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Canto per Lampedusa. Un libro e un reading di MassimoCarlotto

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 6, 2014

 la via apreL’odissea dei migranti africani diventa fiaba nel nuovo libro di Massimo Carlotto, La via del pepe. Con il disegnatore Alessandro Sanna, lo scrittore costruisce un toccante racconto per immagini. Contro i luoghi comuni dei benpensanti europei.
di Simona Maggiorelli
Un ragazzo con la testa piena di sogni se ne sta seduto a prua, su una carretta piena di migranti, gestita da un mafioso libico. Ha 19 anni, si chiama Amal, «che in arabo vuol dire speranza».
«Lo avevano sistemato sulla punta proprio per il suo nome » scrive Massimo Carlotto. «E per quei cinque grani di pepe che stringeva nel pugno». Semi preziosi che gli erano stati regalati dal nonno Boubacar Dembélé, guaritore, saggio, poeta, «narratore delle storie della settima via del pepe e custode dei segreti del foggara, l’arte di scavare i pozzi nel deserto».
Amal è il protagonista del nuovo libro di Carlotto, La via del pepe ( Edizioni e/o) che racconta l’ odissea dei migranti nel Mediterraneo con linguaggio icastico e poetico. Complici le suggestive tavole dell’illustratore Alessandro Sanna.
Ricorrere alla fiaba, Carlotto, è anche un modo per restituire identità e dignità a quei migranti dall’Africa che le cronache trattano in termini di emergenza sicuritaria?
Sì, questa era la mia intenzione. Da tempo volevo scrivere su Lampedusa e su questi viaggi per mare che si trasformano in tragedia. Ma mi rendevo conto che non riuscivo a rendere la crudezza della realtà. Allora ho scelto di ricorrere ad un mondo fantastico per rendere la realtà più “ lucida”. Poi ho avuto la fortuna di incontrare un autore come Alessandro Sanna che ha fatto un lavoro straordinario, creando queste immagini pazzesche, così violente…
Immagini di grande impatto e insieme poetiche, perché le definisce violente?
Mi riferisco alla forza espressiva che hanno nel rappresentare la verità. In questo progetto il mio obiettivo era parlare degli annegati. Restituire loro una fisicità. Un po’ come avevo fatto a suo tempo con i desaparecidos dell’Argentina. Mi sono chiesto quale fosse il modo migliore per ridare una presenza a queste persone che non esistono.

Massimo Carlotto

Massimo Carlotto

La tridimensionalità che assume il racconto nel rapporto fra parola e immagine si amplifica a teatro, come si è potuto vedere con il suon reading a Bookcity.
Lo riproporrò a Roma, il 6 dicembre, nell’ambito di “Più libri più liberi”. Il teatro mi permette di stabilire con il pubblico un rapporto più diretto. A dare respiro al racconto contribuiscono le musiche originali scritte da Maurizio Camardi e Mauro Palmas, due musicisti con cui collaboro da tempo.
Il teatro, il noir, il romanzo classico, la fiaba, Carlotto sta diventando un autore sempre più poliedrico per cercare di “bucare” l’indifferenza e l’assuefazione degli italiani rispetto a tragedie come questa?
Mi chiedo quale sia la forma migliore. Essendo un autore di genere forse posso muovermi con più facilità all’interno di forme creative diverse. Ma è sempre la realtà a guidarmi. Io vivo a Padova e in queste piccole città del Nord approdano quelli che non annegano a Lampedusa. Arrivano con una fatica enorme, finiscono i soldi e diventano mendicanti. Il loro sogno è superare la frontiera. Qui, tra Verona e Padova, operano bande che li aiutano a passare dall’altra parte ma vogliono soldi. I migranti vengono continuamente derubati. Le donne scompaiono. Non se ne vedono in città. E questo è un grande mistero. Scrivendo le Vendicatrici (una serie di romanzi pubblicati da Einaudi ndr) ho dedicato molta attenzione a questo traffico di persone. I siriani hanno una loro organizzazione, in qualche modo se la cavano, gli africani no. Diventano dei disperati che, senza parlare italiano, vagano per questa città diventata leghista e che, di fatto, li odia. Di questa situazione non si può non scrivere, mi sono detto. Anche questa mattina, uscendo di casa per venire allo studio, ne ho incontrati due davanti al supermarket che chiedono l’elemosina, perché la gente li rifiuta. Si sta costruendo giorno dopo giorno una cultura dell’odio che ci fa pensare che loro vengono qua per rubarci tutto; quando, in realtà, non ci rubano proprio niente.
Qualche anno fa lei ha denunciato la schizofrenia del Nord Est che ha avuto un gran bisogno dei migranti come mano d’opera, però non li ha mai riconosciuti. E mentre li chiamava a lavorare progettava già di dislocare le imprese e di rispedirli al loro Paese. Ora siamo passati ad una fase ulteriore?
Sì, siamo già oltre. I finanziamenti alla Lega sono stati dati perché volevano una forza politica xenofoba che avesse la legittimità politica per mandare via le persone. Come li hanno scacciati dal territorio? Mettendo la polizia e i vigili urbani davanti agli ambulatori medici. I migranti non ha avuto più nessuna forma di aiuto sanitario. Sono dovuti andare via anche quei pochi medici che davano assistenza. Così siamo entrati in una nuova fase: dare la colpa della crisi a chi ha la pelle di un colore diverso. La Lega con Salvini ha un nuovo corso, in alleanza con la nuova destra e sta rilanciando il discorso razzista. Ma al di là di questo c’è proprio una cultura del territorio che fa sì che la gente pensi “va bene così” quando affonda un barcone, e poi ” che se ne stiano a casa loro”, “non abbiamo bisogno di loro”… Padova è una città dove la gente beve lo spritz in piazza e arrivano loro, ti prendono per la manica e ti dicono: “ho fame”. Sono insistenti, e la gente dice : danno fastidio. Dall’altra parte c’è il Comune, purtroppo ora abbiamo un’amministrazione leghista, che sta facendo una guerra neanche troppo sotterranea alle associazioni che hanno sempre dato una mano agli immigrati.
Per contrasto in questo libro lei evoca una cultura africana ricchissima. Colpisce quel passaggio, bello e terribile, in cui Amal, approdato in una al di là che somiglia molto all’al di qua viene accolto da esorcisti e da una raffica di pregiudizi. Siamo orgogliosi di essere così ignoranti?
Di fatto la cultura africana non esiste quasi più in Europa, basta dare uno sguardo al mondo editoriale, è crollata la richiesta di letteratura africana. è difficilissimo vedere il cinema africano nelle nostre sale… Così ti trovi di fronte persone che sono completamente sconosciute e la strada è quella del pregiudizio. Ne La via del pepe ho utilizzato espressamente tutta una serie di luoghi comuni.
«Finta fiaba africana per europei benpensanti» recita, non a caso, il sottotitolo del libro.
Perché è sui luoghi comuni che dobbiamo confrontarci, per far partire un dialogo in nuova forma.
Lo scienziato David Quammen dice che temiamo l’ebola, più di altri virus anche più pericolosi perché si trasmettono per via aerea, perché viene dall’Africa. Così è nato il mito della pandemia.
La traduzione pratica di tutto questo sono le ordinanze comunali che avvertono “attenti all’ebola”, “attenti a chi viene dall’Africa”. Per cui adesso, ogni tanto, beccano un migrante e lo portano in ospedale per fare controlli riguardo all’ebola.
Da ultimo, tornando alla questione argentina, a cui lei accenava all’inizio: Bergoglio non ha mai detto una parola sui desaparecidos e suoi loro bambini dati in adozione in modo illegale. Alcuni giorni fa il Papa ha incontrato Estela Carlotto, una copertura?
In Argentina si dice “La Chiesa è l’unica madre che ha tradito i propri figli”. Io continuo ad esserne convinto. Un cambiamento vero ci sarà il giorno in cui la Chiesa renderà pubblica la lista dei bambini scomparsi dicendo dove si trovano quei “nipoti che ora sono adulti. La gerarchia ecclesiastica ha sempre gestito questa vicenda, per cui sanno e bisogna che anche loro aprano gli archivi, altrimenti è impossibile raggiungere un livello di libertà e giustizia e ricomporre culturalmente il Paese.
Bergoglio è accusato di aver consegnato alla dittatura alcuni gesuiti dissidenti. Certamente li espulse dalla comunità. E questo bastava per segnalarli e renderli “aggredibili”…
Sì infatti. Ma ci sono anche responsabilità di Bergoglio nella questione dei nipoti “rubati”. Il Papa è stato chiamato a testimoniare ad un processo, ora bisogna vedere se lo farà o meno. Ma la richiesta è stata avanzata. Lui ha negato l’esistenza di questa pratica di adozioni illegali e clandestine con cui, durante la dittatura, si facevano sparire i bambini degli oppositori. Ma è venuto fuori che in realtà sapeva. è una questione controversa che deve essere sciolta.

