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Nagasawa, tra visibile e invisibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 22, 2013

Nagasawa al Macro

Nagasawa al Macro

Un blocco di marmo sfida la forza di gravità, sostenuto da esili fili in acciaio. Riuscendo, nonostante il peso reale, a sembrare una soffice nuvola sospesa a mezz’aria. S’intitola Epicarmo la nuova, elegante, scultura di Hidetoshi Nagasawa in mostra al Macro di Roma. Fino al primo settembre. Insieme ad altre sei sculture monumentali fra le quali Iride (1993), Ombra verde (2000) e Dormiveglia (2009), l’opera presentata al Festivalfilosofia di Modena in cui il maestro giapponese esplora la “Reverie” poetica e creativa.

Un tema mutuato dalla letteratura europea che Nagasawa coniuga con i temi dell’arte e della filosofia orientale.

La sua opera, infatti, nasce dall’incontro creativo fra la sua cultura d’origine (è nato nel 1940 in Manciuria da una famiglia giapponese) e quella di adozione, italiana in primis, Nagasawa arrivò nella Penisola quarantacinque anni fa al termine di un lungo viaggio in bicicletta attraverso l’Asia e il Medio Oriente, ispirato alla filosofia zen che esalta il valore della ricerca continua, lo “Streben” per la conoscenza piuttosto che l’acquisizione e la conquista (come racconta Aldo Tollini ne Lo Zen, Einaudi).

E approdò nella Milano ricca di fermenti culturali dei primi anni Sessanta, che ancora risentiva della lezione di Lucio Fontana.

Nagasawa, ombra verde

Nagasawa, ombra verde

Una personalità poliedrica che ha esercitato una forte influenza sull’opera di Nagasawa che attraverso sculture fatte di lunghe e scabre assi sembra voler ricreare non solo la tradizione giapponese della pittura ad inchiostro di china ma anche la potenza del segno che Fontana realizzava con i tagli. Inoltre a Milano Nagasawa ha frequentato assiduamente artisti come Castellani ed esponenti dell’Arte Povera come Luciano Fabro, con il quale ha condiviso la scelta di materiali nobili come il marmo e semplici come la carta e il legno. Gli stessi che ritroviamo protagonisti della personale al Macro curata da Bruno Corà e Aldo Iori, incentrata su essenziali composizioni che si reggono per un complesso e invisibile rapporto di forze contrapposte. Nelle sue opere la tensione tra Oriente e Occidente si dipana in una riflessione sullo spazio (carico di memoria), sul tempo interiore, sulla forza della creatività umana. Un tema che l’artista sviluppa dai tempi in cui, giovanissimo, viveva a Tokyo e seguiva le sprimentazioni del gruppo Gutai di cui ammirava la creatività, la libertà di espressione, le novità di linguaggio.

Da qui il suo tentativo di trovare una propria strada originale utilizzando video e parole, concepite come elemento visivo, incise su lastre metalliche. Ma le realizzazioni che meglio esprimono la sua cifra personalissima ci paiono essere soprattutto le sculture “in bilico”, giocate sul rapporto tra visibile e invisibile, tra la materialità della scultura e ricerca di leggerezza. In questa chiave nel 1997 ha realizzato il giardino di Abeona nel parco regionale dell’Appia. E ora nella Ex Cartiera Latina nel Parco dell’Appia Antica a Roma quattro opere permanenti di Nagasawa dialogano con quelle di 16 artisti contemporanei nella mostra Tu sei il mio volto.       (Simona Maggiorelli)

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Anteprima Biennale di Venezia. Pietromarchi: “il mio padiglione italiano, fra arte e storia”

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 2, 2013

Biennale d'arte Venezia, 2013

Biennale d’arte Venezia, 2013

di Simona Maggiorelli

Lontano dall’idea che l’epicentro dell’arte sia, sempre e comunque, in capitali occidentali come New York, Londra e Parigi,  Bartolomeo Pietromarchi, curatore del padiglione Italia 2013 alla Biennale di Venezia è un attento e curioso esploratore anche di culture lontane, come quelle asiatiche.  Come racconta la bella mostra del giapponese Hidetoshi Nagasawa che ha voluto al Macro di Roma da lui diretto e la prossima retrospettiva romana dell’artista Ji Dachun, che riprende l’antica tradizione cinese per leggere il contemporaneo. Ma Bartolomeo Pietromarchi è anche e soprattutto uno studioso di arte italiana contemporanea.

Agli ultimi cinquant’anni della nostra storia il direttore del Padiglione Italia del- la Biennale internazionale di arte 2013 ha dedicato il suo ultimo libro L’Italia in opera, la nostra identità attraverso le arti visive, uscito nel 2012 per Bollati Boringhieri. Un volume in cui, forte dell’esperienza alla Fondazione Adriano Olivetti (che ha diretto dal 2002 al 2007) traccia un’appassionata mappa delle arti visive italiane che narrano il nostro tempo presente. Raccontando come l’Italia sia diventata «il soggetto di opere che con impegno politico e civile scandagliano le cronache quotidiane e i nodi irrisolti della nostra storia». «Opere che – scrive il critico d’arte – s’infiltrano tra le pieghe di realtà sommerse, scuotono le coscienze e aprono squarci di verità scomode o ignorate».

Pietromarchi, il pensiero espresso nel suo libro è anche alla base della collettiva inti- tolata Vice versa nel suo Padiglione Italia alla Biennale che si apre il primo giugno?

Bartolomeo Pietromarchi

Bartolomeo Pietromarchi

E’ un pensiero che giunge da lontano, che fa tesoro della lezione di Olivetti e si è sviluppato in un percorso che ho fatto in questi anni seguendo, con studi e mostre, sia gli artisti della mia generazione, nati intorno al ’68, sia quelli della generazioni precedenti. Il Padiglione italiano rappresenta per me un passaggio ulteriore, un approfondimento ma anche un sostegno e una promozione dell’arte italiana degli ultimi anni. Ci credo moltissimo. Ci sono molti artisti validi nel nostro Paese ai quali però manca un sostegno quantitativo e continuativo. Molto spesso gli artisti italiani devono trovarsi le proprie occasioni andando all’estero. Qui non trovano chi li sostenga con una strategia. Mi piacerebbe che questo mio lavoro potesse essere un segnale di come si può e si deve fare a livello istituzionale. Con un po’ di creatività, che è la cosa fondamentale

Tra il caos della collettiva organizzata due anni fa da Vittorio Sgarbi e l’aristocratica mostra di Ida Gianelli che scelse due soli autori, lei come si collocherà?

Ho scelto 14 artisti. Il progetto Vice versa prevede 7 ambienti: di cui 6 sono all’interno del Padiglione e uno è nel Giardino delle Vergini. Ogni ambiente ospiterà due artisti per volta, accostati in un dialogo ideale sulla base di affinità sia tematiche che processuali. È pensato come una riflessione sulla loro opera. Ma il curatore ha anche il compito di aiutare gli artisti, di metterli nelle condizioni perché possano esprimersi al meglio.

Un esempio di “connessione”?

ca-giustinian-biennale-veneziaQuella fra Fabio Mauri e Francesco Arena sul tema del corpo e della storia, per esempio. Entrambi hanno interpretato passaggi importanti della nostra storia: Mauri, il fascismo, Arena, il terrorismo. Ma filtrati attraverso il proprio corpo.In Mauri la performance. Con Arena ritroviamo quei suoi lavori che fanno riferimento al suo corpo come misurazione delle cose.

L’attenzione al sociale ha sempre connotato fortemente il suo lavoro di curatore. Anche in questo caso?

