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Siviero lo 007 dell’arte che recuperò le opere trafugate dai nazisti

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 9, 2014

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Guerra e dittature da sempre, sono nemiche giurate dell’arte e dell’immaginazione. Anche se eroicamente pittori, scultori e scrittori, hanno sempre cercato di opporsi alla barbarie e al disumano. Ogni regime improntato alle armi e alla violenza, nei secoli, ha sempre cercato di controllare l’irrazionale, stigmatizzandolo come pericoloso e demonizzandolo.

Per Hitler, artista fallito che da giovane aveva tentato la strada della pittura, l’arte d’avanguardia era «degenerata» e per questo doveva essere messa al bando. Così nel suo delirante tentativo di affermare la superiorità dello spirito ariano e dei suoi simboli, la pittura espressionista, ma anche il jazz e altre forme espressive innovative che erano emerse negli anni Dieci e Venti in Francia e in Germania dovevano essere censurate e cancellate dalla storia.

Nel suo limpido ed essenziale saggio L’arte in guerra appena uscito nella collana sms di Skira, Sergio Romano ricostruisce la strategia nazista, volta ad annientare la fantasia di artisti non allineati e definiti “parassiti”, ma anche (con l’aiuto di Goebbels) a razziare opere «di interesse germanico», da «rimpatriare». Un piano che Hitler non mancò di attuare anche in Italia. Mentre le SS sterminavano, depredavano e distruggevano opere di valore inestimabile come, ad esempio, gli affreschi di Andrea Mantegna nella cappella Ovetari a Padova di cui restano solo pochi lacerti insieme ad alcune foto in bianco e nero scattate prima di quel tragico11 marzo 1944.

Sergio Romano

Sergio Romano

In questo triste scenario spiccano alcune figure straordinarie di storici dell’arte e partigiani come Giulio Carlo Argan, che insieme a Palma Bucarelli a Roma, riuscì a mettere in salvo un nucleo importante di opere antiche portandole, a rischio della propria vita, in angoli nascosti di Castel Sant’Angelo. Durante e dopo la guerra – ricostruisce Romano – lavorò intensamente al recupero di capolavori italiani anche un’insolita figura di agente segreto come Rodolfo Siviero, una sorta di colto 007 dell’arte al quale – val la pena di ricordare qui – Francesca Bottari ha dedicato una bella monografia pubblicata nel 2013 da Castelvecchi a cui si aggiunge ora una monografia Skira firmata da Luca Scarlini.

Siviero svolse un importante  lavoro di recupero che, in maniera scientifica e sistematica, oggi è portato avanti dal Nucleo speciale dei carabinieri, impegnato in una lotta quotidiana e impari con tombaroli e mercanti senza scrupoli che continuano a fare soldi a spese del patrimonio archeologico italiano, purtroppo ancora non adeguatamente censito e non sufficientemente tutelato. Tristemente emblematica, da questo punto di vista, è stata la storia di musei di rango internazionale come l’americano Getty che per lunghi anni ha acquistato, in primis tramite un faccendiere di nome Medici, importanti pezzi trafugati in Italia e “ripuliti” dalle vendite all’asta. Una brutta storia venuta alla luce qualche anno fa e che ha coinvolto, oltre al Getty, musei come il Metropolitan di New York e il Fine arts di Boston. La vicenda è stata ricostruita nel 2006 da Cecilia Todeschini nel libro The Medici Conspiracy. Ma è stata ripercorsa poi da Fabio Isman nel libro I predatori dell’arte perduta, il saccheggio dell’archeologia in Italia, pubblicato da Skira nel 2009, un volume che ora forma un ideale dittico con il saggio dell’ex ambasciatore Sergio Romano. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left- avvenimenti

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Il saccheggio dell’archeologia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 23, 2009

Complici le case d’aste e certa politica. 25mila opere ritrovate , un milione di pezzi ricettati, ladri e mercanti che agiscono indisturbati. Le pagine più nere del patrimonio archeologico italiano raccontate da Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira)


di Simona Maggiorelli


maschera di avorio II sec a.C.

maschera di avorio II sec a.C.

«Quale obbligo avevamo di restituire il torso di Mitra di Bassano romano mai dichiarato rubato?» domanda seraficamente la ex curatrice delle collezioni del Getty museum di Los Angeles, Marion True, durante l’udienza dello scorso marzo del processo che a Roma la vede imputata, insieme al mercante d’arte Robert Hecht, per 35 reperti d’arte che l’accusa sostiene essere stati trafugati in Italia e acquistati dal Getty. Fra questi anche il marmo dipinto, detto Trapezophoros del IV secolo a.C.  restituito dal Getty nell’agosto 2007.
Il processo True  ha avuto un’ennesima udienza in questo mese di maggio ma di fatto, a causa della solita lungaggine dei procedimenti giudiziari in Italia, va avanti da anni e non si sa quando  su questa brutta storia si potrà mettere la parola fine. Nel frattempo la domanda della signora True (mentre la dice lunga sulla sua attività di direttrice di museo) riporta in primo piano le gravi falle del sistema di tutela del patrimonio archeologico italiano, di cui si avvantaggiano da sempre tombaroli, mercanti di frodo, collezionisti, case d’aste e perfino importanti musei come hanno rivelato di recente l’affaire Getty e le ammissioni di colpa di musei come il Fine Arts di Boston. Falle, va detto subito, non certo ascrivibili a cattiva volontà e a scarso impegno da parte dei nostri archeologi e storici dell’arte, che ogni giorno fanno salti mortali in soprintendenze territoriali sempre più depauperate di ogni mezzo da parte del governo.