In libreria e a teatro

Ai desaparecidos Massimo Carlotto ha dedicato libri importanti come Le irregolari Buenos Aires horror tour ( 1998 ), riallacciando i fili che riguardano la storia della sua famiglia in Argentina, ma soprattutto denunciando la ferocia della dittatura, forte dell’appoggio e della connivenza della Chiesa cattolica e dei suoi vertici. Argomento sul quale lo scrittore veneto promette di tornare approfondendo anche le responsabilità di papa Bergoglio, quando era capo dei gesuiti e poi da vescovo.
Da sempre attento alle trasformazioni della società italiana, nel tentativo di far chiarezza sulle pagine più buie del nostro passato e presente, con la casa editrice e/o, da qualche anno Carlotto ha dato vita al collettivo Sabot-Age, una fucina creativa e insieme vivace team di inchiesta da cui sono emersi nomi di giovani giallisti di talento come Piergiorgio Pulixi (del quale è appena uscito il nuovo romanzo L’appuntamento). Ma non c’è solo il noir e la forma romanzo nella ricerca artistica di Massimo Carlotto che da qualche tempo si è  estesa anche al graphic novel, al libro illustrato e, più di recente,  al reading e al teatro in senso stretto.
Sabato 6 dicembre alle ore 17, Massimo Carlotto leggerà il suo nuovissimo La via del pepe ( edizioni e/o) nella sala Diamante al Palazzo delle Esposizioni a Roma, nell’ambito della fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi. Su musiche originali di Maurizio Camardi e Mauro Palmas.
Il 9 dicembre, invece, debutterà l’adattamento scenico del suo ultimo romanzo, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, uscito pochi mesi fa, sempre per i tipi della casa editrice fondata da Sandro Ferri. Protagonisti saranno gli attori Pamela Villoresi e Claudio Casadio, rispettivamente nei panni di una croupier tedesca e di un ladro improvvisato e maldestro. Per la regia è di Francesco Zecca, lo spettacolo debutterà proprio a Rimini, la città che fa da sfondo a questo insolito incontro fra una donna che ha lavorato a lungo sulle navi da crociera e poi ha perso tutto a causa dei derivati bancari e un ladro suo malgrado, che non riesce del tutto a calarsi nella parte a cui lo ha costretto la perdita del lavoro.

