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La nuova stagione della street art

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Os

Una ricercatrice sul campo, tenace e pronta a rischiare anche in prima persona pur di documentare il lavoro dei più interessanti writers che si aggirano sul suolo italiano. Questo è il ritratto di Marta Gargiulo, la giovane storica dell’arte che per Castelvecchi ha da poco pubblicato la prima storia dell’arte italiana nata per strada. Il suo Street art diary è costruito come un viaggio attraverso la penisola ed è arricchito con interviste ad artisti, che si rendono imprendibili, perché dell’esistenza del writer – si sa – fa parte anche la necessità di restare volti anonimi in modo da poter dipingere indisturbati in luoghi pubblici.

E il merito di questo lavoro, insieme a quello di fornire al lettore un’analisi delle differenti poetiche e personalità artistiche, è anche quello di spingere a considerare questo tipo di espressione sotto una luce nuova: non più come una pratica illegale e lesiva ma al contrario come un vero e proprio regalo fatto ai cittadini.

Lady Pink

Di città in città, di muro in muro, da un vagone dipinto all’altro, Gargiulo ci racconta come la street art possa trasformare spazi urbani degradati e dismessi, recuperandoli a una nuova fruibilità. Anche se, dopo l’11 settembre, nota l’autrice, molte cose sono cambiate, Oltreoceano ma anche in Italia. «I controlli si sono moltiplicati, e solo per fare un esempio – sottolinea Gargiulo – l’accesso libero ai depositi ferroviari è diventato quasi impossibile».

Nel frattempo però lo spazio per la street art è cresciuto nelle gallerie, nei musei e su muri assegnati legalmente. Insomma sono lontani ormai i tempi in cui artisti scavezzacollo come Kenny Sharf, Lady Pink oppure Ice One invadevano quasi ogni angolo della New York anni Settanta. Molta strada è stata fatta da allora, in tutti i sensi. E dalle “cifre”, dai monogrammi, dalle “firme” che si ripetevano sempre uguali e riconoscibili da un angolo all’altro della metropoli, si è passati ad un amplissimo ventaglio di tecniche e di modi di espressione. Al punto che è venuto meno anche il gusto per l’incursione notturna durante la quale lasciare il proprio segno in fretta e furia.

Os Gemeos

I disegni di quelli che una volta si chiamavano “graffitari” si sono fatti più accurati e eleganti. Qualcuno oggi predilige addirittura la tecnica degli stickers lavorando con cura l’opera prima di appiccicarla su un muro come una sua seconda pelle. Ha ripercorso questo “salto di paradigma” della scena della street art una mostra nella Palazzina dei Giardini di Modena, dove sei artisti internazionali, Futura e Mode2, Os Gêmeos, Tom Sachs, Kostas Seremetis, Boris Tellegen (aka Delta) si sono dati appuntamento per far conoscere i propri lavori. In una collettiva dal titolo Kindergarten al ritmo di un dj set di Howie B. Perché la cultura di strada dei graffiti, vecchi e nuovi, è imprescindibile dal ritmo sincopato dell’hip hop  e dalle jamm session di improvvisazione.

24 giugno 2011

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Non è più tempo di disincanto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2009

Dal 18 al 20 settembre 2009 torna la più importante kermesse italiana dedicata alla filosofia. A Modena, Carpi e Sassuolo oltre duecento incontri e  50 lezioni magistrali dei maggiori pensatori europei sul tema del rapporto fra io e l’altro e i nuovi orizzonti dell’idea di comunità in un orizzonte globalizzato.

di Simona Maggiorelli

festivalfilosofia di Modena

festivalfilosofia di Modena

Tramontata rapidamente la stagione in cui i filosofi, di fronte al palese fallimento della psicoanalisi, sembravano volersi riciclare come consiglieri di vita e districatori di dilemmi esistenziali, oggi i più noti pensatori sembrano tornare a sentire l’urgenza del presente e di una dimensione di riflessione pubblica e collettiva. Lo provano le numerose uscite editoriali degli ultimi mesi che riguardano i temi della democrazia, della laicità e della bioetica, dei nuovi diritti. Ma anche l’accendersi del dibattito sui giornali su temi come  l’immigrazione e sulle conseguenze dei processi di globalizzazione. Così, dopo edizioni dedicate ai “sensi” e alle “passioni”, il festival di filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo – dal 18 al 20 settembre – punta l’attenzione sul sociale, invitando filosofi di primo piano, soprattutto europei, a riflettere sulle forme del vivere collettivo e a proporre riflessioni politiche sulla polis del futuro. Da Savater a Severino, da Rodotà a Marramao, da Nancy a Balibar ad Augé, a Bodei e a molti altri, tutti invitati a pensare nuove forme di “comunità”.

