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Gli spettri di Munch

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2013

Munch, autoritratto 1886

Munch, autoritratto 1886

di simona Maggiorelli da Oslo

«Camminavo lungo la strada con due amici, il sole tramontava, il cielo si tinse d’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un parapetto. Sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco quando sentii un grande urlo infinito che attraversava la natura».

Così Edvard Munch descrive sul suo diario l’episodio che avrebbe poi cercato di rappresentare con L’urlo (1893) condensandolo in un volto deformato dall’angoscia. Un primo piano straniante senza tratti riconoscibili, avvolto in striature ondeggianti di colore dalle tonalità violente, quasi espressionistiche. In pochi tratti, una scena che sembra racchiudere tutta la disperazione del pittore, che a trent’anni scriveva di sé: «Ho ricevuto in eredità due dei più terribili nemici dell’umanità: la tubercolosi e la malattia mentale.

La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si affacciavano sulla mia culla». Cultore del filosofo esistenzialista Kierkegaard e di Nietzsche, e soprattutto sodale di Strindberg, Munch in una pagina del diario dice di aver sentito parlare di Freud, ma di fatto il pittore non si interessò mai di psicoanalisi. Piuttosto preferiva cercare nell’arte un modo per riuscire a rappresentare quel dolore psichico che altrimenti, scrive in un passaggio del diario, «non sapevo esprimere a parole».

Munch, L'Urlo 1983

Munch, L’Urlo 1983

A partire da questo stretto rapporto fra arte e vita e intorno al celeberrimo Urlo, Oslo ricorda i 150 anni dalla nascita di Munch con la più vasta retrospettiva che gli sia mai stata dedicata. Intitolata semplicemente Edvard Munch 1863-1944 e accompagnata da un denso catalogo Skira, la mostra al Nasjonalgalleriet e al Munch-museet di Oslo fino al 13 ottobre presenta 220 dipinti e 50 opere su carta che permettono di ripercorrere tutti i 60 anni di carriera di Munch attraverso una straordinaria scelta di ritratti e autoritratti (alcuni pochissimo noti) di paesaggi visionari, di claustrofobiche scene familiari ma anche di feste di società in cui, come fossero marionette, gli esponenti della borghesia norvegese, consumano vacui riti sociali.

Nel Fregio della vita , in particolare, Munch rappresentava quella borghesia di cui lui stesso faceva parte come puritana e chiusa nell’asfittico e provinciale mondo di Kristiania (oggi Oslo). Ed è uno spietato teatrino di ibseniani spettri quello che Munch tratteggia in feste notturne al mare e passeggiate in città in cui le atmosfere glaciali non sono solo dovute alla neve. Proprio in occasione di questa importante antologica è stato ricostruito filologicamente l’allestimento del Fregio della vita così come Munch lo aveva pensato per la Secessione di Berlino nel 1902.

Così sulle pareti colorate della Nasjonalgalleriet, dove sono esposti i lavori eseguiti tra il 1882 e il 1903, scorre un nastro di potenti visioni incorniciate di bianco, sono immagini che tratteggiano un’infanzia malata e soffocante, che rievocano i primi turbamenti adolescenziali e soprattutto che parlano di un sanguinoso e alla fine impossibile rapporto fra uomo e donna. Al Munch-museet (dove sono esposti i quadri datati dal 1904 al 1944) spiccano intere sequenze di quadri che raccontano una mortale guerra dei sessi, dove la donna appare come femme fatale, una sorta di vampiro che lascia l’uomo cadaverico ed esangue, impriginandolo nella sua rete tentatrice.

Munch, Amore e psiche,1907

Munch, Amore e psiche,1907

Qui e alla Nasjonalgalleriet ritornano anche rappresentazioni di baci che Munch immagina come angoscianti incontri fusionali in cui entrambi i partner finiscono per perdere la propria identità. Il rapporto con il femminile è visto dall’artista come lotta e sofferenza, passione e gelosia, tensione e violenza.

Solo nei quadri dell’ultimo periodo in cui Munch rilegge il topos del pittore e la modella le giovani figure femminili appaiono belle e idealizzate, anche se rappresentate sempre in contrapposizione al pittore anziano che, nel quadro, le osserva con sguardo rapace. La sua pittura intanto si è fatta più sintetica, più essenziale. La figurazione appare più sfrangiata ed evocativa, ed esplode il colore. Nonostante questo però i quadri di Munch in questa ultima fase finiscono per assomigliare ad un’ossessiva ripetizione di varianti sugli stessi temi. Ma il percorso esplorativo della sua opera non si ferma qui (il programma completo è sul sito www.munch150.no) e si annunciano interessanti occasioni di approfondimento anche in Italia: dal 4 ottobre in Palazzo Ducale a Genova Marc Restellini, direttore della Pinacotheque de Parigi e già ideatore di una importante retrospettiva su Munch presenta una nuova monografica realizzata con Arthemisia Group e 24 ORE Cultura.

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Mondolfo, Gramsci e la crisi della sinistra oggi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2013

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona  Maggiorelli. Ernesto Longobardi

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona Maggiorelli. Ernesto Longobardi

di Simona Maggiorelli

Il libro della filosofa Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni) ha il merito di riproporci una figura di intellettuale piuttosto rara in Italia e ingiustamente trascurata dagli studi. Una figura di raffinato studioso della filosofia antica che nei suoi 99 anni di vita (Mondolfo era nato a Senigallia nel 1877 e morì nel 1976 a Buenos Aires) non separò mai studi accademici dall’impegno civile, portando avanti la propria ricerca come forma di resistenza antifascista perché tutta volta- basta vedere i suoi scritti sulla pedagogia – a risvegliare il senso critico, a dare strumenti di lettura della storia e del presente ai suoi studenti. Fra i quali a Torino forse ci fu anche Gramsci.

Un lavoro di insegnamento che Rodolfo Mondolfo svolse con grande coerenza, senza soluzione di continuità, prima nelle scuole superiori e poi all’Università di Torino, di Padova (1907) e di Bologna (1913-38), fin quando – dopo aver promosso e firmato il Manifesto degli intellettuali contro il fascismo – nel 1938 fu costretto dalle leggi razziali a cercare riparo a Buenos Aires.

Rodolfo Mondolfo intellettuale dal profilo non comune nel panorama italiano, dicevamo. Anche perché profondamente laico. Un aspetto indigesto all’establishment politico in Italia. Ancora oggi. Basta vedere il desolante mancato sostegno alla candidatura di Rodotà da parte del Pd  Alle giornate della Repubblica delle idee che, proprio qui a Bari, mentre parliano pretendono di mettere insieme scienza e fede.Oppure al neoconfessionalismo dei marxisti ratzingeriani, ovvero Pietro Barcellona e Mario Tronti, intellettuali organici del Pci e che oggi, dopo il crollo delle ideologie, sono diventati organici al Vaticano.

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Rodolfo Mondolfo no. Da socialista e illuminista si oppose sempre a ogni forma di oscurantismo. Andando a spigolare validi anticorpi nel pensieri di filosofi come Giordano Bruno, Feuerbach, e Marx. Del quale – scrive Elisabetta Amalfitano- Mondolfo seppe dare una lettura originale, coniugandolo con Rousseau nel tentativo di superare la scissione cartesiana (fra corpo e mente, fra teoria e prassi). Il tentativo era quello di mettere al centro della propria riflession l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità di bisogni ed esigenze, che riguardano l’alimentazione, il lavoro, la salute, ma anche la formazione, la conoscenza, la qualità dei rapporti dei rapporti umani, la creatività. In questa chiave , ricostruisce Elisabetta , Mondolfo, lavorò all’ipotesi di una via riformista al socialismo, prendendo le distanze da ogni forma di materialismo metafisico e deterministico. E prendendo esplicitamente le distanze per esempio dalla proposta di Antonio Labriola: “Il suo materialismo dimentica che nella storia la realtà vera ed essenziale sono gli uomini”.

La libertà per Mondolfo era importante quanto l’uguaglianza e cercò per tutta la vita di elaborare una filosofia della prassi che riuscisse a coniugare questi elementi. Tacciato di moderatismo dai giovani Gramsci e Gobetti presi dal fuoco della rivoluzione bolscevica, il pensiero di Mondolfo apparve del tutto inattuale ai giovani del ’68 e ai fautori di una lettura strutturalista del marxismo quando, proprio nel ’68, pubblicò Umanesimo di Marx. Ma come ho avuto il piacere di dire anche in un’altra occasione a me pare che – superata quella fase storica – oggi il pensiero di Mondolfo offra invece molti spunti interessanti di riflessione a questa sinistra che ha urgente bisogno di ripensare e rilanciare la propria identità. Elisabetta Amalfitano, in questo suo appassionato libro, ne squaderna molti.

A cominciare dall’idea che la trasformazione sociale che per Mondolfo parte dalla trasformazione interiore degli individui. E dal rifiuto della violenza, in nome invece di una forza della praxis che significa anche resistenza, capacità di reagire, di proporre un pensiero. E ancora.

Lontanissimo dall’essere per la morte heideggeriano, Mondolfo – potremmo dire parafrasando quello che il professor Luciano Canfora ha scritto a proposito di di Arthur Rosenberg ne l’inquietante mestiere dello storico (Ll’uso politico dei paradigmi storici, Laterza) invita alla lotta, con i mezzi della ricerca storica e filologica, contro l’ideologia a base razzistica andata al potere nelle università tedesche nel 1933 e veleno che dilagava anche in Italia.

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Per misurare tutta la distanza di Mondolfo dal pensiero conservatore basta leggere le pagine che Elisabetta dedica alla sua concezione delle masse che nel XXI secolo si sono affacciate da protagoniste sul palcoscenico della storia. Una concezione lontanissima da quella di Lombroso, ma anche da quella di Freud, che sulla scorta di Le Bon, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921 libro molto amato da Mussolini) parlava delle masse come reviviscenza dell’orda primordiale e distruttiva, come lacrima di Batavia che basta che sia colpita in un punto perché finisca in mille schegge, una massa lavoratrice che secondo Freud ha sempre bisogno di un capo carismatico che le dia coesione. E di leggi che permettano la convivenza civile impedendo il fratricidio. Rodolfo Mondolfo, scrive Elisabetta Amalfitano, non aveva questa concezione pessimistica della massa. E per questo rifiutava anche l’idea della necessità di un partito novello principe che imponga dall’alto il cambiamento. Ma qui mi fermo, perché con noi c’è Il professor Luciano Canfora che molto di più può dirci sul rapporto fra Gramsci e Mondolfo.

Intervento introduttivo alla presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni), alla libreria Laterza di Bari, il 20 aprile 2013, con Luciano Canfora, Ernesto Longobardi, Maria Laterza e l’autrice

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Un Ulisse tutto da ridere

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 16, 2012

Scaduti i diritti, in Italia  Newton Compton  ha pubblicato una nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce  che ne recupera il lato comico e lo humour. Da appassionato cultore della storia e della letteratura irlandese il filosofo Giulio Giorello la presenta in occasione del Bloomsday

di Simona Maggiorelli

James Joyce

Tradurre è sempre un po’ tradire. Ma può essere anche “trans ducere”, portando in luce un senso più profondo. E’ questo il caso della  traduzione dell’Ulissedi James Joyce firmata da Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi uscita per Newton Compton.

A sostenerlo è Giulio Giorello che proprio al tradimento dedica il suo nuovo libro edito da Longanesi: una gustosa scorribanda, e antimoralistica, passando da Shakespeare a Mozart a Joyce.

L’opera dello scrittore irlandese, il 16 giugno, è festeggiata nel Bloomsday, in Irlanda e in molti altri Paesi. E il filosofo della scienza dell’Università di Milano  racconta: «Sono particolarmente felice che si torni a parlare dell’Ulisse fuori dall’accademia. Troppo spesso la discussione fra eruditi dimentica che i versi di Dante erano cantati dal popolo a Firenze. Si dimentica che chi andava a vedere Shakespeare, fra un palco e l’altro, arrostiva un montone o improvvisava un duello. E che in Joyce vibra la voce roca, ma affascinante, del coraggioso proletariato irlandese che nel 1916 nella cosiddetta Pasqua di sangue fece vedere i sorci verdi agli occupanti britannici».

In una lettera giovanile lo stesso Joyce, merita qui ricordarlo, si definiva «scrittore socialista» e, nonostante l’Ulisse sia poi diventato un libro di culto e per molti versi poco accessibile, nasceva dall’idea di scrivere una moderna Odissea che restituisse dignità alla vita quotidiana delle persone “qualunque”, come lo è il suo protagonista, Leopold Bloom.

«Questa nuova traduzione ha il merito di far emergere il carattere democratico di questo meraviglioso romanzo che, per me», sottolinea il filosofo, «è il più grande testo del Novecento. Qui ritrovo l’humour e un senso plebeo dell’esistenza molto Irish, che rende l’Ulisse così affascinante». Un senso che fece storcere il naso a Virginia Woolf che lo giudicava “un testo scomposto” e “disgustoso”, scritto da “un proletario autodidatta”. «Sarà certo vero quello che diceva la signora Woolf, ma per me» stigmatizza il professore «fra l’ Ulisse e gli esangui, tristi, romanzi della Woolf c’è la stessa differenza che corre fra un buon whisky e un’aranciata».

Entrando più nel merito di questa nuova traduzione Newton Compton che esce a più di cinquant’anni da quella classica di De Angelis, Giulio Giorello approfondisce: «Mi colpisce soprattutto la vitalità di questa nuova versione. Che, per esempio, usa il tu in dialoghi chiave come quello fra Bloom (Ulisse) e Dedalus (Telemaco) che, in una taverna, imboccano una discussione alta su scienza e religione».

E poi, per fare un altro esempio, nella traduzione di Terrinoni e Bigazzi «si coglie tutta l’ironia di Joyce verso Darwin. Un caso per tutti: a proposito della tragica storia irlandese, Joyce parla di Destruction of the Fittest, qui correttamente reso come la distruzione del più adatto. E non come la distruzione dei migliori. Che sarebbe sbagliato». Joyce ben conosceva il dibattito sulle idee di Darwin fortemente osteggiato dai gesuiti e, sottolinea il filosofo della scienza, «si divertiva a prendere in giro gli slogan dei darwinisti sostenendo che è la storia umana non riflette l’evoluzione ma quasi drammaticamente la contrasta».

Bloomsday e protesta contro le banche, Dublino

E da notare è anche «che questa intuizione di Joyce, che era un cultore di Nietzsche, trovi un preciso parallelismo in Umano troppo umano dove il filosofo tedesco mostra tutta l’ambiguità di un darwinismo ideologico e ingenuo».

Quanto all’incipit invece? «In questo caso», ammette Giorello, «sono affezionato alla vecchia traduzione di De Angelis: “Solenne, paffuto, Buck Mulligan spuntò in cima alle scale” recitava. Qui invece si legge, “statuario e pingue”. Pensando forse al Falstaff shakespeariano che era molto presente nell’opera dello scrittore irlandese».
Shakespeare era indubbiamente un modello forte per Joyce, come scrittore a tutto tondo, interessato all’umano, inteso come corpo e mente. «E’ uno dei suoi grandi riferimenti insieme ad Omero e a Dante. Poi nel suo orizzonte ci sono due grandi filosofi napoletani: Giordano Bruno  è  più volte riecheggiato nel libro e Vico, che sarà uno dei grandi riferimenti di Finnegans Wake, compare già qui.  E’ la grande sfida di Ulisse essere un grande poema in prosa irlandese e nello stesso tempo il grande poema dell’umanità nell’incertezza».

Gli strali verso  i più ideologici epigoni di Darwin,  intuizioni sull’idea di spazio tempo in linea con la  teoria della relatività, ma anche Freud compare indirettamente nel romanzo. Come bersaglio critico. Joyce non amava Freud, è ben noto, e rispose da scrittore all’apertura all’irrazionale avviata dall’arte di inizi Novecento. Lo fece dilatando l’Ulisse a misura del tempo interiore del protagonista Leopold Bloom. E affidando il racconto a una lingua icastica, vitale, polifonica. «Insieme a Faulkner, Joyce è a mio avviso lo scrittore del secolo scorso che più di ogni altro ha colto il tempo del profondo» commenta Giorello. Quanto alla lingua  era «innervata da uno spirito autenticamente democratico. La lingua che usa Joyce», ci ricorda Giorello, «è quella dei vetturini, degli agenti cambio, degli uomini della strada e dei pub. Era lontano anni luce da atmosfere intellettuali esangui. Nell’Ulisse ci sono la carne e il sangue di un popolo che era riemerso da una storia tragica, con una concezione». Peraltro, aggiunge il professore, l’Irlanda ne è uscita «con un’idea molto bella di tolleranza delle diverse scelte di vita. Con l’idea che la democrazia non è fare quello che vuole la maggioranza, ma significa seguire la vocazione delle minoranze, senza dimenticare il diritto di coloro che sono oppressi a ribellarsi».

Giulio Giorello

Lo stesso  Bloom  in Ulisse esprime un’umanità ben diversa dall’eroe omerico maestro d’inganno e astuzia. «Qui l’eroe è anti omerico», precisa Giorello. «In questo senso Bloom è anche anti shakespeariano e, per esempio, scopertosi cornuto, conclude la faccenda con la signorile decisione di lasciar perdere. Un po’ come i personaggi dell’opera di Mozart che Joyce ama di più: ovvero le ragazze di Così fan tutte, non certo il Don Giovanni».

E qui il pensiero corre all’ultimo libro di Giorello, il Tradimento, in cui Bloom è eletto a  modello antimoralistico. «Beh invece della vendetta di Otello o del macello che fa Ulisse quando torna in patria, trovo che questa nonchalance di Bloom mostri tutta la dimensione amabile del personaggio: uomo non banale, sensibile, attento alle conquiste della scienza. E che forse a sua volta avrebbe qualcosa da farsi perdonare quanto a fedeltà. Una parola che è appunto motto dell’arma dei carabinieri, ma non so quanto utile nel rapporto fra uomo e donna».

da left-Avvenimenti

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Il cuore nero di Freud

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 15, 2012

In fuga per Londra, il padre della psicoanalisi evitò di portare con sé le sorelle. Che morirono in un lager. Lo ricostruisce in un libro lo scrittore macedone Goce Smilevski

di Simona Maggiorelli

Le sorelle di Freud

le sorelle di Freud

«Non c’è bisogno che tu ti preoccupi. le ambizioni di Hitler sono irrealizzabili» dice Sigmund Freud alla sorella Adolfine, nel romanzo La sorella di Freud (Guanda) di Goce Smilevski. Intanto, con l’aiuto di Mussolini, lui sta per fuggire a Londra. Quel fratello che da bambina le diceva «Non piangere» standole così vicino eppure essendo così lontano, cancellerà ogni sua possibilità di salvarsi dal lager dove morirà insieme alle sorelle Marie, Rosa e Pauline. Da questo episodio censurato dalle biografie freudiane è partito il giovane scrittore macedone (che ha studiato all’università di Praga e e di Budapest) per anni di ricerche. I risultati sono distillati in questo appassionato romanzo dedicato alla memoria cancellata di Adolfine. Un libro da cui emerge un’immagine di Freud, fin da giovanissimo «affascinato dallo spirito tedesco» e che «come Mosè voleva essere un profeta» e «condurre il genere umano alla liberazione dagli oscuri abissi dell’inconscio».

