiastica.
Left 51/08

Quello sguardo di donna

Fuori dalla piattezza delle icone medievali Giotto anticipa l’umanesimo. La mostra di Roma attesta che non era un genio isolato

di Simona Maggiorelli

Giotto Madonna, Ognissanti, Firenze

Giotto Madonna, Ognissanti, Firenze

Quello sguardo vivo di una Madonna dagli occhi vagamente orientali è uno dei segni concreti dell’altezza dell’arte di Giotto (1267-1337), che difficilmente si dimenticano una volta usciti della mostra Giotto e il Trecento, “il più sovrano maestro in dipintura” (fino al 29 giugno, nel complesso del Vittoriano a Roma). Uno sguardo femminile che, per intensità, è anni luce lontano dal vuoto e dall’assenza che comunicano le stereotipate figure dell’arte medievale. Anche se in questo polittico proveniente dal North Carolina Giotto usa ancora il classico fondo oro di matrice bizantina, la figura della Madonna rivela un movimento interiore nello sguardo che ha poco a che fare con la piattezza delle icone antiche. La sensazione è di essere davanti al capolavoro di un maestro che anticipava qui la ricchezza di contenuti dell’umanesimo.

Ma da questa mostra curata da Alessandro Tomei e accompagnata da due importanti volumi su Giotto editi da Skira (che fanno il punto sulle nuove acquisizioni critiche e sulle ultime ipotesi di attribuzione di alcune opere ancora incerte), si esce anche con il pensiero che Giotto non sia stato un genio isolato. Accanto alle sue sculture e ai suoi dipinti è impossibile non notare la forza espressiva di una scultura (benché solo in parte ricostruita) di Nicola Pisano dedicata alla regina Margherita di Lussemburgo, o la splendida Madonna della natività di Arnolfo di Cambio,  che fu artefice nel XIII secolo di una geniale fusione fra architettura e scultura. Insomma, al di là dei dubbi amletici “Giotto o non Giotto”, che analiticamente il curatore annota lungo il percorso, da questa mostra romana si esce con la piena consapevolezza che le 150 opere esposte di Giotto, Cimabue, Pietro Cavallini, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Nicola, Giovanni e Andrea Pisano, e ancora di Arnolfo di Cambio, di Orcagna, Jacopo Torriti e degli artisti minori della cosiddetta scuola di Giotto formavano una koinè culturale così innovativa e coesa da rappresentare un autentico salto di paradigma nella storia dell’arte occidentale.

Al di là di ogni diatriba più strettamente scientifica e che andrà avanti per anni, questo nel frattempo ci pare un buon servizio offerto agli appassionati d’arte.


da Left-Avvenimenti del 20 marzo

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: