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Imprendibile Nietzsche. L’ultimo libro di Maurizio Ferraris

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 9, 2014

Nietzsche Minch

Nietzsche Minch

Nel suo nuovo libro Maurizio Ferraris opera una ricognizione critica della “gloria” del filosofo tedesco, che fu esaltato dal ’68. E si riapre la discussione

E’ un libro di spessore, anche letterario, quello che Maurizio Ferraris dedica a Nietzsche rielaborando suoi importanti lavori precedenti (come Nietzsche e la filosofia del Novecento) fino a ricrearli in una forma interamente nuova.

Nel suo Spettri di Nietzsche, appena uscito per Guanda, la ricognizone critica del pensiero del filosofo tedesco si apre a nessi inediti con rimandi a Dostoevskij, a Mann, a Conrad, alla pittura di Munch e oltre (fino a chiamare in causa i Doors!). Ma incontra anche tratti di autobiografia. L’indagine serrata dei testi, infatti, s’intreccia alla narrazione di momenti vissuti in quelle stesse strade e palazzi che videro Nietzsche scrivere pagine folgoranti e rapidamente sprofondare nella pazzia.

Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino era impossibile per Ferraris non imbattersi nel “fantasma” di Nietzsche. Ma è stata certamente una scelta deliberata quella di ingaggiare con il suo rapsodico pensiero un corpo a corpo che dura ormai da trent’anni. Da quando Ferraris era un giovanissimo allievo di Derrida e uno dei primi filosofi in Italia a confrontarsi seriamente con il Decostruzionismo.

Da allora, però, molte cose sono cambiate e il pensiero di Ferraris si è sviluppato fino a prendere una direzione del tutto nuova che lo ha portato negli anni scorsi a tematizzare l’urgenza di un Nuovo Realismo in filosofia, rivalutando il valore dei fatti, la loro concreta oggettività, senza la quale nessuna interpretazione sarebbe possibile.

Ferraris, Guanda

Ferraris, Guanda

Obiettivo polemico dichiarato: il pensiero postmoderno, che ha rinunciato a qualunque ricerca sulla verità storica, filosofica, fattuale, rischiando di cadere nel negazionismo e nel populismo, pur di portare avanti (è questo il caso del Pensiero Debole di Vattimo, Rovatti, ecc) la propria lotta antidentitaria nata nell’alveo del ’68, nelle piazze della rivolta studendesca che nel Maggio francese si lasciò sedurre dal pensiero di Heidegger. Contraddizione feroce, lacerante, mettere insieme Marx e il filosofo della Selva Nera, la rivolta in nome della libertà e il pensiero cattolico-nazista dell’autore di Essere e tempo.

Un corto circuito che rese cieco il movimento, facendolo precipitare nel caos. Gianfranco De Simone ne ha scritto in modo autorevole e puntuale su left. Qui mi premeva solo richiamare brevemente quel contesto per dire della coraggiosa presa di posizione da parte di Ferraris con un pamphlet come Manifesto del Nuovo Realismo (Laterza, 2013) e con riflessioni acuminate che denunciano il nazismo di Heidegger e la sua pericolosa esaltazione da parte di pensatori che si dicono di sinistra .
Ora, con Spettri di Nietzsche, Maurizio Ferraris sembra voler fare un passo ulteriore chiamando in causa anche il filosofo della «volontà di potenza». Riaprendo così un’antica querelle che contrapponeva innocentisti e accusatori. Da un lato Deleuze e Vattimo che celebravano l’autore dello Zarathustra. Dall’altro i detrattori, che si rifacevano a György Lukács e alla sua Distruzione della ragione.

Ovviamente Ferraris va oltre il già detto, approfondisce, provoca, lanciando non poche stoccate alla “Gloria di Nietzsche” (per dirla con il titolo della lectio magistralis che ha tenuto al Festivalfilosofia ).Nel suo nuovo libro il filosofo torinese denuncia l’incontrovertibile strumentalizzazione del pensiero nietzschiano operata dal nazi-fascismo. Ma al contempo ridimensiona il ruolo della sorella Elisabeth nel manomettere le opere dell’ultimo Nietzsche piegandole all’ideologia di destra. Anche se è probabile una falsificazione dell’epistolario da parte della sorella che millantava un ruolo di interlocutrice e confidente che non ebbe mai.

«Il nihilismo della forza», «l’esaltazione della potenza e di ciò che ne segue» sono aspetti che innervano intrinsecamente tutto il pensiero nietzschiano, secondo Ferraris. Difficilmente potrebbe passare per progressista la sua idea di «superuomo dispotico» («un maschio alfa, cioè anche un povero fesso, ma un fesso pericoloso»).

Eppure, ricorda Ferraris, nel 1919 Hugo Bund pubblicò Nietzsche come profeta del socialismo. Un libro dove «non è anacronisticamente accusato di nazismo, ma chiamato a correo come ispiratore del socialismo. Il superuomo e la sua tirannia sarebbero la piena realizzazione del socialismo che – d’accordo con il modello leninista – non si contrapporrebbe più al militarismo, ma ne sarebbe anzi il compimento», scrive Ferraris. Insomma, detto rozzamente, il ribellismo antiborghese di Nietzsche, il suo messianesimo e vitalismo, avrebbero fatto di lui un autore amato dall’avanguardia leninista e non solo.

E quel suo argomentare oracolare e «messianico» ne avrebbe fatto, via Heidegger, un eroe di quel ’68, che praticava il marxismo come religione. L’operazione ermeneutica compiuta da Deleuze e in Italia da Vattimo completò il lavoro di annessione di Nietzsche alla sinistra. Incuranti della sua idea di «inconscio geologico», dice Ferraris, e del suo nihilismo assoluto. Lungi dal dire che Nietzsche fosse nazista (non poteva esserlo per ragioni storiche, perché i nazisti erano anti semiti e cristiani mentre lui era anti cristiano e contro la razionalità lucida, apollinea esaltata in ambiente universitario tedesco), Ferraris tuttavia mette radicalmente in discussione la possibilità di vedere nel teorico dell’Übermensch un pensatore rivoluzionario e Giamettaprogressista.
Riaffermendo la necessità di leggere l’opera di Nietzsche nel suo insieme, Sossio Giametta, storico traduttore del pensatore tedesco, nel libro Cortocircuiti (Mursia, 2014) invita alla cautela e a non riudurre Nietzsche a un «bue squartato di cui ognuno si ritaglia una bistecca che poi si cucina a modo suo».

In questa raccolta di saggi (in parte già noti, in parte inediti) rilancia la sua interpretazione di Nietzsche come spirito libero, che coraggiosamente attaccava ogni forma di pensiero sclerotizzato, rimettendo al centro l’autodeterminazione dell’essere umano, Vozzapreso atto della crisi irreversibile del Cristianesimo e della «morte di Dio».

E se Giametta poeticamente vede nel superuomo nietzschiano, non solo l’«oltreuomo danzante» dello Zarathustra, ma anche il viandante, Marco Vozza, nel libro Il nuovo infinito di Nietzsche (Castelvecchi, 2014) invita a leggerlo come filosofo del profondo, che «trasvaluta i valori mettendo al centro l’interiorità del soggetto», contro un Logos ormai devitalizzato. Il filosofo torinese Vozza propone dunque una lettura quasi diametralmente opposta a quella del concittadino Ferraris e sarebbe interessante chiamarli ad un confronto dal vivo.

( Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left del 6 settembre 2014

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Fame di realtà

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 18, 2012

Il Manifesto del New Realism lanciato dal filosofo Maurizio Feraris sarà al centro di un convegno dal 26 al 28 marzo a Bonn. E l’addio al Postmoderno si fa sempre più internazionale

di Simona Maggiorelli

Maurizio Ferraris

Maurizio Ferraris

Annunciato sei mesi fa, scatenando da subito una appassionata discussione pubblica sui media (dai giornali alla radio, come raramente accade in Italia per questioni culturali), il Manifesto del nuovo realismo lanciato da Maurizio Ferraris diventa libro per Laterza e approda a una discussione internazionale. Dal 26 al 28 marzo a Bonn se ne discuterà in un convegno «a cui prenderanno parte filosofi analitici e continentali, di varie generazioni» anticipa a left il filosofo torinese. «Perché- spiega il professore – il ritorno del realismo non è una semplice questione accademica italiana, è un movimento filosofico ormai in corso da decenni. La filosofia e la vita, hanno fame di realtà, dopo decenni in cui si è ripetuto che non ci sono fatti, solo interpretazioni, che non c’è differenza tra realtà e finzione…».   Decenni durante i quali il postmodernismo è diventato egemonico  non solo nella cultura ma anche in certa parte della società e della politica. «Con i bei risultati che si sono visti – approfondisce Ferraris-, trionfi dei populismi mediatici, aumento delle diseguaglianze, e guerre scatenate sulla base di finte prove di armi di distruzione di massa».
E chi conosce un po’ il lavoro di Ferraris sa anche che per l’ex allievo di Derrida e oggi ordinario di filosofia teoretica all’Università di Torino non si tratta di una svolta improvvisa. «Per quello che mi riguarda la svolta risale a quasi vent’anni fa, quando ho visto che il postmoderno si stava trasformando in populismo mediatico», racconta. «In questo senso il mio Manifesto è anzitutto una ricapitolazione, il tentativo di argomentare, in modo piano, sperabilmente non dogmatico e non predicatorio, le ragioni del realismo». Con un metodo di pensiero affilato in tanti anni di critica e di decostruzione del logocentrismo su cui si basa la filosofia occidentale.

Proprio questo tema della messa in discussione della supremazia del Logos, come phonè, voce, anima (che porta con sé l’annullamento di ciò che è materia, corpo, “gramma”) è al centro del libro di Ferraris L’anima e l’iPad edito da Guanda. Un saggio di cui il filosofo è tornato a parlare il 9 marzo, al Teatro studio dell’Auditorium, nell’ambito della rassegna romana “Libri Come”. La cultura occidentale, nota  Maurizio Ferraris in questo libro, per secoli si è basata sulla contrapposizione fra anima, spirito “autentico” e lettera inerte, morta. «San Paolo diceva che lo spirito vivifica e la lettera uccide. In linea con Platone e la sua condanna della scrittura». Così religione cristiana e Logos greco, alla fine, sono andati “a braccetto” nella condanna di ciò che nell’essere umano è biologia, corpo, psiche e non anima astratta.
«Sta anche alla filosofia (oltre che alla vita) ricordare che le cose non stanno esattamente così», commenta Ferraris, «che senza la lettera non ci sarebbe lo spirito, senza la materia non c’è niente. Tanto che perfino le religioni universali, le religioni dello spirito, come l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, sono tali essenzialmente perché sono religioni del libro, cioè della lettera. Non dobbiamo dimenticarlo e credo che proprio in questo consista il nocciolo vitale di ciò che Jacques Derrida ha chiamato decostruzione».
Accanto  alla   decostruzione, il postmoderno, come è noto, “ha prodotto” il cosiddetto pensiero debole. Il filosofo Gianni Vattimo ne è stato il teorico. Nel suo nuovo libro Della Realtà, appena uscito per Garzanti, Vattimo, torna a dirsi «catto-comunista» e rilancia l’idea di una ermeneutica nihilista. Contro ogni «tentazione di realismo». Un nihilismo del pensiero, che secondo Vattimo, andrebbe assunto «come vocazione anche in senso religioso nella nostra epoca e come una specifica chance di emancipazione».
Professor Ferraris, ma da professioni di fede e dal rifiuto di leggere la realtà può davvero nascere un progetto emancipatorio?
Questa è la convinzione di Vattimo, rispettabile e radicata, ma anche un dogma che non vuole mettere in discussione. Il che è singolare per un teorico del dialogo e del confronto. Mi limito perciò a due osservazioni. Non credo che il realismo sia una “tentazione”: la realtà ci circonda e ci sollecita in ogni istante, ci chiama a prese di posizione, a responsabilità, a decisioni. Può essere molto dura e molto impegnativa, ma è il piano su cui ci giochiamo tutto, sotto il profilo teorico, politico e morale. Proprio per questo può sorgere, casomai, la tentazione non già del realismo, ma dell’irrealismo: l’oblio, lo stordimento, la favola e l’illusione. È un processo vecchio come il mondo. Di qui la mia seconda osservazione. Se si rifiuta la realtà diventa strutturalmente impossibile qualunque progetto emancipatorio, per il semplice motivo che diventa impossibile stabilire se ci stiamo emancipando (e se stiamo emancipando qualcuno, perché non siamo soli al mondo), o se, al contrario, stiamo raccontando una favola in cui si parla di emancipazione. L’emancipazione è una bella cosa, ma senza esami di coscienza e senza principio di realtà è una vuota parola.
Per Gianni Vattimo il discorso nazista di Heidegger sarebbe liberatorio. Lo ribadisce nel nuovo libro. Mentre la verità è violenza e la realtà è dominio. Un pensiero progressista e coerente può avere premesse così “ossimoriche”?
La sua è una domanda retorica. Certo che no. Bisognerà, in futuro, scrivere una storia culturale che renda conto della stranissima circostanza per cui pensatori radicalmente di destra come Nietzsche e Heidegger hanno potuto venire considerati come gli ispiratori di una politica di sinistra. È un meccanismo che fu analizzato da Lukács: gli intellettuali sentono l’ingiustizia sociale e avvertono la necessità di un cambiamento, ma al tempo stesso non se la sentono di fare nulla di concreto, né di mettere in gioco la loro condizione e i loro privilegi. Per cui riforme e rivoluzioni avvengono in un cielo mitico.
«Non penso che si possa fare buona filosofia ignorando la scienza del proprio tempo», lei ha ribadito in una recente conferenza all’Istituto svizzero di Roma. Ma Foucault sosteneva che i malati di mente sono solo vittime di uno stigma sociale. Mentre l’affondo heideggeriano contro la tecnica porta i suoi epigoni anche in Italia a diffidare anche dello sviluppo delle biotecnologie. Da dove nasce questo attacco alla scienza?
Secondo me è un discorso molto antico e autoctono, che risale alla critica della scienza da parte del neoidealismo italiano. Il filosofo si sente non solo un umanista (nel che ovviamente non c’è niente di male), ma intende il proprio umanismo come una militanza contro la scienza (il che è assurdo). Ed è significativo che sia solo un discorso di facciata. Non conosco un solo filosofo critico della scienza che quando sta male non cerchi di essere curato dal migliore specialista.

da left-avvenimenti

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L’inganno del pensiero debole

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2011

Maurizio Ferraris

 Con un convegno a Bonn e una lectio magistralis al Festivalfilosofia, il docente dell’Università di Torino lancia un manifesto per il New Realism. E apre la discussione pubblica

di Simona Maggiorelli

Mentre si annuncia un convegno internazionale che riunirà il Gotha della filosofia a Bonn per discutere della necessità di un New Realism (dopo anni di ammorbante Pensiero debole) anche in Italia si accende il dibattito sulla proposta lanciata dal filosofo dell’Università di Torino Maurizio Ferraris. Che sabato 17 settembre  ne parlerà in una lectio magistralis, in piazza a Carpi nell’ambito del Festivalfilosofia di Modena. Ad ottobre, poi, uscirà per i tipi di Guanda il suo nuovo libro L’anima e l’iPad .
Professor Ferraris, Pensiero debole e Postmoderno hanno imperversato per anni.
Con quanto danno?
I danni sono venuti soprattutto attraverso il populismo, che ha ricevuto un potente anche se in buona parte involontario fiancheggiamento ideologico da parte del Postmoderno. E queste ricadute non hanno riguardato solo le élites più o meno vaste interessate alla filosofia o all’arte postmoderna ma anzitutto una massa di persone che forse di Postmoderno non hanno mai sentito parlare, o quasi, e che subiscono gli effetti del populismo mediatico, compreso il primo e il più grande: la convinzione che si tratti di un sistema senza alternative.

Duchamp Gioconda con i baffi

Il filosofo Richard Rorty diceva che non esiste una realtà, «out there», là fuori. Mentre Gianni  Vattimo in Addio alla verità sostiene che la verità è sempre dispotica. Ora, lui si dice di sinistra, addirittura comunista. Ma come si può trasformare se stessi e la società a partire da un così assoluto nihilismo?
Bertrand Russell raccontava che a una cena una signora gli disse: “Trovo che il solipsismo sia una bellissima teoria, e vorrei fondare una associazione di solipsisti”. Il nichilista che pensa di trasformare il mondo non è meno paradossale di quella signora. Se non c’è verità e realtà come si può capire se si sta trasformando se stessi e il mondo o se invece si pensa solo di farlo? A parte questo autoinganno, c’è un problema più grosso: se c’è una dottrina che sostiene che non ci sono fatti, solo interpretazioni le vittime di soprusi non potranno neppure lamentarsi, chiedere giustizia, organizzare una reazione, appunto perché l’ideologia dominante è che non ci sono fatti e che la verità la si costruisce come la costruiscono certi telegiornali. Così le vittime subiranno senza avere la speranza che, un giorno, giustizia sarà fatta, il che significa che subiranno ingiustizia due volte.
Una rinuncia così totale alla ricerca della verità non rischia di dissolvere ogni ricostruzione storica, obbligandoci a restare muti e inerti di fronte a ogni forma di negazionismo?
Questo è il problema maggiore. Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto ciò che viene assunto come ovvio e viene dichiarato pubblicamente, nasce come esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici: chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Una specie di condono tombale cala su tutte le tragedie dell’umanità.  Certo, Cartesio diceva che una volta nella vita, se si vuol essere filosofi, si deve mettere in dubbio tutto. Ma, appunto, diceva che è una specie di esercizio da farsi una volta sola e in veste di filosofi. Nella vita di tutti i giorni, invece, il dubbio sistematico è una posizione insostenibile (anche gli scettici si scansano se vedono che gli sta venendo addosso un tram), e va a finire che uno dubita solo di ciò che gli fa comodo dubitare.

Barthes e Foucault

A partire dal ‘68 si è registrato uno strano fenomeno: ogni proposta di un pensiero forte sulla realtà umana (anche se radicato nella realtà, anche se sottoposto a verifica) è per la sinistra – specie quella di matrice foucaultiana  – sempre fascista. Perché?
Perché il ‘68 è stato l’estensione al mondo sociale della pratica iper-ironica delle avanguardie. Si trattava sempre di mettere i baffi alla Gioconda, di usare le parole tra virgolette, soprattutto se queste parole erano “verità” e “realtà”. Il colmo l’ha toccato Roland Barthes quando (scherzando ma non troppo) ha detto che «la lingua è fascista», perché ha norme e regole.  A questo punto il vero parlante antifascista sarebbe lo sgrammaticato e l’analfabeta, il vero medico antifascista sarebbe quello che non sa curare!
Derubricare l’adesione al nazismo di Heidegger a scelta privata è lecito? O bisogna aprire gli occhi su quello che molti maestri del ‘68 e teorici del pensiero debole non hanno voluto vedere: ovvero che il pensiero stesso di Heidegger è nazista? E perché i filosofi irresponsabilmente non hanno voluto vedere questa pericolosa consustanzialità?

Heidegger, 1933

Non è assolutamente lecito considerare il nazismo di Heidegger una “questione privata”. Anche perché, come lei dice, il pensiero di Heidegger è consustanziale al nazismo. Molti filosofi di sinistra – ma non tutti, per esempio non Habermas – non hanno voluto vedere tutto questo.  In parte anche perché vederlo non era facilissimo, nel senso che l’adesione al nazismo era presentata come un incidente di percorso superato già nel ‘34 (era l’autodifesa di Heidegger), e i testi di Heidegger che circolavano a sinistra non erano certo il Discorso di rettorato (tradotto molto tardi: in italiano, addirittura nel 1988), ma testi apparentemente più innocui, in cui si diceva che il linguaggio è la casa dell’essere e che l’uomo abita poeticamente. Tranne che poi anche in quei testi emergevano sprazzi inquietanti, per esempio, in un corso su Nietzsche del 1940, un elogio del Blitzkrieg in corso, oppure, nella intervista allo Spiegel del 1966 e pubblicata alla sua morte (Ora in Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda ndr), la tesi secondo cui paragonava la Shoah all’agricoltura meccanizzata. Ma, a prescindere da questi sprazzi, quello che non si è visto in generale, è che il pensiero heideggeriano nel suo insieme è iper-gerarchico, e che l’appello al nichilismo e alla volontà di potenza, l’insistenza sulla Decisione, l’abbandono della nozione tradizionale di “verità”, sono una adesione profonda e non opportunistica al Führerprinzip. Non è privo di ironia il fatto che questo pensiero sia diventato un punto di riferimento essenziale per filosofi che militavano a sinistra e che si volevano anti-autoritari. Anche se tra questi filosofi c’è stato chi come Habermas ha denunciato subito l’equivoco e chi ha lavorato su Heidegger, ma senza rimuoverne i caratteri inquietanti, come ha fatto Derrida (ma è proprio lui che mi ha aperto gli occhi su Heidegger). Vista nell’insieme comunque la ricezione è stata  indulgente talora sino alla cecità.
Il Pensiero debole – dice Rovatti – è nato come critica al potere della metafisica. Ma poi è diventato esso stesso discorso fumoso e astratto. La stessa pratica della decostruzione proposta da Derrida non ha finito per fiaccare ogni ricerca in una continua e sempre rimandata diffrazione del senso bloccandola in una paralizzante indecidibilità?
Il Pensiero debole, la Decostruzione, il Postmoderno, sono cose molto diverse, come sottolineava giustamente Aldo Rovatti, anche se tra loro c’è una “somiglianza di famiglia” e dei temi comuni… Diciamolo con semplicità: è molto più facile decostruire che non costruire, anche se, ne sono pienamente convinto, ogni costruzione degna di questo nome richiede una decostruzione, un momento critico della tradizione, come in effetti è sempre avvenuto tra grandi filosofi: Aristotele ha decostruito Platone, ma se si fosse limitato a questo non sono sicuro che ce ne ricorderemmo ancora. Inversamente, se sono convinto che ci ricorderemo ancora per secoli di questo grande e controverso filosofo che è Jacques Derrida, è perché non è stato semplicemente un decostruttore; è stato anche un grande costruttore, ha lavorato in modo originale e propositivo sulle nozioni di sovranità, amicizia, giustizia. Cosa che ovviamente non si può dire di altri decostruttori.
Intervenendo nel dibattito fra New Realism e Postmoderno, Emanuele Severino sul Corriere della Sera abbozza uno sferzante paragone: «Maurizio Ferraris parla di verità… Anche Benedetto XVI a Madrid ha invitato i giovani a cercare La Verità». Perché la verità dovrebbe essere appannaggio della religione e non degli esseri umani?
Nell’esortare i giovani alla ricerca della verità (si intende, ed è una limitazione che non va trascurata, nel quadro di una “verità superiore”, quella della fede) il papa fa il suo mestiere, così come lo fa quando ricorre all’epistemologia anarchica di Feyerabend per sostenere che Bellarmino non aveva poi tutti i torti nel condannare Galileo. Quelli che secondo me non fanno il loro mestiere sono i filosofi che invitano a dire addio alla verità, o gli epistemologi che sostengono che le teorie scientifiche sono delle specie di “visioni del mondo” senza una particolare pretesa di verità. A questo punto, ovviamente, lasciando il monopolio della verità ad altri. La strategia da seguire, ovviamente, è tutta un’altra: riconoscere quanta importanza abbia, nella vita umana, la verità, e impegnarsi nella sua ricerca e possibilmente nella sua pratica, perché spesso la verità è sotto gli occhi di tutti, solo è difficile da attuare.

Jacques Derrida

Nel suo Ricostruire la decostruzione (Bompiani) si legge: « Il programma del pensiero postmoderno prevedeva la liberazione sessuale, a partire dal progetto di rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari. Ma “l’attivismo sessuale” non ha prodotto liberazione sociale…». Perché secondo lei?
In parte perché è scattato un meccanismo peraltro già studiato da Horkheimer e Adorno. Il sovrano concede al popolo libertà sessuale, e in cambio tiene per sé non solo la libertà sessuale ma anche tutte altre libertà che non sono concesse agli altri. Da questo punto di vista, non c’è niente di più conveniente, anche dal punto di vista economico, della concessione della libertà sessuale. I sudditi se la vedono tra loro, non sono necessarie strutture costose, per esempio buone università (come sarebbe nel caso che il sovrano concedesse al popolo la libertà di studio), e non ci sono ricadute rischiose (per esempio il fatto che i sudditi si stufino del sovrano, come sarebbe nel caso che il popolo si istruisse e prendesse coscienza). In questo senso, l’attivismo sessuale è stato molto più efficace, per paralizzare eventuali prese di coscienza, del panem et circenses, appunto perché non richiede neppure la concessione di pane o di giochi. Basta un discorso pubblico in cui si dice che “le persone a casa loro fanno quello che vogliono”, il cui vero significato è spesso: “le persone a casa loro fanno quello che voglio”.
La filosofia di Derrida è un curioso pastiche di vecchio e nuovo, lei ha detto in un convegno in sua memoria. Aggiungendo che il suo rifarsi alla psicoanalisi «è stato un enorme arcaismo». In Filosofia per dame (Guanda) poi lei scrive: «La psicoanalisi si è industriata a ridurre tutte le colpe a sensi di colpa non facendo un buon servigio all’umanità»…
L’ombra maggiore della psicoanalisi,  a mio avviso, è proprio quella contenuta nel brano che lei riporta: la confusione tra sensi di colpa e colpe vere e proprie, che fa sì ,per uno psicoanalista, Hitler sia essenzialmente uno che ha avuto una infanzia difficile!

