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Jean Luc Nancy: L’Italia sulla china della teocrazia

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Simona Maggiorelli

Avec francese, cum latino ma anche mit tedesco. Sono alcune delle facce del con, inteso come rapporto fra io e l’altro (e gli altri), al centro dell’ultimo lavoro del filosofo francese Jean-luc Nancy presentato in piazza a Sassuolo per Festivalfilosofia. Un lavoro in cui si ritrovano chiari rimandi ai suoi libri precedenti ma anche una più netta presa di distanza dai temi tipici del decostruzionismo (di cui insieme a Derrida Nancy è stato l’iniziatore) e una più sottile e articolata critica a Heidegger. Anche se proprio da un passaggio di Essere e tempo prende avvio la riflessione sull’avec. «Hedeigger parlava di “essere con” e scriveva che il “con” è una parte essenziale dell’esserci. Il “con” per lui non era un attributo supplementare. Anche se in Essere e tempo , a dire il vero, non gli dedica che poco spazio.
Per lei l’avec è la condizione del senso?
Apre al senso. Anche se non è di per sé il senso. Non c’è senso per una persona sola. Io posso starmene da solo, pensare, scrivere. Ma non è solitudine totale come accadrebbe se gli altri non esistessero. L’assoluta solitudine non esiste. è impossibile pensare dio senza il mondo. O meglio: è impossibile pensare dio assolutamente.
Al “con” come radice della moderna democrazia lei ha dedicato un saggio piuttosto forte, inusuale, uscito in Italia per Cronopio.
Ho scritto che la politica non è il luogo della verità (del senso). La stessa parola politica è stata abbastanza abusata e violentata. Nella Grecia di Platone la politica indicava il senso della comunità. Ma quella concezione che troviamo espressa in Politeia coincideva con una sorta di religione civile. In seguito la parola politica ha acquisito un significato completamente diverso dalla religione. Di più: è diventata ciò che si oppone alla religione. Oggi non abbiamo più religioni civili. Non possiamo più metterci a parlare del destino dei popoli. La democrazia si rapporta all’uomo. E non c’è mai stata una religione civile democratica. La democrazia non si rapporta a un valore assoluto metafisico.
Fin qui la pars destruens. Per lei cosa è la politica?
La politica riguarda la sfera del privato di ciascuno di noi. Deve preservare l’accesso delle persone alle sfere della produzione di senso: deve poter permettere alle persone di incontrarsi, di leggere, di conoscere, di fare letteratura, arte e tutto ciò che può concorrere alla propria realizzazione come persona. Certo, la mia non è una riflessione in senso stretto sul “che fare” dal punto di vista dell’azione. Ci saranno senz’altro buoni mezzi per togliere la poltrona a Sarkozy o a Berlusconi, ma in questa sede ci deve interessare un pensiero valido sulla politica. E devo dire che non sono d’accordo con quanti sostengono che la politica sia la risposta a tutto. In questo modo non si arriva da nessuna parte
Lei ha detto che la sinistra è malata. Perché?
Perché è ancora malata di ideologia. Il comunismo era la verità. Era una specie di religione civile. Ora il comunismo non esiste più come orizzonte e la sinistra deve darsi una nuova definizione, un nuovo volto. Intanto cominciando da alcune parole chiave. Una di queste è “ giustizia”: cosa si intende oggi a sinistra per giustizia? è tutta da costruire, da inventare.
La parola laicità, specie per la sinistra italiana, è un’altra parola chiave?
La Chiesa è la grande peccatrice. Per il fatto che indice crociate e uccide. Lo ha sempre fatto e non solo in Italia. Da un punto di vista politico la situazione italiana mi fa venire in mente l’Iran o Israele. Ma per altri versi anche gli Stati Uniti dove gli evangelici fanno campagne feroci contro l’aborto. Ma come accennavo poco fa la democrazia nasce quando avviene la separazione fra Stato e Chiesa. La laicità è la precondizione della democrazia.
Nel declinare il tema dell’io e del rapporto con l’altro al festival si è parlato molto anche di migranti. Come legge le “politiche dei respingimenti”.
Li trovo assurdi. I migranti sono portatori di una potenza “vitale” e contaminante nella nostra società. Si fa un gran parlare delle radici dell’Europa ma fra cinquant’anni non sarà più quella di oggi, avrà un volto culturale interamente nuovo. E oggi a sentire quelli che si scagliano contro l’immigrazione e che cercano di ostacolarla con leggi xenofobe e assurde mi sembra di leggere chi alla fine dell’impero romano scriveva di crollo dell’impero e della civiltà e non vedeva che accanto alla distruzione c’era un nuovo che stava nascendo.
Nel suo approccio filosofico al tema del rapporto fra uomo e donna lei ha parlato della centralità del corpo, come fusione di fisico e psichico, perché questa scelta lessicale “retro”?
In realtà corpo oggi è una parola un po’ imbarazzante: si parla molto di intelligenze artificiali, di chirurgia estetica e di body building. Quest’ultimo, per esempio, è un modo per trasmettere un’idea di bellezza, di forza. Ma non è molto interessante. Così si tende a pensare il corpo come pura materialità. Lo stesso può accadere leggendo male alcuni progressi della medicina. Io stesso ho subito 19 anni fa un trapianto di cuore. E trovo assai piacevole vivere fino a 60 anni con un cuore nuovo, piuttosto che morire a 40 anni. Ma non è il numero di anni vissuto che fa il senso di una vita. Altrimenti valuteremmo la vita come quantità e non come qualità. Ed è profondamente sbagliato. Non bisogna tenere in vita le persone quando fosse solo vita biologica. Né bisogna soffrire né far soffrire inutilmente. Tornando alla sua domanda mi viene in mente ciò che diceva Aristotele: l’anima è la forma del corpo organizzata, mi pare interessante. Anche se dio è morto e con lui anche la parola anima. Nietzsche cominciò a parlare del corpo in modo diverso, lontano da Cartesio che ne parlava in termini solo meccanicistici.
Il corpo è la presenza stessa della persona. In quanto sensibile e capace di sentimenti, che si apre al senso nel rapporto con l’altra. La sessualità è il rapporto dei rapporti. Un corpo insensibile, per me, non ha alcun significato.

IL PERCORSO FILOSOFICO
Il rapporto fra uomo e donna, il corpo, il sentire. Jean-Luc Nancy in fuga da una sophia che è solo sapere astatto.
Mai come nell’ultimo anno si è assistito a un proliferare di pubblicazioni in Italia del filosofo francese Nancy: saggi di suo pugno come il recentissimo Sull’amore (Bollati Boringhieri) e come il denso Indizi sul corpo, (il testo con cui la casa editrice Ananke ha inaugurato una collana editoriale diretta dal filosofo Marco Vozza). Ma anche volumi a più mani come Verità della democrazia pubblicato da Cronopio (recensito su queste pagine da Filippo La Porta). E ancora, conferenze che Nancy ha tenuto in giro per il mondo e che il filosofo emerito dell’università di Strasburgo ha mandato alle stampe conservando, solo con qualche piccola correzione, il testo della ragistrazione. è questo il caso, per esempio, del volume M’ama, non mi ama (Utet) in cui Nancy affronta il tema cercando di indagarne gli aspetti taciuti dalla storia della filosofia ma anche affrontando ilema della «crisi dell’amore», inteso come matrimonio, come famiglia. Dimensioni sociali che mostrano la corda e che diventano sempre più obsolete di fronte alle scelte delle giovani generazioni che in Francia scelgono la convivenza e forme non istituzionali di vivere il rapporto di coppia. Ma quella di Nancy ovviamente non è un’indagine sociologica e, in una scrittura che conserva echi del parlare a braccio, emergono confronti con temi come immaginazione, desiderio, identità, sessualità, narcisismo, eternità declinati di volta in volta su sollecitazione dei giovani che partecipano alla conferenza. Con una modalità dialogica che cerca di evitare l’astrattezza filosofica ma che in certi passaggi rischia di arenarsi nell’ovvio.

da left-Avvenimenti 25 settembre 2009

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L’eros non si addice al logos occidentale