Il 13 maggio Smilevski ha presentato al Salone del libro di Torino per presentare La sorella di Freud.  In attesa dell’uscita del  suo caustico  Conversation with Spinoza, non ancora pubblicato in italiano gli abbiamo rivolto qualche domanda su come è nato questo suo romanzo che scava a fondo nella vita e nel pensiero del padre della psicoanalisi.

la fuga di Freud

la fuga di Freud

Come ha scoperto la tragica storia delle sorelle di Freud e perché ha deciso di dedicare loro un romanzo?

L’idea di scrivere questo libro mi è venuta quando ho scoperto che due fatti strettamente connessi della vita di Freud sono sempre stati trattati separatamente dai suoi biografi. Il primo è che lui poté stilare una lista di persone autorizzate a lasciare Vienna occupata dai nazisti. Il secondo fatto è che le quattro sorelle di Freud sono morte in un lager. Nessun biografo ha mai fatto il nesso. Nessuno ha scritto: sono morte perché lui non ha messo i loro nomi su quella lista. Hanno sempre ricordato che, prima di scappare a Londra, Freud lasciò loro dei soldi ( poi confiscati dai nazisti). Guardandosi dal sollevare domande sul perché non le portò con sé. Come invece fece, per esempio, con il suo medico personale e quello di famiglia, con i domestici, con la cognata e persino con il cane Jo Fi.

Perché i biografi di Freud hanno taciuto secondo lei?

Penso che la ragione fosse una: temevano di rovinare una certa immagine di Freud che avrebbe dovuto far presa su di noi.

Nel libro lei ci mostra Freud intento alla «pulizia rituale dei suoi oggetti antichi come ogni venerdì», mentre le richieste di aiuto di Adolfine cadono nel vuoto. Un padre della psicoanalisi così “freddo” e che si appoggiava al nazifascismo poteva curare la malattia mentale?

Non sono affatto certo che lui fosse in grado di curare i suoi pazienti. Basta leggere il caso di Dora, solo per citarne uno. Freud aveva intuito che l’inconscio fosse il terreno di ricerca, ma non seppe sviluppare e mettere in pratica quest’idea.

In linea con la Bibbia. Freud ha scritto che l’inconscio è originariamente malvagio, perverso. Diceva che l’Es è inconoscibile. Ma pretendeva di aver scoperto l’inconscio. Una feroce contraddizione?

Freud stesso era contraddittorio, non solo nei suoi scritti, ma anche come persona. Lui che andava a cercare i ricordi d’infanzia, per esempio, non provò mai a comprendere ed elaborare il rapporto con la propria madre. Parlava del complesso di Edipo, ma non ha mai spiegato come funzionava nel suo caso. Impose l’analisi nel training psicoanalitico ma lui è l’unico che non vi si è mai sottoposto. Fece solo quella che chiamò autoanalisi. Il risultato fu L’interpretazione dei sogni. Lì menziona sua madre un paio di volte. E in quel quel libro teorizzava il complesso di Edipo. Così mi è venuta la curiosità di studiare i documenti per cercare qualche dettaglio in più del suo rapporto con la madre e con le sorelle, che poi ho messo nel romanzo.

La moderna psichiatria, ma anche Il libro nero della psicoanalisi e i lavori di Masson hanno denunciato la “truffa sul lettino”. Ma in Paesi come la Francia Freud è ancora una specie di santo intoccabile. Perché?

Posso solo dire che per me Freud è stato un gran misogino sostenendo che l’identità delle donne si baserebbe sull’invidia del pene. Poi cercò di giustificarsi dicendo che le donne erano per lui un continente oscuro e sconosciuto. Ma mi colpisce anche il fatto che avesse sentimenti negativi così forti verso gli psicotici. Il continuo intreccio e scambio che c’è fra la sua opera e la sua vita fa riflettere. Inoltre se si leggono i suoi libri e le sue lettere con attenzione si vede quanto lui avesse paura del suo inconscio.

Nel romanzo, però, lei ha scelto di mettere al centro Adolfine, una donna.

La letteratura può gettare un po’ di luce sulla vita delle persone dimenticate. Isaiah Berlin notava che la storiografia si occupa di conquistatori, i governanti, di uomini di potere, ma si scorda delle persone “ordinarie” che, non di rado, danno molto di più allo sviluppo della storia umana. Freud divenne una di quelle persone che contano per gli storiografi quando era ancora nel pieno della vita. Conquistò (o almeno provò a farlo) l’inconscio umano. Con la sua solita megalomania diceva che aveva scoperto la terza ferita dell’umanità. Copernico aveva scoperto che la terra non è il centro dell’universo, Darwin che non siamo nati da dio ma veniamo dalle “scimmie”, e lui diceva di aver scoperto che noi siamo servi del nostro inconscio. Nel mio piccolo ho deciso di non mettere al centro del mio romanzo questa “importante” figura di Freud, facendone piuttosto un personaggio sullo sfondo. Come accennavo a me interessa questa idea che la nostra identità profonda di esseri umani è quella irrazionale e non quella cosciente. Così ho preferito come protagonista una donna, che ha vissuto nell’ombra. Che cosa sappiamo di lei? Che rimase nubile (era una sciagura per una donna dellOttocento). Che accudì i genitori fino alla loro morte. E che fu disprezzata da sua madre.Cos’altro? Alcune foto, qualche lettera a suo fratello e alcune lettere di Freud alla futura moglie Martha in cui dice di amare Adolfine più delle altre sorelle, perché lei è la più sensibile. E alcune righe del libro di Martin Freud su sua zia che ci lasciano l’impressione che la famiglia Freud non la considerasse molto. Questo è tutto. Per me è diventata un simbolo. E ho voluto darle voce.

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Klimt, il sogno dell’opera totale

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2012

Per i 150 anni dall nascita di Gusv Klimt, una ridda di mostre a Vienna e in altre città. Dal 4 febbraio è Milano  a dare il via alle celebrazioni con una rassegna di disegni organizzata intorno alla ricostruzione del Fregio di Beethoven

di Simona Maggiorelli

klint, Fregio di Beethoven, particolare

Ancora nella Vienna di fine Ottocento e di inizi Novecento l’arte non aveva perso la propria aura. Benché l’epoca della riproducibilità tecnica di quadri e sculture raccontata dal filosofo Walter Benjamin fosse già cominciata, la capitale austriaca offriva ancora a pittori e intellettuali un ambiente in cui poter inseguire l’utopia modernista di un’arte totale che informasse ogni aspetto della vita, come stile, come ornamento, arredo, come creazione di ambienti che favorissero e stimolassero la ricerca intellettuale.

Più piccola e appartata di Parigi, Vienna fu la bolla magica in cui gli artisti ancora alle soglie del XXI secolo inseguivano l’idea wagneriana del Gesamtkunstwerk, integrando tutte le forme e i linguaggi, dalle arti visive, alla musica, cercando quella sinestesia vagheggiata da Baudelaire. È in questo clima che uno degli artisti più affascinanti della Vienna fin de siècle, Gustav Klimt (Vienna, 1862 – Neubau, 1918) cercò di tradurre le composizioni di Beethoven in un’opera figurativa che faceva incontrare la novità dello Jugendstill con il cromatismo dei mosaici bizantini, la stilizzazione della pittura egizia, con la pittura vascolare greca e con l’uso della linea  tipico delle antiche stampe giapponesi.

Il Fregio di Beethoven che, dal 4 febbraio al 6 maggio, per festeggiare i 150 anni dalla nascita dell’artista mitteleuropeo sarà ricostruito nello Spazio Oberdan di Milano era il sogno realizzato di far incontrare tradizioni pittoriche diverse e lontanissime fra loro in una sorta di “opera mondo”, originale e organica. Ma curiosamente, pur nascendo sulla spinta di miti modernisti che presto le avanguardie novecentesche avrebbero rottamato, conteneva in nuce l’idea contemporanea e oggi molto di moda dell’installazione e dell’opera multimediale.

Con grande eclettismo, Klimt metteva in risonanza le sue complesse allegorie pittoriche con le note della Nona di Beethoven. Fu forse proprio questo il frutto più interessante di quel milieu intellettuale che a Vienna, a inizio Novecento, era tenacemente ancorato ai miti ottocenteschi dell’artista vate, che coltivava una ricerca alta ed elitaria, sottolineando l’importanza dello stile personale e dell’auto riflessione fin quasi all’esasperazione.

Klimt, nudo di donna

Parliamo di un ambiente culturale in cui scrittori come Hugo von Hofmannsthal, come Karl Kraus, come Arthur Schnitzler e poi come Robert Musil, ben al di là di Freud (e nonostante i suoi scritti) cercavano in letteratura e in poesia di ridefinire la soggettività moderna. Che nell’ultimo lacerto dell’impero asburgico si raccontava come turbata, fragile, scheggiata. Ma anche malata di introversione.

Così  ecco le atmosfere torve e decadenti, ma anche le dee ieratiche e “demoniache” del pittore Franz von Stuck e le seducenti sirene di Max Klinger, immerse in una natura selvaggia, mitica e senza tempo. Ecco la ricerca esasperata del sublime, dell’ineffabile, che in alcuni artisti da fine impero divenne capziosità intellettualistica mentre in musica si apprestava a diventare distruzione di ogni forma di  armonia. In un contesto simile, non a caso, nacque l’iconoclastia musicale di Arnold Schönberg.
Come se avesse arrestato l’orologio e lo scorrere del tempo, come se non avesse avvertito i richiami di quella avanguardia che già nei primi anni del Novecento aveva prodotto una rivoluzione come il Cubismo in Francia, Klimt – come ci racconta la mostra milanese Gustav Klimt, disegni intorno al Fregio di Beethoven – continuava a perseguire il sogno di una luminosa armonia. Benché sempre più lontana e sfuggente, in quadri che nonostante il tripudio di ori, la sensualità del cromatismo e l’ostentazione di forme preziose ed eleganti, si rivelano percorse da una sempre più profonda inquietudine. Tanto che quella Danae che Tiziano aveva immaginato di una bellezza prorompente e dallo sguardo bistrato e vivo, diventa una dea dormiente, avvolta su stessa e dalle mani sinistramente accartocciate. Pensare che Klimt ha dipinto questa celebre tela nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva le sue modernissime Demoiselles d’Avignon, fa davvero impressione. Tanto attardato pare il modo di dipingere di Klimt rispetto a quello di Picasso che apriva la pittura europea alla ricerca di una quarta dimensione, a un modo del tutto irrazionale di fare “ritratti”.

