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Una vita contro il cancro

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2012

Umberto Veronesi

Oncologo di fama mondiale ha messo a punto tecniche chirurgiche sempre più innovative per il tumore al seno, che sono state adottate a livello globale. Nel 2003 ha creato la sua Fondazione per il progresso delle scienze. A colloquio con l’ex ministro della Sanità Umberto Veronesi

«C’è una frase di Giovanni Falcone contro il senso ineluttabilità e il fatalismo che mi è rimasta fortemente impressa», scrive il professor Umberto Veronesi ad incipit del nuovo libro Il primo giorno senza cancro, edito da Piemme. «La mafia – disse un giorno Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine». Con una convinzione analoga e quanto mai tenace Veronesi ha dedicato la sua vita alla lotta contro il cancro e oggi finalmente si sente di poter annunciare che non è lontano il giorno in cui questa malattia potrà dirsi debellata.

Professor Veronesi, lei scrive che non è lontano il giorno «in cui potremo dire che per un tumore non si muore più». Prevedendo che entro una ventina d’anni si potrà arrivare a conoscere tutte le cause biologiche e ambientali dei tumori. Cosa sappiamo oggi dei fattori che determinano il tumore?

Oggi conosciamo con certezza alcune cause. La prima è il fumo che è attualmente la principale causa evitabile di morte prematura: le ultime previsioni, diffuse al World oncology forum di Lugano, parlano di un miliardo di persone uccise dal tabacco in questo secolo, mentre erano cento milioni lo scorso secolo. Soltanto in Italia muoiono ogni giorno circa 100 persone soltanto per tumore del polmone, la più diffusa e grave, anche se non l’unica, malattia legata al fumo. La seconda è l’alimentazione scorretta. In questo caso il legame causa-effetto non è così chiaro e immediato come per il fumo, ma sappiamo che il sovrappeso, e più in generale un consumo eccessivo di grassi di origine animale,  causa circa il 35% dei tumori e sappiamo che i gruppi di popolazione che adottano una restrizione calorica sono significativamente  meno colpiti dai tumori. La terza causa conosciuta sono i virus  come  l’HPV (Human Papilloma Virus,) all’origine  il cancro del collo dell’utero,e  l’HBV, il virus  della epatite B che può causare il tumore del fegato, e i virus  che causano alcune leucemie, il linfoma di Burkitt e il cancro naso faringeo. Esiste infine una categoria di sostanze cancerogene, come l’amianto o le amine aromatiche, che sono state catalogate e messe al bando dai luoghi di lavoro e vita sociale.

Quali sono le nuove ricerche sul cancro che lei reputa più promettenti?

Tutta la ricerca è promettente e si può dividere sommariamente in due macro aeree: una che ha l’obiettivo di curare meglio il cancro (con nuovi farmaci, nuove particelle, nuove tecnologie) e l’altra che si concentra invece sull’indagine delle sue cause, per eliminarle. Nell’area terapeutica, mi aspetto nei prossimi quarant’anni risultati  significativi, che potrebbero innalzare la guaribilità generale fino all’ 80% dei casi. Nella seconda area vedo la svolta più lontana. Come ho scritto nel libro, il primo giorno senza cancro sarà quello in cui non ci ammaleremo più.

Una decina di anni fa  quando gli scienziati annunciarono di saper decodificare il genoma si disse che tutto questo avrebbe avuto ricadute positive e immediate per debellare il cancro, ma così non è stato, perché? Dall’attuale lavoro degli scienziati per sequenziare più approfonditamente il Dna che cosa possiamo aspettarci?

La promessa del Dna era quella di scoprire l’origine della malattia, vale a dire che cosa e come si crea il danno al Dna, che innesca i meccanismi  di cancerogenesi. In realtà ci siamo trovati di fronte ad una complessità maggiore di quella attesa. Il cancro, va ricordato, non è una malattia, ma centinaia di  malattie diverse che per convenzione riuniamo sotto un’unica categoria. Ognuna di queste malattie ha una sua evoluzione.

Negli ultimi anni si è parlato molto anche di nuovi farmaci molecolari. A che punto siamo arrivati?

