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Il ministro Carrozza: “Un nuovo patto con i giovani”

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 29, 2013

Il minsitro Maria Chiara Carrozza

Il minsitro Maria Chiara Carrozza

Dopo anni di tagli il governo ricomincia a finanziare la scuola, università e ricerca. “Non è una spesa, è una promessa di futuro. ma resta ancora molto da fare. parla il ministro dell’Istruzione e della ricerca Maria Chiara Carrozza

di Simona Maggiorelli

Laureata in Fisica, esperta di biotecnologie, Maria Chiara Carrozza ha insegnato alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui è stata rettore. Da quattro mesi è ministro dell’Istruzione del governo Letta. Esponente dei Democratici – alle Politiche Bersani la inserì nel suo “listino” – ha guidato il forum Università e Ricerca del Pd. Nonostante le ristrettezze nel bilancio pubblico, sta provando a invertire
la rotta. Quella che l’Itala segue  da anni: tagli  delle risorse e scarsissima valorizzazione delle competenze.

La scienziata del Cern Fabiola Gianotti, a capo di uno dei due esperimenti che hanno confermato l’esistenza del bosone di Higgs, dice che in Italia il precariato uccide la ricerca. Qual è il suo punto vista ministro Carrozza?

Credo che la precarietà sia uno dei fattori che spinge la maggior parte dei nostri ricercatori a cercare opportunità all’estero. Come governo ne siamo consapevoli ed è per questo che una delle nostre prime iniziative è stato lo sblocco del turnover dal 20 al 50% per le università e gli enti di ricerca. Ma occorre fare di più: credo sia necessario stipulare un vero e proprio patto con i nostri giovani e pensare ad un meccanismo più chiaro e trasparente che delinei il percorso per l’immissione in ruolo nel mondo accademico e della ricerca, nel rispetto della carta europea dei ricercatori. Serve un percorso unico, altamente selettivo, che restituisca piena dignità ai nostri ricercatori e autonomia agli Atenei nelle loro scelte. Dobbiamo anche sviluppare i sistemi di selezione nazionale come i bandi Rita Levi Montalcini che attraggono ricercatori dall’estero e consentono loro di scegliersi l’ente dove andare in servizio.

Il 2014 sarà l’anno dei ricercatori in Italia. Sta lavorando a nuovi progetti che possano rispondere alle loro aspirazioni da molti anni deluse?

Abbiamo deciso per l’anno prossimo di concentrare le risorse sui progetti a cui i giovani possano accedere. Ad esempio daremo massima priorità al bando Firb (il Fondo per la ricerca di base), che ha l’obiettivo di favorire il ricambio generazionale presso gli atenei e gli enti di ricerca pubblici, destinando le risorse al finanziamento dei progetti di ricerca fondamentale proposti da giovani che hanno appena conseguito il dottorato. Daremo una linea di indirizzo su come andranno realizzate le pubblicazioni. Diremo che verrà premiato chi ha dimostrato autonomia e indipendenza. È un sistema già adottato nell’European Research Council dove i ricercatori devono dimostrare di saper pubblicare da soli. Anche nel valore dei progetti di ricerca terremo conto dell’indipendenza e dell’autonomia dimostrate. E privilegeremo gli atenei e i centri di ricerca che hanno ricercatori come responsabili e coordinatori di progetti. I giovani devono diventare i protagonisti della riscossa.

Riportare al centro il tema della formazione è un suo impegno forte. La disoccupazione giovanile in Italia è intorno al 40 per cento. E l’ex ministro del Welfare Elsa Fornero diceva che il problema è che ci sono troppi laureati. Che anche i figli degli operai vogliono fare i dottori.

Sono convinta che l’istruzione sia il principale motore della mobilità sociale. Lo è stato nel dopoguerra in Italia, e deve tornare ad esserlo oggi, in un periodo di crisi così profonda per la nostra economia e per quella europea. Non penso affatto che nel nostro Paese ci siano troppi laureati, il problema vero in Italia sono quei due milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano, che hanno perso fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.

Molti Paesi che stanno vivendo un momento di forte sviluppo, dalla Malaysia a Singapore, dall’Indonesia alla Corea del sud hanno scelto di puntare in primis sull’istruzione dei giovani. C’è bisogno di un cambiamento culturale nella classe politica italiana ?

Sì è così. E come governo Letta abbiamo dato il segno di una prima inversione di rotta con il via libera al Decreto ‘L’istruzione riparte’, tornando a finanziare il diritto allo studio degli studenti universitari, puntando ad abbattere i costi per i libri ed i trasporti, rilanciando un piano per le assunzioni degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno. Non solo non ci sono stati ulteriori tagli, ma abbiamo rilanciato i finanziamenti in istruzione, pur nelle difficoltà economiche, convinti che i soldi investiti in questo settore non siano una spesa, ma una promessa di futuro per le nuove generazioni.

Se il centrodestra dice che con la cultura non si mangia, il centrosinistra non segna abbastanza la propria differenza su questi temi. Non crede che il Pd dovrebbe impegnarsi di più su battaglie culturali invece di occuparsi solo di questioni congressuali?

Il prossimo congresso del Partito democratico dovrà parlare non solo di persone ma di programmi e contenuti. Per questo scriverò a tutti i candidati alla segreteria, per chiedere loro cosa pensano della scuola italiana, della formazione degli insegnanti, della ricerca e dell’innovazione e soprattutto come intendono porre questo tema al centro della politica del Pd nel prossimo futuro. L’istruzione e la formazione devono avere un ruolo centrale nell’idea di società del Pd e sono temi cruciali per la ricostruzione di questo Paese.

In Francia il ministro Vincent Peillon ha introdotto nelle scuole, dal 9 settembre, una “carta della laicità”. Gruppi evangelici creazionisti sostengono che la Carta impedisca loro di insegnare teorie in contrasto con l’evoluzionismo. Anche in Italia la Moratti tentò di inserire nei programmi lo studio del creazionismo in alternativa al darwinismo. Che ne pensa?

Non credo che la scuola debba diventare un luogo di battaglie ideologiche, ma un luogo aperto dove le nostre ragazze e i nostri ragazzi possano apprendere e imparare a convivere con le diverse culture e tradizioni. In ogni caso non si possono insegnare teorie non fondate sul metodo scientifico.

Da molti anni in Italia non si faceva un decreto per la scuola. E da tempo non si parlava di nuove assunzioni. Il suo impegno su questo ha ricevuto apprezzamenti. Tuttavia molti problemi restano sul tavolo. Frutto di anni di tagli dei fondi e di provvedimenti sbagliati. Che dire a chi parla di abilitazioni alla deriva? E a quegli insegnanti precari che non hanno avuto nuovi incarichi? O a quelli di ruolo che dovrebbero essere incentivati ad un aggiornamento?