Dal settimanale Left

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Leggetevi forte

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 28, 2014

Marcella Brancaforte / foto Sabine Meyer Librimmaginari

Ripartire dalla lettura, per uscire della crisi. Leggere per conoscere, per pensare e parlare meglio. Ma anche per divertirsi. E’ la proposta di Giovanni Solimine autore de L’Italia che legge e Senza sapere ( Laterza). Di questo importante tema si discute a Librimmaginari,  ( 28 novembre -8 dicembre) in una tavola rotonda a  Viterbo che mette a confronto istituzioni, operatori ed editori italiani e stranieri. Con interventi di Giovanni Solimine, Jérôme Gimenez- Ligue 35- Lire et Faire Lire , Carlo Sestini e Daniele De Gennaro, Minimum Fax)   E ancora  se ne parlerà a Roma, a Più libri più liberi, dal 4 all’8 dicembre al Palazzo dei congressi all’Eur , in una edizione della rassegna della media e piccola editoria intitolata “E’ tempo di leggere” , con un focus il 4 dicembre dedicato alla lettura nelle scuole a  cura del Centro per il libro e la lettura. 

Leggere per crescere

Nel libro Senza sapere (Laterza) Giovanni Solimine traccia un quadro preoccupante della situazione italiana fra analfabetismo di ritorno, dispersione scolastica e investimenti pubblici per la cultura fra i più bassi d’Europa. Incoraggiare la lettura secondo lo studioso (già autore de L’Italia che legge) è fondamentale per uscire da questo impasse.

di Giovanni Solimine

Il quadro è preoccupante, ma non ce ne preoccupiamo abbastanza. Il basso livello di competenze linguistiche e logico-matematiche e di capacità espressive tra i giovani e ancora di più tra gli adulti sono la conseguenza, da un lato, del fatto che gli italiani sono poco istruiti (anche perché da 20 anni gli investimenti in scuola, università e ricerca non aumentano) e, da un altro, del loro scarso tasso di partecipazione alla vita culturale, che si realizza leggendo un libro o una rivista, andando al cinema o al teatro, ascoltando musica, visitando una mostra, ma anche coltivando in forma attiva la passione per la pittura , il canto o la danza, e così via.

Personalmente ritengo che la lettura, oltre ad essere un’attività per il tempo libero e per l’apprendimento, abbia una specifica funzione: favorire l’accostamento a forme argomentate di pensiero ed espressione. E che contribuisca ad arricchire il linguaggio e a cogliere le tante sfumature della realtà che ci circonda. Si tratta quindi di un mezzo portentoso per accedere alle conoscenze e per usarle in modo significativo.

Le attività di promozione della lettura, da realizzare in modo sistematico e continuativo, sono però solo lo strato più superficiale dell’intervento di cui l’Italia ha bisogno. Per consolidare e rendere duraturi gli stimoli occorrono investimenti nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie, cui spetta la “manutenzione” dei lettori creati dalle iniziative di promozione.

Dovendo indicare qualche priorità, metterei in evidenza le iniziative per lettori medi e deboli (circa 20 milioni di italiani), perché leggano uno o due libri in più all’anno, col duplice effetto di ridare fiato al mercato librario e per alimentare il“contagio” che questi cittadini “normali” potrebbero provocare nei loro ambienti. Una vera e propria emergenza è poi quella del Sud, dove nemmeno un terzo dei residenti legge un libro all’anno e i livelli di partecipazione alla vita culturale sono molto inferiori alla media nazionale; dove meno del 10% dei bambini trova posto negli asili nido; dove più di 300mila ragazzi di età inferiore ai 18 anni non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer; dove solo il 40% delle case è raggiunto dai collegamenti a banda larga; dove il servizio bibliotecario e la rete delle librerie mostrano allarmanti segni di debolezza.

La percentuale dei lettori di libri è scesa nel 2013 al 43% della popolazione e continua a calare, specie tra gli adolescenti (nell’ultimo anno si sono persi ben 9 punti percentuali nella fascia fra i 15 e i 17 anni). Anche i lettori abituali, meno di 5 milioni mostrano segni di cedimento: gli italiani che leggevano un libro al mese erano il 15 % del lettori fino al 2010 e nel 2013 sono scesi al 13,9. La responsabilità non è da addebitare al Centro per il libro, perché ha origini antiche ed è in parte dovuta a un generalizzato calo dei consumi e agli effetti del maggiore appeal di alcuni dispositivi che hanno avuto grossa diffusione negli ultimi anni.

Ma il Centro ha la sua parte di responsabilità, e sarebbe troppo facile dare la colpa solo alle scarse risorse finanziarie o alla mancanza di reale autonomia. A me pare che il Centro sia privo di una strategia per affrontare la complessità dei problemi che ha di fronte, che non abbia spirito di iniziativa, che non disponga forse delle competenze professionali per elaborare linee di attività efficaci, e per di più che si confronti poco con altri soggetti che operano nella promozione della lettura.
Oltralpe le risorse di cui dispone il Centre Nationale du Livre (42 milioni di euro di bilancio e 300 fra collaboratori e consulenti) sono invidiabili e la sua storia indica alcune soluzioni adottabili anche da noi (ad esempio, la contribuzione da parte degli editori alla formazione del suo budget). Ma il suo apparato è totalizzante e gestisce un articolato meccanismo di contributi, finanziamenti, borse di studio alle diverse componenti della filiera del libro: i beneficiari sono circa 10mila (scrittori, traduttori, librerie, biblioteche, riviste, case editrici, associazioni, festival e fiere del libro, interventi di digitalizzazione etc.) e i francesi si stanno interrogando sulla opportunità di riformare il Cnl.