I nuovi farmaci rappresentano una delle  aspettative più forti della ricerca genetica, ma hanno effettivamente tardato ad entrare in clinica. Oggi sono circa 30 quelli utilizzati. Nei prossimi anni tuttavia  il ritardo sarà rapidamente recuperato.

Lei è il medico che ha inventato la quadrectomia permettendo alle donne affette da tumore di conservare il seno e di non dover subire l’intervento come una lesione della propria identità femminile.  A che punto è oggi la cura del tumore al seno e quanto è importante che le donne che si sono ammalate non smettano di sentirsi “femminili”, “desiderabili”?

Il tumore del seno è oggi uno di quelli a più elevata guaribilità. Se scoperto per tempo, quando è impalpabile e rilevabile solo strumentalmente, è guaribile nella quasi totalità dei casi e con interventi che rispettano  l’integrità del corpo femminile. Dunque  la salvezza per le donne esiste:  la diagnosi precoce con mammografia ed ecografia. Con questo non intendo sminuire il “peso” della malattia. Il seno è simbolo della femminilità perché racchiude armonicamente la valenza della sensualità e della maternità e una diagnosi di cancro distrugge l’armonia fra la donna e il suo corpo. Per questo dico sempre ai miei medici che bisogna togliere il tumore non solo dal corpo, ma anche dalla mente. La senologia si è impegnata molto in questo senso, alleandosi alla chirurgia plastica e ricostruttiva e dando importanza  al risultato estetico degli interventi chirurgici. Oggi credo che se la donna è capita nel suo profondo da medici e familiari, può trovare dentro di sé le risorse per guarire anche psicologicamente dal cancro al seno.

Nella sua lunga esperienza le è capitato di rilevare un nesso fra depressione e minore reattività alle cure?

La depressione porta ad una minore reattività alla vita nel suo insieme e dunque una  minore adesione alla cura. Una persona  che non è motivata a guarire, non si sottopone alle  visite, non crea alleanza terapeutica con il proprio mendico, non segue le terapie e così via. Non si può parlare tuttavia  di minore risposta clinica alle terapie, così come non si può determinare un legame causa-effetto fra depressione e insorgenza di tumore, come da molte parti viene ipotizzato.

Simona Maggiorelli

Dal settimanale left-avvenimenti del  3-9 novembre 2012

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Il veleno esistenzialista

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Franco Basaglia

«Vivere gli era diventato intollerabile» si legge in un articolo di  Simonetta Fiori che, su Repubblica,  ha raccontato della morte di un leader storico della sinistra come Lucio Magri. E poi quella diagnosi uscita dalla penna della giornalista che, per mettendosi al posto di uno psichiatra, sentenzia: Lucio Magri aveva «una depressione vera, incurabile». Un convinzione che pare essere diventata granitica negli amici di sempre, i fondatori del quotidiano Il Manifesto, che hanno sostenuto la scelta di Magri di andare in Svizzera per suicidarsi. Pur non essendo un malato terminale.

Qui, senza voler entrare nella vicenda privata di un uomo e di un politico coraggioso come Lucio Magri, forse però si può partire da come la sua storia è stata raccontata sui giornali e dall’entourage di Magri per  tornare a riflettere su certe radici di pensiero che, dagli anni Cinquanta ad oggi, hanno alimentato una cultura dell’«essere per la morte» anche nella sinistra, togliendo ogni speranza di ricerca sulla realtà psichica umana. Pensiamo in particolare a una cultura heideggeriana ed esistenzialista, analoga a quella che portò lo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger a “spingere”al suicidio una sua  paziente, Ellen West, teorizzando che quello era il suo destino, il suo Dasein, il compimento di una libera scelta.