da left-avvenimenti del 9 settembre 2011

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Né deboli né positivisti

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 22, 2011

Non si può dire addio alla verità. Ma nemmeno rinunciare all’interpretazione. Nella querelle fra New Realism e Postmoderno che ha animato l’estate interviene il filosofo Salvatore Veca indicando una terza strada possibile.

di Simona Maggiorelli

Salvatore Veca

“Non si può dire addio alla verità. Non si può abdicare all’impegno nella ricerca della verità in filosofia. Pur sapendo che questa ricerca non ha sempre un happy end. Si procede per prove e errori. Esattamente come nella scienza». Da sempre critico verso il cosiddetto Postmoderno il filosofo Salvatore Veca interviene così, con una forte presa di posizione a favore dell’«irriducibilità dei fatti» e del valore irrinunciabile della conoscenza nella querelle fra Pensiero debole e Nuovo realismo che, dopo aver animato per settimane i giornali, nel fine settimana è andato  in piazza al Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dove Maurizio Ferraris ha tenuto  il 17 settembre una lectio magistralis sul New Realism (vedi left n.35), ma anche nel Castello dei conti Guidi a Poppi (AR) dove, nell’ambito di una tre giorni di seminari, domenica 18 settembre Veca ha tenuto una conferenza su un tema cruciale come la giustizia. Che qualsiasi addio alla verità renderebbe impraticabile.
Professor Veca, nel libro L’idea di incompletezza di recente uscito per Feltrinelli lei dedica ampio spazio al tema dell’interpretazione. Come è noto i pensatori deboli eleggono a slogan la frase di Nietzsche: “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni”. Qual è la sua posizione?
Dagli anni Settanta, Vattimo in Italia, Lyotard in Francia e Rorty negli Usa, a partire da quel motto di Nietzsche, hanno detto che non possiamo ancorare i nostri discorsi, privati e pubblici, alla ricerca scientifica. Sostenendo che il pensiero non può mai trovare un fondamento saldo e roccioso ma solo un vortice di possibilità. Il contesto era quello del collasso delle ideologie e della crisi delle grandi narrazioni degli ultimi vent’anni del Novecento in Occidente. E loro pensavano che abbandonare l’idea di una oggettività dei fatti avesse un effetto emancipatorio. Ma di fronte a un acquazzone, dire che piove è un’affermazione vera; è un fatto inemendabile come direbbe il mio amico  MaurizioFerraris. Nel libro che lei ricorda cerco di connettere la posizione di Nietzsche alla tesi scettica: come fai a sapere che è così? Come fai a dimostrare la veridicità delle tue asserzioni? La mia idea è di prendere sul serio le ragioni degli ermeneutici, degli interpretazionisti, ma con una obiezione. D’accordo dire che qualsiasi fatto può essere interpretato. Ma non tutti i fatti congiuntamente possono essere sottoposti a interpretazione. Qualcosa deve star fermo perché altro si possa muovere. Qualcosa deve essere tenuto fuori dal dubbio perché si possa dubitare di qualcosa. Qualunque credenza può essere messa in discussione, è una vecchia idea illuministica. Però non posso criticare tutto allo stesso tempo. Dunque, diversamente dai “debolisti” io penso che una verità sia tale fino a prova contraria, Questo non elide lo spazio d’interpretazione. Un esempio: pensiamo al 14 luglio del 1789, che chiamiamo presa della Bastiglia. In realtà solo il 2 agosto si arrivò a all’interpretazione chiara che si era trattato di un gesto per la libertà contro il dispotismo. Ogni volta che noi ci rivolgiamo alla reinterpretazione del passato non facciamo altro che rendere insaturi i fatti, riapriamo il gioco delle interpretazioni.
Estremizzando il pensiero di Nietzsche si arriva al nihilismo, D’altro canto il New Realism rischia il neopositivismo, L’essere umano non è fatto solo di razionalità. Cosa ne pensa?
Senza dubbio. Sono più che d’accordo. Tanto  che negli anni ho cercato di riflettere su una terza strada diversa dalle due menzionate. Faccio un esempio concreto. Non possiamo trascurare che mentre per noi è possibile studiare e classificare le proteine, quando cerchiamo di capire qualcosa di più delle rivolte arabe, abbiamo a che fare con strani tipi di oggetti che tendono a autodefinirsi. Lo stesso vale per i riots a Londra. In questo caso cosa vuol dire interpretare? Possiamo attribuire volontà collettive? In Medioriente prevalgono i jihaidisti? O i giovani twitters?. Non nego i fatti, ma resta aperto l’onere intellettuale dell’interpretazione. E se si irrigidisce, se si ipostatizza la si può sempre fluidificare. Ecco il punto.
In una conferenza al Festival della mente ha parlato di immaginazione filosofica. Un concetto quasi ossimorico vista la nascita del Logos come pensiero razionale…
L’immaginazione, per me, è un cardine. Non so neanche pensare che si possa fare ricerca filosofica senza che il primo passo non coincida con la capacità di “vedere” le cose, di immaginare un mondo, una questione, un problema. Il nostro lavoro è fatto da una continua tensione fra la ricerca di nessi, connessioni, fra idee e quella che io chiamo coltivazione di memorie: cioè lasciare che riemerga l’eco della tradizione, così pasticciata e meticcia e veramente creola quale è quella alle nostre spalle. Poi certo esistono metodi con cui si cerca di “acchiappare” ciò che si è intravisto. Mi sembra di vedere in una certa area qualcosa che mi attrae e cerco di andarci. Naturalmente per andarci servono dei metodi che siano giustificabili e non dipendenti dalle mie idiosincrasie. Per dirlo in una battuta, la visione filosofica è cieca se non c’è l’analisi, ma l’analisi è vuota se non viene messa in moto dall’immaginazione filosofica.
Un altro filone della sua ricerca riguarda l’eros, criticando la trattazione platonica, ma anche quella cristiana.
Ho ripreso questo tema di ricerca per il festival di Sarzana, ma il lavoro più completo che gli ho dedicato è in un libro di qualche anno fa, L’offerta filosofica. Mi interessava provare a mettere alla prova il motore della ricerca, provare a vedere sotto il profilo filosofico la passione, come accade che ci innamoriamo di qualcuno. Intanto continuo un corpo a corpo va con il Discorso sul metodo di Cartesio, con quel suo tentativo di dire: metto sotto pressione tutte le credenze e arriverò a una credenza che non posso mettere in questione. Cartesio lo risolve con il problema di Dio. Ma io dico che anche quella credenza lì è questionabile. Infine anche nell’intervento che ho preparato per Poppi continuo su un filone a cui mi dedico da trent’anni: il problema della giustizia sociale. Ce la facciamo a estendere concetti di giustizia a tutta l’umanità presente sul globo? Qui uso il pensiero politico di Rawls come punto di partenza.
Lei ha affrontato il tema della giustizia ora anche in forma di epos moderno, molto intensa in Sarabanda?
Nasce, in realtà, come reading per il teatro sociale fondato da Teresa Pomodoro a Milano… Sui miei libri filosofici posso rispondere lucidamente, ma riguardo a questo esordio mi sento un po’ come ragazzino. Lì c’è il precipitato dei miei ricordi, di ciò che ho provato di fronte all’ingiustizia. Una cosa però la posso dire: sono molto legato al fatto che il primo atto cominci con voce di donna.

