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Quando Ileana inventò Rauschenberg

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 2, 2011

Nello storico spazio  di Dorsoduro del Guggenheim di Venezia una selezione di opere della collezione Sonnabend

di Simona Maggiorelli

Rauschenberg, Pilgrim (1960)

Una giovane donna dall’aria malinconica, distaccata, lontana. Così appariva, in bianco e nero, Ileana Shapira in una foto d’epoca che ora campeggia sulla copertina di una fortunata biografia scritta da Manuela Gandini per l’editore Castelvecchi. Quella ragazza di buona famiglia, nata a Bucarest, ebrea, ricchissima, moglie diciassettenne del grande gallerista Leo Castelli e poi del letterato Michael Sonnabend , di fatto, è stata il deus ex machina. L’artefice diretta o indiretta, di moltissima parte della scena artistica del secondo Novecento.

Al pari di un’altra signora dell’arte, Peggy Guggenheim, ma da una posizione più riservata e schiva. Anche se non meno tenace nell’annettere alla propria “scuderia” opere di avanguardia, che sapessero raccontare il proprio tempo, aspirando a diventare a loro modo classiche. Così a quattro anni dalla scomparsa di Ileana, il museo Guggenheim di Venezia le dedica un omaggio, fino al 2 ottobre, ospitando la mostra Ileana Sonnabend, un ritratto italiano curata da Antonio Homem e da Philip Rylands e che raccoglie una selezione di opere della collezione Sonnabend, – una settantina in tutto – legate dal filo rosso dell’amore di Ileana per il Belpaese.

In primo piano, così, un bianco e magnetico Concetto speziale di Lucio Fontana e opere scabre ed essenziali di maestri dell’Arte povera (Kounellis, Pistoletto, Paolini, Zorio, Merz, Calzolari, Anselmo), ma ecco anche il new Pop di Rotella e i collage di Rauschenberg d’ispirazione italiana, realizzati proprio per la gallerista, che insieme a Castelli, si fece mentore del lavoro dell’artista statunitense.

Ileana Sonnabend

E poi ancora i freddi geometrismi di minimalisti come Dine e Sol Lewitt e, sul versante opposto, la cifra neoselvaggia di artisti come Baselitz e Kiefer che forse, più di tutti, risuonavano nella passione di Ileana per l’arte, coltivata fin da giovanissima in ambito mitteleuropeo, con piglio nomade e cosmopolita.

Come del resto lo fu la sua vita, trascorsa fino a 94 anni tra Parigi, Venezia e New York. Proprio nella Grande mela con il triestino Leo Castelli , Ileana Shapira diventò la “regista” di gran parte dell’arte americana anni Sessanta e Settanta. Insieme lanciarono i principali protagonisti del minimalismo ma anche dell’arte processuale e concettuale. E proprio grazie alla galassia di gallerie che Ileana e Leo, ciascuno a suo modo, contribuirono a far nascere nel quartiere di Soho, New York rilanciò la propria leadership culturale nel mercato internazionale dell’arte. E se quel legame esigente e complesso fra i due non poteva rimanere compresso nell’ambito di un matrimonio, per tutta la vita Ileana e Leo furono complici, sodali e sottilmente rivali sapendo di tracciare le linee della storia dell’arte del XX secolo.

da left-avvenimenti 2011

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Chi ha paura dei bambini?

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 21, 2011

Un treno dirottato da una scolaresca. Un rocambolesco viaggio verso Bucarest. E il racconto corale della società romena di oggi. nel romanzo della scrittrice romena Florina Ilis  La crociata dei bambini pubblicato da Isbn edizioni.  L’abbiamo incontrata a Torino in attesa del Salone del libro 2012 che vedrà la Romania paese ospite.