Quanto alle fasce dei lettori più giovani a me pare che il disorientamento nasca, e rischi di accrescersi, per le condizioni in cui oggi avviene il trasferimento delle conoscenze e per il modo in cui tendiamo a rapportarci alle fonti. Il problema non riguarda tutti noi, con la sola differenza che i ragazzi che si accostano al sapere nell’attuale “ecosistema informativo” possono ritenere che non esistano altre possibilità. Temo che si stia riproducendo in forme nuove e diverse la contrapposizione che alcuni decenni fa si verificava tra nozionismo e cultura: allora combattevamo un modello fondato su atomi di conoscenza che non corrispondevano al possesso di capacità critiche. Per padroneggiare un campo di studi servivano competenze diverse che per vincere milioni di lire al Rischiatutto.

Oggi, Google e Wikipedia sono diventati il riferimento obbligato. E facciamo bene a usare questi canali. Ma essi ci offrono solo risposte fattuali, frammenti di conoscenza che toccherebbe a noi assemblare ed elaborare, se disponessimo delle capacità per trasformare queste informazioni in un sapere complesso e articolato. Il pericolo, paradossalmente, sta proprio nella facilità e velocità con cui questi strumenti possono soddisfare ogni nostra richiesta: non vorrei che ci accontentassimo di questa grande disponibilità di informazioni e inconsapevolmente le identificassimo con la cultura, come se non ci fosse bisogno di capire, di stabilire relazioni, di appropriarci della dimensione della complessità. Scuole e università dovrebbero lavorare sul terreno della information literacy, perché gli studenti sviluppino la capacità per recuperare l’informazione attuando strategie di ricerca.Per poi selezionare e valutare, organizzare e rielaborare i contenuti, saper comunicare i risultati del proprio lavoro. Lo stesso potrebbero fare le biblioteche nei confronti del pubblico adulto, ormai uscito dal sistema educativo. (testo raccolto da Simona Maggiorelli)

Solimine. copia

Dal settimanale Left

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Scandalosa Edna

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 8, 2013

 

Edna O'Brien, Country girl

Edna O’Brien, Country girl

I suoi libri furono arsi sul sagrato delle chiese. Perché giudicati immorali. In romanzi come Ragazze di campagna  Edna O’Brien ha saputo raccontare l’universo femminile parlando di desiderio, di passione, ma non solo. Scandagliando la vitale e talora sanguinosa dialettica fra uomo e donna. Nel memoir Country girl la scrittrice irlandese ripercorre la prima avventura umana e creativa

di Simona Maggiorelli

Il suo primo romanzo, Ragazze di campagna (1961), fu bruciato sul sagrato della chiesa nel piccolo paese, Tuamgraney, dove Edna O’Brien è nata nel 1930. Il ministro dell’Economia irlandese e il vescovo si trovarono d’accordo nel giudicare quel folgorante esordio un libro immondo, che non doveva stare in nessuna casa timorata di Dio. Sembra una storia quasi ottocentesca, quella che la scrittrice racconta nella sua autobiografia, Country girl (Elliot), ma accadeva agli inizi degli anni Sessanta nell’Irlanda cattolica e bigotta, dove le ragazze venivano mandate a studiare in convento dalle suore e, a parte le solite «angoscianti preghiere», le uniche pagine che si potevano leggere erano quelle del giornale Irish messenger, impegnato «a scongiurare l’influsso delle peccaminose orchestre da ballo e a contrastare l’avanzata del comunismo».

Anche in casa O’Brien gli unici libri che circolavano erano breviari e storie agiografiche. Per il resto la madre di Edna guardava alla parola scritta con grande sospetto. Ma lei da ragazzina, per caso, scoprì un dozzinale romanzo d’amore e lo leggeva in segreto, tenendolo nascosto dietro la cassa dell’avena per i polli. «La religione era pervasiva, condizionava i pensieri e perfino i sogni», ricorda.

Ma «a me piaceva andare a scrivere nei prati. Le parole correvano insieme a me». E se quasi tutta la letteratura di Edna O’Brien ha qualcosa di autobiografico, questa autobiografia ha qualcosa della scrittura icastica e cinematografica dei suoi romanzi. Come negli amati quadri di Jack Yeats, pieni di grumi di colore azzurro, verde e rosso, le sue pagine risuonano di colori e odori di un’Irlanda profonda: il profumo delle violaciocche, i colori della torbiera, l’ardesia bluastra dei tetti. Senza dimenticare quella strada azzurra del racconto The small town lovers che tanto fece infuriare un intellettuale raffinato e cosmopolita come Ernest Gébler che Edna aveva sposato giovanissima.

Sprezzante, lui rimarcava che non esistono strade azzurre. E non le perdonò mai di avere talento. Ernest l’aveva aiutata ad aprire gli occhi, a emanciparsi da quella famiglia cattolicissima che l’aveva denunciata alla polizia, minacciando di farla rinchiudere in manicomio e che voleva costringerla ad abortire in Inghilterra per espiare il peccato di essersi unita a un uomo divorziato. Eppure lui, dopo i primi successi, le preferì una donna più giovane, «gentile, premurosa, modesta, sana di mente e senza ambizioni letterarie», come Ernest annotò in una pagina del proprio diario. Ma intanto Edna aveva fatto in tempo a conoscere la Dublino di Maud Gonne, la coraggiosa compagna del poeta William Butler Yeats e lo humour sferzante di Flann O’Brien (pseudonimo di Brian O’Nolan) che smascherava un’Irlanda «fatta di scemi e creduloni ossessionati da Dio».

E, ancor più, a Londra aveva spiccato il volo verso un mondo culturale libero e non convenzionale. Nel memoir Country girl rievoca le collaborazioni più stimolanti nel cinema e in teatro e i suoi tanti incontri in Europa e negli Stati Uniti con autorevoli compagni di strada come Harold Pinter, Philip Roth, Norman Mailer, Gore Vidal, Peter Brook e mostri sacri del Novecento come Samuel Beckett.