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2009

di Simona Maggiorelli

velàzquez, Venus,1650

velàzquez, Venus,1650

Con libri come Le forme del visibile, filosofia e pittura da Cézanne a Bacon (Pendragon) il filosofo Marco Vozza si è dedicato a un interessante tentativo di elaborazione di un’estetica basata su un’idea di autonomia dell’opera d’arte rispetto al contesto in cui nasce ma anche sul riconoscere alle immagini un contenuto di pensiero che si esprime nella forma. A fare da traccia, qui, è la lezione di Focillon da cui il docente di filosofia teoretica dell’università di Torino ha mutuato la celebre espressione «il segno significa, mentre la forma si significa». Una visione del fatto artistico che parte dal presupposto che «l’arte, così come la scienza e la filosofia – scrive Vozza – sia uno strumento di conoscenza». In questa chiave, l’opera d’arte nata nel «flusso della vita» conserva un plenum che è proprio della percezione sensibile, mentre forma e contenuto, del tutto inscindibili, esprimono un’eccedenza rispetto allo spirito del tempo in cui sono state realizzate. Con questa filosofia dell’arte che qui abbiamo riassunto rozzamente il professore ha riletto l’opera dei maggiori artisti del Novecento e ha dato vita a una collana editoriale coinvolgendo altri importanti autori nel progetto. Per le edizioni Ananke sono già usciti i primi due titoli. Il primo di Didier Anzieu dedicato al pittore Francis Bacon e un secondo, Indizi sul corpo, firmato da Jean Luc Nancy: non un volume collettaneo che mette insieme testi di conferenze svolte in epoche diverse (come ne stanno uscendo molti, di Nancy, in questi mesi) ma un testo filosofico in senso stretto. Tenendo presente il lavoro del filosofo francese dedicato ai temi dell’eros a Sassuolo oggi alle 21 Marco Vozza farà la sua lectio magistralis analizzando come filosofi e psiconalisti hanno letto il desiderio. Così dopo il saggio A debita distanza (Diabasis) in cui Vozza raccontava il tormentato rapporto fra Kierkegaard, Kleist, Kafka e le rispettive fidanzate, il filosofo torinese aggiunge un nuovo capitolo alla sua disanima dei tentativi da parte dei pensatori cresciuti nel culto del logos occidentale di controllare e soffocare il desiderio, cristianamente visto come male. «Nel mio intervento – dice il professore – cercherò di spiegare come la dinamica del desiderio sia stata letta come esperienza che approda a una configurazione (filosoficamente) solipsistica e (psicologicamente) narcisistica, in ossequio alla metafisica dell’età moderna e poi contemporanea. E sosterrò con una certa risolutezza che, fin quando ci si attiene a tale logica (o grammatica) del desiderio, si manca o si fallisce l’esperienza d’amore». In altre parole? «Si tratta innanzitutto di decostruire una certa idea di desiderio che si ritrova già in un moralista come La Rochefoucault, il quale sosteneva che gli uomini non avrebbero mai pensato all’amore se non ne avessero sentito parlare da qualcun altro, che “le passioni si nutrono di cliché” e che “la maggior parte delle emozioni sono di origine convenzionale”. Ma – prosegue Vozza – questo carattere mimetico del desiderio è stato ribadito e teorizzato più recentemente anche da un filosofo e antropologo come René Girard». E in precedenza lo ritroviamo in Proust. «Per l’autore della Recherche – spiega Vozza – la realtà non ha alcun ruolo costitutivo o dirimente nel desiderio che, per lui, è fondamentalmente di natura proiettivo-fantasmatica. Pertanto l’amore esprime la perversione del soggetto. L’intera tradizione occidentale – sottolinea il professore -, senza particolari eccezioni, si avvale di uno schema in base al quale l’esperienza amorosa è pensata in termini di una logica (o di una grammatica) del desiderio a carattere proiettivo-fantasmatico piuttosto che in termini di relazione tra un uomo e una donna. Quale soggetto è attivo all’interno di questo scenario? Un individuo, anzi due individui che si rispecchiano fedelmente nel perseguire simulacri del Nulla, confrontandosi tra loro come nello stato di natura descritto da Hobbes; un individuo ignaro del carattere comunitario del suo essere-al-mondo, del con-essere. Questo individuo, estraneo al contagio della relazione, così “immunizzato”, non può che muoversi inquieto nell’esistenza perché – conclude Vozza – osserva un’originaria e angosciosa inimicizia e una irriducibile propensione al potere…in una costante disposizione distruttiva che si avvale della capacità di uccidere: “gli uomini per naturale passione sono reciprocamente offensivi”, scrive l’autore del Leviatano». E in questa visione così desolata dell’uomo si potrebbero variamente collocare in molti, da Platone a Freud.

dal quotidiano Terra, 18  settembre 2009

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Non è più tempo di disincanto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2009

Dal 18 al 20 settembre 2009 torna la più importante kermesse italiana dedicata alla filosofia. A Modena, Carpi e Sassuolo oltre duecento incontri e  50 lezioni magistrali dei maggiori pensatori europei sul tema del rapporto fra io e l’altro e i nuovi orizzonti dell’idea di comunità in un orizzonte globalizzato.

di Simona Maggiorelli

festivalfilosofia di Modena

festivalfilosofia di Modena

Tramontata rapidamente la stagione in cui i filosofi, di fronte al palese fallimento della psicoanalisi, sembravano volersi riciclare come consiglieri di vita e districatori di dilemmi esistenziali, oggi i più noti pensatori sembrano tornare a sentire l’urgenza del presente e di una dimensione di riflessione pubblica e collettiva. Lo provano le numerose uscite editoriali degli ultimi mesi che riguardano i temi della democrazia, della laicità e della bioetica, dei nuovi diritti. Ma anche l’accendersi del dibattito sui giornali su temi come  l’immigrazione e sulle conseguenze dei processi di globalizzazione. Così, dopo edizioni dedicate ai “sensi” e alle “passioni”, il festival di filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo – dal 18 al 20 settembre – punta l’attenzione sul sociale, invitando filosofi di primo piano, soprattutto europei, a riflettere sulle forme del vivere collettivo e a proporre riflessioni politiche sulla polis del futuro. Da Savater a Severino, da Rodotà a Marramao, da Nancy a Balibar ad Augé, a Bodei e a molti altri, tutti invitati a pensare nuove forme di “comunità”.