Reincantare la politica. La proposta di Giacomo Marramao:

Oggi è il compito del filosofo per una nuova civitas, come società aperta, basata su un universalismo non astratto e sulla differenza fra uomo e donna e il confronto con differenti culture. è la proposta che Giacomo Marramao il 19 settembre farà all’agorà del Festivalfilosofia, quest’anno dedicato al tema della comunità.
Professor Marramao, ma lei non era il teorico del disincanto?
Lo ero nell’epoca delle ideologie. Allora il disincanto di Max Weber era uno strumento fondamentale. Oggi, invece, insistere sul disincanto significa portare acqua al mulino dell’esistente, dei poteri consolidati. Penso anche che non si possa più parlare di comunità in termini impolitici, paradossali, heideggeriani come fanno ancora Jean Luc Nancy o Roberto Esposito. Reincantamento della politica non significa neanche cercare simboli e feticci come lo erano la razza, la famiglia, la patria per la destra del Novecento. O il successo, il guadagno e l’uso del corpo femminile per la neo destra di Berlusconi. Reincantare la politica, all’opposto, significa praticare la concreta esperienza delle passioni, del desiderio, degli amori, dei legami. Politica è l’agire in comune che ha a che fare con la dimensione dell’identità personale più profonda. Certa ideologia intesa come promessa di futuro palingenetico ha fallito. Prendendo il 1989 come data simbolica, con la caduta del muro di Berlino è diventato evidente che quella politica produceva solo un “futuro passato” in cui era tutto era già predeterminato, senza creatività, senza invenzione. Nel ’68 tentammo di operare una rottura con quei partiti ormai burocratizzati ma anche noi eravamo intrisi di ideologia, anche se più futurista. E non fu vera liberazione. Un futuro vero si apre quando è legato alla potenza dei progetti di donne e uomini che operano nella realtà concreta.
L’accelerazione dei processi di globalizzazione sta cambiando gli assetti globali. Paesi giovani, per esempio nel Sudest asiatico, sono in rapida crescita e propongono culture diverse. Ma aumentano anche i migranti dai Paesi poveri. Risposte violente, come quella italiana verso chi sbarca pacificamente alla ricerca di un lavoro sono già, di per sé, un segno del “tramonto dell’Occidente”?
L’Occidente deve cominciare a considerarsi una parte del mondo e non la storia del mondo. è una zona ricca e per ora egemonica dal punto di vista economico, ma come ho scritto in Passaggio a Occidente (che ora Bollati Boringhieri pubblica in nuova edizione, accresciuta ndr) sta diventando terra di passaggio. L’Occidente non puòpiù pensare di controllare il mondo con la Coca cola, come se le merci potessero creare una connessione di senso, una dimensione simbolica forte in cui gli umani si possano riconoscere e unificare, omologandosi. Sì, tutti usano i jeans e internet ma non hanno rinunciato alle proprie identità. Anzi accentuano le proprie identità differenziali rispetto all’Occidente. Tendendo a radicalizzarle. Questo significa che se vogliamo trovare una dimensione simbolica che possa unificare il genere umano non può essere quella del mercato.

Il problema, lei dice, è l’indifferenza, in che senso?

Prendiamo la violenza fondamentalista, ad esempio. Non è dovuta come nelle epoche passate a odio fra gruppi differenti ma a una mancata conoscenza, a un meccanismo securitario di indifferenziazione. I kamikaze delle twin towers hanno ucciso non sapendolo anche individui di etnie arabe. Con la stessa indifferenziazione dei bombardieri Usa in Vietnam ieri e oggi in Iraq e Afghanistan. è una violenza indifferenziata che nasce dalla chiusura pregiudiziale a qualunque forma di esperienza sull’alterità e non da una ostilità determinata.

«Violenza indotta dall’indifferenza» ma anche dovuta a un incontro con l’altro basato su un fondamento religioso. Dunque astratto e disumano?
Accade quando si trova nelle religioni un elemento di identificazione. Se si chiede alla Lega di dare una cifra culturale la risposta è: noi siamo cristiani. Non è neanche un fatto di fede, ma di appartenenza.
La parola stessa comunità ha uno sfondo religioso poco progressista…
Ha una ambivalenza molto forte. Oggi possiamo recuperare questa categoria solo in un senso che la proietti al di là di questa dimensione: pensare a un essere in comune di individui, donne e uomini liberi, che partendo non da astratti progetti razionali ma dalle proprie esperienze di desiderio e di legami effettivi riescono a stabilire una forma di incontro che possa proiettare l’umanità nel futuro.

da left-avvenimenti  11settembre 2009

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