Edna O'Brien con il marito Ernst

Edna O’Brien con il marito Ernst

«Lo incontrai per la prima volta a Londra e poi, spesso, a Parigi», racconta O’ Brien a left. «Come uomo e, ovviamente come scrittore, era unico: molto alla mano, ma allo stesso tempo introverso. C’era qualcosa di imperscrutabile nel suo carattere e questo attraeva le persone». A legarla a Samuel Beckett e a James Joyce è stato anche il comune destino di irlandesi costretti ad andarsene per poterne scrivere liberamente. «È strano, ma l’Irlanda nutre l’immaginazione dei suoi autori e allo stesso tempo li fa scappare», commenta la scrittrice che l’8 dicembre è al Palazzo dei congressi, a Roma, per incontrare il pubblico della fiera della piccola e media editoria, Più libri più liberi ( ore 18, sala Smeraldo).

«Certamente – aggiunge – tutto questo accadeva in passato, quando l’Irlanda era un Paese religioso, claustrofobico e repressivo. Io sono cresciuta in quel clima e sono stata costretta ad emigrare per potermi esprimere liberamente. Ma devo anche ammettere di aver portato con me molto d’irlandese. Per James Joyce, nel 1904, fu ancor più necessario andarsene: l’Irlanda allora era, se possibile, ancor più rigida. Eppure permea profondamente il suo lavoro e la sua fantasia. Beckett scappò con una ferita altrettanto bruciante, ma i suoi testi, anche se in francese, hanno un ritmo e un modo molto irlandese. Insomma – sintetizza O’Brien – siamo davanti a un autentico paradosso».

Tanto più se pensiamo che fu proprio in quel clima da caccia alle streghe (in un’Irlanda che certamente non considerava la scrittura una faccenda per donne) che lei mosse i primi passi nella letteratura. «In realtà fin da bambina scrivevo e recitavo ad alta voce piccoli brani ispirati all’ambiente e alle persone che mi circondavano. L’impulso di scrivere e “la vocazione” cominciarono lì. Così come la ricerca incessante di parole che suonassero diverse. Finché, verso i 17 o i 18 anni, scoprii la poesia e la narrativa. Al villaggio non c’erano biblioteche o librerie.Il primo autore a cui mi avvicinai veramente fu Joyce, leggendo i Dubliners e un estratto da Ritratto di un artista da giovane in un’antologia curata da T.S. Eliot».

Ma non appena Edna trovò la propria voce originale, con romanzi come Ragazze di campagna (Elliot) e La ragazza dagli occhi verdi (edizioni e/o), subito si trovò a doverla difendere anche da chi le stava a fianco e, apparentemente, l’aveva incoraggiata. «Credo che per un uomo sia più duro accettare le ambizioni letterarie e progressi della propria compagna», commenta. «La gran parte degli scrittori che conosco hanno mogli che li sostengono e che non entrano in competizione. Hemingway, per esempio, sposò Martha Gellhorn ma la loro storia finì presto e poi lui espresse tutto il suo disgusto per le donne letterate e colte. Come scrittore, mio marito Ernest si irrigidì scoprendo che sapevo scrivere. Questo fece precipitare il nostro matrimonio, che era già traballante». «Un abisso si era aperto fra noi. Fatto di gelido risentimento» scrive O’Brien a questo proposito nell’autobiografia, ricordando che libri come August is a wicked month, giudicati una bomba contro l’istituzione famiglia, e addirittura additati come pornografici dalla critica benpensante, poi furono usati da Ernest nella causa di divorzio per toglierle l’affidamento dei figli.

Ma che cosa dei racconti di Edna O’Brien davvero spaventava e faceva scandalo? «La Chiesa, la mia famiglia d’origine, i vicini, i preti e i politici irlandesi, fin dal mio esordio, si scagliarono contro di me perché negli anni Sessanta i miei libri sembravano loro troppo audaci, irriverenti e addirittura scioccanti. Proprio perché scritti da una donna. Una critica che mi sono sentita ripetere per anni è che i miei romanzi erano uno sfregio e un affronto al modello femminile irlandese. A ben vedere, la stessa accusa che era stata rivolta a J. M. Synge per il suo Playboy or the western world: così quell’anatema passava da una generazione all’altra». Ma se l’establishment più conservatore non le perdonava l’indagine profonda sulla psicologia femminile, sulla passione, sul desiderio, ma anche sul senso di perdita e l’anaffettività, dall’altra parte le femministe non le hanno mai perdonato di raccontare la dialettica fra uomo e donna come vitale e ineludibile, nonostante talvolta possa essere sanguinosa. «L’uomo è diverso dalla donna. Trovo limitante e stridente l’idea avanzata da alcune femministe che l’identità di genere sia una prigione – commenta Edna O’Brien -. Non è una prigione. È un fatto evidente. Banalmente gli uomini non hanno le mestruazioni, non fanno figli. Ma su questo ci sarebbe molto altro da dire». E poi aggiunge: «L’unica cosa che riconosco alle femministe è l’aver ottenuto più libertà e più diritti per le donne nella sfera pubblica e sociale. Comunque la battaglia è ancora lunga. Come scrittrice impegnata in questo ambito da più di cinquant’anni posso dire che una donna deve faticare molto di più per essere riconosciuta per ciò che è e che vale». Una battaglia a cui né la psicoanalisi né certa antipsichiatria in voga nell’ambiente londinese anni Settanta hanno contribuito positivamente, sembra dire O’Brien. In cerca di aiuto, ad un certo punto, lei decise di rivolgersi a Roland D. Laing, che era molto presente nel mondo dello spettacolo e intellettuale che lei frequentava. In risposta lui le propose di assumere l’Lsd, presentandole poi un conto esorbitante per fantomatiche sedute. «Credo che fosse un cavallo pazzo», dice oggi Edna O’Brien. «Forse lui stesso amerebbe essere ricordato più come poeta, o per meglio dire come poeta allo stato embrionale, piuttosto che come analista e psichiatra».