Sono consapevole che il decreto approvato e anche le misure a favore dell’istruzione contenute nei Dl Fare e Lavoro sono soltanto un primo passo, ma abbiamo ripreso un cammino e rimesso questi temi al centro dell’azione del governo. La scuola negli ultimi anni ha sofferto per i troppi tagli alle risorse, ma anche perché è stata privata della sua centralità, è stata allontanata dal dibattito culturale del Paese. Oggi c’è bisogno di investimenti e di progettualità nel lungo termine, che le restituiscano una stabilità e un modello nel tempo. Per questo abbiamo lanciato la Convenzione, in cui tutto il mondo della scuola sarà chiamato a partecipare, intervenire, restituire all’istruzione il ruolo che le spetta nella società italiana.

Il sapere tecnologico, lei ha sottolineato più volte, è importante nella sfida globale della scienza. Ma recenti studi hanno mostrato il fallimento di un sistema di insegnamento Usa che trascura la formazione umanistica. Alla fine, dice la filosofa Martha Nussbaum, una scuola che invita a sviluppare una razionalità strumentale, senza stimolare l’aspetto emozionale, artistico, creativo dei ragazzi fallisce anche nel suo obiettivo primario di formare bravi tecnici.

Penso che oggi sia giusto parlare di sapere, non tanto di sapere umanistico e di sapere tecnologico. Credo molto nella lezione della “antidisciplinarietà” e nella volontà, in un momento di crisi come quello che attraversiamo, di ripensare e rimescolare le nostre conoscenze, le nostre ‘scuole’, per costruire qualcosa di nuovo che abbia un tratto unificante. Dobbiamo dare un orizzonte alla nostra ricerca, soprattutto in campo umanistico, alla storia dell’arte, alla valorizzazione del nostro patrimonio, un orizzonte che sia di rinascita, di progresso ma anche di sviluppo economico per l’Italia.

Non crede che l’istruzione sia qualcosa di diverso che addestrare i giovani a rispondere a dei quiz? E che i test Invalsi possano funzionare solo limitatamente?

L’istruzione è ovviamente un percorso complesso che non si può esaurire con delle risposte ai quiz. L’obiettivo dei test Invalsi non è valutare lo studente, ma aiutarci a conoscere meglio il nostro sistema, le differenze territoriali, il livello delle competenze e darci quindi uno strumento per migliorare. Rappresentano una guida utile per un percorso dove sono e saranno sempre le persone, con il loro impegno, a fare la differenza.

Infine il tema cardine dell’integrazione. Nell’ultimo anno scolastico, gli studenti con genitori non italiani erano circa il 10 per cento: una risorsa per il Paese?

La più grande risorsa e ricchezza per i nostri ragazzi. Ho sempre detto che la nostra scuola è il primo attore dell’integrazione in Italia. Basta andare davanti ad una scuola all’ora dell’uscita per vedere in qui volti il nostro futuro, la società di domani che sarà multietnica e multiculturale. Per questo sento di dover ringraziare i nostri insegnanti che ogni giorno lavorano in silenzio e con passione per far nascere i cittadini di domani.

dal settimanale left-avvenimenti  21 settembre 2013

L’intervista è stata letta lunedì 23 settembre a Pagina 3, la rassegna stampa di Radio Tre. La puntata è riascoltabile qui: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-18ae0c14-5a1d-4a3e-a283-8482b8f6fd45.html

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L’italia laica si dà appuntamento a Reggio Emilia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2012

Contro le ingerenze vaticane e i governi baciapile. Per un’etica libera dalla metafisica. Nella città emiliana tre giorni di discussioni con Telmo Pievani, Giorello, Viano, Rusconi, Lecaldano e molti altri

di Simona Maggiorelli

Finalmente liberi da un governo di centrodestra dalla doppia morale (baciapile in Aula e bunga bunga di notte) si sperava che l’attuale governo “tecnico”, quanto meno, non proseguisse sulla strada dell’agenda bioetica vaticana adottata da Berlusconi. Ma che questa fosse, appunto,
una “pia” illusione ce l’ha fatto intendere da subito il premier Monti che, come primo gesto pubblico e istituzionale, ha scelto di andare a messa.
Nel frattempo questioni urgenti come un dibattito civile sul biotestamento e la cancellazione delle linee guida della legge 40, varate con un colpo
di mano dalla ex sottosegretaria Eugenia Roccella fuori tempo massimo, quando il governo Berlusconi era già caduto, sono finite in un limbo.

E le cose non sembrano andar meglio nelle politiche locali. Con i consultori pubblici sempre più presi d’assedio dalle associazioni religiose e un proliferare di cimiteri per feti, dal Veneto alla Toscana, voluti da amministrazioni locali di centrodestra ma anche di centrosinistra (Firenze docet). In questo quadro, che Reggio Emilia continui, con l’aiutom di un gruppo di studiosi e intellettuali, a tenere alta la propria tradizione atea e partigiana ci pare un fatto non trascurabile. Dal 20 al 22 aprile filosofi, scienziati, bioeticisti, storici e sociologi di fama internazionale torneranno ad affollare la città emiliana in occasione delle Giornate della laicità. Aprendo le porte dell’università di Modena e Reggio al più ampio pubblico per poi proseguire il dialogo nei cinema e nei teatri. Tema centrale dell’edizione 2012 sarà la pesante ingerenza vaticana che vorrebbe il Belpaese dimentico di storiche sentenze come, per esempio, 203 del 1989 in cui la Corte costituzionale scriveva che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei profili della forma di Stato delineata nella carta costituzionale della Repubblica». Della violenza e del dogmatismo di uno Stato etico e confessionale – come è quello italiano, quando impone l’accanimento terapeutico o obbliga, per legge, una donna a farsi trasferire in utero embrioni malati- discuteranno al festival non solo medici e scienziati, ma anche antropologi e filosofi. E mentre lo storico del diritto Sergio Lariccia e il filosofo Giulio Giorello ci ricorderanno l’importanza che ha avuto la separazione fra Stato e Chiesa nello sviluppo di moderne democrazie (Francia e Inghilterra in primis), i curatori del Rapporto sulla secolarizzazione stilato da Critica liberale e Cgil nuovi diritti dimostreranno, dati alla mano, che il Paese reale è molto più laico della sua classe dirigente. Dell’antistorica pretesa della Chiesa di imporre i suoi «valori non negoziabili» alla società multiculturale
di oggi parlerà la sociologa Chiara Saraceno, mentre i filosofi Gian Enrico Rusconi, Eugenio Lecaldano e Carlo A.Viano rilanceranno i temi forti
di un’etica laica. «È frequente sentire sulla bocca dei credenti la tesi che se Dio non ci fosse, tutto sarebbe moralmente lecito», nota Rusconi. «Per il laico invece la determinazione delle regole morali, e quindi la fondazione dei diritti, prescinde da ogni riferimento diretto a Dio. Questa posizione
si esprime nella necessità per il laico di agire etsi deus non daretur, una formula», tiene a precisare Rusconi, autore di Cosa resta dell’Occidente (Laterza 2012) ma anche di Come se dio non ci fosse (Einaudi, 2000), «che non è una dichiarazione circa l’esistenza o l’inesistenza di Dio, ma è un postulatoma è un postulato di ordine etico. È la rivendicazione della piena autonomia e responsabilità morale dell’uomo e della donna».