Questa vicenda, mesi fa, è stata ricordata su Repubblica da Pietro Citati non come un drammatico fallimento terapeutico, ma come un caso esemplare di autodeterminazione. Come se non ci fosse differenza fra una persona affetta da una malattia organica e incurabile e una persona malata di mente che gli psichiatri possono e devono provare a curare. Dietro questa ideologia, dove il pensiero nazista e cristiano di Heidegger s’incontra con il nihilismo di Sartre, c’è  con tutta evidenza la negazione della malattia mentale. Che era propria anche del pensiero di Basaglia come di molti catto-comunisti. Cultore di Binswanger, epigono di Sartre, lo psichiatra triestino, con Foucault  pensava che la pazzia fosse una “diversità” e il frutto di uno stigma sociale. E se è ben vero, come scriveva Massimo Adinolfi su L’Unità del 26 novembre, che il basaglismo (come il freudismo del resto) è in rapida estinzione, quella congerie culturale pre e post sessantottina ha esercitato una fortissima influenza su certa intellettualità di sinistra. Il Manifesto ne è stato una fucina, così come Liberazione diretta da Sansonetti. Con lenzuolate che esaltavano Foucault e la sua filosofia antistituzionale, antiscientifica, antiautoritaria e i suoi attacchi alla medicina come paradigma di potere. In nome di un’idea di libertà assoluta, senza il riconoscimento dell’identità umana più profonda, Foucault arrivava a fare l’apologia dell’omicidio-suicidio, della pedofilia e a scambiare per desiderio la triste tanatofilia del Marchese de Sade (vedi  Repubblica del 27 novembre). Quella stessa sinistra ha esaltato Freud, la sua idea di inconscio perverso, quanto inconoscibile, e si è nutrita della sua concezione tragica dell’umano. Ma si è  anche riempita la bocca delle elucubrazioni astratte e dissociate di Lacan e non ha mai voluto vedere l’abisso di violenza psichica che portò il filosofo Althusser, ad uccidere la moglie. L’irrazionale, per la sinistra basagliana e, al fondo, cristiana coincideva tout court con la pazzia. Oppure stando con Sartre si arrivava a dire che l’inconscio non esiste. Per il filosofo de L’essere e il nulla  tutto è mediato dalla coscienza e se la costruzione di sé viene smentita dai fatti, se  quegli ideali utopici che uno si è dato vengono disconfermati dalla realtà, ci si scontra con un’impotenza assoluta al cambiamento. Allora la morte, il suicidio- secondo Sartre – sarebbe pur sempre una scelta.  Un suicidio che sembra auspicato dai “cattivi maestri” che tentano di bloccare la ricerca sulla realtà umana e la cura.

da left-avvenimenti

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Marcela Serrano: il Cile è ad una svolta

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 4, 2011

Mentre nel Paese di Allende tornano vecchi fantasmi di destra, si alza la voce della rivolta studentesca e delle  donne. A Festivaletteratura di Mantova Marcela Serrano parla del futuro del Cile e del suo nuovo romanzo Dieci donne

di Simona Maggiorelli

Marcela Serrano

Dieci donne. Dieci ritratti di donne diversissime. Per età, per cultura, per scelte di vita. Ma che si trovano tutte quante a dover fare i conti con la depressione. Nel suo nuovo romanzo appena uscito per Feltrinelli, la scrittrice cilena Marcela Serrano immagina che ad unirle sia l’essersi incontrate nello studio di una psicoanalista; figura che, di fatto, in Dieci donne è una presenza muta, evocata all’inizio per poi subito sparire di scena. Come se fossimo a teatro, alla ribalta, salgono invece, una dopo l’altra le dieci protagoniste per raccontare le proprie storie.

Alcune davvero drammatiche, che incrociano dittature e guerre come quella di Luisa che ha passato la vita a lavorare aspettando un impossibile ritorno del marito desaparecido. O come quella della reporter palestinese Layla che si mette a bere dopo essere stata stuprata da soldati israeliani. Ma ci sono anche storie apparentemente più piccole e comuni come quella di Simona, una donna realizzata nella vita e nella professione e che, d’un tratto, sente che il rapporto con il proprio compagno è diventato solo abitudine. Con voce viva, ciascuna di loro ci dice, tra le righe, della difficoltà che ancora le donne incontrano nel realizzare la propria identità, non solo quella sociale. «Il punto è che noi donne stiamo ancora cercando di capire cosa sia la libertà. La nostra indipendenza ha una storia troppo recente. Siamo come un Paese appena nato, che deve darsi una costituzione, le proprie leggi, capire cosa sia il potere. Secoli e secoli di discriminazione, non possono sparire per magia» commenta Marcela Serrano che il 9 settembre presenterà Dieci donne al Festivaletteratura di  Mantova (il 12 sarà alla Feltrinelli di  Milano, il 13 a Bologna e il 14 a Firenze).