 In finale la nostra conversazione torna a vertere quasi inevitabilmente sull’Irlanda. Di cui O’Brien si è occupata anche sul piano del recupero delle tradizioni pagane e popolari con libri come Elfi e draghi, racconti irlandesi (Einaudi) e, sul piano politico, con reportage sull’Irlanda del Nord e con un libro come Uno splendido isolamento (Feltrinelli), ancora una volta la storia di una donna, ma stavolta sullo sfondo del conflitto. Una ferita ancora aperta, dice Edna O’Brien, mentre l’Irlanda del sud, a poco a poco, sembra avanzare verso un cambiamento positivo anche sul piano della laicità e dei diritti. «Trovo che il premier Enda Kenny abbia mostrato grande coraggio – sottolinea – nel denunciare finalmente lo scandalo della pedofilia del clero che il Vaticano e le gerarchie irlandesi hanno nascosto per anni. Più di recente ho apprezzato come ha sfidato le ire di frange conservatrici introducendo dei miglioramenti nella legge sull’aborto. Ma ovviamente c’è ancora molta strada da fare».

 

 

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco l’intervista Live di Marino Sinibaldi ad Edna O’Brien su Radiotre. Durante la conversazione il direttore di Radiotre ha citato questa intervista pubblicata da left. Qui il podcast per riaascoltare la  trasmissione dell’8 dicembre 2013 Fahreneit

Lunedì 9 dicembre Nicola Lagioia ha aperto la trasmissione di Radiotre  tre Paginatre leggendo e commentando questa intervista ecco il  podcast della trasmissione

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Kapuscinski, l’ultimo dei romantici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2012

Kapuscinski

Kapuscinski

Questo non è un mestiere per cinici, diceva un grande reporter come Ryszard Kapuscinski. «I cattivi, i furbetti, i cinici non possono essere buoni giornalisti».

Perché manca loro quella umanità profonda che è essenziale per entrare in risonanza con le persone, qualunque sia la loro lingua e cultura, e saperne poi davvero raccontare le storie. La biografia stessa del giornalista, scrittore e fotografo polacco Kapuscinski (1932-2007) ne è la prova, come documentano Beata Nowacka e Zygmunt Ziatek nel libro Ryszard Kapuscinski. Biografia di uno scrittore (Forum editrice). Senza una grande fiducia negli esseri umani e un profondo interesse per i propri simili, del resto, non sarebbe stato possibile sostenere l’impegno fisico e mentale di raccontare una trentina di conflitti in Africa e in altre parti del mondo, come Kapuscinski è riuscito a fare in modo magistrale. Già prima di diventare un inviato di fama internazionale, lavorando per la grigia agenzia di Stato polacca PAP per la quale doveva stilare dispacci di poche righe. Lui che non aveva l’indole del giornalista stanziale, che non stava al sicuro in albergo (come invece faceva la maggior parte suoi colleghi) ma voleva vedere e conoscere tutto di persona, anche per svolgere quel compito da ragioniere della notizia, non si risparmiava proprio. Fino al punto – anche se non era un Indiana Jones – di trovarsi in situazioni pericolose e di rischiare la vita. Come gli è accaduto più di una volta in Africa pur di raccontare dal di dentro le lotte di liberazione fra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Sperando che il grande continente nero fosse in grado di risollevarsi, di liberarsi dal giogo del colonialismo, ma anche dalla subalternità introiettata verso l’Occidente. «Lui ci credeva profondamente. Da militante. Anche se non era in linea con il granitico partito comunista polacco», racconta lo scrittore Francesco M. Cataluccio, mentore della pubblicazione in Italia delle opere di Kapuscinski per Feltrinelli e che, negli anni, ha avuto modo di frequentarlo e di conoscerlo da vicino. «Quando leggeva di rivolte e moti di liberazione in qualche regione africana era davvero felice. Pensava potessero portare un miglioramento reale nelle condizioni di vita della gente».

Se tutta l'AfricaUn punto di vista attivo e  partecipe trapela dalle pagine di uno dei suoi libri più conosciuti, Ebano (1998), ma anche dalla raccolta di reportage intitolata programmaticamente Se tutta l’Africa (1969) che in questi giorni Feltrinelli pubblica in nuova edizione con una postfazione di Jan J. Milewski. «Kapuscinski amava parlare di politica, era una sua passione», ricorda Cataluccio. «Mi sorprendeva sempre la sua straordinaria conoscenza delle complesse vicende africane. Ogni volta che apriva un giornale e leggeva una notizia su qualche sperduto angolo africano sapeva esattamente chi lo governava, quali gruppi erano in lizza, conosceva personalmente le frange rivoluzionare».

La sua formazione di storico, idealmente cresciuto alla scuola di Bloch e Braudel, quando scriveva si fondeva con l’efficacia del cronista e il gusto di fare ricerca sul campo, secondo l’insegnamento dell’antropologo polacco Malinowski, di cui Kapuscinski era un profondo conoscitore. «Era un uomo molto colto, ma aveva anche una eccezionale memoria», prosegue Francesco Cataluccio che al reporter polacco ha dedicato un capitolo del suo libro Vado a vedere se di là è meglio: quasi un breviario mitteleuropeo (Sellerio) . «Il suo originale talento aveva radici nel fatto che lui amava mescolarsi alla gente, conoscere le persone, condividendo tutto», continua lo scrittore fiorentino. Non di rado, anche la povertà. E non perché avesse lo spirito del missionario. Ma perché sapeva che solo così poteva stabilire rapporti superando la diffidenza africana verso lo straniero dalla pelle bianca. Anche per questo, forse, a più di quarant’anni dalla sua prima edizione Se tutta l’Africa resta un libro freschissimo e una lettura  appassionante. Qui sono pubblicati i reportage apparsi tra il 1962 e il 1966 sul settimanale polacco Polityka: una preziosa testimonianza storica dei processi di decolonizzazione fra il  1955 e il 1966. Ma non solo.