di Simona Maggiorelli

Attenzione al binario tre! E’ in arrivo l’accelerato speciale proveniente da Oradea», avverte la scrittrice  Florina Ilis ad incipit del romanzo La crociata dei bambini (Isbn edizioni) . E’ un treno speciale con un carico di bambini diretti in  colonia, in una località estiva della Romania. Un treno che, per più di 800 pagine, trasporterà il lettore in una realtà parallela,  onirica e potente, fatta  di avventure rocambolesche, di  incanti e prime cotte da cuore in gola.  Ma anche fatta di continui attentati alla fantasia infantile  perpetrati da  premurosi genitori, ligi  insegnanti,  preti pii e  poliziotti corrotti, che se ne sentono direttamente  o indirettamente minacciati. Al punto che il lucido giornalista Pavel, cresciuto a pane e  Sant’Agostino, a pagina 560 del romanzo, si mette a pontificare sulla «rapidità con cui nell’inconscio infantile, il bambino passa dall’innocenza alla violenza e alla perversione». Ma per fortuna, su questo bizzarro Train de vie anche le sue farneticazioni vengono portate via dal fiume di una narrazione che scorre travolgente, quasi senza  punteggiatura, passando da una voce narrante all’altra come in una affascinante polifonia alla Dostoevskij.   Così ecco  Calman, il capo di una banda di ragazzi che vive nei sottosuoli di Bucarest, letteralmente disarmato dalla bellezza incarnata dal sorriso di una ragazzina. Ecco  Denis, l’Harry Potter del gruppo, che finalmente sul treno dei bambini  non ha più bisogno di indossare la maglietta che lo rende invisibile agli occhi del patrigno. Ed ecco Sonia scoprire per la prima volta la ruvida dolcezza di un bacio maschile.  Il treno del racconto di Florina Ilis procede sul binario segreto  delle emozioni, delle scoperte, dei sogni di questi ragazzini. Fra soste improvvise e subitanee accelerazioni. Come quando  il gruppo degli adolescenti decide di dirottare il mezzo, per farne il treno dei diritti dei bambini. Da strappare ai grandi. «Primo!  Vogliamo la regolamentazione delle adozioni internazionali» dicono i bambini scampati alla malavita di Bucarest.  «Secondo! Vogliamo diritti per non andare più a rubare».  «Terzo! Niente più ore di religione», annuncia un ragazzino che frequenta le medie. Il  mondo alla rovescia della tradizione carnevalesca si mescola  qui alla meraviglia delle fiabe, senza che la Ilis, in questo romanzo giudicato dalla critica internazionale uno dei più importanti della letteratura romena contemporanea, perda mai di vista la realtà  della Romania di oggi, fra rapida modernizzazione e persistenze di una cultura contadina , magica e religiosa. Fra sviluppo tecnologico e l’indigenza delle fasce sociali più deboli. Fra nuove agognate libertà guadagnate con l’abbattimento del regime di Ciausescu e il dilagare di abusi su minori a causa del turismo sessuale internazionale. «Fra luci e ombre con questo libro ho voluto fare un affresco della Romania contemporanea – racconta a left  Florina Ilis -, ma  non nella forma di un romanzo di tipo sociologico. Quello che conta per me è la fantasia, è la letteratura».
 L’incanto, la meraviglia, un modo di guardare le cose  dalla parte dei bambini.Dove nasce  questa sua originale poetica ?
In realtà  La crociata dei bambini  nasce come  romanzo multivocale. Per raccontare la Romania di oggi ho cercato di far sì che ogni personaggio e ogni classe sociale avesse una propria voce per dire la propria realtà. Ma è vero che emergono soprattutto due voci: quella dei bambini e  quella degli adulti. Al contempo però non ho voluto che fossero del tutto in contrapposizione. Così a volte i bambini parlano come se fossero la voce dei genitori, altre volte i genitori si comportano in modo infantile, come se fossero essi stessi  i bambini. Ho cercato di rendere questa complessità.