da left-avvenimenti

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Cossé, elogio del pensiero forte

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 2, 2011

di Simona Maggiorelli

Il suo nuovo romanzo L’incidente (Edizioni E/O) è un romanzo inchiesta intorno alla morte di Lady Diana, di Dodi al Fayed e di Henri Paul. Glamour e cronaca nera. Materia apparentemente da rotocalco.

Ma Laurence Cossé  riesce a costruirci intorno un noir psicologico, puntando sul punto di vista immaginario e fin qui rimasto anonimo: quello di chi  sei anni fa era alla guida di quella Fiat Uno bianca che la Mercedes su cui viaggiavano al Fayed e la sua amante, in quel tunnel, non riuscì a evitare. Per presentare questo suo nuovo romanzo  la scrittrice francese Laurence Cossé  è  a Roma il 3 aprile, ospite della rassegna LIBRI COME e per un’iniziativa in collaborazione con il festival de la fiction française. Ma l’appuntamento all’Auditorium  di  Renzo Piano sarà anche un’occasione per conoscere più da vicino il lavoro poliedrico di Cossé, giornalista e romanziera edita in Francia da Gallimard,  e anche volto noto della tv più colta (memorabili le sue interviste al regista Andreï Tarkovski e  allo scrittore Jorge Luis Borges).

Noi abbiamo cominciato già, incontrando Cossé per parlare, non di questo nuovo lavoro, ma del suo precedente romanzo uscito nel 2010, La libreria del buon romanzo – edito in Italia sempre da E/O – e che ci ha particolarmente colpito per il tema: l’amore per la letteratura alta, per i classici, per quei libri che hanno il dono di toccarti profondamente e, qualche volta, persino di “cambiarti”.
«I classici, non di rado, hanno questa ricchezza e capacità di agire su di noi. è questo ciò che rende vitale, essenziale, la lettura. Come il respiro stesso. Ma – precisa Laurence Cossé – non parlo solo dei libri scritti nel lontano passato. Abbiamo la fortuna di poter scoprire anche oggi magnifici e sempre nuovi classici del presente. è questo che rende la lettura un’avventura continua». Nell’appassionante La libreria del buon romanzo Ivan e Francesca, i due protagonisti, decidono di aprire una libreria in cui si non si trovano bestseller commerciali e novità effimere  ma si vendono solo testi validati da una qualificata e segreta “giuria” di letterati, scrittori, lettori forti. Un circolo d’elezione proveniente dagli ambiti sociali più diversi, ma uniti dal fatto di cercare l’arte e la bellezza, ogni giorno, in ogni sua forma, nelle pagine di un libro. Un lavoro di consigliere che ciascuno di loro fa impegnando tutto se stesso, romanticamente senza ricevere un soldo. Come a dire, per metafora, che l’arte, la vera arte, è sempre gratuita.
«Penso che esistano due tipi autori – dice Cossé -, quelli che ricercano il successo (anche se l’ambizione, ammetto, è un grande motore della psiche umana) e quelli che si impegnano a scrivere nel modo più profondo e accurato possibile. Delle due l’una. Non si possono perseguire tutte le strade, occorre scegliere da che parte stare». Ma c’è un altro elemento interessante che, strada facendo, emerge dalle pagine di questo romanzo che rende omaggio alla grande letteratura: fatto strano, a poco a poco, i due fondatori della libreria, un uomo e una donna che si sono incontrati per caso, diversissimi fra loro, ma entrambi schivi e defilati, si accorgono che con la loro libreria si sono fatti dei nemici. E dei più feroci: non sopportano l’idea che si possa essere così esigenti, che nella ricerca  non si possa scendere a compromessi, che non siano ammesse ignavia e vigliaccheria. «Se uno parla di verità – dice a un certo punto uno dei protagonisti inventati da Cossé – si finisce per essere accusati di fascismo». Un pensiero forte, nella Francia colta post ‘68, di sinistra, viene avvertito come pericoloso.