Kapuscinski non si limita a descrivere i fatti, ma intuisce e anticipa le sfide e le difficoltà che di lì a poco si sarebbero trovati davanti i giovani Stati africani, fra rigurgiti di lotte fra clan e i primi segni di corruzione delle nuove élite governative. In queste pagine è in azione il cronista di razza e, ancora una volta, lo storico che raccontando la Nigeria nei giorni del colpo di Stato oppure una seduta in Parlamento in Tanganica esercita una attenta critica delle fonti di informazione e legge in filigrana, anche nei fatti spiccioli i processi di lunga durata.

«Kapuscinski sapeva vedere la storia a due velocità, il molto piccolo e il molto grande», spiega Cataluccio suggrendo che il giornalista polacco fu a suo modo anche un anticipatore della tendenza “glocal”, poiché sapeva dare valore alle storie locali mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e sempre più precipitosamente nel quadro della globalizzazione del secondo millennio.

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Una foto scattata da Kapuscinski

Sono autenticamente glocal i suoi reportage dall’America Latina, dove inizialmente accettò di andare come ripiego dopo essersi preso tutta una serie di terribili  malattie in Africa (compresa la tubercolosi celebrale). E ancor più lo sono i suoi reportage censurati dalla Polonia più profonda, in cui raccontando le condizioni di estrema miseria in cui vivono gli operai, osava una critica serrata al socialismo reale. Kapuscinski aveva il dono di saper intuire le direzioni che la storia stava prendendo tra le pieghe.

Esemplare in questo il suo Shah-in-Shah (1979) frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Khomeini prese il potere. «Fu il primo a capire l’importanza e il senso più profondo della rivoluzione iraniana», conferma Cataluccio. «Comprese che tragicamente segnava il ritorno nella storia del Novecento della componente religiosa, come strumento di controllo e di potere». Qui Kapuscinsky approfondisce il racconto dei fatti, li filtra attraverso la propria personalità, per arrivare a fondere i singoli articoli in un libro sfaccettato e complesso.

Questa sua capacità letteraria di costruzione del testo emerge in modo decisivo anche in un altro lavoro di Kapuscinski, Il Negus Splendori e miserie di un autocrate, «forse il suo libro più difficile e ambizioso» sottolinea Cataluccio. «Anche per la scelta linguistica. Kapuscinski lo scrisse ricreando il polacco del Seicento, volendo dare alla vicenda della caduta dell’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié (deposto da un colpo di stato nel 1974, ndr) una coloritura da tragedia shakesperiana».

E qui si apre un altro grande capitolo della vicenda di Kapuscinki, ovvero quello del suo intento letterario e della storicizzazione della sua opera che sfugge alle categorie e alle regole delle cronaca e, non di rado, ha un andamento lirico e suggestivo. Nella sua monumentale biografia La vera vita di Kapuscinski reporter o narratore? Fazi editore, 2011) Artur Domoslawski ha sollevato la questione criticando il lavoro di Kapuscinski per le licenze poetiche che talora si prendeva, volendo essere fedele più al senso profondo degli eventi che andava raccontando che alla descrizione analitica dei dettagli. «Domoslawski era stato allievo di Kapuscinski – rivela Cataluccio – e la biografia che ha scritto sembra quasi configurare un tentativo di uccisione del padre».

Ma se l’intenzione di Domoslawski era quella di demistificare la figura del maestro in quanto giornalista, alla fine riesce a mostrarcene involontariamente il vero volto di scrittore. «Una volta, per curiosità  chiesi a Kapuscinski, cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla sua tomba», ricorda Cataluccio. «Kapuscinski giornalista? Fotografo? Storico? “Kapuscinski, poeta”, mi disse con mia sorpresa». Una risposta a dire il vero non del tutto inattesa, dacché Cataluccio conosce e conosceva bene gli esperimenti giovanili che il giornalista aveva fatto misurandosi con lo scrivere versi, secondo una tradizione molto forte in Polonia. Negli anni della propaganda rivoluzionaria «divenni vittima di Majakovski», raccontava di sé lo stesso Kapuscinski. «Le mie prove di allora, il mio majakovskismo, erano deludenti anche per me», ammetteva. «Volevo scrollarmelo di dosso, ma non avevo più il tempo di cercare un’altra strada. Cominciai a lavorare come giornalista e passai alla prosa, al reportage». E fu non di rado prosa lirica .                           Simona Maggiorelli

dal settimanale Left-avvenimenti

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Editoria. La tentazione del cartello