Reincantare la politica. La proposta di Giacomo Marramao:

Oggi è il compito del filosofo per una nuova civitas, come società aperta, basata su un universalismo non astratto e sulla differenza fra uomo e donna e il confronto con differenti culture. è la proposta che Giacomo Marramao il 19 settembre farà all’agorà del Festivalfilosofia, quest’anno dedicato al tema della comunità.
Professor Marramao, ma lei non era il teorico del disincanto?
Lo ero nell’epoca delle ideologie. Allora il disincanto di Max Weber era uno strumento fondamentale. Oggi, invece, insistere sul disincanto significa portare acqua al mulino dell’esistente, dei poteri consolidati. Penso anche che non si possa più parlare di comunità in termini impolitici, paradossali, heideggeriani come fanno ancora Jean Luc Nancy o Roberto Esposito. Reincantamento della politica non significa neanche cercare simboli e feticci come lo erano la razza, la famiglia, la patria per la destra del Novecento. O il successo, il guadagno e l’uso del corpo femminile per la neo destra di Berlusconi. Reincantare la politica, all’opposto, significa praticare la concreta esperienza delle passioni, del desiderio, degli amori, dei legami. Politica è l’agire in comune che ha a che fare con la dimensione dell’identità personale più profonda. Certa ideologia intesa come promessa di futuro palingenetico ha fallito. Prendendo il 1989 come data simbolica, con la caduta del muro di Berlino è diventato evidente che quella politica produceva solo un “futuro passato” in cui era tutto era già predeterminato, senza creatività, senza invenzione. Nel ’68 tentammo di operare una rottura con quei partiti ormai burocratizzati ma anche noi eravamo intrisi di ideologia, anche se più futurista. E non fu vera liberazione. Un futuro vero si apre quando è legato alla potenza dei progetti di donne e uomini che operano nella realtà concreta.
L’accelerazione dei processi di globalizzazione sta cambiando gli assetti globali. Paesi giovani, per esempio nel Sudest asiatico, sono in rapida crescita e propongono culture diverse. Ma aumentano anche i migranti dai Paesi poveri. Risposte violente, come quella italiana verso chi sbarca pacificamente alla ricerca di un lavoro sono già, di per sé, un segno del “tramonto dell’Occidente”?
L’Occidente deve cominciare a considerarsi una parte del mondo e non la storia del mondo. è una zona ricca e per ora egemonica dal punto di vista economico, ma come ho scritto in Passaggio a Occidente (che ora Bollati Boringhieri pubblica in nuova edizione, accresciuta ndr) sta diventando terra di passaggio. L’Occidente non puòpiù pensare di controllare il mondo con la Coca cola, come se le merci potessero creare una connessione di senso, una dimensione simbolica forte in cui gli umani si possano riconoscere e unificare, omologandosi. Sì, tutti usano i jeans e internet ma non hanno rinunciato alle proprie identità. Anzi accentuano le proprie identità differenziali rispetto all’Occidente. Tendendo a radicalizzarle. Questo significa che se vogliamo trovare una dimensione simbolica che possa unificare il genere umano non può essere quella del mercato.

Il problema, lei dice, è l’indifferenza, in che senso?

Prendiamo la violenza fondamentalista, ad esempio. Non è dovuta come nelle epoche passate a odio fra gruppi differenti ma a una mancata conoscenza, a un meccanismo securitario di indifferenziazione. I kamikaze delle twin towers hanno ucciso non sapendolo anche individui di etnie arabe. Con la stessa indifferenziazione dei bombardieri Usa in Vietnam ieri e oggi in Iraq e Afghanistan. è una violenza indifferenziata che nasce dalla chiusura pregiudiziale a qualunque forma di esperienza sull’alterità e non da una ostilità determinata.

«Violenza indotta dall’indifferenza» ma anche dovuta a un incontro con l’altro basato su un fondamento religioso. Dunque astratto e disumano?
Accade quando si trova nelle religioni un elemento di identificazione. Se si chiede alla Lega di dare una cifra culturale la risposta è: noi siamo cristiani. Non è neanche un fatto di fede, ma di appartenenza.
La parola stessa comunità ha uno sfondo religioso poco progressista…
Ha una ambivalenza molto forte. Oggi possiamo recuperare questa categoria solo in un senso che la proietti al di là di questa dimensione: pensare a un essere in comune di individui, donne e uomini liberi, che partendo non da astratti progetti razionali ma dalle proprie esperienze di desiderio e di legami effettivi riescono a stabilire una forma di incontro che possa proiettare l’umanità nel futuro.

da left-avvenimenti  11settembre 2009

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