Marcela, questa è una battaglia da fare da sole, lasciando da parte gli uomini?
La libertà non riguarda gli altri, ma noi stesse. Io però non mai pensato che si potesse affrontare questa lotta escludendo gli uomini. Il rapporto fra uomo e donna è centrale. Ma ancora dobbiamo combattere la nostra dipendenza passiva dagli uomini.
In Cile una donna presidente, Michelle Bachelet, ha aperto una nuova stagione. Ma molti problemi sono ancora irrisolti?
Quella che lei chiama nuova stagione, in realtà, è il quarto governo de “La Concertación”, del gruppo che disarcionò Pinochet. E ha dovuto fare i conti con i lacci e lacciuoli lasciati dalla dittatura. Liberarsene è stato un processo difficile e lento. Ma ha cambiato il Paese. Anche se non si è riusciti a svoltare del tutto. Questo è ciò che la gente pretende oggi; ora che gli “eredi” di Pinochet sono tornati.

camila-vallejo

La voce della protesta degli studenti oggi in Cile è forte. Ma la repressione è durissima..
La polizia ha il beneplacito del Governo. Sanno di poter agire indisturbati perché c’è chi copre loro le spalle. Vedendoli posso solo pensare che la polizia di Pinochet sia ancora lì.
La giovane leader degli studenti, Camila, è stata attaccata e offesa brutalmente dalle forze dell’ordine.
Vedere che il fascismo è ancora attivo in Cile, incarnato da quella donna che l’ha attaccata, è stato orribile. La destra è sempre stata forte ma durante I governi della Concertación restava nascosta, quasi temendo di mostrarsi per ciò che è. Oggi si sono tolti la maschera e li riconosciamo. Sono sempre stati là.

Come vede il futuro del Cile?
Il mio Paese deve cambiare una volta per tutte. Viviamo in un capitalismo selvaggio inventato dai “Chicago Boys” e dai neoconservatori di Pinochet. La nostra economia va bene. Molto meglio che in molte nazioni europee. Ma la disuguaglianza sociale è un grave problema. Oggi il Cile è molto diverso da venti anni fa. La gente è molto più colta e informata. E non accetta di vivere in una società organizzata solo in base alla ricchezza. Abbiamo molti problemi in comune con il resto del Sud America. Ma ho ancora grandi speranze per il nostro continente, giovane e vitale. Se la corruzione del narcotraffico fosse battuta, questa parte del mondo sarebbe un luogo meraviglioso dove vivere.

da left-avvenimenti

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Cronaca di due leggi vergogna

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 2, 2009


di Federico Tulli

fecondazioneMentre andiamo in stampa la Corte costituzionale è appena uscita dalla camera di consiglio dove si era riunita per valutare la legittimità costituzionale della legge 40 sulla procreazione medicalmente assitita (Pma). La norma è stata giudicata parzialmente illegittima dall’Alta Corte. I giudici hanno infatti dichiarato «l’illegittimità costituzionale» dell’«unico e contemporaneo impianto» di tre embrioni (articolo 14 comma 2). Allo stesso modo è incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo 14 comma 3 laddove non prevede che il «trasferimento degli embrioni, “da realizzare non appena possibile”, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». Nel mirino dei giudici, dunque, due passaggi della legge che minano la salute della donna. L’obbligo di contemporaneo impianto di tre embrioni è infatti causa di parti plurigemellari tra le donne più giovani, mentre è spesso insufficiente per chi ricorre alla fecondazione assistita in età più avanzata. La qual cosa comporta il ricorso a più tentativi di impianto. Ciò che invece la Corte ha dichiarato inammissibili, «per difetto di rilevanza nei giudizi principali», sono le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 3 (irrevocabilità del consenso della donna) e 14, commi 1 e 4. Il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’interruzione volontaria dela gravidanza.