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Dopo molti anni di crescita costante (anche se lenta) il mercato editoriale italiano nel 2009 segna una significativa battuta di arresto legata, in parte, alla congiuntura di crisi economica che il Paese sta attraversando. Ma a ben guardare, quel meno 4,2 per cento di libri venduti registrato dall’Associazione italiana editori (Aie) rispetto al 2008 potrebbe non essere poi così negativo.
Non si arrabbino gli editori ma scoprire tra le recenti rilevazioni di Nielsen Bookscan che la diffusione della lettura, anche grazie alle iniziative di biblioteche e di nuovi circoli di lettura, è passata dal 44 per cento del 2008 al 45,1 per cento del 2009 risulta incoraggiante; anche in vista del lungo cammino che l’Italia deve percorrere per avvicinarsi, per esempio, a Paesi europei come Francia e Spagna dove la passione per la lettura di libri contagia, rispettivamente, il 60 e il 72 per cento della popolazione. Come sia potuto accadere che in Italia si legga di più nonostante si comprino meno libri è la prima domanda a cui l’ottava edizione di Più libri più liberi tenterà di rispondere. La fiera romana della piccola e media editoria, in programma dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dedica a questo tema un convegno in cui interverranno, tra gli altri, Miria Savioli di Istat e Renata Gorgani de Il Castoro, con l’obiettivo di indagare anche il processo che ha portato i “lettori forti” in un anno dal 13,2 per cento al 15,2 per cento e quelli occasionali (che leggono da uno a tre libri l’anno) dal 47,7 per cento al 44,9. L’analisi di ciò che sta accadendo in Italia a raffronto con il resto d’Europa, infine, viene affrontato il 5 dicembre, in una tavola rotonda organizzata dall’Aie e dall’Osservatorio permanente europeo sulla lettura diretto da Michele Rak dell’università di Siena.

Ma capire come stia cambiando il pubblico dei lettori pur essendo importante non basta per fotografare il momento che sta attraversando l’editoria italiana, segnata com’è da sempre più forti presenze monopolistiche. Anche perché pare già tramontata la fase in cui da una parte c’era il colosso Mondadori con tutta la sua potenza economica e dall’altra una miriade di piccole e medie case editrici indipendenti, forti delle proprie idee. Nel corso degli ultimi due anni il panorama dell’editoria italiana si è fatto assai più ingarbugliato e difficile da leggere. Quel che emerge a occhio nudo è che, stretti nella morsa delle grandi concentrazioni, alcuni marchi prestigiosi della piccola e media editoria hanno cominciato ad ammainare la bandiera dell’indipendenza decidendo di apparentarsi a holding di grandi dimensioni. E se il fatto che la casa editrice Carocci sia entrata nell’orbita de Il Mulino non ha fatto troppo scalpore, (dal momento che si tratta di due case editrici “omogenee” nella scelta di ambito scientifico e universitario) diverso è il caso di uno storico marchio come Bollati Boringhieri e ancor più quello di una casa editrice che fa tendenza come Fazi, entrambe entrate questo autunno nel gruppo Mauri-Spagnol (GeMS). Parliamo in questo caso di una holding che dal 2005 a oggi ha acquisito una lunga fila di marchi: Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio, Vallardi, Tea, Nord, oltreché Ponte alle Grazie e Salani che già erano per metà controllate dalla famiglia Spagnol. Ma GeMs vanta nella sua “scuderia” anche una casa editrice “corsara” e di controinformazione come Chiarelettere (di cui detiene il 49 per cento).

Così, incontrando l’editore Elido Fazi per fare il punto sullo stato di salute della piccola e media editoria in occasione della fiera romana, la domanda sorge inevitabile: che cosa spinge un editore che non ha il bilancio in rosso a cedere il 34 per cento della proprietà a una holding esterna? «Nel mio caso volevo liberarmi di alcune competenze tecniche per concentrarmi di più sulle strategie editoriali, sulla parte più creativa del mio lavoro » confessa Fazi, editore di saggi coraggiosi come Il libro nero della psicoanalisi e di letteratura alta (dal premio Pulitzer, Straut, a Pahor a Manseau), ma anche eclettico saggista (sta scrivendo un libro sul poeta Keats che uscirà in primavera).
«Ma al di là delle mie esigenze personali  la decisione di entrare in GeMS- spiega Fazi – è dettata dal fatto che volevamo un’alleanza con un gruppo editoriale che ci permettesse di mantenere l’autonomia ma al tempo stesso ci fornisse il know how, le competenze necessarie per fare un ulteriore salto di qualità.  Insomma – chiosa l’editore – GeMS ci è sembrato la scelta migliore, è un gruppo estremamente vitale. Da parte nostra siamo cresciuti anche quest’anno. Siamo sani come un pesce». Tanto più allora: perché vendere? «Quando si è in buona salute una quota si vende meglio. è quando si è in difficoltà che si ottiene poco »abbozza l’editore romano che prima di mettersi a fare questo mestiere a quarant’ anni aveva alle spalle anni di lavoro all’Economist. «L’obiettivo – ribadisce – è mantenere l’autonomia all’interno di un gruppo in cui entriamo come uno dei marchi di punta, acquisendo al contempo competenze che in un medio editore sono un po’ scarse».

In un mondo editoriale in cui giganteggiano “majors” che possono controllare tutta la filiera – dalla produzione alla distribuzione, alla vendita – anche per un medio editore può risultare difficile riuscire a raggiungere il proprio pubblico e far sopravvivere i propri titoli al feroce turn over della vetrina. Anche per questo Feltrinelli un anno fa ha deciso di acquistare Pde (Produzione distribuzione editoria). Avendo già dalla sua il valore aggiunto di molte librerie sparse per la penisola. «Io non so se nel tempo quella di Feltrinelli si rivelerà la scelta giusta. Anche la loro dimensione non è sufficiente oggi per operare in piena autonomia. E tanto meno riesce a farlo un editore medio piccolo. Da solo non può giocarsela alla pari con i grandi editori». La situazione italiana da questo punto di vista è ben nota, Mondadori possiede il 30 per cento del mercato. «E tutti – stigmatizza Elido Fazi – vogliono andare lì per i soldi. Gran parte della sinistra va sulle ali di Berlusconi: tranquilla, perché paga bene. Perfino gli antiberlusconiani più accaniti come Vauro, quando si tratta di pubblicare, lo fanno con il Cavaliere. è una cosa italiana: tengo famiglia, i soldi fanno comodo a tutti».
Simona Maggiorelli

da Left-Avvenimentii del 4 dicembre 2009

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