Uno iato temporale e di  modo di dipingere che, per certi versi, rende ancor più enigmatiche, ieratiche e irraggiungibili le donne raffigurate da Klimt. Come la splendida Adele Bloch Bauer tramutata dal pittore viennese in una modella di pietra, in una temibile concrezione di gemme e metalli preziosi.

da left-avvenimenti

VIENNA, DIECI MOSTRE PER KLIMT

Danae di Klimt 1907-8

Dieci musei viennesi nel 2012 ospitano una fitta rete di mostre dedicate a Gustav Klimt in occasione dei 150 anni dalla sua nascita. Al Wien Museum che conserva quasi 400 opere dell’arista, dal 16 maggio prenderà il via la retrospettiva più corposa, con dipinti, disegni e bozzetti, manifesti e altre opere grafiche. La fase centrale dell’attività artistica di Gustav Klimt, quella che va dal 1886 al 1897, sarà messa a fuoco invece dal Kunsthistorisches Museum, dove sono conservati tredici significativi dipinti ed i relativi cartoni che il pittore eseguì per le scalinate ( tra cui, per esempio, La fanciulla di Tanagra, 1890/91) . Dando un segno radicalmente nuovo, in stile liberty, che lo segnalava già come un talento originalissimo rispetto al fratello Ernst Klimt e Franz Matsch, che dal punto di vista stilistico erano piuttosto conservatori. Ma interessante sarà vedere dal vivo anche i disegni di Klimt per questi dipinti e che sono stati mostrati in pubblico, l’ultima volta nel 1992 a Zurigo

. Intanto mentre al Belvedere di Vienna che possiede la più vasta raccolta di dipinti di Klimt al mondo già si lavora alla grande retrospettiva che sarà aperta dal12 luglio 2012  al 6 gennaio 2013, mentre prosegue fino al 4 marzo la rassegna Gustav Klimt/Josef Hoffmann. Pionieri del Modernismo che racconta la collaborazione fra i due artisti che prese il via con la Secessione di Vienna nel 1897 e durò  fino alla morte di Klimt avvenuta nel 1918 . Nell’ambito di questa rassegna sarà esposto anche il celeberrimo Il bacio, che Klimt dipinse nel 1907/08. E ancora. all’Albertina 170 lavori su carta d’ispirazione erotica ( a partire dal 14 marzo) mentre al Leopold Museum il 24 febbraio si inaugura un percorso intrecciato di opere pittoriche, ritratti, lettere e documenti autografi dell’artista raccolti sotto il titolo Klimt personalmente : un invito a conoscere più da vicino la vita dell’artista viennese ma anche il suo modo di lavorare. Il museo conserva, tra l’altro, il lascito di Emilie Flöge con centinaia di cartoline, fotografie e lettere che Klimt ha scritto in quasi due decenni alla sua compagna di vita. Tra queste anche cartoline artistiche della Wiener Werkstätte, telegrammi e un variegato epistolario che Klimt ha spedito alla sua famiglia e ai suoi amici di Vienna nel corso dei suoi viaggi.

Non solo un modo per mettere insieme opera e biografia dell’artista che si racconta punteggiata da molti amori e da circondata da un’aura ancora ottocentesca da “ artista vate”, ma anche un modo per entrare nel suo atelier creativo e per capire come  gestiva in autonomia la rete di rapporti con committenti e mercanti porta ancora in primo piano la sfera privata del pittore.

da left-avvenimenti 27 gennaio2011

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L’inganno del pensiero debole

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2011

Maurizio Ferraris

 Con un convegno a Bonn e una lectio magistralis al Festivalfilosofia, il docente dell’Università di Torino lancia un manifesto per il New Realism. E apre la discussione pubblica

di Simona Maggiorelli

Mentre si annuncia un convegno internazionale che riunirà il Gotha della filosofia a Bonn per discutere della necessità di un New Realism (dopo anni di ammorbante Pensiero debole) anche in Italia si accende il dibattito sulla proposta lanciata dal filosofo dell’Università di Torino Maurizio Ferraris. Che sabato 17 settembre  ne parlerà in una lectio magistralis, in piazza a Carpi nell’ambito del Festivalfilosofia di Modena. Ad ottobre, poi, uscirà per i tipi di Guanda il suo nuovo libro L’anima e l’iPad .
Professor Ferraris, Pensiero debole e Postmoderno hanno imperversato per anni.
Con quanto danno?
I danni sono venuti soprattutto attraverso il populismo, che ha ricevuto un potente anche se in buona parte involontario fiancheggiamento ideologico da parte del Postmoderno. E queste ricadute non hanno riguardato solo le élites più o meno vaste interessate alla filosofia o all’arte postmoderna ma anzitutto una massa di persone che forse di Postmoderno non hanno mai sentito parlare, o quasi, e che subiscono gli effetti del populismo mediatico, compreso il primo e il più grande: la convinzione che si tratti di un sistema senza alternative.

Duchamp Gioconda con i baffi

Il filosofo Richard Rorty diceva che non esiste una realtà, «out there», là fuori. Mentre Gianni  Vattimo in Addio alla verità sostiene che la verità è sempre dispotica. Ora, lui si dice di sinistra, addirittura comunista. Ma come si può trasformare se stessi e la società a partire da un così assoluto nihilismo?
Bertrand Russell raccontava che a una cena una signora gli disse: “Trovo che il solipsismo sia una bellissima teoria, e vorrei fondare una associazione di solipsisti”. Il nichilista che pensa di trasformare il mondo non è meno paradossale di quella signora. Se non c’è verità e realtà come si può capire se si sta trasformando se stessi e il mondo o se invece si pensa solo di farlo? A parte questo autoinganno, c’è un problema più grosso: se c’è una dottrina che sostiene che non ci sono fatti, solo interpretazioni le vittime di soprusi non potranno neppure lamentarsi, chiedere giustizia, organizzare una reazione, appunto perché l’ideologia dominante è che non ci sono fatti e che la verità la si costruisce come la costruiscono certi telegiornali. Così le vittime subiranno senza avere la speranza che, un giorno, giustizia sarà fatta, il che significa che subiranno ingiustizia due volte.
Una rinuncia così totale alla ricerca della verità non rischia di dissolvere ogni ricostruzione storica, obbligandoci a restare muti e inerti di fronte a ogni forma di negazionismo?
Questo è il problema maggiore. Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto ciò che viene assunto come ovvio e viene dichiarato pubblicamente, nasce come esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici: chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Una specie di condono tombale cala su tutte le tragedie dell’umanità.  Certo, Cartesio diceva che una volta nella vita, se si vuol essere filosofi, si deve mettere in dubbio tutto. Ma, appunto, diceva che è una specie di esercizio da farsi una volta sola e in veste di filosofi. Nella vita di tutti i giorni, invece, il dubbio sistematico è una posizione insostenibile (anche gli scettici si scansano se vedono che gli sta venendo addosso un tram), e va a finire che uno dubita solo di ciò che gli fa comodo dubitare.

Barthes e Foucault

A partire dal ‘68 si è registrato uno strano fenomeno: ogni proposta di un pensiero forte sulla realtà umana (anche se radicato nella realtà, anche se sottoposto a verifica) è per la sinistra – specie quella di matrice foucaultiana  – sempre fascista. Perché?
Perché il ‘68 è stato l’estensione al mondo sociale della pratica iper-ironica delle avanguardie. Si trattava sempre di mettere i baffi alla Gioconda, di usare le parole tra virgolette, soprattutto se queste parole erano “verità” e “realtà”. Il colmo l’ha toccato Roland Barthes quando (scherzando ma non troppo) ha detto che «la lingua è fascista», perché ha norme e regole.  A questo punto il vero parlante antifascista sarebbe lo sgrammaticato e l’analfabeta, il vero medico antifascista sarebbe quello che non sa curare!
Derubricare l’adesione al nazismo di Heidegger a scelta privata è lecito? O bisogna aprire gli occhi su quello che molti maestri del ‘68 e teorici del pensiero debole non hanno voluto vedere: ovvero che il pensiero stesso di Heidegger è nazista? E perché i filosofi irresponsabilmente non hanno voluto vedere questa pericolosa consustanzialità?