Più radicale nel rifiuto della religione è Telmo Pievani che a Reggio Emilia parlerà di “Scienza libera/scienza virtuosa”: «Finché ci sarà scienza sperimentale, ci saranno novità e sorprese», dice da filosofo della scienza. «Sta in questo la carica rivoluzionaria e di libertà della scienza».

da left-avvenimenti

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Testamento biologico. Daremo battaglia

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Proprio nell’anniversario della morte di Eluana il Consiglio dei ministri vara una strumentale giornata nazionale degli stati vegetativi. E dal 21 febbraio torna in Aula la proposta di legge Calabrò che limita  il diritto di autodeterminazione. E la presidente dell’Associazione Luca Csocioni, la deputata Maria Antonietta Coscioni promette: ” non resteremo in silenzio”

di Simona Maggiorelli

Onorevole Coscioni Il Tar della Lombardia ha bocciato come “illegittima” la disciplina varata nel 2008 dalla Giunta Formigoni perché il termine fissato delle 22 settimane contrasta con la legge la 194 sull’aborto. il Presidente della Regione Lombardia ha commentato: «questa sentenza è antiscientifica». Che dire?
Il commento del presidente della Regione Lombardia è ridicolo e neppure da prendere in considerazione. Roberto Formigoni non credo abbia alcun titolo per stabilire quello che è o non è scientifico. La sentenza comunque stabilisce non tanto la scientificità della “disciplina” Formigoni, quanto il fatto che ha prevaricato i suoi compiti e funzioni. Non è materia che debba e possa essere disciplinata dalle Regioni, ma dallo Stato.

Ignorante anche della tradizione cattolica di seppellire i feti abortiti in terra sconsacrata, il presidente Formigoni gli fa il funerale con tutti i crismi. Cosa è accaduto in Lombardia? Ci sono altre Regioni che ne seguono l’esempio?
Anche il “nuovo” Piemonte del leghista Roberto Cota, se non sbaglio, segue la strada formigoniana. Speculazione? Demagogia? In Lombardia, ad ogni modo, è stata sistematicamente occupata la sanità, militarmente vorrei dire, da parte di Comunione e Liberazione e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere. E la sanità, è noto, costituisce un lucrosissimo affare: cliniche e ospedali devono soggiacere ai diktat di Comunione e Liberazione, come documenta il libro La lobby di Dio (Chiarelettere), di Ferruccio Pinotti, un giornalista peraltro cattolico. Lettura illuminante (vedi Left n.46 del 26 novembre 2010) su quello che accade in Lombardia e non solo in quella Regione.

La neonatologia ha dimostrato scientificamente che solo dalle 24 settimane il feto ha possibilità di vita autonoma. (La Carta di Firenze dice addirittura da 25 settimane). Perché la sinistra e le forze politiche progressiste stentano a fare proprie le acquisizioni della scienza lasciando che si continui a dare dell’assassina a chi abortisce?
Bella domanda. Però, riguarda il PD, e se si vuole Di Pietro e Vendola, non certo noi Radicali, che abbiamo promosso e animiamo un’associazione, la “Luca Coscioni”, che ha per suo obiettivo e ragione costitutiva la libertà di ricerca. Ricordo che il nostro slogan-programma è: “Dal corpo del malato al cuore della politica”, e questo significa appunto che crediamo che i cosiddetti temi scientifici, al pari di quelli che oggi si dicono etici, sono questioni sociali. Siamo anche gli unici ad aver organizzato due congressi mondiali, proprio per rendere “politici e sociali” queste questioni.

Per Mimesis sono appena usciti gli Atti del secondo congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica che avete organizzato al Parlamento Europeo. Anche in base a quell’iniziativa di respiro internazionale cosa pensa di certi media italiani che trasmettano servizi per dire che il feto in utero ci vede e che il feto di pecora sogna? Per non parlare poi dei casi di risveglio dal coma che sulla stampa vengono contrabbandati per miracolosi risvegli da stati vegetativi permanenti?
I danni che determina questo modo di procedere sono sotto gli occhi di tutti. La sistematica e pervicace disinformazione fa sì che queste questioni, che sono in realtà semplicissime e comprensibili da tutti, diventino ostiche. Lo abbiamo visto anche in occasione del referendum sulla legge 40 in materia di fecondazione assistita, ma potrei fare tantissimi altri esempi. Ma del resto, per tornare al caso Lombardia di cui parlavamo prima, si lascia che in certi ospedali siano affissi manifesti del sedicente Movimento della vita, dove si fa vedere un feto con fattezze ormai umane e la scritta: “Mamma, non uccidermi”. Ecco, se questa è la semina, il raccolto non può che essere quello che è. Il problema fondamentale è garantire e tutelare la volontà del paziente, dell’interessato; che al contrario è quotidianamente minacciata e pregiudicata.

Nel Libro bianco stilato dal sottosegretario alla Salute Roccella si equiparano gli stati vegetativi a una grave disabilità. Cosa ne pensa?
L’educazione e il buon gusto mi impediscono di dire cosa penso delle esternazioni e delle iniziative del sottosegretario Eugenia Roccella. Sono un quotidiano insulto all’intelligenza. Francamente mi riesce incomprensibile capire la ragione per la quale, con una furia sistematica demolisce tutto quello che ha caratterizzato e “segnato” i suoi primi vent’anni….