L'avvocato Filomena Gallo, Amica Cicogna

L'avvocato Filomena Gallo, Amica Cicogna

«La pentola clericale della legge 40 è stata fatta senza il coperchio costituzionale – commentano Marco Cappato e Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni -. I casi individuali arrivati alla Consulta hanno dimostrato quanto piena di ideologia sia stata la stesura della legge “italiana” sulla fecondazione assistita». Secondo i due politici radicali è ora urgente riuscire a imprimere una svolta anche sulla questione centrale per milioni di malati: quella di destinare le migliaia di embrioni sovrannumerari, invece che nella spazzatura, alla ricerca. A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50 per cento) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa. Dopo lo scempio dell’approvazione in Senato del ddl Calabrò sul testamento biologico, finalmente la buona notizia della bocciatura “costituzionale” (anche se parziale) di questa brutta legge. La cui storia – che il nostro settimanale ha denunciato sin da quando fu proposta – ha tanti significativi punti in comune con il ddl sul testamento biologico appena approvato al Senato. Entrambe, antiscientifiche e ispirate a dogmi religiosi, attaccano violentemente una serie di diritti civili dati oramai per acquisiti. Almeno fino a quando la destra berlusconiana non è arrivata al governo. E l’opposizione le si è sistematicamente sgretolata di fronte, lacerata da mille contraddizioni interne sui temi etici.

Un registro contro l’accanimento

L’biettivo è l’istituzione di un registro comunale per i testamenti biologici.I Radicali che stanno raccogliendo le firme per una delibera di iniziativa popolare al Comune di Roma ci stanno lavorando. Quello retto da Gianni Alemanno, uno dei più accaniti sostenitori del ddl Calabrò. Nel frattempo la breccia è stata aperta da Sandro Medici, “minisindaco” del X Municipio della Capitale, dove vivono oltre 180mila persone. Tra le proteste dell’opposizione, Medici ha istituito un registro che sarà inaugurato la prossima settimana dal testamento biologico di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio.

La battaglia politica di Coscioni e Welby

la deputata Maria Antonietta Coscioni

la deputata Maria Antonietta Coscioni

«Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti». In piena battaglia referendaria contro la legge 40 sulla Pma, così scriveva Luca Coscioni ne Il maratoneta (ed. Stampa Alternativa). Siamo all’inizio del 2005. Di lì a poco la pressione della Conferenza episcopale italiana sull’opinione pubblica avrebbe stroncato le possibilità di riuscita del referendum abrogativo. Una vittoria della Chiesa e della destra asservita alle gerarchie vaticane, che rappresentò la posa della prima pietra per la nascita di quello Stato etico di recente paventato niente meno che da Gianfranco Fini. Uno Stato che con una sola norma è riuscito a violentare la dignità della donna (la cui salute ha valore secondario rispetto a quella dell’embrione assunto al rango di essere umano), ledere l’identità medica (con l’obbligo del contestuale impianto nell’utero di tre embrioni), umiliare la ricerca scientifica (con lo stop all’utilizzo di nuove linee cellulari embrionali). Luca Coscioni è poi morto nel febbraio del 2006, lasciandoci in eredità, insieme a quel prezioso libro, la memoria della sua battaglia civile e politica nelle file dei Radicali, condotta senza sosta fino all’ultimo giorno di vita. Un impegno che si è tradotto concretamente nella storica vittoria dei Radicali con il via libera dell’Unione europea ai fondi comunitari per la ricerca sulle staminali embrionali. Gli unici finanziamenti che oggi consentono alla ricerca italiana in questo campo – un tempo all’avanguardia – di mantenersi al passo con quella internazionale. Guardando alla storia umana e politica di Coscioni e della legge contro cui si è battuto non si può non pensare a Piergiorgio Welby e al ddl sul cosiddetto testamento biologico appena varato dal Senato e in attesa di passare all’esame definitivo della Camera. Come Luca, Piergiorgio era affetto da sclerosi laterale amiotrofica. E come lui trasformò la propria condizione di malato terminale in una strenua battaglia politica per il rispetto del diritto alla salute e alla tutela della dignità umana garantiti dall’articolo 32 della Costituzione. Una battaglia per il diritto di morire di morte naturale, senza cioè essere più sottoposto a un inutile quanto doloroso accanimento terapeutico, rappresentato dal ventilatore polmonare.