Heidegger, 1933

Non è assolutamente lecito considerare il nazismo di Heidegger una “questione privata”. Anche perché, come lei dice, il pensiero di Heidegger è consustanziale al nazismo. Molti filosofi di sinistra – ma non tutti, per esempio non Habermas – non hanno voluto vedere tutto questo.  In parte anche perché vederlo non era facilissimo, nel senso che l’adesione al nazismo era presentata come un incidente di percorso superato già nel ‘34 (era l’autodifesa di Heidegger), e i testi di Heidegger che circolavano a sinistra non erano certo il Discorso di rettorato (tradotto molto tardi: in italiano, addirittura nel 1988), ma testi apparentemente più innocui, in cui si diceva che il linguaggio è la casa dell’essere e che l’uomo abita poeticamente. Tranne che poi anche in quei testi emergevano sprazzi inquietanti, per esempio, in un corso su Nietzsche del 1940, un elogio del Blitzkrieg in corso, oppure, nella intervista allo Spiegel del 1966 e pubblicata alla sua morte (Ora in Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda ndr), la tesi secondo cui paragonava la Shoah all’agricoltura meccanizzata. Ma, a prescindere da questi sprazzi, quello che non si è visto in generale, è che il pensiero heideggeriano nel suo insieme è iper-gerarchico, e che l’appello al nichilismo e alla volontà di potenza, l’insistenza sulla Decisione, l’abbandono della nozione tradizionale di “verità”, sono una adesione profonda e non opportunistica al Führerprinzip. Non è privo di ironia il fatto che questo pensiero sia diventato un punto di riferimento essenziale per filosofi che militavano a sinistra e che si volevano anti-autoritari. Anche se tra questi filosofi c’è stato chi come Habermas ha denunciato subito l’equivoco e chi ha lavorato su Heidegger, ma senza rimuoverne i caratteri inquietanti, come ha fatto Derrida (ma è proprio lui che mi ha aperto gli occhi su Heidegger). Vista nell’insieme comunque la ricezione è stata  indulgente talora sino alla cecità.
Il Pensiero debole – dice Rovatti – è nato come critica al potere della metafisica. Ma poi è diventato esso stesso discorso fumoso e astratto. La stessa pratica della decostruzione proposta da Derrida non ha finito per fiaccare ogni ricerca in una continua e sempre rimandata diffrazione del senso bloccandola in una paralizzante indecidibilità?
Il Pensiero debole, la Decostruzione, il Postmoderno, sono cose molto diverse, come sottolineava giustamente Aldo Rovatti, anche se tra loro c’è una “somiglianza di famiglia” e dei temi comuni… Diciamolo con semplicità: è molto più facile decostruire che non costruire, anche se, ne sono pienamente convinto, ogni costruzione degna di questo nome richiede una decostruzione, un momento critico della tradizione, come in effetti è sempre avvenuto tra grandi filosofi: Aristotele ha decostruito Platone, ma se si fosse limitato a questo non sono sicuro che ce ne ricorderemmo ancora. Inversamente, se sono convinto che ci ricorderemo ancora per secoli di questo grande e controverso filosofo che è Jacques Derrida, è perché non è stato semplicemente un decostruttore; è stato anche un grande costruttore, ha lavorato in modo originale e propositivo sulle nozioni di sovranità, amicizia, giustizia. Cosa che ovviamente non si può dire di altri decostruttori.
Intervenendo nel dibattito fra New Realism e Postmoderno, Emanuele Severino sul Corriere della Sera abbozza uno sferzante paragone: «Maurizio Ferraris parla di verità… Anche Benedetto XVI a Madrid ha invitato i giovani a cercare La Verità». Perché la verità dovrebbe essere appannaggio della religione e non degli esseri umani?
Nell’esortare i giovani alla ricerca della verità (si intende, ed è una limitazione che non va trascurata, nel quadro di una “verità superiore”, quella della fede) il papa fa il suo mestiere, così come lo fa quando ricorre all’epistemologia anarchica di Feyerabend per sostenere che Bellarmino non aveva poi tutti i torti nel condannare Galileo. Quelli che secondo me non fanno il loro mestiere sono i filosofi che invitano a dire addio alla verità, o gli epistemologi che sostengono che le teorie scientifiche sono delle specie di “visioni del mondo” senza una particolare pretesa di verità. A questo punto, ovviamente, lasciando il monopolio della verità ad altri. La strategia da seguire, ovviamente, è tutta un’altra: riconoscere quanta importanza abbia, nella vita umana, la verità, e impegnarsi nella sua ricerca e possibilmente nella sua pratica, perché spesso la verità è sotto gli occhi di tutti, solo è difficile da attuare.

Jacques Derrida

Nel suo Ricostruire la decostruzione (Bompiani) si legge: « Il programma del pensiero postmoderno prevedeva la liberazione sessuale, a partire dal progetto di rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari. Ma “l’attivismo sessuale” non ha prodotto liberazione sociale…». Perché secondo lei?
In parte perché è scattato un meccanismo peraltro già studiato da Horkheimer e Adorno. Il sovrano concede al popolo libertà sessuale, e in cambio tiene per sé non solo la libertà sessuale ma anche tutte altre libertà che non sono concesse agli altri. Da questo punto di vista, non c’è niente di più conveniente, anche dal punto di vista economico, della concessione della libertà sessuale. I sudditi se la vedono tra loro, non sono necessarie strutture costose, per esempio buone università (come sarebbe nel caso che il sovrano concedesse al popolo la libertà di studio), e non ci sono ricadute rischiose (per esempio il fatto che i sudditi si stufino del sovrano, come sarebbe nel caso che il popolo si istruisse e prendesse coscienza). In questo senso, l’attivismo sessuale è stato molto più efficace, per paralizzare eventuali prese di coscienza, del panem et circenses, appunto perché non richiede neppure la concessione di pane o di giochi. Basta un discorso pubblico in cui si dice che “le persone a casa loro fanno quello che vogliono”, il cui vero significato è spesso: “le persone a casa loro fanno quello che voglio”.
La filosofia di Derrida è un curioso pastiche di vecchio e nuovo, lei ha detto in un convegno in sua memoria. Aggiungendo che il suo rifarsi alla psicoanalisi «è stato un enorme arcaismo». In Filosofia per dame (Guanda) poi lei scrive: «La psicoanalisi si è industriata a ridurre tutte le colpe a sensi di colpa non facendo un buon servigio all’umanità»…
L’ombra maggiore della psicoanalisi,  a mio avviso, è proprio quella contenuta nel brano che lei riporta: la confusione tra sensi di colpa e colpe vere e proprie, che fa sì ,per uno psicoanalista, Hitler sia essenzialmente uno che ha avuto una infanzia difficile!

da left-avvenimenti del 9 settembre 2011

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La seduzione di Olimpia

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 27, 2011

Dopo un’estate di discussioni giornalistiche sulle derive dell’arte contemporanea, sempre più autoreferenziale, affetta da bigness e staccata dalla vivere quotidianoe mentre nell’ambito filosofico si apre un dibattito sul nuovo realismo ( dopo  tanti nefandi anni di decostruzione e di pensiero debole) riproponiamo qui quanto il filosofo Maurizio Ferraris diceva a Left-Avvenimenti già nel 2007.

Maurizio Ferraris

Qualunque oggetto può essere opera d’arte? Fuori dalla truffa del mercato, la parola a un filosofo irriverente come Maurizio Ferraris che al tema ha dedicato un libro: La fidanzata automatica edito da Bompiani.

di Simona Maggiorelli

Dopo autorevoli libri di ermeneutica, di estetica e da studioso di Nietzsche, (ma anche dopo essersi esercitatosu un tema di solito poco frequentato dai filosofi come l’immaginazione),Maurizio Ferraris da qualche tempo ha cominciato a dedicarsi all’arte delpamphlet. E con molto profitto per il lettore. Affrontando corrosivamente questioni granitiche come la fede in agili volumi come Babbo Natale, Gesù Adulto. In cosa crede chi crede? (Bompiani). Ora, è da pochi giorni in libreria un suo nuovo saggio, La fidanzata automatica (Bompiani) percorso da una domanda quanto mai attuale: qualunque oggetto può essere arte? Ovvero quali sono le caratteristiche universali di un’opera d’arte, che possa davvero dirsi tale?

Per rispondere il filosofo torinese riprende un’idea di William James che fantasticava di una fanciulla automatica «assolutamente indistinguibile da una fanciulla spiritualmente animata» paragondola alla funzione di certi concerti, quadri, romanzi. A partire da qui Ferraris seduce il lettore lungo le vie di una nuova ontologia dell’arte.

Professor Ferraris, perché scrivere un’ontologia dell’arte. L’ermeneutica non basta più?

Nel Novecento è stato detto che qualunque cosa può essere un’opera d’arte. Se si accetta questo punto di vista non ha più senso dire che c’è una specifica ontologia dell’opera d’arte. Nel frattempo accadeva che la definizione non dipendeva più dagli oggetti, ma veniva a dipendere totalmente dagli interpreti. Neanche dagli artisti o dal pubblico, ma da interpreti più o meno auto- autorizzati che dicevano: “Questo è arte” , “Questo non è arte”. “Non ci sono opere d’ arte ma solo interpretazioni”. Questo mi è sempre sembrato che non cogliesse la realtà dell’arte.

Intanto la pretesa che qualunque cosa possa essere arte ha fatto breccia nel contemporaneo. Che ne pensa?

Perché ormai si tratta di vendere a un miliardario un pezzo unico. Una volta che l’hai convinto, la storia è finita lì. Per un film già funziona di meno. Un critico non può andare a dire nell’orecchio di ogni spettatore in milioni di luoghi sparsi per il mondo che si tratta di un’opera d’arte. Per una coincidenza in questo momento mentre parliamo mi trovo alla Biennale d’arte di Venezia. Sono nel genius loci di tutta la faccenda. Qui vengono “venduti” vari tipi di prodotti. Ci sono le opere esposte, talune belle, altre brutte, ma tutte impossibili da comprare, perché troppo care. E poi c’è un negozio, molto frequentato, dove si vendono bicchieri, cataloghi, libri. Ecco, se siamo in grado di fare un’ontologia di questi oggi del negozio, perché non dovremmo fare un’ontologia anche degli oggetti là che sono esposti nei padiglioni?

Jeff Koons

Nel libro scrive:«Dire che nell’arte si nasconde disonestà e mala fede sembra arretrato e provinciale». E poi aggiunge:«Ma arretrato e provinciale veniva considerato anche chi anni fa avanzava qualche dubbio sull’efficacia terapeutica e sui fondamenti scientifici della psicoanalisi ». Cioè?