Il tribunale di Firenze il 12 gennaio ha detto sì al testamento biologico accogliendo il ricorso di un cittadino e sottolineando che la libertà di scegliere a quali trattamenti sottoporsi è garantita dalla Carta. Ma Casini chiede di calendarizzare il voto sul biotestamento. E per il 9 febbraio, anniversario della morte di Eluana, il Consiglio dei ministri ha indetto la Giornata nazionale degli stati vegetativi. Come  risponderete?
Posso dire che con le mie compagne e i miei compagni radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, dentro e fuori le istituzioni continueremo a dare battaglia, come abbiamo fatto finora; centuplicheremo i nostri sforzi. Il problema sarà quello di riuscire a coinvolgere i partiti di opposizione ma non solo: anche nel centrodestra ci sono personalità laiche sensibili a questi temi. Penso, per esempio, alla collega Chiara Moroni e ai tanti come lei, che mal sopportano la deriva clericale e vaticana di cui è preda il PdL o quello che ne resta. Per il 9 di febbraio, in particolare, nella sala Mappamondo della Camera dei Deputati con i colleghi Livia Turco, Ferruccio Saro,  e la stessa Chiara Moroni presenterò il libro Gli ultimi giorni di Eluana (Biblioteca dell’immagine) del professor Amato De Monte e Cinzia Gori che hanno accompagnato Eluana negli attimi finali. Fondamentale riguardo a questa battaglia  sarà il ruolo giocato dai mezzi di informazione: è il presupposto fondamentale, una corretta informazione. Non per un caso noi Radicali, Marco Pannella per primo, siamo preclusi dai programmi di approfondimento politico della RAI e di Mediaset. Se la ricorda l’ultima volta che ha visto Pannella a Porta a porta o a  Ballarò?.

dal settimanale left-avvenimenti

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Dagli scienziati, una lezione ai politici

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009

Scienziati , medici e psichiatri il 19 settembre all’Università Roma Tre presentano in un confronto pubblico le nuove acquisizioni
e scoperte. Utili a chi voglia fare buone leggi

di Simona Maggiorelli

il sogno della farfalla

il sogno della farfalla

Esistenza puramente biologica, vita delle piante e degli animali, vita umana. Realtà completamente diverse dal punto di vista scientifico. Ma in politica, sui media, perfino nei dibattiti culturali, la confusione è somma, a tutto vantaggio dei soliti cattolicissimi crociati per la vita. «Da ricercatori ci siamo accorti che anche fra le discipline che si occupano di questi ambiti c’è poca chiarezza e la ritroviamo poi nelle applicazioni – racconta la biologa Giulia Carpinelli che insieme al biologo Fabio Virgili e all’associazione Amore e psiche ha organizzato il convegno Dall’esistenza alla vita che si svolge il 19 settembre nell’aula magna di Lettere dell’università Roma Tre.

Fuori dai laboratori, invece, ciò che appare più evidente è la grande disinformazione che impera nei media italiani, per cui capita di leggere, su testate come Repubblica o Il Corriere articoli improbabili che discettano sull’attività onirica dei feti di pecora oppure di topi resi schizofrenici per sperimentare psicofarmaci. «La cosa che più colpisce – commenta Carpinelli – è che su questi argomenti ci possa metter bocca il profano e non lo scienziato. Nessuno oserebbe intromettersi in questioni di fisica. Invece su alcuni aspetti di biologia o medicina tutti sono pronti a dire la propria. Poi quando si parla di uomo diventa tutto ancora più complicato». Da dove origina questa situazione? «La scienza è sempre più frammentata – spiega la biologa – perché più specializzata, mancano collegamenti interdisciplinari. E capita che si parli molto dell’ultimo progetto annunciato come di grande importanza per l’uomo, anche se siamo ancora lontani dalla sua realizzazione. Mentre informazioni che possono dare un buon contributo alla comprensione di processi fisiologici e di patologie invece non ricevono adeguata attenzione». Così anche per cominciare a invertire questo processo scienziati e ricercatori di diverse discipline hanno deciso di uscire dai propri laboratori e si sono dati appuntamento all’università Roma Tre, il 19 settembre per un incontro pubblico in cui cominciare a riallacciare i fili di un dialogo interdisciplinare su ciò che caratterizza l’umano e rende la nostra specie assolutamente diversa dalle altre.

Un discorso di chiarezza scientifica che diventa quanto mai urgente in una temperie politico culturale come quella di oggi, intossicata dalle sempre più violente esternazioni del papa che lancia anatemi contro i farmacisti che vendono anticoncezionali pretendendo che il Parlamento italiano faccia leggi contro l’aborto, in difesa dell’embrione e via di questo passo. Anche per questo il convegno di Roma Tre, con il biofisico Pier Luigi Luisi ripercorrerà l’origine della vita sulla terra, a partire dalla materia inanimata (e non per creazione divina) e poi con l’antropologo molecolare Gianfranco Biondi, l’evoluzione dell’homo sapiens dagli ominidi. La neonatologa Gatti, il bioeticista Mori e lo psichiatra Masini, invece, affronteranno in termini specifici le caratteristiche che fanno l’unicità della specie umana. La novità del discorso proposto fa leva in particolare sulle nuove acquisizioni scientifiche riguardo alla trasformazione radicale che avviene alla nascita, quando – come scrive Maurizio Mori nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) «per ognuno di noi comincia il tempo biografico».

«I dati neurobiologici oggi ci permettono di distinguere nettamente lo stato fetale dallo stato neonatale e di chiarire i vari passaggi del cambiamento che scandisce la transizione dall’uno all’altro. La distinzione fra i due stati – spiega la neonatologa Maria Gabriella Gatti – non è mai stata storicamente delineata. Anzi tutt’oggi si cerca di annullarne il significato fondamentale per comprendere l’ontogenesi della vita umana». Sulle pagine di left-Avvenimenti  la neonatologa dell’università di Siena aveva spiegato in altre occasioni che riguardo allo stato fetale non si può parlare di vita umana ma soltanto di esistenza biologica, «perché nell’utero il feto ha solo un accrescimento di organi e di apparati, mentre la vita umana corrisponde all’inizio della vita psichica che avviene alla nascita. Detto in altre parole – aggiunge oggi la professoressa – il cambiamento biologico del feto sottostà alla trasformazione che avviene alla nascita che è legata alla comparsa della vita psichica». Allora ci aveva spiegato anche che il feto non può, per esempio, percepire della musica perché ha una struttura cerebrale immatura e fino alla nascita il suo sistema neurologico risulta deconnesso. Approfondendo quel discorso oggi aggiunge: «è deconnesso dal punto di vista dei neurotrasmettitori ma anche perché ci sono delle sostanze, dei neuromodulatori, che deprimono l’attività cerebrale. In estrema sintesi- conclude la Gatti – le ricerche mediche più nuove, specie quelle sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali, confermano che l’inizio dell’attività psichica è alla nascita e avvalorano l’idea che la stimolazione luminosa sia il fattore  importante nel modificare le proprietà funzionali, locali e sistemiche della realtà biologica del neonato. Ricerca neurobiologica e ricerca psichiatrica trovano qui un punto di convergenza».