Nell’estate del 2006 Welby chiede che gli sia staccato. È malato da oltre 40 anni: la distrofia muscolare progressiva gli è stata diagnosticata nel 1963. Negli anni Ottanta perde l’uso delle gambe. Poi l’ultimo stadio: insufficienza respiratoria. Welby entra in coma e quando si risveglia è tracheotomizzato e immobilizzato al letto. Da questo momento può respirare solo col ventilatore e comunicare solo tramite computer. Scrive indicando le lettere con gli occhi. Sono questi d’ora in poi la sua voce. Che fa sentire sul web sul sito dei Radicali italiani, dove ha aperto un forum dedicato all’eutanasia (www.calibano.ilcannocchiale.it). E che fa sentire nel suo libro Lasciatemi morire (Rizzoli) che conclude a settembre, tre mesi prima che l’anesesista Mario Riccio gli stacchi il respiratore. Quando il libro va in stampa Welby ha quasi del tutto perso ogni capacità di comunicare anche attraverso gli occhi. Sono le settimane in cui la lettera che scrisse al presidente Napolitano e che fa da prologo al libro mantiene alto il dibattito sull’eutanasia e il testamento biologico. «Io amo la vita Presidente – scrive Welby -. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né malinconico né un maniaco depresso (come accertò lo psichiatra Alessandro Grispini, ndr). Morire non mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita. È solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Quell’insensato accanimento che secondo il ddl approvato al Senato ora va imposto per legge. A chiunque si trovi in quelle condizioni.

da Left-Avvenimenti del 3 aprile 2009

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Alta tensione

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2002

L’elettroschok Rosy Bindi nel 1997 lo aveva sdoganato. E c’é ancora chi lo pratica

“Avevo cominciato ad avere fobie e deliri dopo la morte di mio padre, quando avevo 13 anni”, racconta Michele, un trentenne ricercatore universitario che con generosità ci racconta la sua storia chiedendoci in cambio di mantenere un suo giusto anonimato. “Episodi in cui la malattia mi si presentava con violenza, ossessioni che non mi lasciavano vivere, intervallate da momenti in cui riuscivo comunque a studiare a tenere dei rapporti sociali. Dopo la scomparsa di mio padre ho sempre convissuto con mia madre in rapporto stretto, certo non sano, simbiotico, lei viveva per me, impedendomi qualunque separazione. Comunque riconosco, è stata lei a portarmi, già agli inizi della malattia, da medici e psichiatri, accorgendosi che qualche cosa non andava. Prima un medico di base, poi uno psicanalista freudiano che sbadigliava,perennemente assente. Tentativi di cura che non producevano risultati.

POICI FU CONSIGLIATA UNA CLINICA
Poi ci fu consigliato di consultare uno psichiatra rinomato, il professor Cassano della clinica universitaria di Pisa. Titoli e posizione facevano pensare a un luminare. Eravamo agli inizi degli anni ’90, in poco tempo fui ricoverato al Santa Chiara, mi ritrovai in un
ospedale dove le norme igieniche erano a dir poco approssimative- io che avevo continui deliri di dovermi lavare le mani, paura della sporcizia- e con gli infermieri aguzzini che minacciavano di continuo di chiudere i rubinetti perché consumavo troppo. Una camerata di letti dove ogni tanto piombava una combriccola di studenti e professori. Alzavano qualcuno dal letto, lo mostravano come una scimmia. Mi ricordo una volta, un paziente fu fatto alzare, l’incaricato cominciò a elencare davanti a una quindicina di persone: ‘sguardo spento, riflessi ritardati?’. Mi sentivo morire per quel poveraccio. A ore fisse ci buttavano fuori dalla stanza, arrivavano con certi teli da mettere sul letto del malato. Seppi poi che venivano per sedute di elettroshock, fatte direttamente in camera, senza neanche una sala apposita e attrezzata. Lo proposero anche a me, ma per fortuna, forse stavo meno male di altri, ebbi la forza di rifiutarlo. Dopo ho saputo che avevano già provato a convincere mia madre e i miei parenti mentendo, dicendo loro che non mi ero dichiarato del tutto contrario al trattamento. Ripeto, per fortuna ebbi la forza di dire no e i miei familiari comunque fecero muro intorno a me. Un giorno riuscii a tornare a casa, a uscire da quella struttura in cui ancora nel 1990 si usavano corregge per legare le mani, in cui c’era un padiglione separato da una grata di ferro, che non sono mai riuscito a vedere all’interno, ma da cui giorno e notte provenivano urla agghiaccianti. Da allora sono riuscito a ribellarmi alle undici pasticche di psicofarmaci che mi imponevano ogni giorno, le ho ridotte a due e ho cominciato una nuova ricerca, una psicoterapia di gruppo che in due anni, sto ancora lottando, mi ha ridato una speranza di vita, di rapporti veri. Ma non mi dimenticherò facilmente cosa ho visto in quel padiglione, non è facile cancellare il ricordo, mi ricordo un paziente che non facevano dormire da quindici giorni infilarsi una forchetta nel collo durante il pranzo al refettorio. Ora ho rabbia per la mia giovinezza non vissuta, per quello che mi sono lasciato prendere dalla malattia, per la passività ce ho avuto verso personaggi come il professor Cassano che, sono certo, mi ha rubato almeno dieci anni di vita” .