Florina Ilis

Nel libro gli ufficiali che furono spediti dal regime  a sedare la rivoluzione nell’89, vengono schierati per reprimere la crociata dei bambini. Perché tanto odio?
Non so se odio sia la parola giusta. Quando gli adulti perdono il controllo sui più piccoli c’è una reazione contro di loro. Un certo mondo adulto ha paura dei bambini.
Qual è  la situazione dei bambini di strada?
Il romanzo è stato pubblicato nel 2005 in Romania. E il problema dei  bambini di strada allora era enorme. Nel frattempo sono stati avviati programmi di recupero dal punto di vista  sociale. Ora non ci sono più gli orfanotrofi che tutti abbiamo visto in tv. I bimbi che erano abbandonati  sono stati affidati a famiglie e lo Stato le sostiene. Certo, non tutto è risolto. Non tutte le famiglie sono accoglienti. Forse oggi dovrebbero intervenire soprattutto gli psicologi per aiutare questi ragazzi.
I personaggi più  anziani  nel libro  hanno una certa nostalgia per la dittatura di Ceausescu. Accade anche nella realtà?
Sì effettivamente molti anziani oggi in Romania hanno  nostalgia per il passato comunista. La prima cosa che si dimentica di quel periodo è  l’assenza di libertà.  I vecchi rammentano che lo Stato pensava a tutto e nel  vuoto attuale si trovano spersi. La mia generazione ( all’epoca eravamo studenti) ha potuto apprezzare di più il passaggio alla libertà, non ci importava la mancanza di  cose materiali. Le generazioni più giovani oggi si sentono del tutto libere, hanno conquistato veramente qualcosa rispetto al passato.
L’idea della crociata dei bambini  viene dal racconto che Marcel Schwob scrisse nel 1896?
Non avevo letto Schwob; sapevo della crociata dei bambini  del XIII secolo. Da quell’episodio storico ho preso l’idea di base da cui è partito il libro. Nel medioevo quella crociata fu indetta  perché i bambini avrebbero dovuto salvare il cristianesimo. Nel mio romanzo le domande intorno alla crociata dell’innocenza sono altre e più complesse. Mi domando  in che modo un movimento di bambini possa salvare il mondo  e se il mondo abbia bisogno di essere salvato da qualcosa.
Il suo romanzo ci mostra  una “realtà latente”,  un mondo dalla coloritura onirica. Ma gli adulti razionali si ostinano a chiamarla magia o religione?
Viviamo in un mondo concreto ma esiste anche una parte invisibile, che qualcuno appunto chiama spirituale o in altro modo. Alla mia maniera ho cercato di dare espressione a questo latente.  Sono sempre stata tentata di dare un senso a questi significati nascosti della vita. Ma non trovando una  risposta univoca  cerco di darne molte. Senza per questo voler fare della filosofia. E  soprattutto evitando  ogni didatticismo.
(Traduzione di Mauro Barindi)

Il  caso
nuova onda transilvana
Una vera e propria onda romena si è alzata nel panorama europeo della letteratura. Con nomi  di maestri come Norman Manea e Gabriela Adamesteanu. Ma anche con scrittori più giovani come Dan Longu ,Filip Florian e la stessa Florina Ilis, classe 1968, che la critica internazionale considera una delle voci più importanti  della letteratura romena di oggi.  Insieme formano un panorama letterario complesso e variegato che  nuovi studi  ora ci aiutano a comprendere più da vicino. A cominciare dall’importante opera a più mani Geografia e storia della civiltà romena nel contesto europeo (Edizioni Plus, a cura di Bruno Mazzoni) che ci guida inel cuore della narrativa e della poesia romena che , specie durante il regime di Ceausescu,  è stata il vero “polmone” attraverso cui una  società soffocata dalla censura ha potuto  respirare. Ma  ricco di spunti è anche il volume che le Edizioni Plus dedicano alla nuova scena  contemporanea.

da left-avvenimenti

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Gabriela, la voce libera della Romania

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2010

di Simona Maggiorelli

Gabriela Adamesteanu

Voce tra le più autorevoli della cultura romena contemporanea, la scrittrice, Gabriela Adamesteanu è in questi giorni in Italia per presentare uno dei suoi lavori più importanti, L’incontro, scritto nel 2007 e ora finalmente pubblicato in Italia dall’editore Nottetempo nella traduzione di Roberto Merlo. Al centro del romanzo la vicenda del biologo esule Traian Manu che, diventato cittadino italiano, viene invitato dal regime di Ceausescu a tornare in Romania per tenere delle conferenze. Atterrato all’aeroporto di Bucarest, Manu si troverà davanti un mondo kafkiano, di burocrazia invischiante e di ufficiali spie. Pagina dopo pagina ne L’incontro emerge così il bruciante affresco di un paese ferito a morte dalla dittatura. Una distruzione che anche sul piano culturale Gabriela Adamesteanu ha cercato di contrstare lavorando  con il gruppo dissidente Ngo (Gruppo per il dialogo sociale), nato dopo la rivoluzione del 1989 che ha posto termine alla dittatura di Nicolae Ceausescu. ma anche attraverso il suo impegno di scrittrice e di  caporedattrice del supplemento letterario del quotidiano Bucurestiul Cultural. Abbiamo colto l’occasione della presentazione de L’incontro al Pisa Book festival per conoscerla più da vicino.