E arriviamo così al nocciolo del discorso sull’umano che è specificamente psichiatrico. Il direttore della rivista di psicoterapia e psichiatria Il sogno della farfalla Andrea Masini nel convegno esplorerà con un metodo di indagine nuovo, il pensiero come caratteristica e funzione esclusivamente umana. «Il punto da cui sono partito è che il pensiero non cosciente è ciò che distingue la specie umana da quella animale, che non ce l’ha. Nella mia relazione cercherò di dire che cosa è il pensiero non cosciente e da che cosa possiamo dedurlo». In parole povere? «Fondamentalmente possiamo dedurlo dal bambino e dagli artisti – spiega lo psichiatra – Anche se ovviamente parliamo di due realtà diverse». Nella storia, anche quella più recente, la fantasia del bambino e la creatività dell’artista stentano a essere pienamente riconosciute. Illuministi e razionalisti vecchi e nuovi faticano a riconoscere la potenza del linguaggio non cosciente delle immagini. «Questo mi verrebbe da dire – commenta Masini – per colpa dei filosofi. Ma ancor più per colpa del pensiero religioso. C’è una antitesi inconciliabile fra questa realtà inconscia delle immagini di cui parliamo e il pensiero religioso. Perché la religione non può accettare che il pensiero abbia un’origine biologica e non abbia nulla di trascendente, di sovrannaturale. è stata la religione a negare la realtà di fantasia di immagini del bambino, dell’uomo, della donna e dell’artista». E questo si è tradotto in un deficit della cultura dominante. «Assolutamente sì, bisogna confrontarsi con il pensiero religioso, forti delle conoscenze scientifiche acquisite che ci dicono che la mente umana in nessun modo può essere materia di pertinenza religiosa. è realtà umana. E come tale va studiata, va capita». Farpassare questo messaggio nel dibattito pubblico implica che chi fa ricerca debba assumersi il compito anche di fare divulgazione, di parlare ai non addetti ai lavori, alla politica, come impegno civile. «Penso sia fondamentale in questo momento – sottolinea Masini -. Sia perché in politica ci sono in ballo questioni grosse che possono cambiare la vita delle persone, come la legge sul testamento biologico. Ma più in generale anche per un discorso culturale. L’incontro del 19 settembre è nato anche per incontrare  i politici. La mia speranza è che vengano e che siano disposti a dialogare perché credo che la scienza, in particolare questa ricerca scientifica, possa aggiungere qualcosa di molto nuovo al dibattito politico, dargli delle chiavi di lettura della realtà umana e per le decisioni che ne possono conseguire». Allora perché secondo lei la politica di sinistra, per definizione quella più progressista, si è dimostrata fin qui timorosa, esitante, nel far proprie le scoperte e le acquisizioni della ricerca scientifica? «Perché è tutta concentrata nell’andar d’accordo con il pensiero cattolico, che è sempre più feroce nelle sue espressioni», risponde Masini. La speranza è che prima o poi i politici di sinistra si sveglino rivendicando maggiore laicità delle istituzioni? «Questo è il grande scontro. La nostra ricerca può dare argomenti, sostenere culturalmente e scientificamente questa esigenza di laicità».

«Da parte degli studiosi e dei ricercatori oggi c’è bisogno di dare un’indicazione pubblica – aggiunge il presidente della Consulta di bioetica Maurizio Mori -. Le idee qualche volta hanno bisogno di legittimazione pubblica perché altrimenti non si radicano. Il nostro problema è assumere una dimensione pubblica. Oggi l’università è declinata come istituzione, la tv e la stampa fanno fatica, dovrebbero esserci dei partiti politici con questa funzione ma la situazione dei partiti di sinistra è ancora complicata. Nella società civile – conclude il bioeticista dell’università di Torino – c’è stata un’espansione delle esigenze di laicità su tutta una serie di tematiche. Non così dal punto di vista dei politici chiamati a fare le leggi. E questa è la condanna italiota».

da left-avvenimenti 18 settembre 2009

COSA CI RENDE ESSERI UMANI

Al Festival di Genova, neuroscienziati a confronto sulla domanda delle domande. In Italia,  psichiatria e neonatologia , su questo tema danno un contributo d’avanguardia di Federico Tulli

Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, s tutto raggio senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie.

Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, lo sviluppo e la “morte” del pensiero, con la morte biologica dell’individuo. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi toccano temi affrontati da una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che il settimanale left segue da sempre con attenzione.

Al fstival di Genova sabato 24 ottobre2009, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, racconta le ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer – secondo Seung- appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira al principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, così “curiosamente” i neuroscienziati si affannano a fare il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano questi scatti  con software ricercati. Il risultato finale? Una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci staremmo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro.

Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura».  Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Anche  la lectio magistralisdi Gazzaniga del 25 ottobre prende il titolo dalla sua ultima fatica. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e lo differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Un punto che merita discutere è la tesi di Gazzaniga sull’abilità a imitare che sarebbe  propria dei neonati umani. Abilità che, secondo lo studioso, sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – sottolinea Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza.

Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bambino  non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – parole come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.

GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro

Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: http://www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009

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Elogio dell’incertezza

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Incontro  con lo scrittore  e navigatore Björn Larsson, che il 23 giugno sarà ospite al Festivaletterature di Roma

di Simona Maggiorelli

Larsson sul Rustica

Larsson sul Rustica

Mettersi in gioco fino in fondo, dare tutto di sé per la ricerca. Per la conoscenza. Sacrificare il tempo libero e anche la vita privata, se occorre. Pur di trovare quel vaccino per una malattia incurabile. Pur di scovare quella argomentazione stringente che spazzi via l’oscurantismo religioso. Pur di mettere a punto quella formula che permetta un balzo avanti dello sviluppo scientifico. I protagonisti del nuovo romanzo di Björn Larsson Otto personaggi in cerca (con autore) (Iperborea) sono scienziati, linguisti, filosofi illuministi uniti dal filo rosso della passione per la ricerca, animati da una tensione, da uno streben verso la scoperta, verso il raggiungimento di obiettivi alti, nell’interesse di tutti.

Personaggi affascinanti perché vivono di intuizioni, amano molto, rischiano pensieri nuovi. Ma anche perché, lungo questo percorso, hanno il coraggio di mettersi in crisi. Così lo scrittore e navigatore svedese che ha fatto appassionare il pubblico a straordinarie avventure di mare con romanzi come Il cerchio celtico, La vera storia del pirata Long John Silver e che si è raccontato in libri come La saggezza del mare o Bisogno di libertà (tutti pubblicati in Italia da Iperborea) in questo nuovo romanzo mette al centro della narrazione una straordinaria serie di avventure intellettuali. Fatte di successi, ma anche di molta fatica e talvolta di grossi scacchi.