Un’altra storia, non facile. Anno 1998, sul quotidiano l’ Unità, dopo aver smesso di scrivere e disegnare Tiziano Scalvi, l’ideatore di
Dylan Dog scriveva: ” Dal 1990 la mia depressione ha toccato il fondo e ha cominciato a scavare. Lo psicoanalista mi ha parlato di una roba praticata da uno psichiatra famoso, vado da lui a Pisa e faccio una cura a base di litio e altre cose. Cominciano a parlarmi di elettroshock…. ‘Dottore i pensieri mi fanno troppo male me lo faccia’. Stavo in una clinica di lusso, ma il fatto è che ogni due o tre giorni insieme ad altri pazienti ci caricavano su un furgone e ci portavano in un ospedale statale laido come pochi, lì ci spalmavano le
tempie con qualcosa e prima di addormentarmi vedevo già che stavano facendo l’ elettroshock a quello nel letto accanto a me che saltava su di colpo…. Sono stato a Pisa 20 giorni, mi è costato 24 milioni. Ho fatto sette elettroshock. La mia memoria è andata e forse non tornerà più come prima. Sono sparite piccole e grandi cose….”.

ALLA RICERCA DELLO “PSICOCOCCO”
Due dure storie a confronto, una da paziente senza troppi soldi in tasca, finito all’ospedale Santa Chiara di Pisa e l’altra, parallela , più o meno nello stesso torno di tempo, di un ricco ospite di una clinica di lusso a San Rossore che poi veniva trasportato nell’ospedale pubblico per fare l’elettroshock a pagamento. Dietro queste diverse vicende uno stesso psichiatra, il professor Giovan Battista Cassano, luminare dell’ organicismo, di quella psichiatria molto diffusa soprattutto negli Stati Uniti, che sostiene l’origine organica della malattia mentale. La pazzia secondo questa scuola di pensiero che non distingue la malattia della mente dalla malattia del corpo, la cerebropatia rilevabile con strumenti come la tac da disturbi del pensiero e degli affetti, starebbe nel mal funzionamento dei neuroni e dell’organo cervello e avrebbe perlopiù cause genetiche. E questo nonostante nessuno sia mai riuscito fin qui a scoprire l’ esistenza di un qualche “ psicococco”, né tanto meno di un gene del suicidio, come quello cercato fino a qualche anno fa, con grande dispendio di mezzi, dall’ eminente professore pisano e dal suo staff medico. Resta comunque il fatto, che nonostante la discutibilità di metodi e ricerche, da vari anni ormai il professor Cassano, mercé anche abbondanti passaggi televisivi su reti private,
è stabilmente alla guida di uno dei più grossi centri in Italia di terapia elettroconvulsivante: il famigerato elettroshock, praticato massicciamente fino agli anni’60 e ’70, quando ancora la scienza psichiatrica doveva fare parecchi passi avanti. Una tecnica basata sull’impiego di scariche elettriche che determinano una sorta di effetto lobotomia sul paziente, una temporanea remissione di sintomi per stordimento.