Gabriela, in questo libro, il protagonista Manu, fuggito dalla Romania, trova una nuova vita in Italia. C’è un ricordo, per quanto trasfigurato, della storia di suo zio Dinu, celebre archeologo?
Mi sono resa conto negli ultimi tempi che L’incontro spesso dà ai lettori l’impressione di essere molto più autobiografico di quanto in realtà non sia. La storia del romanzo, tuttavia, così come il profilo dei personaggi (Traian Manu, sua moglie la tedesca Christa, il giovane nipote Daniel, gli ufficiali della Securitate che lo sorvegliano e così via), è completamente inventata. D’altra parte, il tema dell’esilio e dell’emigrazione mi è stato suggerito certamente dall’esperienza di mio zio Dinu, archeologo italiano di origine romena, ma anche da quella di grandi scrittori e pensatori romeni dell’esilio, come Ionesco, Eliade e Cioran, nonché  dall’esperienza concreta di amici e conoscenti. Ho letto i documenti originali del tempo per ricreare il linguaggio particolare della Securitate, ma li ho rielaborati e riscritti per incorporarli nella costruzione letteraria. Allo stesso modo sono partita da alcuni dati reali per raccontare una condizione generale umana, quella dell’Ausländer, del meteco, dell’esule, dell’immigrato, attraverso cui sono passati e continuano a passare innumerevoli persone. E poi ho anche voluto raccontare le illusioni di questa condizione, tanto di coloro che partono quanto di coloro che restano. Nonché, certamente, qualcosa della Romania dell’ultimo periodo del totalitarismo e del clima di sospetto e di sfiducia che in quegli anni bui pesava su tutto e tutti.

Nuove voci come quella di Dan Lungu (vedi box, ndr) oppure come quella dell’ esordiente Filip Florian testimoniano un quadro molto vivace della letteratura romena oggi. Quali sono i filoni più interessanti, secondo lei?
In un quadro più generale agli autori da lei citati vorrei ancora aggiungere alcuni nomi importanti, quali Norman Manea, Mircea Cartarescu, Ana Blandiana, Paul Goma, Petru Cimpoesu e Florina Ilis, tutti tradotti anche in italiano e la cui lettura può fornire una buona prospettiva sul complesso quadro della letteratura romena contemporanea. Sono autori che appartengono a generazioni differenti; alcuni vivono in Romania mentre altri appartengono alla generazione dell’esilio. Come lei osserva, la letteratura romena è oggi particolarmente ricca e vivace: le due direzioni più fertili della prosa mi paiono essere quelle illustrate dai romanzi che riflettono la visione del presente delle generazioni più giovani oppure quelli che analizzano criticamente il passato, in particolare l’ esperienza del totalitarismo. Tra i molti nomi di autori interessanti che potrei citare vorrei ricordare ancora quelli di Dumitru Tepeneag, Stefan Agopian, Radu Aldulescu e Razvan Radulescu.

Leggendo nuovi autori già tradotti in italiano può sembrare che uno stile quasi espressionista, una torsione visionaria del racconto che combina crudo realismo e letteratura fantastica sia un main stream nella letteratura romena oggi. E’ davvero così?
La sua caratterizzazione corrisponde a una parte di realtà. La letteratura romena presenta anche, ad esempio, una vena comico-ironica, che nasce soprattutto dalla capacità di osservare con occhi critici una situazione politica perennemente disastrosa. Sulla scia di un maestro ancora di grandissima attualità, il commediografo e narratore Ion Luca Caragiale. Inoltre, ho l’impressione che la letteratura propriamente fantastica sia oggi da noi meno presente, oscurata forse dalla volontà di essere presenti qui e oggi, nella concretezza del presente: il maestro indiscusso di questo genere, comunque, resta senza dubbio Mircea Eliade, studioso e scrittore ben noto anche al pubblico del vostro paese.