171_Larsson-OttopersonaggiNon di rado accade nell’esperienza di questi otto ricercatori usciti dalla penna di Björn Larsson che un imprevisto li faccia derogare dalla strada intrapresa, che eventi esterni, nuovi incontri e cambiamenti interiori impongano loro un nuovo inizio. «La ricerca non è avulsa dalla vita e il cuore della scienza, così come di ogni altro sapere, non consiste in una serie di dogmi, di certezze inconfutabili», dice lo scrittore che il prossimo 23 giugno sarà ospite del Festival Letterature di Roma. «Semmai la scienza è una esplorazione senza fine che non approda a rassicuranti certezze, ma offre una gamma di probabilità, di ipotesi, una serie di approssimazioni». E in questo percorso di avvicinamento alla verità richiede di saper esercitare costruttivamente l’arte del dubbio. «L’idea stessa di scienza comporta il rifiuto di ogni determinismo di ogni astratto scientismo- approfondisce Larsson-, altrimenti lo scienziato si ridurrebbe a un tecnocrate. Ma c’è di più. Il ricercatore ha il diritto di poter fallire. Fa parte del gioco. Ma questo oggi non viene accettato. Per cui nell’università, sempre di più, si punta sulla ricerca applicata, quella che porterà certamente utili, e non sulla ricerca pura, quella di base». Ma se le storie di questi otto personaggi si presentano come una grande metafora del cercare più che del trovare, sono anche costruite come poetici apologhi sull’incertezza: «La gente preferisce darsi una spiegazione purché sia. L’astrologia nasce per questo- nota Larsson-. Io invece penso che, nell’incertezza, sia importante continuare a cercare. In scienza come in letteratura serve immaginazione ma non si può mentire». Scienza e letteratura, due mondi apparentemente lontanissimi, ma che Larsson dice invece di voler avvicinare, tenendo a mente un esempio importante: quello di Primo Levi, al quale idealmente è dedicato questo suo nuovo libro, nonostante il titolo giocosamente pirandelliano.«Primo Levi ha cercato un modo per farle convivere – spiega Larsson-. La scienza per lui era uno strumento per conoscere la realtà, per essere presente nella vita civile, un mezzo per cercare capire il perché delle cose. Molti scrittori sono sordi alle tematiche di scienza. Invece avere curiosità scientifica, cercare di capire Darwin, per esempio, è importante per aprirsi a una certa concezione della vita e dell’universo». Un’operazione di avvicinamento di scienza e letteratura che in Italia fu tentata anche da Italo Calvino, specie nei suoi ultimi anni.
«Sì per Calvino la scienza è stata molto importante però- sottolinea Larsson- gli è mancata quella passione che invece Primo Levi aveva». Levi, Calvino, Pirandello, in un italiano perfetto, Larsson, ne parla da scrittore e da studioso di letteratura, con sguardo cosmopolita. «L’andar per mare – spiega – mi piace anche perché non ti fa sentire di appartenere a un luogo. L’esilio è sempre stato considerato dagli scrittori come perdita di radici, ma può essere anche una ricchezza. Quando arrivo in un paese mi piace impararne la lingua, per partecipare, per non essere solo un osservatore». Un impegno preso così sul serio che quando Larsson ha scritto Bisogno di libertà in francese (la lingua che insegna da tanti anni all’Università di Lund) ha raccolto i complimenti della critica parigina per il suo «francese classico», ma curiosamente ha dovuto fare i conti con la riottosità dell’editore svedese che alla fine si è rifiutato di pubblicarlo perché il libro, a suo dire, sarebbe stato «troppo poco svedese». Non si poteva immaginare insulto peggiore per uno scrittore come Larsson che ha fatto della libertà, anche in senso geografico, la sua bandiera. «In realtà- commenta lo scrittore – io non mi sento il cantore della libertà tout court. Io tengo a una certa idea di libertà, che è quella interiore, quella che c’è nell’incertezza, nel non avere tutto determinato razionalmente a tavolino». E la libertà che sperimenta per mare? «In mare non si è poi così liberi- abbozza Larsson, che a bordo del suo Rustica ha vissuto interi anni – Provi ad andare in Scozia con una piccola barca, per lungo tempo non vedrà che acqua senza potersi fermare. Quella in mare è una libertà relativa. No io semmai parlo della libertà che c’è nella ricerca. Il vero significato di questo libro, in fondo, è che il Paradiso è un inferno». Prego?«Pensi a quanto possa essere noiosa la vita là. Nel paradiso non c’è ricerca, non c’è mistero, tutto è tremendamente chiaro. Ma poi come farebbero quelli in Paradiso a dire io sono felice se non conoscono nessun’altra condizione? Per fortuna è tutta una invenzione».

dal quotidiano Terra del 31 maggio 2009

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Andrea Bellini: Ho arte da vendere

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 7, 2008

Critico, curatore ma anche direttore della più grande Fiera del contemporaneo. Da New York a Torino. L’irresistibile ascesa di un ex enfant prodige in controtendenza con la “fuga di cervelli” di Simona Maggiorelli