«Il primo strumento di prevenzione dei furti è la catalogazione dei reperti» ricorda utilmente l’ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis (mesi fa frettolosamente sostituito dal ministro Bondi). Un rilievo, quello del professore, che in ogni altro Paese europeo suonerebbe ovvio. Non così in Italia, dove – come ricostruisce puntualmente Fabio Isman nel suo I predatori dell’arte perduta (Skira) – dal dopoguerra a oggi hanno agito e agiscono quasi indisturbati ladri, ricettatori e mercanti d’arte “anfibi”, capaci di muoversi altrettanto bene nel mercato nero come nelle alte sfere del mondo ufficiale dell’arte. Grazie a porti franchi di stoccaggio dei reperti in Svizzera e in alcuni altri Paesi compiacenti.

Ma anche e soprattutto grazie alla complicità di grandi case di aste che, così come la mafia fa con i soldi sporchi, danno una nuova identità ai pezzi d’arte di dubbia provenienza, “battendoli” pubblicamente. Di fatto un sistema di riciclaggio, per un giro di soldi da capogiro. Per queste vie, scrive Isman, è avvenuto «un sistematico saccheggio del sottosuolo della penisola», una razzia che «dal 1970 alla metà degli anni 2000 ha coinvolto forse 10mila persone, e milioni di reperti». Un fenomeno che non ha eguali in nessuno Stato occidentale: una depredazione capillare, “di massa” che ha arricchito vari grandi musei al mondo, dagli Usa al Giappone, nonché facoltosi collezionisti italiani, “incoraggiati”, dal 1994 in poi, dalla incultura dell’illegalità sostenuta dai governi Berlusconi con condoni e disegni di legge su archeocondoni e su proposte di vendita o di noleggio di opere conservate nei depositi dei musei. E le cose potrebbero peggiorare ancora se dovesse passare il divieto delle intercettazioni a scopi investigativi proposto dal ministro Alfano. Senza uno strumento di indagine così importante il lavoro dei carabinieri del nucleo di Tutela del patrimonio risulterebbe pressoché impossibile. Senza intercettazioni, per esempio, non si sarebbero potute sventare le frodi di un insospettabile “Mozart”, un anziano signore austriaco che faceva la guida per comitive straniere fra Roma antica e l’Etruria, e nel frattempo radunava «a Linz, dove Hitler voleva fare il suo museo, una collezione di 600 reperti trafugati in Italia». L’operazione Mozart è una delle tante storie di cronaca nera del patrimonio d’arte che attraversano il libro inchiesta di Isman, costruito dal cronista de Il messaggero collazionando una folta messe di documenti e di riscontri. «Ho seguito 15 processi e ho sentito 306 persone coinvolte in processi sul saccheggio del patrimonio culturale degli ultimi decenni», racconta Isman stesso. In alcuni casi si tratta di vicende sottratte allo stillicidio di notizie quotidiane di furti e ritrovamenti per essere ricomposte in quadri organici. In altri casi, come quello clamoroso che riguarda il Getty e i furti di un mercante d’arte come Giacomo Medici, Isman prosegue e completa con piglio da giallista il lavoro di due colleghi, Peter Watson e Cecilia Todeschini, autori di The medici Conspiracy un libro uscito nel 2006 per Public affairs press e stranamente non ancora tradotto in italiano.

da Terra del 26 maggio 2009

Il libro

Il sacco del Belpaese

Pubblicato sul settimanale left: E’ la cronaca di un impressionante saccheggio di siti di primaria importanza. E non parliamo dell’Iraq invaso dalle truppe anglo-americane, né dell’Afghanistan dove i talebani hanno distrutto antiche statue di budda. Parliamo dell’Italia e dei furti di tombaroli che, da generazioni, “lavorano” nel centro sud. Sotto l’occhio indulgente dei clienti del mercato nero dell’arte: da politici firmatari di archeo condoni a direttori di musei come il Getty che, per anni, ha acquistato pezzi di arte trafugati in Italia e “ripuliti” nel giro delle aste. Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira) scrive che si tratta di un milione gli oggetti trafugati e ricettati. Fra l’inchiesta e il reportage la sua è una ricostruzione appassionata di molte pagine nere della tutela dell’arte. Accanto alle vicende, ai personaggi inquisiti, un utile apparato di rassegne stampa e di documenti dei nuclei di carabinieri specializzati.

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