REGIONI CONTRO
Contro l’uso dell’ elettroshock si è da poco pronunciata la Regione Toscana, prima in Italia a mettere al bando questa pratica almeno per determinate fasce di pazienti: i bambini e i ragazzi, gli anziani, le donne in gravidanza. <La nostra proposta è nata per tutelare i pazienti psichiatrici da abusi, prima di presentarla l’ abbiamo sottoposta alla comunità scientifica, al parere della commissione di
bioetica, delle associazioni di cittadini, una gran messe di psichiatri e operatori del settore- racconta Giovanni Barbagli, consigliere regionale di Rifondazione Comunista e estensore materiale della proposta di legge per la messa al bando regionale dell’elettroshock – Non è possibile accettare la pratica indiscriminata che il professor Cassano, unico in Toscana, fa ancora oggi dell’elettroshock”. Punti di forza della proposta che è stata approvataall’unanimità dal Consiglio regionale toscano il 22 ottobre scorso sono il consenso informato del paziente e l’obbligo di dare informazioni ai cittadinisugli effetti dell’elettroshock e sui possibili trattamenti alternativi. “Una Regione non può legiferare su questa materia”, obietta il professor Cassano, riprendendo un vecchio adagio ben conosciuto da chi nella Regine Marche e Piemonte aveva già tentato nei mesi scorsi di far passare una messa al bando totale dell’elettroshock. “Il nostro tentativo è stato arenato per ora dalla Corte costituzionale- spiega Marisa Suino, prima firmataria Ds della proposta
per il Piemonte, ma non ci arrendiamo, se due o più regioni italianeriusciranno a legiferare in materia, sarà difficile poterci ignorare. Da noi inPiemonte sono in pochi a praticare l’elettroshock, non c’è un personaggio potente come Cassano, ma quello che conta veramente è che non passi più un certo tipo di pensiero, che non si abdichi alla ricerca psichiatra e alla cura, con palliativi violenti e inefficaci”.

CASSANO SI DIFENDE
Interpellato proprio su questo punto, l’efficacia e gli eventuali rischi ,il professor Cassano da Barcellona ci racconta:
“Certo non si può lasciar fare l’ elettroshock di qui e di là. Deve essere fatto con anestesisti in un centro attrezzato come il nostro. Noi trattiamo centinaia di casi. Ci chiamano e vengono da ogni parte d’Italia per farlo. Sono pazienti che vengono a farlo ambulatorialmente. Sanno di essere migliorati da questo tipo di sedute”. Risultati duraturi e positivi su lungo periodo? “I pazienti, spesso poi ripartono, non è facile seguirne gli sviluppi a distanza”. Più di uno psichiatra sostiene che si tratti di una terapia solo sintomatica, se una persona ha tendenze suicide o altro, dopo il tramortimento momentaneo provocato dall’elettroshock poi torna come prima.”Sono convinto che si tratti di una terapia salvavita, fondamentale nel trattamento delle depressioni resistenti,
che non rispondono al trattamento con i farmaci. Non comporta nessun rischio,non è uno stress, non è una violenza al paziente” . Una lunga messe di studi, rintracciabile anche via internet, sostiene palesemente il contrario. Sono tantissime le fonti che parlano di guasti permanenti prodotti dalla scarica elettrica. Si parla di danni ai vasi sanguigni del cervello, di danneggiamenti irreversibili al tessuto cerebrale, di possibili emorragie rimanendo al solo piano fisico e poi di danni alla memoria, alla capacità di parlare e molto
altro ancora. <Non sappiamo come funziona l’elettroshock, sappiamo che produce certi effetti e basta”, ammette lo steso psichiatra Paolo Pancheri alla guida di una delle prime università di Roma. ” Non è un trattamento fuori norma, lo prova anche una circolare ministeriale del centrosinistra”, replica ancora Cassano, portando a testimonianza un’infelice circolare dell’allora ministro Rosy Bindi, che nel 1997 ripristinò la pratica dell’elettroshock, salvo poi fare rapido dietro font, sotto una scarica di proteste piombate da sinistra e da destra. Allora, perfino lo psichiatra e senatore di Forza Italia Meluzzi”sentenziava. <L’elettroshock è una terapia psuedo-salvifica, scorciatoia di comodo, angosciante e inutile risposta ai bisogni del malato cui si dà una
bastonata in testa per non entrare in sintonia con lui”.

da Avvenimenti, settimanale dell’Altritalia, 1 novembre 2002

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