Ci sono stati tanti birignao novecenteschi assai poco sensati. Fra questi c’era quello per cui uno non si dimenticava mai le cose ma semplicemente le rimuoveva. Uno non era un criminale di guerra ma semplicemente uno che aveva avuto un’infanzia difficile. Alla lettera. Perché la psicoanalisi trasforma le colpe vere e proprie in sensi di colpa: cioé cose che a rigore non hanno rilevanza penale. Accanto a questo modo di pensare prendeva campo l’idea che qualunque cosa, con una debita ermeneutica, possa diventare un’opera d’arte. Dopodiché li voglio vedere a tenersi in casa quella roba.

DuchampDuchamp con l idea dell’object trouvé e il suo orinatoio da museo, ha fatto male all’arte?

A suo modo ha avuto un’idea geniale. Ma se alla fine uno continua a mettere degli orinatoi nelle mostre sarà l’uomo dei sanitari, nessuno pensa più che sia un gesto geniale. Fra l’altro, il gesto di Duchamp segnalava già una profonda sfiducia nei confronti dell’arte, proprio per come la faccenda si stava mettendo. Un signore un po’ burlone all’inaugurazione di questa Biennale numero 52: aveva messo un sacco della spazzatura fra le opere. Le reazioni di molti spettatori erano esilaranti… Un famoso critico d’arte che ho incontrato a New York mi ha raccontato la sua esperienza durante l’allestimento della Biennale: “ stavano installando delle cose – mi ha detto – e io non riuscivo a capire se erano opere o pezzi di Eternit per riparazioni. Non avevo la più pallida idea”. Non è che per il solo fatto di far parte del mondo dell’arte uno sia immunizzato dalla domanda: ma questa sarà arte o spazzatura? Un grosso errore dell’ermeneuetica che ha reso impossibile un’ontologia dell’arte, è stato quello di assumere come paradigmatica un’eccezione. È paradigmatico quello che c’è adesso nel mondo dell’arte? Io penso di no. È semplicemente quello che c’è adesso, nel bene come nel male. Sicuramente nel Cinquecento le cose andavano diversamente. Certamente andavano in altro modo nel mille a.C.. Nella narrativa, per esempio, c’è stato un momento in cui gli autori non mettevano più i punti. Problema: i libri li compravano in dieci e gli autori si dovettero trovare un lavoro onesto.

Suscitare emozioni e sentimenti è una caratteristica ontologica dell’arte?

L’idea è questa: se uno vuole sapere la verità su una cosa non vede un film, ma un documentario, che semplicemente ti fa vedere come è la vita, poniamo, in India. Ma se uno va a sentire un concerto in India e esce dicendo” ho imparato molte cose”, vuol dire che il concerto non gli è piaciuto. Dire che un’opera mi ha insegnato qualcosa è come dirlo di una persona: è già un giudizio negativo. “Quel tizio sa tutto sulla caduta di Costantinopoli” è come dire che è l’essere più noioso di questa terra. Oppure dire “questo romanzo descrive molto bene quattro strade a Vicenza nel 1836”… Ostia che romanzo!

Pensando a certo surrealismo e ancor più all’art brut, possiamo dire che un’opera può generare anche malessere se ha un contenuto violento, deludente?

Credo che l’arte possa benissimo provocare malessere e delusione e questi sono sicuramente dei sentimenti. Solo che il gioco non può durare all’infinito. Risulta che gli esecutori di musica dodecafonica abbiano spesso dei disturbi psicosomatici. E allora uno pensa: il voluto urto neiconfronti delle nostre convenzioni musicali che viene dalla dodecafonia comporta delle disarmonie in coloro che le eseguono. Ma c’è un altro fatto. Una musica così colpisce, fa molta presa. Ma per quanto può durare? Non posso protrarre la rottura della convenzione all’infinito. Dal momento che non c’è più la convenzione non posso continuare a romperla. E poi mentre c’era questa inventiva molto spinta in avanti, c’era contemporaneamente un’enorme fioritura di arte popolare di mille tipi che ha avuto tutta una storia parallela, per carità decorosissima. LucianoBerio aveva visto che i Beatles erano rilevanti, perché era uno che sapeva vedere lontano, aveva capito che l’alternativa fra apocalittici e integrati non aveva ragion d’essere. Dal punto di vista dell’ontologia dell’arte, capire perché un’opera piace a milioni di persone è più significativo che capire perché piace a uno solo. Lì la spiegazione è semplice: quest’utente è uno scemo ed è stato convinto dal critico. È circonvenzione di incapace.

La creatività, secondo lei, “fa la specificità” dell’essere umano?

Sì certo. Tra l’altro adesso è molto messa in primo piano. In parte anche giustamente. Dal momento che tutto ciò che è routine è delegato alle macchine all’uomo resta la creatività. Sta di fatto che però che in giro di creatività se ne vede molto meno di quella che uno auspicherebbe.

Fin dalla Grecia antica si è parlato di malinconia e arte, ma forse si è equivocato sul potenziale creativo della malattia mentale?

Lo dice bene Pascal: “alcuni ubriaconi si consolano pensando che anche Alessandro Magno lo era. Ma allora dovresti anche fare tutte le conquiste che ha fatto lui. Sennò sei un ubriacone e basta. È un po’ così. Io sono persuaso che un certo tasso di disagio di vita nel mondo sia insieme causa ed effetto della malinconia dell’uomo di genio così come l’ha teorizzata Aristotele. Però noi abbiamo l’esempio luminoso di una un’infinità di malinconici che non sono dei geni ma semplicemente ci rovinano le giornate. Non è difficile vedere come spesso artisti e, ahimé, filosofi siano uomini originali. Anche se quando li vedi poi in consiglio di Facoltà è terribile.Poi, per tornare all’arte contemporanea, diciamo la verità: uno come Jeff Koons non è affatto uno strano. Faceva l’agente in borsa, è lucidissimo. Se avessi dei fondi di investimento li affiderei a Jeff Koons.

Lombroso, come molti neuroscienziati di oggi, sosteneva che la malattia così come la creatività hanno basi biologiche, ne faceva un fatto ereditario. Ma ricordava Carlo Flamigni: “quando negli Usa è stata creata una banca del seme con premi Nobel sono nati solo dei comuni cretini”…

Che ogni manifestazione spirituale abbia una base materiale mi sembra una cosa difficilmente contestabile. Dopodiché il cammino che, dalle basi neurologiche, porta all’opera è lungo e misterioso…Tutti noi penseremmo che spiegare la costituzione italiana in base a come era fatto il cervello dei costituenti sia un’opera ardua…

Cartesio ammetteva che la ragione non è nulla senza l’immaginazione, però il pensiero filosofico in larga parte ha ostracizzato la fantasia, le immagini, la creatività, sacrificandole al Logos, perché?

Io penso che ci sia stato un certo rispetto per la fantasia, per le immagini, come del resto è dimostrato proprio dalla frase di Cartesio che lei cita. Si potrebbero tirare in mezzo anche tanti altri di filosofi. Beninteso, ogni tanto ci sono problemi, diciamo così, di bottega. In fondo se Platone se la prende con i poeti è perché i poeti vogliono essere gli educatori della Grecia, quando vuole esserlo lui. A ben guardare, alla fine, si trovano molti più saggi scritti da filosofi di qualunque altra categoria professionale.

Left- Avvenimenti 2 novembre 2007

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Sgarbi d’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 2, 2011

Il critico ferrarese espone duecento artisti, scelti  da Scalfari, Eco, Luxuria, Alberoni e molti altri intellettuali.  Saltando a pie’ pari ogni competenza in materia. E inneggiando alla genialità del culatello. Un Padiglione Italia a dir poco… imbarazzante . Con soldi anche dei cittadini.

di Simona Maggiorelli

La mostra per i 150 anni dell’Unità d’Italia curata da Vittorio Sgarbi alla Biennale di Venezia conta ben duecento artisti. Non scelti in prima persona dal critico e curatore del Padiglione Italia 2011 ma segnalati dai più vari intellettuali e personaggi dell’establishment culturale. Da Scalfari a Galli Della Loggia, da Eco a  Luxuria, da Fo a Albertazzi, da  Bondi ad Alberoni. E via di questo passo… Tanto che la mostra risulta un puzzle assai bizzarro, fatto di opere dal valore diseguale e senza nesso, accatastate senza un filo di pensiero. E non poteva accadere altrimenti visto che Sgarbi, ostracizzando le competenze specifiche del settore, ha improntato la sua proposta all’ecumenismo, facendone la sagra della cooptazione e della ricerca di consenso. Quale dei ducento blasonati consiglieri, infatto, oserà criticare il critico che li ha elevati a cotanto onore?

E già se ne vedono le conseguenze, con stimati giuristi come il professor Michele Ainis che si improvvisano critici d’arte sul Corriere della Sera per giustificare la propria opa su un certo artista. Con esiti alquanto imbarazzanti: Ma tant’é. Il sindaco d Salemi, Vittorio Sgarbi, sostiene che i critici d’arte fanno parte di una mafia e. invece di occuparsi delle indagini che riguardano il Comune siciliano di cui è primo cittadino, a Venezia lancia una mostra spot, dal titolo l’Arte non è Cosa Nostra. Le sue ragioni le ha dette in una conferenza stampa-fiume a Roma in cui ha lungamente intrattenuto una riottosa platea di giornalisti sui valori metafisici della salama da sugo ferrarese. Specie se confrontata con il culatello parmense. E a buon diritto Sgarbi ha rimbrottato chi dal pubblico lo accusava di divagare: una selezione di culatelli e di salameria varia è assurta nel Padiglione Italia in rappresentanza delle “sublimi creazioni” di Spigaroli, maestro del culatello di Zibello.