Sì, per me l’arte è inscindibile da una prospettiva sociale. E i veri artisti interpretano il loro tempo. Questo nel Padiglione sarà estremamente evidente. Da curatore penso sia importante arricchire il lavoro degli artisti con la sociologia, con la storia, con la politica, in senso alto. Anche con la geografia. A Venezia ci sarà, per esempio, Luigi Ghirri che ha lavorato tantissimo sull’idea di paesaggio. Così come Luca Vitone. Saranno insieme nella stessa stanza. In tutto il mio percorso è sempre stato vitale questo tipo di approccio.

Già questo è un elemento di novità rispetto al main stream che va per la maggiore nei musei occidentali…

Forse sono meno visibili di altri ma ci sono artisti che affrontano questioni a livello globale, non solo a livello locale. Parlo di un’arte che ha riflettuto sulle tematiche del territorio, del sociale, a livello politico. Un tipo di arte con cui molti della mia generazione sono cresciuti. Il tipo di arte di cui lei parla è ascrivibile a una dimensione di mercato. E in effetti in questi anni a prevalere sono state altre logiche, legate a derive di quel sistema. Il mercato in sé non sarebbe un male ma negative sono le derive del mercato, quando il mercato diventa speculazione, quando diventa pura finanza e alcuni musei, gallerie e molti collezionisti hanno rivolto l’attenzione a quell’aspetto. Con la crisi, oggi, questo sistema si è molto ritratto. Un tipo di arte di “successo” fa già parte di un panorama passato. E un altro modo di fare arte penso abbia ora la possibilità di essere più visibile.

La crisi, paradossalmente, ha avuto effetti positivi?

Positivi fra virgolette. Virtualmente positivi. Anche questo sarà evidente a Venezia. Gli interventi saranno molto secchi, le opere non voglio dire che siano dure, ma avranno un aspetto di grande impegno. Anche rispetto allo spazio, che sarà molto forte, molto caratterizzato. Gli artisti stanno sviluppando dei progetti che reagiscono al contesto. Visivamente sarà un percorso teso. Di certo non farà leva sulla decorazione.

Nelle ultime tre edizioni della Biennale d’arte, nella mostra internazionale, ha prevalso l’arte concettuale, quella più autoriflessiva, razionale, disseccata. Al confronto le ultime edizioni delle Biennali architettura sono apparse più ricche di fantasia, “calde”, coinvolgenti. Forse perché l’architettura deve tener conto dell’abitare umano.

C’è una distinzione da fare: mentre i padiglioni nazionali presentano delle monografiche o comunque contano su un numero limitato di artisti e lì si può fare un discorso curatoriale, la mostra principale, quella internazionale, ha a che fare con più di cento artisti; ha a che fare con tutto e con tutti, l’obiettivo è far vedere, documentare ciò che sa accadendo. Con titoli molto ampi. Per usare un eufemismo. Titoli del tipo “Fare mondo”, “Illuminazioni”…

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni

Ma non è responsabilità anche di quelli che Bonito Oliva chiama «curatori camerieri»?

Certo, c’è chi tenta di dare una propria visione e chi fa un lavoro più di servizio. Non è il caso di Massimiliano Gioni (il direttore della Biennale 2013, ndr) a mio avviso, che invece ha individuato un tema molto interessante e guarda anche fuori dal mondo dell’arte recuperando aspetti antropologici, sociologici, intorno al tema dell’archivio e della classificazione.

Con uno sguardo al mondo della moda?

No, decisamente.

Lei ha sempre detto che le piace collaborare. Con Gioni avete avuto modo di confrontarvi in questi mesi?

Collaborare è una parola grossa in questo caso. Il tempo è pochissimo. Però ho trovato molti punti di contatto nella scelta dei temi, c’è un contesto che ci unisce. La collaborazione invece si è sviluppata nel grande team che sta lavorando al padiglione e per la realizzazione del catalogo: ho invitato più autori – fra loro Marco Belpoliti, Elena Volpato e Stefano Chiodi – ad affrontare le tematiche sviluppate dagli artisti nelle varie stanze. Questa riflessione sfocerà in un convegno ad ottobre dove riprenderemo i fili di quanto succederà in Biennale.

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