Andrea Bellini - photo Franco Borrelli

Andrea Bellini

Nell’Italia della diaspora dei cervelli, ma anche dei talenti (visto il numero crescente di giovani artisti e curatori “in fuga” a New York o a Londra) quella di Andrea Bellini è una storia contro corrente. Dopo il lavoro nella Grande Mela come editor di Flash art e anni trascorsi a studiare e a scrivere in giro per il mondo, Cina compresa, il trentasettenne, ex enfant prodige della critica ha accettato la scommessa del rientro in Italia. E con profitto, si direbbe. Dal momento che, dal 7 al 9 novembre, firma la sua seconda edizione di Artissima, la più importante fiera italiana del contemporaneo, mentre si parla di lui come probabile nuovo direttore del Castello di Rivoli, al posto di una curatrice di rango come Ida Gianelli, giunta a fine mandato. Due lavori, quello di critico-curatore e quello di direttore di una mostra mercato, di fatto agli antipodi. Ma Bellini giura, non inconciliabili. «Io concepisco Artissima come un’avventura intellettuale – racconta -. Le fiere d’arte sono diventate ormai degli eventi complessi. Con un pubblico di artisti, critici d’arte, curatori, direttori di musei, giornalisti e semplici appassionati, non solo di collezionisti. Una fiera di alto livello ha una capacità informativa senza uguali per l’arte contemporanea. A Torino, per esempio, ospitiamo oltre 130 galleristi da diversi continenti: un centinaio di grandi esperti d’arte che perlustrano il mondo di oggi alla ricerca dei migliori talenti. In Fiera il pubblico entra in contatto con l’arte nel suo farsi, con un processo culturale in atto. Insomma, non ho mai pensato di dover abbandonare qualcosa del mio giudizio critico o dell’aspetto culturale del mio lavoro. Anzi. Nella gestione di Artissima cerco di attingere a tutte le mie competenze e a tutta la mia creatività per trasformare la Fiera in un luogo di scoperta e di sorpresa.
Achille Bonito Oliva dice che i curatori sono diventati dei “camerieri” al servizio delle attese del pubblico e della spettacolarizzazione, abbandonando l’impegno critico. Come ci si salva da questa deriva in tempi di “mostrite” ovvero d’inflazione di mostre a scarso contenuto scientifico?
Guardi, i curatori sono i veri protagonisti del sistema dell’arte, altro che camerieri delle aspettative del pubblico. Quando si costruisce una mostra non si abbandona affatto l’impegno critico. Al contrario, una buona mostra dovrebbe rappresentare proprio uno “statement” in termini di critica d’arte. Se per abbandono del giudizio critico lei intende l’abbandono di un certo tipo di scrittura saggistica, falsamente colta e pseudo-creativa, penso che sia un bene che stia sparendo. Per quanto riguarda la “mostrite” (ecco un caso di spettacolarizzazione del linguaggio) non dimentichiamo che il sistema dell’arte è almeno cento volte più grande che negli anni Sessanta. Ovviamente ci sono oggi più artisti, più opere, più fiere, più curatori e più mostre, ma dov’è il problema? Chi può decidere a priori la grandezza ideale del sistema dell’arte?
In tempi di crisi economica quali scenari intravede?
La crisi si farà sentire presto anche sul mercato dell’arte, ovviamente con delle differenze. Le fiere che hanno costruito parte del loro successo sul denaro degli speculatori di borsa ne risentiranno maggiormente. Non è il caso di Artissima, perché è sostenuta da collezionisti – tra cui molti italiani – che magari non investono cifre enormi sull’arte ma possono farlo con costanza. Si tratta di professionisti o anche di piccoli e medi imprenditori, veri conoscitori d’arte contemporanea.
Quali differenze ci sono fra il sistema dell’arte italiano e quello internazionale?
Fondamentalmente c’è una differenza di dimensioni e quindi di complessità.
In Italia gli studenti denunciano un sistema scolastico al collasso che impedisce una formazione adeguata. E intanto 1.300 milioni di euro saranno sottratti dalla Finanziaria alla cultura. Che ricadute ci saranno?
Ricadute pesanti. Questo governo ci preoccupa molto, esprime un atteggiamento nei confronti della cultura da Repubblica delle banane.
Che cosa ha significato per lei lavorare, da giovanissimo, nella redazione di Flash Art a New York?
Essere redattore di un’importante rivista d’arte a New York per diversi anni mi ha dato la possibilità di confrontarmi con decine di critici, curatori e artisti, e poi di visitare centinaia di mostre al mese, un’esperienza intellettuale e visiva veramente straordinaria. Direi che ho imparato tutto in quella fase.
Dopo la laurea in filosofia si è dedicato allo studio dell’arte, anche preistorica. Che cosa l’ha affascinata?
Sono interessato a tutta la cultura visiva dell’umanità: sono convinto esista una strettissima relazione tra lo sviluppo cognitivo della specie e la parallela creazione di immagini. Studiare archeologia preistorica e la cosiddetta “arte preistorica” mi ha aiutato a capire meglio il senso della nostra presenza nel mondo.
La grande arte ha tempi interni di sedimentazione, va oltre il presente, che cosa resterà negli anni a venire del lavoro di personaggi come Damien Hirst e dei suoi animali in formalina, che anche fisicamente si stanno già squagliando?
Damien Hirst è già nella storia dell’arte. Ha realizzato lavori fondamentali legati ai temi eterni dell’umanità: la morte, la felicità, la bellezza e forse anche la speranza.
Tra ricerca e mercato, per lei, non c’è nessuna discrasia?
La ricerca ha sempre un mercato. Da sempre le opere più importanti esprimono un valore per la comunità culturale, e quindi hanno un prezzo. Giotto nella Firenze del 1300 era un artista di successo, ricco e rispettato. Come oggi Damien Hirst. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due artisti che hanno fatto ricerca, sono entrati nella storia dell’arte e sono stati contesi dai collezionisti (dai grandi committenti religiosi nel caso di Giotto).
Cinema e videoarte aprono nuove frontiere nell’arte contemporanea?
L’arte va in tutte le direzioni e utilizza tutti i media possibili, quindi li rinnova costantemente: non esistono in questo senso barriere o linguaggi esauribili.
Il predominio sulla scena internazionale dei musei americani e anglosassoni sembra andare di pari passo con il predominio internazionale di un’arte iperrazionalista, analitica, tecnologica, “puritana” e insieme iperrealista come la cloaca di Wim Delvoye. Nel sistema del contemporaneo sono rare le tracce di una fantasia più profonda?
Guardi io non sono affatto d’accordo. Il sistema dell’arte su scala mondiale è molto complesso, e al momento sono molto importanti anche spazi espositivi a Parigi e Berlino solo per fare qualche esempio. Poi non è assolutamente vero che nel sistema contemporaneo non ci sono tracce di una fantasia più profonda: le assicuro che – per quanto riguarda l’arte – questo è uno dei momenti più straordinari e interessanti che l’umanità abbia mai vissuto. Basta aprire gli occhi e le orecchie.

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picasso e la seduzione del classico

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 12, 2003

Picasso con Modigliani a parigi

Picasso e la seduzione del classico. Con questo titolo accattivante, ma che già rivela la scelta di puntare sulle opere più “commestibili” e tradizionali del pittore spagnolo, Villa Olmo a Como ospita, fino al 17 luglio 2003, un’ampia retrospettiva picassiana. Oltre centoventi opere tra dipinti, disegni, arazzi, incisioni e ceramiche provenienti da musei internazionali e da collezioni private, con cui la curatrice Maria Lluïsa Borràs ripercorre tutta la parabola artistica di Picasso, segnata da una continua ricerca, che- in realtà- solo raramente riposava su pacificate forme classiche.

Accadde forse solo nella fase della prima formazione e poi durante i periodi di crisi, durante gli anni Trenta, in cui Picasso si mise a dipingere figure massicciamente matronali e improntate a una possente monumentalità. Due momenti – insieme a quello finale dedicato alla ceramica – forse meno geniali e innovativi, ma comunque interessanti, da studiare, per capire tutti i passaggi della longeva attività artistica del pittore spagnolo. Così nella villa di Como (già protagonista mesi fa di una retrospettiva dedicata a Mirò) il percorso si snoda a partire dalla prima formazione di Picasso che, lasciata Malaga, approdò in una vivacissima Barcellona, tra il 1895 e il 1903. Sono gli anni in cui l’inventore del cubismo si esercita sulla figura umana.