“Questa è la mia Biennale e faccio cosa mi pare”, ha urlato Sgarbi alla malcapitata giornalista. Aggiungendo poi graziosamente: ” Se non le piace si faccia la sua”.Ma il museo del culatello non è il solo sogno di Sgarbi. A spese dello Stato. Accanto ci sarebbe anche quello di un museo dell follia. Ma non ha trovato posto in laguna. Così come è rimasta fuori una retrospettiva di Lucien Freud che, insieme a Fausto Pirandello, per Sgarbi, “è il più grande artista del Novecento”.

Comunque sia, su questa linea, largo spazio nella “sua Biennale”, hanno epigoni di un figurativismo tenebroso e attardato, esempi di una certa destra allieva di Sironi e che Sgarbi ha programmaticamente detto di voler riscattare in questo suo Padiglione Italia. In cui non c’é traccia del critico che talora scrive pezzi intelligenti perfino su rotocalchi come Oggi, né dell’autore di libri godibili come il recente Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri (Bompiani). Che si tratti di una omonimia?

da left-avvenimenti del 29 maggio 2011

Dal settimanale francese Le Monde:

L’arte non è cosa nostra. Ammucchiate in una sala dell’Arsenale, centinaia di opere allestite in  modo indegno sono appese a una specie di griglia. Non avevamo idea che l’Italia avesse prodotto tante croste. Questa esposizione, o piuttosto questa esibizione, è sovrastata da una immensa croce dove Cristo è sostituito da uno stivale italiano. L’Italia crocifissa e gli artisti messi in una tomba da Sgarbi sono una degna maniera di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia.

giugno 2011

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Galimberti, filosofo neoantico

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 12, 2011

Testo scritto per la presentazione del libro di Francesco Bucci, “Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale” (Coniglio editore) che si è tenuta giovedì 9 giugno alla Libreria Croce di Corso Vittorio a Roma. Oltre all’autore ed io,c’era anche Luca Mastrantonio de Il Riformista

di Simona Maggiorelli

“Cerco di attuare una critica dialogica che non si limita a descrivere il significato di un testo, ma entra in discussione con il suo obiettivo, postulando che ci troviamo entrambi, l’autore studiato  ed io, all’interno di un più ampio quadro, quello di una ricerca di verità e giustizia. E’ questo che mi permette di indagare con grande umiltà alcune idee, per esempio, di La Rochefoucauld e Beckett, e di ricercare in profondità su temi che riguardano la vita comune, l’incontro fra culture, l’arte. Il mio è un tentativo volto comprendere al meglio i comportamenti delll’uomo” e più in generale ” quella che io chiamo la cifra umana”. Così Todorov nel suo nuovissimo Gli altri vivono in noi e noi viviamo in loro (Garzanti).

Ecco, questa ricerca di senso profondo, indagata con metodo dialogico, la trovo pienamente inverata nel libro di Francesco Bucci  Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio editore) che stasera qui presentiamo alla Libreria Croce di Roma. Un saggio niente affatto ideologico.  Di grande acribia. Nulla a che fare con un libro a tesi che parta da un’idea preconcetta. Anzi. Oltreché documentatissimo e pieno di prove inconfutabili del metodo che Galimberti usa per costruire i suoi libri, questo è anche un libro pieno di sorprese, godibilissimo alla lettura, anche perché l’autore ci mette a parte delle suo stupore, man mano che si trova davanti alla riprova dell’insospettabile.

Ovvero che G. copia, incolla, riprende interi brani e cambiando una parola chiave , come se niente fosse,  li attribuisce ad un altro pensatore. Nei suoi libri ma anche nel suo lavoro di giornalismo , fino a qualche tempo fa davvero titanico, G. cita omettendo di citare le fonti, ne pratica l’assimilazione totale  le cannibalizza ( proprio al contrario di quanto propone Todorov). Come ci è capitato di dire in altre 0ccasioni, G. fa lo specchio agli altri e a se stesso in questi suoi saggi ad alto tasso di riciclaggio che Bucci in un’intervista su left-avvenimenti definisce opportunamente “libri Frankenstein”. Libri, ovvero,  che alla sua puntuale disamina testuale di “lettore forte” e attento si mostrano senza costrutto, senza un filo logico tenuti insieme solo da un formalismo tardo avanguardista. In sintonia con i futuristi che sognavano l’avvento dell’uomo dalle parti intercambiabili il Nostro realizza libri dalle parti intercambiabili . Imitando i surrealisti  adotta il caos come elemento “compositivo” e in chiave post-moderna porta allo zenith il citazionismo arrivando fino al nonsense.

Ma con Alfonso Berardinelli e il suo sferzante ritratto di certi metafisici nipotini di Heidegger potremmo dire altresì che G. si veste da filosofo neoantico, fa il verso agli antichi, recita in maschera. Come scrive Berardinelli in Che intellettuale sei? (Nottetempo): parliamo di filosofi ” che masticano e ruminano metafisica”. Sono questi, filosofi dal linguaggio oscuro, “le loro idee  sono così vaste e accoglienti da contenere il loro contrario, le loro parole sono eterne come il vuoto, eternamente ripetibili e manipolabili, senza  nessun rapporto con la realtà e il vissuto”.

Ecco rispetto a tutto questo Francesco Bucci con il suo libro compie una meritoria opera di demistificazione. Ci fa vedere,  prove alla mano, come la gergale cripticità del filosofo e psicoanalista copra un’assenza assoluta di pensiero.  Il suo parlare altisonante è il manto scintillante che offre una copertura ideologica a vecchie prediche e antiche superstizioni. A uno sguardo superficiale i libri di G. possono anche  sembrare profondi ma a ben vedere sono del tutto privi di un contenuto umano ( qui torniamo alla cifra umana di Todorov).

Il manierismo del Nostro è il risultato di un totale svuotamento di contenuto. Di più. G. si veste da neo sapiente per ripropinarci (con Freud, con Heidegger, con la Bibbia) che l’angoscia è originaria, che il dolore è insanabile, che la pazzia è insita nell’uomo fin dal peccato originale. E allora non c’è cura possibile. Come scrive G: al dolore non c’è rimedio ( nella migliore delle ipotesi)  “può essere contenuto”. Così  G. compie un falso movimento. Fingendo di proporre un pensiero nuovo sulla realtà umana annulla ogni speranza e ricerca di cambiamento, di possibile cura e trasformazione interiore.

Sotto un’apparenza di progressismo (G. è il filosofo di punta di Feltrinelli , riempie le piazze in festival di Modena ecc.) in realtà si nasconde un pensatore profondamente conservatore che ci ripropone una visione dell’uomo assolutamente obsoleta, che si avvale di concettualizzazioni addirittura ottocentesche, come l’idea che l’uomo sia dominato dagli istinti. Qui il discorso sarebbe lungo ma basta dire che già l’antropologia del Novecento con Max Sheler aveva detto che l’uomo non ha istinti…

Benché talora critico verso Freud (Nel 200 e nel 2001 su La Repubblica ha scritto di un’assenza di pensiero nella psicoanalisi) lo junghiano G si iscrive così completamente nella tradizione freudiana, non solo per quel che rigurda la concezione falsa e obsoleta della psiche umana, ma anche – e qui torniamo all’inizio- per una prassi appropriativa dei testi altrui  e un modo di impacchettare e riproporre il già noto che già contraddistingueva il padre della psicoanalisi. Basta pensare al rapporto paranoico con Fliss e qual “gioco” continuo a rubarsi le idee  rivendicandone poi la primigenitura, documentato dalle lettere fra i due. Del resto, la stessa teoria dell’istinto di morte nell’accezione di sadismo Freud l’aveva mutuata da Sabina  Spilrein ( l’amante di Jung e psiconalista di Piaget)  che gli aveva inviato la sua tesi di  laurea.  Più in generale – come ha scritto  Ellenberger nel suo documentatissimo La scoperta dell’inconscio (Bollati Boringhieri)  “Molto di ciò che viene attribuito a Freud era sapere corrente e diffuso. La sua parte fu quella di cristillazzare idee e dare loro una forma originale” ( almeno in apparenza). E in un altro passo lo studioso di storia della psichiatria annota: ” Freud fu autore di una potente sintesi, nella quale è impresa quasi disperata discernere che cosa provenisse dall’esterno e che cosa fosse un contributo originale”.

Insomma ecco un altro pensatore, esaltato come grande pensatore e che non ha pensato niente.

E viene da chiedersi perché.  E perché un giornale come la Repubblica nato negli anni Settenta in Italia proprio per colmare il ritardo scientifico e culturale che l’Italia ancora scontava abbia finito poi  -non solo con G. ma anche con Citati , Arbasino, Cacciari  –  col proprorci un pensiero che quando va bene si limita alla parafrasi degli antichi altrimenti predica l’avvento di una nuova metafisica sotto le mentite spoglie di una ontologia , con roboanti discorsi sull’Esssere. Mentore di questa operazione e sostenitore di questa visione apolittica, di un inconscio sempre barbarico e bestiale come di un eros che  soccombe all’istinto di sopravvivenza e thanathos, come è noto, è l’illuminista Eugenio Scalfari. Sull’operazione culturale messa in xampo dal direttore di Repubblica Francesco Bucci nell’appendice di questo libro che vi invito caldamente a leggere, apre molti interessanti interogativi, stimolandoci a continuare la ricerca, ad andare più a fondo per vedere chiaramente cosa si nasconde sotto certa cultura dominante.

