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Posts Tagged ‘Francesca Alfano Miglietti’

Sculture come magneti di storia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2012

Muri di valigie di chi non tornò mai dal lager. Monocromi e  scabre opere grafiche. A Milano una retrospettiva dedicata a Fabio Mauri

di Simona Maggiorelli

Fabio Mauri, Muro occidentale o del pianto 1993

La ferita aperta dal fascismo non si rimarginò mai in lui. E, con spietato coraggio, per tutta la vita continuò a interrogarsi su come fosse potuta accadere quell’immane tragedia. Lo fece con opere grafiche scabre, graffiate e, a loro modo, poetiche.

Con quadri laceri e arsi come le tele di Alberto Burri. E ancora con opere monumentali come una parete di valigie appartenute a chi non tornò mai a casa. Quel Muro occidentale o del Pianto  presentato alla Biennale di Venezia del  1993 ora svetta in Palazzo Reale a Milano al centro della mostra Fabio Mauri The End (dal 18 giugno al 23 settembre, catalogo Skira) richiamando alla mente la memoria dei deportati nei campi di concentramento ma anche l’immagine dei migranti di oggi, venuti dal Sud del mondo per morire di lavoro in un cantiere o ancor prima di arrivare, naufraghi in mare.

Un tema quello della denuncia del razzismo che percorre carsicamente tutta l’opera di Fabio Mauri, fin dalla performance L’Ebrea del 1971, con una donna, sola e nuda, al centro di una scena asettica. «In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo» annotava in quello stesso anno, in un frammento ora raccolto nel libro Fabio Mauri, Ideologia e memoria appena uscito per Bollati Boringhieri. E ancora, tornando a scavare le radici marce del regime e la falsa coscienza dell’ideologia: «Mi rendevo conto che il fascismo e il nazismo non erano eventi obbligatori, non erano un fatto geografico e quasi naturale come si voleva credere allora. Ma che erano attraversamenti arbitrari, terrificanti, falsi e mortali, privi di pensiero». Così rifletteva Fabio Mauri  in una delle sue ultime conversazioni con Achille Bonito Oliva. E poi aggiungeva con lucidità: «La stupidità genera morte, l’ho visto con i miei occhi».

Da questa bruciante consapevolezza nasceva una delle sue opere più note Che cosa è il fascismo, un lavoro performativo che distillava in scrittura drammaturgica l’esperienza giovanile di trovarsi d’un tratto,  suo malgrado,  fra giovani Balilla «stolidamente militarizzati».

Un teatro straniante quello di Fabio Mauri, tragico, ma che non conosceva catarsi. Alimentato com’era da un corrosivo esistenzialismo che a tratti sembrava precipitare nel  nihilismo. Come quando, per liberarsi da una cultura uccisa dagli stili o per protestare contro le piatte immagini della televisione, ostentava schermi bianchi e cercava «il grado zero dell’immagine», come si diceva allora con linguaggio aridamente strutturalista.

Fabio Mauri

E se i suoi “oggetti trovati”, microfoni, vecchi corni, orologi, zaini, come reperti di epoche passate, sono ancora oggi magneti che ci restituiscono il senso della storia, questa produzione più freddamente avanguardistica fatta di monocromi e di schermi nudi è quella che risulta più datata dell’opera di Mauri che questa mostra milanese curata da Francesca Alfano Miglietti ha comunque il merito di riproporre per intero in questa prima, vera, retrospettiva dalla morte dell’artista avvenuta nel 2009. Approfondire la personalità di Fabio Mauri, non solo come artista ma anche come editore, del resto, permette di comprendere più a fondo la temperie di gruppi intellettuali pre e post sessantottini (come quelli che si riunivano intorno alla rivista Quindici) che con il loro esistenzialimo intriso di cattolicesimo hanno segnato – e non sempre in positivo – la cultura italiana.

da left-avvenimenti

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La nuova frontiera della bioarte

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 20, 2009


Intellettuali e artisti  in una due giorni di studi per parlare di creatività, scienza e  nuovo ambiente umano

di Simona Maggiorelli

Love difference di Pistoletto

Love difference di Pistoletto

Derrick de Kerckhove, con l’antropologo Marc Augé e l’artista Michelangelo Pistoletto, ideatore alla metà degli anni Sessanta dei primi quadri specchianti nonché della celebre Venere degli stracci, sono fra i protagonisti di una due giorni dedicata alla bioarte, il 22 e 23 maggio nel museo di palazzo Tornielli, a Miasino e Ameno, in provincia di Novara. Con loro, tra gli altri, ci saranno i critici d’arte Massimo Melotti e Francesca Alfano Miglietti ma anche lo studioso di nuovi media Juan Carlos de Martin.

Con il titolo “Futura. Mutamenti e visioni del contemporaneo” prende il via un dialogo fra filosofi, artisti e scienziati per riflettere sugli sviluppi del biotech ma anche delle sue ricadute, nella realtà e in quello che una volta si chiamava “l’immaginario collettivo”. La due giorni di studi, promossa dall’associazione Asilo bianco, ha un obiettivo preciso: mettere in moto la creatività in ogni campo per migliorare la qualità della vita delle persone senza distruggere il paesaggio. Anzi al contrario mettendo l’arte, la creatività ma anche l’innovazione tecnologica “a servizio” del territorio, per il rispetto della natura, ma anche e soprattutto per creare un ambiente più umano. Così se i protagonisti della land art degli anni Settanta costruivano con terra e sassi spirali sulla superficie dei grandi laghi dello Utah oppure sorvolavano lo Yucatan per andare a mettere frammenti di specchio fra gli alberi, oggi i fautori della bioarte utilizzano le scoperte fatte nei laboratori di genetica per far discutere sulle possibilità positive ma anche sui rischi dell’uso indiscriminato della genetica (vedi l’interessante volume Dalla land art alla bioarte, Hopefulmonster).

«Una visione del futuro – spiega il bioartista Paolo Gilardi – non può che nascere da un’analisi delle mutazioni in atto nella contemporaneità. Ma è qui che si presenta la sfida che consiste nel discriminare le tendenze “vincenti”. La ricerca artistica fornisce a questa analisi la “lente” della soggettività ma anche dei bisogni e delle esigenze collettive più profondi». La ricerca della bioarte, così si fa parente stretta della bioetica e della biopolitica mettendo in rete a livello globale tutti quegli artisti che «si interrogano sul rapporto dell’uomo con la natura e prefigurano esperienze esistenziali nuove sul piano dei comportamenti, delle relazioni e della visione euristica del mondo». Un progetto che Gilardi cerca di realizzare anche attraverso il lavoro dell’Art program del Parco d’arte vivente, la nuova istituzione civica di Torino dedicata al rapporto tra arte e natura.

love difference 2E di ricerca artistica “responsabile”, aperta al sociale, parla anche l’artista Michelangelo Pistoletto, con il progetto Love difference, realizzato a più mani con altri artisti e con una associazione no profit nata proprio per «stimolare il dialogo tra le persone che appartengono a diversi background culturali, politici o religiosi». Un progetto che nella Biennale di Venezia del 2005 sfociò nel progetto Terzo Paradiso. «Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Significa – spiega Pistoletto – il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza».

da Terra del 20 maggio 2009

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