L’impianto è ancora naturalistico, sono perlopiù ritratti di familiari, di amici, scene quotidiane, studi dal vivo. A questo periodo appartiene il suggestivo Torso di adolescente del 1897 e il noto ritratto del padre avvolto in una coperta di due anni prima, proveniente dal museo di Belle Arti di Malaga. Ma già nella Veduta delle terrazze e della chiesa di Santa Maria del Pi a Barcellona del 1902 la tavolozza assume toni notturni e onirici. E’ una delle prime testimonianze del passaggio al cosiddetto periodo blu. Un’ altra parentesi “classica” sarà poi quella della Deposizione del Minotauro in costume di Arlecchino, del 1936 (proveniente da Toulouse), ma anche de I banchetti e di una serie di opere realizzate negli anni Trenta  ispirate alla mitologia greca e ai miti del Mediterraneo.

Ma sotto all’attrazione per la statuaria e il vasellame calssico, c’è anche l’attenzione per una serie di miti e riti, dal Minotauro alla tauromachia, attraverso cui Picasso, con un colpo di genio, seppe rappresentare la forza cieca della pulsione di morte. Quella che si era manifestata nella guerra e quella che,- andando più a fondo -oltre la distruzione patente, è frutto dell’inconscio umano, quando si ammala. Picasso tenterà di darne rappresentazione in un’opera come  Guernica. La mostra comasca racconta anche questo importante punto di snodo dell’arte picassiana attraverso una interessante serie di disegni preparatori e incisioni autografe. (Simona Maggiorelli)

da Europa maggio 2003

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Vandana Shiva: le multinazionali condannano l’India al suicidio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 7, 2002

di Simona Maggiorelli

La denuncia della scienziata e scrittrice indiana intervenuta all’assemblea pubblica ‘From global to glocal’ nella tenuta toscana di San Rossore Da Avvenimenti, luglio 2002

La popolazione indiana sta morendo di fame, questa situazione ormai si trascina da molto tempo, ma negli ultimi anni è drammaticamente precipitata a causa delle menzogne dell’ingegneria genetica sostenute dagli interessi economici delle multinazionali: spazzato via in poco tempo ogni sistema di sussistenza locale, impossibile per i piccoli agricoltori indiani competere con i colossi industriali internazionali.
I più sono costretti ad abbandonare le terre. Si avvicinano alle grandi città, ma finiscono per addensarsi nella periferia, in fatiscenti slums in pessime condizioni igieniche. Di fatto, il numero dei suicidi fra i contadini in India sta aumentando di giorno in giorno.
E’ una dura e appassionata denuncia quella che Vandana Shiva, scienziata indiana che da anni si batte per la sopravvivenza del suo popolo, lancia durante l’assemblea pubblica From global to glocial che la settimana scorsa, su iniziativa del presidente della Regione Toscana Claudio Martini, si è tenuta nella tenuta toscana di San Rossore […]
Ma quale è esattamente il meccanismo economico che finisce per stritolare i produttori locali? “Ci sono multinazionali come la Monsanto – spiega Vandana Shiva – che hanno fatto dell’India il loro terreno di produzione e di profitti, raccontando al mondo intero una serie di orribili bugie intorno ai problemi della fame e alle possibili vie di soluzione”.
Si spieghi meglio. “E’ abbastanza semplice. I prodotti geneticamente modificati sono stati propagandati da queste industrie come la panacea per tutti i mali del mondo, senza fare controlli seri, badando di fatto solo al proprio profitto”.
Pensa a casi come quello del “golden rice” che ha fatto il giro del mondo? “Questo è uno dei tanti casi del genere. E’ stato detto che i semi geneticamente modificati avrebbero permesso colture intensive, raccolti sovrabbondanti, ma poi la realtà è stata tutt’altra. Mi è capitato d’incontrare una donna che vendeva pomodori lungo la strada. Il prezzo per ogni ortaggio era di una rupia, il corrispettivo di circa due euro. Si trattava di pomodori nati da colture in cui era intervenuta l’ingegneria genetica e sono venuta a sapere che lei aveva pagato almeno 10mila rupie per comprare i semi. Un costo insostenibile per qualsiasi piccolo contadino indiano. Che per acquistarli è costretto a indebitarsi entrando in un giro di strozzini e di ricattatori. Senza contare che ancora non sappiamo esattamente quali potrebbero essere gli effetti di cibo geneticamente modificato sulla salute umana”.
[…]
Qualcuno sostiene che i prodotti geneticamente modificati potrebbero essere molto utili nel settore della biomedicina: una persona potrebbe essere vaccinata mangiando per esempio una banana, o assumere un contraccettivo con una ciotola di riso. “Sarebbe una violenza a mio avviso grandissima. Sarebbe come sterilizzare masse di gente indistintamente, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o no. E poi c’è qualcosa di ancora più grave. sappiamo benissimo che un vaccino comporta l’assunzione “omeopatica” di germi di malattia in maniera che l’organismo sia in grado di sviluppare anticorpi. Ma il tutto funziona a patto che vengano somministrate precise quantità, un assunzione maggiore e incontrollata potrebbe essere letale, potrebbe portare allo sviluppo automatico della malattia che si vorrebbe prevenire”.

Girando il mondo per le sue ricerche le sarà capitato di incontrare scienziati che sostengono queste tesi? “Purtroppo molto spesso. E mi rammarica che certe belle menti della scienza ragionino come i giornali economici foraggiati dalle multinazionali”.
Un po’ come è successo nella campagna internazionale contro l’olio di senape. “In quel caso è intervenuta addirittura la Banca Mondiale a impedirne la produzione in India. I programmi governativi indiani sono stati del tutto proni a questo dettato, facendo gli interessi delle multinazionali che intanto spingevano per introdurre in India l’olio di soia in quantità massicce. Nel mio centro abbiamo fatto studi accurati, scoprendo purtroppo che l’olio di soia impedisce l’assimilazione di certe proteine fondamentali in situazioni di mal nutrizione. In più in casi di alimentazione squilibrata contribuiva a favorire l’anemia e malattie anche più gravi. A confronto l’olio di senape risultava molto più sicuro, senza trascurare che lo si può produrre molto più facilmente , che è molto nutriente e che appartiene alla tradizione indiana da secoli. Da noi per esempio le madri sono solite massaggiare la pelle dei neonati con questo olio per proteggerla”.
Le donne insomma sono state le prime a sentirne la mancanza. “Come sempre del resto, in ecosistemi locali sono sempre loro ad avvertire i mutamenti per prime. Sono state delle donne non a caso che in India hanno denunciato il fenomeno dell’ipersalinità delle acque causato dall’inquinamento”. Ha fiducia che in India la rivolta contro gli effetti negativi della globalizzazione possa partire dalle donne? “Ho molta fiducia in loro. Forse perché per secoli sono stare escluse dalla gestione del potere hanno dovuto dedicarsi alla sfera domestica degli affetti, sta di fatto che oggi le donne si trovano avvantaggiate, in possesso i una sensibilità, di un rapporto con il sentire e gli affetti profondi, che la razionalità distruttrice degli uomini troppe volte ha escluso”.

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