Questo sembra volerci dire Cossé se si guarda oltre la superficie accattivante di questo noir contemporaneo. «Il fatto è che dopo il XIX secolo si è aperta una sorta di età del nulla, un’età del dubbio corrosivo nelle menti intellettuali occidentali. Il valori del bello, della verità, sono diventati impresentabili – spiega Cossé – e chiunque non voglia piegarsi a questa estrema forma di ermeneutica, di decostruzione dei valori viene tacciato di autoritarismo».
Al contempo però «e per fortuna –  aggiunge – continuano a uscire romanzi che si oppongono a questa forma di relativismo estremo e che rischia di rendere indecidibile qualsiasi cosa. Penso anche a  grandi romanzi come La strada (Einaudi, 2007)  e Questo non è un paese per vecchi (Einaudi, 2005) di Cormac Mc Carthy». Grandi “opere-mondo” che esprimono – piaccia o meno – un punto di vista forte.
IL FESTIVAL. ALL’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA LIBRI COME

Dopo l’anteprima dedicata a Jonathan Franzen e al suo Libertà (Einaudi), che è già un caso letterario anche in Italia, entra nel vivo dall’1 al 10 aprile la rassegna LIBRI COME, la festa del libro e della lettura all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Con un pieno di presentazioni, laboratori, tavole rotonde e soprattutto incontri ravvicinati con autori di primo piano. A fare da filo rosso, quest’anno, è l’idea di entrare idealmente nel laboratorio di scrittura di grandi romanzieri. Con la voglia di esplorare a fondo il percorso che porta alla nascita di un libro. Riflettori accesi dunque su romanzieri, filosofi, storici da tutto il mondo. A cominciare dal romeno Norman Manea che ha appena pubblicato in Italia Il rifugio magico (Il Saggiatore), un lavoro che prosegue il suo lungo processo di riflessione sugli orrori del nazismo  e sulle oppressioni della dittatura di Ceausescu. Dagli Stati Uniti poi arriva Peter Cameron, l’autore di  del romanzo Questo dolore un giorno ti sarà utile  e di Quella sera dorata (Adelphi) adattato per il cinema da James Ivory con Anthony Hopkins e Charlotte Gainsbourg protagonisti. Per riflettere sul presente arriva a Roma il sociologo della post-modernità e della “società liquida” Zygmunt Bauman. E ancora lo scrittore e saggista marocchino Tahar Ben Jelloun, rappresentante di spicco di quell’area maghrebina oggi  in pieno cambiamento politico, sociale e culturale  e che  dopo lo splendido Marocco, romanzo (Einaudi) ha appena pubblicato da Bompiani,  l’instant book La rivoluzione dei gelsomini. E ancora con LIBRI COME andremo nella Barcellona immaginata da Ildefonso Falcones, nel Medio Oriente con l’israeliano David Grossman, nella labirintica Mumbai dell’indiano Suketu Mehta (candidato al Pulitzer), nei Balcani di Emir Kusturica, arrivando fino nel Canada di Mordecai Richler, l’autore dell’ormai classico La versione di Barney (Adelphi): Il 3 aprile saranno presenti a Roma la moglie Florence e il figlio Noah. E ancora la filosofa Roberta De Monticelli autrice del quanto mai attuale pamphlet La questione morale (Raffaello Cortina). E ancora si parlerà di poesia (con il lirico canto dedicato alla Patria da Patrizia Cavalli), di narrazioni orali (con Ascanio Celestini), ma anche, in senso lato di sensibilità e universo femminile (con Dacia Maraini e Michela Murgia).  Voci femminili sono anche protagoniste della tavola rotonda che, il 9 aprile, viene idealmente a chiudere il cerchio aperto da Claudio Magris  una settimana fa. Tra entusiasmo e dubbi, sogni e ambizioni, la scrittura del primo romanzo è un momento clou nella carriera di ogni autore. Per ciò LIBRI COME  ospita sei giovani esordienti, che hanno segnato la stagione recente con opere coraggiose dimostrando la vitalità del panorama letterario nazionale che ha voce di donna. Sul palco: Viola Di Grado (Settanta Acrilico, Trenta Lana pubblicato da e/o), Barbara Di Gregorio (Le giostre sono per gli scemi, Rizzoli), Donatella Di Pietrantonio (Mia madre è un fiume, Elliot), Lorenza Ghinelli (Il divoratore, Newton Compton), Antonella Lattanzi (Devozione, Einaudi) e Veronica Tommasini Sangue di cane, pubblicato da Laurana Editore.

c.p. da Left-avvenimenti del 1 aprile 2011

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