9 giugno 2011

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La filosofia del copia incolla

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 12, 2011

Con stringente analisi documentale, Francesco Bucci denuncia in un libro appena uscito per Coniglio Editore come Umberto Galimberti scrive i suoi saggi e i suoi articoli: riusando (senza citare) brani propri e altri. Eccone l’incipit

di Francesco Bucci

Umberto Galimberti

Gli scritti di Umberto Galimberti celano un segreto che questo libro svelerà. Galimberti sapeva da sempre, ne sono convinto, che ciò prima o poi sarebbe accaduto. Anzi rendendo il segreto nel corso del tempo sempre meno nascosto, lasciandolo sempre più intravedere, fornisce l’impressione di aver addirittura voluto creare le condizioni per la sua scoperta. Come se volesse liberarsene. Eppure il segreto resiste da oltre trent’anni. Indurre a ragionare sul perché di questo fatto singolare è uno degli obiettivi del libro. L’altro è far emergere le implicazioni filosofiche del suo disvelamento. Ritengo infatti che l’analisi che faremo dei testi galimbertiani possa fornire spunti di un qualche interesse per una riflessione sul linguaggio e sul significato di certa filosofia contemporanee, fatta su basi del tutto originali, perché di tipo esclusivamente documentale.

Scioglierò subito la suspense ricorrendo a una sorta di apologo. Un fedele un giorno si accorge che il parroco ripete nei suoi sermoni, ad intervalli di tempo più o meno lunghi (anche a distanza di poche settimane) gli stessi discorsi. Non già gli stessi argomenti, ma proprio le stesse frasi, magari solo in un ordine diverso. Incuriosito il fedele inizia a seguire le prediche con più attenzione, finendo così per fare sorprendenti scoperte: il parroco trae dalle stesse premesse conclusioni diverse; dice le stesse cose a proposito di cose diverse…o cose diverse a proposito della stessa cosa. Attribuisce a San Tommaso ciò che altre volte ha attribuito a Sant’Agostino e così via. Il fedele volge allora lo sguardo attorno per cogliere sul volto degli altri l’espressione dello stesso stupore che egli prova. Ma con meraviglia si rende conto che essi non solo non manifestano nessuna reazione, ma continuano ad ascoltare con interesse le parole del parroco. S’insinua quindi nella mente del fedele il dubbio che forse è lui a sbagliarsi… Ma dopo averlo ascoltato con la massima attenzione per qualche altra settimana, si convince definitivamente che sono proprio i sermoni del parroco che non vanno. Decide per tanto di andare a parlargli per chiedergli spiegazioni… entrando senza preavviso in sagrestia lo scorge intento a rovistare in una vecchia cassapanca. Avvicinandosi silenziosamente vi vede dentro centinaia di fogli e foglietti ammucchiati alla rinfusa contenenti appunti che – scritti in passato – il sacerdote usa e riusa per le sue prediche, pescandole dalla cassapanca poco prima dell’inizio della messa. Il fedele così nel trovare conferma di essere nel giusto scopre anche la causa delle strane prediche del parroco. Gli resta però da capire non tanto i motivi del comportamento di questi (che afferendo alla sfera privata non gli interessano), quanto perché le assurdità delle sue prediche non suscitino sconcerto nell’uditorio. Piano piano comincia a formulare delle ipotesi. Forse le strampalate chiacchiere del sacerdote vengono prese per dotte disquisizioni teologiche, talmente sofisticate da non consentire di coglierne un significato; forse l’oscurità viene considerata frutto di profondità e di complessità di pensiero; forse le contraddizioni vengono ritenute solo apparenti, non essendo concepibile che un uomo così colto cada in banali errori logici: ma se così fosse si dovrebbe concludere, si chiede il povero fedele in crescente difficoltà, che il discorso religioso è in sé tale da poter accogliere impunemente nel suo ambito parole vane o prive di senso? Ebbene ecco svelato il segreto: U.G. nei suoi scritti si comporta spesso non molto diversamente dal parroco del racconto. E la mia scoperta è avvenuta in modo non molto dissimile da quella del parrocchiano. Anch’io ho iniziato a percepire nei discorsi di U g quanto non andava, leggendo settimanalmente la sua rubrica di corrispondenza sul settimanale del sabato de La Repubblica. Anch’io a quel punto ho iniziato a leggere con attenzione ciò che andava scrivendo e ciò che aveva scritto in passato (articoli, libri, recensioni ecc.). Anch’io, infine, ho così scopertola cassapanca di U. G:, l’archivio storico dei suoi scritti. E’ da lì che egli ha assai spesso attinto materiali per la costruzione di scritti successivi con esisti , sul piano dei contenuti, del tutto analoghi a quelli del racconto.

tratto dal libro Francesco Bucci Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale, Coniglio Editore

L’INTERVISTA . Francesco Bucci: ” Il successo dell’autore de La casa di psiche  nasconde una totale  assenza  di pensiero”

DIETRO? C’E’ IL VUOTO

di Simona Maggiorelli

Capita che un lettore appassionato di filosofia e che da anni, ogni mattina, compra il quotidiano La Repubblica, vedendosi proporre sovente elzeviri e articolesse a firma di Umberto Galimberti, sia stato preso dal ghiribizzo di provare a leggerne qualcuno. Accorgendosi, via via con crescente stupore, di trovarvi  un coacervo di contraddizioni, di brani riciclati, già pubblicati altrove e riproposti, anche a breve distanza di tempo, cambiando solo qualche parola chiave. E non solo. Di articolo in articolo il romano Francesco Bucci (dirigente della pubblica amministrazione che nel tempo libero ama leggere «soprattutto saggi») scopre che il professor G., docente universitario e facondo autore per Feltrinelli, non solo copia da sé e da altri autori, ma manipola pesantemente i testi. Clona,  decontestualizza, stravolge. Facendo lo specchio ad altri e anche a se stesso. Giocando con le parole senza più rapporto con le cose. Con un manierismo che sembra imitare Heidegger ma anche il gusto per il neologismo ossimorico, per i corto circuiti di senso alla Jacques Lacan. Alla fine, facendo precipitare quel lettore che cerchi un senso in quegli scritti in un labirinto senza via di uscita. «Galimberti è il funambolo delle parole, ne fa un uso  “ludico” finendo per svuotare di contenuti ciò che dice», commenta Bucci che abbiamo raggiunto al telefono mentre il suo Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio Editore) sta andando in stampa.
Nel suo libro, con una straordinaria messe di prove documentali, fa emergere come Galimberti componga i suoi testi. Cosa si nasconde dietro un imbarazzante procedere per “copia-incolla”?
Un vuoto assoluto di pensiero. Dopo aver letto e studiato praticamente tutto di Galimberti sono giunto alla conclusione che il suo sia un pensiero parassitario che si nutre in modo paradossale di altri autori.
Nel libro lei scrive che La casa di psiche contiene testi riciclati all’80%, L’ospite inquietante quasi al 100% e nell’ultimo I miti del nostro tempo appaiono “prestiti” non dichiarati da Aime, Basaglia, Baudrillard, Brogna, Rovatti , Yunis  e molti altri.
«Che male c’è, filosofare è un po’ copiare» ha detto Gianni Vattimo. Diversamente da lui io penso che sia necessario un apporto di proprie elaborazioni. Nei libri di Galimberti, invece, si trova il nonsense, un patchwork senza costrutto. L’ospite inquietante, per esempio, è un libro privo di qualsiasi filo logico. La casa di psiche poi è davvero sorprendente: recupera e accosta opere anche di dieci anni prima e in cui si sostengono tesi completamente diverse, addirittura opposte. Quelli di Galimberti sono dei libri Frankenstein, dei mostri. E la cosa assurda è che a questi testi vengono dedicate  recensioni da illustri intellettuali e, a quanto pare, quei libri poi vengono acquistati in centinaia di copie. Altrimenti perché Feltrinelli li pubblicherebbe?
Come spiega questo successo di vendite?
La vedo legato alla forza mediatica, ai passaggi in tv di Galimberti, ma anche e soprattutto alla sua dilagante presenza su La Repubblica. Dispiace dirlo ma Eugenio Scalfari è il principale responsabile di tutto questo, avendo dato fin dal 1995 a Galimberti uno spazio enorme. Ed è durato fino a pochi mesi fa. Per anni, insomma, paginate e paginate su una delle testate italiane più importanti. Così Galimberti è diventato una sorta di guru.
L’illuminista Scalfari ha scritto encomi sperticati dei libri dell’heideggeriano Galimberti. Nel libro lei scrive anche: «A Scalfari è completamente sfuggita la “dissociazione intellettuale” manifestata da Umberto Galimberti»….
Paradosso emblematico; mi domando ancora come sia possibile. Che Scalfari abbia frainteso? Secondo me, banalmente, non ha letto i libri del Nostro. E qui il discorso si amplia all’industria culturale e a come funziona . Dall’altra parte mi è capitato di parlare con intellettuali che ammettono di aver letto qualche articolo di Galimberti ma non  i suoi libri. Perlopiù non entrano nel merito, non lo criticano, lo ignorano, non lo valutano, non leggono 600 o 700 pagine di Psiche e techne, piene di oscurità e contraddizioni,
E’ stato difficile trovare un editore per questo suo libro-denuncia?
Il libro è pronto da quasi due anni, ho bussato a molte porte.
Continuerà il lavoro di collazione dei testi galimbertiani e di affini?
Questo lavoro è stato estenuante…
Cosa si aspetta dall’uscita del libro?
Spero che ci siano reazioni molto accese, il caso merita che si apra un dibattito. Ma anche perché si toccano aspetti che riguardano il mondo accademico chiuso in un sistema di autodifesa. E per quanto riguarda la filosofia ancora segnato dal postmodernismo, dal decostruzionismo, da un certo bla bla da cui anche Galimberti ha tratto vantaggio.
Da lui ha avuto qualche risposta?
Nel 2008 ho scritto via mail al direttore di Repubblica Ezio Mauro facendogli presente, con lettere documentate, cosa andavo scoprendo sugli scritti di Galimberti. Benché non abbia avuto risposta, ho continuato a informarlo. Ad un certo punto mi arriva una mail del professor G. che recita pressapoco così: “Il direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi è si giunti a una riformulazione completa è inutile rimettereci le mani”…Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un “le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Siamo al surreale…

DA LEFT-AVVENIMENTI 13 aprile 2011

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