L'incontro

Quanto al suo lavoro di giornalista impegnata nella società civile può raccontarci qualcosa dell’ esperienza di Rivista 22, l’unica rivista indipendente della Romania post-decembrista?
Per me, nel periodo in cui ho diretto la Rivista 22 , dal settembre del 1991 al maggio del 2005, a dire il vero il problema principale è stato quello di trovare i mezzi economici necessari a garantire l’ indipendenza della rivista, che ha sempre tenuto un atteggiamento estremamente critico nei confronti delle forze di governo. È esistito un certo supporto dall’opposizione, che però negli anni ’90 da noi cominciava appena a delinearsi. Altrettanto difficile è stato cercare di evitare la “manipolazione”, ovvero riuscire a distinguere chiaramente tra l’interesse della rivista e gli interessi personali dei suoi collaboratori. Alla fine, questi sono stati anche i motivi che mi hanno portato a concludere l’esperienza della direzione di Rivista 22, il che è stato tuttavia anche un bene poiché sono tornata alla letteratura, con i romanzi L’incontro e Provizorat (Provvisorietà, ed. 2010) e con la traduzione dei miei libri precedenti in altre lingue, a partire da Matinée perdue (ed. Gallimard, 2005).

Come è vista l’Italia dalla Romania oggi? E cosa pensa del reato di clandestinità creato in Italia dal governo di centrodestra e delle dure politiche di respingimento degli immigrati che sono in atto?
I Romeni oggi sono fortemente attratti dall’Italia, come dimostrano non solo il grande numero di immigrati che hanno trovato un posto di lavoro in questo paese ma anche il fatto che l’Italia, dopo l’Austria, è la meta turistica più amata dai romeni della middle e upper class. Mi pare evidente che la creazione di un reato di clandestinità rappresenti piuttosto una manovra politica a fini elettorali che non una soluzione reale dei problemi sollevati dal fenomeno migratorio. Certamente quel settore della politica dimentica che anche l’Italia è stato – e si avvia nuovamente ad essere, per quanto ho potuto capire, soprattutto nel caso della fuga dei cervelli – un Paese di emigranti verso paesi dalle condizioni economiche più promettenti, che ha a sua volta dovuto confrontarsi, sul banco degli accusati, con i pericoli della semplificazione e della manipolazione dell’immaginario. Certo, alcuni individui già in rotta con la legge possono aver commesso atti imperdonabili, ma il giudizio chiaramente e giustamente negativo espresso nei loro confronti non deve essere indebitamente esteso a ogni loro connazionale. Di questo è colpevole una politica populista e demagogica nonché certa parte dei media, affamati di sensazionalismo, i quali vanno contro gli interessi stessi dell’Italia dimenticando i vantaggi che molte imprese del vostro Paese hanno tratto dai massicci investimenti in Romania.

LETTERATURA ROMENA. I FAVOLOSI ANNI NOVANTA

Romania primi anni Novanta. Il muro di Berlino è caduto da poco e il regime di Ceausescu è stato abbattuto . In una tranquilla cittadina di montagna, all’interno di un sito archeologico, viene scoperta una fossa comune. A chi appartengono quelle ossa che riemergono dal terreno? E perché le falangi delle loro dita mignole sono sparite? Poliziotti, giornalisti, ex detenuti e politici, cittadini si riuniscono intorno alla fossa sfidandosi a colpi di ipotesi bizzarre e surreali, finché dall’Argentina una squadra di antropologi criminali esperti in desaparecidos è chiamata a esprimere il verdetto finale. Fra indagine storica (di denuncia della violenza di regime) e invenzione, questa storia surreale e crudele è al centro di Dita mignole (Fazi editore) è il romanzo d’esordio del giornalista e scrittore romeno Filip Florian. Nella Romania post-cortina è ambientato invece il nuovo romanzo di Dan Lungu, tradotto in italiano e pubblicato da Manni. Con il titolo Il paradiso delle galline, racconta che sotto le macerie del regime  di Ceausescu è rimasto un paradiso di nome Transizione.. E’ il paradiso dell’irrealtà, sobborgo della storia, dove nulla più accade e tutto si ricorda. Dove gli abitanti di un comune di periferia, in un Paese ex comunista sono come galline che escono al mattino a beccare il mangime e alla sera rientrano nel pollaio. Lungu racconta così come gli eroi del regime di Ceausescu ora vengono considerati zavorra. Operai, pensionati, casalinghe evocono vicende più o meno immaginarie del passato, preparano progetti fantasmagorici per il futuro e intanto bevono vodka e acquavite, ciarlando e baccandosi, stravaccati ai tavoli del trattore stazzonato.

dal quotidiano Terra del 27 ottobre 2010

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